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Vento di mafia

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L'Italia top secret delle armi chimiche

Migliaia di tonnellate di bombe letali prodotte dal fascismo. Finite in mare davanti Ischia e la Puglia. Dove continuano a seminare i loro veleni. Un libro ricostruisce la storia degli ordigni più orribili.

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L'impianto di Civitavecchia che imprigiona le scorie velenose in cilindri di cemento

di Gianluca Di Feo (L'Espresso.it)

Questa è la storia di un segreto di cui tutti si vergognano. Ministri, generali, industriali, professori lo hanno difeso con il silenzio per generazioni, fino a farne perdere la memoria e farlo svanire nel nulla. Il protagonista di questo libro è un fantasma immortale: ancora oggi continua ad uccidere, lo fa da ottant'anni. Ha divorato vittime innocenti in Libia e in Etiopia, poi si è accanito sulla salute degli italiani. È entrato nella nostra aria, nella nostra acqua, nella nostra terra.
Ed è ancora lì: alle porte di Roma, alla periferia di Milano, nel golfo di Napoli, nel mare di Bari, sulla costa di Pesaro, sulle rive del Lago Maggiore, nei fiumi d'Abruzzo. Ovunque. Progettato per essere invisibile, prosegue indisturbato nella missione assassina per cui è stato generato. Semina la morte, soffoca i corpi con malattie incurabili, di cui nessuno vuole indagare l'origine. Questa è la storia dei veleni – creati dalla dittatura fascista e protetti dalla Repubblica democratica – che hanno trasformato gli angoli più belli della Penisola in cimiteri di vampiri che minacciano di uscire dalle loro bare in qualunque momento. È la storia di esperimenti orribili e dimenticati: di batteri e tossine trasformati in bombe provate sulle spiagge del Lazio, della Liguria e della Sardegna, di nubi di bacilli scagliate sui combattenti spagnoli che lottavano per la libertà, di insetti mutati in killer da scienziati nazisti senza scrupoli.

Questa è la storia di industriali che si sono arricchiti distillando sostanze letali, entrando in società con i finanziatori dell'Olocausto, violando qualunque legge. Di decine di fabbriche che, grazie al segreto di Stato, hanno scaricato il loro sangue marcio nei fiumi, nei terreni, nelle riserve idriche. Di impianti mai bonificati, veri e propri scheletri tossici che costellano il nostro Paese. Ministri eletti dal popolo italiano e generali delle nostre forze armate hanno deliberatamente taciuto, coprendo con il silenzio gli arsenali nascosti nei boschi della Tuscia, dell'Umbria, della Maremma, occultando gli stabilimenti proibiti della provincia di Roma e di Milano. Una storia infinita, perché ancora oggi le scorie di questi arsenali non hanno trovato una tomba sicura e continuano ad accumularsi in un bosco di Civitavecchia. Questo è un viaggio nell'abisso più nero del nostro Paese: la storia delle armi chimiche italiane. Attraverso i documenti inediti ritrovati negli archivi britannici, americani e tedeschi si è ricostruito un capitolo vergognoso della nostra Storia. Attenzione: non è storia passata, è il nostro presente. Le armi chimiche sono state progettate per essere immortali. Sono cancerogene e possono anche causare mutazioni genetiche. Ma soprattutto le armi chimiche sopravvivono a lungo nel terreno e nell'acqua, fedeli alla loro missione assassina: le migliaia di bombe che giacciono nel mare di Ischia, di Manfredonia, di Foggia, di Molfetta possono ancora uccidere.
Eppure questo segreto è stato difeso con ogni strumento. Ancora oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano varato da Benito Mussolini all'inizio della guerra prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30 mila tonnellate di gas ogni anno; i documenti britannici analizzati in questo libro – decine di file con rapporti segreti, relazioni diplomatiche, verbali di riunioni del governo, minute di interventi di Winston Churchill e altri atti riservati che riguardano un periodo dal 1923 al 1985 – sostengono che si possa trattare di una quantità «tra le 12.500 e le 23.500 tonnellate » ogni anno, ancor di più durante l'occupazione nazista del Nord. Si trattava di iprite, che divora la pelle e uccide togliendo il respiro. Di fosgene, che ammazza provocando emorragie nei polmoni. Di miscele a base di arsenico, che entrano nel sangue fino a spegnere la vita.

A questo arsenale sterminato si sono aggiunte le armi schierate al Nord dai tedeschi e quelle importate al Sud dagli americani e dagli inglesi. L'ultimo saggio pubblicato negli Usa da Rick Atkinson sostiene che solo gli statunitensi dislocarono negli aeroporti del Sud 200 mila bombe chimiche. Fu proprio durante uno di questi trasferimenti nel porto di Bari che nel dicembre 1943 una nave piena di iprite esplose, contaminando acqua e aria: il disastro, il più grave mai avvenuto nel mondo occidentale, venne tenuto nascosto. Winston Churchill in persona ordinò di tacere, e in tal modo i feriti non hanno potuto ricevere cure adeguate. Ma dei cittadini baresi aggrediti dal gas non si è mai saputo nulla. Quanti hanno ereditato leucemie, tumori, devastazioni ai polmoni? L'inferno di Bari è stato un danno collaterale nell'equilibrio del terrore. Come è accaduto con le testate nucleari durante la Guerra fredda, tutti gli eserciti dovevano possedere armi chimiche per impedire che i nemici le usassero, temendo la rappresaglia. E come è accaduto per le atomiche, solo i capi di governo decidevano la sorte di queste armi che non dovevano cadere in mano agli avversari.

Così fu Hitler a dare il via libera alla prima di tante operazioni nefaste: affondare nell'Adriatico oltre 4.300 grandi bombe tossiche. Grazie ai documenti degli archivi tedeschi sappiamo che si trattava di 1.316 tonnellate di testate all'iprite, gran parte delle quali si trovano ancora nei fondali a sud di Pesaro. Dopo il 1945 gli Alleati si liberarono del loro arsenale di gas e di quello catturato agli sconfitti. I files dell'US Army – documenti in parte ancora segreti – rivelano che molte decine di migliaia di ordigni chimici vennero inabissati in una «discarica chimica» nel Golfo di Napoli, davanti all'isola di Ischia. Lo stesso è accaduto in Puglia, partendo daManfredonia, dove altre decine di migliaia di testate con veleni made in Usa furono annegate. I rapporti la descrivono come una manovra piena di incidenti: molti ordigni andarono letteralmente alla deriva. Questo colossale cimitero sottomarino libera lentamente i suoi spettri: le bombe si corrodono e rilasciano iprite e arsenico. L'unico studio condotto nel 1999 dagli esperti dell'Icram ha trovato tracce delle due sostanze negli organi dei pesci di quella zona e nei fanghi del fondale. Il responsabile dei ricercatori, Ezio Amato, ha denunciato una situazione agghiacciante: «I pesci del basso Adriatico sono particolarmente soggetti all'insorgenza di tumori, subiscono danni all'apparato riproduttivo, sono esposti a mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi».

Ma i mostri tossici non dormono soltanto in fondo al mare. In molti sono stati ignari di abitare in quartieri che sorgono intorno, o addirittura sopra, a vecchi stabilimenti di armi chimiche, in molti sono stati all'oscuro della reale produzione di queste fabbriche. Miscele cancerogene, che hanno minato l'ecosistema, inquinando aria, terra, acqua. L'Acna di Rho ha convogliato i suoi scarichi nella falda idrica che scorre verso il centro di Milano, quella di Cesano Maderno ha contaminato la Brianza e sempre in Lombardia a Melegnano dai suoli della Saronio continuano a sbucare nuvole nocive. I dossier dell'intelligence britannica parlano di 60-65 mila tonnellate di armi chimiche prodotte a Rho, 50-60 mila tonnellate a Cesano Maderno, altre decine di migliaia a Melegnano. Il tutto secondo le priorità di guerra, scaricando fanghi e scarti nei fiumi e nei campi. I militari italiani per tutto il dopoguerra hanno protetto due stabilimenti di gas top secret: uno a Cerro al Lambro, davanti al casello milanese dove nasce l'Autostrada del Sole, l'altro aCesano di Roma, nel territorio della capitale. Sono stati smantellati soltanto nel 1979, senza notizie di un risanamento sistematico. Non si sa nemmeno se ci sia stata una bonifica dei laboratori sperimentali di via del Castro Laurenziano, nel cuore di Roma, accanto alle aule della Sapienza e ai condomini, dove si testavano i nuovi gas.

Quando, dopo la caduta del muro di Berlino, i generali hanno deciso di abbattere le loro riserve chimiche, le sorprese non sono mancate. Tutti i governi italiani avevano negato la presenza di gas bellici sul territorio nazionale; Giulio Andreotti nel 1985 lo aveva addirittura ribadito davanti al Parlamento. E invece esistevano almeno tre bunker, ripuliti poi nel massimo segreto. Il più importante era sul lago di Vico. Un'installazione colma di misteri e pericoli: durante i lavori nel 1996 una nube di fosgene è scappata via e ha raggiunto la strada, aggredendo un ciclista. Quell'uomo è l'ultima vittima europea delle armi chimiche. Solo nel 1997 si è scoperto che l'Esercito aveva messo da parte almeno 150 tonnellate di iprite del modello più micidiale, mescolata con arsenico. In più c'erano oltre mille tonnellate di adamsite, un gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E 40 mila proiettili chimici. Per neutralizzarli è stato creato un impianto modello a Civitavecchia che imprigiona le scorie velenose in cilindri di cemento.

La fabbrica di pace lavora senza sosta dal 1993 e continuerà a farlo almeno fino al 2015. Lì i cilindri di cemento all'arsenico, custodi testamentari del delirio chimico, continuano ad aumentare: sono già molte migliaia, in attesa che venga individuato un deposito definitivo dove seppellirli. E forse un giorno qualcuno si porrà il problema delle discariche sottomarine. Gli ordigni seminati dagli americani sono spesso a pochi metri di profondità: un incredibile self service per qualunque terrorista, che potrebbe mettere le mani sulle armi più potenti per scatenare l'apocalisse. Abbiamo invaso l'Iraq per cercare le armi di distruzione di massa, invece sarebbe bastato tuffarsi nelle acque di Molfetta o di Ischia per trovarne a migliaia. Arrugginite fuori, micidiali dentro.

Il nostro mare? Una bomba ad orologeria

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L’allarme era già scattato in luglio, quando il Liberatorio Politico aveva chiesto informazioni a più riprese, senza ricevere alcuna risposta, al Sindaco di Molfetta sugli eventuali  monitoraggi fatti nelle acque interessate alla presenza delle bombe all’iprite.
Di fronte al silenzio delle istituzioni cittadine lo stesso Liberatorio il 25 agosto ha chiesto ufficialmente all’ A.R.P.A. Puglia  (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) un monitoraggio delle acque marine comprese nello specchio d’acqua antistante Torre Gavetone per verificare eventuali presenze di sostanze tossiche riconducibili agli ordigni bellici a caricamento chimico presenti.
La richiesta scaturiva da una preoccupante segnalazione di un cittadino che aveva denunciato, nella giornata del 27 luglio scorso, degli strani sintomi di bruciore, non consueto, che la propria moglie aveva avvertito a livello del proprio apparato genitale dopo aver trascorso una giornata al mare in località Torre Gavetone.
Nelle ore successive all’evento traumatico, le manifestazioni erano diventate più dolorose e durante un consulto medico era stata riscontrata l’infiammazione vaginale esterna ed interna con gravi lesioni dell’epitelio della mucosa.
La lesione ha richiesto un intervento chirurgico con il laser mentre lo stato infiammatorio, che nei giorni successivi si è ulteriormente accresciuto, è stato affrontato attraverso terapie diverse con l’uso successivo di differenti prodotti antinfiammatori senza inizialmente riuscire ad incidere né sul dolore né sullo stato infiammato dei tessuti.
Il ginecologo ha subito scartato l’ipotesi di un agente microbico come origine di tali problematiche, ed ha ipotizzato l’origine delle lesioni da un contatto con sostanza fortemente urticante la cui origine non è stato in grado di stabilire. Si è trattato comunque di qualcosa che può essere entrata in contatto con il costume da bagno e di lì essere stata assorbita dalla cute.
E’ importante rilevare che anche un’altra donna, anche lei presente sulla stessa spiaggia il 27 luglio, ha manifestato, dopo 24 ore, la stessa identica sintomatologia (infiammazione esterna e, parzialmente, interna, lesione interna, dolori), in una forma però molto più lieve.
 
Questi i casi di cui si ha conoscenza, ma non si può escludere che ce ne siano stati altri non segnalati o non ricondotti alla permanenza in mare, senza parlare delle numerose centinaia di casi di bagnati che questa estate hanno accusato malesseri vari riconducibili all’alga tossica.

Invece sono note le segnalazioni e denunce che in queste ultime settimane alcuni pescatori molfettesi hanno presentato non solo al Sindaco e alla Capitaneria di Porto, ma anche alla stessa A.R.P.A. che ha effettuato nei giorni scorsi prelievi di campioni di acqua lungo la costa molfettese.
Le mani di Vitantonio Tedesco, presidente della Cooperativa “Piccola Pesca”, parlano da sole.
Mani gonfie, vescicate e spazi interdigitali screpolati. Lui e gli altri compagni della cooperativa sono stanchi di negare l’esistenza di qualcosa di misterioso che li attacca ogni volta che salpano le loro reti. I loro occhi lacrimano, tossiscono e, a volte, manca il respiro.

“E’ da parecchi anni – dice Vitantonio – che questa storia va avanti, ma non volevamo parlarne perché avevamo paura che ci impedissero di continuare a pescare; ma ora la situazione peggiora giorno dopo giorno, e forse pensiamo anche alla nostra salute. Non è stato facile – aggiunge – prendere la decisione di denunciare la presenza di questa sostanza che sembra “coca-cola”; sappiamo bene che molti nostri colleghi non approvano questa nostra decisione, ma noi siamo determinati e non torniamo più indietro. Vogliamo conoscere la verità, vogliamo sapere che cos’è quella sostanza scura maleodorante che viene su insieme alle nostre reti e che ci costringe ad imbottirci di antibiotici. E poi, anche i pesci cominciano a cambiare, spesso peschiamo pesci malati, con strane chiazze sulla pancia ”.

Forse quest’ultima considerazione potrebbe essere correlata ad un dossier dell'Istituto per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (I.C.R.A.M.), che rappresenta il risultato di due anni ('98-99) di indagini in mare e di campionamento e analisi delle acque e dei pesci, in un tratto di mare esteso per 10 miglia nautiche e che si trova a 35 miglia al largo di Molfetta Questa bomba ecologica è il frutto dello smaltimento di armamenti obsoleti a caricamento chimico avvenuta nell’immediato dopoguerra. Una situazione nota alle autorità politiche e militari, ma sempre sottaciuta per ovvi motivi.
Il rapporto finale del coordinatore delle indagini, il biologo Ezio Amato, riportato in numerosi servizi giornalistici de “l’Espresso” e della rivista scientifica “Galileo”, parla in maniera inequivocabile.
In quei fondali c'è una vera santabarbara: bombe a mano, da aereo, da mortaio, mine, quasi tutte a "caricamento speciale". In alcuni casi l'aggressivo chimico è conservato in bidoni anch'essi adagiati sui fondali, e che, a causa della corrosione, continuano a rilasciare sostanze letali,  Vescicanti (iprite e lewisite); asfissianti (fosgene e difosgene); irritanti (adamsite); tossici della funzione cellulare (ossido di carbonio e acido cianidrico).
A seconda dei casi, queste sostanze provocano la distruzione delle cellule umane, attaccando occhi, pelle e apparato respiratorio; alterano la trasmissione degli stimoli nervosi.
Negli organismi che ne entrano in contatto, siano esse allo stato liquido o gassoso, le sostanze provocano bruciore, edema, congiuntiviti, congestioni in naso, gola, trachea e bronchi, danni polmonari cronici e asfissia. E non basta: scientificamente provate sono anche le alterazioni genetiche.
Quando non c'è un danno immediato agli occhi, è il sistema respiratorio ad accusare i sintomi più evidenti dell'intossicazione: "Dolore toracico, tosse, ipofonia e faringodinia", scrive in un altro suo studio il dott. Giorgio Assennato. Esposizioni gravi producono la morte per insufficienza respiratoria e polmonite. E, soprattutto, tumori.
Quanto ai danni provocati nell'ambiente marino, lo studio dell'Icram è chiaro. I campioni prelevati dai ricercatori, acqua, sedimenti e pesci, sono stati sottoposti a quattro diverse metodologie d'analisi che indicano la sussistenza di danni e rischi per gli ecosistemi marini determinati da inquinanti persistenti rilasciati dai residuati corrosi. In particolare, grazie ai confronti con esemplari della stessa specie prelevati nel Tirreno meridionale, le analisi hanno rivelato nei pesci dell'Adriatico "tracce significative di arsenico e derivati dell'iprite". Particolarmente rilevanti "le alterazioni a carico di milza e fegato". Per quanto riguarda la milza è stato osservato un "aumento di volume, consistenza diminuita e presenza di noduli". Altre alterazioni a carattere più sporadico sono state riscontrate a carico delle branchie con presenza di emorragie. È stata anche riscontrata la presenza di parassiti in branchie, cavità addominale e tessuto cutaneo. Cosa significa tutto questo in linguaggio meno tecnico?  "Che i pesci dell'Adriatico", spiega Ezio Amato, "sono particolarmente soggetti all'insorgenza di tumori; subiscono danni all'apparato riproduttivo; sono esposti a vere e proprie mutazioni genetiche che portano a generare esemplari mostruosi".
Non essendoci limitazioni alle attività di pesca, questi pesci continuano a finire sulle tavole dei consumatori. Con quali conseguenze per la nostra salute?
E non basta. Si aggiunga a questo la presenza di un certo numero di bombe sganciate da aerei durante la crisi del Kosovo, per le quali recenti notizie lasciano temere che possa sussistere la presenza di uranio impoverito. Quindi è indispensabile mettere in atto ogni possibile misura per verificare se i prodotti ittici sbarcati nei porti adriatici presentino anomalie, sia per la radioattività superiore alla norma, sia per la presenza di sostanze chimiche tossiche.

Liberatorio Politico
Matteo d'Ingeo

Il boss disse: date a Cesaro

Il re dei rifiuti accusa il coordinatore campano del Pdl: lo vidi incontrare il capoclan. E parla di un patto segreto tra il deputato e i casalesi.

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di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi

Una gigantesca zona grigia, dove diventa impossibile distinguere i confini tra camorra, imprenditoria e politica. I verbali di Gaetano Vassallo, l’imprenditore che per vent’anni ha gestito il traffico di rifiuti tossici per conto dei boss casalesi, vanno al cuore del patto criminale che ha avvelenato una regione. Descrivendo accordi inconfessabili che sostiene di avere visto nascere sotto i suoi occhi. Una testimonianza che chiama direttamente in causa i vertici campani di Forza Italia, quelli a cui Silvio Berlusconi ha affidato proprio la pulizia di Napoli. Oltre al sottosegretario Nicola Cosentino, uomo forte del Pdl nella regione, il gran pentito dei rifiuti ha accusato anche il coordinatore del partito, l’onorevole Luigi ‘Gigi’ Cesaro. Un ex funzionario della Asl di Caserta che si sarebbe conquistato la simpatia personale del Cavaliere bombardandolo con spedizioni settimanali di mozzarella di bufala: 20 chili per volta. "Silvio mi ha detto: ”Gigi, la tua mozzarella la mangio perché so che i tuoi amici la fanno con cura. E non ti farebbero mai un torto’".

Il parlamentare, secondo il collaboratore di giustizia, sarebbe stato "un fiduciario del clan Bidognetti": la famiglia di Francesco Bidognetti, detto ‘Cicciotto ‘e Mezzanotte’, il superboss condannato all’ergastolo in appello nel processo Spartacus e che assieme a Francesco ‘Sandokan’ Schiavone ha dominato la confederazione casalese.

Vassallo riferisce ai magistrati le rivelazioni di due pezzi da novanta della cosca casertana: "Mi spiegarono che Luigi Cesaro doveva iniziare i lavori presso la Texas di Aversa e che in quell’occasione si era quantificata la mazzetta che il Cesaro doveva pagare al clan. Inoltre gli stessi avevano parlato con il Cesaro per la spartizione degli utili e dei capannoni che si dovevano costruire a Lusciano attraverso la ditta del Cesaro sponsorizzata dal clan Bidognetti".

Frasi di seconda mano? Il collaboratore di giustizia dichiara di essere stato testimone diretto dell’incontro tra il parlamentare e Luigi Guida, detto ‘o Drink, che tra il 1999 e il 2003 ha guidato armi alla mano la famiglia Bidognetti per conto del padrino detenuto. "Io mi meravigliai che il Cesaro avesse a che fare con Guida…". Quello che viene descritto è un patto complesso, che coinvolge i referenti di più partiti e i cassieri di più famiglie camorristiche. L’affare è ricco: la riconversione dell’area industriale dismessa dalla Texas Instruments in una zona ottimamente collegata. Una delle storie della disfatta tecnologica del Sud: nonostante l’accordo per il rilancio, nel 1999 lo stabilimento viene venduto a una immobiliare di Bologna e chiuso, con la mobilità per 370 dipendenti. Poi nel 2005 la ditta del fratello di Cesaro ottiene il permesso per costruirvi una nuova struttura industriale. Ma nulla nei piani dei Cesaro assomiglia a una riconversione produttiva. Infatti l’anno scorso parte il tentativo di cambiarne la destinazione, bloccato dalla protesta di opposizione e cittadini. La zona resta inutilizzata ma strategica: tra poco vi sorgerà una fermata del metrò. E dieci giorni fa è stato presentato un altro progetto, che avrebbe forti sponsor in Regione, per farvi nascere negozi e parcheggi.

Ancora più lucrosa sarebbe stata la trasformazione dei poderi di Lusciano, un paesone incastonato tra Caserta e Napoli, in aree industriali, dove poi insediare aziende possedute dai padrini. Un ciclo economico interamente deviato dal potere della criminalità, che deforma il territorio e il tessuto imprenditoriale grazie al controllo assoluto delle amministrazioni locali e alla disponibilità di capitali giganteschi. Tra i protagonisti delle deposizioni anche Nicola Ferraro, businessman dei rifiuti e leader casertano dell’Udeur, tutt’ora consigliere regionale nonostante un arresto e le accuse di vicinanza alla famiglia di ‘Sandokan’ Schiavone: "Nicola Ferraro era il garante politico economico ed era colui che coordinava l’operazione, mentre il Guida era quello che interveniva al Comune di Lusciano direttamente sul sindaco e sull’ingegnere dell’ufficio tecnico per superare i vari ostacoli. Chiaramente molti terreni agricoli prima di essere inseriti nel nuovo piano regolatore venivano acquistati dal gruppo Bidognetti a basso prezzo dai coloni e intestati a prestanome". Poi il racconto entra nei dettagli: "Il Ferraro aveva il compito di cacciare i soldi per conto del gruppo Bidognetti per liquidare i coloni. Una volta divenuti edificabili, i lotti venivano assegnati a ditte di persone collegate al clan, quali l’azienda di Cesaro, che in cambio dell’assegnazione versava una percentuale al clan".

Un ruolo di primo piano, quello del parlamentare: "Luigi Cesaro era stato scelto dal gruppo Bidognetti quale fiduciario e gestore dell’operazione". I sindaci, i tecnici comunali e i progettisti che hanno gestito queste varianti urbanistiche sono tutti di Forza Italia. Il partito a cui aveva aderito anche Vassallo. E che nella regione è guidato da Cosentino e Cesaro: i due politici che affiancano Berlusconi nei frequenti bagni di folla partenopei, i due uomini indicati dal pentito come referenti dei padrini casalesi.

Il Pdl campano ha fatto quadrato contro le accuse di Vassallo pubblicate da ‘L’espresso’ nel numero scorso. Il sottosegretario Cosentino le ha respinte con fermezza, dicendosi pronto alle dimissioni se venisse trovato un solo riscontro. Anche Luigi Orsi, fratello dell’imprenditore assassinato a giugno, ha negato di avere versato bustarelle al sottosegretario. Ma le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli avrebbero trovato numerose conferme al quadro delineato da Vassallo. Le inchieste stanno delineando una collusione tra interessi criminali, economici e partiti che è difficile ignorare. E che pone interrogativi inquietanti sul futuro di una regione che già versa in condizioni drammatiche. Ma nel parlamento nazionale e in quello regionale la vicenda è stata sostanzialmente ignorata: di camorra, politica e rifiuti meglio parlarne alla prossima emergenza.