Archivio mensile:gennaio 2011

Che figata!! Il Comune di Molfetta contribuisce all’acquisto di 12 abeti e poi se li fa donare dalla Molfetta Shopping

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La notizia è giunta dopo 30anni, meglio tardi che mai. Vuol dire che i nostri amministratori lavorano bene e combattono contro il tempo per assicurare sempre il meglio dei servizi ai loro cittadini.

Dal 7 febbraio gli uffici comunali avranno una nuova casa, in una struttura  già vecchia. Nel senso che qualcuno l’aveva costruita per farne una scuola ma non è mai diventata tale; così l’edificio “Lama Scotella” (si chiama così perché costruito in un lama?)in via Martiri di via Fani diventerà la nuova sede degli uffici comunali.
Ma la vera notizia è un’altra; abbiamo saputo che il Comune naviga in cattive acque e non ha soldi per metterci qualche albero per creare un po’ d’ombra intorno al nuovo palazzo. Infatti, da molti mesi invece che piantare nuovi alberi taglia i vecchi, forse, per farne legna da vendere utilizzando gli utili per l’amministrazione ordinaria, cancelleria e qualche caffé.
Appena si è sparsa la notizia si sono mobilitate le associazioni dei commercianti e la Molfetta Shopping, con grande slancio caritatevole, ha donato al comune 16 abeti prontamente piantumati dall’assessore al marketing territoriale, Giacomo Spadavecchia, nel giardino esterno di Lama Scotella (meno male che non gli ha portati a casa sua).
Il portavoce della Molfetta Shopping, Michele Farinola, ha dichiarato alla stampa la sua soddisfazione:“Ai commercianti che hanno aderito all’iniziativa va il plauso della nostra associazione per aver realizzato, insieme all’amministrazione comunale, un piccolo polmone verde fruibile dalla collettività nella nuova sede del comune.
Farinola ha anche espresso un giudizio positivo per il Natale Molfettese 2010. Chiunque, aggiungiamo noi, sarebbe stato soddisfatto per aver realizzato un programma a spese dei contribuenti. I cittadini devono sapere che, anche quest’anno, tutto ciò che hanno visto in giro a Corso Umberto, e in qualche altra strada del centro urbano, tra luminarie, alberi di Natale, box per il confezionamento dei regali e spettacoli, sono costati alle casse comunali ben 43.000,00 euro, altro che commercianti del libro “Cuore”.
Una volta i pacchi regali li preparavano nei loro negozi, a loro spese, ora li paghiamo noi contribuenti.
Ma lo scandalo più evidente è rappresentato proprio dai 16 abeti (alti 6 metri) che oggi la Molfetta Shopping ha “regalato” al Comune e vi raccontiamo come stanno realmente i fatti.
Come ogni anno le associazioni dei Commercianti, invece di autotassarsi e offrire alla città iniziative autonome di promozione commerciale all’insegna della convenienza e del risparmio in concorrenza con i centri commerciali, aspettano la manna dal Comune; l’anno scorso hanno ricevuto per le luminarie ben 41.000,00 euro e già ci sembrava uno spreco, con la crisi economica in atto, per questo Natale duemila euro in più. La delibera n. 328 di Giunta Comunale è stata licenziata come nella migliore tradizione, il 31.12.2010, quasi a festività trascorse; Leggendola l’abbiamo trovata interessante, ve ne riportiamo alcuni stralci:
Premesso che i commercianti molfettesi per il rilancio dello shopping nel periodo natalizio hanno chiesto il sostegno dell’Amministrazione per attivare dinamiche di attrazione atte al rilancio del commercio in città onde contrastare il fenomeno che vede i centri commerciali i siti privilegiati per lo shopping; che con nota del 22 novembre 2010 registrata al protocollo generale al n. 67446 hanno presentato istanza di richiesta di contribuzione finanziaria le seguenti Associazioni di categoria:
UNIMPRESA, Molfetta Shopping, Associazione Confesercenti, Associazione Confcommercio, per far fronte alle spese di installazione di luminarie, spese ENEL, Christmas Box ed Animazione, nolo di 12 alberi; si delibera di assegnare un contributo di € 43.000,00.”

LAMA-SCOTELLA-2006-4Ma allora? Tutta questa squallida propaganda degli abeti donati al comune è una sceneggiata? E chi il regista?
I 12 abeti previsti in delibera, per cui si chiede un contributo per “affittarli”, sono diventati nel tempo 16 e i commercianti improvvisamente sono diventati proprietari degli alberi e ne fanno “dono” al Comune.
Sia in questo, che in un altro qualsiasi caso è vergognoso che qualcuno voglia apparire benefattore (ne abbiamo già uno, e basta!) con i soldi della comunità.
Peggio ancora, sarebbe, se qualcuno s’è fatto pagare gli alberi in prima battuta, poi gli ha noleggiati ai commercianti per un mese e poi s’è inventato il passaggio del “dono” finale.
Ma di chi sono i 12 o 16 abeti? Ci piacerebbe conoscere come vengono spesi i soldi dei contribuenti.

 

Professione reporter. Intervista a Giorgio Fornoni

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di 
Mariagloria Fontana – repubblica.it/micromega-online

Ha viaggiato in tutto il mondo realizzando dal 1993 al 2010 più di cento inchieste e videoreportage, documentando guerre, violazioni dei diritti civili e incontrando personaggi di spicco. Nato ad Ardesio dove vive e lavora (ha uno studio da commercialista), nel 1999 Milena Gabanelli lo 'scopre' attraverso il suo straordinario 'materiale', fino ad allora inedito. Inizia così una proficua collaborazione con la trasmissione “Report” di Raitre. Il suo primo libro, accompagnato da un dvd, si intitola “Ai confini del mondo” e racchiude le esperienze giornalistiche (im)possibili di un uomo 'comune'.

LEGGI UN ESTRATTO   Giorgio Fornoni intervista Anna Politkovskaja
 

Chi la conosce sostiene che il suo giornalismo sia 'mistico'. Trova confacente questa definizione?
Ho avuto la fortuna di potermi occupare di ciò che più mi stava più a cuore, vale a dire: tematiche sociali ed ambientali. Quando ho realizzato l'inchiesta sulla pena di morte nel mondo per 'Report' mi sono sentito preso da una sorta di viaggio mistico. Indagare sulla sofferenza dell'uomo che procura altra sofferenza è un'esperienza inenarrabile. Grigorij Pomeranc (intervistato da Fornoni nel 2007, nda) dice che il male non è percepito dall'uomo medio e per citare De André: “per tutti il dolore degli altri è dolore a metà” (tratto dalla canzone “Disamistade”, nda). Penso che sia arrivato il momento della cultura, il momento in cui l'uomo debba ridare un messaggio di vita e non di distruzione. Non so se questo mio modo di fare giornalismo sia 'mistico', ma voglio stare un po' più in là in questa vita. Ciò significa andare alla ricerca della verità dei fatti e raccontare quello che vedo.

Come nasce la voglia di viaggiare in giro per il mondo e di documentare situazioni pericolosissime?
Quand'ero giovane volevo diventare un missionario. Quindi, a undici anni, andai in collegio grazie ad un prete comboniano che conoscevo. Dopo quaranta giorni, mio padre, al quale mancava suo figlio, venne a riprendermi. Dopo tutti questi anni, posso dire che fece la cosa giusta. Successivamente ho lavorato come garzone di bottega per ben dodici ore e mezza al giorno ed è stato così fino all'età di diciotto anni. Quando finalmente capii che non volevo continuare a fare quella vita, mi rimisi a studiare. Di giorno lavoravo e di sera frequentavo la scuola. 

Poi cosa accadde?
Mi diplomai e mi iscrissi all'università. In seguito, aprii uno studio da commercialista che tutt'ora possiedo, ma che gestiscono per me delle persone fidate. Più il mio lavoro andava bene e più mi dava la possibilità di essere libero nelle scelte e nei viaggi che facevo. Intendo dire che non mi serviva pubblicare un pezzo o mandare in onda un mio filmato per vivere. La mia passione giornalistica era svincolata da tutto. Lo studio da commercialista mi ha sponsorizzato la vita. Ogni volta che partivo e che vedevo tutta quella sofferenza per me era come una “droga”. Ma dove c'era sofferenza c'era anche tanta dignità. 

Ha un ricordo in particolare? 
Sì, nel 1994 all'ospedale militare di Preah ket in Cambogia. Mi tornano in mente i giovani soldati mandati a combattere i khmer rossi. Ricordo le immagini di questi uomini terribilmente mutilati e sofferenti, ma pronti a tornare a sorridere. 

A quando risale il suo primo 'incontro' significativo da un punto di vista giornalistico?
Nel 1993 arrivai in Angola e riuscii ad intervistare Jonas Savimbi (politico e guerrigliero angolano, è stato il leader del movimento UNITA-Unità Nazionale per l'indipendenza totale dell'Angola, nda), nemmeno la Cnn e la Bbc erano riuscite ad ottenere una sua intervista. Documentai i brogli elettorali successivi alle elezioni presidenziali del 1992 e che ufficialmente decretarono la vittoria di Dos Santos. Migliaia di schede con la preferenza per Savimbi e l'UNITA erano state nascoste e, volutamente, non conteggiate. 

Eppure, nonostante fosse un'esclusiva mondiale, nessuno pubblicò la sua intervista. 
Sì, allora non ero conosciuto e pur avendo un'esclusiva del genere nessuno la volle. La proposi a diverse testate nazionali, ma non se ne fece nulla. 

Quando intervistò Anna Politkovskaja le chiese se avesse paura. Ora io lo chiedo a lei.
Nel mezzo dell’azione si ha paura, però o vai avanti o torni indietro. Vorrei ricordare Anna Politkovskaja. L’incontro con lei non fu casuale. Stavo cercando la voce più credibile, la giornalista più attendibile ed era lei. La Politkovskaja dava voce ai civili ceceni e anche ai terroristi ceceni, che erano l’altra parte di un conflitto interno nel quale l’Europa si dimenticò di intervenire. Nessuno ha fermato il genocidio di massa. La Politkovskaja mi disse che scriveva quello che vedeva ed era l’unica ‘regola’ alla quale doveva attenersi un giornalista. Invece, ci sono tanti, troppi giornalisti che scrivono senza nemmeno andare sul posto. È necessario scrivere quel che si vede perché solo stando sul campo puoi trasporre nel tuo pezzo ciò che hai provato a contatto con quella gente. Per questo motivo devi essere lì dove accadono gli avvenimenti. 

Cosa pensa dei giornalisti ‘embedded’?
Una delle numerose volte che sono tornato in Cecenia sono stato nei carri armati con i soldati russi, è stata un’esperienza molto breve, ma l'ho fatto per avere anche un’altra prospettiva. A parte questa eccezione, ritengo che sia giusto stare sempre in mezzo alla gente. È necessario capire i guerriglieri e i militari, ma è fondamentale stare dalla parte delle persone comuni che vivono la guerra sulla loro pelle. Solo stando in mezzo alla gente puoi raccogliere le storie vere. Per tornare alla Politkovskaja, anche lei tentava di dare voce alla gente comune. La Politkovskaja è stata uccisa perché ha attaccato i poteri forti. Lei diceva: “paura o no, devo raccontare quello che vedo, questa è la mia professione”.

Che idea si è fatto del caso Wikileaks-JulianAssange?
Non mi stupisco per le rivelazioni di Wikileaks, anzi, ritengo che servirebbe molta più trasparenza. Se uno pensa solo all’interesse che c’è intorno al gas in Russia, viene la pelle d'oca. L’Eni, importatrice e produttrice, compra il gas, ma a quale prezzo? Sono tante le domande da farsi. In fondo, Wikileaks ha parlato del Presidente dell'Afghanistan Hamid Karzai, ma non di fatti determinanti. Bisognerebbe rivelare altro, raccontare dei reali interessi per i quali siamo in Afghanistan e di quelli che io chiamo ‘aerei di offesa’ e non di difesa. Si tratta di aerei da combattimento carichi di munizioni. Sono aerei che uccidono, ti uccidono i figli, i fratelli, i genitori, le mogli. Fanno vittime soprattutto tra i civili. Non definiamole “missioni di pace”. Non parliamo di difendere l’Afghanistan, non lo stiamo difendendo. Ho avuto la fortuna di essere a Kabul quando i talebani entravano e presidiavano la città nel 1996. Sono riuscito a filmarli, c'era una strana calma. Kabul era una città fantasma, quasi irreale. La guerra è anche una lunga attesa. Sono tornato più volte, nel 2001, dopo l’assassinio del generale Massud, e quando i talebani si sono ritirati, dopo che gli americani e gli inglesi sono entrati a Kabul.

Come reporter è tornato più volte in Cecenia durante la guerra. Cosa ne pensa dell’amicizia fra l’ex Presidente russo Vladimir Putin e il nostro Premier?
Non mi stupisce nemmeno questo. Perché ci sono cose che ignoriamo e che viaggiano sopra le nostre teste, ci tengono sotto scacco. Tutto sta cadendo nell’oblio, non si parla del mondo oscuro della Russia e del fatto che il governo sia gestito ancora dai servizi segreti. Il 67% dei deputati russi proviene dal Kgb. Ci sono troppi interessi in ballo.

Crede che ci sarà mai giustizia per Anna Politkovskaja e molti altri, fra giornalisti e operatori, uccisi mentre stavano svolgendo la loro professione?
Chissà… Comunque sono convinto che non si tratti di cercare giustizia, ma di avere più rispetto, più tutela per chi prende seriamente il proprio lavoro. Tutti quelli che raccontano la verità dovrebbero diventare 'intoccabili'. Ci sono ancora giornalisti veri, non quelli da scrivania. In Russia non è facile fare questo mestiere, perché se non è Putin, sono gli oligarchi che decidono, omettono, mistificano la verità. Lo avevo denunciato anche nella mia inchiesta sul gas. Il mio prossimo progetto sarà un'inchiesta sui giornalisti russi uccisi. Un lavoro difficile, perché dovrò entrare nelle maglie dell'ex Kgb, dell'attuale FSB, più in generale dei servizi segreti e del Cremlino. 

Quando torna dai suoi viaggi come fa a reinserirsi nella nostra ‘civilissima’ realtà?
Infatti, sento sempre il bisogno di disinfettare la mia 'ferita'. Mi è accaduto soprattutto dopo aver assistito alla pena di morte di un condannato attraverso un'iniezione letale. Mi rifugio in un eremo che mi sono costruito dopo che tornai dal Tibet e che ero scampato al dirottamento dell'aereo sul quale viaggiavo. Due volte all'anno lascio una parte di questo eremo a dei frati francescani che anni fa mi chiesero se potevo ospitarli.

Ha mai provato rancore nei confronti di chi ha avuto più fortuna di lei?
No, non faccio nulla per successo personale. In questo senso mi rappresenta bene la frase della Gabanelli che di me disse: “giornalista non per interesse giornalistico, ma per documentare le tragedie umane a se stesso”. Questo libro è nato dalla volontà del direttore editoriale di Chiarelettere che mi ha chiesto di raccontare la mia esperienza e, giunti alla mia età, ne sono contento. Gli uomini non dovrebbero nascere per le gratificazioni, ma semplicemente per vivere.

Con il suo 'misticismo', il giornalismo come vocazione e la sua lunga barba canuta mi ha ricordato un autorevole giornalista: Tiziano Terzani.
Ma scherza? No, non posso accettarlo. Mi lusinga, ma non reggo al paragone. Lui era coltissimo, coniugava la 'missione' per il giornalismo con un'eleganza, una professionalità e una cultura fuori dal comune.

Rifiuti, indagato anche Bassolino. Arrestati prefetto e ex vice di Bertolaso

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Finiva direttamente in mare il percolato sversato nei depuratori campani. E' questa l'ipotesi centrale della nuova inchiesta condotta dalla Procura di Napoli sulla gestione della crisi rifiuti in Campania. I militari del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Napoli e i carabinieri del Noe hanno eseguito oggi 14 arresti.

Ai domiciliari sono andati fra gli altri anche il prefetto Corrado Catenacci, ex commissario straordinario per l'emergenza rifiuti, la dirigente della protezione civile Marta Di Gennaro, vice commissario ai rifiuti durante la prima gestione di Guido Bertolaso, e il dirigente del ministero dell'ambiente Gianfranco Mascazzini. Ordinanza di custodia in carcere per il manager della società Hidrogest Gaetano De Bari e l'architetto Claudio De Biasio.

Ma l'indagine è molto più' ampia e fra fra gli indagati per i quali la Procura non ha chiesto provvedimenti restrittivi figurano l'ex presidente della Regione Campania Antonio Bassolino, l'ex assessore regionale all'ambiente Luigi Nocera e l'ex capo della segreteria di Bassolino, Gianfranco Nappi, destinatario di una perquisizione. Gli investigatori hanno acquisito atti in Regione e in Prefettura. Le accuse ipotizzate dalla Procura vanno dalla associazione per delinquere al traffico illecito dei rifiuti. L'operazione, condotta anche dalla polizia provinciale, riapre dunque il fronte giudiziario dell'emergenza proprio in un momento nel quale si profila una nuova crisi sul territorio, appena risollevatosi dopo un Natale trascorso con le strade invase dai cumuli di spazzatura. Accusa il procuratore Giandomenico Lepore : "Con i rifiuti è sempre emergenza da sedici anni perche', credo, manca la volontà delle forze politiche di risolvere il problema. Si parla tanto, ma si trovano solo soluzioni tampone"


Al centro dell'inchiesta la gestione complessiva degli impianti di depurazione della regione e il sospetto, che dovrà ora essere verificato nei successivi passaggi del procedimento, che il percolato sia stato sversato con modalità capaci di pregiudicare un processo di depurazione già fallimentare. Con il risultato che materiale non depurato sarebbe stato scaricato direttamente in mare; attraverso il conferimento di rifiuti liquidi ritenuti altamente inquinanti nei depuratori regionali, considerati dall'accusa "inadeguati" anche al trattamento dei liquidi ordinari, si sarebbe verificata un'attività di sversamento lungo il litorale campano "concreta, continuativa ed imponente" ritenuta dall'accusa "in grado di determinare il disastro ambientale delle coste".

Le ordinanze, chieste dai pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, pool Ecologia della Procura coordinato dal procuratore aggiunto Aldo De Chiara, sono state emesse dal collegio dell'ufficio gip presieduto da Bruno D'Urso. I giudici, che non ritengono sussistenti al momento gli indizi per il reato di disastro ambientale, definiscono "obiettivamente scellerata> la decisione di conferire il percolato nei depuratori campani.

L'attività di depurazione dei rifiuti, sottolinea la Procura, sarebbe stata "meramente apparente" e gli impianti di depurazione sarebbero stati gestiti in maniera "assolutamente lontana dagli standard". Attività che, è sempre la ricostruzione dell'accusa, sar ebbe stata "assicurata attraverso la stretta complicità di soggetti privati e pubblici".

Nelle prossime ore tutti gli indagati potranno replicare alle accuse negli interrogatori davanti ai magistrati. Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha espresso "rammarico" per il coinvolgimento di Mascazzini mentre l'europarlamentare di Idv, Luigi De Magistris, chiede "discontinuità politica in Campania". Il capo della Protezione civile, prefetto Franco Gabrielli, evidenzia: "Sono esiti di inchieste passate. Ovviamente la cosa non ci fa piacere per le persone coinvolte che conosciamo e stimiamo, ma siamo fiduciosi che si possa avere presto chiarezza". E l'ex governatore Bassolino protesta la sua "estraneità" alla vicenda, ma conferma "fiducia" nella magistratura. 

Il Presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli chiede "subito un'operazione verità sull'emergenza rifiuti in Campania e sul malaffare, gli intrighi che ruotavano intorno ai rifiuti di Napoli e su quale sia stato il ruolo dei servizi segreti in una vicenda che ha distrutto una città".  "L'inchiesta – dice Bonelli –  è l'ennesima conferma che i Verdi sono stati il capro espiatorio  per coprire gli affari che giravano intorno all'emergenza dei rifiuti e che avevano come primo obiettivo quello di demolire nell'opinione pubblica la credibilità degli ambientalisti che hanno cercato di risolvere quell'emergenza con le migliori tecnologie e nel pieno rispetto delle normative nazionali ed europee, salvaguardando la salute dei cittadini".

Amareggiate le parole dei verdi campani: "Questa estate  ci eravamo anche incatenati fuori dai depuratori – ricordano in una nota il commissario regionale  Francesco Emilio Borrelli ed il presidente provinciale Carlo Ceparano  – per denunciare lo scandalo della loro gestione e l'inquinamento che producevano. Purtroppo avevamo ragione anche se siamo stati inascoltati. Ci vorranno anni per riqualificare e riorganizzare il sistema di depurazione campano ed in particolare quello della provincia di Napoli e Caserta".
"Avvelenavano il mare con i rifiuti", bufera sulla task force dell'emergenza 

Caso Ruby, lite in diretta Masi-Santoro

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Scontro in diretta su Raidue tra Michele Santoro, conduttore di Annozero che stasera torna sul caso Ruby, e il direttore generale Mauro Masi. Dopo l'anteprima, in cui sono stati proposti stralci delle intercettazioni sulle feste di Arcore, Masi ha telefonato in trasmissione dissociarsi dall'impostazione della puntata. "Non sono mai intervenuto direttamente – ha esordito Masi al telefono rivolgendosi a Santoro – anche quando mi ha citato in diretta. Ma stavolta faccio un'eccezione. A tutela dell'azienda di cui sono direttore generale e che è anche la sua azienda, mi debbo dissociare nella maniera più chiara dal tipo di trasmissione che lei sta impostando, ad avviso mio e dei nostri legali in base al codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione dei processi in tv, tema sollevato non più tardi di venerdì scorso anche dal presidente della Repubblica Napolitano".

IL VIDEO  DELLA LITE IN DIRETTA 1

Santoro, che aveva aperto la puntata prendendo le distanze dalla circolare di Masi sulla necessità di una partecipazione paritetica del pubblico rispetto alle posizioni degli ospiti, ha allora incalzato il dg chiedendogli se a suo avviso la trasmissione violasse le regole e dunque se volesse chiuderla. 


Per qualche minuto la trasmissione si trasforma in un duro botta e risposta in diretta fra i due: "lei – dice il conduttore – ci sta dicendo di non fare la trasmissione? lei si prende la responsabilità di fermare la trasmissione?". "Io non interrompo la trasmissione", dice Masi. "Allora ritira quello che ha detto, che violiamo le regole?". "Ho sempre garantito  – precisa il dg – che lei andasse in onda". "Noi stiamo violando regole? risponda", insiste Santoro. "Non sono io che lo debbo dire", frena Masi. "Allora quello che ha detto finora cos'era?", lo incalza il giornalista. Masi replica tornando alla dichiarazione iniziale ma corretta con il condizionale: "Dissocio me stesso e l'azienda da un tipo di trasmissione che potrebbe violare il codice di autoregolamentazione". "Ah potrebbe, anche lei potrebbe…", Lo ferma santoro. "Abbiamo capito com'è lei come direttore generale, buonanotte". "Buonanotte", scontro chiuso. 

Un intervento – ha spiegato Masi – "a tutela dell'azienda", ricordando che la trasmissione così com'era impostata potrebbe violare il codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione delle materie giudiziarie. "Non potevo fare altrimenti – ha poi commentato il Masi dopo l'intervento telefonico nella trasmissione – "perché avevo il dovere di difendere l'azienda dalle possibili conseguenze derivanti dalla violazione di quanto previsto dal Codice di autoregolamentazione. Negli ultimi mesi, e soprattutto negli ultimi giorni, ho più volte richiamato i responsabili editoriali al rigoroso rispetto di queste norme, peraltro richiamate qualche giorno fa dallo stesso Presidente della Repubblica. Ancora stasera, dopo aver preso visione della scaletta della trasmissione, avevo ribadito per iscritto al conduttore di 'Annozero' la preoccupazione per un taglio del programma che metteva al rischio l'azienda da nuove sanzioni, anche economiche". Per Masi "è arrivato il momento in cui ognuno deve assumersi le proprie responsabilità ed io mi sono assunto le mie, ripeto, a tutela dell'azienda e dei cittadini telespettatori". 
 
Il caso Sisto. L'esponente Pdl Francesco Paolo Sisto dice di non essere stato ammesso all'ultimo momento alla trasmissione. "Erò lì, in camerino, al trucco insieme alla Bindi, a Mieli e a Belpietro e mi dicono che non posso partecipare alla trasmissione…". In origine era prevista in trasmissione la presenza di Fabrizio Cicchitto. 

Le reazioni. Il Pd chiede le dimissioni di Masi. "Dopo l'intervento di stasera ad Annozero dovrebbe lasciare", dice Paolo Gentiloni. "Con una telefonata, iniziata con toni da censura golpista e conclusa con un balbettio da operetta, Masi conferma che non può continuare a guidare la Rai. Milioni di telespettatori hanno constatato l'assoluta inadeguatezza di un vertice ridotto a fare minacciose telefonate su commissione nei confronti del programma di informazione di punta della propria azienda".

Analoga richiesta arriva dal consigliere Rai Nizzo Nervo: "La telefonata preventiva in diretta ancora mancava nel repertorio delle direttive di questo Direttore generale. Invece di far dissociare l'azienda da Annozero, spero che presto Masi si dissoci da se stesso per avere ancora una volta dimostrato che non è in grado di guidare il servizio pubblico e che, prendendo coscienza della sua imperizia, tolga il disturbo".

"Quanto è avvenuto questa sera ad Annozero è gravissimo", dice il portavoce dell'Idv Leoluca Orlando. "La telefonata in diretta di Masi rappresenta un'intollerabile intromissione nel lavoro di Michele Santoro e della sua redazione". Per Donadi, sempre dell'Idv, il Direttore generale Rai "è un pessimo imitatore di Berlusconi".

Dal Pdl invece parte subito l'attacco a Santoro.  "Forse ha dimenticato che non è il padrone della Rai – dice il portavoce Capezzone -, ma qualcuno a cui il principesco stipendio è pagato con i soldi dei cittadini. Il modo in cui si è rivolto al direttore generale Masi e al pubblico fa pensare a una nuova Piazza Venezia. Negli anni Trenta c'era la radio, ora il balcone è televisivo. Stasera Annozero sta superando ogni limite".

Per Romani, che è ministro dello Sviluppo, "anche stasera Annozero ha superato ogni limite del decoro, della decenza e del rispetto della deontologia giornalistica".

Filtrano anche le parole del premier Berlusconi. Che si sarebbe detto "infuriato" dal comportamento del giornalista, avrebbe contestato la gestione della trasmissione considerata "vergognosa", e si sarebbe detto "infuriato" per il fatto che Santoro non avrebe fatto entrare in studio sessanta ragazzi simpatizzanti del centrodestra.
 
L'Usigrai: "Mai visto prima". "Mai prima alla Rai una cosa del genere e siamo certi neanche nello Zimbabwe. Il delirio di Masi ad 'Annozero' svela agli italiani il perchè del nostro referendum di sfiducia, che ha raggiunto percentuali in Italia sconosciute. Un kamikaze dell'azienda contro la sua stessa azienda davanti a tutti i suoi utenti". Lo afferma in una nota Carlo Verna, segretario nazionale dell'Usigrai.

Masi ribadisce: processo tv. A trasmissione finita arriva un'altra nota del dg, nella quale si legge: "Ribadisco che i processi si fanno in tribunale e non in tv è questo è un innegabile dato di civiltà prima che giuridico. E' indegna l'attività istruttoria parallela che svolgono taluni sulla televisione del servizio pubblico come se avessero ricevuto chissà quale delega dall'autorità giudiziaria che ancora una volta dovrà verificare l'attendibilità di un teste di accusa che anche questa sera ha rivelato in diretta televisiva fatti e circostanze oggetto di un procedimento penale ancora in fase di indagine preliminare"
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Omicidio Bufi, la battaglia si sposta in cassazione

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Avrebbe dovuto celebrarsi ieri l’udienza fissata dinanzi alla Prima sezione penale della Corte Suprema di Cassazione di Roma del processo per l’omicidio della 23enne molfettese Annamaria Bufi, trovata morta il 3 febbraio 1992. 

La discussione del ricorso è stata fissata per il prossimo 20 aprile a causa di un’istanza fatta pervenire dalla difesa dell’imputato, Marino Domenico Bindi.

Sempre più vicina, dunque, la fine della vicenda durata quasi vent’anni. Un processo che ha determinato l’apertura di numerosi procedimenti paralleli, una serie di processi nel processo, a carico di presunti favoreggiatori e presunti falsificatori. 

Imputato principale dell’omicidio, il molfettese professore di educazione fisica, che con la Bufi aveva intrattenuto, sin da quando la ragazza era 16enne, una relazione extraconiugale che secondo l’accusa sarebbe poi sfociata nel barbaro assassinio. 

La ragazza venne rinvenuta cadavere alle ore 1.30 del 3 febbraio di diciannove anni fa sulla statale 16 bis a pochi metri dallo svincolo che porta alla zona industriale di Molfetta, con il cranio fracassato da sei colpi di un corpo contundente e numerose lesioni su tutto il corpo, compresa la frattura delle mani. Secondo il medico legale, prof. Cosimo di Nunno dell’Università di Bari, la ragazza prima di soccombere aveva tentato disperatamente di difendersi dalla brutale aggressione del suo assassino. Le indagini accertarono che Annamaria era stata uccisa altrove per poi essere scaricata sul ciglio della strada. 

La svolta giunse nel 2001, quando Bindi venne arrestato. Era il mese di ottobre. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere resse al vaglio del tribunale della libertà e della corte di cassazione, che confermarono la gravità del quadro indiziario a carico del presunto assassino. A causa delle sue precarie condizioni di salute, il sospettato fu ricoverato in ospedale (ancora in stato di custodia cautelare) e successivamente ricondotto in carcere, per poi essere liberato allo scadere del termine delle indagini. 

Si è giunti al giudizio della suprema corte dopo l’assoluzione di Bindi nei processi di primo e secondo grado

Contro le sentenze si sono appellati la procura generale presso la corte di appello di Bari (ricorso a firma del procuratore generale Angela Tomasicchio) e la famiglia della vittima. Non condividono la valutazione delle prove e l’interpretazione dei fatti. Tra questi, la tempistica del delitto (compatibile con gli spostamenti di Bindi la sera dell’omicidio), l’alibi del presunto assassino e soprattutto il movente del crimine: per l’accusa da ricercarsi nella lunga relazione tra la 23enne e Bindi, sposato e con una figlia, e nei rischi che potesse divenire di dominio pubblico. 

Intanto, sempre nelle aule della cassazione, si è concluso il 19 gennaio con l’assoluzione il processo a carico di Vito LovinoLuigi PolicastroAntonio Rosato e Pietro Rasola Pescarini, quattro carabinieri di Molfetta accusati di favoreggiamento e falso.

Secondo l’accusa, avrebbero favorito il maggiore indiziato omettendo di avere ritrovato nell’abitazione dell’uomo, all’indomani del delitto, un paio di calzature sospette, poi scomparse. A conforto della teoria, le deposizioni di altri tre colleghi dell’Arma, tra cui l’autore del rinvenimento. Ma, soprattutto le dichiarazioni rese dalla moglie del principale sospettato (la quale affermò che i carabinieri durante la perquisizione portarono via da casa Bindi un paio di scarpe) e dello stesso Bindi, che confermò la circostanza nel corso dell’interrogatorio del giudice per le indagini preliminari in carcere all’indomani dell’arresto. 

I militari, tre dei quali ora in pensione e uno in altra sede, erano stati assolti anche in primo e in secondo grado: i fatti ipotizzati a loro carico erano stati ritenuti totalmente insussistenti.

Il caso primarie scuote il Pd. L'appello di Saviano: rifatele

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Doveva essere la festa delle primarie, è diventata una devastante resa dei conti, 1 l'ultimo scontro dentro un Pd che si contende il dopo-Iervolino e il potere  nel comune di Napoli. Sulle macerie di una consultazione funestata forse da brogli, certamente da reciproche, velenosissime accuse, piomba ora la richiesta di Roberto Saviano: si rifacciano le primarie a Napoli.

E poco dopo l'annuncio destinato a suscitare nuove polemiche: il segretario Bersani chiede di rinviare l'assemblea nazionale del partito che proprio a Napoli doveva tenersi: "Adesso bisogna fare chiarezza.  Ho chiesto alla presidente Rosy Bindi di sospendere l'Assemblea nazionale e chiedo un immediato incontro alla coalizione di centrosinistra che ha organizzato le primarie a Napoli per dare risposte convincenti". Pochi minuti dopo il comunicato della Bindi: "Riconvocata a febbraio".

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Dice lo scrittore: "Mi pare che le consultazioni si siano svolte nel caso più completo. In alcuni casi, sono stati perfino allontanati i  gionalisti. mi chiedo perché. Hanno votato esponenti del centrodestra, si è parlato di voto a pagamento e di infiltrazioni della criminalità organizzata. Questa situazione va chiarita. Il partito democratico deve essere al di sopra di ogni sospetto". Saviano propone una nuova consultazione e si augura la candidatura di Raffaele Cantone, giudice anti-camorra. Il primo a fare il nome di Cantone fu Walter Veltroni all'Eliseo, il 26 novembre scorso. "A Napoli serve un candidato che parli a tutta la coalizione, a tutto il Pd a tutta la città, che dia una speranza" aggiunge l'esponente del Pd dopo l'appello di Saviano.

L'ennesima avventura pieddina in Campania è cominciata sabato scorso 3 e si è arenata nel giro di 48 ore  su ricorsi ai Garanti e assalti alla sede del partito. La corsa aveva avuto inizio di prima mattina, con il voto dalle 9 alle 21 nei seggi disseminati in tutta la città. Affluenza ottima  che induceva nuove speranze – alla fine i votanti saranno oltre 44mila -, code alle urne, entusiasmo ritrovato nelle file dei militanti.  Ma già a metà mattina è un festival di recriminazioni 4: prima l'allarme di Mancuso, candidato di Sinistra e Libertà. Poi le accuse di un secondo candidato, Nicola Oddati, e infine quelle dell'entourage di Umberto Ranieri, il più titolato dei contendenti, sostenuto dalla segreteria provinciale. 

I COZZOLINIANI INVADONO LA SEDE DEL PD 5

LA DENUNCIA DI TREMANTE: NAPOLI NON MERITAVA QUESTO 6

 Il bersaglio è il 48enne Andrea Cozzolino 7, europarlamentare, bassoliniano da sempre, titolare in Campania d'un consistente pacchetto di voti. In particolare in tre seggi della periferia Nord – accusano i suoi competitori – loschi personaggi e capibastone orientano il voto offrendo danaro in cambio di schede votate. L'accusa ha un sotto-capitolo: una parte del Pdl sarebbe mobilitata per la vittoria di Cozzolino. Un doppio marchio d'infamia, dunque: contiguità con il malaffare e intelligenza col nemico nella città devastata dalla camorra, e politicamente ultimo baluardo contro la destra.  A urne aperte, Cozzolino prova a arginare l'onda: se saranno verificati episodi di inquinamento – dice pubblicamente unendo la sua voce a quella degli altri candidati  – si intervenga duramente. "Attenzione però a non distruggere una bella prova di democrazia".

Nella notte dello scrutinio, invece, sarà un crescendo: contestazioni sempre più dettagliate, rumors assordanti. E sentimenti al calor bianco quando nelle urne Cozzolino batte Ranieri  (16358 preferenze contro 15137). Fra il sabato e la domenica circola una indiscrezione dal potenziale devastante: i garanti hanno già annullato il voto in quei famigerati tre seggi. Nel giro di 36 ore  arriva poi il ricorso di Ranieri appoggiato da Oddati, e l'altolà di Libero Mancuso. Primarie sotto ipoteca, dunque, e prima reazione infuocata di Cozzolino: "Sto contenendo la rabbia e la delusione di tanti elettori delle primarie, di centro e periferia, che si sentono umiliati, presi in giro. Ma io a differenza di altri – dice – non parlo da irresponsabile. Attendo che i garanti abbiano compiuto il loro lavoro".

 La risposta del segretario provinciale del Pd, Nicola Tremante, schierato con Ranieri, è a cannonate: "Hanno mandato a votare consiglieri di centrodestra, una cosa assurda, una soverchieria. Abbiamo foto che lo mostrano, e poi ci sono casi di extracomunitari che sono stati colti davanti a seggi e hanno dichiarato di avere avuto 5 euro per votare Cozzolino". Da Roma arriva invano l'invito ad abbassare i toni, dopo che Bersani aveva telefonato – là come a Bologna – per congratularsi della buona reattività dei fedelissimi pieddini. Ormai ognuno marcia per sè. I cozzoliniani "invadono" fisicamente la sede democratica chiedendo la ratifica del responso delle urne. Tremante si indigna. Gli altri aspettano, nessuno sa come uscirne. E Saviano lancia il suo appello: lo psicodramma si chiuda rifacendo le primarie.
 

Rifiuti tra Campania e Puglia 9 arresti per traffico illecito

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Nove persone sono state arrestate la notte scorsa dai carabinieri del Noe del comando provinciale di Salerno, nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Napoli. L'operazione ha consentito di smantellare un traffico di rifiuti tra Puglia e Campania. I militari hanno sequestrato due impianti per il trattamento dei rifiuti a Cava de' Tirreni, in provincia di Salerno, e a Cerignola, in provincia di Foggia, e 58 automezzi per il trasporto di rifiuti speciali non pericolosi. I sigilli giudiziari sono stati apposti anche a un laboratorio di analisi di Salerno che certificava la qualità del materiale trasportato tra Campania e Puglia. Le persone indagate si trovano tutte nel carcere di Poggioreale a Napoli e devono rispondere di traffico illecito di rifiuti speciali non pericolosi.

Per risparmiare sui costi del conferimento dei fanghi di lavorazione di tre stabilimenti di trasformazione del pomodoro, riuscivano con la complicità di un laboratorio di analisi chimiche salernitano a declassificare il C.e.r. (codice europeo dei rifiuti). Ciò consentiva di conferire i rifiuti speciali non pericolosi presso due impianti di Cava dè Tirreni e Cerignola. 

L'operazione, su disposizione della Procura di Napoli, ha consentito di fare piena luce su un traffico di fanghi prodotti da operazioni di lavaggio, pulizia, sbucciatura e centrifugazione, provenienti da tre stabilimenti di Angri, Sarno e Fisciano di un noto gruppo industriale conserviero. Alla fine nove le ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite dai militari del Noe di Salerno, diretti dal capitano Giuseppe Ambrosone, che hanno raggiunto i vertici del gruppo conserviero, i responsabili dei tre stabilimenti salernitani, i legali rappresentati dei due impianti di trattamento di rifiuti di Cava dè Tirreni e Cerignola e il titolare ed il direttore del laboratorio di analisi chimiche di Salerno.

Inoltre, sono stati sequestrati 58 automezzi di quattro aziende adibite al trasporto di rifiuti di Casapesenna, San Marcellino – San Tamaro e Castelvolturno nel casertano e di Sant'Egidio del Monte Albino nel salernitano. I reati, secondo le indagini effettuate dai carabinieri del Noe di Salerno, sarebbero stati commessi nelle stagioni di trasformazione del pomodoro degli anni 2008 e 2009. Il titolare dell'impianto di rifiuti di Cerignola, colto da malore, è attualmente ricoverato e piantonato nell'ospedale della cittadina pugliese.

Università: concorso truccato, 6 docenti rinviati a giudizio

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Il gup del tribunale di Bari Susanna De Felice ha rinviato a giudizio i sei docenti finiti sotto inchiesta per il presunto concorso truccato per un posto da associato di allergologia alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Bari, bandito nel maggio 2005 e conclusosi un anno dopo. Saranno processati per falso ideologico in atto pubblico, truffa e abuso d’ufficio, l’ex preside Salvatore Barbuti, e i cinque commissari: il barese Alfredo Tursi, Giacomo Lucivero dell’Università di Napoli, il palermitano Giovanbattista Rini, il bresciano Maurizio Castellano e il perugino Ildo Nicoletti

Secondo le indagini del pm Emanuele De Maria, i sei avrebbero «attestato falsamente di aver effettuato una valutazione comparativa». In realtà, l’intera procedura sarebbe stata intenzionalmente pilotata favorendo i due candidati poi risultati vincitori. 
A Barbuti viene invece contestato l’abuso d’ufficio perchè avrebbe inserito all’ordine del giorno del Consiglio di facoltà la chiamata del professore che aveva vinto il concorso, Luigi Macchia, senza avere acquisito il parere di tutti i dipartimenti, che è invece obbligatorio. 

Le indagini sono partite dalla denuncia di una candidata esclusa dalla prova e si sono basate su testimonianze, verbali, intercettazioni telefoniche e ambientali. Il processo comincerà il 14 aprile davanti ai giudici della prima sezione penale del tribunale di Bari. Parti civili nel procedimento, l’Università di Bari e tre candidati esclusi dal concorso.

Mafia, processo in Cassazione: Cuffaro condannato va in carcere

 

103800173-bdb01ee9-5583-4c9c-85e7-17b09561ccaedi ALESSANDRA ZINITI – palermo.repubblica.it


L'ex governatore della Sicilia è stato condannato a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Il procuratore generale aveva chiesto uno sconto di pena. "Questa prova ha rafforzato in me il rispetto delle istituzioni", ha detto Cuffaro poco prima di entrare nel carcere di Rebibbia.

I giudici della seconda sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Antonio Esposito, hanno confermato, a carico dell'ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, la condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e violazione del segreto istruttorio nell'ambito del processo "Talpe alla Dda". Cuffaro, eletto al Senato con l’Udc, è poi passato ai Popolari Italia Domani che sostengono il governo. 



Cuffaro e le talpe di Cosa nostra



L'ex governatore della Sicilia ha atteso nella sua abitazione romana di essere tradotto in carcere, a Rebibbia. In mattinata Cuffaro aveva pregato nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva nei pressi della sua abitazione romana, di fronte al Pantheon, in attesa della sentenza. A Roma con lui il fratello Silvio, la moglie Giacoma e i due figli.



Cuffaro prega in chiesa prima della sentenza



Poco dopo la sentenza, Cuffaro ha lasciato la sua abitazione romana con tre carabinieri del Ros che lo hanno condotto alla stazione Farnese per la notifica della condanna definitiva. Subito dopo è stato tradotto a Rebibbia. L'ex governatore della Sicilia è stato portato in una cella singola al piano terra del penitenziario romano, al reparto G12. Ma è una sistemazione provvisoria. "Voglio affrontare il carcere con tranquillità", avrebbe detto Cuffaro ai poliziotti penitenziari. Ogni 15-20 minuti un agente controllerà le sue condizioni: non si tratta di una sorveglianza a vista (il più delle volte disposta per scongiurare il pericolo di atti di auolesionismo) ma una vigilanza 'marcata' e più attenta.



"Sono stato un uomo delle istituzioni, ho avuto un grande rispetto per la magistratura – ha detto Cuffaro uscendo da casa – Questa prova non è stata e non è facile da portare avanti ma ha rafforzato in me il rispetto delle istituzioni. La magistratura è una istituzione quindi la rispetto anche in questo momento di prova, ha accresciuto in me la fiducia nella giustizia e soprattutto ha rafforzato la mia fede. Se ho saputo resistere in questi anni difficili è soprattutto perché ho avuto tanta fede e la protezione della Madonna".



L'ANALISI: Condannato un sistema di potere



Il procuratore generale Giovanni Galati, nella sua requisitoria, per Cuffaro aveva chiesto la riduzione della pena, soprattutto aveva chiesto di fare cadere l'aggravante del favoreggiamento alla mafia. Se fosse stata accolta questa richiesta sarebbe stato necessario un nuovo verdetto da parte della Corte d’appello: considerati i tempi, per i reati contestati al senatore del Pid sarebbe scattata nel giro di pochi mesi la prescrizione. Ma i giudici di Cassazione non hanno ascoltato il procuratore Galati confermando la sentenza di appello. A questo punto il verdetto di condanna è definitivo. La Cassazione ha condannato anche gli altri imputati, fra questi il manager della sanità privata siciliana Michele Aiello al quale sono stati inflitti 15 anni e mezzo di reclusione. Riduzione di poco per l'ex maresciallo del Ros di Palermo Giorgio Riolo che passa da una pena di 8 anni a 7 anni, 5 mesi e 10 giorni. Il radiologo Aldo Carcione è stato condannato definitivamente a 4 anni e 6 mesi.



"E' una sentenza che desta stupore e rammarico anche perché la Procura della Cassazione, con una richiesta molto argomentata, aveva chiesto l'annullamento dell'aggravante mafiosa per l'episodio di favoreggiamento ad Aiello, richiesta che se accolta avrebbe sgonfiato del tutto la condanna". Lo ha detto l'avvocato Oreste Dominioni, difensore di Cuffaro, insieme a Nino Mormino, al termine della lettura del verdetto.



LE REAZIONI: Politici divisi sulla sentenza



Al posto di Salvatore Cuffaro in Senato entrerà Maria Pia Castiglione. Candidata nella lista dell'Udc, anche la Castiglione ha aderito al Pid, Popolari Italia Domani, il movimento siciliano in rotta con Casini. Nata 55 anni anni fa a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, Castiglione è neurologo e svolge attività specialistica a Trapani, Pantelleria e Castellammare del Golfo. "Provo per Totò – dice – un grande dispiacere. Per me resta un amico dotato di grande umanità, disponibilità e generosità. Tutti gli dobbiamo tanto".



Alle politiche del 2008 gli unici tre senatori dell'Udc sono stati eletti in Sicilia. Ora il gruppo è diviso. Con Casini è rimasto Giampiero D'Alia, eletto nella circoscrizione orientale; Cuffaro e Aparo Burgaretta (subentrato ad Antonello Antinoro che aveva optato per il seggio di eurodeputato) sono passati al Pid. Ora la Castiglione rimpiazza Cuffaro senza alterare gli equilibri in Senato.