Archivio mensile:ottobre 2010

Alluvioni, 181 comuni a rischio. C'è anche Molfetta

È quanto emerge da uno studio eseguito dall'Autorità di Bacino della Puglia:
nella lista compare anche la città di Molfetta assieme a Bari, Bitonto,
Giovinazzo e Terlizzi

di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

L’amara sorpresa che neanche i volontari di Legambiente, si sarebbero aspettati. La situazione della Puglia a rischio frane e alluvioni è molto più preoccupante di quanto atteso. 



Se nel 2003, dal rapporto del Ministero dell’Ambiente e dell’Unione Province Italiane erano solo 48 le città sotto la minaccia di un territorio fragile, oggi, secondo quanto rilevato dall’Autorità di Bacino della Puglia e divulgato ieri sulla Gazzetta del Mezzogiorno sono 205. 



Ta queste, 181 hanno al proprio interno aree classificate R4, ovvero a rischio molto elevato. E tra queste compare anche la città di Molfetta (l'immagine si riferisce all'alluvione del 4 agosto 2009) assieme a Bari, Bitonto, Giovinazzo e Terlizzi. 



L’aggiornamento di una minaccia incombente è stato reso ufficiale nel corso della conferenza stampa di presentazione di Operazione Fiumi 2010, la campagna di Legambiente a difesa dei corsi d’acqua d’Italia, dallo stesso segretario generale dell’Autorità di Bacino della Puglia, il prof. Antonio Di Santo. 



L’iniziativa dell’associazione ambientalista punta come al solito ad elevare il livello di conoscenze e di sensibilità della popolazione alle questioni della salvaguardia del territorio. Frane e alluvioni sono infatti la conseguenza di cattive manutenzioni di fronti per loro natura franosi e di corsi d’acqua spesso impermeabilizzati o sbarrati da costruzioni realizzate dove non si sarebbe mai dovuto. 



«In una regione così vulnerabile – ha spiegato Paola Tartabini, portavoce della campagna di Legambiente – è necessario da un lato rimettere le mani al pesante fardello urbanistico del passato, dall’altro realizzare un’attenta opera di manutenzione del territorio». 



Di scelte sbagliate e di disinteresse ai problemi della tutela del territorio (salvo poi quando ci sono tragedie con morti), ha parlato invece l’assessore regionale alle Protezione Civile, Fabiano Amati, che ha invocato una sorta di «stato di indignazione permanente». 



«Perché la protesta non basta – ha continuato – è in fondo passiva rispetto ai problemi, giacché si limita a enunciarli. L’indignazione invece è fatta di comportamenti nel segno della correttezza. Bisogna tornare a rivedere le priorità nei nostri territori». 



L'assessore regionale ha poi annunciato che a breve sarà firmato l’accordo di programma quadro con il Ministero dell’Ambiente per poter accedere a una quota del miliardo di euro («a valere sui fondi Fas, sempre che li sblocchino») messo a disposizione proprio per le opere di manutenzione del territorio e di prevenzione del rischio frane e alluvioni. 



«Ci vogliono piani d’emergenza e di delocalizzazione – ha chiarito il presidente regionale di Legambiente, Francesco Tarantini – di abitazioni o altri fabbricati sistemati in aree a rischio. Le amministrazioni comunali si mettano in regola anche nell’ordinarietà».

 

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Operazione "Scarpe sporche" ha ripulito le strade del Nord-Italia (coinvolto un molfettese)


 

di Piero Archenti (www.tuononews.it/…)

Alessandria – Una preoccupante intensificazione di furti di merce commessi a danno di autotrasportatori in sosta sulla A/21, A/26 e A7, quindi svolti in massima parte nelle province di Alessandria, Pavia e Piacenza ha messo in allarme la squadra di P.G. della sezione di Polizia Stradale di Alessandria, unitamente al personale delle sottostazioni di Alessandria ovest e Milano ovest.

Le indagini, concluse recentemente, ed illustrate dal primo dirigente dottoressa Carlotta Gallo, dall'Ispettore Luca Colussi e dal Commissario di San Michele, Donato Montanacella, hanno dato esecuzione a 8 ordinanze di custodia cautelare emesse dal GIP del Tribunale di Tortona nell'ambito dell'operazione denominata "Scarpe sporche".

Lo spunto che ha dato l'avvio alle indagini risale al 29 gennaio 2010, grazie agli accertamenti immediati svolti dalla sottostazione di Alessandria ovest, in occasione di un furto perpetrato ai danni di un autoarticolato avente per oggetto un intero carico di scarpe GEOX (da quì il nome dato all'operazione), commesso nell'area di servizio Tortona Sud, al km 91 dell'A/21.
 

Sempre gli stessi autori si sono resi responsabili successivamente di altri eventi criminosi sull'intera rete autostradale del Nord Italia, ed in particolare sull'Autostrada dei Vini A/21 Torino – Piacenza.

La merce ricercata dai malvienti variava dagli alimentari all'abbigliamento ai piccoli eletrodomestici.

La metodica era sempre la stessa; un'auto staffetta, composta dalle cosiddette "batterie", individuava i mezzi da depredare. La merce veniva sottratta dai veicoli in sosta tagliando il telone o strappando i sigilli di carico e trasbordandola su autocarri.
 

Le "batterie" erano solitamente composte da pendolari del crimine. Il lunedì partivano dalla provincia di Bari, e più precisamente dalla città di Bitonto e soggiornavano fino al venerdì presso Motel sitati nel milanese.

La merce trafugata veniva trasportata presso depositi in uso al gruppo o presso soggetti compiacenti o ricettatori, sia nel milanese che nel pugliese.
 

L'indagine ha consentito di intercettare e sequestrare 5 carichi di refurtiva consistenti in forme di Grana Padano, articoli elettronici, abbigliamento e dolciumi per un valore di circa 3 milioni di euro.

Venivano inoltre sequestrati due autocarri utilizzati per trasbordare la merce oltre a ricetrasmittenti, telefoni cellulari e scanner utilizzati dai malviventi per intercettare in via preventiva le forze dell'Ordine.
 

Le indagini delle squadre di P.G. coadiuvate dal personale del Commissariato di Bitonto per i riscontri in Puglia, condotte soprattutto con lunghi pedinamenti ma anche con l'utilizzo di intercettazioni e sistemi d'indagine elettronici, permetteva di far emergere concrete responsabilità a carico dei seguenti soggetti:
 

Roberto Rinaldi, del '59, residente a Melzo (VA);
Eugenio Bartella, del 65, di Spessa (PV);
Paolo Laurenti, del 71, di Cava Manara (PV);
Lillo Giovanni, del '72, di Luino (VA);
Francesco Gadaleta, del '70, di Corato (BA);
Sante Minenna, del '70, di Molfetta (BA);
Alberto Volpicella, del '77, di Brescia; 
Giuseppe Schiraldi del '69, di Bitonto.
 

Tutti quanti, in gran parte, risultavano essere pregiudicati per reati specifici e specializzati in tali episodi criminali per cui è stata emessa nei loro confronti ordinanza di custodia cautelare dal Gip del Tribunale di Tortona.

Malgrado la notevole lontananza ove essi risiedevano e grazie alla fattiva collaborazione con il Commissariato di Bitonto e la Polstrada di Bari tutti i ricercati sono stati così assicurati alla giustizia.

I primi sei associato alle carceri di Milano, Pavia e Trani mentre gli ultimi due (Volpicella e Schiraldi) venivano sottoposti agli arresti domiciliari.
 

In seguito alle indagini, infine, venivano deferiti all'A.G. in stato di libertà, altri sei soggetti.

In conclusione quindi, il risultato dell'operazione è stato quanto mai rilevante in quanto il fenomeno si può dire debellato alla radice, essendo state individuate specifiche responsabilità per 11 singoli episodi a fronte dei 17 totali registrati sulle arterie del nord-ovest nel corso del 2010.

Il piano del commercio voluto dalle "famiglie"

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La recente approvazione del “Piano comunale per la disciplina del commercio su aree pubbliche” e le ultime dichiarazioni del Dirigente comunale con delega al commercio, dott. Mimmo Corrieri, meritano un’attenta riflessione.
Molto spesso abbiamo ascoltato, in questi ultimi mesi, per bocca di dirigenti comunali e consiglieri di maggioranza che il Piano precedente era stato firmato dal Commissario Prefettizio nel 2006 e che l’attuale maggioranza non ha alcuna responsabilità per la situazione dell’ambulantato diffuso, più o meno abusivo, per cui sono state necessarie ben due operazioni di polizia ordinate dalla Procura di Trani per riportare, momentaneamente, la situazione alla normalità
Due operazioni antiabusivismo “straordinarie”, dal momento che le attività ordinarie di controllo, della polizia annonaria, erano diventate pressoché impossibili per le minacce che gli agenti hanno dovuto subire quasi quotidianamente da parte dei soliti noti, ma soprattutto, per la mancanza di indirizzi politici che, questa amministrazione comunale e il suo sindaco viaggiatore, non hanno mai voluto ordinare per prevenire la degenerazione che è sotto gli occhi di tutti.

Ci sono alcuni punti, in questa storia, che andrebbero approfonditi.
Un commissario Prefettizio avrebbe dovuto occuparsi, nei pochi mesi di supplenza tecnica degli organi di governo comunale, solo delle attività di ordinaria amministrazione, urgenti e non prorogabili, invece qualche dirigente comunale gli ha fatto firmare un piano del commercio introducendo qualche nuova postazione rispetto a quelle precedenti, forse dettate, come è avvenuto in questi mesi, da qualche “famiglia”.
Un piano del commercio, come potrebbe essere un piano regolatore, una variante ad esso o altra scelta strategica comunale, è materia prettamente politica oltre che amministrativa ed è giusto che sia deliberata da un organo collegiale politico qual è un consiglio Comunale democraticamente eletto.
Quindi il Commissario Prefettizio avrebbe potuto, per correttezza, prorogare per qualche mese le autorizzazioni scadute fino a quando il nuovo consiglio comunale non fosse stato in grado di varare il nuovo piano del commercio, così come è avvenuto in questi giorni in cui la massima assise comunale ha varato il piano sei mesi dopo la sua scadenza.
Le anomalie, tutte molfettesi, del cosiddetto “mercato diffuso” sono state introdotte già dal precedente piano e in quattro anni l’amministrazione comunale avrebbe potuto benissimo correggere ciò che abbiamo visto proliferare sul territorio comunale, in spregio al decoro civico, al codice della strada e all’igiene pubblica.
Il piano di commercio approvato non ha alla base alcun tipo di studio di settore, verifiche e analisi dell’esistente, o indagini di mercato; anzi, nella premessa al piano, si afferma che lo stesso “pone rimedio alla desertificazione commerciale del centro cittadino” giustificando la scelta del “mercato diffuso” sulla base della "domanda che proviene dalle famiglie”. Non ci risulta, né che il centro cittadino sia “desertificato” dal punto di vista dell’offerta commerciale alimentare, né che ci sia stata una indagine preventiva con questionari o altro strumento d’indagine, con l’obiettivo di monitorare una richiesta sociale.

Ci sentiamo solo di affermare, non tanto ironicamente, che “l’unica domanda che proviene dalle famiglie”, che il sindaco ha ascoltato, è stata quella di alcuni componenti di certe famiglie a cui è stato concesso di occupare postazioni di ambulantato non più itinerante, ma fisso, prima ancora che il piano fosse approvato. Anzi possiamo affermare con certezza che alcune famiglie hanno richiesto e ottenuto, con metodi non tanto normali, postazioni diverse dal piano; altre ancora continuano ad occupare postazioni abusive.
E’ vero, dott. Corrieri, questo “mercato diffuso” è allo stesso tempo una anomalia ed una peculiarità tutta molfettese, non dettata da esigenze amministative, urbanistiche o commerciali, ma volute ed imposte da una piccola parte di commercianti che puntavano forse a rioccupare una piazza a loro tanto cara.

Il dott. Corrieri, qualche anno fa, ha riferito al coordinatore del Liberatorio, che se non fosse stato per qualcuno che, nella Giunta Comunale, frenava l’operazione, Piazza Paradiso sarebbe ritornata nelle mani delle stesse famiglie a cui era stata sottratta nel 1992 dopo l’omicidio Carnicella (anche allora con un blitz dei Carabinieri, che avevano accertato numerose irregolarità di natura igienico-sanitaria e amministrativa).
Allora parlò di box che erano già all’attenzione dell’amministrazione; ci chiediamo se non siano gli stessi che il sindaco vuole regalare agli ambulanti itineranti che nel frattempo sono diventati a posto fisso.
Se tutto ciò fosse vero ci asteniamo da qualsiasi commento, sperando solo che il sindaco Azzollini ci dica almeno da dove prenderà i soldi per regalare i box ai suoi ambulanti e come si giustificherà con i commercianti che pagano da sempre le tasse e rispettano le leggi dello stato. L’unica loro colpa è quella di essere stati onesti e di non essere stati mai in galera?

Criminalità, ce n’è troppa o poca?

Molfetta città a criminalità zero oppure città dalla sicurezza pubblica precaria? Su questo dilemma si registra una inedita polemica tra il movimento Liberatorio Politico di Matteo d’Ingeo e l’associazione provinciale Antiracket guidata da Renato de Scisciolo.
Per l’associazione che affianca gli imprenditori pugliesi nella battaglia contro il pizzo, Molfetta è una città sostanzialmente tranquilla sotto il profilo della sicurezza nelle strade. Lo confermerebbero i dati ufficiali sui reati che avvengono a Molfetta rapportati a quelli di altre città: da queste parti sono fortunatamente rari gli omicidi, mentre gli altri reati risulterebbero entro parametri fisiologici.
Concetti ribaditi recentemente durante un convegno – intitolato “Mafia in Puglia” – che il presidente dell’associazione provinciale Antiracket Antimafia ha tenuto insieme con il console generale di Germania a Napoli, Christian Much. L’immagine di Molfetta che è emersa dall’incontro è quella di una città immune dalla presenza della grandi organizzazioni criminali. Anche i copiosi investimenti nella zona artigianale e nella zona industriale, con gruppi imprenditoriali provenienti da fuori regione, sarebbero una conferma di quanto il territorio molfettese sia allettante per il mondo delle imprese.
Tesi rigettata dal Liberatorio Politico che della battaglia per la legalità fa da sempre una propria bandiera. “Noi non sappiamo dove vive il sig. De Scisciolo e che conoscenza abbia della situazione delinquenziale e criminale molfettese, noi invece viviamo a Molfetta e ne siamo a conoscenza. Molti di noi – si legge ancora sul blog del Liberatorio – hanno vissuto in ‘prima linea’ negli anni ’90 e sanno cosa è accaduto in città grazie alla sottovalutazione dei fenomeni di micro e macrocriminalità, non solo da parte di certa parte politica, ma anche delle forze dell’ordine che ritenevano, allora, la situazione molfettese non allarmante rispetto a tanti altri comuni della provincia di Bari”.
Insomma, per D’Ingeo la realtà è che Molfetta sta attraversando “un momento di grande degrado morale e civile dove trovano terreno fertile micro e macro-criminalità”.
Intanto, resta un invito rivolto all’Associazione Antiracket Provinciale “ad occuparsi della realtà molfettese organizzando conferenze pubbliche in orari più consoni alla partecipazione dei cittadini in modo che ci si possa confrontare pubblicamente sui temi della criminalità locale”.
 
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Una piccola nota a margine di questo articolo senza firma apparso su Barisera del 27 ottobre 2010. Ci sembra imprecisa e fuorviante l'informazione data a proposito della situazione molfettese e in particolare di un fantomatico  "convegno – intitolato “Mafia in Puglia” – che il presidente dell’associazione provinciale Antiracket Antimafia ha tenuto insieme con il console generale di Germania a Napoli, Christian Much". Si tratta invece di un incontro svolto alle 14.30 del pomeriggio, a porte chiuse e riservato alla stampa. Le poche informazioni conosciute sono state portate fuori da qualche giornalista affamato, vista l'ora. Non c'è mai stato un manifesto cittadino o qualsivoglia invito che favoriva la partecipazione dei cittadini. Del resto l'associazione Antiracket molfettese e provinciale ci ha abituati a questo tipo di iniziative. Evidentemente l'attività principale della stessa è quella di costituirsi parte civile nei vari processi di usura sparsi un po' ovunque in provincia e in regione forse per dar lavoro agli avvocati che ne fanno parte. Per il resto l'attività dell'associazione è sconosciuta ai cittadini e nè si conoscono iniziative di denuncia e proposte per la crescita della cultura della legalità.

La criminalità a Molfetta

Antiracket

“La criminalità a Molfetta è circoscritta a fenomeni fisiologici, che rientrano nelle normali dinamiche di un popoloso centro urbano… Quel che accade quotidianamente a Molfetta non è sicuramente sintomatico di una situazione di compromissione dell'ordine pubblico. I reati predatori, con l'aumento degli squilibri sociali ed economici è destinato ad aumentare, come è già accaduto in tutti i territori.”

Queste non sono parole di un alieno, di passaggio da Molfetta, ma sono la sintesi di alcune dichiarazioni, riportate dalla stampa locale, del presidente dell’Associazione provinciale antiracket, Renato De Scisciolo.
Noi non sappiamo dove vive il sig. De Scisciolo e che conoscenza abbia della situazione delinquenziale e criminale molfettese, invece i componenti del LIBERATORIO Politico vivono a Molfetta e ne sono a conoscenza.

Molti di noi hanno vissuto in "prima linea" negli anni ’90 e sanno cosa è accaduto in città grazie alla sottovalutazione dei fenomeni di micro e macrocriminalità, non solo da parte di certa parte politica, ma anche delle forze dell’ordine che ritenevano, allora, la situazione molfettese non allarmante rispetto a tanti altri comuni della provincia di Bari.
Noi dissentiamo completamente da questo pensiero e da questa analisi e riteniamo invece che Molfetta, come purtroppo è avvenuto in passato, viva un momento di grande degrado morale e civile dove trovano terreno fertile micro e macro-criminalità.
Pertanto invitiamo l’Associazione Antiracket Provinciale ad occuparsi della realtà molfettese organizzando conferenze pubbliche in orari più consoni alla partecipazione dei cittadini in modo che ci si possa confrontare pubblicamente sui temi della criminalità locale. 

Ascensore per l'impunità

di Gian Carlo Caselli

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/10/presentazioneosservatorio-300x225.jpg Prendere in giro non è bello. Ma essere presi in giro è peggio. Parliamoci chiaro. Usare la categoria della “riforma della giustizia”, con riferimento alla bozza di provvedimenti che il governo ha in cantiere, è una burla o un inganno. La giustizia si riforma rendendola più efficiente, dotandola di maggiori risorse e razionalizzandone l’impiego. Soprattutto snellendo e accelerando le procedure, oggi vergognose perché interminabili e perché simili non ad una linea retta ma piuttosto ad un percorso ad ostacoli, se non ad una prateria sterminata che consente all’infinito eccezioni e cavilli d’ogni genere. 

Nel cantiere del governo nessun argine al disastro. I tempi dei processi resteranno biblici ed i diritti dei cittadini (a partire dalla tanto invocata sicurezza) saranno sempre meno tutelati. In realtà siamo al solito sterminio del significato corrente delle parole. Si dice giustizia, ma gli obiettivi sono altri: dall’impunità dei potenti alla mortificazione dei magistrati che pretendono (ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto) di fare il loro dovere nei confronti di tutti, potenti compresi.

ALCUNI OTTIMISTI (per sfinimento?) si dicono disposti a votare la “riforma” in tutto o in parte: perché non se ne può più di una situazione bloccata dalla cronica ossessione del premier per le sorti dei suoi processi. Con la “riforma” tramonterebbe per sempre l’epoca delle vergognose leggi ad personam. Può essere vero, ma il rimedio sarebbe peggiore del male. Le leggi ad personam di fatto son servite per bloccare inchieste e processi o per indirizzarli verso esiti graditi ai diretti interessati. Ora, se lo stesso risultato si può ottenere influendo “a monte” sulla magistratura o addirittura impartendole direttive, le leggi ad personam diventano inutili. Ed è esattamente questa la situazione che si avrà con le “riforme” in cantiere. Per capirlo, dribblando le beffe, occorre partire dal dato di fatto che il nostro – purtroppo – è tuttora un Paese caratterizzato da un fortissimo tasso di illegalità che comprende una spaventosa corruzione, collusioni e complicità con la mafia assai diffuse, gravi fatti di mala amministrazione e fenomeni assortiti di malaffare. Quasi sempre ci sono pezzi (consistenti) di politica coinvolti in tali vicende, per cui consentire ad essi di condizionare la magistratura che dovrebbe accertare le eventuali responsabilità sarebbe micidiale: per l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e per la credibilità della nostra democrazia.

Vediamo, dunque, alcuni punti della "riforma" in cantiere e quali ne sarebbero gli effetti (con la precisazione, confermata dalle cronache degli ultimi giorni, che il “pacchetto” cambia di giorno in giorno, forse perché le idee sono ancora confuse o forse perché conviene farle sembrare tali per avere più margini di trattativa prospettando 100 per accordarsi su 50):

1) Composizione del Csm. Che l’azione del Consiglio possa essere caratterizzata non solo da ritardi sul piano organizzativo e amministrativo ma anche da prassi lottizzatorie e metodi clientelari, è un fatto. Ma andrebbe decisamente peggio se i componenti eletti dalla politica fossero non più 1/3 ma 2/3 (la maggioranza). Da organo di governo autonomo della magistratura, capace – con tutti i suoi difetti – di tutelarne l’indipendenza, il Consiglio inesorabilmente finirebbe per trasformarsi in organo di eterodirezione (politica!) della magistratura stessa.

2) Obbligatorietà dell’azione penale. Se viene meno questo basilare principio di democrazia, anche solo prevedendo che il Parlamento stabilisca ordinarie corsie diversificate per la trattazione degli affari penali, si apriranno inevitabilmente alla politica spazi per dire ai magistrati a chi fare la faccia feroce e a chi invece gli occhi dolci; anziché giudici soggetti “soltanto alla legge” avremo giudici dipendenti dai potentati politici od economici di turno.

3) Rapporti fra pm e Polizia giudiziaria. Se si rompe l’attuale vincolo di dipendenza, è del tutto evidente che sarà il governo a poter decidere – di fatto – tempi, modi e indirizzi delle indagini, posto che si affermerà con tutta la sua forza la dipendenza della polizia di Stato, dei carabinieri e della guardia di finanza, rispettivamente dal ministero degli interni, della difesa e dell’economia.

4) Separazione delle carriere fra pm e giudici (cosa ontologicamente diversa dalla separazione delle funzioni, ormai realtà concreta del nostro ordinamento, capace di garantire in pieno la terzietà dei giudici). È fuori discussione che in tutti i Paesi che conoscono forme di separazione delle carriere il governo può impartire ordini, direttive od orientamenti al pm. Ma sono Paesi in cui basta che un politico sia trovato con qualche traccia di marmellata sulle mani perché debba irreversibilmente farsi da parte. Anche così si manifesta il primato della politica. Un primato che da noi invece è malamente inteso come pretesa della politica di sottrarsi al controllo di legalità (si vedano le clamorose ma non infrequenti negazioni di autorizzazioni all’arresto o a procedere o all’uso di intercettazioni). Figuriamoci che cosa accadrebbe se alla politica fosse data la possibilità di intervenire alla fonte, regolando il rubinetto delle indagini. La corruzione sistemica, ad esempio, sarebbe ridotta a faccenduola di qualche mariuolo sfigato, e morta lì.

5) Responsabilità civile dei giudici. Il facile slogan “chi sbaglia paga”, se non calibrato con precisione assoluta, rischia di funzionare da cavallo di Troia perché i controlli sugli interventi giudiziari (più che interni al processo) siano esterni ad esso, con esposizione dei magistrati a venti e tempeste incompatibili con la serenità e l’autonomia della giurisdizione. 

CERTO NESSUNO avrà mai l’impudenza di redigere le norme della “riforma” esplicitando una qualche riduzione dell’indipendenza della magistratura. A parole, al contrario, essa sarà solennemente e fermamente ribadita. Ciò non toglie che la “riforma” nel suo complesso converga di fatto verso questo obiettivo. Cui non è estranea la selta (che il guardasigilli avrebbe in programma) di “costituzionalizzare” la figura ed i poteri degli ispettori, posto che – fatti salvi i differenti compiti – sul piano dei principi sarebbe un po’ come attribuire rango costituzionale ai… questori della Camera. Non vedere tale obiettiva convergenza può essere superficiale o miope, ma anche interessato od ipocrita. Piace a qualcuno essere più eguale degli altri. E il varo di un nuovo “lodo Alfano”, con validità anche per i reati commessi prima della carica, di sicuro non fa registrare un’inversione di tendenza.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano di sabato 23 ottobre 2010, pagina 18

Si processano a Bari gli “uomini d’oro” molfettesi

Associazione a delinquere e traffico di preziosi: questa l’accusa a carico di due pluripregiudicati. Giovedì nell’udienza dibattimentale ha testimoniato un finanziere

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Ha avuto inizio giovedì nel tribunale di Bari il dibattimento del processo cosiddetto “Uomini d’oro”.

Tra gli imputati, due pluripregiudicati molfettesi, accusati dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo di associazione a delinquere e traffico e riciclaggio di pietre e metalli preziosi.

Secondo il sostituto procuratore Domenico Seccia, poche settimane fa passato a dirigere la procura di Lucera, gli appartenenti a questa presunta organizzazione avrebbero acquistato preziosi da agenzie del monte dei pegni, per poi fonderli con altri gioielli provento di attività illecita. Si sarebbero così prodotti nuovi gioielli da immettere sul mercato.

L’operazione “Uomini d’oro” che ha permesso l’individuazione degli imputati, nel 2004, è una costola di un’altra, denominata Astra e avvenuta a Matera nel 2002. Nell’occasione, le forze dell’ordine ebbero la meglio su alcuni malviventi a seguito di un conflitto a fuoco. Dalle indagini successive, spuntarono poi i nomi dei molfettesi.

Nell’udienza di giovedì, sono comparsi in aula i primi testimoni, tra cui un agente della guardia di finanza autore delle intercettazioni. Eccezioni sulla loro utilizzabilità sono state presentate dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Maurizio Masellis.

Sarà la corte a stabilire l’esito del ricorso. Si tornerà in aula il 23 febbraio del prossimo anno, con l’ascolto di altri militari delle fiamme gialle.

Presentato a Niscemi l’Osservatorio permanente sulla legalità

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di Giovanni Tizian (www.narcomafie.it/…) – 21 ott 2010

Un Osservatorio permanente per la legalità. E’ l’ultima iniziativa messa in campo dall’Amministrazione comunale di Niscemi il cui sindaco, Giovanni Di Martino, ha fatto della lotta alle cosche uno dei punti cardine del suo mandato. E continua a proporre idee e progetti nonostante l’intimidazione subita il 17 settembre scorso. Volti ignoti hanno incendiato l’auto di Di Martino per avvertirlo che cosche e “compari” non hanno digerito gli ultimi provvedimenti messi in campo per salvaguardare l’economia legale di Niscemi dall’inquinamento diffuso della mafia niscemese. La tracciabilità delle forniture, introdotta con le “White List”, ha scosso gli equilibri mafiosi segnando uno spartiacque, dalla quiete all’attacco frontale. “White List” che sono state applicate ad un grosso appalto i cui lavori stanno per cominciare. Non si arrende il sindaco di Niscemi – subentrato a tre anni di commissariamento per mafia, il secondo che ha riguardato la cittadina del nisseno – e, caparbio, ha lanciato l’Osservatorio per la legalità, un protocollo firmato a giugno e inaugurato il 18 ottobre scorso.

“Con questo progetto – spiega Giovanni Di Martino – ci proponiamo di incoraggiare ogni forma di lotta non violenta e di opposizione contro ogni manifesta e occulta infiltrazione illegale e malavitosa sul territorio e nelle istituzioni”. L’Osservatorio ha come finalità lo sviluppo di una cultura del partenariato istituzionale e sociale nella pratica della pubblica amministrazione, per favorire l’affermarsi dei principi di legalità e di giustizia sociale, dei diritti e dei doveri di cittadinanza così che mai nessuno, sia lasciato solo nella lotta per la legalità democratica contro le mafie.

Tra i principi statutari c’è anche il progetto di elaborare modelli di interpretazione e di conoscenza dei temi dello sviluppo socio economico e culturale, al fine di ricostruire le dinamiche storiche che nel tempo hanno determinato il radicamento del fenomeno mafioso. “Stidda e Cosa nostra – spiega Lirio Conti, Gip presso il tribunale di Gela – per anni si sono contese questo territorio e Niscemi, è stata sicuramente terra di innumerevoli omicidi. I collaboratori di giustizia che, dopo 20 anni, a Niscemi hanno parlato, hanno dipinto una terra fortemente martoriata dai fenomeni mafiosi. L’Osservatorio è un buon punto di partenza, dove potere analizzare la storia giudiziaria di questo territorio e avviare importanti percorsi di mutamento”. Tra i propositi del neonato ente c’è, infatti, l’obiettivo di predisporre una mappatura dell’economia locale per elaborare modelli finalizzati all’individuazione dei settori maggiormente a rischio: usura ed estorsione. In questo modo si avvierà la possibilità di incoraggiare azioni comuni di collegamento tra associazioni, enti, persone impegnati, sia territorialmente che a livello nazionale, in un progetto di legalità e cittadinanza attiva”. Il magistrato ha ricordato la confusione che riguarda la competenza tra distrettuali antimafia. Niscemi, per ragioni geografiche rientra nella competenza del Tribunale di Caltagirone e ha come riferimento la Dda di Catania. “Il paradosso è che la città che rappresento è in provincia di Caltanissetta e le attività investigative per competenza vengono svolte dalle forze di polizia che fanno capo a questa provincia”. Una questione di non poco conto che fa traballare l’efficacia della Giustizia sul territorio niscemese.

“Uno strumento importante per la città di Niscemi – spiega Giusy Aprile, responsabile di Libera Siracusa –. La via obbligata per l’affermazione della legalità passa attraverso le amministrazioni comunali che, attraverso i propri atti sono in grado di tirare fuori le contraddizioni che consentono la partecipazione collettiva alla cosa pubblica. Uno strumento fondamentale di contrasto ai fenomeni mafiosi”.

Per il raggiungimento di questi obiettivi l’Osservatorio opererà su più versanti: con la pubblica amministrazione per ridurre nodi ed inefficienze, per una politica dell’occupazione, per il risanamento ambientale e per sottrarre manodopera alla criminalità. Con la società civile attraverso politiche ed azioni di sviluppo dal basso; con la scuola, prima ed insostituibile risorsa per l’educazione alla legalità. A questo si aggiunge l’importante cooperazione con il mondo produttivo, disposto a denunciare il racket delle estorsioni, nella stessa direzione anche la collaborazione con la Consulta giovanile. Lo scopo è quello di accrescere il protagonismo dei giovani, quale strumento deterrente, nei confronti della devianza minorile. Infine, il percorso dell’Osservatorio permanente per la legalità, prevede la collaborazione con tutte quelle associazioni, enti locali e singoli impegnati in un progetto di legalità contro i fenomeni malavitosi, nei diverso aspetti della vita civile, sociale, politica, economica e culturale.

A Niscemi gli affari delle cosche sono disturbati dalla determinazione di amministratori determinati a non lasciare campo ad ambiguità. Un esempio di buona politica in un Paese dove la “malapolitica” è questione quotidiana.

Francesco Padre, indagini alla fase cruciale

Ieri conferenza stampa in procura. Numerosi gli atti acquisiti; si attende la risposta alle rogatorie. E si ritorna a parlare del recupero del peschereccio affondato il 4 novembre 1994

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di Lorenzo Pisani (www.molfettalive.it/…)

L’immagine più ricorrente del Francesco Padre è una foto sbiadita. Il nome sulla poppa, il cane a sorvegliare la coperta, l’ormeggio. Un’altra immagine mostra lo stesso nome, la stessa poppa 243 metri sott’acqua, dopo la tragedia di quel 4 novembre 1994.

Ed è da qui che la procura di Trani vorrebbe ripartire. È stato chiesto ad alcune società il preventivo per un eventuale recupero dello scafo colato a picco nelle acque internazionali del mare Adriatico. Una prima stima parla di un milione di euro (con il Comune di Molfetta pronto a fornire un contributo) solo per calare sui fondali il “rov”, un robot capace di compiere riprese video, entrare nello scafo e recuperare anche i resti di Giovanni Pansini, Luigi de Giglio, Francesco Zaza, Saverio Gadaleta, i quattro marinai (il corpo di Mario de Nicolo fu l’unico a essere recuperato) che da sedici anni non trovano riposo.

L’annuncio ieri durante la conferenza stampa convocata dal procuratore capo Carlo Maria Capristo per illustrare gli ultimi sviluppi dell’inchiesta. La terza, dopo che le prime due sono state archiviate «per carenza di documentazione».

Si indaga a tutto campo, hanno precisato il sostituto procuratore Giuseppe Maralfa e il maggiore del comando provinciale dei carabinieri Iannelli. Le piste battute sono civili e militari.

Nei giorni che precedettero l’esplosione e affondamento del peschereccio, in Adriatico era in corso l’operazione militare Nato “Sharp Guard”. Erano gli anni della guerra civile jugoslava, il mare come uno scacchiere. Il pericolo era tangibile, e sarebbe affiorato prima e dopo la tragedia. Il 30 ottobre 1994 il capitano dell’imbarcazione molfettese, Giuseppe Pansini, rilascia un’intervista al giornalista Federico Fazzuoli di Telemontecarlo. Si adombrano sospetti su presunti traffici di pescato acquistato dai colleghi italiani da imbarcazioni montenegrine, che avrebbero trattenuto una tangente del 50%. La morte dei cinque molfettesi una ritorsione?

E come collocare il rapimento da parte dei serbi del pescatore laziale liberato il 12 novembre dello stesso anno? E la morte di un altro molfettese, Antonio Gigante, raggiunto nel 2 giugno 1993 da colpi di mitragliatore a bordo di un motopesca di Manfredonia? E le manovre militari?

Finora, ripete la procura, la scarsità di documenti ha costituito un ostacolo insormontabile. Adesso, complice la dissoluzione dell’ex Jugoslavia e la declassazione di alcuni atti, è stato possibile acquisire nuove informazioni.

Rogatorie sono state richieste alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e all’estero. Si attende. Solo il segreto di stato potrebbe, a questo punto, fermare nuovamente le indagini. Sarebbe l’ultimo colpo per i familiari delle vittime, rappresentati ieri da Maria Pansini e da alcuni legali. I resti dei propri cari e la loro riabilitazione, sedici anni dopo, è tutto quello che chiedono.

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