Archivio mensile:settembre 2011

Dinauto, l’altro procedimento


Foto: © n.c.

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Dopo l’udienza del 20 settembre, giunge in aula anche il secondo filone del caso Dinauto

È stata infatti discussa mercoledì dinanzi al gip del Tribunale di Trani la richiesta di archiviazione di alcune ipotesi di reato nei confronti di Pietro Sorrenti, titolare della concessionaria (in seguito dichiarata fallita), alcuni suoi collaboratori e la dirigenza e alcuni dipendenti della sede molfettese di una finanziaria. 

Si tratta dell’inchiesta della Guardia di finanza denominata “Ghost cars”, che nel marzo del 2009 portò all’arresto del titolare della concessionaria e alla denuncia di altre sette persone accusate di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di truffa aggravata, accusa poi decaduta al termine delle indagini. 

Un caso, quello di alcune auto pagate e non consegnate agli acquirenti, che balzò alla ribalta nazionale grazie al tg satirico Striscia la notizia

Il Tribunale della libertà, su richiesta del legale di Sorrenti, l’avv. Maurizio Masellis, propose l’archiviazione per alcune ipotesi di reato (delle 41 contestate dal pubblico ministero Mirella Conticelli) non solo sotto il profilo cautelare, ma anche per quello della truffa. 

Si attendono adesso gli esiti della camera di consiglio. 
Due gli scenari. L’archiviazione potrebbe essere accolta, e in questo caso la contesa potrebbe giungere alla Corte di Cassazione su istanza delle parti offese. Al contrario, un eventuale rigetto aprirebbe le porte a un nuovo procedimento penale, un “Dinauto bis”.

I sigilli spaventano il colosso dell'energia. "Stop al miliardo di investimenti di Puglia"

 

di CHIARA SPAGNOLO –
bari.repubblica.it

Arriva ad otto giorni dal sequestro di quattro parchi fotovoltaici a Brindisi, la decisione del Global solar fund di bloccare un miliardo di investimenti in Puglia. I "ripetuti sequestri preventivi" sono un evidente ostacolo per il colosso delle energie rinnovabili, che investe in mezzo mondo e che nel Sud Italia, nel giro di pochi mesi, ha visto più d'un progetto bloccato dalla magistratura.

In principio fu Tecnova la causa dei mali salentini del Gsf, le cui partecipate ad aprile furono sfiorate dall'inchiesta della Dda di Lecce e della Procura di Brindisi sugli illeciti commessi durante la realizzazione di tredici parchi fotovoltaici nel Salento. All'epoca scattarono manette, si parlò di centinaia di immigrati sfruttati, si ipotizzò anche il reato di riduzione in schiavitù, il Fondo però non fu coinvolto direttamente nello scandalo e precisò più volte di non essere a conoscenza di quanto avveniva sotto il cielo della Puglia. Anzi, per dimostrare la propria buona volontà verso i lavoratori sfruttati e abbandonati senza stipendi, decise di farsi carico dei debiti di Tecnova e liquidò parte delle spettanze arretrate, chiudendo la vertenza con 460 persone e lasciando aperto un capitolo con altri 156 che reclamarono il dovuto a distanza di qualche mese. Mentre la vertenza andava avanti, e si arenava di fronte alla proposta di liquidare cifre piuttosto basse (non accettata dagli ex operai e neppure dai sindacati), il lavoro ricominciò nei parchi fotovoltaici incriminati. 

Da San Pancrazio a Salice, passando per San Cesario e Galatina, la costruzione fu affidata a nuove maestranze e altri appalti furono assegnati al Gsf in diversi angoli della regione. Le Procure, però, continuarono ad indagare. E mentre a Lecce la polizia raccoglieva centinaia di nuove denunce, a Brindisi la Forestale si concentrava su altri impianti in contrada Trullo-Masseria Caracci e in contrada Capitan Monza. Tutti ubicati nel Sito d'interesse nazionale di Brindisi, ovvero una zona in cui, è scritto nell'atto di sequestro, "è evidenziata la presenza di sostanze velenose e cancerogene, soggetta al vincolo di caratterizzazione e, in caso di inquinamento, ad attività di messa in sicurezza e bonifica". Caratteristiche che, a detta degli investigatori, fanno sì che l'utilizzo dei terreni sia subordinato ad alcune autorizzazioni che non sarebbero state ottenute. Da qui il sequestro disposto il 20 settembre, con tanto di denunce a 16 persone, che hanno nuovamente sfiorato il Fondo. 


LEGGI Fotovoltaico, ancora sigilli nel brindisino: 4 società coinvolte, 16 indagati

Dal colosso energetico è giunta prima una difesa d'ufficio, poi l'annuncio dello stop agli investimenti: "a seguito dei sequestri preventivi", è scritto a chiare lettere in un comunicato ufficiale, e "fino a che la situazione non sarà chiarita". Annunciando "pieno rispetto del lavoro della magistratura" e individuandone al contempo l'operato come la causa prima della sospensione dei lavori in atto. "Il sequestro degli impianti – affermano i vertici del Gruppo – ci sorprende, in quanto in tutti gli altri Paesi in cui abbiamo investito, una volta acquisiti il parere favorevole per i progetti presentati e le necessarie autorizzazioni, non ci sono stati problemi legali successivi". In Puglia, invece, è andata diversamente: "Dobbiamo rilevare che le misure finora adottate complicano notevolmente le già difficili condizioni operative". Il sequestro, insomma, è un incidente di percorso che il Gsf non sembra più disposto a mettere in conto. 

"In un quadro normativo non semplice e instabile – continua il comunicato – auspichiamo che possano essere individuate misure alternative a quelle del sequestro cautelare degli impianti che rischia di penalizzare irreversibilmente gli investimenti operati da Gsf". L'auspicio è chiaro. Le ipotesi della magistratura anche. Le due cose, al momento, sembrano configgere e, per il futuro prossimo, il Global solar fund sembra sperare in un deciso cambio di rotta. "Se non si potesse in futuro operare in un contesto fatto di regole certe e di un quadro normativo univoco e stabile – conclude il comunicato – investire in Puglia, e in Italia più in generale, sarebbe sempre meno appetibile". Il messaggio è di facile lettura. Di questo passo, anche gli investimenti dei prossimi due anni, un altro miliardo per costruire parchi fotovoltaici, sono a rischio. 

 

 

Veleni nel porto. La stampa nazionale torna ad occuparsi di Molfetta


 

La stampa nazionale torna ad occuparsi di Molfetta e delle armi chimiche. Questa volta è il giornale della Legambiente, LA NUOVA ECOLOGIA che si occupa delle conseguenze della guerra e dedica  l’inchiesta del mese  al problema delle tonnellate di armi a caricamento chimico affondate durante la seconda guerra mondiale e che minacciano l’ecosistema italiano, mentre le bonifiche procedono a rilento. Nell’inchiesta si analizza la situazione delle acque dell’Adriatico, del Tirreno e di alcuni laghi. Secondo gli esperti dell’Istituto nautico di Forio (Ischia), gli arsenali di armi chimiche andrebbero ricercati nel triangolo che ha per vertici Bagnoli, Ischia e Capri, dove Goletta Verde è approdata nelle scorse settimane per chiedere analisi accurate. Dalle acque dei mari a quelle dei laghi i veleni continuano a inquinare l’Italia. Un esempio è quello del lago di Vico dove dopo anni di omissioni e ritardi è giunta la notizia dell’inizio della bonifica della Chemical City; una notizia che premia l’impegno di Legambiente e di quelle associazioni che da alcuni mesi, riuniti insieme a noi nel Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, chiedono a gran voce che si trovi una soluzione definitiva a questo drammatico problema, che al di là delle singole vertenze territoriali ha ormai assunto la dimensione di una vera emergenza nazionale.
Nel luglio scorso Francesco Loiacono, giornalista de " LA NUOVA ECOLOGIA " è stato a Molfetta e ha realizzato l'inchiesta che questo mese si trova nel mensile della Legambiente. All'inchiesta è abbinato un video che lo stesso giornalista ha realizzato nel porto di Molfetta e a Torre Gavetone intervistando oltre a Matteo d'Ingeo, responsabile territoriale del Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche,  i due rappresentanti della Legambiente, Massimiliano Piscitelli e Paolo De Gennaro.

 


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LAGO DI VICO: IMMINENTE LA BONIFICA DEL SITO MILITARE

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Dopo anni di allarmi, polemiche ed estese campagne di monitoraggio, sembra finalmente giunto il momento degli interventi concreti per cominciare a risolvere la difficile emergenza che investe il Lago di Vico.

La voce che circolava da giorni e che ci è stata ufficialmente confermata dai responsabili del Centro Tecnico Interforze di Civitavecchia (NBC), è ora finalmente una certezza, e quindi per noi una buona notizia.
I primi interventi di bonifica per rimuovere le “masse anomale” interrate rinvenute nell’ex magazzino militare posto sulle rive del lago saranno infatti realizzati nei prossimi mesi.
L’iter amministrativo per affidare ad una impresa specializzata il delicato compito di ripulire l’area dagli ordigni inesplosi ha finalmente ripreso il suo corso, ed ora, dopo anni di silenzi, omissioni e ritardi è lecito sperare in una positiva soluzione.
Nel mese di luglio il Ministero della Difesa ha infatti pubblicato il bando di gara per assegnare alle ditte che rispondono ai requisiti tecnici richiesti il primo pacchetto di interventi per un importo complessivo di circa 150.000 euro + Iva.
Le imprese interessate, dopo un sopralluogo nel sito per verificare le condizioni del capitolato, presenteranno le loro offerte e la gara per la definitiva assegnazione dei lavori si concluderà entro il mese di settembre.
Dopo la verifica della Corte dei Conti sulla conformità dell’iter amministrativo l’impresa aggiudicataria potrà avviare l’intervento di bonifica, previo corso di formazione per tutto il personale operativo che si terrà presso la scuola del Centro Interforze NBC.
Se quindi tutti i passaggi amministrativi rispetteranno i tempi annunciati, entro l’inverno entrerà in azione la task force di rastrellatori e tecnici specializzati per rimuovere le masse anomale nel primo dei sei lotti interessati, lavoro propedeutico alla successiva caratterizzazione dei terreni che sarà eseguita dai tecnici dell’Arpa per rilevare eventuali presenze di sostanze tossiche.
Questo in sintesi il calendario dei primi interventi di bonifica che saranno avviati nei prossimi mesi e che ci auguriamo non subiscano ulteriori ritardi; occorre inoltre sottolineare che l’area interessata alle operazioni è ancora limitata e che saranno necessari ulteriori e ingenti risorse economiche per ripulire l’intero sito militare.
Del resto, dopo anni di omissioni e ritardi salutiamo la notizia dell’inizio della bonifica della Chemical City con grande soddisfazione; una notizia che premia l’impegno di Legambiente e di tante associazioni presenti sul territorio, che in questi anni hanno posto all’attenzione di tutti una “scomoda verità” con la quale dobbiamo fare i conti.

acartellozonamilitareMa la strada per liberarci definitivamente dalla drammatica eredità lasciataci dall’industria chimica militare degli anni ‘40 è ancora lunga e oltre al Lago di Vico sono decine i siti disseminati in tutto il territorio nazionale che aspettano risposte.
Oltre che nel nostro territorio anche a Molfetta, Pesaro, Colleferro, Ischia, comitati di cittadini e associazioni, da alcuni mesi riuniti insieme a noi nel Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, chiedono a gran voce che si trovi una soluzione definitiva a questo drammatico problema, che al di là delle singole vertenze territoriali ha ormai assunto la dimensione di una vera emergenza nazionale.

Fabrizio Giometti – Legambiente Lago di Vico                             

 

Francesco Padre, altri due consulenti

 


Foto: © la meridiana

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«A pochi giorni dall'inizio delle operazioni di ricognizione per accedere al relitto del motopesca “Francesco Padre”, dopo oltre 16 anni di attesa speriamo davvero che una parola di verità venga a galla su questa terribile tragedia, e che i resti dei nostri cari possano tornare finalmente da noi». Si avvicina l'inizio delle nuove ricognizioni sul relitto del peschereccio misteriosamente affondato il 4 novembre 1994 al largo del Montenegro. I rilievi sono stati disposti dalla procura di Trani, che nel 2010 ha riaperto l'inchiestaIl silenzio dell'attesa è rotto dai familiari delle cinque vittime, i marinai Giovanni Pansini, Luigi De Giglio, Saverio Gadaleta, Mario De Nicolo e Francesco Zaza, riuniti nel comitato "Francesco Padre, verità e guistizia". 
«E' certamente indescrivibile il nostro stato emotivo, e sono grandi le speranze che riponiamo in questi eventi – scrivono l'avvocato Nicky Persico e Maria Pansini, figlia del comandante del peschereccio e presidente del comitato -. Ma la lunga attesa ci ha insegnato ad essere realisti, e quindi siamo pronti ad accettare qualsiasi esito, ed anche qualsiasi verità, comunque essa potrà affiorare, purchè verità piena e completa sia. 


Siamo persuasi che tutto si svolgerà nella massima serena trasparenza che tanto occorre, e ci auguriamo che la volontà di tutti coloro che con impegno e buona fede hanno operato e opereranno su questo caso, a qualsiasi titolo, trovi il riscontro che spetta ai giusti». 

In vista di queste operazioni, il team dei consulenti nominati si è recentemente, rinforzato. Hanno accettato di collaborare con il gruppo dei legali (Ascanio Amenduni, Nino Ghiro, Nicky Persico e Vito D'Astici) anche Paolo Cutolo, ex responsabile del Nucleo artificieri antisabotaggio della Questura di Bari, e Mario Nigri, esperto in balistica forense. 

Saranno coadiuvati dall'ingegnere navale Francesco Mastropierro, che da sempre, con tenacia, ha seguito i familiari in questi lunghi anni, e Domenico D'Ottavio, chimico esperto di esplosivi. 

«Siamo loro grati – commentano i familiari delle cinque vittime -, e certi che le loro professionalità forniranno un apporto esaustivo e capillare, assistendo le parti offese, unitamente agli esperti tecnici e investigatori incaricati dalla Procura di Trani. 
Ci auguriamo che quella lunga notte, iniziata il 4 novembre 1994, quando il motopesca “Francesco Padre” è affondato in circostanze mai chiarite, lasci presto spazio alla luce, e che vengano spazzate via le ombre su questa vicenda che ha colpito i nostri cari e l'intera marineria molfettese
». 

«In questo momento, qualunque cosa accada – concludono -, desideriamo ringraziare la Procura di Trani e gli investigatori, i media, gli avvocati, coloro che procederanno alle operazioni in mare, la gente che ci ha sostenuto e che ci sostiene, e preghiamo che ci venga data la forza di sopportare questa immane pressione emotiva, che vede ora una luce dopo anni di silenzio e di oblìo».

Dopo la città, le "MANI SUL PORTO"

La campagna di propaganda del SindacoSenatorePresidente Azzollini continua ed è alimentata dall’unica “velina” fotocopia, con errori annessi, che parte dall’ufficio stampa comunale e, attraverso varie testate giornalistiche regionali e locali ( qualcuna anticipa il testo del comunicato ufficiale del Comune) celebra eventi mediatici che servono solo ed esclusivamente a distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi della città e a camuffare l’incapacità amministrativa della giunta Azzollini.
Nel febbraio scorso Azzollini aveva utilizzato i progettisti del nuovo porto commerciale per creare gli effetti speciali sui lavori del porto. Allora si dichiarò che tutto andava bene e che i lavori di dragaggio e banchinamento procedevano secondo cronoprogramma previsto, ma noi lo smentimmo denunciando le sue bugie.
Si scoprì invece che, mentre la sceneggiata andava in onda sul cantiere e negli studi televisivi, negli uffici comunali il Responsabile Unico, Ing. Balducci,  approntava la variante al progetto del portodeliberata dalla Giunta Comunale in data 18.03.2011; quella variante che spegneva la speranza e il sogno del senatore; sì, lui che aveva sognato la più grande opera marittima del sud Italia. Chissà quante volte avrà maledetto quelle dannate bombe che ostruiscono il canale d’accesso al nuovo porto commerciale.
L’Area 2 di circa 88.000 mq, la “zona rossa” che è già costata circa 8 milioni di euro di penale pagati alla ditta vincitrice dell’appalto.
In questi giorni, invece, è in cartellone un nuovo spettacolo, quello delle “draghe” più lunghe e potenti al mondo. I protagonisti sono tre grandi mostri di ferro che mangiano, tritano e sputano roccia dai fondali marini.

 

 

Il primo mostro non lo abbiamo mai visto, se non in cartolina o in video, eppure ci hanno raccontato che era il più grande al mondo. La draga D’Artagnan, con disgregatore con potenza totale installata di 28.200 kW, profondita’ di dragaggio fino a –35 m. e lunga 134 metri, era l’asso nella manica dell’impresa che ha vinto la gara d’appalto.

 

Ci siamo accontentati, fino alla settimana scorsa, della VLAANDEREN XVI, di 47 metri di lunghezza, altezza di dragaggio -14 metri, potenza di 1.786 kw.

Mentre la VLAANDEREN XVI, con la nota della società “SIDRA” n. 4669-CON-MAR-008 in data 13.09.2011continua il dragaggio, abbiamo il colpo di scena della stessa società che annuncia, che a far data dal giorno 18.09.2011, inizierà i lavori di dragaggio di seconda fase nel bacino portuale di Molfetta, la draga aspirante a disgregatore autopropulsa denominata “NICCOLO’ MACHIAVELLI”, di bandiera lussemburghese.


La draga è lunga 138 metri ed ha una potenza installata pari a 21.600 kW sarà assistita da due rimorchiatori, uno spagnolo ed uno inglese. Non si conoscono al momento le capacità di dragaggio in profondità perché in rete non ci sono notizie su questa draga.
A parte i numeri e le grandezze non si riesce a capire dove sia l’evento straordinario e cosa ci sia da festeggiare. La draga di una certa potenza e capace di disgregare, dragare e aspirare era nel capitolato d’appalto doveva giungere a Molfetta già l’anno scorso, quindi non ci sarebbe nulla da festeggiare, anzi, bisognerebbe essere preoccupati per il rischio di pagare una nuove penale milionaria.
Ma, così come si è detto più avanti, il sindaco Azzollini e i suoi accoliti organizzano gli eventi mediatici per nascondere la vergogna del momento.

Infatti, dopo aver issato la bandiera del comune di Molfetta sull’albero maestro della “Niccolò Machiavelli, Azzollini e "i Vassalli del Granducato di Molfetta",  si recano in Comune e preparano la delibera n.178 che risulterà approvata il 20.09.2011 e affissa all’albo pretorio del comune di Molfetta in data 22.09.2011.
L’oggetto della delibera è il seguente: “Completamento opere foranee e costruzione nuovo porto commerciale. Studio di navigabilità per il canale di accesso del Nuovo Porto Commerciale di Molfetta, mediante simulatore di manovra a pilotaggio manuale nell’ipotesi di mancato dragaggio del canale di accesso. Presa d’atto rapporto tecnico del Centro per gli Studi di Tecnica Navale CETENA Spa di Genova.
Loro festeggiano pur essendo consapevoli del fallimento della loro azione amministrativa e offrono al popolo la festa per negare la verità.
La parte positiva della delibera, per usare un eufemismo, ci dice che con D.D. Settore LL.PP. n. 79 del 28.03.2011 (mai pubblicata sul sito web e albo pretorio del comune) è stata affidata, all’Istituto CETENA S.p.A. di Genova, l’esecuzione del nuovo studio relativo alla navigabilità ed accessibilità nautica del Nuovo Porto di Molfetta, da eseguire mediante simulatore di manovra a pilotaggio manuale nel caso in cui il canale di accesso non venisse dragato subito e con nota con nota del 15.04.2011 prot.n. 22648 il Centro per gli Studi di Tecnica Navale CETENA, a completamento dello studio di simulazione di navigabilità nel canale di accesso, ha trasmesso il rapporto tecnico da cui si evince che : “nel corso delle simulazioni eseguite si è verificato quindi che la batimetria attuale del canale d’accesso al nuovo Porto Commerciale in costruzione a Molfetta, nella condizione transitoria di ritardo dei dragaggi sul lato terra,garantisce adeguate condizioni di sicurezza per le manovre delle navi mercantili (da 160 m. di lunghezza e 7,2 m. di immersione), anche senza l’intervento di rimorchiatori, ma dotando il suddetto lato terra del canale degli adeguati ausili alla navigazione (es. boe di segnalazione) che delimitino la zona dei bassi fondali”.
Quindi addio alle grandi navi commerciali porta-conteiner che l’amico del sindaco Totorizzo voleva portare a Molfetta  con un fondale di circa 12 metri di profondità e delle navi da crociera. 
Ma la delibera dice dell’altro nella premessa, ed è l’unica verità certa, pari ad una sentenza di morte momentanea del Nuovo Porto Commerciale:
I fondali, interessati dai dragaggi e dalle opere infrastrutturali, a seguito di prospezioni e ricognizioni subacquee accurate, sono risultati infestati di ordigni bellici di quantità di gran lunga superiore a qualsiasi previsione pessimistica, a tal punto da causare un pesante ritardo nella esecuzione dei lavori che ha indotto l’impresa appaltatrice a fare richiesta di maggiori oneri per i danni subiti; la controversia insorta è stata risolta addivenendo ad una transazione fissando al 31.12.2011 la bonifica di tutte le aree interessate dai lavori fossero rese disponibili;
L'entità degli ordigni è tale per cui non è possibile bonificare tutte le aree interessate dai dragaggi entro il 31.12.2011, per cui si è ritenuto di stralciare dall’appalto in corso il dragaggio di alcune zone tra cui il canale di accesso”.
Insomma l’amministrazione si gioca tutte le carte per non pagare altre multe milionarie perché il 31.12.2011 è già arrivato e non sappiamo quali altre “disattenzioni” ci riserverà il tempo.
 
Ma le “disattenzioni” del sindaco, della Giunta e degli uffici comunali vanno oltre.
Nella fretta elettorale, e non solo, di questi ultimi anni,  si ignora la presenza di bombe sui fondali interessati alla costruzione del nuovo porto ma, dopo aver approvato il progetto definitivo il 25.6.2006 e il bando di gara, il disciplinare di gara definitivo e indetto l’appalto integrato in data 17.10.06, l’amministrazione comunale dimentica di rispettare alcune importanti prescrizioni previste nella pronuncia di compatibilità ambientale imposte dal Ministero dell’Ambiente e tutela del territorioe Ministero per i beni e attività culturali. Tralasciamo la trattazione delle singole prescrizioni, che ancora oggi stanno concludendo a sanatoria, perché richiederebbe molto tempo e spazio per raccontarle anche agli organi preposti al controllo dell’appalto.
Una prescrizione avviata, invece, prima dell’inizio dei lavori riguardava lo “studio delle opere di difesa dal moto ondoso per l’accessibilità, l’attracco e verifica delle opere di banchinamento per effetto della agitazione ondosa del bacino portuale a realizzarsi”.
Il 12.08.2004 l’amministrazione comunale affidava alla IDROTEC srl di Milano lo studio; l’1.12.2004 la IDROTEC consegnava la relazione e il 13.12.2004 si liquidava lo studio tecnico con una parcella di 13.708,80 euro prendendo atto che “lo studio di agitazione ondosa e caratteristiche idrauliche delle opere interne del nuovo porto e ritenuto lo stesso completo e redatto correttamente secondo i canoni richiesti e soddisfacente per il prosieguo della attività di progettazione.
In effetti la progettazione proseguì e le prime opere furono eseguite ma il moto ondoso interno del porto forse non era stato studiato correttamente perché dopo la prima mareggiata, e anche le seguenti, si sono avuti ingenti danni alla banchina del Molo Pennello e alle piccole e grandi imbarcazioni.
E l’amministrazione che fa? Chiede al vero responsabile di questo procedimento, l’Ing. Enzo Balducci, di risolvere il problema dal momento che le opere della diga foranea erano già state realizzate. Il dirigente pensa bene di commissionare un nuovo studio del moto ondoso con “variante in corso d’opera” al progetto iniziale.
Questa volta la nostra amministrazione non si fida degli studi tecnici italiani e decide di affidare lo studio del moto ondoso all’Università della CatalognaLaboratorio di Ingegneria Marittima di Barcellona.
La “commissione interna
” (chi faceva parte della commissione?) dell’Ufficio tecnico comunale ritiene  che il Laboratorio di Barcellona sia il più affidabile sul mercato. E’ difficile per noi, ignari cittadini, sapere chi è più affidabile sul mercato tra la IDROTEC di Milano e il Laboratorio di Barcellona, la prima ci è costata circa 14.000,00 euro realizzando lo studio in 4 mesi, la seconda solo 72.500,00 euro dovendo realizzare lo studio più complesso in soli “50 giorni”.
Evidentemente l’affidabilità dello studio dipende dai tempi di consegna del lavoro e dalla professionalità dei tecnici che lo realizzano.

E sapete chi lavorava nei laboratori di Barcellona dell’Università della Catalogna? L’Ing. Corrado Altomare, figlio del Dirigente dell’ufficio tecnico comunale Rocco Altomare, entrambi arrestati nell’ambito dell’operazione ”Mani sulla città”.
Lo studio richiesto dal 20 aprile 2010, data in cui si è stipulato il contratto, è stato consegnato dal Laboratorio della Catalogna, a firma del prof. Xavier Gironella (collega dell’Ing. Corrado Altomare e responsabile dello stesso gruppo di lavoro), via e-mail in data 15.10.2010.
Ma i 50 giorni utili per la consegna dello studio era un elemento fondamentale per l’affidamento dell’appalto? La parcella è stata pagata ma il problema rimane e i danni aumentano.
Non vogliamo dilungarci oltre perché ci sarebbe da scrivere un romanzo sulla storia del Nuovo Porto Commerciale di Molfetta e sull’inettitudine fino ad oggi dimostrata da alcuni attori della vicenda, speriamo solo che la Magistratura, i Ministeri interessati, il Prefetto e la Regione Puglia interrompano definitivamente questo scempio ambientale e sperpero di finanziamenti pubblici in un momento di crisi globale per destinare quei pochi fondi rimasti, sottraendoli a dubbi e discutibili consulenze tecniche, ad un solo obiettivo, la bonifica.
Molfetta ha bisogno della bonifica da residuati bellici nel porto e in località Torre Gavetone, così come l’accordo di programma prevedeva, per la salvaguardia della salute dei cittadini e dell'ambiente.

 
 

Mafie in Umbria, Libera: serve fare presto e bene

Conferenza stampa

Conferenza stampa "Apogeo" – Foto Umbriajournal.it
www.liberainformazione.org

Noi di “Libera Umbria” non dovremmo meravigliarci dei risultati dell’Indagine Apogeo: ne sottolineavamo l’importanza – con dati di provenienza ufficiale –  nel dossier presentato alla Commissione regionale antimafia insieme ad altre associazioni, al fine di diffondere la consapevolezza e l’allarme nell’intera società regionale. E tuttavia le dimensioni dei sequestri di Ponte San Giovanni a Perugia, a danno di una società di comodo collegata al clan camorristico dei Casalesi, hanno determinato anche in noi sconcerto e sorpresa: esse rivelano una penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico regionale più ampia e ramificata di quanto pensassimo ed evidenziano come non sia più lecito ricondurre la vicenda al semplice riciclaggio e si debba invece pensare a progetti di stabile insediamento.

 
Il primo sentimento che vogliamo esprimere è quello di gratitudine verso la magistratura e le forze dell’ordine che, con un alto grado di coordinamento a livello nazionale e con un impegno diuturno, hanno spezzato con l’inchiesta e il sequestro i tentacoli della piovra. Ma il compito di una associazione come la nostra, in casi come questo, non può essere limitarsi al sostegno alla magistratura. La nostra idea è che le mafie si fermano e si abbattono se c’è una diffusa consapevolezza e corresponsabilità, un “noi” che rafforza la legalità e il senso della comunità: per questo da anni in Umbria facciamo al nostro meglio opera di informazione, di sollecitazione alle istituzioni democratiche locali, di educazione, di valorizzazione delle positive memorie di chi le mafie ha combattuto. Sentiamo che oggi anche a noi s’impone un salto di qualità nella riflessione per capire meglio quali leggi e provvedimenti chiedere allo Stato centrale, quali misure ed interventi sollecitare da parte di Regioni, Province, Comuni, quale impegno stimolare nelle organizzazioni sindacali e imprenditoriali, nell’associazionismo e nel volontariato, nei singoli cittadini per combattere le mafie.
 
La riflessione ha due livelli.
 
Il primo – più generale – riguarda la penetrazione economica delle mafie nelle città dell’Umbria che va certamente al di là delle operazioni già rivelate dalla magistratura e che probabilmente continua. Essa ha certamente collegamenti con l’accertata presenza nel perugino di uno snodo importante del narcotraffico. Una delle conseguenze di questo fatto sono le grandi dimensioni dello spaccio, generalmente affidato alla criminalità extracomunitaria, che attira consumatori da altre zone e le cifre da record delle morti per overdose. Un’altra conseguenza è appunto l’ottima conoscenza del territorio e delle sue opportunità anche di riciclaggio e di reinvestimento da parte delle mafie. Noi vorremmo poter confrontare con istituzioni ed esperti la nostra ipotesi di lavoro che la politica di contrasto concentrata sul tema della sicurezza e dello spaccio sia insufficiente – come del resto mostrano i risultati – e che per contrastare davvero la droga (e anche lo spaccio) sia indispensabile un più forte impegno sul grande traffico e sul ruolo delle grandi organizzazioni criminali. 
 
Una seconda considerazione di carattere generale riguarda la debolezza del tessuto economico e imprenditoriale umbro, che rende la Regione più facile terra di conquista da parte delle mafie, che non sembrano soffrire crisi di liquidità. In particolare – nel tempo di una crisi economica generale e globale – si rivela fragile uno sviluppo concentrato sul ciclo del cemento e dell’edilizia. La verticale crisi del mercato e dei prezzi delle abitazioni offre alle infiltrazioni della criminalità organizzata ottime opportunità. Riteniamo che sia molto da ripensare lo sviluppo economico e urbanistico della Regione, ma che intanto, da parte delle pubbliche istituzioni, delle banche e degli istituti finanziari, servano iniziative di sostegno alle imprese in difficoltà finanziarie anche per evitare che si associno con il “diavolo” o che gli vendano imprese, aziende o immobili.
 
Il secondo livello di riflessione riguarda la specifica vicenda di Ponte San Giovanni. “Libera” non ha ricette salvifiche; pensiamo però che anche in questo caso la via maestra sia il coinvolgimento più ampio possibile delle istituzioni e dei cittadini singoli o associati. Intendiamo chiamare a raccolta la popolazione in una grande assemblea entro il mese di ottobre, per offrire in primo luogo ai cittadini di Ponte San Giovanni il massimo di informazione su quanto è accaduto attraverso la presenza di magistrati e di “Libera Informazione” e la testimonianza degli Enti Locali antimafia associati in “Avviso Pubblico” su quello che si può fare per fermare e impedire infiltrazioni. Vorremmo costruire l’assemblea in modo che sia possibile ai cittadini di esprimere i propri dubbi, le proprie preoccupazione e formulare le loro proposte. Inviteremo perciò le associazioni e inviteremo le istituzioni, a partire dalla Regione con sua Commissione antimafia, dal Comune e dalla Provincia, perché rispondano alle sollecitazioni esplicitando le proprie volontà d’intervento. Inviteremo le associazioni sindacali, imprenditoriali e le banche. Ognuno deve dire la sua, ognuno deve non solo fare le sue proposte ma mettere in comune il proprio impegno. Pensiamo che un tema urgente di riflessione sia il “che fare” delle costruzioni sottoposte al sequestro, un vero e proprio quartiere, che senza interventi sarebbe destinato al degrado e contribuirebbe al degrado di tutta l’area di Ponte san Giovanni.
 
Coordinamento regionale di Libera Umbria

 

Nel santuario delle scommesse sportive dove finivano i soldi delle partite truccate


di MARCO MENSURATI
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SINGAPORE – Se qualcosa dovesse andare storto, all’ingresso, ben visibile, c’è il defibrillatore. Perché qui si fa sul serio. Girano i milioni e con i milioni l’adrenalina. 

La sede della “Singapore Pools”, l’allibratore statale  e monopolista di questa Montecarlo equatoriale, nonché l’epicentro mondiale del “calcioscommesse”, sta al primo piano di un elegante edificio a due passi dal quartiere cinese. Chiunque, in qualunque parte del mondo voglia accomodare una partita e poi guadagnarci su milioni di euro o di dollari, chiunque, insomma, voglia fare le cose in grande stile, deve venire fino a qui. Venire o, meglio ancora, appoggiarsi a qualcuno del posto (esistono delle vere e proprie agenzie di servizi) che si occupi di puntare i soldi a questo banco, proprio come avevano fatto, secondo la procura di Cremona, Beppe Signori, Gigi Sartor e il gruppo dei Bolognesi dell’inchiesta sul calcio scommesse esplosa lo scorso giugno. Qui ci sono le quote migliori, la tassazione minore, i soldi giocati non vengono tracciati, e – soprattutto –  non c’è nessun limite “reale” alle puntate. Insomma, un paradiso per chiunque voglia fare soldi (o anche semplicemente riciclarli) senza dare troppo nell’occhio.
 
Il presupposto della fortuna della “Singapore Pools” è che le scommesse sullo sport sono una delle principali voci di bilancio dello Stato. “I soldi provenienti dal gioco – concludeva 


pochi mesi fa una relazione interna del governo –  vengono utilizzati per finanziare la costruzione di impianti per l’intrattenimento e l’arte, e per la realizzazione di stadi e altre strutture per lo sport, specialmente laddove l’entità degli investimenti richiede  l’intervento dei privati”. Per questo lo Stato ha deciso di gestire il tavolo in prima persona e per questo giocare a Singapore conviene. 

Ovviamente anche in un posto del genere ci sono delle regole da seguire. La prima è: non fare foto, non fare domande, non fare nient’altro che non sia giocare: consultare il “menu” del giorno, compilare schedine, pagare ed eventualmente riscuotere. E basta. Specialmente se si è occidentali. Passato l’atrio, un arco kitsch che ricorda l’antro di qualche supereroe, ci  sono guardie ad ogni angolo, signori con la giacca rossa e l’aria sonnacchiosa che drizzano le orecchie appena sentono il click della macchina fotografica e non si placano finché la foto non è cancellata. 

“Dite che sono scortesi? – ride Ruud, un dipendente della compagna che accetta di parlare coperto dal consueto anonimato – Dovreste vedere come si comportano con quelli che identificano come bookmakers abusivi”, cioè quelli che entrano dentro la “Singapore Pools” e poi si collegano via telefono con le bische clandestine. Allibratori irrilevanti, dediti perlopiù all’ippica, ma particolarmente invisi al colosso delle scommesse. 

Protetto dalle guardie, l’ambiente principale è una sorta di sala Bingo – c’è anche, soffusa, la stessa mestizia – con dei giganteschi monitor alle pareti sempre sintonizzati sulle partite: di giorno assurde, posticipi di campionato giapponese (Yokoama-Vegalta Sendai) o di prima serie sud coreana; di notte, quando il fuso è favorevole, più interessanti, serie A, Liga o Premier. E’ per questo che le organizzazioni criminali italiane cercano di taroccare le partite di serie A nonostante il rischio di farsi scoprire dalle mille telecamere, perché le serie minori non arrivano fin qui, non vengono bancate.

Che non sia una sala Bingo lo si capisce anche dai molti computer sparsi qua e là. Piccoli laptop Acer con tanto di mouse e un blocchetto per gli appunti. In teoria sono a disposizione di tutti i possessori della “Poolzconnect platinum”, la carta corporate della casa; in pratica sono gli strumenti di lavoro di un piccolo esercito di “intermediari”, gente che prende i clienti ricchi in giro per il mondo e si presta per effettuare le giocate, anche live (cioè mentre l’evento è in corso). “Questi sono i livelli medi del giro – avverte Ruud – gente che gioca parecchio ma non moltissimo. Quelli che giocano i milioni veri sulle partite di calcio lo fanno da casa loro, attraverso conti correnti fatti apposta”. 

Dice così e, con la testa indica qualcosa al di là del muro. A cosa si riferisca lo si capisce presto. A fianco all’arco d’ingresso, c’è il cuore del sistema. A una prima occhiata sembra il caveau di una banca svizzera. E’ il quartier generale della società.

L’etichetta sulla porta recita “Singapore Pools (private) ltd”, gli uffici occupano interamente gli ultimi tre piani dell’edificio. Il tentativo di entrare si scontra miseramente contro un muro di security. Il massimo livello raggiungibile è dunque la sala d’attesa vicino alla stanzetta dove vengono accolti i Vip. L’aria mesta da sala Bingo è lontana anni luce.“Qui si gestisce il gioco grosso”, spiega Ruud mostrando una brochure dal titolo “Noi ci preoccupiamo se voi vi preoccupate”, dove è specificato: “Singapore Pools (private) ltd si impegna a proteggere la vostra privacy e tutte le informazioni che ci fornite”. Ruud però si rifiuta di andare oltre. 

Anche perché “oltre” è probabilmente un territorio penalmente rilevante. Un territorio già battuto questa estate dalla procura di Cremona, che aveva  ricostruito il sistema attraverso cui grazie a Gigi Sartor – ex giocatore con interessi economici proprio a Singapore – i bolognesi di Signori riuscivano a giocare “ingenti somme” sulle partite di cui conosceva l’esito. Bastava chiamare il suo contatto con Singapore che il gioco era fatto, senza muovere un euro dall’Italia, e con la garanzia dell’anonimato. Una pratica comune a molti altri scommettitori: milioni di euro vennero giocati, proprio qui alle Singapore Pools sul famigerato over di Inter-Lecce (over che non si realizzò) e su Padova-Atalanta (23 milioni in sei ore). “Da chi? E’ ancora un mistero”, sospirano gli investigatori. Un mistero la cui chiave è custodita negli ultimi tre piani di questo palazzo
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Calcioscommesse, puntate grosse cifre in agenzie del Barese

 


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BARI – Toccherebbe anche la Puglia e in particolare la provincia di Bari l’inchiesta dell’antimafia di Napoli sul presunto riciclaggio dei soldi dei clan nel mondo delle scommesse. Casamassima, Noci, Rutigliano, Polignano a Mare e Bari: le ingenti quanto illecite puntate della camorra sarebbero state effettuate in alcune agenzie di questi centri, un modo per ripulire i soldi sporchi. 

 

Il giro – Maurizio Lopez, ex insegnante di educazione fisica poi divenuto esperto di scommesse telematiche, perno dell’inchiesta che ha portato ieri al fermo di otto persone, è ritenuto, assieme al boss Vincenzo D’Alessandro, già detenuto, il principale elemento della banda. 

Tra il dirigente di Intralot e il capoclan i rapporti erano strettissimi e Lopez, come emerge dalle intercettazioni, era perfettamente consapevole dello spessore criminale delle persone che frequentava. 

 

In una conversazione captata nella sua auto, per esempio, l'uomo dice: «Cioè, che quelli a Castellammare, la gente con cui sto io, la gente con cui sono io implicato, mannaggia la marina, hanno trenta omicidi per uno! trenta! 

 

«. Parlando a telefono con D’Alessandro, invece, in una circostanza Lopez esordisce così: «Amore mio, come stai?». Il boss di lì a poco gli dice: «Io a te non ti dico mai di no. A te proprio non ti dico mai di no. Tu lo sai, sei la vita mia». E ancora: «Grazie, fratello». In un sms, Lopez scrive al capoclan: «Ti voglio tanto tanto tanto bene che matto che sei fratello mio. Mi butterei nel fuoco per te, te lo giuro sui miei figli». D’Alessandro replica: «Idem». 

 

In un’altra telefonata, infine, uno degli indagati manifesta a Lopez il suo entusiasmo per l’efficienza del sistema truffaldino messo in piedi e per gli enormi guadagni: «Oggi abbiamo dimostrato che in due possiamo fare numeri eccezionali, perchè si riescono a sfruttare tutte le possibilità per far denari e soprattutto di far risultare normali tutti gli strani movimenti che facciamo! Come hai detto tu, è un pozzo senza fondo finchè dura». Lopez risponde rassicurandolo: «Durerà, stai tranquillo, finchè sappiamo lavorare». 

 

Dalle indagini è emerso che il clan D’Alessandro – Di Martino aveva aperto un’agenzia di scommesse Intralot anche a Rimini. L'agenzia non è stata però sequestrata, a differenza di altre due che si trovano a Pimonte e Gragnano (Napoli) perchè di recente ha cambiato gestione. 

 

Secondo gli investigatori (l'operazione è stata portata a termine dai carabinieri di Torre Annunziata), il sistema di scommesse clandestine consentiva non solo di "ripulire" i soldi del clan, ma anche di trasferire il denaro all’estero provocando un "dissanguamento continuo" delle risorse italiane. Fondamentali sono state le intercettazioni, in una delle quali il sistema è definito da uno degli indagati "un pozzo senza fondo». 

 

Le indagini ha precisato il procuratore aggiunto Rosario Cantelmo – potrebbero avere sviluppi in tempi brevi. 

 

E quindi non sono escluse delle clamorose novità anche per i prossimi giorni che potrebbe avere anche delle conseguenze anche sui campionati di clacio che sono iniziati solo da qualche settimana. 

Da “Striscia” in tribunale. In aula il caso Dinauto


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È stato aggiornato all’11 ottobre il dibattimento del processo che vede imputato Pietro Sorrenti, ex titolare della concessionaria “Dinauto”. 

L’imprenditore dovrà difendersi, dinanzi al giudice monocratico Lorenzo Gadaleta. dall'accusa di truffa mossa dal titolare delle indagini, il pubblico ministero Mirella Conticelli


I fatti risalgono al febbraio 2009, con la denuncia di due cittadini di Ruvo di Puglia, che lamentò di non essere venuto in possesso della sua Fiat Panda nonostante avesse corrisposto alla concessionaria i 9.600 euro del costo di listino. Stanco di attendere, si rivolse al popolare tg satirico “Striscia la notizia” che fece rimbalzare la denuncia nell’etere. 

Circa un mese dopo, un’operazione della Guardia di finanza denominata "Ghost car" portò all’arresto di Sorrenti e alla denuncia di altre sette persone appartenenti ad alcune finanziarie, accusate di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di truffa aggravata. Accusa poi decaduta al termine delle indagini. Nel frattempo, su istanza del suo legale, l’avv. Maurizio Masellis, terminò la custodia cautelare di Sorrenti. 

Nel frattempo, e siamo ad aprile 2009, la Panda fu consegnata ai due ruvesi.

Quarantuno le ipotesi di reato contestate al titolare della concessionaria (dichiarata in seguito fallita). Non tutte sono giunte martedì in aula a Molfetta. Innanzi al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Trani ne pendono altre per cui è stata chiesta l’archiviazione. 

Decine le costituzioni di parte civile. Si tratta di clienti la cui storia è simile a quella denunciata in tv. In molti casi, come sottolinea l’avvocato Marcello Magarelli, legale di uno dei clienti della concessionaria, nonostante le auto non siano state consegnate c’è chi ancora paga le rate sottoscritte con il finanziamento. 

Il prossimo ottobre si ripartirà da qui. E non è escluso che l’avv. Masellis chieda per il suo assistito la definizione del processo con rito alternativo.