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9 Maggio 1978: Il giorno che assassinarono Aldo Moro e Peppino Impastato

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Biografia di Aldo Moro

Aldo Moro nacque il 23 settembre 1916 a Maglie, in provincia di Lecce. Conseguita la Maturità Classica al Liceo “Archita” di Taranto, si iscrisse presso l’Università degli studi di Bari alla Facoltà di Giurisprudenza e conseguì la laurea con una tesi su “La capacità giuridica penale”. 
Partecipò attivamente alla Federazione Universitaria Cattolica Italiana, di cui fu presidente nazionale nel periodo 1938-1941. Nel 1943 fondò a Bari il periodico “La Rassegna”, che venne stampato fino al 1945, anno in cui sposò Eleonora Chiavarelli, dalla quale ebbe quattro figli e divenne presidente del Movimento Laureati dell’Azione Cattolica e direttore della rivista “Studium”. 
Tra il 1943 ed il 1945 iniziò ad interessarsi di politica, guardando prima verso la componente della “destra” socialista e successivamente al costituendo movimento democristiano, aderendo alla componente dossettiana, la “sinistra DC”. Nel 1946 divenne vicepresidente della Democrazia Cristiana e fu eletto all’Assemblea Costituente, entrando a far parte della Commissione incaricata di redigere il testo costituzionale e, nel 1948, venne nominato sottosegretario agli esteri nel gabinetto De Gasperi. Divenne professore ordinario di diritto penale presso l’Università di Bari. 
Nel 1953 venne rieletto alla Camera e fu presidente del gruppo parlamentare democristiano; nel 1955 fu ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni e nel 1956 fu tra i primi eletti nel consiglio nazionale della DC durante il VI congresso nazionale del partito. Durante i governi Zoli e Fanfani ricoprì la carica di Ministro della Pubblica Istruzione, introducendo lo studio dell’educazione civica nelle scuole. 
Nel 1963 ottenne il trasferimento all’Università di Roma, in qualità di titolare della cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura penale presso la Facoltà di Scienze Politiche. Fino al 1968 ricoprì la carica di Presidente del Consiglio alla guida di governi di coalizione con il Partito Socialista Italiano insieme ai Socialdemocratici e ai Repubblicani.

Dal 1969 al 1974, assunse l’incarico di ministro degli Esteri, per divenire nuovamente Presidente del Consiglio fino al 1976, quando fu eletto Presidente del consiglio nazionale del partito. 
Fu uno dei leader politici che maggiormente prestarono attenzione al progetto del cosiddetto Compromesso storico di Enrico Berlinguer, che aveva proposto una innovativa alleanza politica fra Comunisti, Socialisti e Cattolici, in un momento di profonda crisi economica, sociale e politica in Italia. 
Nel 1978 Moro, presidente della Democrazia Cristiana, fu tra 98 coloro che individuarono una strada percorribile per un governo di “solidarietà nazionale” che includesse anche il PCI, sia pure senza ministri nella prima fase di attuazione. 
Il progetto politico si proponeva di arrivare ad una alternanza di governo che consentisse a tutte le formazioni popolari del Paese di far valere i propri progetti e programmi, per far sì che la rappresentanza della maggior parte dei cittadini avesse la possibilità di partecipare al governo del Paese. Il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, l’auto che trasportava Moro dall’abitazione alla Camera dei Deputati fu intercettata in via Fani da un commando delle Brigate Rosse, che assassinarono Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Raffaele Jozzino, uomini della sua scorta.

Il presidente della Democrazia Cristiana venne sequestrato e tenuto prigioniero per 55 giorni, finchè venne ritrovato, cadavere, il 9 maggio nel cofano di una Renault 4 a Roma, in via Caetani, volutamente vicina sia a Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana e via delle Botteghe Oscure, dove era situata la sede nazionale del Partito Comunista Italiano.

Biografia di Peppino Impastato

Peppino Impastato nacque il 5 gennaio 1948 a Cinisi, in provincia di Palermo, da una famiglia di legata alla mafia (tra gli altri il padre Luigi era stato inviato al confino duranteil periodo fascista per legami con la mafia e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso in unagguato nel 1963). 
Nel 1965 fonda il foglio “L’idea socialista” e aderisce al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigenziale, alle attività dei gruppi della Nuova Sinistra, sostenendo le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. 
Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali e nel 1976 fonda Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini sottolineando il ruolo del capomafia Gaetano Badalamenti nei traffici internazionali di droga. Il programma più seguito della radio era la trasmissione satirica “Onda pazza”. 
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, ma viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio dello stesso anno, durante la campagna elettorale, facendo esplodere il suo corpo sui binari della ferrovia con il tritolo. Giuseppe Impastato viene comunque simbolicamente eletto con 260 voti al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura classificarono l’omicidio come atto terroristico in cui aveva perso la vita l’attentatore stesso, riferendosi anche ad una lettera che Peppino aveva scritto anni prima. Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che si distaccano pubblicamente dalla parentela mafiosa, ai compagni di militanza di Peppino e al Centro siciliano di documentazione di Palermo (nato nel 1977 e intitolato a Giuseppe Impastato nel 1980), viene individuata la matrice mafiosa del delitto e viene riaperta l’inchiesta giudiziaria. 
Il 9 maggio del 1979, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese.

Nel 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, in base alle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato i lavori del primo pool antimafia e venne assassinato nel luglio del 1983, emise una sentenza, firmata da Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, anche se questo 104 rimane attribuito ad ignoti. 
Nel 1986 vengono pubblicati il volume “La mafia in casa mia”, scritto dalla madre di Giuseppe Impastato, Felicia Bartolotta, e il dossier “Notissimi ignoti”, nei quali viene indicato come mandante del delitto Impastato il boss Gaetano Badalamenti, condannato in quel periodo a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza connection. Nel gennaio 1988, il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti e4 anni più tardi archivia il caso dell’omicidio di Peppino, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma lasciandolo a carico di ignoti, anche se venne ipotizzata una responsabilità dei mafiosi di Cinisi. 
Nel
maggio del 1994 il Centro Impastato chiede la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, perchè venga interrogato sul delitto Impastatoil nuovo collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio; l’inchiesta viene quindi formalmente riaperta. 
Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. 
I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti si costituiscono parte civile. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. 
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo condanna a 30 anni di reclusione; l’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.

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L'ombra che arriva su Capaci e via D'Amelio

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di Giuseppe d’Avanzo (la Repubblica.it )

CI sono due frasi che – tragiche e spaventose, se vere – vanno estratte dal reticolo di parole dette a Torino da Gaspare Spatuzza. Condannato all’ergastolo per sette stragi e quaranta omicidi, ora testimone dell’accusa, il mafioso di Brancaccio definisce con una formula inedita Cosa Nostra. La dice "un’organizzazione terroristica mafiosa". La novità è nell’aggettivo terroristica, naturalmente.

Mai un mafioso lo aveva detto e ammesso. Dirlo, ammetterlo conferma che, dentro Cosa Nostra, esiste (o è esistito) un forte potere centrale di decisione, la presenza di una forza militare molto efficiente e determinata, ma soprattutto la volontà di abbandonare, al tramonto della Prima Repubblica, la tradizionale posizione di deferenza parassitaria verso l’establishment per condizionare le politiche, gli uomini e i governi della Seconda. La risoluzione – anche al prezzo di offrire l’indiscutibile prova della propria esistenza – postula la volontà di Cosa Nostra di costringere a un "patto" lo Stato, le classi dirigenti, il sistema politico nella scia un’escalation terroristica. Nel solco di questa strategia c’è la seconda, drammatica dichiarazione, ancora senza riscontro, che Gaspare Spatuzza ha offerto all’aula di Torino.

È un j’accuse che non si era mai letto nei verbali di interrogatorio acquisiti al processo: "Berlusconi e Dell’Utri sono i responsabili delle stragi del 1992/1993". Il 1992 è l’anno degli eccidi di Capaci e di via D’Amelio. Quindi, non solo dell’assalto ai beni artistici della penisola (Uffizi, Torre dei Pulci, l’Accademia dei Georgofili a Firenze; la Galleria di Arte moderna a Milano; San Giovanni in Laterano e S. Giorgio al Velabro a Roma), ma il capo del governo e il suo più stretto collaboratore, nell’avventura imprenditoriale e politica, sarebbero addirittura gli ispiratori anche dell’assassinio con il tritolo di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Paolo Borsellino (19 luglio 1992).

Con poche frasi che nessuno in aula ha avuto voglia di approfondire per il momento (accettabile forse per la difesa, incomprensibile per l’accusa), Gaspare Spatuzza riscrive così le mappe che hanno orientato finora le mosse dei magistrati; la geografia dell’ambiguità endemica della politica italiana nei confronti della mafia; gli archetipi e le prassi di Cosa Nostra. La prima prova pubblica del mafioso di Brancaccio come testimone dell’accusa – diventata happening mediatico, teatro un po’ noioso, spettacolo mediocre – incuba tutte le originalità di una stagione che può avere effetti micidiali per la scena politica e istituzionale, lungo le linee di confine dove la politica incontra la mafia, negli ingranaggi della macchina giudiziaria. L’alambicco genera molte cose nuove. Possono essere memorizzate in qualche quadro.

Morte di un processo, Spatuzza prepara l’esplosivo per fare secco Paolo Borsellino. Ruba l’auto, la "prepara" per via D’Amelio. Non è, nel 2008, tra i condannati. Ora si autodenuncia. Offre le prove della sua responsabilità diretta (dice: controllate i freni dell’auto, sono nuovi perché – prima della strage – li ho voluti rifare). I controlli confermano e smascherano i "collaboratori di giustizia" di quel processo risolto con condanne definitive. Si chiamano Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino. Si erano autoaccusati. Candura ora ammette le fandonie. Tutti i processi, nati dall’assassinio di Paolo Borsellino vanno celebrati di nuovo, liberando gli innocenti.

Quelle sentenze, la loro "verità storica" è ormai scritta sull’acqua. Spatuzza incamera un’alta credibilità (come liquidarlo da questo momento?). Infligge al lavoro istruttorio della procura di Caltanissetta uno sbrego perché le confessioni decisive sono impure. Apre una questione: chi ha deciso e orientato il gioco pericoloso degli investigatori, così selettivamente sordi ai dati da convalidare le parole di Candura e Scarantino, mediocri narratori, forse addirittura a scrivergliele? Quale interesse hanno coltivato in quegli anni difficili (1992/1994) le burocrazie della sicurezza? Strategia unica Giovanni Falcone muore perché doveva morire, perché doveva essere punito. Paolo Borsellino, per ragioni ancora oggi misteriose. Questo ci è stato sempre raccontato. La morte di Falcone, l’assassinio di Borsellino – al contrario – non sono due iniziative distinte, separate da un doppio movente.

Spatuzza rovescia convinzioni antiche di 17 anni con un ricordo. Dice: mi occupai io dell’esplosivo di via D’Amelio. Lo ritirammo a Porticello prima del "botto" a Capaci. Dunque la distruzione dei due magistrati è l’obiettivo di un piano che, fin dall’inizio, prevedeva anche la morte di Borsellino. L’omogeneità del progetto mafioso liquida – meglio, attenua – l’oscura controversia intorno alla "trattativa" avviata dagli ufficiali del Ros con Vito Ciancimino. Scioglie l’ipotesi che Borsellino sia morto perché, consapevole della trattativa dello Stato con i Corleonesi, vi si era opposto. Disegna un’altra scena.

Capaci, via D’Amelio, nel 1992, le bombe in continente, nel 1993, sono tappe di una lucida e mirata progressione terroristica che avrebbe dovuto distruggere nemici giurati e sapienti, aprire la strada a un sistema politico più poroso agli interessi di una Cosa Nostra, umiliata e sconfitta con la sentenza della Cassazione (1992) che rendeva definitive le condanne del primo grande processo alla mafia istruito dal pool di Caponnetto e Falcone. Trattative Se sfuma il valore del negoziato tra lo Stato e Cosa Nostra nel 1992, Spatuzza afferma che la trattativa con il sistema politico non si è mai spezzata. Mai, perché è stata sempre viva e costante dalla fine degli anni ottanta fino ad oggi. All’inizio (1987/1989) furono i socialisti, crasti che molto promisero e nulla mantennero. E’ la ragione che conduce a Roma, nel 1991, la créme dell’Anonima Assassini di Cosa Nostra.

Nella Capitale sono Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori. Hanno "armi leggere". Devono uccidere Claudio Martelli (ministro di Giustizia), Giovanni Falcone (direttore degli Affari Penali), Maurizio Costanzo. Accade qualcosa in quel momento, dice Gaspare Spatuzza. Il tentativo rientra. Falcone sarà ucciso a Palermo con metodi terroristici, subito dopo Borsellino. Perché? Il testimone ritiene che, in quel momento, accade qualcosa. Muta il progetto. Appaiono nuovi soggetti. Non sono ancora un partito politico, ma presto lo diventeranno. E’ ingenuo pensare che Forza Italia nasca come "partito della mafia" come se l’esistenza di uno o più punti di contatto tra la macchina politica e la macchina mafiosa stabilisca un pieno rapporto di identità, come è altrettanto ingenuo credere che la nascita di un nuovo partito incubi in un vuoto pneumatico, nell’Italia delle sempreterne connessioni tra politica, affarismo e crimine. Dove sono i punti di giuntura di quel "sottomondo" che si immagina attivissimo nella crisi catastrofica del "sovramondo" della Prima Repubblica?

Spatuzza fa con chiarezza i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Sono loro i punti di giuntura e i mediatori e i garanti della nuova stagione. Sono loro "i responsabili", dice. Dunque, sono Berlusconi e Dell’Utri gli interlocutori di un Giuseppe Graviano che, in un giorno del gennaio 1994, annuncia gongolante ai tavoli del Doney di via Veneto a Roma che "tutto è andato a posto" e che "ci siamo messi il Paese nelle mani".

Enfasi a parte, ancora a Berlusconi e Dell’Utri pensano gli "uomini d’onore", si fa per dire, quando Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo dice: "Se non arriva quel che ci hanno promesso, è tempo che noi parliamo con i magistrati". E’ il 2004. Il negoziato è ancora in corso, con tutta evidenza. Cosa Nostra attende le mosse accondiscendenti del potere e, senza illusioni o lungimiranza, prepara i suoi nuovi passi. Con una formula mai così esplicitamente sperimentata: parlare con i magistrati e accusare chi "li ha venduti". Quindi, nella resa dei conti si utilizzerà lo Stato contro lo Stato, la magistratura contro il potere esecutivo che ha "tradito gli impegni" all’inizio di un nuovo ciclo di compromissioni politiche. E’ questa la trappola che abbiamo sotto gli occhi e lo scenario scandaloso a cui dobbiamo prepararci? E’ questa la missione di Gaspare Spatuzza? Le parole di un Capo Sono quelle che ancora mancano. Dice la verità, Spatuzza? Mente? O, come spesso accade ai testimoni, il mafioso di Brancaccio percepisce gli eventi di quegli anni a modo suo, se li è impressi nella memoria e la memoria li ha trasformati?

Anche per Spatuzza, come per Buscetta, Contorno, Mannoia, Cancemi, Giuffré, si pone una questione antica per le storie e i processi contro Cosa Nostra e i suoi protettori e amici esterni: il punto di vista dei mafiosi disertori non è mai stato quello della leadership che ha trattato direttamente con i grandi politici – mai una parola da Riina, Provenzano – ma quello dei "quadri, cui i capi hanno spiegato come stavano le cose, nella misura in cui ciò fosse possibile e opportuno". Il rischio è dare per buone le parole di una leadership mafiosa che, per governare uomini e territori, deve autocelebrarsi e autoaccreditarsi con capi, soldati, gregari facili a deformare le informazioni che ricevono, a semplificarle strumentalmente, incapaci di distinguere la complessità dei meccanismi che regolano il funzionamento del potere ufficiale.

Questa condizione oggi può essere spezzata dalle parole di Giuseppe e Filippo Graviano, attesi in aula l’11 dicembre. Sarà la loro testimonianza a mostrare, smentire od occultare il ricatto che la Cosa Nostra siciliana sembra spingere contro il governo e lo Stato. Finora i fratelli di Brancaccio hanno come accompagnato l’iniziativa di Gaspare Spatuzza. Gli hanno mostrato affetto e rispetto. Non si sono rifiutati al confronto con il disertore, al dialogo con i pubblici ministeri. Giocano una loro partita, che è ancora alla prima mano. Si sono detti "dissociati". Lo ha fatto Filippo. Giuseppe ha promesso "una mano d’aiuto per ricostruire la verità" delle stragi. Quindi, accettando di conoscerla dinanzi a un magistrato, ammettendo di esserne uno degli attori anche se non il protagonista. Burattini e burattinai La nuova strategia di Cosa Nostra vede la magistratura in un ruolo quasi ancillare. Deve raccogliere le parole dei testimoni; interpretare – per districarle – le "mezze parole" che anche leader come i fratelli Graviano lasciano cadere nei verbali; accettare il deposito di "pizzini" che Massimo Ciancimino consegna ai pubblici ministeri, decidendo in autonomia la convenienza e l’utilità.

La magistratura non appare oggi padrona del gioco. Con una guida delle indagini frammentate in quattro procure (Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) più la procura nazionale antimafia, è testimone di una trama che non controlla, al più interpreta in attesa di vedere quali saranno le cose nuove che accadranno. Non la favorisce il silenzio di Silvio Berlusconi. La mafia lo chiama esplicitamente in causa. Ha già taciuto, avvalendosi della facoltà di non rispondere, nel primo grado e, ora che lo indicano addirittura come il responsabile delle stragi, tace ancora. Non sa che cosa ha in mente Cosa Nostra, che cosa vogliono Spatuzza e i Graviano. Incastrato da qualche incontro pericoloso e infognato in un mestiere dai risvolti opachi, fiuta insidie anche nelle domande apparentemente innocue. Nega tutto e non si accorge che, in poche mosse, potrebbe finire confinato in una posizione insostenibile, da dove minacciano di sradicarlo finanche gli avvocati di Marcello Dell’Utri che, dicono, di "non escludere di convocarlo come testimone" in un processo che non ha ancora liberato tutta la sua esplosività.

9 Maggio 1978: Il giorno che assassinarono Aldo Moro e Peppino Impastato

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Biografia di Aldo Moro

Aldo Moro nacque il 23 settembre 1916 a Maglie, in provincia di Lecce. Conseguita la Maturità Classica al Liceo “Archita” di Taranto, si iscrisse presso l’Università degli studi di Bari alla Facoltà di Giurisprudenza e conseguì la laurea con una tesi su “La capacità giuridica penale”.
Partecipò attivamente alla Federazione Universitaria Cattolica Italiana, di cui fu presidente nazionale nel periodo 1938-1941. Nel 1943 fondò a Bari il periodico “La Rassegna”, che venne stampato fino al 1945, anno in cui sposò Eleonora Chiavarelli, dalla quale ebbe quattro figli e divenne presidente del Movimento Laureati dell’Azione Cattolica e direttore della rivista “Studium”.
Tra il 1943 ed il 1945 iniziò ad interessarsi di politica, guardando prima verso la componente della “destra” socialista e successivamente al costituendo movimento democristiano, aderendo alla componente dossettiana, la “sinistra DC”. Nel 1946 divenne vicepresidente della Democrazia Cristiana e fu eletto all’Assemblea Costituente, entrando a far parte della Commissione incaricata di redigere il testo costituzionale e, nel 1948, venne nominato sottosegretario agli esteri nel gabinetto De Gasperi. Divenne professore ordinario di diritto penale presso l’Università di Bari.
Nel 1953 venne rieletto alla Camera e fu presidente del gruppo parlamentare democristiano; nel 1955 fu ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni e nel 1956 fu tra i primi eletti nel consiglio nazionale della DC durante il VI congresso nazionale del partito. Durante i governi Zoli e Fanfani ricoprì la carica di Ministro della Pubblica Istruzione, introducendo lo studio dell’educazione civica nelle scuole.
Nel 1963 ottenne il trasferimento all’Università di Roma, in qualità di titolare della cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura penale presso la Facoltà di Scienze Politiche. Fino al 1968 ricoprì la carica di Presidente del Consiglio alla guida di governi di coalizione con il Partito Socialista Italiano insieme ai Socialdemocratici e ai Repubblicani.

Dal 1969 al 1974, assunse l’incarico di ministro degli Esteri, per divenire nuovamente Presidente del Consiglio fino al 1976, quando fu eletto Presidente del consiglio nazionale del partito.
Fu uno dei leader politici che maggiormente prestarono attenzione al progetto del cosiddetto Compromesso storico di Enrico Berlinguer, che aveva proposto una innovativa alleanza politica fra Comunisti, Socialisti e Cattolici, in un momento di profonda crisi economica, sociale e politica in Italia.
Nel 1978 Moro, presidente della Democrazia Cristiana, fu tra 98 coloro che individuarono una strada percorribile per un governo di “solidarietà nazionale” che includesse anche il PCI, sia pure senza ministri nella prima fase di attuazione.
Il progetto politico si proponeva di arrivare ad una alternanza di governo che consentisse a tutte le formazioni popolari del Paese di far valere i propri progetti e programmi, per far sì che la rappresentanza della maggior parte dei cittadini avesse la possibilità di partecipare al governo del Paese. Il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, l’auto che trasportava Moro dall’abitazione alla Camera dei Deputati fu intercettata in via Fani da un commando delle Brigate Rosse, che assassinarono Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Raffaele Jozzino, uomini della sua scorta.

Il presidente della Democrazia Cristiana venne sequestrato e tenuto prigioniero per 55 giorni, finchè venne ritrovato, cadavere, il 9 maggio nel cofano di una Renault 4 a Roma, in via Caetani, volutamente vicina sia a Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana e via delle Botteghe Oscure, dove era situata la sede nazionale del Partito Comunista Italiano.

Biografia di Peppino Impastato

Peppino Impastato nacque il 5 gennaio 1948 a Cinisi, in provincia di Palermo, da una famiglia di legata alla mafia (tra gli altri il padre Luigi era stato inviato al confino duranteil periodo fascista per legami con la mafia e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso in unagguato nel 1963).
Nel 1965 fonda il foglio “L’idea socialista” e aderisce al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigenziale, alle attività dei gruppi della Nuova Sinistra, sostenendo le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.
Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali e nel 1976 fonda Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini sottolineando il ruolo del capomafia Gaetano Badalamenti nei traffici internazionali di droga. Il programma più seguito della radio era la trasmissione satirica “Onda pazza”.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, ma viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio dello stesso anno, durante la campagna elettorale, facendo esplodere il suo corpo sui binari della ferrovia con il tritolo. Giuseppe Impastato viene comunque simbolicamente eletto con 260 voti al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura classificarono l’omicidio come atto terroristico in cui aveva perso la vita l’attentatore stesso, riferendosi anche ad una lettera che Peppino aveva scritto anni prima. Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che si distaccano pubblicamente dalla parentela mafiosa, ai compagni di militanza di Peppino e al Centro siciliano di documentazione di Palermo (nato nel 1977 e intitolato a Giuseppe Impastato nel 1980), viene individuata la matrice mafiosa del delitto e viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese.

Nel 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, in base alle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato i lavori del primo pool antimafia e venne assassinato nel luglio del 1983, emise una sentenza, firmata da Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, anche se questo 104 rimane attribuito ad ignoti.
Nel 1986 vengono pubblicati il volume “La mafia in casa mia”, scritto dalla madre di Giuseppe Impastato, Felicia Bartolotta, e il dossier “Notissimi ignoti”, nei quali viene indicato come mandante del delitto Impastato il boss Gaetano Badalamenti, condannato in quel periodo a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza connection. Nel gennaio 1988, il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti e4 anni più tardi archivia il caso dell’omicidio di Peppino, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma lasciandolo a carico di ignoti, anche se venne ipotizzata una responsabilità dei mafiosi di Cinisi.
Nel maggio del 1994 il Centro Impastato chiede la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, perchè venga interrogato sul delitto Impastatoil nuovo collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio; l’inchiesta viene quindi formalmente riaperta.
Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.
I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti si costituiscono parte civile. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo condanna a 30 anni di reclusione; l’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.

Cossiga: «Le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale»

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Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero Ministro dell’Interno.
 
In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito… Lasciarli fare (gli universitari, ndr).

Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università infiltrare il movimento con agenti provocatori; che devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri.
 
Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale.
Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano.
Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine, sì… questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio".
La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c’è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente ”.

Questo è uno stralcio dell’intervista di Andrea Cangini all’ex-Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che fu Ministro degli Interni alla fine degli anni ’70, oggi senatore a vita.

Ma già il 25 gennaio del 2007 in una intervista di Aldo Cazzullo per “Il Corriere della Sera” aveva dichiarato:

Cosa risponde a chi le rimprovera di aver soffiato sul fuoco del ’77?
«La migliore risposta la potrebbe dare Fausto Bertinotti. Quell’anno lo incontrai a Torino. Parlammo a lungo. Tornato a casa, disse alla moglie: questo è il ministro dell’Interno più democratico che potessimo avere».

Non ha nulla da rimproverarsi?
«Ho uno scrupolo. Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Francesco Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici, accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì. Ma la chiusura di quello sfogatoio spostò molti verso le Brigate rosse e Prima Linea».

Sta dicendo che se potesse tornare indietro non manderebbe più i blindati all’università di Roma o a Bologna?
«Mi farei più furbo. Incanalando la violenza verso la piazza, l’avremmo controllata meglio, e alla lunga domata. Riconquistando la piazza, si spinsero le teste calde verso la violenza armata».

Quindi Cossiga ha confessato. Ne va preso atto. Ha solo detto quello che la maggior parte degli italiani sapeva: l’Italia non è una vera democrazia. Forse non lo è mai stata. Quante fandonie ci hanno raccontato da Piazza Fontana in avanti? Sul G8 di Genova? Chi ha attivato il timer delle stragi di Stato?

Cossiga ci ha fornito una lezione magistrale della strategia della tensione. Però, ora, dopo quelle frasi, va dimesso dal Senato e ritirata la sua nomina a presidente emerito della Repubblica Italiana. Vogliamo sperare che qualche deputato o senatore avanzi la proposta in Parlamento.
Se rimane al suo posto è una vergogna per il Paese e un insulto ai professori e agli studenti. Non va picchiato, è anche lui un docente anziano. Va solo accompagnato in una villa privata e avere molta cura di lui.

Un consiglio ai ragazzi: portate alle manifestazioni una telecamera, riprendete sempre chi compie atti di violenza. Vedremo chi sono, da dove vengono, se sono dei ‘facinorosi’, come dice o “agenti provocatori pronti a tutto”, come suggerisce Cossiga.

9 maggio 1978 – 9 maggio 2008. Aldo Moro e Peppino Impastato

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Trent’anni fa, la mattina del 9 maggio, a Roma, in via Caetani, a pochi passi dalla sede della Democrazia Cristiana e da Botteghe Oscure, fu ritrovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse.
Ricordiamo tutti la fotografia della Renault 4 con il portellone aperto che mostrava al mondo la tragedia di un uomo che diventò ben presto la tragedia di un intero popolo attonito e smarrito.
Quel tragico evento tenne in ombra e nel silenzio la tragedia di un altro uomo meno conosciuto ai più che si chiamava Peppino Impastato di cui ci piace raccontare la sua storia sconosciuta.

Peppino Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963). Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un’attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino “L’Idea socialista” e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1976 fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.

Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di suicidio. Grazie all’attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l’inchiesta giudiziaria.

Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese. Nel maggio del 1984 l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla “Pizza Connection”. Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti.

Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.

Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.

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