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L'omicida del Sindaco G.Carnicella affigge un manifesto choc

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Molfetta, omicidio Carnicella: il manifesto di Brattoli e la veritàreclamata

m.l. e f.d.s.- quindici-molfetta.it

MOLFETTA – Scompiglio ieri mattina a Molfetta. Sui muri del Comando della Polizia Municipale sono stati affissi alcuni fogli a firma di Cristofaro Brattoli (classe 1956) autore dell'omicidio del sindaco Gianni Carnicella (Dc) il 7 luglio del 1992 davanti al Comune di via Tattoli, sulla scalinata della Chiesa di San Bernardino (un colpo di fucile tranciò l’arteria femorale, provocando una grave emorragia).
Carnicella aveva rifiutato di concedere lo stadio comunale per un concerto di Nino D'Angelo organizzato dallo stesso Brattoli, allora titolare un’azienda attrezzata per l’allestimento di palcoscenici. Quell’omicidio si consumò tra le stragi di Capaci e di via d’Amelio.

Il manifesto: quale verità? «Dopo 19 anni ho avuto il coraggio di fare il primo passo e adesso aspetto che tu ed un’altra persona X lo facciate», si legge nelle prime righe. Ammette la sua «piena responsabilità», ma Brattoli, condannato a 24 anni per l'omicidio, reclama «sola la pura e semplice verità» per «chiarire quello che avvenne in quel periodo». Già in occasione della commemorazione dell’omicidio del sindaco Carnicella, Brattoli si era disteso davanti la lapide commemorativa, poi allontanato dalle Forze dell’Ordine. Cosa lo avrà spinto a questo gesto dopo 19 anni?
Nel manifesto, datato 20 agosto benché affisso ieri mattina, si chiamano in causa ben 4 persone: un «tu», che potrebbe corrispondere al successivo «lei» cui Brattoli aveva intenzione di far recapitare un manoscritto-memoriale, ma «non mi fu possibile, me lo sequestrarono e alcuni giorni dopo mi chiamarono dallo stesso giudice e confermai tutto ciò che era descritto» e un mister X da cui Brattoli esige la verità; un sacerdote e un giornalista, di cui non sono riportati i nominativi.
Brattoli, da uomo libero, chiede perdono alla famiglia Carnicella, sostenendo che la verità non sia stata ancora rivelata. Verità che qualcun’altro dovrebbe conoscere. Infatti, nel manifesto si descrive in modo generico la presunta corruzione del sistema politico dell’epoca, che lui stesso avrebbe riportato nel manoscritto-memoriale succitato.
Ricorda che alla Legione dei Carabinieri di Bari avrebbe dovuto confermare quel manoscritto, ma «non mi fu data la possibilità perché non mi garantivano la mia incolumità», lasciando intendere di aver dovuto ritrattare tutto nel corso del processo a suo carico perché nessuno gli avrebbe garantito l'incolumità personale. 
Inoltre, annuncia che «l’anno prossimo, in occasione del 20° anniversario della morte del sindaco Carnicella uscirà un libro che racconterà e descriverà la vera storia e che spiegherà perché giravo armato senza porto d’armi e che attività svolgevo in quel periodo tra Puglia, Calabria, Campania e Sicilia».
Resipiscenza o plateale dimostrazione? Qual è la verità richiesta da Brattoli? Chi sono le quattro persone indicate nel manifesto? Il gesto ha, però, allarmato non solo la cittadinanza, ma anche le Forze dell’Ordine. I Carabinieri di Molfetta hanno acquisito copia del manifesto e informato la Procura della Repubblica di Trani. È ora necessario approfondire la vicenda e il processo stesso, soprattutto conoscere i rapporti che esistevano tra Brattoli e la classe politica d’inizio anni ’90.

 

Molfetta, uccise il sindaco, nei manifesti una nuova verità

 

di GIOVANNI DI BENEDETTObari.repubblica.it

Scrive di aver avuto il "coraggio di fare il primo passo", ammette la sua "piena responsabilità" ma adesso chiede giustizia. E soprattutto di sapere la "verità", in carattere maiuscolo e in stampatello. Ne ha fatti stampare una decina in tutto di manifesti in città, a Molfetta, la firma è quella di Cristoforo Brattoli, più conosciuto con il nome di "Piedone", l'autore dell'omicidio di Gianni Carnicella, il sindaco della Dc ucciso proprio davanti al comune il 7 luglio del 1992 per essersi rifiutato di concedere lo stadio per un concerto di Nino D'Angelo organizzato dallo stesso Brattoli in società con alcune persone tra le quali alcuni esponenti della malavita organizzata locale, attivi nello spaccio e nel traffico di droga e arrestati nel corso delle operazioni "Reset" e "Primavera". 

GUARDA I MANIFESTI

A quasi 20 anni da quel giorno Brattoli, tornato un uomo libero, chiede scusa alla famiglia di Carnicella e si dice pentito per quanto accadde, ma adesso pretende giustizia. Sostiene che la verità non è stata ancora scritta e qualcuno la conosce. Nel manifesto si legge genericamente di "un sistema politico", lui spiega che all'epoca era "corrotto", di averlo anche scritto in un memoriale che gli fu sequestrato dai carabinieri. Rintracciato sulla spiaggia della "terza cala" dove adesso fa il venditore ambulante abusivo di bibite, Brattoli punta l'indice contro il sistema politico di allora ma non fa nomi spiegando che sono contenuti in un libro che renderà pubblico l'anno prossimo. Dice che ci sono uomini politici coinvolti in questa storia, di non essere stato direttamente pagato da loro ma di aver ottenuto favori in cambio di altri che lui faceva. Fa intendere di aver dovuto ritrattare tutto nel corso del processo a suo carico perché nessuno gli avrebbe garantito l'incolumità e lui aveva paura.

Nel manifesto Brattoli, oltre a ricordare che spiegherà il motivo per cui girava armato in quegli anni, cita un misterioso sacerdote e fa riferimento, definendolo erroneamente un giornalista, all'attivista di Libera Matteo D'Ingeo. Il quale, interpellato, invita Piedone a dire la verità. "Quali erano i rapporti tra lui e la classe politica dell'epoca?", dice, "perché quel concerto era così importante tanto che chi lo impedì pagò per tutti?" D'Ingeo intanto continua la sua battaglia perché la magistratura approfondisca alcuni aspetti emersi durante il processo, soprattutto i rapporti che c'erano tra l'omicida e la classe politica dell'epoca. Con i familiari del sindaco chiede che Gianni Carnicella sia riconosciuto tra le vittime della mafia. 

Cristoforo Brattoli (classe 1956), lo ricordiamo, fu condannato a 24 anni per l'omicidio del primo cittadino. Nel 2008 il tribunale di Trani lo condannò a 10 mesi di reclusione perché accusato, quando era detenuto nel carcere di Foggia e godeva del regime della semilibertà, di aver pesantemente minacciato durante le ultime elezioni amministrative a Molfetta il candidato sindaco Lillino Di Gioia, vincitore delle primarie ed esponente del centro sinistra. I carabinieri di Molfetta intanto hanno acquisito copia del manifesto affisso in città e hanno informato dell'accaduto la procura di Trani.

Libera e Legambiente assegnano il riconoscimento a otto difensori dell'ambiente.

di Marilisa Romagno – www.alternativasostenibile.it

Un imprenditore, un giornalista, due magistrati e quattro membri delle forze dell'ordine in prima linea contro l'ecomafia. Sono otto i difensori della legalità ambientale ai quali Libera e Legambiente assegnano oggi il Premio Ambiente e Legalità 2011, nell'ambito di Festambiente, il festival dell'associazione del cigno che si tiene in Maremma, a Rispescia (GR) fino al 15 agosto.
Un riconoscimento per l'impegno profuso in difesa dell'ambiente con cui le due associazioni celebrano la giornata della Legalità alla presenza di Luigi Ciotti, presidente di Libera e Enrico Fontana, responsabile Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente. Tra i premiati ci sono comandanti di nuclei speciali come il Noe dei Carabinieri, delle Capitanerie di Porto, del Corpo Forestale e della Guardia di Finanza, ma anche liberi professionisti che attraverso il proprio lavoro cercano di contrastare un'organizzazione delinquenziale integrata, pervasiva e difficile da arginare come quella che opera a danno dell'ambiente.
"Nonostante la grave crisi economica in atto- spiega Enrico Fontana, responsabile Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente – il business legato alla criminalità ambientale non subisce flessioni ma, anzi, continua inesorabilmente a crescere con profitti che sfiorano anche nel 2010 i 20 miliardi di euro e ad estendersi su tutto il territorio nazionale infiltrandosi nei settori economici più strategici come quello agroalimentare e edilizio".

Anche l'ultimo rapporto annuale di Legambiente conferma la gravità del fenomeno ecomafia: solo l'anno scorso, infatti, si sono compiuti ben 30.824 illeciti ambientali, praticamente 84 al giorno, senza contare tutti i delitti a danno dell'ambiente che purtroppo rimangono ancora nell'ombra.
"Questo premio – ha aggiunto Fontana – ha dunque il valore di sottolineare quello che c'è di buono nel Paese come il lavoro di queste persone impegnate nel difendere non solo l'ambiente ma anche la salute dei cittadini. Un impegno importante che però non può essere affidato solo alla buona volontà dei singoli. Per contrastare efficacemente i reati ambientali servono sanzioni severe che ancora oggi nella legislazione italiana non ci sono. Infatti, – ha concluso Fontana – anche con le ultime norme introdotte dal Governo in recepimento delle direttive Ue, i reati ambientali continuano a rientrare tra le contravvenzioni, le sanzioni sono scarsamente deterrenti, i tempi di prescrizione bassissimi e non è stato previsto nulla per i reati nell'ambito del ciclo del cemento lasciando, di fatto, senza tutela il paesaggio e la fragilità geomorfologia e urbanistica dei territori".

A ricevere il premio il giornalista Fabrizio Geremicca, storico collaboratore del Corriere del Mezzogiorno, inserto campano del corriere della sera, da anni impegnato in inchieste giornalistiche dirette a sensibilizzare i lettori su tematiche ambientali e sulla lotta alle ecomafie. Il premio vuole essere un omaggio ad un'attività professionale scrupolosa, svolta con coraggio e passione, che ha contribuito a far conoscere ad un vasto pubblico alcune delle dinamiche più efferate presenti in questo segmento della criminalità ambientale.
Un premio anche al lavoro svolto da Domenico Cristofaro, imprenditore calabrese titolare di Ecoplan, per la sua coraggiosa attività imprenditoriale all'insegna dell'innovazione tecnologica orientata nel campo del riciclo dei rifiuti e della produzione di nuovi materiali, ecologici e di qualità. E ancora ad Anna Canepa, per il suo impegno da magistrato in delicate e complesse attività d'indagine relative alle infiltrazioni della criminalità organizzata del tessuto economico del Paese, in particolare per quanto riguarda il ciclo illegale del cemento e i traffici illeciti di rifiuti.
Quattro premiati poi tra le forze dell'ordine. Tra questi il Capitano Mario Ferri comandante del Nucleo operativo ecologico dell'Arma dei Carabinieri di Firenze, per il continuo e impegnativo lavoro d'indagine volto a prevenire e reprimere fenomeni d'illegalità e criminalità ambientale, in particolare per quanto riguarda i traffici illeciti di rifiuti. E poi il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Venezia, per la costante azione di controllo, prevenzione e repressione di fenomeni gravi d'illegalità contro la pubblica amministrazione, con particolare riguardo alla gestione degli appalti pubblici e dell'edilizia.

Riconoscimento anche al primo dirigente Giovanni Misceo, comandante provinciale del Corpo forestale dello Stato di Bari per l'intensa e proficua attività d'indagine svolta sul territorio, in particolare per quanto riguarda il contrasto a fenomeni di grave illegalità contro l'ambiente e la pubblica amministrazione, in particolare nel settore dell'edilizia. E ancora al Comandante in II Francesco Cacace della Capitaneria di Porto di Salerno, per la quotidiana attività di controllo, prevenzione e repressione di fenomeni diffusi d'illegalità ambientale e per l'azione concreta di tutela di uno straordinario patrimonio naturalistico, sia marittimo che costiero. Nell'ottava edizione del Premio Ambiente e Legalità anche uno speciale riconoscimento al procuratore capo di Brescia Nicola Maria Pace per la sua prestigiosa carriera di magistrato attento e coraggioso nel contrasto alle varie forme di criminalità ambientale e per la sensibilità dimostrata nella costante opera di denuncia dell'ecomafia e di diffusione della cultura della legalità.

La mafia da contaminazione

di Antonio Turri – www.liberainformazione.org

La Quinta mafia è un nuovo e complesso tipo di aggregazione criminale, sviluppatosi, con probabilità, dapprima nel basso Lazio e successivamente operante a Roma e da qui nel resto del Paese. La quinta mafia è il risultato della contaminazione delle mafie di importazione (cosa nostra, camorra e 'ndrangheta) sui gruppi criminali autoctoni, sulle criminalità organizzate straniere e su quei pezzi dell'economia e della politica locale (colletti bianchi), contigui o parte integrante dell'organizzazione. 

Sin dai primi anni '70 il Lazio, sia per la continuità con le regioni del sud del Paese, sia per il consistente arrivo ed insediamento stabile dei boss di mafia, 'ndrangheta e camorra, sottoposti al divieto di soggiorno, ha sperimentato tutte le fasi di infiltrazione e trasformazione dei clan sui territori a non tradizionale presenza mafiosa come la Sicilia, la Calabria, la Puglia e la Campania. Il basso Lazio, che dal confine della provincia di Caserta si estende lungo tutto il litorale pontino e che comprende centri come Formia, Gaeta, Fondi, Sabaudia, Latina e Aprilia, ha un naturale e solido sbocco con il sud della provincia di Roma, lungo l'asse Nettuno, Anzio, Ardea, Pomezia e con l'area di Cassino che rientra nella provincia di Frosinone.  

Fase dell'infiltrazione – anni Settanta 

Dai primi anni '70 si stabiliscono in quest'area molti dei capi della camorra casertana e napoletana, di 'ndrangheta e cosa nostra. Tutti di elevato spessore criminale come il clan dei casalesi e i La Torre a Formia, i Moccia e i Magliulo a Gaeta, i Tripodo a Fondi, i Cava a Sabaudia, i Santapaola e le 'ndrine di Polistena a Latina, la 'ndrina degli Alvaro ad Aprilia, i corleonesi e la mafia italo-americana a Pomezia (Rm) con Frank Coppola detto “Tre dita”, le 'ndrine dei Gallace – Novella a Nettuno, Anzio e su parte del litorale romano. Alla fine degli anni '70, metà degli anni '80, arriva ed opera a Roma Pippo Calò che entra in contatto con i boss della Banda della Magliana. Questo a solo titolo di esempio.  

Fase del radicamento mafioso- anni Novanta

A decorrere dagli novanta le mafie d'importazione si radicano, avendo tessuto e consolidato sul territorio, anche a causa della negazione e sottovalutazione del fenomeno da parte della politica locale, rapporti con la criminalità organizzata autoctona e con settori dell'economia locale. Ad esempio i clan della 'ndrangheta sono presenti nella città di Aprilia sin dalla fine degli anni  settanta. Quei clan, da allora, controllano pezzi importanti dell'economia agricola e del ciclo del cemento a sud di Roma e sono entrati in contatto con settori importanti dell'alta finanza e con pezzi della politica romana, (c.d. colletti bianchi). A Fondi il clan Tripodo e quelli della camorra casalese sono stabilmente presenti nelle attività economiche del locale mercato ortofrutticolo, uno dei più importanti d'Italia. Sono rimasti più o meno indisturbati sino all'arrivo a Latina del Prefetto Bruno Frattasi.    

Fase della contaminazione – Quinta mafia 

Dall'inizio degli anni duemila, dopo l'infiltrazione e la fase del radicamento, si è passati alla fase della contaminazione  di persone e settori dell'economia e della politica locale e della criminalità autoctona. I processi che si sono tenuti e che si stanno tenendo nei tribunali del Lazio vedono come imputati del delitto di associazione mafiosa (416 bis) o reati collegati, moltissimi cittadini laziali con ruoli di organizzatori o comunque di primo piano. I magistrati della Dda di Roma nell'annuale relazione dell'Ufficio segnalano come in tutto il basso Lazio ed in consistenti territori della Capitale sia in aumento la pervasività delle mafie nel controllo dei mercati criminali del traffico delle sostanze stupefacenti, dell'usura e del riciclaggio del danaro sporco nei redditizi settori dell'edilizia e del commercio. Ad oggi, non pochi politici ed imprenditori laziali sono indagati o imputai di associazione mafiosa in indagini o processi così come sta avvenendo sempre più spesso nelle regioni a nord del Lazio.  

Le mafie dopo la fase del radicamento riescono con facilità a contaminare settori della delinquenza locale e di quelle straniere che, una volta conosciuto e sperimentato il metodo mafioso di intervento sui “mercati criminali” e sull'economia  tendono ad emulare le forme di criminalità organizzata in proprio o in collaborazione con i”cattivi maestri” venuti dal sud. Le mafie nei nuovi territori, dapprima investono, poi tendono a contaminare. Creano metastasi come i tumori che invadono organi sani. Questa è la Quinta mafia. Questa è la strategia da contaminazione delle mafie, quelle che fatturano oltre 130 miliardi di euro l'anno in questo Paese. Questo è il nuovo fronte della lotta alle mafie. Il pericolo è rappresentato da un sistema di criminalità economica che contamina anche i territori dal punto di vista sociale e culturale. Le conseguenze di questo processo di trasformazione fanno si che a Fondi i cittadini abbiano più paura dei mafiosi autoctoni che dei Tripodo. Ancor di più dei politici e degli “imprenditori” imputati di 416 bis nati a Fondi o a Roma. A Nettuno molti cittadini sono più omertosi per paura dei mafiosi rinviati a giudizio nati nel Lazio che dei Gallace – Novella provenienti dalla Calabria. A Roma i cittadini di Tor Bella Monaca hanno più paura dei clan di origine nomade che dei loro soci di Casal di Principe. A Parma i parmensi sono più preoccupati dell'imprenditore locale imparentato con un capo della camorra campana che dei boss napoletani… 

La Quinta mafia nasce e si sviluppa in quell'area a sud di Roma che si definisce basso Lazio e da quel laboratorio criminale si estende nelle altre regioni del centro e del nord Italia. Leonardo Sciascia una volta disse, secco e pungente come lui sapeva essere, che «La linea della palma mafiosa va a nord». … appunto, l'ombra della palma ogni anno si allungava di cinque centimetri verso il settentrione. Oggi quella linea corre più spedita e le mafie si trasformano nella composizione rendendosi meno penetrabili e meno perseguibili, se non si sapranno riconoscere nei nuovi assetti e nei nuovi modus operandi. Questa è la Quinta mafia o mafia da contaminazione.    

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Mafia e sistemi, Libera ricorda l’omicidio Carnicella


‎Libera Molfetta ricorda il sindaco Carnicella ucciso 19 anni fa (VIDEO) – TELESVEVA

L’associazione che combatte le mafie ipotizza che l’inchiesta ’mani sulla città’ dei giorni scorsi abbia svelato uno scenario simile a quello che costò la vita al sindaco democristiano

di Lorenzo Pisani – www.molfettalive.it

L’operazione “Mani sulla città” ha trovato spazio nei minuti iniziali e finali del convegno. Una scelta voluta, quella di Libera. Il tema di giornata è altro. È l’omicidio del sindaco di Molfetta, avvenuto il 7 luglio di 19 anni fa. È l’impegno dell’associazione per il riconoscimento di Gianni Carnicella"vittima di mafia". 

Come si amministra una città con infiltrazioni mafiose? Si chiedono Matteo d’Ingeo, portavoce cittadino dell’associazione di don Ciotti, Mimmo Stufano, assessore a Giovinazzo e vice presidente nazionale di “Avviso Pubblico”, Rino Basile, operatore nel sociale con un passato da amministratore e Gloria Vicino, referente provinciale di Libera. 

Il tema è scomodo. Come scomode sono le provocazioni di d’Ingeo. Basile ammette che ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma il pubblico della Fabbrica di San Domenico era ieri sera lì per questo. 

Si è parlato di sistemi. Locali e nazionali. Di Sud e Nord. Adesso sono alla ribalta quelli di Roma e Milano. Del resto la mafia non conosce confini regionali e nazionali. I comuni sciolti per infiltrazione mafiosa vanno dall’isola al “continente”, fino all’insospettabile Bordighera. «Non ci può essere mafia senza politica, ma ci dev’essere una politica senza mafia», questa la massima di Stufano. Che in tre numeri fa il ritratto del sistema che mangia il "sistema paese": 150 miliardi il giro di affari della malavita, 70 miliardi quello della corruzione, 120 quello dell’evasione fiscale. I dati sono in euro. A quante finanziarie "lacrime e sangue" corrispondono? 

La chiamano “sicilianizzazione”, la mutazione della criminalità secondo i canoni di Cosa Nostra. Un problema etico che fa rima con politico: «L’amministratore non può non sapere; oppure non è all’altezza del suo ruolo» taglia corto Basile. Si cercano i colpevoli. La politica («oggi la ricerca del consenso viene prima di una prospettiva di sviluppo»), ma anche i cittadini. Che quei politici alla fine li votano. Ma anche l’informazione quando non informa. 

Dove la partecipazione è scarsa, maggiore è il rischio di infiltrazioni mafiose. Specie in un quadro che al concetto di alternativa politica ha sostituito quello di alternanza. Gli attori cambiano, gli affari no. L’attualità del gattopardismo. 

Partecipazione, consapevolezza, trasparenza. Di quest’ultima si nutre la legalità. E qui, nel finale, torna la polemica di d’Ingeo: «Non è possibile leggere atti sull’albo pretorio coperti da omissis, in nome di un non meglio specificato diritto alla privacy». Il riferimento è alla delibera con cui il Comune ha autorizzato, lo scorso 2 maggio, il pagamento delle spese legali a Rocco Altomare, il dirigente detenuto a Trani. Una decisione presa nel rispetto del contratto collettivo (che prevede la copertura comunale solo in caso di assoluzione), ma che fa dire a d’Ingeo: «Dopo questa decisione il Comune si costituirà parte civile in un eventuale processo?».

Una casa della memoria per le vittime della mafia

Clicca su  VITTIME MAFIA per non dimenticare

7 Luglio 1992 Molfetta (BA). Ucciso Giovanni (Gianni) Carnicella, sindaco della città.

Dove c’è pizza, c’è mafia

di Peppe Ruggiero – NARCOMAFIE

“Dove c’è pizza c’è mafia”, dichiaro’ uno dei pochi pentiti della   ‘ndrangheta all’indomani della strage di Duisburg. E non solo pizza,  ma  ristoranti, pub, centri commerciali.   Utilizzati dalle mafie come   lavanderia di denaro sporco. E’ di pochi giorni fa l’ultima operazione   delle Forze dell’Ordine. Nella capitale della pizza, gli uomini  della  Dia di Napoli, coadiuvati da Carabinieri e Guardia di Finanza,  su  mandato della Dda partenopea hanno posto i sigilli alla  pizzeria   “Regina Margherita”.

Sigilli non solo alla sede napoletana  ma anche a quelle di  Genova, Bologna e Torino. Esempio di glocal che diventa   mafioso. Marchio doc. Denominazione origine camorristica. Del clan Lo   Russo. La ristorazione e’ “cosa loro.” E’ Il nuovo affare della   criminalità organizzata. Da Roma a Milano, passando per  la via  Emilia,  la Liguria e la Toscana, sulla base delle recenti inchieste e  dei  sequestri di beni, viene stimato in almeno 5000 il numero dei  locali   tra ristoranti, pizzerie, bar, in mano alle mafie.

Uno stuolo  di  esercizi spesso intestati a prestanome, dove la pratica dell’ evasione  fiscale è sistematica. Rete di locali per  “ripulire” denaro   mafioso  macchiato di sangue e violenza. Siamo in presenza della piu’  grande  catena di ristoranti in Italia con un giro d’affari di circa   un  miliardo di euro all’anno. Non esiste franchising. Posto che vai,   proprietario che trovi. Unica certezza: sono i ristoranti dei boss.   Anche se “loro” non li trovi mai direttamente nella gestione   dell’attività. Usano prestanomi. Società pulite. Spesso un continuo   passaggio di mano tra un proprietari all’altro. Locali che vengono   ristrutturati con frequenza.  Scatole cinesi difficile da  intercettare.  A tavola i soldi si riciclano. Con facilità. E pochi  rischi. Basta  seguire piccole regole.  Il conto spesso si paga in  contanti.  Le carte  di credito sono off limits. Lasciano tracce.  Indizi di colpevolezza.  Del resto basta avere memoria per ricordarsi  che tra i beni sequestrati  a Giuseppe Setola,  il killer insaguinario  dei casalesi , c’era anche  la “Taverna del Giullare” ristorante che si  trovava nel salotto della  Napoli bene. E che dire quando la capitale  d’Italia si svegliò con la  presenza della ‘ndrangheta in un locale in  via Veneto di Felliniana  memoria. Uomini dei Ros e dello Scico e le  Procure di Reggio Calabria e  Roma  scoprirono che il “Cafè de Paris”   dopo un periodo di  declino,  era finito nelle mani del clan alleato  degli Alvaro-Palamara. Come  manager avevano “ingaggiato” un barbiere  calabrese. Per non parlare del maxisequestro  che ha portato alla  chiusura dell’Antico Caffe’ Chigi, a pochi passi dal Palazzo del  Governo  Che business. Da attenzionare ancora con piu’ decisione.   Faccia concreta di una  criminalità organizzata ingorda ed insaziabile  che agisce in ogni  compartimento dalla produzione alla grande  distribuzione. E  noi,   clienti inconsapevoli mangiamo, paghiamo e  ingrassiamo i loro  portafogli. E purtroppo  non è questione di gusti.  Nemmeno di prezzo.  E’ solo uno sporco affare. Di mafia e di camorra.

Mafia e politica

www.narcomafie.it

Il binomio vincente degli interessi occulti, i rapporti tra crimine organizzato e politica corrotta sono la chiave di volta con cui interpretare fatti oscuri della nostra storia patria. Più semplicemente, sono l’anello debole della nostra democrazia, uno scellerato patto in nome dell’interesse e del potere.

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Giuseppe Valarioti. Un delitto impunito di Rocco Lentini

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Altro che mafia pulita di Davide Milosa

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Lo scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose di Vittorio Mete

E i boss si scoprirono ambientalisti di Rino Giacalone

Chi non vede la mafia alzi la mano di Elena Ciccarello

Milano, dove si nasconde la mafia di Gianni Barbacetto

nov 2007 – Cuffaro: perché i pm hanno chiesto otto anni di Elena Ciccarello

set 2005 – Il grande intermediario di Marco Nebiolo

ott 2003 – Ottima regia, nessuna prova di Michele Marangi

DOCUMENTI

Requisitoria settembre 2007: processo Aiello – Cuffaro (talpe alla Dda)

dicembre 2004 – sentenza di primo grado del processo per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Marcello Dell’Utri

Sentenza gennaio 2008: processo Aiello – Cuffaro  (talpe alla Dda)

Requisitoria del processo d’appello Dell’Utri di luglio 2010

VIDEO

Convegno nazionale “La legalità come fattore di sviluppo della democrazia e della competitività”, promosso a Milano da Avviso Pubblico, in collaborazione con il Gruppo 24 Ore, il Centro Studi Saveria Antiochia-Omicron, con il patrocinio di Libera e il sostegno del Gruppo Intesa Sanpaolo

Roberto Morrione, un mese dopo.Libera Informazione riprende il suo cammino

roberto_morrionewww.liberainformazione.org

È trascorso un mese esatto da quel venerdì 20 maggio, il giorno in cui Roberto Morrione ci ha lasciato dopo una lunga battaglia, affrontata a testa alta contro la terribile malattia che ne minava la salute da tempo. Era un guerriero, come è stato ricordato il giorno dei suoi funerali e come un invincibile samurai si è battuto fino alla fine, con straordinaria lucidità. Il direttore non faceva mistero dei suoi problemi di salute, conscio come era del fatto che i problemi andavano affrontati e non nascosti. E per questo ha sempre guardato avanti: non per paura di sottrarsi al destino purtroppo scritto, non per la volontà di esorcizzare il male correndogli incontro, ma piuttosto per una questione di dignità, personale e collettiva. Pur avvertendo il peso della sua condizione, allo stesso tempo Roberto non voleva che il dolore personale lo sottraesse a quello che era stata una ragione di vita, il suo impegno per un giornalismo capace di raccontare la vita delle persone e contribuire a migliorarla. Non solo la denuncia di ciò che non andava o il racconto delle miserie umane, ma soprattutto la proposta capace di sollevare speranze e di mobilitare impegno.

In queste lunghe settimane di lui abbiamo rivisto interventi significativi e riletto parole importanti; di lui hanno scritto e detto tanti altri meglio di quanto noi stessi potremmo fare, ovviamente; di lui abbiamo parlato privatamente con amici e colleghi e anche pubblicamente, in occasione di alcune uscite già programmate prima della sua scomparsa. Impegni che sono stati mantenuti, come quello del “Premio Ilaria Alpi”, nonostante la morte nel cuore, compagna muta e dolente di questi giorni. Parlare di lui, ricordare il suo insegnamento, non solo professionale, ci permette di non sentirlo troppo lontano, ci offre la possibilità di rivivere, anche se per un attimo, le tante occasioni di scambio profondamente intellettuale e di incontro veramente umano che ci ha regalato.

In questo mese ne sono successe di cose importanti per il nostro Paese: dagli esiti imprevisti del ballottaggio per le elezioni amministrative, con la conquista di città importanti per il centrosinistra, da Milano a Napoli, passando per Bologna e Torino alla straordinaria cavalcata che ha portato, contro ogni previsione e bavaglio mediatico, all’esito positivo dei referendum. Di quest’ultimo risultato, in particolare, Roberto avrebbe gioito in quanto segno di quella volontà di cambiamento che ha segnato anche la linea editoriale di Libera Informazione. Linea editoriale che – va detto solo per inciso e non per gusto di polemica – non ha convinto qualcuno, anche all’interno di ambienti insospettabili, per la chiara denuncia del malaffare e della corruzione che ha ammorbato le istituzioni negli ultimi anni e per la ricostruzione puntuale dei danni provocati dall’incontro delle volontà di mafiosi e corruttori con quella di uomini che hanno tradito il giuramento di fedeltà allo Stato.

Raccontare la deriva delle istituzioni repubblicane, il mercimonio delle funzioni pubbliche non è stato per Roberto Morrione e Libera Informazione uno sfoggio di consunta moralità o la ricerca di un irrinunciabile scoop sulle escort nei palazzi del potere. Ritornare con caparbietà sul periodo del 1992/1993 per cercare di svelarne le trame non è stato per Roberto Morrione e Libera Informazione un vezzo intellettuale ma piuttosto il tentativo serrato di arrivare a trovare le prove dei fatti che hanno influenzato e continuano ad influenzare la vita della nostra democrazia. Per rievocare la tensione morale di Roberto Morrione in questa direzione, pensiamo alle parole scritte da un altro intellettuale di valore, Pier Paolo Pasolini per il Corriere della Sera il 14 novembre del 1974: «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere».

Anche Roberto sapeva e non voleva tacere di fronte allo scempio attuato in questi anni di ogni funzione pubblica da parte di chi avrebbe dovuto avere come unico riferimento la Costituzione e non il proprio tornaconto o le proprie depravazioni. Anche Roberto sapeva e non aveva mai smesso di cercare i tasselli che compongono il complicato mosaico di anni passati ma ancora incombenti. Lo aveva fatto anni fa, mandando in onda su Rainews 24 l’ultima intervista a Paolo Borsellino. Ci si dimentica spesso di questa decisione presa in solitaria, anche nei libri migliori che ricostruiscono con maggior puntiglio quegli anni, perché è quasi consolatorio pensare che in Rai nessuno ebbe il coraggio di fare quello che andava fatto e serve ad accreditare la giusta tesi della necessità di un servizio pubblico che sia veramente dalla parte dei cittadini. E invece Roberto si prese quella responsabilità difficile, difendendo poi a spada tratta quella scelta, come era giusto fare.

Abbiamo ricordato nel giorno dell’ultimo saluto, presso la sede della Provincia di Roma, che quella fu la prima decisione presa come direttore di Libera Informazione perché ne siamo convinti. Del resto, se si dipana il filo rosso della carriera professionale di Roberto Morrione, si troveranno molte tracce in direzione di un giornalismo al servizio della democrazia: dagli esordi con Enzo Biagi alla lunga carriera all’interno delle redazioni giornalistiche dei Tg della Rai, dalla coraggiosa inchiesta sulla P2 al lancio diRai International, per arrivare alla creatura di cui andava più fiero, Rainews 24. E non è un caso il coinvolgimento in questi anni nel percorso di Libera Informazione degli uomini e delle donne che lo hanno accompagnato nell’ultima avventura in Rai. Sono stati proprio i colleghi di Rainews i più vicini a Libera Informazione in questi giorni: le due ultime redazioni di Morrione insieme di strada ne faranno ancora molta.

E ancora, in questo mese senza Roberto, sono da registrare l’operazione Minotauro in Piemonte e l’avvio del processo alle cosche calabresi in Lombardia, colpite dal blitz del 2010 coordinato dalle DDA di Milano e Reggio Calabria. Per il nostro direttore sarebbero state la conferma della puntuale attenzione che ci aveva invitato a mantenere sulla colonizzazione dei territori del nord Italia da parte delle cosche. Quando incominciammo a scriverne eravamo in compagnia di pochi; quando lo scorso anno pubblicammo “Ombre nella nebbia” ci prendemmo anche dei visionari allarmisti, salvo poi vedere utilizzato il dossier dalle redazioni giornalistiche più quotate o per la stesura dei tanti libri usciti sull’argomento. Senza ovviamente citata la fonte. Roberto ne aveva sorriso compiaciuto, contento che il nostro lavoro servisse a movimentare altre inchieste, nuove attenzioni. Sulla necessità di approfondire il tema della presenza delle mafie al nord, torneremo nei prossimi mesi, con un’importante iniziativa in collaborazione con la Regione Emilia Romagna.

In fondo questo è uno dei tanti obiettivi raggiunti di Libera Informazione: raccontare quello che altri non raccontano, rilanciare le notizie che non arrivano al grande pubblico, creare rete all’interno di un mondo professionale dove il solista è la regola e la squadra l’eccezione. E, sempre in questo mese senza Roberto, è emerso con assoluta chiarezza la necessità di riforme che diano speranze agli italiani, soprattutto a quelli più giovani che chiedono lavoro e dignità, secondo i diritti sanciti dalla Costituzione. Ecco l’amore di Roberto per la Costituzione era pari a quello per la sua professione: il lavoro giornalistico per lui era un fattore di cambiamento civile. Così si spiegano i suoi impegni sindacali e politici e anche la stagione vissuta con Libera, con la nascita di Libera Informazione. Per descrivere meglio il pensiero di Roberto sulla funzione della professione giornalistica sono utili le parole di Pippo Fava che in uno dei suoi editoriali per il “Giornale del Sud”, scrisse: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare. E le sofferenze e le sopraffazioni, la corruzione, la violenza che non è stato capace di combattere».

Insomma in questo mese di cose ne sono successe tante e però siamo stati fermi, senza avere la possibilità di raccontarle, per i normali problemi burocratici che seguono la scomparsa di chi dirige il lavoro giornalistico di una testata e che stiamo risolvendo. A tale proposito formuliamo i migliori auguri di buon lavoro per Santo Della Volpe, il nuovo direttore di Libera Informazione. A lui passa il testimone, mentre a noi della redazione tocca il compito di continuare a giocare insieme con il contributo di tanti, a partire dai collaboratori e dai lettori. Non sarà facile riprendere e soprattutto continuare, avendo perso il regista e il presidente della squadra.

Ci proveremo, dobbiamo provarci, per rispetto a quanto Roberto ha costruito e ci ha consegnato. Per chiudere quello che è un saluto ma anche una promessa che vogliamo fare a Roberto, prendiamo a prestito quanto scritto da altri valorosi colleghi. Sono le parole che chiosano l’editoriale con il quale “I Siciliani” tornarono in edicola all’indomani dell’uccisione del loro direttore. Profondamente diverso il contesto, profondamente diverse le ragioni di quelle frasi ovviamente, ma assolutamente identico è il dolore, assolutamente identica è la determinazione che ci accompagnano. Ecco perché scegliere queste parole, senz’altro dure, ma altrettanto dense in termini di volontà.

«Ok, ringraziamo tutti quanti, grazie di cuore a tutti. Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c’è ancora un sacco di lavoro da fare per i prossimi dieci anni. Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi. Se qualcuno vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti facciamo da soli, tanto per cambiare. Va bene così, direttore? »

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Anticorruzione: una proposta modesta Un contratto con gli elettori

libera-corrotti_58331Viviamo un periodo emergenziale: le cronache giudiziarie costantemente denunciano il proliferare di episodi di corruzione. La corruzione crea sfiducia, gravi danni al patrimonio collettivo e, cosa gravissima, costituisce un “cuneo” per le mafie per penetrare nei Comuni, Regioni, nel Parlamento e nei grandi enti. Un esempio didascalico rende l’idea. Il criminale (attento a lasciare le tracce dei pagamenti della tangente estero su estero per potere ricattare alla bisogna) corrompe l'ingegnere comunale e il sindaco per sanare un abuso edilizio; raggiunto lo scopo l'indomani, anche al fine di riciclare denaro sporco, lo stesso si ripresenta e riprova "alzando la posta", chiedendo all'ingegnere e al sindaco (ormai in pugno) di modificare i piani urbanistici per impiantare un supermercato o per costruire centinaia di appartamenti in zona parco, così da poter lucrare abusando e sottraendo alla collettività spazi pubblici e nello stesso tempo riciclando denaro lurido. 
 
La Corte dei Conti da tempo lancia il suo grido contro sperperi e ammanchi. Il sistema penale è strutturato in modo tale che non esiste un valido deterrente (procedure processuali farraginose e "ad ostacoli", arresti domiciliari, patteggiamenti, assegnazione ai servizi sociali, sconti di pena, divieti di intercettazioni, processi facili alla prescrizione, etc.) e i criminali si sentono forti; il dilagare dei vari comitati di malaffare che imperano indisturbati "spolpano" le risorse rimanenti. Anche chi vota per l'attuale opposizione ha dovuto prendere atto che fra le proprie fila albergano soggetti che tramano loschi affari. Se non si interviene tempestivamente è facile prevedere che alle prossime votazioni il numero dei votanti scenderà in picchiata, al grido populista “che voto a fare tanto son tutti uguali, son tutti ladri”.  
 
Noi di Libera riteniamo che occorra dare un forte segnale di speranza un po’ concreto ed un po’ simbolico perché alla vita pubblica accedano gli onesti e capaci scalzando gli altri. Anche i migliori protagonisti della politica che non avrebbero certo bisogno di credenziali (ci viene in mente Rodotà per tutti) capiranno e, per evitare accuse di disparità di trattamento, per il bene comune con umiltà, accetteranno di sottoporsi alle condizioni sotto illustrate, seppure essendo “al di sopra di ogni sospetto" come già detto, non ne avrebbero bisogno 
 
La carica pubblica è un atto volontario per cui non si obietti che la norma sotto proposta ha contorni  “populisti”. Anzi, riteniamo sia sinonimo di elevata responsabilità civica; sarebbe infatti un segnale dato dal supremo interesse di tornare ad infondere fiducia e di buona volontà “a cambiare marcia” e potrebbe in futuro indurre una maggiore tolleranza da parte dei cittadini nell’affrontare i prossimi sicuri sacrifici dati dalla congiuntura economica in corso. Oltre tutto la fazione che avesse il coraggio di proporre questa norma godrebbe di un vantaggio elettorale tal che la fazione avversaria per non perdere terreno sarebbe probabilmente indotta ad adottare la medesima condotta. 
 
La promulgazione della norma proposta avrebbe i vantaggi di prevenire a tal punto, che chi avesse intenzioni truffaldine e volesse ricoprire una carica pubblica, tenderà a tirarsi indietro per evitare puntigliosi controlli  e l’emersione di “scheletri nell'armadio”. Insomma presumibilmente il mascalzone tenderà a “stare alla larga” da problemi, allontanandosi volontariamente dalle cariche pubbliche lasciando così il posto a gente per che non ha questi timori. 
 
La proposta qui avanzata, fra l’altro, nei suoi contenuti essenziali è già applicata a soggetti incaricati di gestire pubblici poteri: magistrati, carabinieri, poliziotti devono già render conto del loro operato anche fuori dallo stretto ambito di servizio. Improvvisi arricchimenti, amicizie sconvenienti etc. possono costituire oggetto di censura da parte dei superiori. E questo per ovvi motivi: essi rappresentano la Legge e lo Stato e come tali anche nella loro vita privata devono evitare comportamenti sconvenienti che appannerebbero l’immagine dell’Istituzione e minerebbero la fiducia dei cittadini. Se questa regola vale per questi funzionari non si capisce perché non potrebbe essere estesa a consiglieri comunali, sindaci, governatori, parlamentari, direttori di grandi enti pubblici, ossia a coloro che hanno in mano le sorti di 60 milioni di persone! 
 
Pare ovvio pretendere che chi manovra miliardi di euro nell’interesse della comunità debba essere ed apparire limpido. D’altro canto, la scelta di candidarsi è decisione volontaria; si può scegliere di accettare o meno queste regole. Se a qualcuno stessero strette, ebbene non si proponga agli elettori. 
 
Una sanzione ridicola ed inutile 
 
Secondo l’attuale concezione della politica la sanzione, che scoraggerebbe la cattiva amministrazione (p.es. constatata da parte di cittadini arrabbiati per le colate di cemento) consisterebbe nella mancata rielezione; punizione ridicola che non ha nulla di deterrente: si pensi ad un Sindaco (e sodali) promotori ed attuatori di un piano regolatore finalizzato alla cementificazione del territorio (in cambio di tangenti versate “estero su estero” da un mafioso) forzando la legislazione vincolistica di una zona destinata a parco; e supponiamo che questi in forza dell’autorità conferita rilascino centinaia di permessi di costruire. A costoro, arricchitosi durante il quadriennio di malgoverno, cosa importerà di subire la “punizione degli elettori” consistente nella mancata rielezione?  Basterà spartirsi il “bottino” accumulato all’Estero (da fare rientrare con lo scudo prossimo venturo).  Il nuovo sindaco entrante, onesta persona, nulla potrà per revocare licenze già rilasciate dal predecessore.  Bisogna insomma che si creino anticipatamente le condizioni potenziali di buon governo (per quanto possibile ) affinché  il soggetto truffaldino sia scoraggiato a devastare od appropriarsi della cosa pubblica. Dopo, “a babbo morto” sarà impossibile ricucire i danni fatti dal delinquente. 
 
*Ennio Alessandro Rossi, commercialista , "Libera" Brescia- www.liberainformazione.org