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La legalità si impara a scuola


Dieci istituti molfettesi hanno preso parte al Pon “Le(g)ali al Sud”. E venerdì si sono dati appuntamento per parlarne

di Leonardo Albanese – www.molfettalive.it


Foto: © MolfettaLive.it

Si chiama “Le(g)ali al Sud” ed è un progetto Pon finanziato con fondi europei, quello che ha permesso a dieci scuole molfettesi, dalle elementari sino alle superiori, di affrontare tematiche relative alle quattro macro aree dell’iniziativa: Legalità, Diritti umani, Intercultura e Ambiente. 

Tutti hanno sviluppato un percorso differente scegliendo uno dei temi proposti e, compiendo esperienze dirette con l’aiuto di diversi partner esterni, hanno prodotto risultati tangibili. Ecco perché a circa un anno dall’inizio del progetto, sette delle dieci scuole partecipanti hanno deciso di accettare l’invito di Libera (l'associazione antimafia di don Ciotti è tra i partner di diverse scuole) e hanno raccontato le loro testimonianze e i loro risultati nella sala Finocchiaro della Fabbrica di san Domenico. 

Così mentre gli alunni della “Cesare Battisti” hanno approfondito il tema dei diritti e dei doveri dei cittadini e, riscoprendosi giornalisti in erba, hanno pubblicato e distribuito il loro giornalino “L’ora legale”; i loro coetanei della scuola elementare “Alessandro Manzoni” hanno invece descritto il ciclo dei rifiuti e l’esperienza fatta assieme a Legambiente. 

Poi tocca ai ragazzi del professionale “Mons. A. Bello” parlare del loro “Liberiamoci dalle mafie” svolto assieme a “Libera” e che ha previsto unavisita anche al Parlamento Europeo. Con la stessa partnership l’istituto magistrale “V. Fornari” ha potuto incontrare la mamma di Michele Fazio (un ragazzo barese ucciso per sbaglio dalla mafia dieci anni fa) nell’ambito dell’iniziativa “A scuola con la Costituzione”, mentre il liceo classico “L. da Vinci” oltre che una serie di incontri per discutere delle diseguaglianze ha partecipato alla manifestazione contro le mafie svoltasi a Potenza, che come ricorda Matteo: «Non è stata una semplice giornata del ricordo per le vittime di mafia, ma ci ha fatto capire che dobbiamo essere partecipi di questa società». 

Anche i ragazzi del “Salvemini” hanno sviluppato lo stesso tema e così anziché raccontare soltanto il loro viaggio a Casal di Principe hanno scelto di far assaggiare i prodotti di quelle terre confiscate alla camorra e coltivate da operative di ragazzi come loro. 

“Dal mio piccolo al nostro grande” è invece il titolo del video sul risparmio energetico e sul cambiamento climatico presentato dai ragazzi del liceo scientifico “A. Einstein”, che ha partecipato e vinto il concorso “Europa Giovani 2020”. L'Itis “G. Ferraris” si è addirittura “fatto in due”, da un lato presentando due spot pubblicitari per il loro “Legalità su strada”, dall’altro parlando del manifesto “Il mondo che vogliamo” nato dall’incontro con Gino Strada e la visita alla sede operativa di Milano della onlus Emergency, oltre che quelle agli ospedali della stessa associazione di Marghera e Palermo. 

«Abbiamo concluso un lavoro di rete che serve a portare dei cambiamenti nella società», dice in chiusura il responsabile provinciale dei presidi di Libera, Mario Dabbicco. «Tutti insieme si può».

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BORSELLINO, L'ULTIMA VERITÀ

inchieste.repubblica.it

"Io so di via D'Amelio perché l'auto imbottita di tritolo l'ho rubata io". Comincia così la narrazione con cui Gaspare Spatuzza riscrive la strage di Borsellino e della sua scorta e scagiona otto palermitani condannati all'ergastolo per quel reato. Una testimonianza ricca di dettagli, compresa la descrizione di un misterioso cinquantenne, "non di Cosa Nostra", che aspettava la Fiat 126 nel garage dove fu trasformata in autobomba: un uomo che potrebbe essere il collegamento con i servizi deviati.

Tutto cominciò con una soffiata. Ancora oggi non si sa esattamente da dove è venuta. Forse dal Sisde, il servizio segreto civile che l’ha trasmessa alla polizia di Palermo. O forse dalla polizia di Palermo, che l’ha trasmessa al Sisde. Era una soffiata fasulla. Sull’auto che aveva fatto saltare in aria Paolo Borsellino e sui mafiosi che l’avevano rubata. Dopo quasi vent’anni, è arrivato però Gaspare Spatuzza che ha riscritto la storia delle stragi siciliane. Lo  racconta lui come hanno ammazzato, il 19 luglio del 1992, l’erede di Falcone. Cancellando con le sue confessioni indagini pilotate e processi passati al vaglio della Cassazione, indicando depistaggi e piste ingannevoli. Un romanzo nero riscontrato punto dopo punto negli ultimi due anni. 
In una drammatica narrazione Gaspare Spatuzza rivela come i boss – e probabilmente qualcun altro – prepararono ed eseguirono il massacro.

"Io so di via D’Amelio perché l’auto imbottita di tritolo l’ho rubata io…". Comincia così il primo interrogatorio – il 26 giugno del 2008 – dell’uomo d’onore di Brancaccio con il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari.Repubblica è venuta in possesso delle 1138 pagine della richiesta di revisione con la quale la magistratura di Caltanissetta ha chiesto la "sospensione della pena" per otto imputati ingiustamente condannati all’ergastolo, otto palermitani trascinati nel gorgo delle investigazioni da falsi collaboratori di giustizia e da un’inchiesta poliziesca che oggi è sotto accusa. Se quasi vent’anni fa, poliziotti e pubblici ministeri si erano fidati (dopo quella soffiata "inquietante", come la definiscono i procuratori siciliani) del picciotto di borgata Vincenzo Scarantino che li ha portati verso il nulla, adesso Gaspare Spatuzza spiega come andarono veramente le cose. E parla soprattutto di sé. Di quando lui – e non Scarantino, il bugiardo – rubò quella Fiat 126 che poi servì per l’attentato. Di come la portò in giro per Palermo. Fra garage e magazzini, dalla foce del fiume Oreto fin sotto la casa della madre del magistrato.

Tutte le falsità del pentito Scarantino si erano concentrate proprio sul furto di quella 126. Ecco la nuova versione di Gaspare Spatuzza. Con un disegno di suo pugno del luogo dove rubò l’auto. Con tutte le foto del percorso dell’utilitaria attraverso Palermo: dal box dove fu custodita al box dove fu imbottita di esplosivo.
Parla Gaspare Spatuzza: "Io fui incaricato di un furto di una Fiat 126 da Fifetto Cannella, per ordine del boss Giuseppe Graviano. In quel momento ho pensato subito al giudice Rocco Chinnici, anche lui saltò su una 126… ma non sapevo ancora a cosa mi stavo prestando… L’ho rubata io insieme a Vittorio Tutino, nella notte fra l’8 e il 9 luglio, dieci giorni prima della strage. Poi, l’ho tenuta in diversi magazzini".

Il pentito racconta come preparano la strage, giorno dopo giorno: "Cannella, mi disse che avrei dovuto rubare proprio una 126. Era prima di mezzanotte. L’abbiamo trovata in una stradina che collega via Oreto Nuova con via Fichi d’India… io rimango in macchina… vedendo che lui, il Tutino, aveva perso del tempo… cerco di andare a vedere cosa stava combinando… quindi scendo dalla macchina e gli dico: ‘Ma che fai?’… e lui mi dice: ‘Mi viene difficile a rompere il blocca sterzo’… rimango lì con lui che poi è riuscito a romperlo ma non ce la facciamo a metterla in moto perché aveva rotto tutti i fili, quindi decidiamo di portarla via a spinta". 

L’auto che ucciderà il procuratore Borsellino, dieci notti prima era una carcassa che neanche partiva. 
Ricorda ancora Spatuzza: "La macchina era sul rossiccio e tra l’amaranto e il sangue di bue… comunque era di un colore rosso spento… quindi attraversiamo verso Brancaccio e la portiamo in un magazzino di Fondo Schifano. Percorriamo via Fichi d’India, San Ciro, via San Gaetano fino al capannone dove io avevo già iniziato la ‘macinatura’ dell’esplosivo che era nascosto in alcuni fusti di metallo". Poi Spatuzza e Tutino avvertono Fifetto Cannella e Giuseppe Graviano: "Abbiamo la macchina". Poi ancora Spatuzza incontra da solo il suo boss,Giuseppe Graviano, quello che lui chiama "Madre Natura". Dice: "Mi fa un sacco di domande: mi chiede di questa 126… dove l’avevo rubata, se era intestata a persone di nostra conoscenza e gli ho detto di no, se qualcuno l’aveva già cercata e gli ho detto ancora di no. Gli ho spiegato che c’era la frizione bruciata, e per bruciare la frizione in quel genere… sicuramente la macchina era di una donna perché le donne portano i tacchi… quindi hanno il problema di staccare la frizione. E poi gli ho anche detto che ci ha… il problema della frenatura… che freni non ce ne ha… lui mi dice: ‘Puliscila tutta e di levare tutti i santini e anche l’immagine di Santa Rosalia’. Io quindi la pulisco tutta… levo tutti i segnali di riferimento che si poteva e ho bruciato i documenti, fogli, tutto quello che esisteva l’ho bruciato… anche un ombrello".

Dopo due giorni Gaspare Spatuzza sposta l’auto in un altro suo magazzino di corso dei Mille, dove poi porta un meccanico. "Sono andato a cercare a questo Maurizio Costa e gli ho detto che dovevamo fare un lavoretto nella 126, gli ho spiegato che si doveva fare la frenatura ma non gli ho detto altro. Gli ho fatto capire che l’auto era di un latitante e gli ho fatto capire anche che non doveva parlare. Quindi sono andato a comprare i ganasci, olio e altri pezzi. Ho speso quasi centomila lire". Spatuzza riceve da Vittorio Tutino due batterie e un antennino da collegare a un telecomando. E anche l’ordine di rubare due targhe di altre Fiat 126 per metterle sopra all’autobomba. Il boss Graviano gli raccomanda di rubare le targhe il sabato mattina, il 18 luglio. Così il furto, probabilmente, verrà denunciato solo il lunedì successivo. Dopo la strage.

E’ a quel punto che venerdì 17 luglio, verso le tre del pomeriggio, una Fiat 126 color amaranto scivola per le vie di Palermo carica di tritolo. Alla guida c’è Gaspare Spatuzza, accanto a lui Fifetto Cannella. Appena s’infila in corso dei Mille, Spatuzza incrocia con lo sguardo Nino Mangano, il capo del mandamento di Brancaccio che gli fa da battistrada su un’altra automobile. Spatuzza è sorpreso, poi capisce che è lì un po’ per controllarlo e un po’ per proteggerlo. Corso dei Mille, via Roccella, via Ventisette Maggio, piazza dell’Ucciardone dove c’è il vecchio carcere. Proprio, in quella piazza, c’è un posto di blocco della Guardia di Finanza. La staffetta Mangano avverte Spatuzza, che svolta all’improvviso verso il Borgo Vecchio. Si ferma a un chiosco, prende tempo. Quando Nino Mangano gli dice che la strada è libera, la Fiat 126 ritorna indietro, supera l’Ucciardone e punta verso la via Don Orione. Dopo poche decine di metri l’utilitaria sparisce dentro un garage di via Villasevaglios 17.

C’è uno scivolo di cemento, c’è un cancello di ferro e poi una saracinesca. Quando sale, Gaspare Spatuzza infila il muso della Fiat 126 lì dentro, dove ci sono ad aspettarlo due uomini. Uno è Renzo Tinnirello della "famiglia" di corso dei Mille, l’altro è Ciccio Tagliavia di Brancaccio. Ma alle loro spalle, nell’ombra, c’è anche uno sconosciuto, un uomo di una cinquantina d'anni che non è un mafioso. Nel 2009 Gaspare Spatuzza aveva indicato quell’uomo, con nome e cognome, come un appartenente ai servizi segreti. Nel 2010 ha fatto marcia indietro, parlando solo "di una certa somiglianza". Spento il motore della Fiat 126, Tinnirello dice a Spatuzza di pulire lo sterzo per cancellare le sue impronte digitali. Poi Tinnirello e Tagliavia imbottiscono l’auto e preparano l’innesco. Gaspare Spatuzza torna verso la sua Brancaccio, passa dall’Ucciardone ("il posto di blocco della Finanza non c’era più") e intuisce – dalla vicinanza con la casa della madre di Paolo Borsellino – a cosa servirà quella Fiat 126.

Era dalla prima settimana di luglio che erano cominciati gli appostamenti in via Mariano D’Amelio. Il primo sopralluogo. Poi, il secondo sopralluogo "circa una settimana prima della strage". Li avevano fatti Fabio Tranchina e Giuseppe Graviano. Il boss aveva chiesto a Tranchina  di procurarsi anche un appartamento lì vicino ("senza agenzie, mi raccomando…") ma poi aveva visto un giardino dietro la casa della madre del magistrato e aveva deciso di piazzarsi lì con il telecomando. Sabato 11 luglio il boss Salvatore Biondino e i due cugini Salvatore Biondo e Giovan Battista Ferrante (uno detto "il  lungo" e l’altro "il corto") provano il telecomando in campagna. Lunedì 13 luglio i Ganci della Noce contattano Antonino Galliano e lo avvertono di "tenersi pronto per pedinare" Borsellino la domenica successiva. Il 16 luglio Salvatore Biondino dice a Giovanni Brusca che è "sotto lavoro" ma che non ha bisogno di aiuto per la strage. Il 17 luglio Biondino chiama Ferrante e gli ordina "di tenersi libero per domenica che c’è da fare". Sabato 18 luglio Raffaele Ganci informa Salvatore Cancemi che, il giorno dopo, Borsellino morirà.

Alle sette del mattino di domenica 19 luglio i mafiosi delle "famiglie" della Noce, di San Lorenzo e di Porta Nuova sono "in osservazione" intorno a via Mariano D’Amelio. Alle 16,58 il procuratore salta in aria con cinque agenti della sua scorta. Sono stati solo i mafiosi? Scrive il procuratore Sergio Lari nella richiesta di revisione del processo Borsellino presentata, qualche giorno fa, alla procura generale di Catania: "Dopo diciannove anni, potrebbe sembrare singolare, se non addirittura anomalo, che siano state avviate nuove indagini destinate a mettere in discussione ‘verità’ che ormai sembravano acquisite". E, riferendosi alle false piste, il procuratore scrive: "Bisogna comprendere se con i depistaggi si volevano coprire la responsabilità di ‘soggetti esterni’ a Cosa Nostra riconducibili ad apparati deviati dei servizi segreti, ovvero ad altre Istituzioni o a organizzazioni terroristico-eversive".

IL VIAGGIO DI MORTE DELL'AUTOBOMBA

Nelle parole del pentito Gaspare Spatuzza il percorso della Fiat 126 che uccise Paolo Borsellino. L'automobile viene rubata, riparata e condotta in Villasevaglios. Spatuzza trova ad attenderlo due boss di Brancaccio, Renzino Tinnirello e Ciccio Tagliavia, e un misterioso personaggio sui cinquant'anni che non appartiene a Cosa Nostra. L'auto viene imbottita di esplosivo e "innescata". Giuseppe Graviano, alle 16 e 58, del 19 luglio '92 preme il pulsante che uccide il magistrato… continua a leggere qui

Mafie al Nord

www.liberainformazione.org

«Il lungo sonno è finito. Il nord, o almeno la sua parte più attiva, non dorme più. Non pensa più che la mafia o la ‘ndrangheta siano cose che non lo riguardano; che il massimo che possono fare i cittadini e i giovani settentrionali sia (come, meritoriamente, hanno fatto scuole e amministrazioni dagli anni ottanta) promuovere gemellaggi con il sud, sostenere chi nelle regioni cosiddette di trincea si batte contro le organizzazioni criminali». Con questa affermazione che segna un punto di svolta per l'antimafia al Nord e nel Paese, il sociologo, giornalista e scrittore, Nando dalla Chiesa, presidente onorario di Libera, apre il supplemento di Libera Informazione "Verità e Giustizia", n°79 dedicato alle "Mafie al Nord" .

Due giorni di dibattiti, incontri, studio e approfondimento promossi da Libera a Torino lo scorso 7 – 8 ottobre hanno fatto il punto sull'avanzare delle mafie ma anche dell'antimafia nel Centro – Nord e "Verità e giustizia" torna a raccontare questo appuntamento e i principali risultati emersi, dal capoluogo piemontese, per la lotta alle mafie. «Siamo in presenza di una
mafia sempre più civile ed una società civile sempre più mafiosa – ha dichiarato don Luigi Ciotti, presidente di Libera ». Non si può delegare la lotta alle mafie ha inoltre ricordato Ciotti, invitando tutti a fare la propria parte: dalle istituzioni locali, ai professionisti del mondo economico, alla società civile. 

Il supplemento d'informazione prosegue con un focus di approfondimento su quello che è accaduto nel Paese nelle ultime settimane. Lo fa attraverso l'analisi del direttore di Libera Informazione e giornalista Rai, Santo Della Volpe che nel suo articolo "Il perimetro degli indignati" offre una chiave di lettura sui fatti del 15 ottobre a Roma e la protesta dei "draghi ribelli". 

Infine le rubriche che raccontano l'informazione e la lotta alle mafie, il narcotraffico e l'angolo delle letture dedicato, questa settimana, alla storia di 
Luca Crescente, un giovane magistrato della Dda di Palermo, stroncato prematuramente da un infarto nell’estate del 2003 ("Tempo niente" di Roberto Alajmo) e alla riflessione su politica e cambiamenti di Davide Mattiello ("Libera", "Acmos" e "Benvenuti in Italia" alcune delle realtà nelle quali è attualmente impegnato) contenuta nel libro "La mossa del riccio".

Sommario n° 79 "Verità e Giustizia" (clicca qui per iscriverti al supplemento d'approfondimento) 

Antimafia al Nord – di Nando dalla Chiesa

La lotta alle mafie non si può delegare – di Luigi Ciotti

Una firma per la legalità  – di Norma Ferrara

Mafie al Nord, come reagisce la politica – di Gaetano Liardo

Focus

Il perimetro degli indignati – di Santo Della Volpe

Indignati, ripartire dal 15 ottobre
 – di Cesare Piccitto

Rubriche

Internazionale

Il Guatemala nella morsa dei narcos
 – di Gaetano Liardo

I media ne parlano

Quando la Rai racconta il Paese reale – di Norma Ferrara


Libri

Tempo niente – di Lorenzo Frigerio

La mossa del riccio – di Lorenzo Frigerio

Ipse dixit 

Luca Crescente
 – a cura di Lorenzo Frigerio

Latina, raid mafioso in piena notte distrutto il Campo della Legalità

di VALERIA FORGNONE e GIOVANNI GAGLIARDI
roma.repubblica.it

Un raid in piena notte. I sanitari dei bagni e le vetrate spaccate, fili elettrici tranciati di netto, la sala proiezioni devastata. E' stato distrutto il campo della Legalità a Latina, il terreno di quattro ettari, in zona Borgo Sabotino, confiscato per abusivismo edilizio ad un pescatore nullatetenente e ad aprile 2011 affidato a Libera, il coordinamento delle associazioni antimafia, dal commissario prefettizio di Latina, Guido Nardone. E il responsabile del campo parla di una azione in puro stile mafioso,

Era stato inaugurato lo scorso 18 luglio con Don Luigi Ciotti e intitolato a Serafino Famà, vittima innocente di mafia, alla presenza della figlia Flavia. "E' un segnale forte e preciso di bisogno di legalità in questa terra", aveva sottolineato in quell'occasione Antono Turri, che prima di diventare il responsabile di Libera per il Lazio faceva il poliziotto. Da allora i volontari dell'associazione hanno lavorato senza sosta per mettere in sicurezza tutta l'area, composta da una grande tensostruttura centrale e piccole abitazioni in legno e casette con bagni e spogliatoi. Ma tutto è stato danneggiato dal blitz di stanotte. 

L'allarme è stato dato dalla protezione civile del Gruppo soccorso pontino (www.gsplatina.org), che qui ha la sua base operativa. Di corsa, arrivato al campo, Turri ha visto i segni della violenza. Un raid, secondo gli


investigatori, "messo a segno da almeno 10 persone". Antonio è sotto shock. Tra lunghe pause e lacrime di rabbia racconta la devastazione che "ha ucciso un anno di lavoro ma non fa niente. Noi andiamo avanti". 

Oggi l'associazione aveva organizzato una giornata "speciale", divisa in tre momenti: prima la visita al vicino Borgo Mondello dove fu massacrato ed incaprettato nel 1995 don Cesare Boschin e dove le ecomafie hanno fatto per anni affari con il ciclo dei rifiuti tossici: poi un sopralluogo al campo rom Al Karama e, infine, il pranzo al villaggio con i ragazzi di Libera Roma e la proiezione del documentario "La quinta mafia", realizzato con i soldi dell'associazione, che affronta i temi dell'infiltrazioni mafiose nel territorio alle porte di Roma e spiega i motivi per cui la Banda della Magliana non è morta e parla delle attività di camorra e 'ndrangheta nella zona. "Un evento che avevamo pubblicizzato per sensibilizzare i cittadini di Borgo e che è diventato il bersaglio della violenza – continua Turri lasciando sfogare tutto il suo dolore – E' stata un'azione pianificata con una forza militare. Troppa violenza che mi lascia perplesso e amareggiato". 

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Proprio ieri Antonio, intervendo a una radio privata locale, aveva denunciato lo stato di abbandono di una struttura sportiva abusiva a Latina, in via Helsinki, che non viene affidata a Libera. "Ce l'hanno sconsigliato spiegando che l'avrebbero bruciata, ma io ho risposto che l'avrebbero distrutta al Comune", aggiunge Turri. Invece le mazze, nella notte, hanno scelto e colpito il nuovo Villaggio della Legalità. "Il messaggio che ci hanno voluto lanciare è 'Non si fa' e ci hanno mostrato cos'è la mafia a Latina. Non hanno appiccato l'incendio perché il segnale sarebbe stato troppo evidente e poi questa notte pioveva", incalza il responsabile di Libera Lazio. 

"Tutto questo è stato realizzato da due nullatenenti: uno fa il pescatore e ha detto di aver creato la struttura che vale centinaia di migliaia di euro con i risparmi di una vita e l'altro vive in baracca lì in fondo", dice Turri. Quest'area, crocevia tra il lungomare di Latina e i laghi che rientrano nella riserva naturale del Parco Nazionale del Circeo e il territorio di Sabaudia, è stata aggredita dalle mafie, come ha messo in luce con il suo reportage su Sabaudia, Attilio Bolzoni

Il 'Village' affidato a Libera ha una enorme tensostruttura centrale, con bar, bagni e sala proiezione. Intorno ci sono campi da calcetto, con i bordi in cemento armato pericolosissimi per i giocatori, E poi bagni, spogliatoi e decine di punti per collegare le roulotte alla corrente. Ed enormi erano anche i progetti dei proprietari visto che la grande tensostruttura era pronta per essere ulteriormente allargata. Per non parlare del grande canale (ovviamente abusivo) a forma di spada scavato al centro del terreno e delimitato con grandi pietre per deviare il principale canale di bonifica dell'Agro pontino – chiamato all'epoca "Canale Mussolini" e oggi "Canale delle Acque Alte" – e far affluire uno scenografico fiume d'acqua al centro del terreno. "Qui sono venuti esponenti politici della maggioranza per organizzare cene elettorali – chiosa Turri – tutto 'regolarmente' in nero". 

Ma tutto questo era il passato. Il campo è stato visitato da migliaia di ragazzi, che hanno partecipato ad incontri sulle mafie e si sono rimboccati le maniche per trasformarlo nel centro nazionale di formazione, come era nel progetto di Libera. Un lavoro di recupero lungo, faticoso e costoso. Ma questa notte il passato è tornato a Borgo Sabotino con la violenza di una nuova intimidazionemafiosa. "Hanno voluto colpire scout e un ex sbirro. Ma noi non ci fermiamo – dice tra i singhiozzi Antonio Turri – Ricominciamo un'altra volta e andiamo avanti ancora"
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Mafie in Umbria, Libera: serve fare presto e bene

Conferenza stampa

Conferenza stampa "Apogeo" – Foto Umbriajournal.it
www.liberainformazione.org

Noi di “Libera Umbria” non dovremmo meravigliarci dei risultati dell’Indagine Apogeo: ne sottolineavamo l’importanza – con dati di provenienza ufficiale –  nel dossier presentato alla Commissione regionale antimafia insieme ad altre associazioni, al fine di diffondere la consapevolezza e l’allarme nell’intera società regionale. E tuttavia le dimensioni dei sequestri di Ponte San Giovanni a Perugia, a danno di una società di comodo collegata al clan camorristico dei Casalesi, hanno determinato anche in noi sconcerto e sorpresa: esse rivelano una penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico regionale più ampia e ramificata di quanto pensassimo ed evidenziano come non sia più lecito ricondurre la vicenda al semplice riciclaggio e si debba invece pensare a progetti di stabile insediamento.

 
Il primo sentimento che vogliamo esprimere è quello di gratitudine verso la magistratura e le forze dell’ordine che, con un alto grado di coordinamento a livello nazionale e con un impegno diuturno, hanno spezzato con l’inchiesta e il sequestro i tentacoli della piovra. Ma il compito di una associazione come la nostra, in casi come questo, non può essere limitarsi al sostegno alla magistratura. La nostra idea è che le mafie si fermano e si abbattono se c’è una diffusa consapevolezza e corresponsabilità, un “noi” che rafforza la legalità e il senso della comunità: per questo da anni in Umbria facciamo al nostro meglio opera di informazione, di sollecitazione alle istituzioni democratiche locali, di educazione, di valorizzazione delle positive memorie di chi le mafie ha combattuto. Sentiamo che oggi anche a noi s’impone un salto di qualità nella riflessione per capire meglio quali leggi e provvedimenti chiedere allo Stato centrale, quali misure ed interventi sollecitare da parte di Regioni, Province, Comuni, quale impegno stimolare nelle organizzazioni sindacali e imprenditoriali, nell’associazionismo e nel volontariato, nei singoli cittadini per combattere le mafie.
 
La riflessione ha due livelli.
 
Il primo – più generale – riguarda la penetrazione economica delle mafie nelle città dell’Umbria che va certamente al di là delle operazioni già rivelate dalla magistratura e che probabilmente continua. Essa ha certamente collegamenti con l’accertata presenza nel perugino di uno snodo importante del narcotraffico. Una delle conseguenze di questo fatto sono le grandi dimensioni dello spaccio, generalmente affidato alla criminalità extracomunitaria, che attira consumatori da altre zone e le cifre da record delle morti per overdose. Un’altra conseguenza è appunto l’ottima conoscenza del territorio e delle sue opportunità anche di riciclaggio e di reinvestimento da parte delle mafie. Noi vorremmo poter confrontare con istituzioni ed esperti la nostra ipotesi di lavoro che la politica di contrasto concentrata sul tema della sicurezza e dello spaccio sia insufficiente – come del resto mostrano i risultati – e che per contrastare davvero la droga (e anche lo spaccio) sia indispensabile un più forte impegno sul grande traffico e sul ruolo delle grandi organizzazioni criminali. 
 
Una seconda considerazione di carattere generale riguarda la debolezza del tessuto economico e imprenditoriale umbro, che rende la Regione più facile terra di conquista da parte delle mafie, che non sembrano soffrire crisi di liquidità. In particolare – nel tempo di una crisi economica generale e globale – si rivela fragile uno sviluppo concentrato sul ciclo del cemento e dell’edilizia. La verticale crisi del mercato e dei prezzi delle abitazioni offre alle infiltrazioni della criminalità organizzata ottime opportunità. Riteniamo che sia molto da ripensare lo sviluppo economico e urbanistico della Regione, ma che intanto, da parte delle pubbliche istituzioni, delle banche e degli istituti finanziari, servano iniziative di sostegno alle imprese in difficoltà finanziarie anche per evitare che si associno con il “diavolo” o che gli vendano imprese, aziende o immobili.
 
Il secondo livello di riflessione riguarda la specifica vicenda di Ponte San Giovanni. “Libera” non ha ricette salvifiche; pensiamo però che anche in questo caso la via maestra sia il coinvolgimento più ampio possibile delle istituzioni e dei cittadini singoli o associati. Intendiamo chiamare a raccolta la popolazione in una grande assemblea entro il mese di ottobre, per offrire in primo luogo ai cittadini di Ponte San Giovanni il massimo di informazione su quanto è accaduto attraverso la presenza di magistrati e di “Libera Informazione” e la testimonianza degli Enti Locali antimafia associati in “Avviso Pubblico” su quello che si può fare per fermare e impedire infiltrazioni. Vorremmo costruire l’assemblea in modo che sia possibile ai cittadini di esprimere i propri dubbi, le proprie preoccupazione e formulare le loro proposte. Inviteremo perciò le associazioni e inviteremo le istituzioni, a partire dalla Regione con sua Commissione antimafia, dal Comune e dalla Provincia, perché rispondano alle sollecitazioni esplicitando le proprie volontà d’intervento. Inviteremo le associazioni sindacali, imprenditoriali e le banche. Ognuno deve dire la sua, ognuno deve non solo fare le sue proposte ma mettere in comune il proprio impegno. Pensiamo che un tema urgente di riflessione sia il “che fare” delle costruzioni sottoposte al sequestro, un vero e proprio quartiere, che senza interventi sarebbe destinato al degrado e contribuirebbe al degrado di tutta l’area di Ponte san Giovanni.
 
Coordinamento regionale di Libera Umbria

 

Omicidio Carnicella: «A 19 anni dal delitto un pugno nello stomaco»

di LUCREZIA D’AMBROSIO
www.lagazzettadelmezzogiorno.it

«Quel manifesto è un pugno nello stomaco». Anna Carnicella, sorella di Gianni Carnicella, il sindaco ucciso a Molfetta il 7 luglio del 1992, non ricorre a giri di parole. Quel manifesto, apparso in queste ore a Molfetta, attraverso il quale Cristofaro Brattoli, l’assassino di suo fratello, si rivolge ad un anonimo interlocutore perché dica tutta la verità su quell’omicidio, per certi versi rappresenta una conferma, per altri riapre una ferita che sanguina. 

«Gianni – dice – era il piccolo di casa. Oggi avrebbe avuto sessantadue anni ed era una persona onesta». E poi aggiunge. «Ero già convinta del fatto che nel processo a carico dell’assassino di mio fratello la verità non fosse venuta a galla. Io ero in aula. Quella persona cominciò a parlare e stava andando oltre la versione nota, quella del concerto negato come movente dell’omicidio. Ma il giudice lo fermò perché riteneva che l’imputato fosse troppo nervoso. Sta di fatto che l’udienza fu sospesa e quando il processo è ricominciato quella persona non ricordava più nulla, era rientrato in sé». 

E ancora. «Non ho mai creduto alla questione del permesso negato per il concerto. Nessuno tra noi ha mai creduto a questo movente. Ci sono questioni più sporche che ancora non sono venute a galla. La verità è che siamo rimasti soli. Non avrebbero dovuto permettere a questo individuo di continuare a vivere a Molfetta. Mi disturba l’idea che possa avvicinarsi alla tomba di mio fratello, alla fioriera davanti al Comune. Non deve permettersi di farlo. Deve stare lontano. Se potessi fare qualcosa la farei, ma cosa posso fare io se addirittura poi si viene a sapere che a questo individuo hanno concesso autorizzazioni e permessi che neppure ai nostri figli vengono concessi?». 

E con quel manifesto Brattoli anticipa anche la pubblicazione di un libro, un memoriale con nomi e cognomi, un documento utile a ricostruire la verità. «Questo manifesto è un ricatto – dice Anna Carnicella –. Questo individuo vuole avere qualche permesso. Questo individuo fa tutto in funzione dei suoi interessi. Adesso vuole ricattare quel qualcuno perché lui continui a tacere. Non credo al fatto che sia pentito e dispiaciuto per quello che ha fatto. Voglio solo che stia lontano da noi, da mio fratello».

E qualcuno in città ha già provveduto a strappare molti di quei manifesti su cui campeggiano frasi che, evidentemente, infastidiscono molti. «Dopo 19 anni – scrive Cristofaro Brattoli – ho avuto il coraggio di fare il primo passo e adesso aspetto che anche tu ed un’altra persona X lo facciate dicendo solo la pura e semplice verità, tutto quello che non è stato detto quel giorno al processo».
Si rivolge ad uno o più interlocutori anonimi Cristofaro Brattoli e aggiunge «sto agendo perché venga alla luce la pura verità, fermo restando la mia piena responsabilità, bisogna chiarire quello che avvenne in quel periodo e tu sai bene tutto ciò che è avvenuto dopo che io ho fatto il primo passo e per la verità dovresti incontrare don (omissis) e il giornalista (Matteo d'Ingeo n.r.) ma ad oggi nulla hai fatto di tutto ciò».

Un manifesto choc per annunciare un libro

di LUCREZIA D’AMBROSIO
MOLFETTA – Il confine tra l’intimidazione e l’invito plateale è sottile. «Dopo 19 anni – scrive in un manifesto pubblico Cristofaro Brattoli, assassino nel 1992 del sindaco Gianni Carnicella – ho avuto il coraggio di fare il primo passo e adesso aspetto che anche tu ed un’altra persona X lo facciate dicendo solo la pura e semplice verità, tutto quello che non è stato detto quel giorno al processo».
Si rivolge a uno o più interlocutori anonimi, Brattoli, e aggiunge: «Sto agendo perché venga alla luce la pura verità, fermo restando la mia piena responsabilità, bisogna chiarire quello che avvenne in quel periodo e tu sai bene tutto ciò che è avvenuto dopo che io ho fatto il primo passo e per la verità dovresti incontrare don (omissis) e il giornalista (Matteo d'Ingeo n.r.) ma ad oggi nulla hai fatto di tutto ciò». 

Sono decine le persone che si fermano e commentano il manifesto, sul quale figura il timbro della «tassa di affissione pagata». I più restano sbigottiti, qualcuno si ferma a metà lettura e si allontana imprecando. Qualcuno commenta: «Questo – dice – ha davvero una faccia tosta. E, dopo quello che ha fatto, si è pure inventato un modo per farsi pubblicità». 
Può essere considerato il fatto che, sempre nel manifesto, preannuncia: «L’anno prossimo in occasione del ventesimo anniversario della morte del sindaco Carnicella uscirà un libro che racconterà e descriverà la vera storia e che spiegherà perché giravo armato e senza porto d’armi e che attività svolgevo in quel periodo tra Puglia, Calabria, Campania e Sicilia». 

Una serie di messaggi in codice che solo gli interessati (chi?) possono comprendere fino in fondo, una sorta di gioco al rialzo, oppure, a voler pensare male, al ricatto: fai quello che dico io, oppure me la canto. Dal Comune nessun commento al manifesto. Il vicesindaco Uva: «Non possiamo commentare – dice – fatti che appartengono ad un altro periodo storico». 

A parlare, con la voce rotta dall’emozione, è Annalisa Altomare, amica di Gianni Carnicella, collega di partito, la prima e unica donna sindaco di Molfetta, che ereditò proprio la gestione Carnicella e, in piedi, davanti al feretro, per ore, gli rimase accanto prima dell’ultimo viaggio: «Le lacrime per lui – afferma – non sono state abbastanza. L’impegno per la legalità è l’unico modo per onorarne la morte e la vita. La migliore testimonianza è fare il nostro dovere. Sono molto turbata da quanto accade oggi e il dolore è lo stesso di vent’anni fa. Quello che è pubblico è pubblico ma abbiamo il diritto di piangere nel privato. Il resto – conclude – è speculazione». 

Cristofaro Brattoli, che oggi ha 54 anni, a luglio del 1992 uccise il sindaco Gianni Carnicella. Lo colpì con un fucile da distanza ravvicinata. Il movente? Il primo cittadino, per motivi di sicurezza, aveva respinto la richiesta dei Brattoli di concedergli il campo sportivo «Petroni» per la organizzazione di un concerto di Nino D’Angelo. Carnicella spirò alle 23 di quello stesso giorno, il 7 luglio di 19 anni fa. Brattoli, arrestato, fu condannato in primo grado a 25 anni, poi ridotti a 18. Nel 2005 ottenne la semilibertà. Nel 2006, nel corso della campagna elettorale per le comunali, aggredì verbalmente l’allora candidato sindaco del centrosinistra, Lillino Di Gioia, per ottenere un posto di lavoro. È stato condannato a dieci mesi.

Quel maledetto 7 luglio 1992, ucciso per un concerto negato

Il 7 luglio del 1992 a Molfetta fa caldo. La temperatura è decisamente alta ed è così già da qualche giorno. L’atti vità amministrativa è agli sgoccioli, ancora qualche settimana e poi ci sarà la pausa a ridosso del solleone. Non è un giorno festivo. Anche se, già dopo le 13, la città sembra spenta. Poche le autovetture lungo le strade. Serrate le saracinesche dei negozi. Non sono ancora arrivati i centri commerciali e l’idea di tenere aperti i supermercati e i bar anche all’ora di pranzo è lontana.
A Palazzo di Città alle 13 sono in corso i lavori della giunta comunale. Termineranno poco più di un’ora dopo. Sembra un giorno qualunque. Invece non sarà così. Il 7 luglio del 1992 entrerà negli annali cittadini come uno dei giorni più bui: quel giorno una mano assassina fredderà con un colpo di fucile il sindaco in carica, Gianni Carnicella.
E’ un rumore assordante, percepito anche a centinaia di metri di distanza, a scuotere la città che sonnecchia.

 

Sono le 14.30 circa. Un fragore, poi le urla, le sirene delle ambulanze. Sul sagrato della chiesa di San Bernardino, a pochi metri di distanza dalla sede municipale di Via Tattoli, Gianni Carnicella, il sindaco, giace in una pozza di sangue. E’ uscito dal Comune al termine dei lavori di Giunta per andare a casa, è stato raggiunto da Cristofaro Brattoli. L’uomo è armato. Ha con sè un fucile. Tra i due c’è solo uno scambio di battute, poi Brattoli spara, a distanza ravvicinata e colpisce il sindaco ad un fianco. E scappa. Anche se è una fuga inutile. Tutti quelli che erano lì con Carnicella hanno visto e lo hanno pure riconosciuto. Brattoli è il titolare di una ditta che allestisce palcoscenici e organizza eventi.
Da tempo chiedeva permessi per poter portare a Molfetta il concerto di Nino D’Angelo, molto in voga in quegli anni che il sindaco non concedeva. Finirà in gabbia inchiodato davanti alle sue responsabilità. Tutte le attenzioni sono per Gianni Carnicella. Le condizioni del sindaco, che all’epoca ha quarantatre anni, sono gravissime. Per strapparlo alla morte viene tentata ogni cosa. I medici lo sottopongono a delicatissimi interventi chirurgici ma Gianni Carnicella sta perdendo molto sangue. 

 

E allora scatta una gara di solidarietà a cui partecipa l’intera città. L’ospedale viene preso d’assalto. C’è una coda interminabile davanti al centro trasfusionale per donare sangue. Ci sono persone che neppure conoscono il sindaco ma che sentono di dover fare qualcosa per lui.
In ospedale, per donare, e per portare il suo conforto, arriva anche don Tonino Bello, il vescovo della Diocesi. E poi è una passerella di politici. Tutti i nomi eccellenti della Democrazia Cristiana e i vertici istituzionali di provincia e regione sono a Molfetta, in ospedale.
Ma ogni tentativo risulterà inutile. Gianni Carnicella morirà qualche minuto dopo le 23, quello stesso giorno. Perfino la preoccupazione di fermare l’assassino viene dopo. E’ il tempo del dolore. Cristofaro Brattoli viene comunque arrestato poco tempo dopo. 

 

E’ lui l’assassino. Ed è chiaro, fin troppo chiaro, anche il movente: il permesso negato dal sindaco, perché non ci sono i presupposti minimi di sicurezza, ad utilizzare una struttura comunale per il concerto.
Per quell’omicidio Brattoli viene condannato a venticinque anni di reclusione in primo grado che poi diventano diciotto in appello. Già nel 2005 è in semi libertà, poi è libero. Per i familiari di Gianni Carnicella, per i vertici dell’Osservatorio 7 luglio (nato proprio in seguito a quell’omicidio), e per tanti altri, nel corso di quel processo non è emersa tutta la verità. Cristofaro Brattoli ha sparato e ucciso, ma il movente di quell’omicidio non li convince.
Nel 2008 gli esponenti dell’ufficio legale di Libera, associazione nomi e numeri contro le mafie, i parenti del sindaco assassinato e i fondatori dell’Osservatorio 7 luglio, avanzano la richiesta di avvio della pratica perché Gianni Carnicella venga considerato vittima di mafia. Ieri il manifesto in chiaroscuro. [l. d’a.]

18 maggio 2006, aggredito Di Gioia: 'Ma non presenterò denuncia'

Molfetta, 8 giugno 2006 – ricerca.repubblica.it

Il "sasso nello stagno" lo lancia Matteo d'Ingeo, un rifondazionista che ha corso in proprio alle comunali di Molfetta raccogliendo, però, solo poco più di un migliaio di voti. A nome del Liberatorio Politico, il nome del suo movimento che non va oltre l' 1,2 per cento, "denuncia pubblicamente: il candidato sindaco del centrosinistra, Lillino Di Gioia, «sarebbe stato aggredito in piena campagna elettorale, in piazza Paradiso, dall' assassino del sindaco Carnicella e non ha ritenuto di dover rendere pubblico questo grave episodio e di riferirlo alle forze dell' ordine».
Di Gioia, che domenica va al ballottaggio con il competitore della Cdl Antonio Azzollini, conferma di essere stato minacciato: «Non avevo mai avuto a che fare con questo individuo. è un uomo disperato, nessuno lo aiuta e non ha niente da perdere. Centinaia di persone hanno assistito alla scena. No, non l' ho querelato ancorché ho a disposizione novanta giorni di tempo per farlo. Ma oggi come oggi la situazione è delicata e insieme con gli alleati dell' Unione abbiamo deciso di non inquinare la campagna elettorale. Dobbiamo mantenere la calma…».

L' aggressore si chiama Cristofaro Brattoli, conosciuto come "Piedone", ha 51 anni. Ne aveva 37 quando a luglio del 1992 assassinò in piazza Garibaldi Giovanni Carnicella, sindaco e segretario provinciale della Dc, che non gli aveva concesso le necessarie autorizzazioni per organizzare a Molfetta un concerto di Nino D' Angelo. Brattoli si costituì il giorno dopo l' omicidio: fu condannato dalla Corte d' assise di Trani a 25 anni e 6 mesi, poi ridotti a 20 dalla Corte d' assise d' appello di Bari.
L' avvocato dell' epoca Aurelio Gironda, spiegò che Brattoli aveva impegnato «grossi capitali» per il concerto di D' Angelo, ma ricevuto "rifiuti a suo avviso immotivati da parte del Comune". Ha sparato verso il basso colpendo il sindaco dopo avere travisato una sua risposta». Attualmente è in semilibertà e rientra in carcere a Foggia, la sera. (l. p.)

Uccise il sindaco, arrestato per minacce a un candidato

A Molfetta lo conoscono tutti con il soprannome di Piedone. Negli archivi delle forze dell' ordine è indicato come l' omicida dell' ex sindaco della città Gianni Carnicella. Godeva del regime della semilibertà Cristofaro Brattoli, classe 1956, ora di nuovo in carcere per disposizione del magistrato di sorveglianza del tribunale di Foggia.
Lo hanno arrestato i carabinieri dopo aver accertato che lo scorso 18 maggio, in piena campagna elettorale per le elezioni amministrative, si sarebbe trovato a Molfetta. E intorno a mezzogiorno, in piazza Paradiso, avrebbe pesantemente minacciato il candidato sindaco Lillino Di Gioia, vincitore delle primarie ed esponente del centrosinistra.
Una circostanza però che lo stesso Di Gioia non avrebbe mai denunciato.
A mettere i carabinieri sulle tracce di Brattoli furono alcuni articoli di stampa che riportavano la vicenda spiegando i particolari di come era avvenuta, alla presenza di diverse persone e proprio mentre Di Gioia stava facendo attività di propaganda elettorale.
Un episodio che contribuì non poco ad accendere gli animi su una campagna elettorale definita piena di veleni. La relazione dei carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Molfetta è finita sul tavolo del magistrato di sorveglianza di Foggia. Che ha revocato, seppure in via provvisoria, il beneficio della semilibertà e ha trasmesso gli atti al magistrato di sorveglianza del tribunale di Bari, il quale si dovrà esprimere a titolo definitivo.
Brattoli, stabilirono le indagini, sarebbe stato l' esecutore materiale dell' omicidio dell' ex sindaco Carnicella. Era il 7 luglio del 1992. L' allora primo cittadino fu freddato davanti a una chiesa. "Colpevole", accertarono le indagini, di aver negato lo svolgimento del concerto allo stadio di un cantante napoletano, un evento organizzato dallo stesso Brattoli in società con alcune persone tra le quali alcuni esponenti della malavita organizzata locale, attivi nello spaccio e nel traffico di droga e arrestati nel corso delle operazioni Reset e Primavera. Brattoli stava scontando una condanna a 18 anni di reclusione inflitta dalla corte d' assise d' appello di Bari. In primo grado la corte d' assise di Trani lo condannò a 25 anni e sei mesi di carcere. – GIOVANNI DI BENEDETTO

GIOVEDÌ, 05 AGOSTO 2010

Molfetta "zona franca del mar" n. 2 – Chi ha concesso l’autorizzazione alla moglie di Cristoforo Brattoli?

Omicidio Carnicella, il manifesto dell'assassino: «La verità venga alla luce»

 


Foto: © MolfettaLive.it

di Vincenzo Drago

www.molfettalive.it

«Sto agendo perchè venga alla luce la pura verità, fermo restando la mia piena responsabilità». E' questo il motivo della clamorosa iniziativa di Cristofaro Brattoli, l'assassino del sindaco Giovanni Carnicella, che ha firmato una decina di manifesti apparsi ieri mattina per le vie cittadine. "Piedone", questo il suo soprannome, freddò il primo cittadino il 7 luglio 1992 davanti al Comune. 

Brattoli omette i nomi con dei punti di sospensione, ma parla senza mezzi termini di «sistema politico» e svela che aveva preparato un memoriale per la magistratura. Riferendosi al pubblico ministero che lo interrogò spiega: «Volevo tramite colloquio fare raggiungere il manoscritto a lei, ma lo sequestrarono e alcuni giorni dopo mi chiamarono dallo stesso giudice e confermai tutto ciò che era descritto». 

Nel frattempo, però, temeva per la sua vita. «Un giorno vennero e mi portarono alla legione dei carabinieri di Bari dove avrei dovuto comfermare il mio manoscritto – si legge sul cartellone – ma non mi fu data la possibilità perchè non mi garantivano la mia incolumità». 

Una versione, la sua «vera storia», all'epoca nascosta, che sarà racchiusa in un libro che pubblicherà l'anno prossimo, nel ventennale dell'omicidio. «Spiegherò – ha annunciato – perchè giravo armato senza porto d'armi e che attività svolgevo in quel periodo tra Puglia, Calabria, Campania e Sicilia». 

Per ora il suo messaggio è parecchio sibillino. «Dopo 19 anni ho avuto il coraggio di fare il primo passo – recita il suo appello – e adesso aspetto che tu e un'altra persona X lo facciate, dicendo tutto quello che non è stato detto al processo». Quel "Tu" misterioso dovrebbe incontrarsi, secondo Brattoli, con un "Don" e un "Giornalista", al fine di ricostruire i retroscena della tragica vicenda. 

Sul manifesto ci sono tre foto che lo ritraggono inginocchiato davanti alla lapide di Carnicella, risalenti allo scorso 7 luglio. Poi ce n'è un'altra, non meno significativa, che immortala una sua dichiarazione scritta a penna. «Oggi, nel diciannovesimo anniversario – si legge in piccolo – ho avuto modo di dialogare con calma e serenità con la persona. Mi riservo che questo signore dica la verità al giornalista Matteo d'Ingeo». 

Almeno l'identità del "Giornalista", dunque, sembra svelata. Si tratta del leader del Liberatorio Politico, erroneamente identificato come un operatore dell'informazione, ma che in questi anni si è occupato dell'omicidio Carnicella come un vero reporter. 

«Se fosse realmente pentito – ha replicato l'attivista – dovrebbe andare in procura e raccontare della società che curò l'organizzazione del concerto di Nino D'Angelo». D'Ingeo ha detto di non conoscere le motivazioni per le quali Brattoli gli vorrebbe parlare. 

«Forse sono l'unico che da 20 anni sostiene che all'epoca molte cose non sono state dette perchè andavano ad intaccare il mondo politico», azzarda il coordinatore del Liberatorio, che ritorna a quell'estate del '92. E a quel concerto negato, che costò la vita al primo cittadino.

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