Archivio mensile:Mag 2011

Piero Grasso: l’agricoltura è in mano alle mafie

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Mafie e agricolture hanno un legame antico con radici ben piantate a terra. A dirlo è Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, nel suo rapporto annuale che a questo tema ha dedicato proprio un capitolo intero della sua relazione. “Un legame di natura storico culturale a cui si fa risalire la nascita stessa del fenomeno mafioso, per larga parte venuto alla luce proprio nelle campagne. Per questo motivo da sempre tra le altre cause di ritardato sviluppo, l’agricoltura meridionale sconta anche quello delle infiltrazioni di stampo mafioso” scrive Grasso. “E tale fenomeno oggi interessa l’intero territorio nazionale, attesa la capacità di Cosa nostra, camorra e ndrangheta, presenti ormai in forma di impresa, di espandersi verso il Nord, seguendo le direttrici del trasporto e del commercio dei prodotti agricoli”.

Il capo della Dna si è occupato soprattutto delle strategie di controllo dei mercati relativi alla distribuzione del prodotto agricolo. Un settore oggetto di una nuova analisi, tenendo in considerazione le attività investigative sviluppate nel corso del 2010. “In buona sostanza – scrive Grasso – il procedimento in questione consente di comprendere come le organizzazioni mafiose siano in grado di controllare una filiera che va dall’accaparramento dei terreni agricoli, all’intermediazione all’ingrosso dei prodotti, dal trasporto allo stoccaggio fino all’acquisto e all’investimento in centri commerciali”. “Il controllo ingloba – continua Grasso – ditte di autotrasporto, società di intermediazione commerciale dei prodotti agricoli, quote di consorzi che operano nei mercati all’ingrosso, officine autorizzate alla vendita e riparazione dei macchinari agricoli (e in tal senso si deve ricordare l’interessamento della famiglia Riina, nella persona di Salvo Riina, alla gestione di questo settore attraverso la società Agrimar che è stata sequestrata e confiscata), perfino le falegnamerie dove si costruiscono le cassette utilizzate per il trasporto dei prodotti ortofrutticoli”. In Calabria la ‘ndrangheta usa le stesse metodologie.
Il controllo delle cosche si estende anche alla fase della raccolta dei prodotti della terra, nelle aree di maggiore produzione come la Piana di Gioia Tauro, realizzando lo squallido fenomeno del “caporalato” nel vasto mondo del lavoro nero, con parassiti che succhiano parte dei miseri guadagni a poveri diavoli, soprattutto nordafricani, costretti a condizioni lavorative disumane in cambio di paghe da fame. “È del tutto evidente – riflette ancora Piero Grasso – che la presenza mafiosa strozza il mercato, distrugge la concorrenza ed instaura un monopolio oppure un oligopolio basato sulla paura e sulla coercizione”.
Il tema delle agromafie è oggetto del dossier di aprile di Narcomafie
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Il silenzio del Senatore Azzollini

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La stagione estiva è alle porte, il nostri fondali marini sono pieni di ordigni chimici pericolosissimi, la Procura di Trani tace e il nostro sindacopresidentesenatore Azzollini cambia le carte in tavola sul progetto del porto e continua a tacere sulla presenza di ordigni al difosgene e iprite nel nostro mare. A lui interessa solo la costruzione del nuovo porto commerciale, mentre ad altri Senatori lontani da Molfetta interessa la salute dei cittadini e la salvaguardia del bene comune qual è il nostro mare.
Abbiamo appreso da fonti istituzionali che i Senatori Ferrante e Della Seta hanno presentato in Senato una interrogazione parlamentare in cui si parla anche di Molfetta come zona interessata alla presenza di ordigni bellici a caricamento chimico e chiedono di conoscere ai Ministri della difesa, dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute:

se i Ministri non intendano, entro brevissimo termine, informare il Parlamento sullo stato reale dei lavori di bonifica, presentando un'apposita e dettagliata relazione sui siti in premessa in modo da poter chiudere definitivamente una vicenda troppo a lungo tenuta segreta;

– se non intendano istituire urgentemente una commissione straordinaria al fine di predisporre, realizzare e completare le bonifiche, anche attraverso lo stanziamento di uomini, mezzi e fondi adeguati, di tutti i siti inquinati affinché si possa dare seguito ad un'efficace azione di bonifica dell'aree contaminate colpite drammaticamente nel loro equilibrio ambientale al fine di preservare inoltre la salute pubblica delle popolazioni residenti;

se non intendano dare seguito alle richieste dei vari comitati e movimenti, oggi rappresentati dal "Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche", che da tempo chiedono un'approfondita campagna di individuazione di ulteriori aree di smaltimento non ancora precisamente individuate ma di cui si ha notizia certa negli archivi militari, e il monitoraggio sanitario e ambientale sui cittadini e sui loro territori.

Il Senatore Azzollini dovrebbe vergognarsi per il suo silenzio e per lasciare spazio ad altri senatori di occuparsi del suo e del nostro territorio.
 
Testo integrale dell’interrogazione
 
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05112
 
 
Atto n. 4-05112
 
Pubblicato il 3 maggio 2011
Seduta n. 547
 
FERRANTE, DELLA SETA– Ai Ministri della difesa, dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute. –
Premesso che:
sono sorti numerosi comitati di cittadini che si ritengono vittime innocenti dell'inquinamento derivante dallo smaltimento delle armi chimiche e recentemente è stato costituito il "Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche", al quale ha aderito anche un'associazione riconosciuta e prestigiosa quale Legambiente;
– tale denuncia riguarda in particolare le armi chimiche, smaltite in modo legale, o illegale, nel Paese soprattutto subito dopo la fine del seconda guerra mondiale;
i protagonisti di questa vicenda sono agenti chimici che causano gravi danni alla salute e uccidono da ottant'anni. Sono stati usati in Libia e in Etiopia, e poi i loro effetti si sono sentiti anche sulla salute degli italiani. I loro nomi sono lewisite, iprite, fosgene, difosgene, arsenico, cloro, cloropicrina e agenti nervini serie G e V e tanti altri;
– entrano nell'aria, nell'acqua, nella terra. E sembra che siano ancora lì: alle porte di Roma, alla periferia di Milano, nel golfo di Napoli, nel mare di Bari e Molfetta, sulla costa di Pesaro, sulle rive del Lago Maggiore e del Lago di Vico, nei fiumi d'Abruzzo;
– le armi chimiche sono state progettate per essere invisibili, per portare morte e malattie incurabili, di cui è spesso difficile indagare l'origine. Questa è la storia dei veleni – creati dalla dittatura fascista – che hanno trasformato alcuni angoli tra i più belli della Penisola in luoghi pericolosi;
– sembrano coinvolte molte fabbriche che, grazie al segreto di Stato, hanno scaricato i loro rifiuti nei fiumi, nei laghi, nei terreni, nelle riserve idriche; numerosi impianti mai bonificati sono veri e propri scheletri tossici disseminati nel Paese;
– le armi chimiche sopravvivono a lungo nel terreno e nell'acqua: le migliaia di bombe che sembra giacciano nel mare di Ischia, di Manfredonia, di Molfetta, nel territorio di Foggia e del Lago di Vico potrebbero essere ancora fonte di pericolo;
da qualche mese, a Molfetta, sarebbero stati rallentati i lavori per l'ampliamento del porto a causa del ritrovamento, nella cosiddetta "zona rossa", di migliaia di ordigni convenzionali e a caricamento chimico, oltre a numerosi fusti di difosgene, che è un potente gas tossico asfissiante;
– ancora oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano varato da Benito Mussolini all'inizio della guerra, come si evince dalla lettura del libro-inchiesta pubblicato del giornalista de "L'Espresso" Gianluca Di Feo intitolato "Veleni di Stato", prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30.000 tonnellate di gas ogni anno. I documenti britannici analizzati nel suddetto libro – decine di file con rapporti segreti, relazioni diplomatiche, verbali di riunioni del Governo, minute di interventi di Winston Churchill e altri atti riservati che riguardano un periodo dal 1923 al 1985 – sostengono che si possa trattare di una quantità "tra le 12.500 e le 23.500 tonnellate prodotte ogni anno";
– a questo arsenale imponente si sono aggiunte le armi schierate nel Nord Italia occupato dai tedeschi e quelle importate al Sud dagli americani e dagli inglesi. L'ultimo saggio pubblicato negli Usa da Rick Atkinson sostiene che solo gli statunitensi dislocarono negli aeroporti del Sud Italia circa 200.000 bombe chimiche. Fu proprio durante uno di questi trasferimenti nel porto di Bari che nel dicembre 1943 una nave piena di iprite esplose, contaminando acqua e aria: il disastro, il più grave mai avvenuto nel mondo occidentale, venne tenuto nascosto. Sempre secondo Atkinson fu Winston Churchill in persona ad ordinare di tacere, e in tal modo i feriti non avrebbero potuto ricevere cure adeguate;
– fu Hitler, in persona, a dare il via libera alla prima di tante operazioni nefaste: affondare nell'Adriatico oltre 4.300 grandi bombe tossiche. Grazie ai documenti degli archivi tedeschi sappiamo che si trattava di 1.316 tonnellate di testate all'iprite, gran parte delle quali si trovano ancora nei fondali a sud di Pesaro;
dopo il 1945 gli Alleati si liberarono del loro arsenale di gas e di quello catturato agli sconfitti. I files dell'US Army – documenti in parte ancora segreti – rivelano che molte decine di migliaia di ordigni chimici vennero inabissati in una «discarica chimica» nel Golfo di Napoli, davanti all'isola di Ischia;
– questo cimitero sottomarino potrebbe lentamente liberare i suoi veleni: le bombe si corrodono e rilasciano iprite e arsenico;
lo studio condotto nel 1999 dagli esperti dell'Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram) ha trovato tracce delle due sostanze negli organi dei pesci di quella zona e nei fanghi del fondale. Il responsabile dei ricercatori, Ezio Amato, ha denunciato una situazione molto preoccupante: "I pesci del basso Adriatico sono particolarmente soggetti all'insorgenza di tumori, subiscono danni all'apparato riproduttivo sono esposti a mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi";
– tali sostanze tossiche non sembra riposino soltanto in fondo al mare. Molti cittadini italiani non sanno di abitare in quartieri realizzati intorno, o addirittura sopra, a vecchi stabilimenti di armi chimiche. Solo come esempi esplicativi i casi: dell'Acna di Rho che ha convogliato i suoi scarichi nella falda idrica che scorre verso il centro di Milano, quello di Cesano Maderno che ha contaminato la Brianza e sempre in Lombardia a Melegnano dai suoli della Saronio continuano a sbucare nuvole nocive. I dossier dell'intelligence britannica parlano di 60-65.000 tonnellate di armi chimiche prodotte a Rho, 50-60.000 tonnellate a Cesano Maderno, altre decine di migliaia a Melegnano. Il tutto secondo le priorità di guerra, scaricando fanghi e scarti nei fiumi e nei campi;
– altri esempi esplicativi sono quelli di due stabilimenti di gas protetti dal segreto militare, uno a Cerro al Lambro, davanti al casello milanese dove nasce l'Autostrada del Sole, l'altro a Cesano di Roma, nel territorio della capitale. Sono stati smantellati soltanto nel 1979, senza notizie accurate di un risanamento sistematico;
– inoltre quando, dopo la caduta del muro di Berlino, sono caduti molti segreti, si è avuta notizia che, nonostante sino ad allora tutti i Governi italiani avessero negato la presenza di gas bellici sul territorio nazionale, esistevano almeno tre bunker;
– il più importante di questi era posizionato sul lago di Vico; e sembra che in quella località durante i lavori nel 1996 una nube di fosgene ha raggiunto la strada, aggredendo un ciclista, forse l'ultima vittima europea delle armi chimiche. Solo nel 1997 si è scoperto che l'Esercito aveva messo da parte almeno 150 tonnellate di iprite del modello più micidiale, mescolata con arsenico. In più c'erano oltre mille tonnellate di adamsite, un gas potentissimo ma non letale, e 40.000 proiettili chimici. Per neutralizzarli è stato creato un impianto modello a Civitavecchia che imprigiona le scorie velenose in cilindri di cemento. Una "fabbrica di pace" che lavora senza sosta dal 1993 e continuerà a farlo almeno fino al 2015. Lì i cilindri di cemento all'arsenico, continuano ad aumentare: sono già molte migliaia, in attesa che venga individuato un deposito definitivo dove seppellirli,
 
si chiede di conoscere:
 
– se i Ministri in indirizzo non intendano, entro brevissimo termine, informare il Parlamento sullo stato reale dei lavori di bonifica, presentando un'apposita e dettagliata relazione sui siti in premessa in modo da poter chiudere definitivamente una vicenda troppo a lungo tenuta segreta;
– se non intendano istituire urgentemente una commissione straordinaria al fine di predisporre, realizzare e completare le bonifiche, anche attraverso lo stanziamento di uomini, mezzi e fondi adeguati, di tutti i siti inquinati affinché si possa dare seguito ad un'efficace azione di bonifica dell'aree contaminate colpite drammaticamente nel loro equilibrio ambientale al fine di preservare inoltre la salute pubblica delle popolazioni residenti;
– se non intendano dare seguito alle richieste dei vari comitati e movimenti, oggi rappresentati dal "Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche", che da tempo chiedono un'approfondita campagna di individuazione di ulteriori aree di smaltimento non ancora precisamente individuate ma di cui si ha notizia certa negli archivi militari, e il monitoraggio sanitario e ambientale sui cittadini e sui loro territori.

Antonveneta, Fazio condannato 4 anni all'ex governatore di Bankitalia

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I giudici della seconda sezione penale del tribunale di Milano hanno condannato l'ex governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio 1a 4 anni di reclusione e un milione e mezzo di multa per aggiotaggio nel processo sulla tentata scalata ad Antonveneta. Una pena maggiore rispetto ai 3 anni chiesti dalla procura. L'ex governatore è stato condannato anche a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, mentre per due anni non potrà contrattare con la pubblica amministrazione. Condannati anche l'ex presidente di Unipol, Giovanni Consorte (3 anni di reclusione e a un milione di multa) e il senatore del Pdl, Luigi Grillo (2 anni e 8 mesi). L'ex ad di Bpi, Giampiero Fiorani è stato condannato a un anno e 8 mesi di reclusione in continuazione con i 3 anni e 3 mesi di carcere che aveva patteggiato nel marzo del 2008. ll processo avviato contro i cosiddetti "furbetti del quartierino" (molti di loro, come stefano ricucci e emilio gnutti, avevano patteggiato la pena in sede di udienza preliminare), arriva a sentenza con una sola assoluzione: quella di francesco frasca, ex capo della vigilianza di Bankitalia. Per lui la procura aveva chiesto una pena di 1 anno e 8mesi, il tribunale ha deciso di assolverlo "per non aver commesso il fatto". "Mi aspettavo di essere assolto lo dico con franchezza", ha affermato al Tg1 l'ex presidente di Unipol, Giovanni Consorte. "Sono molto deluso e amareggiato" afferma Consorte.

LA SCHEDA 2

La fallita scalata della Bpl (poi diventata Bpi) ad Antonveneta nasce il 17 gennaio 2005 quando l'istituto lodigiano annuncia di aver superato la soglia del 2% del capitale della banca veneta, di cui gli olandesi di Abn Amro erano allora i maggiori azionisti. Successivamente, la Consob chiarirà che la Bpl aveva iniziato a rastrellare azioni sin dal novembre precedente.

Nel febbraio del 2005 la Bpl riceve il permesso della banca d'italia per salire fino al 15% in Antonveneta e successivamente fino al 29,9%. Mentre gli olandesi restano fermi al 18%. Per questo Abn presenterà esposti alla Consob e un ricorso al Tar del Lazio contro il ritardo con cui Bankitalia ha autorizzato gli olandesi a salire al 20% e poi al 30% di Antonveneta, rispetto alle "celeri" autorizzazioni concesse alla Lodi.

Ad aprile Abn lancia un'opa sulla banca veneta a 25 euro per azione, un mese dopo sarà il turno della Lodi con il lancio di un'offerta pubblica di scambio a 26 euro. Il 2 maggio la procura di Milano avvia le indagini e apre un fascicolo contro ignoti per aggiotaggio sulla scalata ad Antonveneta da parte di Bpl. Qualche giorno dopo la Consob delibera che Fiorani avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30%, obbligandoli a lanciare un'opa sul 100% del capitale.

Le indagini porteranno, nel luglio dello stesso anno, al sequestro dei titoli Antonveneta detenuti dalla Banca popolare italiana (che nel frattempo aveva cambiato nome da Bpl) e da Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, Danilo Coppola. A luglio arriveranno lo stop alle offerte Bpi da parte di Consob e Bankitalia. Nel decreto di sequestro delle azioni si fa menzione ad alcune intercettazioni 3che coinvolgono Fiorani e Fazio.Quest'ultimo avrebbe fornito informazioni privilegiate a Fiorani 4

L'AUDIO: quel 'bacio in fronte' che fece il giro del mondo 5

Il 2005 si chiude con l'arresto di Fiorani e le dimissioni di Fazio da governatore della Banca d'Italia. Che oggi dice: "Sono sicuro di avere sempre operato per il bene e sono convinto che questa sentenza vada riformata".
 

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La condanna 1 inflitta oggi dai giudici di Milano giunge a quattro anni dall'avvio delle indagini da parte dei pm. Le tappe:
2 maggio 2007: La Procura di Milano avvia le indagini sulla scalata e apre un fascicolo contro ignoti per aggiotaggio sull'Opa di Bpl ad Antonveneta. E' la data d'inizio dell'inchiesta che frantumerà il "sogno" di Gianpiero Fiorani, rampante leader del piccolo istituto di credito lodigiano, di scalare il gigante Antonveneta contro gli olandesi di AbnAmro. Pochi giorni dopo, il 17 maggio, Fiorani, Emilio Gnutti e altre 21 persone vengono iscritte nel registro degli indagati dalla Procura milanese.
25 luglio 2007: I pm sequestrano tutti i titoli dell'istituto padovano detenuti da Bpi, e dai concertisti, gli alleati Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, i fratelli Lonati e Danilo Coppola. Dal decreto che dispone il sequestro delle azioni emerge un'intercettazione telefonica tra il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, e Fiorani, che, secondo i pm, rappresenta la prova di un accordo fra i pattisti, che avrebbero rastrellato azioni Antonveneta attraverso società finanziate da Bpl.
2 agosto 2007: il gip Clementina Forleo convalida il sequestro delle azioni in portafoglio ai concertisti e notifica anche la misura interdittiva nei confronti di Fiorani e del direttore centrale finanza, Gianfranco Boni 
16 settembre 2007: 
Fiorani si dimette dalla carica di amministratore delegato di Bpl. La decisione arriva dopo una nuova ipotesi di reato a suo carico. Oltre che di aggiotaggio, insider trading e ostacolo all'attività di vigilanza della Consob, deve rispondere anche di falsa dichiarazione a pubblico ufficiale. L'accusa lascia intravedere l'ipotesi di un arricchimento personale attraverso finanziamenti della sua stessa banca con il coinvolgimento di alcuni prestanome. A dicembre, l'inchiesta si allarga e vengono indagati l'intero consiglio di amministrazione di Bpi (ex Bpl) e il presidente di Unipol, Giovanni Consorte.
Il Gip di Milano, Clementina Forleo, trasmette al Parlamento 68 telefonate sulle 73 che coinvolgono esponenti politici, nell'ambito delle inchieste Antonveneta-Bnl-Rcs e nelle due ordinanze che accompagnano la richiesta di autorizzazione a procedere, non risparmia pesanti accuse nei confronti dei 6 politici intercettati definendoli senza mezzi termini "complici di un disegno criminoso". Tra questi, il senatore del Pdl Luigi Grillo
23 maggio 2008: Il gup di Milano, Luigi Varanelli, davanti al quale si è svolta l'udienza preliminare, ratifica 58 patteggiamenti di persone fisiche e sei di società. Tra coloro i quali escono dal processo c'è Stefano Ricucci (un anno di pena); patteggiano solo una parte delle accuse Fiorani (tre anni e tre mesi) e Consorte (dieci mesi). Grazie a questi patteggiamenti, nelle casse dello Stato vanno oltre 120 milioni di euro, frutto dei reati emersi nel corso dell'inchiesta. Al termine dell'udienza preliminare, il gup rinvia a giudizio Fazio e altre 16 persone.
23 ottobre 2008: Si apre il processo davanti ai giudici della seconda sezione penale.
10 febbraio 2010: E' il giorno di Fiorani. Interrogato in aula, racconta che nella primavera del 2005, "Fazio mi disse che noi dovevamo superare il 50% per far fallire l'Opa di Abn Ambro. Queste cose si ricordano come fossero incubi di notte. Queste cose vengono fuori tutte le notti da 5 anni e mezzo. Ricordo non solo le parole, ma anche le fattezze e il modo in cui Fazio le ha dette".
13 gennaio 2010: Fazio parla per sei ore al processo, respinge le accuse e accusa Fiorani di averlo tradito: "Ha ordito una trama fraudolenta al solo scopo di trarre in inganno me e gli uffici di vigilanza per conseguire i suoi obbiettivi".
23 febbraio 2011: I pm chiedono tre anni di reclusione per Fazio, un anno e tre mesi per Fiorani in continuazione con la pena già patteggiata, tre anni per gli ex vertici di Unipol Gianni Consorte e Ivano Sacchetti. Due anni e un mese per il parlamentare del Pdl Luigi Grillo, un anno e 3 mesi per Francesco Frasca, ex responsabile della vigilanza a Banca d'Italia. Chieste condanne severe anche per le società, tra cui la confisca di 39,6 milioni per Unipol, imputata per la violazione della legge 231 del 2001 sulla responsabilità delle aziende per i reati commessi dai propri dipendenti.


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"Vivo la sentenza come una grande ingiustizia. Non la comprendo. Io ho la coscienza a posto". Antonio Fazio reagisce così alla condanna sulla tentata scalata Antonveneta 1. Ritiene di aver "sempre operato per il bene". Non si capacita del verdetto dei giudici: "Confido che sia ribaltato nei successivi gradi di giudizio". 
L'ex governatore della Banca d'Italia è amareggiato. Non si aspettava una condanna così severa, con una pena persino maggiore di quella richiesta: quattro anni di reclusione, cinque di interdizione dai pubblici uffici, una maxi multa. Spera di uscirne fuori. E' convinto di aver agito "nell'interesse generale e dell'Istituzione". Cioè appunto della Banca d'Italia da cui si è dimesso alla fine del 2005, dopo la più ostinata resistenza che si ricordi. E' il 19 dicembre quando getta la spugna, dopo 12 anni di reggenza. 

E' la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana che il capo dell'Istituto preposto al sistema bancario e alla vigilanza del credito è costretto a cedere i suoi poteri di fronte all'evidenza di anomalie, illecite connivenze, ipotesi di reato, pressione pressoché unanime dell'opinione pubblica interna e internazionale. Palazzo Koch quel pomeriggio è scosso, sgomento. E lo è a maggior ragione adesso di fronte alla condanna, giunta oltretutto alla vigilia della Considerazioni finali, l'appuntamento-clou 

 

 

per il Gotha dell'economia, l'ultimo del suo successore Mario Draghi, in partenza per la Bce. 

Fazio riceve notizia della sentenza nella sua casa a nord di Roma, alla Camilluccia. Sono con lui la moglie Maria Cristina e i suoi cinque figli. E' colpito, dall'epilogo della vicenda. Guarda con fiducia al domani. Lo conforta sapere che, nella storia centenaria della Banca d'Italia, vi sono stati altri governatori che si sono ritrovati nei guai: alla fine però, sempre, ne sono usciti a testa alta. Nei giorni di massima tensione, per esempio, ricordava spesso le vicissitudini di Vincenzo Azzolini che, nell'Italia del fascismo e della guerra, viene "destituito e imprigionato ma senza dimettersi", con l'accusa di aver collaborato con i nazisti e consegnato loro parte dell'oro della Banca d'Italia. Sfugge per un soffio al plotone d'esecuzione, viene condannato ma poi è assolto e completamente riabilitato. Non dimenticava di menzionare il caso di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, pure ingiustamente accusati. "Io sono tranquillo con la coscienza. Ho agito per il bene", ripete oggi. 
Eppure mai il tempio della finanza era stato così profanato come nella vicenda che lo riguarda. Un caso che oltretutto assume subito contorni internazionali: ci sono di mezzo soci stranieri, vorticosi giri di azioni, scalate, Opa, ricorsi, inchieste giudiziarie, la difesa della "italianità" e di rinforzo terribili intercettazioni. Alcune fanno il giro del mondo. "Ti bacerei in fronte, se potessi", gli diceva al telefono il banchiere Fiorani mentre il governatore lo invita a via Nazionale ma passando per "la porta di dietro". "I'd kiss you in the fronthead", traduceva la stampa anglosassone. 

"Sono convinto che questa sentenza vada riformata", insiste Fazio mentre il suo avvocato bolla come "suggestivi" i contenuti dei brogliacci che all'epoca contribuiscono a rendere la Banca d'Italia oggetto di folcklorizzazione violenta: tapiri, gabibbi, imitatori, canzonette. Nel giro di pochi mesi sugli avventurosi interlocutori del governatore, autodegradatisi a "furbetti del quartierino", escono numerosi libri. Alvito, il paesello natio, è assediato per mesi dai giornalisti. 
Tante condanne, una sola assoluzione: quella del capo della vigilanza, Francesco Frasca. "Sono contento", commenta Fazio. Il suo avvocato aggiunge: "Alla soddisfazione si accoppia l'amarezza: giustizia è stata fatta solo a metà. Il processo non offre elementi per distinguere le due posizioni".

Ingross Levante, processo rinviato al 22 settembre

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È durata pochi minuti giovedì la prima udienza dibattimentale del processo che vede imputati nella prima sezione penale del tribunale di Trani Oronzo Maria Amato, legale rappresentante della società molfettese di distribuzione Ingross Levante (operante in tutta Italia con il noto marchio Migro Cash & Carry) e altri quattro imputati, grossisti, coinvolti nell’inchiesta della procura tranese su una presunta truffa all’erario che nel 2005 portò a 48 arresti. 

Difetti di notifica a due imputati hanno indotto il collegio presieduto da Cesaria Carone (a latere Lorenzo Gadaleta e Francesco Messina) ad accogliere la richiesta sollevata dagli avvocati difensori Maurizio Masellis e Leonardo Iannone, e rinviare l'udienza.

I fatti contestati dal pm Ettore Cardinali risalgono a un periodo che va dal 2003 al 2005. Secondo la procura, la società molfettese avrebbe messo in atto un meccanismo per aggirare l’imposta sul valore aggiunto (Iva), attraverso la vendita di merce ad alcune società fittizie all’estero (sfruttando la normativa comunitaria che in questo caso prevede l’esenzione dall’imposta). Ma i prodotti non valicavano i confini nazionali, finendo sul mercato in particolare pugliese e campano. 

L’inchiesta tranese ha dato origine a un altro ramo, nel cui ambito il 20 novembre dello scorso anno il sostituto procuratore Giuseppe Maralfa ha chiesto il rinvio a giudizio per 142 persone, imputate del reato di associazione a delinquere finalizzata all’emissione di fatture soggettivamente inesistenti, alla dichiarazione dei redditi fraudolenta e alla omessa dichiarazione dei redditi. Tra questi, il legale rappresentante della Ingross Levante. 

Si tornerà in aula il prossimo 22 settembre. Il procedimento conta anche una costituzione di parte civile: è l’Agenzia delle entrate, che ha presentato una richiesta di risarcimento danni pari a 134 milioni di euro.

Francesco Padre, il recupero si farà. Il 3 giugno a Bari i dettagli dell'operazione


Foto: © la meridiana

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Venerdì 3 giugno, alle ore 10,30, nel terminal crociere del porto di Bari si svolgerà la conferenza stampa di presentazione del complesso e articolatopiano di recupero del motopesca “Francesco Padre”, appartenente alla marineria di Molfetta, affondato il 4 novembre del 1994, a causa di una improvvisa esplosione nelle acque antistanti l’allora Federazione Serbo-montenegrina, in circostanze ancora tutte da chiarire. 

L’affondamento del “Francesco Padre” provocò il decesso dei cinque componenti dell’equipaggio: il comandante Giovanni Pansini, il motorista Luigi De Giglio, i marinai Saverio Gadaleta e Mario De Nicolo ed il capo pesca Francesco Zaza. 

Alla conferenza stampa prenderanno parte – oltre ai rappresentanti dell’ufficio inquirente, Procura della Repubblica di Trani, nelle persone del sottoscritto procuratore capo, del procuratore aggiunto, dott. Francesco Giannella, del sostituto procuratore della Repubblica delegato alle indagini, dott. Giuseppe Maralfa – il procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Bari, dott. Antonio Pizzi, l’ammiraglio di squadra navale Andrea Toscano, comandante del dipartimento militare marittimo dello Ionio e del Canale d’Otranto, il comandante della Capitaneria di porto di Bari, contrammiraglio Salvatore Giuffrè, il capo nucleo Sdai della Marina Militare, capitano di fregata Giambattista Acquatico, il rappresentante dello stato maggiore dell’Aeronautica Militare, il comandante provinciale dei Carabinieri di Bari col. Aldo Iacobelli.

le autorità politiche saranno rappresentate dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, dai prefetti delle province di Bari, Antonella Bellomo e Barletta-Andria-Trani, Carlo Sessa, dal Sindaco di Molfetta, Sen. Antonio Azzollini, e i presidenti delle province di Bari, Francesco Schittulli e Bat, Francesco Ventola.

Sarà presente anche una rappresentanza dei famigliari delle vittime. Tra cui Maria Pansini, presidente del comitato “Francesco Padre – verità e giustizia” e il presidente dell’Associazione armatori di Molfetta, Franco Minervini, i difensori delle famiglie delle vittime, Giacomo Ragno, Vito D’Astici, Nicola Ferdinando Persico, Ascanio Amenduni, Gioacchino Ghiro. Ei medici legali Francesco Introna e Roberto Gagliano Candela. 

Nel corso della conferenza saranno descritte nei dettagli le operazioni di recupero del relitto, che attualmente giace a circa 250 metri di profondità al largo delle coste montenegrine. Come confermato dal Ministero della Difesa, per il recupero del relitto sarà messa a disposizione una speciale unità navale della Marina Militare. Si tratta della “Anteo”, dotata di sofisticate apparecchiature, tra cui un minisommergibile con due operatori a bordo, oltre agli esperti subacquei “in saturazione” del nucleo Sdai (Servizio difesa Antimezzi Insidiosi) di Taranto, nonché un avanzato sistema di videoripresa esterna del relitto con r.o.v. (remotely operated vehicle). 

Le strumentazioni di alta tecnologia saranno utilizzate, inoltre, per il recupero dei resti umani già individuati e di alcuni reperti di interesse investigativo relativi al relitto. Le operazioni di recupero si svolgeranno a partire dalla metà del mese di settembre prossimo per una durata presumibile di circa 15 giorni, dipendenti dalle condizioni meteo-marine. 

Per le operazioni di ricognizione e recupero la Regione Puglia ed il Comune di Molfetta hanno già stanziato complessivamente la somma di 400mila euro. 

Nel corso della conferenza stampa, infine, saranno proiettate immagini subacquee inedite del relitto. Il materiale audiovisivo e fotografico sarà, naturalmente, posto a disposizione dei giornalisti, ai quali sarà fornita una cartellina contenente una dettagliata relazione storico-giudiziaria dell’intera vicenda e una scheda tecnica del cronoprogramma e dei mezzi impiegati per il recupero.

Gestione rifiuti, il Liberatorio interroga e Globeco risponde

Globeco oggi 2 22052011

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Il movimento civico scrive a Comune, Regione e Provincia chiedendo spiegazioni su un impianto sorto nella zona artigianale. La replica dell’azienda: procedure corrette

 

Glo Eco oppure Globeco

A porsi l’interrogativo è il Liberatorio Politico, in una lettera inviata al sindaco Antonio Azzollini, al presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e a Carlo Latrofa, dirigente del settore Ambiente e Rifiuti della Provincia di Bari. 

Il movimento civico di Matteo d’Ingeo prende in esame una determina dello scorso 9 maggio, con cui l’ente provinciale ha rilasciato la Via(Valutazione di impatto ambientale) a un impianto per stoccaggio, raggruppamento e ricondizionamento preliminare di rifiuti pericolosi (20.000 tonn/anno) e non pericolosi (200.000 tonn/anno) nella zona artigianale (secondo Pip). 

Il provvedimento sarà affisso all’albo pretorio della Provincia fino a oggi. 

«Leggendo la determina – scrive il Liberatorio – ci siamo soffermati sul nome della ditta che ha richiesto e ottenuto il parere favorevole dell'Ufficio Ambiente e Rifiuti». 

L’azienda citata nel provvedimento è la Glo Eco srl. «In un primo momento – è scritto nella lettera –avevamo pensato che ci fosse stato un "errore" di battitura nel titolo dell'atto dirigenziale, ma l'errore è stato mantenuto in tutte le otto pagine del documento. Abbiamo fatto una ricerca in rete e sul territorio molfettese e abbiamo ipotizzato che la "Glo Eco" potrebbe essere la Globeco srl, l'unica che risponde alle caratteristiche aziendali di cui tratta il documento della Provincia». 

Non è tanto l’eventuale errore del documento, quanto la procedura a far sorgere dubbi a d’Ingeo. Che cita la normativa sulla Valutazione di impatto ambientale (art. 29 del D.lgs. n. 152/2006) e allega una foto dell’impianto, in costruzione dal 2009, che – secondo il movimento civico – sembrerebbe ormai completato. 

«Per amore di chiarezza e trasparenza, oltre che di legittimità, chiediamo – riporta la lettera del Liberatorio – ai nostri interlocutori se si tratta di un errore oppure l'azienda in questione è la Globeco srl di Molfetta». 

In tal caso, il movimento civico chiede alle autorità comunali, regionali e provinciali di verificare se «detto impianto è stato realizzato senza aver conseguito la Via e l’autorizzazione unica»; se «la gestione delle acque meteoriche è stata autorizzata prima della Via». Chiede, inoltre, il Liberatorio, se si è adempiuto o si intenda adempiere alla prescrizione dell’Autorità di Bacino della Puglia in materia di sicurezza idraulica «visto che dallo stralcio della relazione del comitato provinciale per la Via si evince che “Il proponente dichiara di essere dotato di un S.G.A. che verrà opportunamente modificato per recepire nuove procedure di gestione delle problematiche idrauliche generate da eventuali eventi di piena”». 

Agli enti viene anche chiesto se il manufatto, che sorge a ridosso dell’alveo di lama Marcinase, sia soggetto a eventuali vincoli paesaggistici e legati alle normative sulle acque pubbliche. 

Alla lettera risponde su queste pagine la Globeco, che in prima battuta scioglie il dubbio di partenza: la denominazione Glo Eco è un refuso di stampa. 

«Ringraziamo il movimento civico “Liberatorio Politico” – riporta una nota dell’azienda molfettese – per l'utile ruolo che svolge a tutela del territorio molfettese il quale ha disperato bisogno di persone di tale attenzione e competenza al pari degli addetti ai lavori che quotidianamente masticano questa difficile tematica. 

Lo ringraziamo per due motivi: il primo è che ci ha consentito di rilevare in tempo l'errore riportato nella determina in oggetto per quanto riguarda la ragione sociale della nostra azienda indicata, per un mero refuso di stampa, come Glo Eco e non come Glob Eco. Questo ci ha consentito di effettuare la correzione in tempo utile. D'altra parte, però, è palese che l'azienda in oggetto non poteva che essere Glob Eco srl visto che il lotto sul quale sorgerà l'attività è pubblicamente di proprietà della scrivente ed inoltre l'attuale sede legale indicata, sempre nella determina, è quella su cui attualmente opera la nostra società; secondo ci consente di rispondere con piacere ai quesiti giustamente posti. 

Per quanto riguarda il quesito relativo alla presenza della costruzione precedentemente al rilascio del giudizio positivo di compatibilità ambientale è inesatto affermare che è sempre necessario aver esperito la procedura Via al fine dell'insediamento di siti per la gestione dei rifiuti. 

Giova infatti ricordare che non sempre per le attività di gestione rifiuti è necessario aver preventivamente esperito tale procedura dato che per talune tipologie di attività ed al di sotto di un certo quantitativo tale procedura è esclusa ai sensi del D.Lgs 152/06 e ss.mm.ii. nonché della L.R. 11/2001 e ss.mm.ii. 

Del resto il comune ha rilasciato un permesso a costruire fermo restando sottinteso che i quantitativi e le attività fossero tali da ricadere nel campo della esclusione dell'applicabilità della normativa Via. E' stata una scelta della nostra società quella di voler estendere le attività e quindi di dover sottoporre l'iniziativa a Via. 

La foto scattata in data 22/05/2011 alle ore 15.38 corrisponde al vero e Glob Eco non ne ha mai fatto segreto anzi con orgoglio ha riportato tale foto su cartelloni pubblicitari ma, all'interno dell'impianto, non viene effettuata alcuna attività se non quella relativa alla mera manutenzione del verde ad ulteriore dimostrazione di quanto la società sia ossequiosa delle leggi vigenti in materia di gestione rifiuti. 

Per quanto riguarda invece gli altri quesiti posti a maggior ragione l'ottenimento del giudizio favorevole da tutti gli enti preposti in diversa sede, ivi inclusi il Genio Civile, rende evidente la buona fede e la correttezza dell'operato dell'azienda» 

«Possiamo pertanto ribadire con fierezza – conclude la risposta della Globeco – di aver realizzato un impianto per il trattamento di rifiuti speciali di ultima generazione in cui tutte le Bat di competenza (Best Available Techniques) sono state onorate auspicando che, considerato lo sforzo economico profuso di notevole entità, il nostro modello di realizzazione venga seguito sempre da più aziende a beneficio della nostra comunità».

NOTA del Liberatorio

Ringraziamo la GLOBECO per la risposta trasmessa alla Redazione di Molfettalive (l'unico organo di stampa a trattare con professionalità il nostro comunicato) ma esprimiamo al dott.   Angelo Messina, responsabile dell'azienda, la nostra insoddisfazione per la risposta che ha trattato solo parzialmente i temi oggetto del nostro intervento. In attesa che il Sindaco, la Provincia e la Regione si esprimano, interpelleremo altri organi competenti affinchè siano chiariti tutti i dubbi.

Giovane barlettana: «Io, nella bolgia dei rappresentanti di lista»

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«Gentile Gazzetta, sono una studentessa diciannovenne barlettana e quelle appena trascorse sono state le prime elezioni amministrative alle quali ho partecipato attivamente come elettrice». Comincia così la lettera via mail inviata da Lucilla Crudele. «Volendo vivere appieno quest’esperienza e per saggiare da vicino quei meccanismi che a scuola, nel migliore dei casi, vengono trattati solo superficialmente – aggiunge – mi sono offerta gratuitamente come rappresentante della lista per cui avevo intenzione di votare, in un seggio della scuola San Domenico Savio. Pensavo di assistere al momento, secondo me, di massima democrazia ancora più dell’atto del voto, ovvero lo spoglio delle schede, quello in cui si estrinseca la volontà del popolo e non quella dei singoli». 

Cosa è successo poi? «Con queste intenzioni – prosegue Lucilla – sono giunta al seggio assegnatomi alle 15 di lunedì. Al cancello, ormai chiuso per eventuali elettori ritardatari, un poliziotto mi ha lasciato passare dopo aver visto che in mano avevo la nomina siglata dall’ufficio comunale e pertanto regolare. Sono entrata. E qui, ciò che avevo solo in parte immaginato chiacchierando con amici e leggendo qualche articolo qua e là si è rivelato per quello che era. Nell’attesa di entrare nel seggio, mentre la commissione ultima le pratiche burocratiche e a noi rappresentanti è stato chiesto di aspettare fuori, mi sembra ci siano un po’ troppe persone … l’occhio mi cade sulla griglia per raccogliere i voti in mano a una signora, di certo non alla sua prima votazione: è organizzata per raccogliere i voti di un solo candidato… Poco più in là un mio coetaneo brandisce con aria compiaciuta la sua nomina (nome, cognome, simbolo e sezione, priva di alcun timbro e alquanto ‘riproducibile’) e una griglia per raccogliere voti per la stessa lista del candidato rappresentato dalla signora. Presto maggiore attenzione, non è un caso isolato». 

L’INTERPRETAZIONE – Ancora: «Mentre mi interrogo su una mia possibile mala interpretazione del termine “rappresentante di lista” (se siamo rappresentanti di lista perché fra di noi c’è chi rappresenta un solo candidato?), un altro personaggio appare sulla scena, ha un cartellino appuntato sul petto che cita “supervisore dei rappresentanti di lista” e mostra il suo nome e il simbolo del suo partito; legittimato da tale incarico così ufficiale si muove affannosamente per controllare se tutti sono in posizione e se c’è “almeno uno dei nostri”, parole testuali, per seggio; in caso contrario, scatta la sostituzione manco fossimo alla finale dei mondiali». 
Il racconto prosegue: «Scoccano le 15,30. La presidente fa l’appello dei rappresentanti di lista, me compresa, accreditati perché hanno presentato regolare nomina per tempo, mentre gli altri restano fuori, fra loro la signora e il ragazzo che rappresentano 2 candidati della stessa lista. 13 dentro, seduti, almeno una ventina alla transenna. Polemiche. Inizia lo scrutinio, siamo uno dei seggi più numerosi, circa 940 votanti. Aria rilassata dentro e infuocata fuori; man mano che cresce il numero di schede scrutinate, aumentano anche i rumori e le voci provenienti dal corridoio. Sembra di essere in uno di quei centri scommesse in cui si seguono le gare ippiche e si esulta o ci si rammarica platealmente, con la schedina in mano, ad ogni sorpasso riuscito o subito. La presidente chiede silenzio, minaccia l’allontanamento, le vola un insulto contro, arriva il poliziotto dell’ingresso. Procediamo, si è fatto buio, siamo ancora a metà. Finalmente la fine, scattano le telefonate e udite udite sono pochissimi coloro che comunicano direttamente i risultati, i più preferiscono “vedersi di persona” con il candidato rappresentato. Per fare cosa non possiamo saperlo. Immaginarlo sì però, e mi chiedo perché nessuno di coloro che ha titolo e autorità per farlo non sia riuscito ad arginare lo strano fenomeno della ‘moltiplicazione dei voti e dei pesci’, ovvero di coloro che abboccano all’offerta di chi compra il voto. Sarebbe bastato in quel corridoio fra le 15 e le 15.30 un altro poliziotto, in borghese però, che ascoltasse e osservasse, come ho fatto io, e che magari entrasse in confidenza con i rappresentanti ‘sospetti’». 

DELUSIONE E INDIGNAZIONE – Conclusione: «Ecco allora il duplice motivo della mia delusione e indignazione. In primis, per l’umiliazione che coloro che si candidano a rappresentare l’interesse comune impongono a chi vende loro il voto, siano essi più o meno indigenti e più o meno coscienti. Successivamente non vedo alcuna forma di repressione del fenomeno che pure era stato denunciato nelle scorse provinciali e regionali. Infine mi pongo due domande; qualcuno chiederà le dimissioni del consigliere neo eletto il cui nome è stato fotografato in cabina elettorale o il ‘sindaco del fair-play’ appoggerà la versione per cui l’episodio è stata una goliardata in un gioco che finisce sempre per capovolgere il ruolo di vittima e persecutore? E chi ha venduto il suo voto per ‘50euro più un cellulare’ è cosciente di aver svenduto anche gli occhi per guardare, la mente per discernere e giudicare e la sua voce per protestare? Buona fortuna Barletta, ne avremo tutti bisogno».

Noi l'avevamo detto solo 5 anni fa…

MARTEDÌ, 06 GIUGNO 2006

Ancora una scelta liberatoria

La valutazione del Liberatorio politico sulle elezioni amministrative…
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qui 

Dopo gli incendi tornano le bombe. E domani a chi toccherà? (AGGIORNATO AL 22/5/2011)


Immagine 6

Alle 22.30 di domenica in Via Michele Viterbo, una traversa di Via Matteotti, nei pressi del parco di Levante, un boato sentito dall’intero quartiere: una bomba è esplosa distruggendo una Renault Mégane e danneggiando una Fiat Tipo.

FOTO di Molfettalive

E domani a chi toccherà? (AGGIORNATO AL 22/5/2011)

Il Csm sospende De Benedictis il gip con la passione delle armi

 

bari.repubblica.it

Il Csm ha disposto la sospensione del giudice barese Giuseppe De Benedictis, arrestato il 28 ottobre scorso con l'accusa di detenzione illegale di arma da guerra. Si tratta del giudice che lo scorso 23 febbraio aveva disposto l'arresto in carcere del senatore Pd, Alberto Tedesco, ex assessore alla Sanità pugliese.

Per De Benedictis, il Csm aveva già disposto iltrasferimento d'ufficio a Matera, provvedimento sospeso dal Tar del Lazio: l'aggravamento della misura disciplinare è stato disposto su richiesta della procura Generale della Cassazione sulla base di fatti nuovi che sarebbero emersi da indagini avviate all'indomani dell'arresto. Il giudice, lo scorso ottobre, era finito ai domiciliari e rimesso in libertà con l'accusa di detenzione illegale di armi non comuni da sparo dopo essere stato intercettato per caso in una inchiesta della Procura di Santa Maria Capuavetere. 

Durante la perquisizione nella sua abitazione di Molfetta, i carabinieri avevano trovato un vero e proprio arsenale, circa 1.350 armi, tutte detenute legalmente (almeno a un primo accertamento), eccetto due, probabilmente una pistola a una carabina, risultate da guerra. Si trattava in sostanza di armi a raffica, trasformate una prima volta in armi comuni da sparo e poi nuovamente modificate in armi da guerra, "tutte ben oleate e perfettamente funzionanti".

De Benedictis venne arrestato per aver acquistato una pistola in un'armeria della provincia di Caserta, venduta come arma comune da fuoco. Tornato a casa sua a Molfetta, il giudice – a quanto venne reso noto in occasione del suo arresto – si accorse che l'arma era un'arma da guerra, la cui detenzione è illegale, e telefonò al titolare dell' armeria la cui utenza era intercettata nell' ambito di un' altra indagine sul traffico di armi, comunicando che avrebbe restituito la carabina al più presto. Nel frattempo, però, la procura di Santa Maria Capua Vetere aveva disposto la perquisizione nella sua casa di Molfetta, al termine della quale il giudice venne arrestato, e rimase per 24 ore ai domiciliari. 

La sospensione è un provvedimento disciplinare senza scadenza, che cioè si conclude con l'esaurimento del processo penale. Sulla vicenda la Procura di Lecce, competente a indagare sui magistrati in servizio a Bari, ha avviato indagini, ancora in corso.

"GLO ECO" oppure "GLOBECO"? La differenza non è solo nella "B"

Globeco 2Lotto Globeco già in costruzione,  Google maps del 2009

 

                                                                             Al Sindaco della Città di Molfetta
                 Al Presidente della Regione Puglia
                     Al Dott. Arch. Carlo Latrofa
                     Alla Stampa

 
Oggetto: Determinazione n. 304 del 9.05.2011. "Glo Eco" oppure "Globeco"?

Abbiamo appreso, dall'Albo Pretorio on-line della Provincia di Bari, che il Dirigente del settore Ambiente e Rifiuti della Provincia di Bari, dott. Latrofa, con determinazione n. 304 del 9.05.2011,  Registro n. 280 / 2011, ha rilasciato la V.I.A all’impianto per lo stoccaggio (deposito preliminare e messa in riserva), raggruppamento e ricondizionamento preliminare di rifiuti pericolosi (20.000 tonn/anno) e non pericolosi (200.000 tonn/anno) ubicato a Molfetta in zona Pip (secondo Pip), maglia F, lotto 5 della ditta "GLO ECO srl".
Immagine 5
Il provvedimento sarà affisso all’albo pretorio della Provincia di Bari fino al 26 maggio 2011.

Leggendo la determina ci siamo soffermati sul nome della ditta che ha richiesto e ottenuto il parere favorevole dell'Ufficio Ambiente e Rifiuti.
Nell'intero corpo della determinazione è riportato sempre la dicitura GLO ECO; in un primo momento avevamo pensato che ci fosse stato un "errore" di battitura nel titolo dell'atto dirigenziale, ma l'errore è stato mantenuto in tutte le otto pagine del documento.
Abbiamo fatto una ricerca in rete e sul territorio molfettese e abbiamo ipotizzato che la "GLO ECO" potrebbe essere la GLOBECO srl, l'unica che risponde alle caratteristiche aziendali di cui tratta il documento della Provincia.
Se si trattasse solo di un errore di battitura (ma che potrebbe anche inficiare lo stesso atto) sarebbe un problema risolvibile, invece il vero problema è un altro. Secondo una logica procedurale amministrativa il richiedente dovrebbe cominciare a costruire il manufatto industriale solo dopo aver ottenuto tutti i permessi autorizzativi dai rispettivi enti, specialmente se si tratta di attività particolarmente delicate come il trattamento di rifiuti pericolosi (20.000 ton/anno).
Invece a Molfetta può accadere che un'impresa costruisca prima il manufatto industriale e poi una volta terminato chieda una sorta di sanatoria per la valutazione d'impatto ambientale (V.I.A).

Come riportato all’art. 29 del D.lgs. n. 152/2006: “La V.I.A costituisce, per i progetti di opere ed interventi a cui si applicano le disposizioni del presente decreto, presupposto o parte integrante del procedimento di autorizzazione o approvazione. I provvedimenti di autorizzazione o approvazione adottati senza la previa valutazione di impatto ambientale, ove prescritta, sono annullabili per violazione di legge”. 
Basterebbe visitare Google maps per rendersi conto che già nell'estate del 2009 (periodo della rilevazione) il capannone era già in costruzione, ed oggi le opere sono già completate, come riporta la foto allegata scattata il 22.5.2011 alle ore 15.38.

Globeco oggi 2 22052011Per amore di chiarezza e trasparenza, oltre che di legittimità, chiediamo ai nostri interlocutori se si tratta di un errore oppure l'azienda in questione è la GLOBECO srl di Molfetta e quindi verificare se:

– detto impianto è stato realizzato senza aver conseguito la Via e l’autorizzazione unica ex art. 208 del citato D.Lgs. 152/2006?
– la gestione delle acque meteoriche è stata autorizzata prima della VIA con DD provinciale n. 662 del 12.10.10. (in base a quale ratio se la Via, poi, fosse stata negativa)?
– si è adempiuto o si intenda adempiere alla prescrizione dell’AdB Puglia (nota n.8613 del 26.06.09) “sia realizzato in condizioni di sicurezza idraulica in relazione alla natura dell’intervento [gestione rifiuti pericolosi tra cui Pcb,ndre al contesto territoriale ai sensi del c.1 art. 9 delle N.T.A. del Pai” visto che dallo stralcio della relazione del comitato provinciale per la Via si evince che “Il proponente dichiara di essere dotato di un S.G.A. che verrà opportunamente modificato per recepire nuove procedure di gestione delle problemtiche idrauliche generate da eventuali eventi di piena”?
– premesso che l’impianto sorge a ridosso dell’alveo di lama Marcinase e l’intero lotto è ubicato all’interno dell’area annessa della lama, nel provvedimento si riporta il vero o il falso quando si dà atto che: “In relazione al P.U.T.T./P., dalla documentazione presentata si evince che l’intervento in progetto: non ricade in nessun ambito territoriale esteso o distinto come si rileva dalla Tav. C.2 Rev. N. 00 del 6/2010”? (La presenza del parere dell’AdB, infatti, dimostra che l’impianto è a ridosso di una lama e, sul piano paesaggistico, deve essere almeno applicato quanto previsto dall’art. 3.08 delle NTA del PUTT che non prevedono la possibilità di realizzare interventi di tale fattispecie).
Per ultimo si chiede di verificare se sulla Lama Marcinase e sui lotti di cui trattasi gravi il vincolo di acque pubblica e se le procedure adottate sono conformi alle leggi vigenti.

Lama MarcinaseLama Marcinase

Globeco alto Lotto Globeco, vista satellitare del 2009

 

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