Archivio mensile:febbraio 2010

Ricerca di petrolio in mare, il Tar blocca i lavori

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di Piero Ricci (www.bari.repubblica.it/…)

A Ostuni, a Monopoli, a Fasano cantano vittoria. Cantano vittoria gli assessori regionali Onofrio Introna (Ambiente) e Fabiano Amati (Opere pubbliche). E canta vittoria anche il presidente della Provincia di Bari, Francesco Schittulli. La Puglia non ama le aziende inglesi, almeno quelle che si occupano di energia.

Dopo la British Gas, bloccata a Brindisi nella realizzazione del suo rigassificatore, tocca alla Northern Petroleum fermare i saggi per cercare petrolio al largo di Monopoli: il Tar di Lecce ha disposto la sospensiva del decreto ministeriale che riconosceva la compatibilità ambientale dei lavori preliminari.
A convincere i giudici amministrativi salentini l´invasività della tecnica di ricerca, la "Air Gun", che non tiene in considerazione i danni che subirebbero alcune specie marine, come i cetacei.
Ma decisivo, sul piano formale, anche l´assenza del rappresentante regionale nella commissione tecnica sulla verifica di impatto ambientale. «Il Tar – afferma Intronamette in luce anche una omessa valutazione dei pregiudizi che la ricerca petrolifera può creare per le attività produttive del territorio costiero, dalla pesca alla balneazione». «Una grande vittoria – esulta l´assessore regionale Fabiano Amatiperché accogliendo il principio di prevenzione, si permette una tutela anticipata nei confronti dei rischi di disastro ambientale».
Il sindaco di Ostuni, Domenico Tanzarella, il primo a insorgere a difesa dei fondali che rappresentano uno dei simboli turistici del territorio, invita ora a continuare la battaglia, perché la partita è ancora lunga dal momento che si tratta di un provvedimento cautelare che può essere impugnato». Il presidente regionale di Legambiente, Francesco Tarantini, si dice soddisfatto: «Il progetto della società petrolifera è fortemente impattante per l´ambiente, le attività produttive e il turismo delle coste pugliesi».
Per Giuseppe Deleonibus, portavoce del comitato di Monopoli No petrolio, sì energie rinnovabili, «ancora una volta con l´interazione istituzione-comitato cittadino si sono sconfitte le lobby del petrolio». Così il Forum permanente ambiente di Ostuni: «Non è il caso di cantare vittoria, anzi. È il momento di fare quadrato con le istituzioni e le altre associazione ambientaliste – avverte il portavoce Francesco Sabatelliper far si che questa idea malsana di ridurre il mare come una groviera sia respinta al mittente».
Anche la Provincia di Bari è contro il decreto ministeriale che ha impugnato al Tar del Lazio.

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“Amato + 5”, nessuno risponde all’appello

Tutti assenti i quattro testi chiamati a deporre ieri. Per tre di loro una sanzione di 300 euro.

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

È andata deserta l’udienza di ieri del processo per concussione, voto di scambio, abuso d’ufficio e falso ideologico a carico di Pino Amato, Pasquale Mezzina, Girolamo Antonio Scardigno, Gaetano Brattoli, Vito Pazienza e Giovanna Anna Guido.

Tutti assenti i quattro testimoni, tre della difesa del principale imputato Amato, e uno – il consigliere regionale del Pdl Massimo Cassano – del pubblico ministero Giuseppe Maralfa. Nel procedimento si sono costituiti parte civile Matteo d’Ingeo e il comune di Molfetta, rappresentati dagli avvocati Bartolomeo Morgese e Maurizio Masellis.

Proprio Cassano, inizialmente teste della difesa e già assente per riferiti motivi di salute, secondo il Pm avrebbe beneficiato del presunto serbatoio di voti costituito da Amato assieme agli altri imputati durante le elezioni regionali del 2005 in cui fu eletto con 10.835 voti, 1.707 dei quali ottenuti nella nostra città. I fatti contestati vanno dal 4 gennaio 2004 all’11 ottobre 2005.

I quattro assenti saranno ascoltati nella prossima udienza del 17 marzo.

Qualora anche in quell’occasione non dovessero presentarsi nell’aula delle udienze penali di Trani, il collegio giudicante (Carone, Messina, Gadaleta) dovrebbe provvedere al loro accompagnamento coatto, per mezzo di carabinieri.

Intanto, i tre testi della difesa sono stati multati per la loro assenza con una sanzione di 300 euro.

Voto di scambio e «favori» amministrativi ultime testimonianze al «processo Amato»

MOLFETTA – Un’inchiesta che ruota intorno alle elezioni amministrative del giugno 2005

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di Antonello Norscia (www.lagazzettadelmezzogiorni.it/…)

Ultima udienza istruttoria per il «Processo Amato», con la deposizione testimoniale di Massimo Cassano, candidato ed eletto consigliere regionale nelle liste di Forza Italia alle elezioni di giugno 2005. Dopo un paio di udienze in cui il teste è stato assente per impedimento, il pubblico ministero Giuseppe Maralfa non ha rinunciato ad interrogarlo nonostante la rinuncia espressa, invece, dalla difesa di Gaetano Brattoli (broker assicurativo che avrebbe sostenuto la campagna elettorale di Cassano) imputato assieme all’ex assessore all’Annona del Comune di Molfetta Pino Amato e ad altre cinque persone nel processo sulla disinvolta gestione delle sanzioni amministrative e sul voto di scambio per le elezioni amministrative 2006 di Molfetta.

Tra i fatti contestati, la presunta consegna di Brattoli ad Amato e all’esponente di Forza Italia Girolamo Antonio Scardigno, di circa 2.500 euro, che, secondo il pm, sarebbero stati utilizzati «per ottenere da non identificati elettori di Molfetta il voto a vantaggio del candidato Cassano». Quest’ultimo rimase estraneo all’inchiesta perché non risultò che fosse consapevole della dazione di quelle somme per la sua campagna elettorale.

La consegna della presunta   «mazzetta», ritenuto dagli imputati un mero rimborso spese, fu «monitorata» da agenti della Digos. All’appuntamento giunse anche un’auto di servizio del senatore Antonio Azzollini, sindaco di Molfetta, che non era a bordo dell’auto, né comunque presente all’incontro, tant’è che l’indagine non lo toccò. Peraltro tra le parti civili è costituito anche il Comune con l’avv. Maurizio Masellis.

Sul banco degli imputati siedono, a vario titolo, anche il dirigente dell’ufficio commercio   del comune Vincenzo De Michele, il maresciallo di polizia municipale Pasquale Mezzina, Vito Pazienza e Giovanna Guido, legale rappresentante de «La Securpol Srl».

Tra i fatti oggetto del processo, la riduzione di alcuni verbali di sanzioni amministrative elevate dalla polizia municipale, i rapporti tra l’ex assessore Amato e la polizia municipale, la gestione degli spazi pubblici degli ambulanti, nonchè una serie di diversi favoritismi che sarebbero stati mirati alla promessa di voto per   le elezioni amministrative 2006, a termine delle quali Amato risultò il consigliere più suffragato, eletto nella lista Popolari per Molfetta (sostenitrice della candidatura del sindaco Antonio Azzollini) e poi rappresentante della neonata Italia di Mezzo.

Oltre a Cassano nell’udienza di oggi sono attesi a deporre gli ultimi testi indicati dalle difese. Quindi il Tribunale di Trani (Cesarea Carone, Francesco Messina, Lorenzo Gadaleta) fisserà le date delle udienze dedicate alla requisitoria ed alle arringhe.

Processo “palazzine Fontana”, sentenza attesa il 23 marzo

Nell’udienza di ieri chiamati a deporre i tecnici

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

La parola “fine” al processo al crollo delle palazzine di prolungamento di Via Aldo Fontana sarà scritta con ogni probabilità tra un mese, il 23 marzo.

L’udienza tenuta ieri nella sezione molfettese del tribunale di Trani ha infatti fissato per quella data la discussione del procedimento a carico di Giuseppe Calò e Leonardo De Gennaro, responsabile e direttore dei lavori della ditta Italco, imputati del reato di crollo degli edifici (difesi dai legali Bepi Maralfa e Annamaria Caputo).

Davanti al giudice Lorenzo Gadaleta sono comparsi ieri cinque tecnici, due su richiesta del pubblico ministero Antonio Savasta (sostituito da un pm onorario) e tre dalla parte civile rappresentata dall’avv. Marcello Magarelli.

Armando Albi-Marini, Enzo Balducci, Vincenzo Di Paola, Mauro Mezzina e Raffaele Nappi hanno deposto sulle cause dei fenomeni che hanno portato all’abbattimento. Secondo le perizie esposte in aula dai tecnici – ad eccezione di Balducci, che ha riferito di essersi occupato delle fasi successive allo sgombero, – sarebbe stato il contenuto in sali, presente dell’acqua utilizzata per impastare il calcestruzzo e prelevata da un pozzo artesiano scavato nelle vicinanze del cantiere, a compromettere la statica delle palazzine.

Gli ingegneri hanno puntato il dito sull’eventuale negligenza piuttosto che su un presunto dolo. Alla base delle decisioni di utilizzare acqua sorgiva, non vi sarebbero state neanche motivazioni di natura economica, essendo il risparmio elemento trascurabile.

Ciò di cui non si ha prova, nella vicenda molfettese, sono invece i saggi in corso d’opera sul calcestruzzo. Eseguiti di norma direttore dei lavori, permettono di valutare la qualità del materiale impiegato.

Intanto le nuove palazzine, sorte dopo l’abbattimento di quelle compromesse, sono in via di ultimazione nella zona di ponente.

MOLFETTA: Il centro chiude per crisi. Negozianti ormai allo stremo

Affitti altissimi, concorrenza impari, incassi ai minimi storici: Corso Umberto non è più la via dello shopping

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di Lucrezia d’Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorni.it/…)

Corso Umberto, il salotto buono della città, la via dello shopping chiude. Perde pezzi. Anzi negozi. Per il momento riescono a sopravvivere ancora solo alcuni irriducibili, «ma stiamo arrancando» confessano, e i negozi in franchising.

Funzionano, ma resta da capire quanto continueranno a reggere, i cosiddetti negozi «pronto moda», quelli dove è possibile acquistare cappotti a quindici euro. In difficoltà anche i negozi gestiti dai cinesi. Nel frattempo corso Umberto è un susseguirsi di serrande abbassate e di cartelli, che il sole ha già sbiadito, su cui è ancora possibile leggere «Affittasi». Per qualcuno la fine del «corso», come via dello shopping, era segnata. In qualche modo era solo una questione di tempo. Per altri si sarebbe potuta evitare. Ma ormai il coma è profondo e solo un miracolo potrebbe rimettere a posto le cose. Troppo tardi anche per la creazione di un ipermercato all’aperto. Se ne parlava già otto anni fa, forse più. Ora, l’opinione è pressoché comune tra gli operatori del settore, non servirebbe a nulla. Le abitudini dei residenti sono cambiate. La rivoluzione «anti-culturale» dello shopping è in stato avanzato e non è davvero possibile tornare indietro.

Perché hanno chiuso i negozi del centro cittadino e perché continuano a chiudere? Qualche commerciante accetta di rispondere. Ma non vuole che si faccia il suo nome. «E’ vero – dice – è anche colpa della crisi economica che ha colpito tutte le famiglie. Si compra ciò che è necessario si spende meno per ciò che viene considerato superfluo. Di un accessorio moda o di un paio di scarpe in più si può anche fare a meno in un momento di difficoltà economica. Ma ci sono altre verità che non possono essere taciute. Qui si continua a chiudere anche perché gli affitti dei locali sono altissimi. Per cinquanta, sessanta metri quadrati – ci spiega – si arrivano a pagare anche milleduecento euro, anche di più. A questa somma vanno ad aggiungersi le imposte comunali. Se sei al centro paghi di più già per un’abitazione, mi riferisco ad esempio alla spazzatura, e se sei un commerciante paghi ancora di più. E poi ci sono i costi dei dipendenti, per chi se li può ancora permettere, e poi tutte le tasse. A conti fatti solo per alzare e abbassare la serranda del negozio tutti i giorni in cui è consentito al giorno devi registrare un ricavo, non un incasso, che supera i duecento euro al giorno. Ed è una impresa difficile».

E la concorrenza dei centri commerciali? «Non è il caso di conservarla. Perché qualcuno dice che in fin dei conti hanno portato ricchezza dando posti di lavoro. A quale prezzo, a chi, con quali formule contrattuali, poi nessuno se lo chiede. Per anni ci hanno raccontato la favola dell’ipermercato all’aperto. Sono stati anche stanziati soldi per realizzarlo. Ma non si è fatto niente e comunque senza interventi concreti anche da parte dell’autorità comunale non si può fare niente».

Duro il commento dell’avvocato Raffaella Altamura, responsabile di Confesercenti. «Sono anni che ripetiamo le stesse cose – dice – e ogni anno il numero delle partita IVA che vengono cancellate aumenta. Il commercio a Molfetta sta morendo. La crisi attraversa un po’ tutti i settori merceologici. Le promesse, gli incontri, i progetti, quando realizzati, non hanno portato a nulla. La gente non compra, non spende. Soprattutto esce dal centro cittadino per andare a riversarsi nei centri commerciali. Quando abbiamo lanciato l’allarme, qualche anno fa, pronosticando quanto sarebbe accaduto nessuno ci ha dato ascolto. Adesso basta guardarsi intorno. Molfetta, il centro di Molfetta, è una desolazione. I commercianti sono rimasti in pochi e fanno i salti mortali per restare aperti e questo senza l’aiuto concreto di nessuno». E nella città degli affitti altissimi, dei centri commerciali (che continuano a registrare il pieno tutti i giorni) e dei negozi «storici» che continuano a chiudere, sono in difficoltà anche i negozianti cinesi. «Mio nipote – dice la signora Maria, che è cinese ma si fa chiamare così, ed è commerciante anche lei – ha dovuto chiudere e adesso vende nei mercati settimanali. Qui tutti vogliono sconti. Ma gli affitti sono alti e non si riesce ad arrivare a fine mese».

«Francesco Padre»: L'ipotesi della procura è omicidio volontario

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da www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…

Omicidio volontario nei confronti di ignoti: è l’ipotesi di reato sulle quali indaga la procura della Repubblica di Trani nel tentativo di far luce sulle circostanze dell’esplosione di un peschereccio di Molfetta (Bari) – il Francesco padre – avvenuta il 4 novembre 1994 a 20 miglia dal Montenegro, nella quale morirono cinque persone. 

La procura ha avviato dieci giorni fa, per la terza volta, le indagini sulla vicenda: nel 1997 e nel 2001 le inchieste furono archiviate per la morte del presunto reo, il motorista Luigi De Giglio, per il trasporto di armi ed esplosivo destinato a Paesi dell’ex Jugoslavia, il cui scoppio accidentale avrebbe causato la tragedia. Contro questa ipotesi i familiari di De Giglio hanno chiesto, e ottenuto, di riaprire l’inchiesta.

I resti del peschereccio e degli altri quattro componenti l’equipaggio, come accertarono immagini filmate, si trovano a circa 294 metri di profondità. Tra le ipotesi formulate dai familiari delle vittime, che hanno chiesto il recupero del relitto, quelle che l’esplosione sia stata causata dalla manovra di un sommergibile. In quel periodo, infatti, erano in corso operazioni della Nato nell’ambito del conflitto nei Balcani. 

«L’ipotesi investigativa di omicidio volontario – afferma l’avv. Nichy Persico che insieme con i colleghi Ascanio Amenduni, Nino Ghiro e Vito D’Astici assiste alcuni parenti delle vittime – è in linea con quanto sino a oggi ipotizzato dagli stessi familiari in quanto, evidentemente, esclude il fatto accidentale nonchè il trasporto di esplosivi. Certo è – conclude Persico – che in questo momento ogni ipotesi ha bisogno di essere attentamente vagliata».

Il Francesco Padre in uno scenario di quasi guerra

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È il 4 novembre 1994: cinque uomini, e un cucciolo di cane, a bordo del motopeschereccio Francesco Padre di Molfetta, stanno facendo una battuta di pesca nell’Adriatico Orien tale. Nella notte l’imbarcazione esplode e si inabissa. Nella stessa notte in quelle acque è in corso l’operazione Nato «Sharp Guard». Il 17 dicembre 1997 la Procura di Trani chiede l’archiviazione del fascicolo: il pm ipotizza una deflagrazione interna al peschereccio sospettato di tra sportare illegalmente materiale esplosivo. Nel 2001 i fa miliari delle vittime chiedono di riaprire il caso, istanza che viene respinta anche per il «mancato recupero com pleto del relitto». La settimana scorsa, infine, la Procura tranese ha riaperto l’inchiesta. E come primo atto chiederà la rimozione del segreto di Stato sui documenti militari.


di Nicolò Carmineo (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Per fare luce sulla vicenda del peschereccio molfettese «Francesco Padre», colato a picco la notte del 4 novembre 1994 con a bordo il comandante Giovanni Pansini e il suo equipaggio, bisogna indagare lo scenario dell’Adriatico meridionale, la «guerra» che in quegli anni veniva combattuta a poche miglia dalle nostre coste e di cui pochi hanno consapevolezza, se non per le derive criminali sul nostro territorio. È poi necessario risponde re ad alcuni quesiti insoluti, gli stessi che da anni si ritrovano nelle istanze di riapertura del ca so promosse dai familiari delle vittime.

Ricordiamo che solo da una settimana la Procura di Tra ni ha ripreso ad indagare. Non si spiega perché, se non l’intero peschereccio, almeno i resti umani evidenziati nel video del ROV pubblicato dalla Gazzetta, non siano mai stati recuperati. E ciò non solo per realizzare una analisi medico legale a fini in vestigativi, ma per il dovere mo rale di restituire le spoglie ai parenti.
Esiste una perizia sul corpo dell’unico marittimo ritrovato Mario De Nicolo, ma nelle carte processuali non c’è neppure una parola su eventuali osservazioni delle ossa presenti nel video. Il cranio, per esempio, analizzato da alcuni esperti per la Gazzetta, mostra un’ampia lesione della porzione del volto di sinistra a livello dello zigomo e uno strano foro che potrebbe essere di proiettile, il femore risulta frat turato all’altezza «del terzo medio», e ciò è riferibile ad un «grande traumatismo», ciò agli occhi degli addetti ai lavori assume un significato ben preciso per determi nare le cause della morte.

I magistrati che chiusero il caso nel 1997 hanno seguito prevalentemente una pista, quella cioè che il natante trasportasse dell’esplosivo, ma hanno trascurato tutte le altre, pur plausibili in uno scenario di conflitto. In un rapporto dello Stato Maggiore della Marina a firma del Capo di Stato Maggiore ammiraglio Mariani datato 9 dicembre 1994 si legge una lista delle unità militari che operavano sotto il con trollo del comando Nato (Com navsouth) in Adriatico nelle ore in cui si è verificato l’incidente: HCMS Toronto (Canada), ITS Perseo (Italia), ITS Euro (Italia), HS Hydra (Grecia), SPS Baleares (Spagna – questa è la nave più vicina che intervenne per prima nella zona dell’affondamento), HNLMS De Ruyter (Olanda), HLMNS Van Brakel (Olanda), HMS Nottingham (Gran Breta gna), FS Anquetil (Francia), USS Yorktown (Stati Uniti) e ben tre sommergibili SPS Tra montana (Spagna), USS Rivers (Stati Uniti), HLMNS Walrus (Olanda).
Nel rapporto si tacciono le posizioni dei tre sommergibili, né si ha contezza sulle in formazioni che queste sofisticate unità avrebbero potuto dare con i loro rilevamenti. Neppure sono stati acquisiti i tracciati radar di eventuali velivoli militari (anche se il documento non ne segnala la presenza) o almeno di quello che alle ore 00.30 vide l’esplosione in mare.

Nello stesso rapporto si fa cenno poi che il 2 novembre il sommergibile Tramontana aveva segnalato la presenza di un motopesca dedito ad attività sospette, ma che le sue caratteri stiche non erano compatibili con quelle del «Francesco Padre». Una così intensa attività mi litare in passato aveva già portato a numerosi incidenti con la ma rineria pugliese. Lo stesso «Francesco Padre» (luglio 1993) aveva rischiato di affondare per aver preso nelle reti un sommergibile Nato, e il peschereccio «Modesto Senior» (novembre 94) era stato mitragliato per errore da un velivolo Nato, solo per citare alcuni episodi.

La documentazione sull’attività militare in quei giorni in Adria tico è di difficile accesso, ma in alcuni casi i magistrati non l’hanno neppure richiesta . Un tale dispiegamento di forze navali serviva a far rispettare l’embargo alla ex Jugoslavia, ma non solo perché in quel tratto di Adriatico passava ogni tipo di traffico, la droga proveniente dall’Asia e dalla Turchia, armi balcaniche a buon mercato, si garette di contrabbando, stimate in 561mila tonnellate l’anno. Tali quantità che, nel febbraio del 1994, spinsero le autorità di si curezza pugliesi a chiedere l’in tervento massiccio della Marina per bloccare i contrabbandieri e i trafficanti.

Ma in quel tratto di mare operava anche ciò che ri maneva della Marina jugoslava rimasta in mano ai serbo-montenegrini con base a Tivat nelle Bocche di Cattaro. Nei primi anni Novanta era stata protagonista di diverse battaglie navali contro le forze croate che utilizzavano anche veloci scafi da diporto opportunamente armati. Molte zone dell’Adriatico erano state minate da entrambi gli schieramenti, per queste operazioni la Marina serba (che tra l’altro disponeva di diversi sommergibili classe Heroj e Sava) utilizzava speciali minisommergibili R1 ed R2 detti «tascabili» per le loro ridotte di mensioni (4 metri), dotati di tubi lanciasiluri.

Nel 1994 l’attività operativa delle unità di Belgrado era limitata, ma si segnalano diversi episodi di scontro tra croati e serbi (soprattutto per il controllo dei traffici di armi) e tra questi e le forze Nato come nel caso di una petroliera che cercava di violare l’embargo. E non mancano casi di mitragliamento nei confronti di alcuni pescherecci da parte di unità serbo-montenegrine che nel giugno 1993 causano proprio alla marineria molfettese una vittima, Antonio Gigante ucciso a raffiche di mitra. La notte dell’incidente, nella relazione dello Stato Maggiore si dice che non vi erano altre unità in zona, ma chi ci assicura che non vi fosse uno scontro, coperto da segreto militare, e il peschereccio molfettese ne sia rimasto vittima? Per trovarne le tracce biso gna recuperare il relitto, rifare le perizie sulla tipologia di esplo sivo che causò l’affondamento. Anche su questo punto non c’è chia rezza, le perizie sul la natura dell’esplosivo trovato nei frammenti del peschereccio non sono univoche. In molte carte processuali si riferisce sempre che gli esplosivi fossero di tipo civile, (gelatina quella usata nelle cave), ma in realtà due esperti in chi mica degli esplosivi (Massari, Vadalà) indicano la presenza di esplosivo di tipo civile e militare (molti degli ordigni che venivano adoperati nella guerra nei Balcani erano costruiti artigianalmente con miscele di esplosivi).

Le perizie contrastano anche su dove sia partita l’esplosione che secondo diversi periti tra cui il capitano Francesco Mastro pierro (del quale abbiamo riferito le osservazioni) è avvenuta all’esterno e non dall’interno del natante.

La ‘Samarcanda’ del Gargano: 25 arresti per traffici di droga

Ancora un molfettese, Pasquale Sallustio (27enne), coinvolto in una vera e propria associazione a delinquere dedita al traffico e spaccio di droga. Non è la prima volta che cittadini molfettesi siano arrestati per attività illecite collegate a famiglie e gruppi criminali esterni al nostro territorio. C’è da chiedersi se sono le nostre famiglie malavitose ad esportare i traffici illeciti o è il nostro tessuto sociale che è diventato più permeabili alle infiltrazioni malavitose esterne? 

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 di Girolamo Romussi (www.statoquotidiano.it/…)

ALLE prime luci dell’alba del 19 febbraio 2010, la Compagnia dei Carabinieri di San Giovanni Rotondo, con l’ausilio di oltre 120 uomini del comando provinciale di Foggia, delle unità cinofile e di un elicottero dell’Arma, ha eseguito 25 ordinanze di custodia cautelare nei territori di San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo, Molfetta e Bologna. Operazione Samarcanda: questo il nome dell’indagine, inerente l’etimologia del territorio principale nel quale avveniva gli scambi di droga.

L’ATTIVITA’ INVESTIGATIVA – L’attività degli inquirenti inizia nell’agosto del 2008 (terminata nella primavera del 2009), con l’arresto in piazza Europa a San Giovanni Rotondo di alcuni pusher locali. In particolare, le dichiarazioni di una minore arrestata, dagli stessi militari, oltre alle intercettazioni telefoniche predisposte dagli stessi inquirenti, consentirono, al tempo, di disarticolare una vera e propria rete distributiva di droga, “capillarmente organizzata”, come detto anche in conferenza stampa stamane dal Capitano del Comando Provinciale dei Carabinieri di Foggia, Antonio Diomeda. In seguito, ulteriori attività investigative portarono all’accertamento, da parte dei carabinieri, dell’esistenza di due poli criminali, uniti da una stretta parentela, gruppi che gestivano l’intero traffico di droga: un gruppo la cui mente operativa veniva identificata in William La Fratta, operante a San Giovanni Rotondo, ma anche in Patrizio Villani, a capo del gruppo criminale, che gestiva i traffici di droga, nel territorio di San Marco in Lamis.

ULTERIORI indagini, da parte degli inquirenti, hanno portato a scoprire che Wiliam La Fratta, in stato di semilibertà (per reati di droga), dormiva la notte in carcere, mentre di giorno ritornava a San Giovanni Rotondo per organizzare e gestire in prima persona i propri lucrosi affari con la droga; la semilibertà di La Fratta era resa possibile anche dalla complicità di una impresa locale (nella quale lo stesso La Fratta era occupato), una impresa (il cui titolare è stato naturalmente denunciato), che aveva attestato all’Autorità Giudiziaria di aver ingaggiato lo stesso La Fratta, con falsa dichiarazione della sua presenza sul posto di lavoro. In verità, l’uomo era impegnato nei suoi traffici di droga. A coadiuvare il pusher di San Giovanni Rotondo Samantha Villani, alla quale i carabinieri del comando provinciale hanno riconosciuto un ruolo determinate alla regia di distribuzione illecita dell’eroina. A rifornirli la donna e La Fratta della droga era invece lo stesso fratello della convivente di La Fratta, Patrizio Villani, capo della rete distributiva, come detto, del centro di San Marco in Lamis.

IL MODUS OPERANDI DEI GRUPPI CRIMINALI – Quale allora il ‘Sistema’ La Fratta ? L’uomo aveva alle sue dipendenze un gruppo di pusher, ai quali forniva, oltre ovviamente alla sostanza stupefacente da distribuire, anche un cellulare di servizio, vale a dire una sorta di ‘utenza di riferimento’ alla quale i vari avventori chiamavano per poter comprare la droga. Come detto stamane in conferenza stampa è stato solo uno il cellulare (vale a dire la scheda) utilizzato dagli uomini per le diverse compravendite di droga, in base ad una diversa turnazione di ‘lavoro’. Vale a dire: dalle 8, example, alle 12 la scheda era gestita da un ics gruppo, dalle 15 alle 19, double example, da un altro gruppo. Lo spaccio di droga sarebbe avvenuto principalmente in “luoghi affollati’ del centro di San Giovanni Rotondo e di San Marco in Lamis, “luoghi di confusione”. La quantità delle dosi erano identificate dagli uomini tramite i minuti: “dammi due minuti, tre, ect”. Principalmente si sarebbe trafficato in eroina, ma anche cocaina. L’eroina arriva prevalentemente da centri della Provincia (in primis dal cerignolano), con la collaborazione di pusher locali, con un prezzo oscillante dai 30 ai 40 euro per dose. L’attività di spaccio avveniva per tutto il giorno. Gli stessi pusher, tra cui anche un minore, solitamente tossicodipendenti, venivano ricambiati per i loro servizi resi con qualhe dose, e di volta in volta venivano pilotati, istruiti e sostituiti man mano che i carabinieri li arrestavano. Le stesse indagini condotte dai militari hanno peraltro dimostrato che il controlo che La Fratta esercitava sui suoi pushers era quasi asfissiante; spesso La Fratta contattava lo spacciatore di turno per rimproverarlo indirizzandolo sulle attività da fare, per chiedere a che punto fossero le vendite, per sapere se i clienti morosi avessero saldato i conti, nonchè per avvisarli della presenza dei carabinieri. La stessa situazione avveniva per Villani il quale servendosi di una struttura organizzata simile, era dedito allo spaccio di eroina sul territorio di San Marco in Lamis ma anche Rignano Garganico.Dalla vicenda investigativa, infine, è emerso che La Fratta si sia servito dei suoi galoppini per commissionare una vendetta (auto danneggiata ed incendiata) nei confronti del suo ex cognato, reo di aver spalleggiato la sorella nel fare una domanda per l’affidamento dei suoi figli.

 

LE DICHIARAZIONI DEL CAPITANO DIOMEDA – “I traffici di droga continuamente in aumento – ha detto il Capitano Diomeda – e dunque gli arresti conseguenti, sono il chiaro sintomo di un binomio operativo domanda-offerta (naturalmente di droga ndR) valido tanto in termini di entrate finanziarie, dunque renumerativo, quanto in termini continuativi”, vale a dire di “persistenza nel suo vigere a livello territoriale” (dunque del Gargano, con ruolo prevalente nei traffici dei clan cerignonali).

LE ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE

Patrizio Villani
, classe 1977 San Marco in Lamis,
William La Fratta, classe 1975 S.G.Rotondo,
Samantha Villani, classe 1984 S.G.Rotondo,
Pasquale Sallustio, classe 1983 Molfetta,
Nicola Potenza, classe 1978 San Marco in Lamis,
Carlo Nardella e 
Massimo Soccio, classe 1986 S.G.Rotondo,
Michele Canistro, classe 1987 S.G.Rotondo,
Nicola Martino, classe 1980 S.G.R.,
Giovanni Padovani, classe 1971,
Damiano Pio Germano, classe 1982 di San Giovanni Rotondo.

ARRESTI DOMICILIARI

Alzbeta Simonicova, classe 1982 San Marco in Lamis,
Pasqualino Ripoli, classe 1989 S.M.Lamis,
Gianfranco Dibenedetto, classe 1984 S.M.Lamis,
Pasquale Santamaria, classe 1986 S.G.Rotondo,
Francesco Germano, classe 1981 S.G.Rotondo,
Giuseppe Mangiacotti, classe 1980 S.G.Rotondo,
Emiliano Pio Turi, classe 1985 S.G.Rotondo,
Michele Canistro, classe 1981 S.G.Rotondo.

OBBLIGO DI DIMORA E FIRMA:

Giovanni Ciavarella, classe 1976, S.M.Lamis,
Bruno Mangiacotti, classe 1979 S.G.Rotondo,
Antonio Potenza, classe 1985 S.M.Lamis,
Giovanni Mangiacotti, classe 1969, S.G.Rotondo,
Matteo Saracino, classe 1983 S.M.Lamis. classe 1978 S.M.Lamis,

“Francesco Padre”: sciacallaggio di avvocati e Gazzetta del Mezzogiorno

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Gianni Lannes

di Gianni Lannes (www.italiaterranostra.it/…)

Ci hanno ferito una seconda volta. Seguitano a strumentalizzare la morte orrenda di cinque uomini tra cui mio padre – mi racconta Maria Pansini visibilmente scossa – Mi fanno schifo questi soggetti che continuano a calpestare i sentimenti umani per avere un loro momento di gloria”.

Al peggio, purtroppo sotto queste latitudini non c’è mai fine, come insegna il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno. Il foglio pugliese della famiglia sicula dei Ciancio Sanfilippo manda ora in onda a puntate una macabra operazione speculativa imperniata sul dolore di persone indifese. A metà degli anni ‘90 qualche firma dello stesso giornale infamava l’equipaggio del motopeschereccio affondato da un sommergibile della Nato il 4 novembre 1994.
L’accusa campata in aria era disarmante: l’equipaggio trasportava esplosivi. Ora, il direttore responsabile Giuseppe De Tomaso e il direttore editoriale Carlo Bollino vanno oltre e sbattono i resti umani di quei lavoratori del mare in fondo all’Adriatico addirittura sul telefonino.
A pagina 5 infatti si legge: “La diretta. Il video del relitto sul fondo del mare. Guarda sul telefonino il drammatico video girato a 243 metri di profondità che mostra il relitto del peschereccio Francesco Padre”. Insomma, cucinano una vergognosa operazione commerciale. Il “pezzo” di Nicolò Carnimeo (17 febbraio 2010, prima parte) spaccia addirittura le immagini Rov (robot con telecamera subacquea) come recenti: in realtà sono state girate nel 1996. Esseri umani assassinati per ragioni di Stati dell’Alleanza atlantica, uccisi una seconda volta dalla testata barese e da alcuni avvocati ingordi a caccia di notorietà a buon mercato.

Nel ‘94 l’avvocato Ragno ci ha messo alla porta perché non avevamo i soldi per permetterci il suo patrocinio – rivela Rosalia Giansante, vedova di Giovanni Pansini – ora dopo l’uscita del libro che racconta cosa è successo veramente vuole difenderci gratis”. Dopo 15 anni di assordante silenzio viene pubblicato un libro d’inchiesta che svela le  dinamiche di quella strage. Risultato?
Si sveglia dal letargo la procura della Repubblica di Trani che la scorsa estate aveva imposto alla figlia del comandante Giovanni Pansini di produrre un certificato storico di famiglia per visionare i faldoni giudiziari. In Puglia, o meglio in Italia, nessuno aveva mai realizzato uno straccio di inchiesta per tentare di capire cos’era accaduto alla barca molfettese.
Adesso i pennivendoli nostrani si azzuffano all’ultimo sangue per vendere più copie. Calpestano i vivi e i morti, in barba non solo alla deontologia professionale ma alla pietas. E’ lo specchio dei tempi: affari e mistificazioni in una girandola vorticosa pur di instascare soldoni sonanti e successo facile. Il temerario Carnimeo ha pure scopiazzato il noto testo qua e là, pardon estrapolato. Bravo: complimenti.
Dottor Carlo Maria Capristo è lei che ha messo sul mercato il video o in ogni caso ha autorizzato la messa in onda e comunque ne sa qualcosa? Porrà termine istantaneamente allo sciacallaggio della Gazzetta? Vorrei saperlo prima di avvertire, eventualmente, il Consiglio superiore della magistratura e aprire un’autentica indagine giornalistica sul suo disincantato operato.
Non basta riaprire, si fa per dire, un procedimento giudiziario, occorre approdare seriamente ad un processo e inchiodare sul banco degli imputati gli assassini in alta uniforme, nonché i governanti complici. Fate tutti attenzione: terremo sempre gli occhi aperti. Per dirla con Einstein: “Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare”.

Fori di proiettili sullo scafo del Francesco Padre

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Video: la verità del mare

di Nicolò Carmineo (www.lagazzettadelmezzogiorni.it/…)

Il peschereccio di Molfetta Francesco Padre, ufficialmente affondato 16 anni fa per colpa di una esplosione a bordo, prima della deflagrazione potrebbe essere stato crivellato di colpi, forse esplosi da una mitragliatrice. Mentre la procura di Trani ha ufficialmente deciso di riaprire l’inchiesta su quella misteriosa tragedia che provocò la morte dei cinque marinai a bordo, dal filmato del relitto in fondo al mare recuperato dalla «Gazzetta» spuntano nuovi elementi. Almeno 4 fori sono visibili nella parte poppiera di dritta del natante e – dettaglio ancora più inquietante – un foro nel teschio di uno dei marinai che giace ancora a 248 metri di profondità. 

Non vi può essere nessun riscontro certo fino a quando non venisse disposto un recupero, ma a questo punto l’attacco armato compiuto nei confronti del peschereccio si impone come una delle ipotesi su quanto accadde la notte del 4 novembre 1994. A compiere l’azione potrebbe essere stato un commando armato partito dal Montenegro, sempre che il «Francesco Padre» non sia rimasto vittima di una nuova Ustica del mare. Alcune fonti riportano che quella notte unità militari davano la caccia ad un peschereccio simile a quello di Molfetta, che nei giorni precedenti era stato visto lanciare esplosivi in mare. Non per pescare, dato il fondale profondo di quella zona, ma più probabilmente per compiere attività di spionaggio: va ricordato che in quegli anni si combatteva nell’ex Jugoslavia e che unità militari ma anche imbarcazioni- spia battevano quelle acque per contrastare (oppure alimentare) il traffico di armi.

 La pista delle mitragliate esplose contro il «Francesco Padre» sembra trovare conforto anche in altri fori di proiettile che sarebbero stati riscontrati in uno dei reperti, il tirante dell’albero di poppa, poi stranamente smarrito durante le indagini. Il pezzo del peschereccio era stato ripescato in mare nell’estate del 1995 da una imbarcazione di Manfredonia. Uno dei pescatori, Michele Brigida, interrogato dalla procura, confermò il ritrovamento precisando che il pezzo dell’imbarcazione «presentava alcuni fori». Si trattava di un tubo di ferro che in seguito venne recuperato dal fratello del comandante del «Francesco Padre» per essere affidato agli investigatori. Ma nessuno sembra essere in grado di dire che fine abbia poi fatto. 

Tale circostanze non è stata comunque giudicata rilevante dai magistrati che nel 1997 archiviarono l’inchiesta secondo i quali la causa dell’incidente era stato il trasporto illegale di materiale esplosivo. Determinante fu la perizia dell’ingegnere navale Giulio Russo Krauss nella quale si dimostrava che l’esplo – sione era partita dall’interno del natante, sotto il ponte di coperta, e che l’esplosivo «con ogni probabilità si trovava nella stiva del pescato o nell’alloggio del motorista ». Ciò escludeva che potesse trattarsi di un attacco esterno. Il perito giudicava non attendibile anche l’ipotesi di un ordigno preso nelle reti (n.d.r. piuttosto probabile perchè nella guerra nella ex Jugoslavia molte zone marittime dell’Adriatico jugoslavo vennero minate), poiché riteneva che il «Francesco Padre» non potesse pescare a strascico a quella profondità (230 metri) e a quell’ora di notte.

 In realtà un esame attento del video girato dalla Impresub per conto della Procura nel giugno del 1996 svela che l’impatto è avvenuto dall’esterno. Nella zona poppiera, per esempio, si vede distintamente una scala a pioli – che serviva a scendere nella sala macchine – schiodata e appoggiata al motore (e non verso l’esterno), così anche la cisterna di gasolio di sinistra schiodata dal fasciame e spinta all’interno. Lo stesso motore non sembra avere alcun segno di bruciatura, e ciò significherebbe che l’esplosione è avvenuta fuori e non nel vano interno. Non è possibile poi che l’esplosivo si trovasse nella stiva frigo, perchè nel peschereccio molfettese è posta sotto il ponte di comando (e non a poppa come erroneamente affermato da Krauss), zona dell’imbarcazione che dal video risulta integra. 

Nel video del relitto si evidenzia poi che le reti erano state calate e in pesca, e ciò è possibile perché la pesca dei gamberi viene effettuata anche a profondità superiori ai 230 metri e spesso nelle ore notturne. Ma ammesso che sia fondata l’ipotesi dell’attacco armato a danno del peschereccio di Mollfetta, quale potrebbe essere il movente? Il comandante Pansini poco prima della tragedia aveva rilasciato una intervista televisiva nel programma «Linea Verde» di Federico Fazzuoli nella quale denunciava traffici illegali in Adriatico. In quel periodo le nostre frontiere marittime erano permeabili, vi si praticava ogni tipo di contrabbando, specialmente con il Montenegro. Numerosi furono a Bari i sequestri di ingenti quantitativi di armi provenienti dalla ex Jugoslavia riconducibili a mercanti di pesce. Fu dunque un attacco per vendetta? Ora che le indagini sono state riaperte, la procura potrà rispondere finalmente anche a questo interrogativo.

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