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La confisca dei beni alle mafie: un'occasione di sviluppo

banner_micromegadi Lorenzo Frigerio – www.liberainformazione.org

Pasta e vino, e con essi altri frutti della terra prodotti di utilizzo quotidiano e anche una colata di calcestruzzo sono oggi i veri simboli della lotta alle mafie, i segni tangibili che la battaglia contro le cosche può essere vinta, creando occasione di sviluppo e lavoro nel pieno rispetto della legalità. La pasta e il vino sono quelli realizzati dalle cooperative di giovani che lavorano i terreni confiscati alle mafie e che oggi sono commercializzati in tutto il Paese con il marchio di qualità e legalità “Libera Terra”; il cosiddetto “calcestruzzo della legalità”, invece, è quello prodotto a Trapani dalla nuova cooperativa “Calcestruzzi Ericina Libera”, inaugurata agli inizi del febbraio 2009. 

Libera Terra, qualità nella legalità
“Libera Terra” è il marchio attribuito ad una ricca serie di prodotti (oltre una ventina oggi e tutti di alta qualità organolettica e ricavati con i metodi dell’agricoltura biologica) frutto delle fatica quotidiana dei giovani agricoltori delle cooperative sociali che aderiscono a “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, il cartello di associazioni antimafie che dal 1995, sotto la guida di Don Luigi Ciotti, già fondatore del Gruppo Abele, coniuga percorsi di impegno civile e sociale, con progetti di formazione nelle scuole per studenti e docenti, iniziative di informazione e sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza.

Nel corso degli anni i prodotti con il marchio “Libera Terra” sono cresciuti di importanza e hanno acquisito mercato e notorietà in Italia e nel mondo. I vini Centopassi, prodotti dalla Cooperativa Placido Rizzotto e dalla Cooperativa Pio La Torre, che hanno avuto in affidamento dal Consorzio Sviluppo e Legalità dell’Alto Belice Corleonese alcuni importanti vigneti, si stanno affermando sempre più e, nelle recenti edizioni delle più prestigiose guide enologiche italiane, hanno riportato voti altamente lusinghieri. Basti pensare che alla prossima edizione di Vinitaly, in programma a Verona in aprile, saranno presentati tre nuovi vini biologici di alta qualità, mandati in produzione in singoli vigneti. 

Singolare anche la modalità di costituzione delle cooperative, che viene attuata con la selezione dei cooperanti mediante bando pubblico: oltre alle mansioni lavorative, è richiesta una piena adesione al progetto di lavoro su terreni confiscati alle mafie. Si vuole che quanti saranno scelti siano assolutamente consapevoli della delicatezza del loro ruolo, anche in termini di funzione educativa e sociale. Nasce così la “Placido Rizzotto” in Sicilia nel 2001, a cui si aggiungono successivamente le cooperative “Valle del Marro” in Calabria, “Pio La Torre” in Sicilia e “Terre di Puglia” nel Salento. In occasione della Giornata della memoria e dell’impegno, promossa da Libera a Napoli nel 2009 a cui hanno partecipato oltre 150.000 persone provenienti da tutta Italia e anche da fuori – un numero imprevedibile, ripetutosi però anche nel 2010 a Milano – ha preso avvio formalmente il processo di costituzione di una nuova cooperativa chiamata a gestire una fattoria sociale con annesso caseificio, su terreni che sono stati confiscati al clan dei Casalesi; il traguardo ambizioso ma perseguibile è la prossima produzione di mozzarelle di bufala, altro prodotto biologico che si possa aggiungere ai tanti fin qui realizzati, in meno di un decennio. La nuova cooperativa si chiama “Le Terre di Don Peppe Diana”, in ricordo del coraggioso sacerdote ucciso a Casal di Principe il 19 marzo del 1994. 

Il calcestruzzo della legalità

Alle diverse cooperative che lavorano le terre restituite un tempo di proprietà mafiosa e ora confiscate dallo Stato, recentemente si è aggiunta una nuova realtà, parzialmente diversa in ragione dell’oggetto sociale: la cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera costituita da sei soci, un tempo dipendenti della stessa azienda confiscata a Vincenzo Virga, boss trapanese. 

L’azienda che produce calcestruzzo, dal giugno 2000, quando viene confiscata, è gestita in amministrazione giudiziaria e ci vogliono quasi dieci anni per trasferire i beni aziendali della Calcestruzzi Ericina alla cooperativa che, nel frattempo, viene costituita dai lavoratori: quasi dieci anni perché possa nascere finalmente la Calcestruzzi Ericina Libera, grazie all’impegno e alla collaborazione di diversi soggetti, dalla Prefettura di Trapani, alle forze dell'ordine e alla magistratura, dall’Agenzia del Demanio a realtà produttive come Unipol e Legacoop, con una regia complessiva esercitata da Libera.  

Questi anni servono anche per rinnovare le strutture per la produzione di calcestruzzo, ma anche per realizzare un impianto all’avanguardia per il riciclaggio di inerti: anziché finire al macero, o peggio essere abbandonati con gravi danni per l’ambiente circostanti, materiali da discarica possono essere trasformati per essere impiegati nuovamente in edilizia. Una nuova sfida imprenditoriale che però consente alla nuova cooperativa di misurarsi in modo competitivo all’interno del mercato delle costruzioni potendo contare anche su alcune risorse tecnologiche di non poco conto.

Un mercato, quello dell’edilizia, che ancora oggi risente in larga parte dell’influente presenza negativa delle cosche, non solo al sud, come testimoniato anche da una recente operazione dell’Arma dei carabinieri che ha portato alla luce in tentativi di infiltrazione, in parte andati purtroppo a buon fine, negli appalti dell’Alta Velocità alle porte di Milano e in quelli per i lavori di ammodernamento della A4 nella tratta tra Bergamo e Milano. 

In questi anni la rete di Libera ha consentito alle cooperative di operare in serenità e guardando al futuro, nonostante le intimidazioni, gli attentati e le preoccupazioni che quotidianamente i cooperanti devono affrontare, rischiando molto anche in termini economici. Non dimentichiamo, infatti, che i beni restano di proprietà dello Stato, secondo la formula del comodato, cioè del prestito d’uso gratuito. 

L’art. 416 bis e le misure patrimoniali

Se queste sono le eccellenze, se questi i segni di un cambiamento possibile, occorre fare un passo indietro per capire come si è arrivati a questi straordinari risultati, pur tra mille difficoltà. La strategia di attacco ai patrimoni mafiosi è frutto di una lunga elaborazione da parte di politici, magistrati, esponenti della società civile, che prende le mosse quasi quarant’anni fa. È sul finire degli anni Sessanta che due grandi processi alle cosche siciliane, celebrati a Bari e Catanzaro per motivi di ordine pubblico, terminano con una scandalosa serie di assoluzioni per insufficienza di prove. Ciò accade per la mancanza di una previsione legislativa del reato di associazione mafiosa: se è complicato ma possibile provare un omicidio o un traffico di sostanze stupefacenti, diventa praticamente impossibile provare l’esistenza di un’associazione mafiosa vera e propria. 

L’esito negativo di quei processi rinfocola così la polemica contro quelle che vengono tacciati di essere teoremi, ardite ricostruzioni della magistratura da parte di chi non vede l’ora di dire che la mafia non esiste, che il mafioso è solo un uomo che sa farsi giustizia da sé, che la cultura mafiosa è propria di alcune regioni e destinata a scomparire con l’arrivo del progresso e dello sviluppo nel Mezzogiorno d’Italia. Ingenuità, opportunismi, collusioni, cointeressenze: tutti atteggiamenti che confluiscono nel creare alibi sociologici e culturali, fino a metterne in dubbio la stessa esistenza, ad una vera realtà criminale, strutturata su base territoriale, con rigide regole d’affiliazione e di appartenenza e i cui obiettivi sono l’accumulazione di profitti illeciti e la ricerca costante e continua con il potere legale, per inquinarlo e trarne ogni tipo possibile di vantaggio. 

Ci vogliono quasi vent’anni prima che lo Stato si possa dotare di una serie di norme che colpiscano l’associazione mafiosa in quanto tale. E ci vogliono anche un gran numero di omicidi eccellenti prima che le intuizioni di Pio La Torre, deputato nazionale e segretario del Partito Comunista in Sicilia, prendano finalmente valore di legge. 

Grazie alla sintesi delle sue conoscenze del fenomeno mafioso – una conoscenza maturata nel corso di anni di lotta sindacale nei latifondi per dare dignità e lavoro ai contadini, sottomessi dalla violenza mafiosa – e degli approfondimenti investigativi di alcuni magistrati, come Cesare Terranova e Gaetano Costa, prende corpo una serie di norme, tra cui l’articolo 416 bis che introduce nel Codice Penale il reato di associazione di tipo mafioso e le misure di prevenzione patrimoniale. Accanto alla sorveglianza speciale e all’obbligo di soggiorno, si prevede il sequestro e l’eventuale confisca di tutti i beni disposti “a carico delle persone nei cui confronti possa essere proposta una misura di prevenzione perché indiziate appartenere ad associazioni di tipo mafioso”. Nel caso in cui non si riesca a provare la lecita provenienza di questi beni, è prevista la confisca in via definitiva degli stessi.

È questo il cuore del problema, secondo La Torre: per colpire le cosche mafiose occorre colpirne la fase di accumulazione e reinvestimento dei capitali. La Torre, Terranova, Costa, come molti altri in quei terribili anni, pagano con la vita il loro impegno nel contrasto alle mafie. Quella che passa alla storia come la Legge “Rognoni – La Torre” – la legge, infatti, prende il nome dal Ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni, e dal politico che più di tutti si era speso nel dare una nuova lettura del fenomeno mafioso, La Torre appunto – viene finalmente approvata soltanto all’indomani dell’ennesimo delitto eccellente annunciato, quello del Prefetto di Palermo, Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso insieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro e all’autista Domenico Russo il 3 settembre 1982.

Dal maxiprocesso alle stragi del 1992

Grazie alla previsione del terzo comma dell’articolo 416 bis C.P1., il pool dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, costituito da Rocco Chinnici e poi, dopo la sua morte violenta (un’autobomba piazzata sotto casa il 29 luglio 1983), guidato da Antonino Caponnetto, riesce a istruire il primo maxiprocesso alle cosche palermitane, portando alla sbarra centinaia e centinaia di uomini di Cosa Nostra. Lo Stato sembra riscuotersi da un torpore durato decenni e supporta in pieno e con ogni mezzo l’azione della magistratura che si avvale per la prima volta del contributo determinato dei collaboratori di giustizia, più conosciuti dall’opinione pubblica come “pentiti”: mafiosi cioè che decidono di fare un accordo con lo Stato per avere salva la vita e, in cambio, rilasciare importanti dichiarazioni sull’organizzazione mafiosa. 

Il maxiprocesso è uno spartiacque fondamentale nella lotta alle mafie: Cosa Nostra è visibile dopo decenni di polemiche e incertezze, i boss vengono processati, le collusioni e le infiltrazioni vengono messe allo scoperto. Dopo le condanne, che diventeranno definitive il 31 gennaio 1992, scatenando una nuova stagione di sangue, non è più possibile dire che la mafia non esiste.
La magistratura si misura anche con gli strumenti di prevenzione patrimoniale, ma nonostante i primi successi, gli sforzi sembrano immani, forse e soprattutto perché manca ancora qualcosa.

Quel qualcosa nasce grazie all’impegno di un network nazionale di associazioni che nasce dopo le terribili stragi del 1992, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino con otto agenti di scorta: quell’estate di fuoco, seguita da un biennio carico di rischi per la tenuta democratica del nostro Paese, tra stragi e trattative, segna un punto di non ritorno nella lotta alle mafie. Appare ormai chiaro con tutta evidenza che non basta l’attività repressiva, pur importante, di forze dell’ordine e magistratura per battere le mafie. Serve qualcosa di diverso, qualcosa che tolga consenso sociale alle cosche e crei le condizioni per prevenire il fenomeno. Nasce così “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, chiamando a raccolta associazioni, scuole, cittadini e le più varie tra loro espressioni e realtà della vita quotidiana, per creare forme di impegno stabile nella lotta alle mafie. 

Il primo impegno del costituito network antimafia è la raccolta di oltre un milione di firme di cittadini per la presentazione di un testo di legge che rilanci con forza le centralità del versante patrimoniale nel contrasto alle mafie. “Vogliamo che lo Stato sequestri e confischi tutti i beni di provenienza illecita, da quelli dei mafiosi a quelli dei corrotti. Vogliamo che i beni confiscati siano rapidamente conferiti, attraverso lo Stato e i Comuni, alla collettività per creare lavoro, scuole, servizi, sicurezza e lotta al disagio”: così si apre l’appello sotto il quale appongono la loro firma oltre un milione di italiani. Quella proposta di iniziativa popolare diventa la Legge 7 marzo 1996, n. 109 approvata a camere ormai sciolte, in vista della imminente scadenza elettorale: una legge che oggi consente il riutilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi, in alternativa all’utilizzo da parte dello Stato per finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile.   

Grazie all’utilizzo sociale, si dimostra che quanto le mafie hanno tolto alla collettività con violenza, inganno, illecito torna alla stessa società con l’impiego dei medesimi per uno scopo collettivo, di crescita civile. Le diverse forme di riutilizzo sociale sono anche un mezzo per sottrarre consenso agli uomini delle mafie nei territori di appartenenze, per far vedere come la giustizia prevale sempre e comunque sull’illegalità.

I numeri della “Mafia S.p.A.”

Dall’entrata in vigore della legge ad oggi, molti progetti di riutilizzo dei beni confiscati sono andati a buon esito: case, terreni e aziende hanno conosciuto una seconda vita, potendo diventare nel luogo di confisca un segno della vittoria dello Stato. Eppure non mancano coloro che restano scettici sulla capacità di sottrarre veramente i beni alle mafie. Infatti, secondo una stima fatta dalla Direzione Investigativa Antimafia e ripresa dal settimanale economico “Il Mondo”, tra il 1992 e il 2006 sarebbero stati sequestrati ai boss beni per un valore di oltre 4 miliardi di euro, mentre il valore delle confische ammonterebbe solo a 744 milioni. Alcuni dicono che bisogna moltiplicare per dieci queste cifre, per avvicinarsi alla realtà, tenuto conto della svalutazione e dell’entrata in vigore dell’euro. In realtà, si tratta pur sempre di stime sulle quali non fare troppo affidamento, in quanto diventa difficile determinare con esattezza l’esatto valore di terreni, abitazioni o aziende. 

Un valore quello di questi beni che viene comunque diminuito nel passaggio attraverso le varie fasi necessarie per arrivare al riutilizzo a fini sociali: dal momento del sequestro alla confisca definitiva; dalla confisca al provvedimento di destinazione del bene; infine, dalla consegna all’uso effettivo, sociale o istituzionale non importa. La perdita di valore può dipendere dagli atti di vandalismo effettuati dagli stessi proprietari di un tempo che non sopportano che altri possano godere di quelle che continuano a considerare proprie ricchezze; ma il nemico più pericoloso resta l’usura dovuta al mancato utilizzo. Non a caso le maggiori difficoltà si incontrano quando si tratta di operare un minimo di manutenzione per ripristinare l’utilizzo del bene o riavviare le coltivazioni.

Facendo una valutazione complessiva di quanto è stato confiscato, si consideri come, in data 1 novembre 2010, gli immobili e le aziende sottratte alle mafie erano 11.152, la maggior parte concentrata nelle isole (con la Sicilia a quota 4.971) e nel sud del paese (Campania 1.679 e Calabria ferma a 1.544). Da registrare il dato della Lombardia (957) che contende la quarta piazza alla Puglia (906), dimostrando quale via prendano i profitti mafiosi nella fase di riciclaggio dei capitali illeciti. Questa ultima considerazione è confermata dall’analisi della classifica delle regioni per numero di aziende confiscate. La Lombardia si trova al terzo posto con 195, dietro soltanto a Sicilia (516) e Campania (268).

Ora confrontiamo questi numeri con la realtà economica delle mafie nel loro insieme. Una presenza criminale che, nel corso dei decenni, si è fatta impresa, multinazionale del crimine. Stando all’ultimo rapporto SOS Impresa, pubblicato nel gennaio del 2010, il fatturato complessivo delle mafie nostrane sfiora i 135 miliardi di euro all’anno. Altrettanto impressionante è il dato dell’utile della holding mafiosa: si parla di quasi 80 miliardi di euro all’anno.
In questi mesi si parla, sempre più spesso a sproposito, di emergenza sicurezza, puntando i riflettori della pubblica opinione di volta in volta sugli sbarchi clandestini, le aggressioni brutali ai danni di clochard e, in ultimo, gli stupri nelle metropoli,. Fermo restando la drammaticità delle situazioni appena elencate, nessuno che abbia invece detto chiaramente che la vera emergenza, senza ombra di dubbio, è costituita dalla presenza delle mafie nel nostro paese e dalla loro criminale capacità di infiltrare il tessuto sociale ed economico della nostra vita quotidiana. 

 

 

Stasera alle 18.30: "DAL BENE CONFISCATO AL BENE COMUNE"

locandina 4 marzo Il Presidio di Libera – Molfetta, dopo gli incontri pubblici di gennaio, torna a dialogare con la cittadinanza venerdì 4 marzo alle ore 18,30 nella Sala Finocchiaro della Fabbrica di San Domenico

La manifestazione denominata "Dal bene confiscato al bene comune” intende attrarre l’attenzione dei molfettesi su un preciso interrogativo “Dal 2002 a Molfetta ci sono dei beni confiscati. Quale sarà il loro utilizzo?”. 

Infatti, come non tutti sapranno, nella nostra città sono presenti cinque beni confiscati, ovvero un locale ad uso generico in Vico S. Alfonso 8, un terreno agricolo in Contrada Piscina Messere Mauro, e tre appartamenti, rispettivamente, in via Arco Catecombe n.12 – 14, vico I° S. Stefano 2 e via S. Nicola 48. Riassegnati al Comune dal 2002, sono stati, parzialmente, riutilizzati. 

Il Presidio di Libera – Molfetta, dunque, con questa conferenza, intende sensibilizzare la cittadinanza sulla presenza di questi beni confiscati, ed inoltre portare all’attenzione dell’attuale Amministrazione la necessità di far chiarezza sulla loro assegnazione secondo la prescrizione della legge 109/96. 

A rafforzare la legittimità di questa richiesta durante la serata ci saranno i racconti degli intervenuti. Si partirà dall’esperienza a livello nazionale nell’ufficio presidenza di Libera di Davide Pati, che parlerà dei risultati raggiunti con la suddetta legge e delle problematiche legate all’assegnazione e al riutilizzo dei beni confiscati. Si passerà poi all'esperienza anche locale, oltre che nazionale, di Cosmo Damiano Stufano, vice presidente nazionale di Avviso Pubblico e responsabile per l’associazione dell’area Beni Confiscati. Stufano con Avviso Pubblico si è occupato sia dei beni confiscati, e già riutilizzati, nella città di Giovinazzo che dell'azione degli altri comuni e delle istituzioni nella lotta alle mafie. 

Per concludere, ci sarà l’intervento di Matteo d'Ingeo, rappresentante del coordinamento di Libera – Molfetta, attivo sin dai tempi dell'Osservatorio 7 Luglio nella lotta per il riconoscimento del sindaco Gianni Carnicella come vittima di mafia ed inoltre da sempre propositivo ed operativo sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata attraverso forme molteplici di associazionismo, cittadinanza attiva e movimenti politici. 

Per informazioni utili sull’evento del 4 marzo, è possibile contattare direttamente il Presidio scrivendo all’indirizzo di posta elettronica presidiolibera.molfetta@gmail.com.

L'anno che verrà. Le sfide e le incognite del 2011


italietta_copy_1di Roberto Morrione – www.liberainformazione.org

Cosa porta con sé l’anno che verrà? Nessuno può dirlo, in un’Italia incerta e divisa, dove la crisi politica si fonde con la crisi economica e sociale, dove la progressiva caduta di un sistema di potere con la sua incapacità e non volontà di fronteggiare enormi problemi irrisolti non trova una alternativa di governo unitaria e praticabile, dove l’opinione pubblica è condizionata da un’informazione incapace di liberarsi da condizionamenti e vuoti di memoria. E dove si profilano minacce dal sapore eversivo, che hanno ancora di mira una giustizia eguale per tutti e richiamano in modo inquietante le fiamme finali quasi profetiche del Caimano di Nanni Moretti.
Se un’Italia delusa, emarginata, impoverita, affida ogni giorno individuali drammi esistenziali e il suo futuro collettivo alla saggezza del Capo dello Stato, che appare un’isola di certezza in un mare scuro e periglioso, siamo davvero all’ultima stazione di un percorso che, almeno per ora, non trova sbocchi.

In una situazione di così pesanti inquietudini, per coloro che hanno scelto la strada dell’impegno civile contro ogni forma di sopraffazione criminale, l’anno che verrà vuol dire alcune parole semplici, ma non usurate, quali libertà, eguaglianza, etica, solidarietà, responsabilità, partecipazione, giustizia, memoria, speranza. Sono  valori  gelosamente affermati dalla nostra Costituzione, le parole-chiave di ogni vera democrazia. Ciascuna ha dentro di sé un patrimonio di storia, cultura, testimonianze, sacrifici, lotte sociali, spesso percorso dal sangue per difenderle dall’arroganza che anima un potere autoreferenziale,  nemico di ciò che ostacola il profitto e un sistema di privilegi senza morale, ostile a ogni regola di legalità, cioè a una legge eguale per tutti.

In un Paese dove il 10 per cento della popolazione concentra il 50 per cento della ricchezza  nazionale, l’anno che verrà ci chiama a non dimenticare gli ultimi, gli esclusi. Che abbiano il volto sofferente degli immigrati respinti da leggi vergognose condannate dalle istituzioni internazionali, come il grido disperato degli operai senza lavoro di fronte a una globalizzazione che nasconde corruzione e profitto sulla loro pelle e sul destino delle imprese italiane o la protesta dei giovani espulsi dal mondo formativo, dei ricercatori e degli insegnanti precari costretti a portare altrove e all’estero il proprio sapere o di chi ha naturali predisposizioni sessuali non omogenee ai conformismi politici e religiosi imperanti, oggi oggetto di discriminazione e odiosi atti razzisti.

Come delle donne e degli uomini vittime ogni giorno della malasanità o costretti a vivere nell’incubo delle frane e delle inondazioni frutto di speculazione e della distruzione del patrimonio paesaggistico e agricolo o dei tanti operatori della cultura e del patrimonio artistico, insostituibile risorsa della nazione, annientati dalla visione barbara e nichilista di chi afferma (mentendo) che “tanto con la cultura non ci si sfama”!

Nell’anno che verrà si dirà una parola finale alla tragedia della rottura sindacale, del diktat ricattatorio del grande manager internazionale della Fiat che ha cancellato di colpo le faticose conquiste del lavoro rappresentate dal contratto nazionale dei metalmeccanici, mettendo all’angolo la Confindustria ed escludendo dalle trattative il più grande sindacato dei lavoratori. Le sorti di Termini Imerese e Mirafiori diventano solo merce di scambio, nella passività di un governo assente o più facilmente complice.

Ed è ancora per mantenere fede a quelle parole che la società civile responsabile è chiamata nell’anno che verrà a intensificare la propria azione in difesa degli ultimi, a partire dal percorso di Libera e, per quanto riguarda la grande battaglia della libertà di stampa, di noi di Libera Informazione. Tanti e significativi i problemi che troveremo di fronte. La campagna contro la corruzione che Libera sta realizzando insieme con Avviso Pubblico, per attuare le direttive europee e le norme, previste dalla Finanziaria del 2007, per la confisca e l’uso sociale dei beni sottratti ai corrotti, la Carovana che dal Sud al Nord ormai invaso dall’economia criminale riciclata chiamerà istituzioni e opinione pubblica a battersi contro l’avanzata delle mafie, fino al buon funzionamento della nuova Agenzia per l’uso sociale dei beni confiscati su cui si è impegnato il ministro dell’Interno.

Toccando a marzo Potenza nel primo giorno di primavera, per ricordare le vittime innocenti delle mafie, stringersi attorno ai loro familiari, denunciare inadempienze, complicità del potere, indifferenze ed estraneità di tanti italiani ancora ignari di questo problema, soprattutto per l’uso di regime dei principali veicoli televisivi dell’informazione. E verranno i campi estivi nelle cooperative di Libera Terra, dove migliaia di ragazzi del Centro e del Nord Italia vivranno direttamente esperienze vere, di conoscenza, di memoria trasfusa nell’impegno sociale e culturale, anche ricordando quell’Italia unita, risorgimentale, ma resa attuale dalla Carta Costituzionale pilastro della Repubblica, che tanti vorrebbero oggi ignorare o addirittura spezzare.

Nell’anno che verrà, infine, Libera Informazione intensificherà la sua azione nei territori, nel Sud ed anche in tante regioni del Centro-Nord, sul web, con materiali stampati e multimediali, aprendosi ancora di più ai contributi dei siti liberi, dei blog, di web-radio locali, dei tanti giovani che superano l’inesistenza di risorse, l’ostilità e le minacce dei poteri mafiosi e della “zona grigia” che li appoggia, la solitudine di chi va controcorrente. Oltre alle convenzioni che cercheremo di moltiplicare con amministrazioni consapevoli dei pericoli  rappresentati dall’offensiva economica mafiosa, lavoreremo insieme con le rappresentanze dei giornalisti  per cambiare profondamente l’iniqua legge sulla diffamazione che, attraverso strumentali richieste di risarcimento civile, è usata oggi come una pistola alla tempia di chi si cimenta in inchieste e cronache sul malaffare e la corruzione. Saranno ancora una volta i territori il terreno più diretto dell’azione, costituendo comitati di appoggio e assistenza anche legale che non lascino sole le vittime documentate di querele e liti temerarie. 

L’anno che verrà dovrà essere dunque un anno di risveglio e di riscossa per l’informazione, che va finalmente riscattata dai tanti condizionamenti, vuoti e debiti etici che pesano sullo stato e sul futuro della nostra Italia alla ricerca dell’identità.

 

La criminalità a Molfetta

Antiracket

“La criminalità a Molfetta è circoscritta a fenomeni fisiologici, che rientrano nelle normali dinamiche di un popoloso centro urbano… Quel che accade quotidianamente a Molfetta non è sicuramente sintomatico di una situazione di compromissione dell'ordine pubblico. I reati predatori, con l'aumento degli squilibri sociali ed economici è destinato ad aumentare, come è già accaduto in tutti i territori.”

Queste non sono parole di un alieno, di passaggio da Molfetta, ma sono la sintesi di alcune dichiarazioni, riportate dalla stampa locale, del presidente dell’Associazione provinciale antiracket, Renato De Scisciolo.
Noi non sappiamo dove vive il sig. De Scisciolo e che conoscenza abbia della situazione delinquenziale e criminale molfettese, invece i componenti del LIBERATORIO Politico vivono a Molfetta e ne sono a conoscenza.

Molti di noi hanno vissuto in "prima linea" negli anni ’90 e sanno cosa è accaduto in città grazie alla sottovalutazione dei fenomeni di micro e macrocriminalità, non solo da parte di certa parte politica, ma anche delle forze dell’ordine che ritenevano, allora, la situazione molfettese non allarmante rispetto a tanti altri comuni della provincia di Bari.
Noi dissentiamo completamente da questo pensiero e da questa analisi e riteniamo invece che Molfetta, come purtroppo è avvenuto in passato, viva un momento di grande degrado morale e civile dove trovano terreno fertile micro e macro-criminalità.
Pertanto invitiamo l’Associazione Antiracket Provinciale ad occuparsi della realtà molfettese organizzando conferenze pubbliche in orari più consoni alla partecipazione dei cittadini in modo che ci si possa confrontare pubblicamente sui temi della criminalità locale. 

«Vogliamo una Molfetta Libera»

Presentato ieri il presidio molfettese dell’associazione antimafia di don Luigi Ciotti. Sarà aperto a tutti i cittadini a partire da lunedì 29 marzo

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di Lucia G. Binetti (www.molfettalive.it/…)

«Ma l’illegalità è di destra o di sinistra?».

«Difficile convincere i palermitani che la mafia va combattuta se garantisce più posti di lavoro delle istituzioni».

Sono due delle inconsapevoli provocazioni lanciate ieri dai convenuti alla presentazione del presidio molfettese di Libera.

Ma la mafia è solo in Sicilia, la ‘ndrangheta solo in Calabria? Niente affatto, visto che Milano è al quarto posto in Italia nell’elenco delle città con maggiori infiltrazioni mafiose. Tanto che proprio a Milano si svolgerà, il 20 marzo, la XV giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie.

Alessandro Cobianchi, coordinatore provinciale di Libera Bari, presentato da Marco di Stefano dell’Arci e Matteo d’Ingeo del Liberatorio, ha parlato di beni sequestrati ai mafiosi. Ed è proprio in uno di questi beni immobili che ha sede la sezione di Libera Bari, di fronte al crocicchio di strade dove fu assassinato nel 2001 il giovane Michele Fazio. E’ una coincidenza, ma la lotta alle mafie parte proprio da qui. Da un segno concreto su una stradina di pietra.

Di concretezza hanno parlato anche alcuni dei rappresentanti delle associazioni intervenute: il gioco delle regole si impara da piccoli, il disattenderle genera illegalità e, alla lunga, mafia.

Presenti alla serata e promotori dell’iniziativa Agesci, il circolo Arci "Il cavallo di Troia", l”associazione culturale Teatremitage, L’Auser, l’Azione cattolica, la Casa per la pace, la casa editrice La meridiana, Legambiente, la libreria Il Ghigno, il Liberatorio Politico, il punto pace Pax Christi, il Masci-don Tonino Bello.

Promosso dalle dodici associazioni cittadine, il presidio di Libera sarà aperto a tutti i cittadini a partire da lunedì 29 marzo e avrà sede provvisoria presso i locali della parrocchia Cuore Immacolato (ex San Filippo Neri).

L’Aquila, progetto case. Liquami scaricati nel fiume Aterno

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Scarico a cielo aperto a Bazzano – foto di Marco D’Antoni

di Angelo Venti (www.liberainformazione.org/…)

Gli scarichi degli insediamenti del PROGETTO CASE realizzati a L’Aquila dal Dipartimento di Protezione civile subito dopo il sisma del 6 aprile 2009, attualmente scaricano i liquami nei corsi d’acqua senza alcuna depurazione.
Come Presidio di Libera L’Aquila, in queste settimane, abbiamo effettuato una serie di sopralluoghi dopo che ci era pervenuta, attraverso il Comitato 3e32, la segnalazione di un cittadino che denunciava gli scarichi a cielo aperto dell’insediamento di Bazzano. Abbiamo così verificato che lo scarico delle fogne senza depurazione è reale almeno per i nuovi insediamenti di Bazzano, Sant’Elia, Paganica, Camarda e Assergi.

Più precisamente: il nuovo quartiere di Bazzano scarica direttamente nel fiume Aterno; quelli di Camarda e Paganica nel fiume Vera (affluente dell’Aterno), mentre l’insediamento di Assergi scarica, allacciandosi alle opere di scolo delle acque del ponte autostradale, nel fiume Raiale (affluente del Vera). Per gli altri insediamenti non abbiamo ancora dati certi, ma da una prima ricognizione la situazione non risulta diversa e lo stesso discorso vale anche per gli insediamenti dei MAP. Spesso le nuove fogne si allacciano alle condotte preesistenti, a loro volta prive di adeguati impianti di depurazione. Precisiamo che, per il solo Progetto CASE, stiamo parlando di nuovi alloggi appena realizzati e che ospitano migliaia di persone, i cui liquami finiscono nelle acque del fiume Aterno senza depurazione.
Così in Abruzzo l’emergenza del terremoto si è aggiunta a un’altra già preesistente, quella ambientale del fiume Aterno, il cui bacino è da sempre assediato dagli scarichi fuori norma di molti paesi, nuclei industriali e persino della Facoltà di ingegneria ambientale dell’Università dell’Aquila.
Proprio per “fronteggiare la crisi di natura socio-economico-ambientale determinatasi nell’asta fluviale del bacino del fiume Aterno”, il 9 marzo 2006, la Protezione civile era intervenuta con l’emanazione della OPCM 3504 e con la nomina di un Commissario delegato, il dott. Arch. ADRIANO GOIO. Tre anni dopo, nei giorni immediatamente successivi al terremoto, risultavano aperti solo alcuni cantieri per la realizzazione di depuratori, come quelli di Bazzano e Fossa, ma nessuno di loro sembra ancora in funzione.
Risulta che alcuni altri interventi parziali sono stati finora eseguiti sulle condotte fognarie preesistenti, ma dalle nostre ricognignozioni tali condotte non risultano ancora completate o allacciate a depuratori. Il caso del depuratore di Bazzano – inizio lavori gennaio 2009 e ultimazione prevista per il 21 gennaio 2010 – è emblematico. Come racconta Primo Di Nicola su L’espresso di oggi, lo stesso sarebbe stato ultimato in fretta e furia proprio per consentire a Berlusconi di presentare gli alloggi del quartiere simbolo di Bazzano il 29 settembre scorso, giorno del suo compleanno. Ma lo stesso depuratore si presenta come ultimato ma non attivo – pare – solo per i ritardi dell’Enel che da 7 mesi ancora non fornisce l’energia elettrica. “Ciononostante – si legge nell’articolo – il consorzio Forcase incaricato da Bertolaso di realizzare le abitazioni dei terremotati ha iniziato a scaricare senza preavviso nella condotta del depuratore.
Morale: Goio ha chiuso con dei palloni l’accesso all’impianto e solo per carità di patria, per non creare altri dispiaceri ai terremotati bisognosi di quegli alloggi, ha autorizzato il consorzio a scaricare la fogna direttamente nel fiume.
Solo negli ultimi giorni Goio ha autorizzato la reimmissione della fogna nel depuratore, che però continua a non funzionare.” A tal proposito, precisiamo che nell’ultimo nostro sopralluogo effettuato ieri pomeriggio, i liquami del quartiere di Bazzano continuavano a essere scaricati, sempre senza depurazione, direttamente nel fiume Aterno. Ricordiamo che la Protezione civile, dopo una ordinanza del 14 dicembre 2005, nel marzo 2006 con l’ordinanza 3504 aveva creato un Commissariato delegato a “fronteggiare la crisi di natura socio-economico-ambientale determinatasi nell’asta fluviale del bacino del fiume Aterno”.
Come Associazione Libera, anche alla luce delle precedenti inchieste del nostro Presidio di L’Aquila e delle notizie che stanno emergendo dall’inchiesta della Procura di Firenze sulle modalità operative del Dipartimento di Protezione civile, è d’obbligo porre alcune domande anche sul tema dell’emergenza inquinamento del fiume Aterno.
Chiediamo di sapere – dopo 4 anni e nonostante il ricorso agli ampi poteri previsti dalla decretazione d’urgenza – a che punto sono i lavori per l’emergenza Aterno, quando si prevede la loro ultimazione, quanto è costato finora tale commissariamento, quali sono le ditte impegnate nei lavori, quali sono le modalità di assegnazione di incarichi e appalti. Cogliamo questa occasione per lanciare nuovamente un appello: – alla popolazione e alle associazioni affinchè tengano alta la guardia su tutto ciò che sta avvenendo all’interno dei comuni del cratere; – alle forze politiche affinchè facciano sentire la loro voce per una maggiore trasparenza e per l’accesso agli atti; – agli operatori dell’informazione affinchè si impegnino nel reperire e nel divulgare le informazioni.
Tenere i riflettori accesi su ciò che sta accadendo all’interno del cratere è molto importante. Ricordo l’importanza delle segnalazioni della stampa sulle imprese a rischio al lavoro nel Progetto CASE e i successivi ritiri dei certificati antimafia. Ma anche nel caso che stiamo trattando oggi, ricordiamo che le anticipazioni del Presidio di Libera, l’articolo di oggi su L’espresso e la stessa convocazione di questa conferenza stampa ha già prodotto importanti risultati.
Questa mattina, su questo tema, è stata presentata una interrogazione parlamentare e altre interrogazioni sono state preannunciate da consiglieri regionali. Nelle ultime ore, infine, pare che l’Enel si sia decisa ad allacciare l’energia elettrica al depuratore di Bazzano mentre, contemporaneamente si registra una accelerazione dei lavori sulle condutture delle fognature.