Archivio mensile:ottobre 2011

Bnl-Unipol, Fazio e Consorte condannati . Per Caltagirone tre anni di carcere

di WALTER GALBIATIwww.repubblica.it
MILANO – Il tribunale di Milano (prima sezione) ha condannato l'ex governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, a 3 anni e 6 mesi nell'ambito del processo sulla mancata scalata a Bnl da parte di Unipol. Per l'ex numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, la condanna è di tre anni e dieci mesi, mentre Carlo Cimbri, attuale amministratore delegato della compagnia assicurativa, e l'ex numero due Ivano Sacchetti hanno rimediato tre anni e sette mesi. Accolta per Fazio la pena che avevano chiesto i pm Luigi Orsi e Gaetano Ruta, mentre per Consorte avevano chiesto 4 anni e sette mesi. Tra i big condannati figura anche l'immobiliarista ed editore, Francesco Gaetano Caltagirone, oggi al vertice del Monte dei Paschi di Siena , che ha riportato una condanna di tre anni e sei mesi, mentre Francesco Frasca, ex capo della vigilanza di Bankitalia è stato assolto. 

Condannati anche a tre anni e sei mesi di reclusione e a 900 mila euro di multa ciascuno gli immobiliaristi Danilo CoppolaStefano Ricucci e Giuseppe Statuto, il finanziere Emilio Gnutti (il pm aveva chiesto l'assoluzione), i fratelli Ettore e Tiberio Lonati, il banchiere Guido Leoni (presidente della Bper), Vito Bonsignore, l'europarlamentare dell'Udc e vicepresidente del gruppo Ppe. Tutti i condannati sono interdetti dai pubblici uffici per cinque anni, "nonché interdetti dalla professione, dagli uffici 
direttivi delle persone giuridiche e delle imprese e incapaci di contrattare con la pubblica amministrazione" per due anni. Per Unipol i giudici di Milano hanno disposto una multa di 720 mila euro, mentre a Consorte, Sacchetti, Cimbri, Bonsignore, Caltagirone, Coppola, Ricucci, Lonati, Statuto e Fazio hanno imposto una provvisionale di 15 milioni di euro. Assolti, invece, Giovanni Berneschi, Filippo De Nicolais, Rafael Gil Alberdi, Giulio Grazioli, Divo Gronchi, Pierluigi Stefanini, Alberto Zonin. 

I reati contestati vanno dall'aggiotaggio informativo all'insider trading, all'ostacolo alle funzioni di vigilanza. Il parterre degli altri imputati è formato dai membri del cosiddetto «contropatto», quello che all'epoca dei fatti deteneva il 27% delle azioni della Bnl. "Di vicende così gravi, in giro per il mondo ce ne sono poche, perché si è trattato di una manipolazione di tipo sistemico. A mettere in piedi una cordata italiana raccogliticcia fu il Governatore di Bankitalia. E la Banca d'Italia di Fazio non era un organismo di vigilanza ma uno dei giocatori in campo", hanno detto nella requisitoria i pubblici ministeri. Fazio avrebbe agito da "direttore d'orchestra", "il motore immobile" della tentata scalata alla Bnl, "il vigilatore che invece di vigilare promuove il reato". Nella ricostruzione dei pm, i banchieri degli istituti popolari coinvolti sono "la guardia pretoriana del governatore", mentre i contropattisti "si muovono nella più assoluta coesione, tutti alle spalle e sulla scia di Caltagirone", che è colui "che decide". 

Sentenza

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Pino: "Le devi dire che se non viene a parlare con me, lei non lavora,…"… "Questa si deve mettere a disposizione"…


Continua l'approfondimento della fabbrica del consenso elettorale a Molfetta attraverso le intercettazioni telefoniche e gli atti giudiziari del processo che ha condannato Pino Amato (ex assessore, ex consigliere comunale ed ex presidente del Consiglio Comunale), in primo grado, a tre anni di reclusione. Augurando al sig. Amato la piena assoluzione, nel processo d'appello, ci interessa conoscere e approfondire il "sistema" che crea consenso oggi in politica. Il nostro giudizio su questo sistema sarà sempre severo al di là delle sentenze definitive.

Quinta Puntata

… omissis …

Come il p.m. evidenziava nel corso dell’esame testimoniale ex art. 197-bisc.p.p. del ten. Vincenzo Zaza all’udienza dibattimentale del 4.11.2008, questi, attinto il 28.11.2005 dalla misura interdittiva disposta dal G.I.P. con ordinanza del 26.11.2005, il successivo 6.12.2005 sosteneva l’interrogatorio di garanzia e,  nella occasione, depositava alcuni verbali e preavvisi di accertamento (quelli elencati a foglio 19 del verbale di interrogatorio e depositati dal p.m. all’udienza dibattimentale del 4.11.2008, oggetto del capo A)-3 asseritamente consegnatigli, con contestuale richiesta (non accolta) di soppressione di ogni atto sanzionatorio a quelli relativo, dall’assessore alla Polizia Municipale Giuseppe AMATO tramite l’impiegata comunale A. P.
Peraltro, il precedente  5.12.2005 la D.I.G.O.S. della Questura di Bari rinveniva nell’ufficio del ten. Zaza ulteriori due blocchetti di ricevute di cassa (quello contrassegnato dai nn. 4011 e 39/04-bis rilasciato il 12.4.2005, e quello contrassegnato dai nn. 4019 e 47/05 rilasciato il 7.5.2005) e, inoltre, quell’organo di p.g. aveva modo di appurare che erano stati consegnati dallo Zaza soltanto n. 80 bollettari a fronte dei n. 89 che, dalla consultazione dell’apposito registro acquisito in copia, risultavano rilasciati nell’anno 2005.
 
All’udienza del 14.10.2008 l’ispettore Giuseppe Sallustio ha riferito nei termini che seguono in merito alla procedura all’epoca dei fatti seguita dal comando di polizia municipale per l’irrogazione delle sanzioni amministrative conseguenti alla accertata violazione di disposizioni del Codice della Strada: 

PUBBLICO MINISTERO: Nell’ambito delle indagini lei ha potuto accertare l’iter amministrativo che seguiva all’accertamento da parte della Polizia Municipale di una infrazione di una norma del Codice della Strada?
TESTE: Praticamente nel momento in cui c’era una infrazione del Codice della Strada dipendeva dal tipo di infrazione…
PUBBLICO MINISTERO: Ovviamente mi riferisco alla Polizia Municipale di Molfetta come si muoveva e quale era la prassi.
TESTE: Sì, alla Polizia Municipale di Molfetta. Per esempio per i divieti di sosta si lasciava un preavviso di accertamento di infrazione sul parabrezza dell’auto, però solo per quanto riguarda il divieto di sosta. Questo era un preavviso, non era un verbale vero e proprio. Successivamente l’operatore di Polizia Municipale al rientro in ufficio consegnava il preavviso dell’infrazione al comando, era in duplice copia, praticamente l’aveva lasciato sul parabrezza e riportava in ufficio l’altra copia. Successivamente si aspettavano i canonici 60 giorni, credo, nei quali la persona che aveva il preavviso poteva andare a pagare la sanzione direttamente presso la Polizia Municipale oppure poteva effettuare un versamento in contocorrente.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi all’epoca vi era un ufficio cassa anche.
TESTE: Sì, c’era anche un ufficio cassa vero e proprio dove si poteva pagare direttamente l’infrazione.
PUBBLICO MINISTERO: Oppure poteva utilizzare il bollettino postale.
TESTE: Il bollettino postale su un numero di contocorrente e quindi effettuava il versamento tramite il contocorrente che poi entrava nelle casse della Tesoreria del Comune di Molfetta. Se poi non avveniva il pagamento vero e proprio dell’infrazione o tramite bollettino o direttamente, i preavvisi con i relativi dati venivano inseriti in un software che era poi inviato ad un’azienda che provvedeva alla gestione appunto delle sanzioni amministrative e quindi il relativo pagamento tramite un’azienda privata convenzionata con il Comune di Molfetta.
PUBBLICO MINISTERO: Quindi poi come andava avanti la cosa?
TESTE: Andava avanti che praticamente arrivava la sanzione direttamente per posta alla persona, logicamente maggiorata se non era stata pagata entro i termini previsti.
PUBBLICO MINISTERO: Come avveniva la registrazione informatizzata delle sanzioni versate dai contravventori?
TESTE: Era fatta sulla base dei preavvisi di accertamento. Nelle indagini comunque è emerso che praticamente l’inserimento nel database del computer dove erano inseriti tutti i dati veniva fatto in base a quello che era scritto proprio sul preavviso. Alcune volte è capitato che venivano inseriti dei dati diversi da quelli che erano quelli relativi alla sanzione vera e propria ovvero alcune volte erano dimezzati su disposizione dell’allora comandante della Polizia Municipale che era anche agente contabile della Polizia Municipale del Comune di Molfetta.
PUBBLICO MINISTERO: Che era?
TESTE: Il tenente Vincenzo Zaza.
PUBBLICO MINISTERO: E’ stato accertato, ha potuto verificare consultando il sistema informatico se veniva a volte modificato anche l’articolo contestato onde poter poi applicare una sanzione di importo inferiore?
TESTE: E’ capitato qualche volta che dagli accertamenti effettuati che praticamente c’erano state delle variazioni dell’articolo di legge in modo tale da farlo coincidere alla sanzione. Se per esempio un articolo “X” prevedeva la sanzione, faccio un esempio, di 50,00 euro, è capitato qualche volta che venisse modificato per farlo corrispondere ad una sanzione, faccio l’esempio, di 25,00 euro corrispondente a quel tipo di infrazione commessa.

 
 
In relazione ai fatti in disamina l’AMATO ha dichiararo quanto segue nel corso dell’interrogatorio sostenuto dinanzi al p.m., a seguito di presentazione spontanea, il 6.2.2006 (fogli 2331 e segg.):
(pagg. 103-106 del verbale di interrogatorio del 6.2.2006):
p.m.: ma lei in particolare non si è rivolto ad un vigile che si chiama PICCOLANTONIO?
Ind.: sì.
p.m.: per fargli modificare un preavviso di accertamento, una contestazione che prevedeva anche la sottrazione di punti dalla patente?
Ind.: me lo ricordo questo episodio.
p.m.: PICCOLANTONIO ha agito, richiesto da lei, di fare questa cosa?
Ind.: PICCOLANTONIO io mi pare che ho parlato telefonicamente con lui di questa cosa. Questo è un ragazzo…
p.m.: Sancilio Mauro si chiama la persona.
Ind.: sì, io conoscevo la moglie che lavorava con me. Se lei lo vede, Giudice…
p.m.: è un povero a lui?
Ind.: eh, è uno che non sa neanche parlare, è nipote di un consigliere comunale, quindi non è uno che io gli ho tolto la multa perché volevo il voto, assolutamente no.
p.m.: l’ha voluto aiutare.
Ind.: è una persona che veramente mi chiamò, disse che lui stava parlando al telefono e gli avevano fatto questo verbale.
p.m.: quindi gli avevano fatto il verbale perché parlava al telefonino?
Ind.: eh.
p.m.: e disse di aiutarlo?
Ind.: io dissi: “Io non lo so, lasciamela la multa, fammi vedere che cosa posso fare. Se ti posso aiutare, lo faccio, sennò…”, non ricordo, diciamo, cosa ho detto telefonicamente al vigile, a PICCOLANTONIO, mi pare che gli dissi: “Vedi un po’ se puoi ridurla, se puoi fare qualche cosa, perché questo è un povero a lui”.
p.m.: lei chiese di ridurla a 35,00 euro da 75,00 euro?
Ind.: se era possibile ridurre la multa a 35,00 euro.
p.m.: e l’ha pagata lei direttamente la multa? 35,00 euro?
Ind.: sì.
p.m.: per fare questo, lei ha dovuto cancellare “75,00” ed ha messo “35,00”?
Ind.: io dissi soltanto al vigile, PICCOLANTONIO, che è una persona che ha giocato a pallone con me, quindi lo conosco, dissi: “Senti, vedi un po’ se lo potete aiutare perché questo ogni giorno mi chiama sul telefono e mi dice: “assessore, la multa…””. Addirittura andò al Comando e disse: “Ha detto l’assessore, toglietemi la multa”, cioè questo le dimostra già il soggetto, quindi l’ho fatto in maniera, come voglio dire, trasparente al massimo e non c’era niente che mi potesse dare in cambio. Quindi, io ricordo, se non ricordo male, di aver parlato con PICCOLANTONIO telefonicamente e gli dissi: “Guardate, questo è un povero a lui. Lui dice che non stava col telefono in mano…”.
p.m.: è vero che lei successivamente, quando ha saputo che PICCOLANTONIO stava per essere sentito dalla Polizia Municipale, ha cercato di fargli dire delle cose diverse?
Ind.: no, io passai da un incrocio…
p.m.: da un semaforo?
Ind.: da un semaforo, lui stava là e dissi: “Ma ti hanno chiamato?”, perché poi in giro si diceva di tutto e di più, come anche la questione di Zaza, che io non c’entro niente, i giornali mi addossano di cose che io non c’entro.
 
 
Peraltro, in data 3.3.2007 l’AMATO ha sostanzialmente, seppure genericamente, confessato i fatti in esame, sottoscrivendo le seguenti dichiarazioni scritte depositate dal difensore di fiducia  in allegato all’istanza di revoca della misura cautelarepresentata l’8.3.2007:
“Pur confermando quanto ho già dichiarato nei miei precedenti interrogatori al PM, intendo fare alcune puntualizzazioni.
Non ho mai negato di essermi interessato perché ad alcuni cittadini indigenti fossero ridotte le multe loro praticate, ma altrettanto fermamente ribadisco di avere fatto ciò in perfetta buona fede.
La mia esperienza, la sostanziale incompetenza delle funzioni assessorili e l’ignoranza della specifica normativa  – che sapevo soltanto vagamente prevedere la possibilità di riduzione delle contravvenzioni, senza però conoscerne i meccanismi e le titolarità –  sono state purtroppo ulteriormente fuorviate dal sistema  – oggi posso dire distorto, ma all’epoca ritenevo fisiologico -, in cui la gestione era in tali sensi e nel quale io mi sono inserito, senza evidentemente avere l’esperienza ed i mezzi culturali per apprezzarne le anomalie.
Se il mio comportamento che, tuttavia, intendo ribadire, giammai è mai stato teso a conseguire un utile sul piano personale, ma ad aiutare anche in altre vicende ancorchè con mezzi pedestri i cittadini bisognosi, può avere mio malgrado, comportato una distorsione delle funzioni pubbliche da me esercitate, ne faccio ammenda impegnandomi per il futuro a non reiterare tali condotte.
Per quanto riguarda, poi, le altre vicende in cui mi si accusa di avere strumentalizzato la mia funzione per ottenere il consenso elettorale, riservandomi di offrire, come del resto ho già fatto nel corso dei due interrogatori, un più analitico esame delle predette vicende (allorquando le mie condizioni psichiche saranno migliori), mi preme, in questa sede, sottolineare il contesto ambientale ancor oggi presente –non solo a Molfetta, ma in ogni realtà italiana-  nel quale mi sono trovato ad operare e che non consentiva in alcun modo di apprezzare il disvalore di una esasperata ricerca del consenso.
 
Evidenzia il p.m. anzitutto, in relazione alle giustificazioni addotte dall’imputato, che non è invocabile dall’imputato la sua perfetta buona fede, e quindi, la mancanza dell’elemento soggettivo dei delitti in ipotesi, in quanto le conversazioni telefoniche in cui l’AMATO  invita il proprio interlocutore a “parlare a voce” della questione relativa alle “multe” e/o a non parlare telefonicamente della questione medesima, dimostrano al contrario la perfetta consapevolezza dell’imputato circa la illiceità della condotta tenuta o da tenersi.
Tra le molteplici conversazioni telefoniche anzidette si trascrive qui di seguito quella n. 934 (R.I.T. n. 2/05) riguardante la sanzione amministrativa irrogata il 12.4.2005 alla anziana condomina dell’imputato Adele D. J. (intestataria dell’autovettura Ford Fiesta tg. AJ 513RA) e oblata il successivo 2.7.2005, nella minore misura di euro 35.00 senza la decurtazione dei punti originariamente operata; conversazione che l’AMATO intrattiene con il proprio coniuge Camporeale Marta il 4.5.2005:
inizio conversazione
PINO: Pronto? (voce maschile)
B: Pino? (voce femminile)
PINO: Sì.
B: Pino, la signora di sopra, non sai la vecchia che abita sopra di noi.
PINO: Sì, sì.
B: Mi ha portato un giocattolo al bambino.
PINO: Perchè?
B: Forse per la multa…ma almeno gliel'hai tolta?
PINO: Sì, mi raccomando di' tutto telefonicamente, di' tutto,  spiega tutto!
B: E che cosa è…
PINO: Eh…certo che eh!
B: Va bene. Ciao.
PINO: Ciao.

fine intercettazione
 
Non è vero, poi, che la condotta tenuta dall’AMATO “giammai è mai stata tesa a conseguire un utile sul piano personale”, giacchè traspare più volte, specialmente dalle conversazioni e dalle comunicazioni intercettare, che l’imputato  – foss’anche per colpa del contesto ambientale”  e per la “esasperata ricerca del consenso” in quell’ambiente imperante –  ha sempre finalizzato il proprio intervento all’acquisizione del consenso elettorale, proprio (in vista delle elezioni per l’elezioni del consiglio comunale del 2006) o altrui (in occasione delle elezioni del consiglio regionale del 2005), come esemplificativamente si evince, invero chiaramente, da altre conversazioni che di seguito si trascrivono:
q              conversazione telefonica n° 6968 che intercorre sull’utenza TIM di AMATO Giuseppe (Pino) n°………….. (R.I.T. 2/05) il 12.04.2005 tra l’assessore e P. V. (Savino), utilizzatore del n. ………………[1]:
inizio intercettazione
( … )
PINO:Senti, ascoltami un attimo, Vito, tu lo sai che io con te ho parlato sempre con molta sincerità.
SAVINO:Dimmi tutto.
PINO:Per quanto riguarda la questione Isa.
SAVINO:Sì.
PINO:Le devi dire che se non viene a parlare con me, lei non lavora, glielo devi dire chiaro e tondo.
SAVINO:Va bene, ma non sta venendo per niente più, eh!
PINO:Ma siccome lei punta alla questione di Molfetta…
SAVINO:Ah, ho capito.
PINO:Glielo devi dire chiaro e tondo questo fatto qua.
SAVINO:Allora…vuoi che le faccio una telefonata e dire: "Vai da Pino".
PINO:Tu le devi dire…
SAVINO:…o se si presenta l'occasione?
PINO:No, tu te la chiami con una scusa qualunque, poi le dici che stiamo provvedendo per l'apertura…ed è opportuno per questa cosa che vai a parlare con Pino.
SAVINO:Ho capito.
PINO:Anche perchè questa per l'anno prossimo se lo…
SAVINO:Ho capito.
PINO: Questa si deve mettere a disposizione perchè questi vogliono fare la minuto  (N.D.R. trattasi in realtà del cognome MINUTO e il riferimento è al consigliere comunale Carmela MINUTO) a Molfetta, quindi questi o ci votano o li mandiamo a casa.
SAVINO:Va bene, va bene.
PINO:Va bene?
SAVINO:Va bene, ma la chiamo…ascolta, un'altra cosa…
( … )
fine intercettazione
 
– conversazione ambientale n°1403 del R.I.T. n. 55/05 captata nell’ufficio dell’AMATO il 7.6.2005allorquando, infatti, l’assessore confida ai suoi interlocutori non identificati:
Io diciamo… allora con sincerità, io sono abituato a vedere i fatti, cioè mi spiego, perché io ho aiutato anche tante persone che alla fine mi hanno girato le spalle, io ho dato tanti posti di lavoro, specialmente al Centro Disabili di Molfetta, persone che stanno a part-time 3 ore al giorno e prendono 800,00 euro al mese e non fanno niente  (…) l'unica cosa è che poi verifico se uno mi dà una mano oppure no. Ma sai perché lo faccio? Perché alla fine io poi magari Damiano che mi ha aiutato veramente non lo so che mi ha aiutato e quello che non mi ha aiutato viene e dice: "No assessore, io ti ho dato i voti" e magari a quello aiuto e a quello no.. Quindi io devo sapere realmente chi mi ha aiutato per poterlo aiutare”.

 


[1] Dalla stessa trascrizione del perito si evince che, in realtà, l’interlocutore dell’AMATO è Vito e non Savino, come erroneamente riportato nella trascrizione della conversazione telefonica

… omissis … 

Puntate precedenti:
 

Barletta, schiuma giallastra sulla spiaggia di Ponente

di Pino Curci  
 www.lagazzettadelmezzogiorno.it

BARLETTA – Inquinamento, dopo l’aria, la terra, riecco il mare. La segnalazione è giunta ieri mattina in redazione e riguarda la litoranea di Ponente: «Mi sono recato in riva al mare – ha detto Donato C. – dopo un giro in bicicletta. Ero convinto di trovarmi di fronte a un bel mare ed invece: davanti a me, in riva, era presente una schiuma giallastra. Lo strano fenomeno si è manifestato a circa centocinquanta metri da lido Mennea in direzione Pantaniello». 

Insomma un nuovo fenomeno di inquinamento immediatamente confermato da un sopralluogo. La schiuma, una sorta di poltiglia giallognola presente in diverse zone della spiaggia. 

Non solo ma nella stessa zona un amante della corsa in riva al mare ci ha segnalato un altro inquietante fenomeno: una morìa di meduse. Numerose i resti gelatinosi di questi animali presenti sul bagnasciuga. 

Inutile aggiungere che è un po’ troppo presto per creare allarme ma il fenomeno è l’ultimo di una lunga serie fatto di schiume giallastre e marroncine segnalate a Ponente come a Levante. L’aspetto inquietante, però, non manca: in questo come in altri casi di inquinamento dell’aria, come del mare e della terra, non ci sono risposte adeguate da parte delle autorità responsabili su cosa provoca il fenomeno e, soprattutto, che conseguenze ha sulla salute dei cittadini e sull’ambiente. 

Per esempio la morìa delle meduse potrebbe essere la conseguenza di un ciclo biologico ormai concluso ma diventa inquietante nel momento in cui si registra contemporaneamente a una forma di inquinamento nello stesso tratto di mare. 

Gli stessi interrogativi li sta ponendo l’inquinamento dell’aria (ossido di azoto e polveri sottili presenti in quantità considerevoli nella zona di via Canosa): chi lo provoca? Cosa comporta sulla salute pubblica? Cosa si sta facendo per limitarlo? 

E una situazione simile troviamo per l’inquinamento della terra con il ciclo dei rifiuti che registra aspetti preoccupanti con un proliferare di discariche abusive e non, inceneritori e termovalorizzatori. Anche in quest’ultimo caso poco si sa sull’impatto ambientale e sulla salute pubblica ma quel che è accaduto a Melfi, nella media valle dell’Ofanto, dove un inceneritore ha pesantemente inquinato terreni e falda con metalli pesanti altamente tossici, non può che inquietare.

Piero Grasso: “Le candidature politiche servono per ottenere l’immunità”

Il procuratore capo della Direzione nazionale antimafia interviene a Palermo durante un incontro su giustizia e pentitismo: "Non tocca alla magistratura fare le liste o curare operazioni di cosiddetta 'bonifica politica' però i cittadini che votano candidati discutibili puntano a un vantaggio personale, fanno parte del meccanismo del voto di scambio"


 

di Redazione Il Fatto Quotidiano

”Oggi la candidatura politica serve da copertura per avere l’immunità parlamentare: è un processo che si è capovolto”. Il procuratore capo della Direzione nazionale antimafia Piero Grasso non usa mezzi termini: “Non tocca alla magistratura fare le liste o curare operazioni di cosiddetta ‘bonifica politica’ – spiega a Palermo durante un incontro su giustizia e pentitismo – però i cittadini che votano candidati discutibili puntano a un vantaggio personale, fanno parte del meccanismo del voto di scambio”.

 

Grasso difende il valore dell’informazione contro la legge ‘Bavaglio‘, ma anche la necessità di salvaguardare la privacy: “Il magistrato ha un grandissimo potere, entra nelle vite degli altri, scava nella privacy: è un potere che va usato con cautela, che viene dato in funzione di una responsabilità precisa e non per arrivare a una gogna mediatica, ha detto il procuratore. “Bisogna evitare – ha aggiunto – qualsiasi bavaglio dell’informazione, ma occorrono delle regole. Non credo sia giusto né rilevante che tutti coloro che conoscono l’indagato debbano sapere anche i fatti più intimi che lo riguardano. La privacy dei cittadini va violata solo quando l’indagine dà effetti positivi per l’indagato. Il fine della giustizia è quello di fare processi e arrivare alla verità”.

 

Grasso interviene anche sulla recente scarcerazione di sei ergastolani accusati della strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta: ”Tendere all’accertamento della verità è un valore irrinunciabile, dovrebbe essere un imperativo categorico da seguire anche dopo tanti anni – ha detto il procuratore – La sospensione della carcerazione dei condannati in via definitiva segue la giurisprudenza della Cassazione che prevede non si possa fare un giudizio di revisione se prima non diventa definitivo l’accertamento dei fatti che portano alla revisione. E’ una posizione estremamente garantista che però in relazione alle cose accertate è corretta, del resto sono state scarcerate persone che hanno scontato parecchi anni di carcere e taluni di questi, pare, anche ingiustamente”.

 

E sulle dichiarazioni del collaboratore Stefano Lo Verso, il procuratore ha dichiarato: “I rapporti tra mafia e politica non sono mai cessati, non mi pare nulla di nuovo. Lo Verso parla di alcuni anni fa, sono solo le indagini che possono scoprire se si tratta di rapporti ‘indecenti’. Ricordo ancora i pizzini di Bernardo Provenzano, dove qualcuno gli chiedeva indicazioni di voto; purtroppo, non abbiamo potuto trovare la risposta”. ”E’ importante scoprire laverità – ha aggiunto Grasso – non solo sotto il profilo degli esecutori materiali. Da anni chiediamo a tutta la società di fare chiarezza, ‘chi sa qualcosa, parli’. Il problema è riuscire da un punto di vista giudiziario a trovare anche le prove”.

 

“Speriamo – ha aggiunto – che qualcuno abbia una resipiscenza per fornire qualche ricordo. Ho avuto il privilegio di sentire per primo Gaspare Spatuzza in questa sua manifestazione di resipiscenza. Anche lui ci ha messo tanti anni. Se l’avesse fatto subito dopo la cattura, come aveva intenzione di fare in un primo momento, forse sarebbe cambiata tutta la storia del processo e della mafia. Purtroppo ci sono tempi che non dipendono dalla magistratura, ma dalla possibilità di accertare queste realtà, partendo da alcuni elementi, seppure indiziari”.

 

“Se qualche mafioso si scrollasse di dosso questa regola dell’omertà – ha concluso Grasso – forse potremmo ricominciare tante indagini. Parecchi omicidi eccellenti sono rimasti coperti dal mistero: penso agli omicidi La Torre, Mattarella, Dalla Chiesa. Il monito ‘chi sa parli’, che ripetiamo da anni, è rivolto a tutta la società”.

LA BOMBA C’È MA NON SI DICE

Due interrogazioni parlamentari nate dall’inchiesta di Gianni Lannes per ’L’Indro’ Il Ministro della Difesa e il Sottosegretario agli Esteri non smentiscono la presenza di armi nucleari sul suolo italiano

L’11 febbraio 2011, L’Indro, nella pre-edizione di ‘cantiere’ (costruendo.lindro.it), aveva pubblicato una lunga inchiesta, a firma di Gianni Lannes, sulla presenza di ordigni nucleari nordamericani presenti in Italia da mezzo secolo e pronti all’uso, dal titolo ‘Bombe atomiche:Usa in Italia’. Pochi giorni prima, la Russia -Governo e Duma- aveva chiesto agli USA di “far rientrare negli Stati Uniti le proprie armi nucleari e smantellare le infrastrutture costruite per loro nelle basi in territorio straniero”.

Da quella inchiesta emergeva come in Europa vi siano 480 bombe nucleari dislocate in otto basi aeree in sei Paesi europei della Nato: 90 in Italia -oltre a 150 in Germania, 110 in Gran Bretagna, 90 in Turchia, 20 in Belgio e 20 in Olanda- per una potenza distruttiva, solo nel nostro Paese, pari a 900 volte l’effetto prodotto dalle bombe sganciate dagli USA su Hiroshima e Nagasaki.

Il successivo 15 febbraio, l’Onorevole Elisabetta Zamparutti, del Partito Democratico, con altri 5 parlamentari dello stesso partito, ha presentato una interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, per sapere: «se sia vero che nel territorio italiano vi sono armi nucleari americane; in caso affermativo, quale sia il numero e la tipologia; se sia vero che l’accordo Stone Ax regolamenta la presenza di armi nucleari americane in Italia; se esista un piano coordinato di emergenza tra autorità militari, protezione civile, prefettura ed enti locali ed, in caso negativo, se si intenda procedere per la sua adozione; se si intenda procedere nella restituzione delle armi atomiche agli Stati Uniti».

Il 4 luglio, il Ministero della Difesa ha delegato il Ministero degli Affari Esteri a rispondere. La risposta, scritta, è arrivata lo scorso 3 agosto, firmata dal Sottosegretario agli Affari Esteri Vincenzo Scotti.

Nel frattempo, il 2 marzo, si era aggiunta una seconda interrogazione parlamentare sul tema, quella a firma dell’Onorevole Caterina Pes, e di altri due co-firmatari, sempre diretta al Ministro della Difesa, nella quale i parlamentari chiedevano di sapere «se quanto apparso nell’articolo di Gianni Lannes corrisponda a verità, ovvero se nel territorio italiano vi siano armi nucleari americane; in caso di risposta positiva, quale sia il numero e la tipologia delle armi suddette».

Il Ministro della Difesa questa volta non delega ad altri Ministeri. Il 3 agosto è lo stesso La Russa a firmare la risposta all’interrogazione.

Dunque, il 3 agosto, il Ministero della Difesa, con il responsabile del dicastero, e il Ministero degli Esteri, con un Sottosegretario, rispondono, convergenti, ai parlamentari che chiedevano delucidazioni su quanto pubblicato da L’Indro.

Il Ministro Ignazio La Russa, premettendo che non ritiene opportuno «fare commenti su alcun documento o altra notizia, giunta da qualsivoglia fonte, che non sia ufficialmente adottato dall’Alleanza Atlantica nei consessi appropriati, e non sia stato reso pubblico dall’Alleanza stessa in conformità alle procedure in vigore», nega l’esistenza dell’accordo Stone Ax tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America, richiamando identica smentita del 2005 da parte dell’allora Governo Berlusconi II.

Sia il Ministro, sia il Sottosegretario Scotti, richiamano, poi, il summit dei capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Alleanza Atlantica, tenutosi a Lisbona il 19 e 20 Novembre 2010, per un verso, per sottolineare che l’appartenenza alla NATO impone «vincoli conseguenti a decisioni adottate in passato, ribadite, nel tempo e condivise, tra l’altro, dalla stragrande maggioranza del Parlamento», dall’altro verso per confermaresmentendoquanto sostenuto dall’inchiesta di GianniLannes, tanto è vero che l’Italia, dice La Russa, «ha concordato con gli altri Alleati sulla necessità di riesaminare la politica nucleare della NATO, con l’obiettivo di concorrere al raggiungimento dell’obiettivo condiviso di un mondo libero dalle armi nucleari, soddisfacendo, al contempo, le attuali e future esigenze di sicurezza e deterrenza e la necessità di conseguire, purtroppo, ancora un bilanciamento di postura con i più consistenti arsenali esistenti».

Scrive La Russa che «l’Alleanza Atlantica, ha costantemente riesaminato, nel tempo, la propria politica nucleare e i relativi dispositivi di forze[…] a partire dalla fine della guerra freddaha drasticamente ridotto il numero e la tipologia di armi nucleari […]». Armi nucleari dell’Alleanza basate a terra in Europa ci sono, « in quantitativi molto limitati» dice il Ministro, senza dire in quali quantitativi, «conservati in un numero ridotto di siti, in condizioni di massima sicurezza, senza alcuna possibilità che esse possano essere utilizzate accidentalmente o per errore». Tutto ciò secondo il principio della deterrenza. Le conclusioni del vertice di Lisbona, spiega Scotti, hanno ribadito «la necessità per l’Alleanza Atlantica di tenere in adeguata considerazione la dimensione del disarmo, nucleare e convenzionale […] dall’altro lato, è stata sottolineata la necessità di rendere la capacitàdideterrenza dell’Alleanza meno dipendente dal fattore nucleare».

La Russa sottolinea che in tale dichiarazione di Lisbona vi è un forte richiamo al «nuovo Concetto strategico Active Engagenment, Moderne Defence, approvato proprio a Lisbona, che richiama il coerente legame frail mantenimento di capacità di credibiledeterrenza ed una politica attiva di disarmo, controllo degli armamenti e non proliferazione».

Il nuovo Concetto strategico, afferma Scotti, «prospetta inoltre un’ulteriore riduzione degli arsenali nucleari della Nato in Europa», fermo restando, dice La Russa, «la deterrenzabasata su un appropriato insieme di capacità convenzionali e nucleari, rimane un elemento fondamentale della strategia complessiva dell’Alleanza». Per tanto, conclude La Russa, «i Paesi membri garantiranno che la NATO mantenga l’intero spettro di capacità necessarie a garantire ladeterrenza e la difesa da ogni minaccia alla sicurezza delle proprie popolazioni. Pertanto, fra l’altro, essi garantiranno la più ampia partecipazione possibile nell’attività di pianificazione di difesa collettiva in tema nuclearenella distribuzione delle forze nucleari in tempo di pace e nelle predisposizioni in tema di comando, controllo e consultazione».

 In quanto all’informazione in tema di armi nucleari, è La Russa a rispondere ai parlamentari autori delle due interrogazioni.

Le informazioni in tema di politica nucleare, scrive La Russa, «sono comunicate pubblicamente, nei documenti ufficiali […] e sul sito dell’Alleanza Atlantica […] l’Alleanza, pur mantenendo un atteggiamento assolutamente trasparente sulla propria strategia nucleare e sulla natura del proprio dispositivo in Europanon può però agire a discapito della sicurezza di questo dispositivo e della riservatezza che e assolutamente indispensabile mantenere in questa materia per quanto concerne i siti, la loro dislocazione in Europa ed i quantitativi di armamento in essi contenuti».Una riservatezza che, aggiunge il Ministro, «non può essere valutata unilateralmente da un singolo Paese dell’Alleanza, perché la deterrenza nucleare è un bene ed un onere collettivo che lega collegialmente tutti i paesi alleati. La tipologia e la qualità delle informazioni rilasciabili sugli armamenti nucleari è, quindi, una decisione politica collettiva ed unanime degli alleati, cui nessun Paese può sottrarsi, pena la violazione del patto di alleanza liberamente sottoscritto e del vincolo di riservatezza che da esso discende in alcune materie».

 Ministero della Difesa e Ministero degli Esteri, hanno confermato, dunque, che gli arsenali ci sono, che non è possibile dire dove sono, né quante testate nucleari contengono, che per ragione di Stato i vari Governi italiani non possono informare l’opinione pubblica, se non trasferire le sole informazioni autorizzate dalla NATO.

DOCUMENTI ALLEGATI

I pm confermano, sul Francesco Padre ci fu un assalto armato

di CARLO STRAGAPEDE

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Un foro di proiettile calibro 12.7, presumibilmente esploso da un fucile, è presente sulla fiancata sinistra del «Francesco Padre», verso la poppa. A confermarlo ufficialmente è il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani, Giuseppe Maralfa. Niente più indiscrezioni, niente più «si dice»: adesso, a 17 anni di distanza dalla tragedia che si consumò in Adriatico il 4 novembre 1994, è evidente che il motopeschereccio molfettese fu il bersaglio di un’aggressione con armi da fuoco. Quel foro si trova su un frammento di legno raccolto dal fondale, accanto al relitto, durante il sopralluogo, articolato in tre distinti momenti nell’arco di questo mese di ottobre. Un foro di entrata, del diametro di un centimetro e mezzo circa, come è stato rilevato dai consulenti balistici dell’uf ficio inquirente tranese. Per dare solidità probatoria alla loro tesi, nell’ultima delle missioni sottomarine, lo scorso fine settimana (sabato 22-domenica 23 ottobre) gli inquirenti hanno «chiesto» al robot «Falcon» di staccare, con forza, un pezzo di fasciame dal relitto. Questo segmento, lungo 40 centimetri, sarà accostato al pezzo bucato dal proiettile (quello raccolto in precedenza dal fondale), per dire, con certezza scientifica, che appartengono entrambi al «Francesco Padre».

Tutto per allontanare i dubbi residui che derivano – oltre che dalla estrema professionalità degli investigatori – dalla constatazione che in quel tratto di mare, in 17 anni, sono passate un numero infinito di imbarcazioni, che, almeno in teoria, potrebbero avere perduto pezzi. Perciò il prossimo passo sarà l’esame comparativo dei due frammenti di fasciame. Non basta: gli investigatori in camice bianco del Raggruppamento investigazioni scientifiche (Ris) dei Carabinieri di Roma hanno gli strumenti per valutare, possibilmente, altri due dati preziosi. Il primo: la presenza di tracce chimiche di esplosivo, su quel pezzo di legno bucato. Il secondo: la distanza fra il bersaglio e l’arma dalla quale partì il colpo, quella notte di 17 anni fa. 

Ancora. Il Procuratore della Repubblica Carlo Maria Capristo – al quale va il merito di avere acceso i riflettori, anche mediatici, su una tragedia che rischiava di essere dimenticata – con il suo «aggiunto» Francesco Giannella e il sostituto Maralfa è riuscito a recuperare un filmato del 2005, che potrebbe rivelarsi una ulteriore, preziosa sponda alle indagini. In quel filmato scorrono le immagini del tirante dell’albero di poppa (di un peschereccio), che venne a galla spontaneamente, in una zona molto vicina a quella dell’esplo – sione del «Francesco Padre». Quell’oggetto, «compatibile» con il motopeschereccio molfettese, come ha sottolineato Maralfa, presentava «tracce di schegge metalliche». Compatibili con una raffica di proiettili? Forse. C’è però un problema: il tirante dell’albero di poppa è andato distrutto, ne sopravvive solo il filmato, con le foto. Meglio di niente, certo: e anche questo dato sarà studiato insieme con tutti gli altri elementi. 

IL RELITTO NON SARÀ RIPORTATO A GALLA – Il dottor Capristo lo dice chiaramente: «Non è possibile riportare il relitto in superficie, dopo 17 anni». Qualcuno dei giornalisti fa notare garbatamente al Procuratore di Trani che l’aereo Atr Bari-Djerba (precipitato nel Mar Tirreno, a 11 miglia da Palermo, il 6 agosto 2005, con 16 vittime e 23 sopravvissuti, ndr) è stato fatto risalire a galla da 1.400 metri, una profondità molto maggiore dei 247 metri del «Francesco Padre». Capristo, da due anni alla guida della Procura della Bat, rimarca: «Il recupero dell’aereo fu compiuto pochi mesi dopo la tragedia. Nel nostro caso, dalle immagini registrate dalla Marina militare in occasione delle ripetute immersioni – ricorda l’esperto magistrato – risulta in modo molto evidente che il peschereccio, deteriorato dal lavorio delle correnti, adagiato sul fondale melmoso, è completamente avvolto da parecchie reti da pesca, appartenute presumibilmente ad altre imbarcazioni transitate in zona nel corso degli anni. Il recupero è quindi impraticabile».

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La situazione politica dopo la conferenza stampa del "LIBERATORIO POLITICO"


Matteo d'Ingeo: «Ci sarebbe ogni giorno da stare in piazza»

di Vincenzo Drago – www.molfettalive.it

«Ci sarebbe ogni giorno da stare in piazza». E' un fiume in piena Matteo d'Ingeo, che mercoledì sera ha messo ai raggi X gli argomenti più bollenti dell'ultima estate. Il coordinatore del Liberatorio Politico ha incontrato i cittadini nella Fabbrica di San Domenico, chiarendo anche le sue intenzioni per la probabile campagna elettorale alle porte. 

L'ex consigliere comunale ha ricordato l'importanza dell'albo pretorio online, dal quale ha estratto punti, a suo dire, poco chiari. Ad esempio la nomina dell'avvocato difensore per Rocco Altomare, un mese e mezzo prima del suo arresto. «Perchè inserire l'omissis quando il nome di una persona non è considerabile come dato sensibile?», si è chiesto d'Ingeo, notando come l'atto di giunta ometta le generalità dell'ex titolare del settore Territorio. 

La nomina di un difensore, ricordiamo, è prevista dall’art. 12 dal Contratto Collettivo Nazionale Lavoro «a condizione che non sussista conflitto di interessi» tra il dirigente e il comune di turno. «In caso di sentenza di condanna esecutiva per fatti connessi con dolo o colpa grave» la somma anticipata sarà restituita all'ente pubblico.

L'attenzione si poi è spostata sulle automobili distrutte da incendi, ben 30 nel 2011. «La Direzione investigativa antimafia ha collegato i roghi a possibili estorsioni», ha ricordato d'Ingeo, che non si fida della casualità, più volte evocata dagli inquirenti. 

Sulla questione dei nuovi gazebo per gli ortofrutticoli, si è concentrato un altro interrogativo. In particolare sulle modalità di assegnazione dei lavori, sfociato ad agosto in una denuncia.

E le domande si susseguono, a volte senza risposta. «Ne basterebbero 100, ma quest'estate abbiamo raccolto 400 firme per la riapertura del passaggio pedonale di via Paniscotti – ha recriminato d'Ingeo –ma l'argomento non è stato discusso in consiglio comunale nemmeno dopo 30 giorni, come vorrebbe la legge». Dubbi sono stati espressi anche a riguardo dei criteri di scelta dei rilevatori per il censimento.

Infine l'aria di elezioni che tira a Molfetta dopo lo stop ai doppi incarichi. «Sono favorevole alle primarie nel centrosinistra – ha chiarito l'esponente del Liberatorio – ma i candidati non devono aver avuto responsabilità di governo nel passato». Aria nuova, insomma, compresa la proposta di definire l'eventuale squadra di assessori prima del voto. Chiusura netta ad un'eventuale ingresso dell'Udc nella coalizione: «Lo vorrebbe il Pd, ma noi non ci stiamo».

Elezioni, impasse centrosinistra

www.molfettalive.it

di Lorenzo Pisani

Tra poche ore il nuovo corso dell’Italia dei valori si presenterà alla città. Il partito di Antonio Di Pietro ha di recente rinnovato a Molfetta i suoi vertici, affidandosi al segretario Sergio Magarelli e al presidente Michele Pascarella, un passato tra Socialisti autonomisti, Lista Bonino e movimento civico La Svolta. 

Nella conferenza delle 17.30 a Palazzo Giovene si discuterà di etica nella politica, ma l’attenzione sarà anche puntata alle prossime elezioni amministrative. 

Che si voti alla scadenza del mandato del sindaco Antonio Azzollini, nel 2013, o un anno prima non sembra fare differenza. Le trattative sono ormai nel vivo. 

Le acque all’interno del “cantiere” del centrosinistra sono tutt’altro che tranquille
Lo si mormorava da tempo, e la conferma è giunta mercoledì dall’incontro convocato dal Liberatorio politico. Matteo d’Ingeo senza mezzi termini ha detto no a candidati già al governo in passato e all’Udc di Pino Amato. Il coordinatore del movimento civico ha chiesto a tutti un cambio di rotta, un taglio netto con l’attuale classe dirigente. 

Una presa di posizione che aggroviglia gli scenari e sbarra la strada a Tommaso Minervini. Su cui punta l’Udc per poter entrare nella coalizione. Una candidatura che deve fare i conti con le resistenze (il politico di Sinistra ecologia e libertà è stato ex sindaco per il centrodestra dal 2001 al 2006) anche a sinistra e nel Partito democratico, che pure pensa a un’alleanza con lo stesso Amato, sul modello di quella del 2008. 

Alleanza che potrebbe contare anche sull’altra metà del Terzo Polo, i finiani di Fli. A completare il blocco anti-Pdl, il drappello di eventuali fuoriusciti dal centrodestra, niente affatto entusiasti dalla probabile designazione di Nicola Camporeale

La scelta ora è nella sede del Pd. Comunque si muova, dovrà dire presumibilmente addio alle velleità di abbracciare tutti i movimenti della sinistra e nel contempo allargarsi a centro. In attesa di conoscere la scelta di Rifondazione comunista sarà interessante sapere, forse già nel pomeriggio, da che parte sta l’Idv.

Scaricato Tommaso dal Liberatorio

www.ilbiancorossonews.it  
di Francesco Verdesca

I responsabili del Liberatorio hanno le idee chiare. Hanno chiarito tutto ieri sera alla conferenza tenuta nella Fabbrica di S. Domenico. No ai candidati che hanno già avuto precedenti esperienze di governo cittadino. No ad alleanze con l’Udc.

Per rinnovare la classe politica, per dare una nuova valenza alla politica, ma soprattutto per una ragione di eticità.

Si sfalda dunque il mondo del centro sinistra. In vista anche delle primarie cittadine, il Pd appare sempre più alle corde. Il Liberatorio stringe invece alleanze e discute di programmi alternativi con gli esponenti di IDV (anche se questi ultimi, decideranno ufficialmente nei prossimi giorni), al Movimento delle Cinque stelle di Grillo, e eventualmente a Rifondazione.

 

Quattromila dosi di droga e sette arresti nel Sud-Est barese

  

  I finanzieri della compagnia di Monopoli hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bari, su richiesta della Procura del capoluogo pugliese, per l’operazione “Black and White”

www.barisera.net

“Smantellata una struttura criminale”, questa l’affermazione del generale Vito Straziota, comandante del comando provinciale della guardia di finanza di Bari. Associazione per delinquere finalizzata al traffico, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (cocaina, eroina, marijuana e hashish): con questa accusa, questa mattina, i finanzieri della compagnia di Monopoli hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bari, su richiesta della Procura  del capoluogo pugliese, per l’operazione “Black and White”.

L’indagine ha fatto emergere una cellula criminale con una divisione di ruoli, all’interno, molto articolata.
A capo dell’organizzazione un barese, residente a Loseto, Giulio Cassano di 31 anni.
Gli altri sei arrestati sono: Nicola del Re, Sebastiano Ratto, Vincenzo Boccuzzi, Saverio Fritelli, Michele Lamacchia e Giovanni Sblendorio.  Altre cinque persone, tra cui quattro donne, risultano indagate. Le zone interessate dall’attività illecita erano i quartieri Loseto, Carbonara e Ceglie del Campo di Bari,e i comuni di  Triggiano, Mola di Bari e Monopoli
“Il mangiare è buono”: era con un sms di questo genere che l’organizzazione contattava i propri tossicodipendenti-clienti quando arrivava la merce.
A fornire le sostanze stupefacenti il capo dell’associazione, Cassano, che aveva presso la sua abitazione di Loseto il  quartier generale. Ed è stato, proprio, seguendo uno dei suoi pusher, sottoposto a intercettazione telefonica, che due anni fa venne avviata l’indagine.
Cassano non solo si preoccupava di rifornire di droga  la sua rete di spacciatori in base alle richieste di mercato, ma  provvedeva a raccogliere e distribuire i proventi dello spaccio, si assicurava che le famiglie dei suoi pusher arrestati potessero godere di assistenza a vari livelli, compresa anche quella legale. La  peculiarità dell’organizzazione consisteva nel fornire agli spacciatori dei telefonini con i contatti dei tossici che venivano informati con un messaggio.
Insomma, a disposizione dell’associazione una vera e propria mappatura dei clienti che consentiva agli organizzatori del traffico illecito di non doversi sottoporre al rischio di contattare nuovi consumatori, ma di avere un “portafoglio clienti”. Ma la “forza” dell’organizzazione è stata anche la sua maggiore “debolezza”, perché proprio l’articolata attività di intercettazione e individuazione delle celle telefoniche, ha permesso di  individuarne non solo l’attività illecita, ma ogni singolo spostamento. Nelle intercettazioni le dosi diventavano a volte “magliette” (eroina) o “giubbotti bianchi” (cocaina), oppure Malboro (eroina) o Merit (cocaina).
Fedelissimi del capo i molesi Ratto e Del Re, che provvedevano non solo a fornire le dosi da spacciare ai pusher, ma anche i soldi per il sostentamento delle mogli i cui mariti, parti integranti dell’associazione, erano in carcere.Quattromila le dosi sequestrate per un valore medio di mercato di circa venti o trenta euro per bustina. Lo spaccio avveniva in qualsiasi momento della giornata e in luoghi diversi, anche nelle stazioni ferroviarie. L’organizzazione non aveva la minima paura, le sei persone arrestate in flagranza di reato durante le indagini, venivano prontamente sostituite dalla stessa. Un’operazione destinata ad ulteriori sviluppi, come sottolineato dal generale Straziota.
gi. co

Scommesse clandestine arrestato un noto ristoratore

 

bari.repubblica.itdi GIULIANO FOSCHINI

Scommetteva nei suoi centri scommesse per conto di uomini vicini alla camorra. Per questo Nicola De Tullio, notissimo ristoratore barese, titolare della pizzeria Gianpà, è stato arrestato su ordine della procura di Napoli. De Tullio è ai domiciliari a Bari per il reato di intermediazione abusiva di scommesse nell'ambito dell'indagine dell'antimafia campana sul giro di scommesse gestito. Ma, nella stessa inchiesta, è indagato anche di far parte dell'associazione a delinquere e di aver favorito con i suoi comportamenti l'associazione mafiosa del clan D'Alessandro-Di Martino di Castellammare di Stabia.

De Tullio, insieme con un altro barese Carlo Pagone, secondo la procura di Napoli avrebbe "investito stabilmente attraverso le agenzie scommesse Intralot da loro gestite propri capitali al fine di ottenere illeciti proventi mediante il sistema illegale di raccolta e gestione di scommesse organizzato da Maurizio Lopez nell'ambito di un contesto associativo del quale condividevano pienamente obiettivi e programmi". Non solo. A De Tullio viene contestata l'aver favorito la Camorra avendo agito in "condizioni di omertà e assoggettamento derivanti dal collegamento tra Lopez con esponenti di vertice del clan D'Alessandro". De Tullio e Pagone gestivano infatti quelle agenzie della Intralot dove la camorra, con un complicato sistema appositamente escogitato, andava a "coprire" le scommesse fatte in altre agenzie. In questo modo era praticamente impossibile perdere.

Ai baresi era stato dato il compito di 
aprire e poi gestire il conto scommesse per conto degli uomini del clan. E, secondo gli investigatori, De Tullio sapeva perfettamente con chi aveva a che fare. Agli atti c'è un intercettazione telefonica nella quale il ristoratore contatta Lopez e "lo informa di aver già provveduto a versare 80mila euro al master di Betfair per ricaricare il conto di gioco, ma, nonostante ciò, questi ancora non avrebbe ottemperato l'incarico: "Il cornuto gli ho dato ottanta da mercoledì gli ho dato… giovedì, venerdì, ieri sera aspettavamo la risposta… stò con la paura… si è preso i soldi e se n'è andato".

Non è la prima volta che De Tullio finisce in un'indagine sul calcio scommesse. Il suo nome (non era però indagato) era nei brogliacci della procura di Cremona per i contatti frequenti con l'ex capitano del Bari, Antonio Bellavista, arrestato dai magistrati lombardi.

Appalti, il trucco del porto "Servizi d'oro alla loro società"

di GIULIANO FOSCHINIbari.repubblica.it
Undici milioni di euro sottratti alle casse dell'autorità portuale. Un gruppo di imprenditori che hanno atto l'affare del secolo. E ora la Corte dei conti che presenta loro il conto chiedendo tutto il denaro indietro. La storia dell'affidamento dei servizi del porto alla Bari porto mediterraneo, avvenuta ormai dieci anni fa e poi ritirata dal nuovo presidente dell'Autorità Franco Mariani, ha conosciuto un nuovo colpo di scena. Il 19 ottobre scorso il procuratore della Corte, Francesco Lorusso, ha chiamato a processo l'ex presidente dell'Autorità, Tommaso Affinita, più una dozzina di persone, e cioè i componenti del consiglio di amministrazione dell'Autorità che nel 2004 decise di affidare quei servizi a una società creata ad hoc. E soprattutto nella quale erano presenti, con altre società, membri di quel cda. In sostanza c'è chi si affidò, senza gara, da solo, un servizio. Assicurandosi un utile molto importante.

L'indagine nasce da una denuncia presentata dal presidente Mariani poco dopo essere arrivato a dirigere il porto di Bari. Il presidente si accorse che tutti i servizi redditizi (dalla gestione del terminal crociere ai parcheggi) erano nelle mani della Bpm. Da qui la decisione di revocare l'appalto, bandire una nuova gara (con relativa controversia al Tar) e presentare un esposto in procura e alla Corte dei conti. La magistratura contabile ha chiuso ora l'inchiesta parlando di "un ingente danno erariale". E sottolineando, tra le altre cose, proprio la "strana composizione 
azionaria delle società che hanno partecipato alla sottoscrizione del capitale sociale della Bpm, con una situazione di palese conflitto di interessi". Si tratta di aziende inesistenti, create ad hoc per concludere l'affare. La Fin Mil, per esempio – scrive il procuratore della Corte – "non ha dipendenti e l'amministratore è Michele Carofiglio, presidente anche della Bpm. Fino al primo dicembre 2008 Carofiglio era titolare del 98 per cento, ceduto alla signora Lilia Fortunato (suocera) e il restante 2 per cento risulta di proprietà della moglie del dottor Carofiglio".

La "Iniziative portuali e partecipazioni srl – si legge sempre nel documento – si è iscritta alla Camera di commercio pochi giorni prima dell'affidamento della concessione. Appare significativo sottolineare che il presidente del cda è Antonio Prisco componente, anche attuale, del Comitato portuale che partecipò all'adozione della deliberazione sulla concessione nel 2004. In quello stesso cda siede anche Francesco Di Benedetto, ugualmente componente del comitato portuale che ha fatto anche parte del cda della Bpm. La società non risulta aver avuto dipendenti". La Mpm cambiò all'improvviso ragione sociale passando dalla vendita degli immobili alla gestione e locazione "di infrastrutture, impianti e attrezzature portuali". Membri dell'Autorità portuale erano Prisco e Pasquale Divella, consiglieri di amministrazione della "Impresa logistica portuale" mentre la "Servizi integrati di logistica" ha tra i soci il signor Lorenzo De Fronzo componente del Comitato portuale come rappresentante dei trasportatori "che all'epoca deliberò sulla concessione".

 

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