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L'appello di Articolo 21 ."Nessuno tocchi Report"


Report è la principale trasmissione d'inchiesta della televisione italiana, quella con il miglior rapporto costo-ascolti e il più alto indice Qualitel. 
Report è una trasmissione di servizio pubblico che ogni anno, solo di pubblicità, porta nelle casse della Rai quasi 5 milioni di euro a fronte di un costo di poco più di 2 milioni.
Report è il programma di approfondimento giornalistico che ha raccolto più riconoscimenti in Italia e all'estero.
Report è uno dei simboli del servizio pubblico.

La Rai ha confermato Report nel palinsesto autunnale, eppure il futuro della trasmissione è concretamente a rischio. Perché apprendiamo che la Direzione Generale dell'azienda intende sospendere la copertura legale al programma. È chiaro che per Report libertà d'informazione significa potersi difendere dalle querele per diffamazione e dalle cause per risarcimento danni, che possono avere anche un carattere intimidatorio. Report, in questi anni, ha affrontato decine di cause e non ne ha mai persa una.

Senza copertura legale Report muore.
Senza Report la televisione pubblica smette di raccontare i problemi del Paese.

Dopo aver rinunciato ad Annozero di Michele Santoro e a Vieni via con me di Fabio Fazio e Roberto Saviano diciamo basta: la Rai non può perdere anche Report di Milena Gabanelli!

Primi firmatari:

Roberto BENIGNI, Nicoletta BRASCHI, Roberto SAVIAN0, Antonio TABUCCHI, Andrea CAMILLERI, Vinicio CAPOSSELA, Dario FO, Franca RAME, Fiorella MANNOIA, Michele SERRA, Natalia ASPESI, Giancarlo De DE CATALDO, CAPAREZZA, Lidia RAVERA, Nicola TRANFAGLIA

Nuova adesioni:
Lorenzo Cherubini (JOVANOTTI), Moni OVADIA, Fabrizio CASINELLI, Stefano BOERI, Armando SPATARO, Jean Leonard TOUADI, Vittorio EMILIANI, Laura GARAVINI, Franco SIDDI, Antonio DI PIETRO, Nichi VENDOLA, Bruno TABACCI, Flavia PERINA, Fabio GRANATA, Filippo ROSSI, Paolo FERRERO, Rosa RINALDI, Angelo BONELLI, Augusto BIANCHI, Luca FRANCESCONI, Carmen COVITO, Renato SARTI, Armando MASSARENTI, Salvatore BRAGANTINI, Fabio VACCHI, TEATRO ELFO PUCCINI (Elio De Capitani, Cristina Crippa, Fiorenzo Grassi, Ferdinando Bruni, Ida Marinelli, Corinna Agustoni)

Firma anche tu per Report nel servizio pubblico.

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Professione reporter. Intervista a Giorgio Fornoni

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di 
Mariagloria Fontana – repubblica.it/micromega-online

Ha viaggiato in tutto il mondo realizzando dal 1993 al 2010 più di cento inchieste e videoreportage, documentando guerre, violazioni dei diritti civili e incontrando personaggi di spicco. Nato ad Ardesio dove vive e lavora (ha uno studio da commercialista), nel 1999 Milena Gabanelli lo 'scopre' attraverso il suo straordinario 'materiale', fino ad allora inedito. Inizia così una proficua collaborazione con la trasmissione “Report” di Raitre. Il suo primo libro, accompagnato da un dvd, si intitola “Ai confini del mondo” e racchiude le esperienze giornalistiche (im)possibili di un uomo 'comune'.

LEGGI UN ESTRATTO   Giorgio Fornoni intervista Anna Politkovskaja
 

Chi la conosce sostiene che il suo giornalismo sia 'mistico'. Trova confacente questa definizione?
Ho avuto la fortuna di potermi occupare di ciò che più mi stava più a cuore, vale a dire: tematiche sociali ed ambientali. Quando ho realizzato l'inchiesta sulla pena di morte nel mondo per 'Report' mi sono sentito preso da una sorta di viaggio mistico. Indagare sulla sofferenza dell'uomo che procura altra sofferenza è un'esperienza inenarrabile. Grigorij Pomeranc (intervistato da Fornoni nel 2007, nda) dice che il male non è percepito dall'uomo medio e per citare De André: “per tutti il dolore degli altri è dolore a metà” (tratto dalla canzone “Disamistade”, nda). Penso che sia arrivato il momento della cultura, il momento in cui l'uomo debba ridare un messaggio di vita e non di distruzione. Non so se questo mio modo di fare giornalismo sia 'mistico', ma voglio stare un po' più in là in questa vita. Ciò significa andare alla ricerca della verità dei fatti e raccontare quello che vedo.

Come nasce la voglia di viaggiare in giro per il mondo e di documentare situazioni pericolosissime?
Quand'ero giovane volevo diventare un missionario. Quindi, a undici anni, andai in collegio grazie ad un prete comboniano che conoscevo. Dopo quaranta giorni, mio padre, al quale mancava suo figlio, venne a riprendermi. Dopo tutti questi anni, posso dire che fece la cosa giusta. Successivamente ho lavorato come garzone di bottega per ben dodici ore e mezza al giorno ed è stato così fino all'età di diciotto anni. Quando finalmente capii che non volevo continuare a fare quella vita, mi rimisi a studiare. Di giorno lavoravo e di sera frequentavo la scuola. 

Poi cosa accadde?
Mi diplomai e mi iscrissi all'università. In seguito, aprii uno studio da commercialista che tutt'ora possiedo, ma che gestiscono per me delle persone fidate. Più il mio lavoro andava bene e più mi dava la possibilità di essere libero nelle scelte e nei viaggi che facevo. Intendo dire che non mi serviva pubblicare un pezzo o mandare in onda un mio filmato per vivere. La mia passione giornalistica era svincolata da tutto. Lo studio da commercialista mi ha sponsorizzato la vita. Ogni volta che partivo e che vedevo tutta quella sofferenza per me era come una “droga”. Ma dove c'era sofferenza c'era anche tanta dignità. 

Ha un ricordo in particolare? 
Sì, nel 1994 all'ospedale militare di Preah ket in Cambogia. Mi tornano in mente i giovani soldati mandati a combattere i khmer rossi. Ricordo le immagini di questi uomini terribilmente mutilati e sofferenti, ma pronti a tornare a sorridere. 

A quando risale il suo primo 'incontro' significativo da un punto di vista giornalistico?
Nel 1993 arrivai in Angola e riuscii ad intervistare Jonas Savimbi (politico e guerrigliero angolano, è stato il leader del movimento UNITA-Unità Nazionale per l'indipendenza totale dell'Angola, nda), nemmeno la Cnn e la Bbc erano riuscite ad ottenere una sua intervista. Documentai i brogli elettorali successivi alle elezioni presidenziali del 1992 e che ufficialmente decretarono la vittoria di Dos Santos. Migliaia di schede con la preferenza per Savimbi e l'UNITA erano state nascoste e, volutamente, non conteggiate. 

Eppure, nonostante fosse un'esclusiva mondiale, nessuno pubblicò la sua intervista. 
Sì, allora non ero conosciuto e pur avendo un'esclusiva del genere nessuno la volle. La proposi a diverse testate nazionali, ma non se ne fece nulla. 

Quando intervistò Anna Politkovskaja le chiese se avesse paura. Ora io lo chiedo a lei.
Nel mezzo dell’azione si ha paura, però o vai avanti o torni indietro. Vorrei ricordare Anna Politkovskaja. L’incontro con lei non fu casuale. Stavo cercando la voce più credibile, la giornalista più attendibile ed era lei. La Politkovskaja dava voce ai civili ceceni e anche ai terroristi ceceni, che erano l’altra parte di un conflitto interno nel quale l’Europa si dimenticò di intervenire. Nessuno ha fermato il genocidio di massa. La Politkovskaja mi disse che scriveva quello che vedeva ed era l’unica ‘regola’ alla quale doveva attenersi un giornalista. Invece, ci sono tanti, troppi giornalisti che scrivono senza nemmeno andare sul posto. È necessario scrivere quel che si vede perché solo stando sul campo puoi trasporre nel tuo pezzo ciò che hai provato a contatto con quella gente. Per questo motivo devi essere lì dove accadono gli avvenimenti. 

Cosa pensa dei giornalisti ‘embedded’?
Una delle numerose volte che sono tornato in Cecenia sono stato nei carri armati con i soldati russi, è stata un’esperienza molto breve, ma l'ho fatto per avere anche un’altra prospettiva. A parte questa eccezione, ritengo che sia giusto stare sempre in mezzo alla gente. È necessario capire i guerriglieri e i militari, ma è fondamentale stare dalla parte delle persone comuni che vivono la guerra sulla loro pelle. Solo stando in mezzo alla gente puoi raccogliere le storie vere. Per tornare alla Politkovskaja, anche lei tentava di dare voce alla gente comune. La Politkovskaja è stata uccisa perché ha attaccato i poteri forti. Lei diceva: “paura o no, devo raccontare quello che vedo, questa è la mia professione”.

Che idea si è fatto del caso Wikileaks-JulianAssange?
Non mi stupisco per le rivelazioni di Wikileaks, anzi, ritengo che servirebbe molta più trasparenza. Se uno pensa solo all’interesse che c’è intorno al gas in Russia, viene la pelle d'oca. L’Eni, importatrice e produttrice, compra il gas, ma a quale prezzo? Sono tante le domande da farsi. In fondo, Wikileaks ha parlato del Presidente dell'Afghanistan Hamid Karzai, ma non di fatti determinanti. Bisognerebbe rivelare altro, raccontare dei reali interessi per i quali siamo in Afghanistan e di quelli che io chiamo ‘aerei di offesa’ e non di difesa. Si tratta di aerei da combattimento carichi di munizioni. Sono aerei che uccidono, ti uccidono i figli, i fratelli, i genitori, le mogli. Fanno vittime soprattutto tra i civili. Non definiamole “missioni di pace”. Non parliamo di difendere l’Afghanistan, non lo stiamo difendendo. Ho avuto la fortuna di essere a Kabul quando i talebani entravano e presidiavano la città nel 1996. Sono riuscito a filmarli, c'era una strana calma. Kabul era una città fantasma, quasi irreale. La guerra è anche una lunga attesa. Sono tornato più volte, nel 2001, dopo l’assassinio del generale Massud, e quando i talebani si sono ritirati, dopo che gli americani e gli inglesi sono entrati a Kabul.

Come reporter è tornato più volte in Cecenia durante la guerra. Cosa ne pensa dell’amicizia fra l’ex Presidente russo Vladimir Putin e il nostro Premier?
Non mi stupisce nemmeno questo. Perché ci sono cose che ignoriamo e che viaggiano sopra le nostre teste, ci tengono sotto scacco. Tutto sta cadendo nell’oblio, non si parla del mondo oscuro della Russia e del fatto che il governo sia gestito ancora dai servizi segreti. Il 67% dei deputati russi proviene dal Kgb. Ci sono troppi interessi in ballo.

Crede che ci sarà mai giustizia per Anna Politkovskaja e molti altri, fra giornalisti e operatori, uccisi mentre stavano svolgendo la loro professione?
Chissà… Comunque sono convinto che non si tratti di cercare giustizia, ma di avere più rispetto, più tutela per chi prende seriamente il proprio lavoro. Tutti quelli che raccontano la verità dovrebbero diventare 'intoccabili'. Ci sono ancora giornalisti veri, non quelli da scrivania. In Russia non è facile fare questo mestiere, perché se non è Putin, sono gli oligarchi che decidono, omettono, mistificano la verità. Lo avevo denunciato anche nella mia inchiesta sul gas. Il mio prossimo progetto sarà un'inchiesta sui giornalisti russi uccisi. Un lavoro difficile, perché dovrò entrare nelle maglie dell'ex Kgb, dell'attuale FSB, più in generale dei servizi segreti e del Cremlino. 

Quando torna dai suoi viaggi come fa a reinserirsi nella nostra ‘civilissima’ realtà?
Infatti, sento sempre il bisogno di disinfettare la mia 'ferita'. Mi è accaduto soprattutto dopo aver assistito alla pena di morte di un condannato attraverso un'iniezione letale. Mi rifugio in un eremo che mi sono costruito dopo che tornai dal Tibet e che ero scampato al dirottamento dell'aereo sul quale viaggiavo. Due volte all'anno lascio una parte di questo eremo a dei frati francescani che anni fa mi chiesero se potevo ospitarli.

Ha mai provato rancore nei confronti di chi ha avuto più fortuna di lei?
No, non faccio nulla per successo personale. In questo senso mi rappresenta bene la frase della Gabanelli che di me disse: “giornalista non per interesse giornalistico, ma per documentare le tragedie umane a se stesso”. Questo libro è nato dalla volontà del direttore editoriale di Chiarelettere che mi ha chiesto di raccontare la mia esperienza e, giunti alla mia età, ne sono contento. Gli uomini non dovrebbero nascere per le gratificazioni, ma semplicemente per vivere.

Con il suo 'misticismo', il giornalismo come vocazione e la sua lunga barba canuta mi ha ricordato un autorevole giornalista: Tiziano Terzani.
Ma scherza? No, non posso accettarlo. Mi lusinga, ma non reggo al paragone. Lui era coltissimo, coniugava la 'missione' per il giornalismo con un'eleganza, una professionalità e una cultura fuori dal comune.

Criminalità, ce n’è troppa o poca?

Molfetta città a criminalità zero oppure città dalla sicurezza pubblica precaria? Su questo dilemma si registra una inedita polemica tra il movimento Liberatorio Politico di Matteo d’Ingeo e l’associazione provinciale Antiracket guidata da Renato de Scisciolo.
Per l’associazione che affianca gli imprenditori pugliesi nella battaglia contro il pizzo, Molfetta è una città sostanzialmente tranquilla sotto il profilo della sicurezza nelle strade. Lo confermerebbero i dati ufficiali sui reati che avvengono a Molfetta rapportati a quelli di altre città: da queste parti sono fortunatamente rari gli omicidi, mentre gli altri reati risulterebbero entro parametri fisiologici.
Concetti ribaditi recentemente durante un convegno – intitolato “Mafia in Puglia” – che il presidente dell’associazione provinciale Antiracket Antimafia ha tenuto insieme con il console generale di Germania a Napoli, Christian Much. L’immagine di Molfetta che è emersa dall’incontro è quella di una città immune dalla presenza della grandi organizzazioni criminali. Anche i copiosi investimenti nella zona artigianale e nella zona industriale, con gruppi imprenditoriali provenienti da fuori regione, sarebbero una conferma di quanto il territorio molfettese sia allettante per il mondo delle imprese.
Tesi rigettata dal Liberatorio Politico che della battaglia per la legalità fa da sempre una propria bandiera. “Noi non sappiamo dove vive il sig. De Scisciolo e che conoscenza abbia della situazione delinquenziale e criminale molfettese, noi invece viviamo a Molfetta e ne siamo a conoscenza. Molti di noi – si legge ancora sul blog del Liberatorio – hanno vissuto in ‘prima linea’ negli anni ’90 e sanno cosa è accaduto in città grazie alla sottovalutazione dei fenomeni di micro e macrocriminalità, non solo da parte di certa parte politica, ma anche delle forze dell’ordine che ritenevano, allora, la situazione molfettese non allarmante rispetto a tanti altri comuni della provincia di Bari”.
Insomma, per D’Ingeo la realtà è che Molfetta sta attraversando “un momento di grande degrado morale e civile dove trovano terreno fertile micro e macro-criminalità”.
Intanto, resta un invito rivolto all’Associazione Antiracket Provinciale “ad occuparsi della realtà molfettese organizzando conferenze pubbliche in orari più consoni alla partecipazione dei cittadini in modo che ci si possa confrontare pubblicamente sui temi della criminalità locale”.
 
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Una piccola nota a margine di questo articolo senza firma apparso su Barisera del 27 ottobre 2010. Ci sembra imprecisa e fuorviante l'informazione data a proposito della situazione molfettese e in particolare di un fantomatico  "convegno – intitolato “Mafia in Puglia” – che il presidente dell’associazione provinciale Antiracket Antimafia ha tenuto insieme con il console generale di Germania a Napoli, Christian Much". Si tratta invece di un incontro svolto alle 14.30 del pomeriggio, a porte chiuse e riservato alla stampa. Le poche informazioni conosciute sono state portate fuori da qualche giornalista affamato, vista l'ora. Non c'è mai stato un manifesto cittadino o qualsivoglia invito che favoriva la partecipazione dei cittadini. Del resto l'associazione Antiracket molfettese e provinciale ci ha abituati a questo tipo di iniziative. Evidentemente l'attività principale della stessa è quella di costituirsi parte civile nei vari processi di usura sparsi un po' ovunque in provincia e in regione forse per dar lavoro agli avvocati che ne fanno parte. Per il resto l'attività dell'associazione è sconosciuta ai cittadini e nè si conoscono iniziative di denuncia e proposte per la crescita della cultura della legalità.

La pesca delle bombe

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di Bernardo Iovene

Nel 1999 la redazione di “Report” si occupò delle bombe nell’adriatico, e si chiedeva:

Sono state recuperate tutte le bombe sganciate dalla Nato in Adriatico durante la guerra nei Balcani? L'inchiesta parte dal caso del peschereccio "Profeta" – che recupero', per caso, in mare un ordigno bellico Nato – per scoprire che nessuno, ancora oggi sa quante bombe furono sganciate e soprattutto cosa c'e' dentro quelle bombe.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Ma si sa quante bombe hanno sganciato gli americani?

COMANDANTE LUIGI DIANA – Caposquadra cacciamine
Questo si sa però io non lo so. Attualmente so soltanto di quelle che abbiamo trovato.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Quante ne avete trovate?

COMANDANTE LUIGI DIANA – Caposquadra cacciamine
In questa area ne abbiamo trovate 34.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Cosa diciamo ai pescatori, comandante?

COMANDANTE LUIGI DIANA – Caposquadra cacciamine
Gli dico che possono stare tranquilli nel senso che le aree in cui è intervenuta la marina sono state bonificate e che la possibilità di trovare delle bombe è irrisoria perché tutte quelle che si immagina siano state lanciate sono state trovate.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Attualmente la situazione è questa: chi operativamente deve trovare le bombe sganciate in Adriatico non ne conosce il numero ma immagina che l'area sia bonificata. Il dato certo, invece, è che quelle ritrovate, avete sentito, sono 34 ed erano tutte nella zona dell'alto Adriatico. Ma facciamo un passo indietro e cioè al 10 maggio 1989.

JIMMY ZENNARO – Peschereccio Profeta (indicando un punto dell'imbarcazione)
Qui, vedi, al centro della pompa è scoppiata la bomba. Come puoi immaginare in un primo momento, quando abbiamo sentito l'esplosione, c'è stato un po' di panico, chi gridava, Gino che è caduto a terra.
Qui una scheggia (mostrando la gamba), sono stato ferito all'addome, alla gamba sinistra, alla mano destra, dove porto ancora dei segni (mostra la mano).La settimana prima li pescavamo e li gettavamo in mare pensando fossero dei fumogeni.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Li avevate già trovati?

JIMMY ZENNARO – Peschereccio Profeta
Già trovati. Infatti il primo giorno abbiamo pescato 10, 20, 30 di quegli ordigni.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Il 10 maggio, fra i 17.000 pescatori dell'Adriatico, qualcuno si ritrova le bombe nelle reti e le ributta in mare pensando che siano barattoli, finché una di queste scatoline esplode. Le bombe erano state buttate dalla NATO ma il nostro paese non era stato informato.

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Precisiamo innanzitutto che si tratta di zone in acque internazionali senza nessun obbligo di coinvolgimento del paese rivierasco. Ovviamente noi sappiamo dove sono queste zone e, in sede di pianificazione, i nostri uomini erano stati messi al corrente della loro ubicazione.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Quindi ovviamente gli uomini, e pensiamo ai militari che operano nel mare, sapevano.

COMANDANTE GIUSEPPE SPINOSO – Capitaneria di Porto – Chioggia
Erano state comunicate dalla NATO ai vertici militari però non erano a nostra conoscenza.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Voi non sapevate niente?

COMANDANTE GIUSEPPE SPINOSO – Capitaneria di Porto – Chioggia
Noi non sapevamo niente.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Le capitanerie, dunque, non sapevano. Allora abbiamo chiesto al Comandante dei Cacciamine.
COMANDANTE LUIGI DIANA – Caposquadra cacciamine
Io personalmente non lo sapevo. Non ero a conoscenza del fatto che gli americani lasciassero le bombe qui nell'Adriatico.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Può essere che i sindaci delle zone costiere fossero, almeno loro, informati?

FORTUNATO GUARNIERI – Sindaco di Chioggia
Si è dovuta muovere una città. Siamo dovuti andare con 70 imbarcazioni nel bacino di San Marco. Sono dovuto andare a Roma con i pescatori dal presidente D'Alema….

RENATO GALEAZZI – Sindaco di Ancona
E' mancata una comunicazione e diciamo, sicuramente, un rispetto per le città, per le comunità, per i cittadini che vivono su questo mare. Al di là di tutto andava comunicato: se c'è un'informazione corretta e responsabile i cittadini, e anche i sindaci, capiscono.

PESCATORE
Ma quando siamo stati avvisati se la prima volta hanno detto che era una bomba del '15-'18? La prima volta ci hanno detto che era un reperto del '15-'18, poi sono andato con altri pescatori a fargli vedere che non erano bombe del '15-'18.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Dunque nessuno sapeva, né pescatori, né capitanerie, né sindaci e neppure la Presidenza del Consiglio.
Prima dell'incidente del peschereccio Profeta non si sapeva niente di queste bombe?

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Non si sapeva niente nel senso che non era stato divulgato al pubblico.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Ma neanche ai pescatori che andavano a pescare?

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Su questo ci sono stati degli avvisi che forse non erano sufficientemente precisi nell'indicazione delle zone.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Non lo sapevano neanche quelli della Capitaneria di Porto

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Ripeto: era una questione di imprecisione nell'indicazione delle coordinate esatte che erano necessariamente generiche…

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Voi eravate al corrente di tutto questo?

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Nei termini in cui le ho detto.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Cioè in che termini?

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Nei termini che sapevamo dove erano queste zone con una precisione approssimata.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Però c'è stata una mancanza di comunicazione fra voi, le capitanerie di porto, la Presidenza del Consiglio. O no?

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Bisogna vedere cosa intende per mancanza di comunicazione…

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Nel senso che ci stava scappando il morto. I pescatori poi sono stati avvisati sull'ubicazione di queste zone e adesso le evitano accuratamente ma prima non lo sapevano.
GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Può interrompere, per cortesia?

ENZO FORNARO – Presidente Federcopesca – Veneto
Io credo che i militari avrebbero fatto bene a dire le cose come stavano anziché farci assistere al proclama del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito che ha detto che tutti erano informati. Invece a non essere informati eravamo proprio noi e le Capitanerie di Porto.

JIMMY ZENNARO – Peschereccio Profeta
Certamente le autorità in un primo momento, specialmente gli artificieri, hanno detto su tutti i giornali che erano ordigni della seconda guerra mondiale…

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Gli artificieri sono molto competenti?

COMANDANTE LUIGI DIANA – Caposquadra cacciamine
Sono competenti ma anche una persona non competente riesce a distinguere una mina della seconda guerra mondiale da una mina nuova o una bomba nuova.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE (su immagini di bombe)
E' possibile pensare che queste bombe siano della seconda guerra mondiale?

TELEFONATA TRA L'AUTORE ED UN ARTIFICIERE

AUTORE
Sappiamo che lei era uno degli artificieri arrivato prima. Quindi è stato un suo errore di valutazione?

VOCE DELL'ARTIFICIERE
Non un'errore di valutazione, non si conosceva il materiale. Nessuno sapeva che c'erano queste bombe in Adriatico. Lei lo sapeva?

AUTORE
No, io non lo sapevo.

VOCE DELL'ARTIFICIERE
E appunto. D'altra parte anche noi non ci possiamo inventare le cose. Uno presume: l'ultima guerra quando c'è stata? La seconda guerra mondiale. E allora si presume che siano di allora.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Quindi nessuno ha avvisato che erano state buttate le bombe. Ma quante ne sono state sganciate?
 
COMANDANTE LUIGI DIANA – Caposquadra cacciamine
Attualmente non sono a conoscenza di questo dato. Non so quante bombe hanno rilasciato all'interno di queste aree.

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Abbiamo dei numeri che sono ragionevolmente precisi sulle bombe sganciate. Durante questa operazione sono state ritrovate altre bombe riferibili ad altre operazioni anche molto lontane nel tempo, per cui non possiamo essere assolutamente certi sul numero di quelle presenti sul fondo dell'Adriatico.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Ma la NATO ha comunicato il numero del rilascio?

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Sissignore.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Il numero del recupero lo sappiamo?

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Il numero del recupero lo sappiamo. Diciamo che mancano all'appello un certo numero di ordigni che stiamo appunto cercando con i cacciamine che sono ancora in operazione.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Poiché i numeri esatti nessuno ce li dice facciamo riferimento al documento della Presidenza del Consiglio. Il comunicato del 24 maggio dice che sono stati sganciati 143 ordigni di cui 7 bombe a grappolo. Cosa sono le bombe a grappolo?

COMANDANTE GIUSEPPE SPINOSO – Capitaneria di Porto – Chioggia (su fotografie di bombe)
Sono dei contenitori che vengono sganciati dall'aereo e contengono circa 200 ordigni.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Ritorniamo al documento del 24 maggio nel quale la Presidenza del Consiglio viene rassicurata dalla NATO che non verranno più gettate bombe in Adriatico. Ricordiamo che gli ordigni erano 143 e le bombe a grappolo, di cui ognuna contenente 200 piccole altre bombe, erano 7. Ma con il comunicato ANSA del 29 luglio le bombe a grappolo trovate dai cacciamine nell'alto Adriatico, passano da 7 a 10.
Tra quelle rilasciate e quelle prelevate non si riesce a fare un conto. Secondo lei perché?

RENATO GALEAZZI – Sindaco di Ancona
Perché i conti non tornano mai. Siamo sulle 150 bombe, 158 o 200. Questo e il problema.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Attualmente i cacciamine rimasti in operazione sono tre. Tutti nell'alto Adriatico. Ma sappiamo che tipo di bombe erano state sganciate?

GEN. VINCENZO CAMPORINI – Stato Maggiore della Difesa
Abbiamo trovato bombe di impiego generale e bombe di tipo intelligente, che sono bombe normali con un kit di guida per il tiro di precisione.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Ma sul recupero almeno siamo certi? Pare di si: complessivamente sono 34, recuperate tutte nell'alto Adriatico dove non ce ne sarebbero più, come conferma il comandante di cacciamine.

COMANDANTE LUIGI DIANA – Caposquadra cacciamine
Nelle aree in cui siamo andati a lavorare non ci sono mine
.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
I pescatori, invece, dicono ben altro perché continuano a trovarle.

PESCATORE
Io le ho viste quando le hanno buttate là. Però non è che le ho pescate.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Se ne trovano ancora?

ENZO FORNARO – Presidente Federcopesca – Veneto
Purtroppo si, nonostante l'attività di bonifica realizzata dalla nostra Marina con impiego notevole di mezzi ma con risultati non del tutto soddisfacenti.

JIMMY ZENNARO – Peschereccio Profeta
Qualcuno che ho sentito in giro ha ripescato questi oggetti ma velocemente li ha ributtati in mare, per paura di qualche scoppio. Tutti sanno cosa è successo a noi del Profeta e sanno che siamo salvi per miracolo.

VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTORE
Quindi se diamo per buoni i dati NATO, all'appello mancano 109 bombe di cui tre sono nell'alto Adriatico e altre 106 nel basso Adriatico dove, evidentemente, nessuno le sta cercando anche perché lì le acque sono più profonde. Ma tra poco i pescatori del basso Adriatico si sposteranno proprio in quelle zone.

PESCATORE
Ora stiamo facendo le pesche qui. Quando si faranno le pesche buone si vedrà, nelle zone dove si pensa siano state gettate le bombe.

MILENA GABANELLI in studio
E speriamo che non succeda più nulla. Comunque, per amore di precisione, come abbiamo sentito la NATO aveva comunicato a fine maggio al governo italiano che il numero delle bombe lanciate nell'Adriatico erano 143. Bene: il resoconto di un'interrogazione parlamentare di qualche giorno fa, in relazione ad una nuova comunicazione della NATO al governo italiano, parla di 235 bombe.

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