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Francesco Padre, reperti dai Ris


Foto: © Marina Militare

di Lorenzo Pisani
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Due mesi. Entro due mesi il Reparto investigazioni speciali dei Carabinieri di Roma si esprimerà sui 23 reperti del Francesco Padre, il motopesca molfettese affondato il 4 novembre 1994 nel mare Adriatico. 

Il materiale ripescato dagli abissi al largo di Budva, in Montenegro, è giunto nei laboratori della scientifica dell’Arma. 

Si cercano tracce di polvere da sparo, fori di proiettile e qualsiasi altro elemento che possa far luce sull’inabissamento dello scafo con a bordo i marinai Giovanni Pansini, Luigi De Giglio, Saverio Gadaleta, Francesco Zaza e Mario De Nicolo. Solo l’ultimo riposa in un cimitero. 

Dopo 17 anni di misteri e sospetti i familiari attendono l’esito della perizia, cui potranno partecipare i loro consulenti tecnici. Decisiva, circa due anni fa, la riapertura del fascicolo da parte del procuratore capo di Trani, Carlo Maria Capristo. 

Le indagini, condotte dal sostituto procuratore Giuseppe Maralfa hanno attraversato archivi e segreti, sono scese alla profondità di 247 metri, dove ancora oggi giace il relitto. Adesso si attende che emerga la verità. 

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I pm confermano, sul Francesco Padre ci fu un assalto armato

di CARLO STRAGAPEDE

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Un foro di proiettile calibro 12.7, presumibilmente esploso da un fucile, è presente sulla fiancata sinistra del «Francesco Padre», verso la poppa. A confermarlo ufficialmente è il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani, Giuseppe Maralfa. Niente più indiscrezioni, niente più «si dice»: adesso, a 17 anni di distanza dalla tragedia che si consumò in Adriatico il 4 novembre 1994, è evidente che il motopeschereccio molfettese fu il bersaglio di un’aggressione con armi da fuoco. Quel foro si trova su un frammento di legno raccolto dal fondale, accanto al relitto, durante il sopralluogo, articolato in tre distinti momenti nell’arco di questo mese di ottobre. Un foro di entrata, del diametro di un centimetro e mezzo circa, come è stato rilevato dai consulenti balistici dell’uf ficio inquirente tranese. Per dare solidità probatoria alla loro tesi, nell’ultima delle missioni sottomarine, lo scorso fine settimana (sabato 22-domenica 23 ottobre) gli inquirenti hanno «chiesto» al robot «Falcon» di staccare, con forza, un pezzo di fasciame dal relitto. Questo segmento, lungo 40 centimetri, sarà accostato al pezzo bucato dal proiettile (quello raccolto in precedenza dal fondale), per dire, con certezza scientifica, che appartengono entrambi al «Francesco Padre».

Tutto per allontanare i dubbi residui che derivano – oltre che dalla estrema professionalità degli investigatori – dalla constatazione che in quel tratto di mare, in 17 anni, sono passate un numero infinito di imbarcazioni, che, almeno in teoria, potrebbero avere perduto pezzi. Perciò il prossimo passo sarà l’esame comparativo dei due frammenti di fasciame. Non basta: gli investigatori in camice bianco del Raggruppamento investigazioni scientifiche (Ris) dei Carabinieri di Roma hanno gli strumenti per valutare, possibilmente, altri due dati preziosi. Il primo: la presenza di tracce chimiche di esplosivo, su quel pezzo di legno bucato. Il secondo: la distanza fra il bersaglio e l’arma dalla quale partì il colpo, quella notte di 17 anni fa. 

Ancora. Il Procuratore della Repubblica Carlo Maria Capristo – al quale va il merito di avere acceso i riflettori, anche mediatici, su una tragedia che rischiava di essere dimenticata – con il suo «aggiunto» Francesco Giannella e il sostituto Maralfa è riuscito a recuperare un filmato del 2005, che potrebbe rivelarsi una ulteriore, preziosa sponda alle indagini. In quel filmato scorrono le immagini del tirante dell’albero di poppa (di un peschereccio), che venne a galla spontaneamente, in una zona molto vicina a quella dell’esplo – sione del «Francesco Padre». Quell’oggetto, «compatibile» con il motopeschereccio molfettese, come ha sottolineato Maralfa, presentava «tracce di schegge metalliche». Compatibili con una raffica di proiettili? Forse. C’è però un problema: il tirante dell’albero di poppa è andato distrutto, ne sopravvive solo il filmato, con le foto. Meglio di niente, certo: e anche questo dato sarà studiato insieme con tutti gli altri elementi. 

IL RELITTO NON SARÀ RIPORTATO A GALLA – Il dottor Capristo lo dice chiaramente: «Non è possibile riportare il relitto in superficie, dopo 17 anni». Qualcuno dei giornalisti fa notare garbatamente al Procuratore di Trani che l’aereo Atr Bari-Djerba (precipitato nel Mar Tirreno, a 11 miglia da Palermo, il 6 agosto 2005, con 16 vittime e 23 sopravvissuti, ndr) è stato fatto risalire a galla da 1.400 metri, una profondità molto maggiore dei 247 metri del «Francesco Padre». Capristo, da due anni alla guida della Procura della Bat, rimarca: «Il recupero dell’aereo fu compiuto pochi mesi dopo la tragedia. Nel nostro caso, dalle immagini registrate dalla Marina militare in occasione delle ripetute immersioni – ricorda l’esperto magistrato – risulta in modo molto evidente che il peschereccio, deteriorato dal lavorio delle correnti, adagiato sul fondale melmoso, è completamente avvolto da parecchie reti da pesca, appartenute presumibilmente ad altre imbarcazioni transitate in zona nel corso degli anni. Il recupero è quindi impraticabile».

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Dal fondo del mare la triste pesca dal Francesco Padre

di CARLO STRAGAPEDE

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BRINDISI – La terza missione nelle acque internazionali della nave «Anteo» ha permesso di recuperare due scarpe, forse appartenute alle vittime del «Francesco Padre», e di staccare un pezzo di legno dalla fiancata sinistra, verso la prua. In dettaglio, ieri mattina, sul molo del Seno di Levante, sono state consegnate ai Carabinieri della Sezione investigazioni scientifiche: una scarpa da lavoro «a stivaletto», sinistra, consumata dal lavorìo incessante della corrente marina; una scarpa bassa, destra, di taglia un po’ più piccola dell’altra, con la punta arrotondata, privata dei lacci (forse disintegrati dall’azione del mare); il pezzo dello scafo, lungo circa 40 centimetri. 

Le operazioni di recupero, eseguite dal robot «Falcon» dotato di pinza, sono state mostrate con un filmato ai familiari delle vittime, nella saletta conferenze della nave salvataggio della Marina militare. Tanta emozione ma ottimismo con il contagocce. Almeno da parte di Agostino Pansini, fratello minore del comandante e armatore Giovanni Pansini, che morì in mare a soli 45 anni: «Pur esprimendo immensa gratitudine a tutte le persone che si stanno prodigando alla ricerca della verità – rimarca -, questo lavoro prezioso doveva essere compiuto subito dopo la tragedia. Adesso, a 17 anni di distanza – scuote la testa – potrebbe rivelarsi inutile. Il mare, in 17 anni, può avere cancellato tracce importanti. E del resto – si congeda – non è detto che le scarpe appartengano ai marinai del “Francesco Padre”». 

I DUE SOPRALLUOGHI PRECEDENTI – Tutte e 3 le trasferte in Adriatico sono state fruttuose. Il 5-6 ottobre furono recupelrati alcuni frammenti di fasciame dello scafo che giacevano sui fondali e un ampio pezzo di stoffa chiara. In occasione del secondo sopralluogo del 18-19 ottobre, sono stati riportati in superficie: alcuni frammenti la cui natura è da determinare; due magliette, appartenute presumibilmente alle vittime; alcuni pezzi di metallo, da identificare; altre parti di legno dello scafo. In particolare i primi pezzi dello scafo portati a galla a inizio ottobre presentano fori riconducibili a proiettili, che farebbero pensate a una mitragliata. 

TRE PALOMBARI, TRE EROI SILENZIOSI – In occasione dei primi due sopralluoghi, sul fondale, a meno 247 metri, sono stati calati 3 palombari. I loro nomi: Luca Russo, 35 anni, di Agropoli (Salerno); Alessandro Massa, della Spezia; Angelo Nitti, 38 anni, di Mola di Bari. Hanno raccolto reperti che potrebbero rivelarsi preziosi per l’accer tamento della verità. Fanno parte dei 150 uomini dell’equipaggio della «Anteo».

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"Quel peschereccio è stato affondato". Dopo 17 anni, la verità sulla tragedia del "Francesco Padre"


inchieste.repubblica.it    

La telecamera sul relitto

Le ultime immagini dal relitto del "Francesco Padre" colato a picco a 20 miglia dalla costa montenegrina nel novembre del 1994, dicono che la barca è stata attaccata a colpi di mitragliatrice. Quasi esclusa l'esplosione accidentale causata da armi e munizioni contrabbandate. Chi ha sparato? La Nato o i montenegrini che chiedevano il pizzo ai pescatori? Tra i reperti torna a galla anche quello che potrebbe essere un osso umano

BARI – Una lapide, i fori di vecchi proiettili. Forse un pezzo di osso umano recuperato 17 anni dopo. E un mistero d'Italia che sembra riaprirsi. Era la notte tra il tre e il
4 novembre del 1994 quando un motopeschereccio partito dalla marina di Molfetta, il Francesco Padre, affondò misteriosamente in acque internazionali, tra l'Italia e il Montenegro. A bordo c'erano cinque pescatori.
Nessuno di loro è mai tornato a casa. Diciassette anni dopo una lapide è stata posta in fondo al mare, a 250 metri di profondità, con scolpiti i nomi delle cinque vittime (il comandante Giovanni Pansini e i marinai Luigi De Giglio, Saverio Gadaleta, Francesco Zaza e Mario De Nicolo) di questa strage dimenticata. E' successo quindici giorni fa, mentre ieri sono stati portati a galla una serie di reperti, tra i quali quello che sembrerebbe il resto di un osso umano.
Forse quello dei marinai. Questa strage che ora però potrebbe vedere accanto ai nomi delle vittime quelli degli assassini. Dopo anni di punti interrogativi, la verità sta venendo alla luce. La procura di Trani ha riaperto l'inchiesta sull'affondamento del peschereccio e ha ottenuto che un robot e un palombaro scendessero per la prima volta la sul fondo per recuperare tutto quello che era recuperabile: una spedizione finanziata con 600mila euro del comune di Molfetta, 100mila della Regione e mezzi all'avanguardia messi a disposizione dalla Marina militare.

Una prima risposta è già arrivata: il Francesco Padre è affondato perché mitragliato, come testimoniano i fori ancora chiaramente visibili sulla fiancata del relitto. Potrebbe essere il fuoco amico della Nato, che in quel momento presidiava le coste della Jugoslavia in guerra. O forse una ritorsione del governo Djukanovic che all'epoca pretendeva tangenti sul pescato. Ecco perché ora il procuratore capo Carlo Maria Capristo ha dato mandato a una serie di periti di capire chi possa aver sparato il peschereccio. Solo così si potrà capirne il perché. 

Nella prima inchiesta i pm Pasquale Drago ed Elisabetta Pugliese hanno ritenuto che il peschereccio trasportasse armi insieme a reti. Ed era appunto nel contrabbando delle munizioni (in quel periodo in Jugoslavia era in corso la guerra) che andava cercato il motivo dell'affondamento del Francesco Padre. Si parlò di un'esplosione dall'interno della barca, sulla base di una consulenza d'ufficio. Un'ipotesi questa, però, alla quale non hanno mai creduto i familiari delle vittime che dopo aver presentato una serie di esposti hanno ottenuto dal procuratore Capristo che l'inchiesta fosse riaperta.

Come primo passo i magistrati hanno voluto che per la prima volta si andasse a esaminare il relitto, che si trova 20 miglia  a Sud-Ovest della città montenegrina di Budva. Al recupero sta lavorando la nave tecnologica "Anteo" della Marina militare, specializzata nelle ricerche sui relitti: nella prima parte è stata realizzata una prospezione esplorativa sui fondali con un minisommergibile, per raccogliere dati e immagini (una prima esplorazione fu compiuta a giugno del 1996, durante la prima inchiesta, sfociata nell'archiviazione).
Quindi sono stati inviati sul fondale i "Rov", agili robot dotati di mezzi di ripresa, al fine di recuperare altre prove, più precise, utili alle indagini. In base a quello che risulterà dalle ispezioni, la Procura di Trani deciderà quali parti del "Francesco Padre" dovranno essere riportate in superficie. Nello stesso tempo si cercherà d'individuare i resti dei componenti dell'equipaggio. Il recupero delle spoglie non sarà solo un atto di pietà ma consentirà esami medico-legali da cui si potranno ricavare importanti tasselli per accertare le cause e dunque le responsabilità dell'affondamento.

Al momento si indaga per omicidio volontario a carico di ignoti. Le piste seguite sono diverse: c'è quella militare, la più inquietante, per cui non può escludersi che l'imbarcazione sia colata a picco colpita perché colpita da uno dei mezzi che si trovava in quel tratto di mare impegnato, come altre unità navali, in un'operazione della Nato (Sharp Guard, la risoluzione dell'Onu che imponeva l'embargo su Serbia e Montenegro) ai tempi del conflitto nei Balcani. C'è poi la possibilità che il motopeschereccio sia affondato dopo aver issato a bordo una delle tante mine disseminate lungo l'Adriatico per impedire da parte dei paesi della ex Jugoslavia l'accesso alle forze nemiche. Tra le ipotesi anche quella della ritorsione degli equipaggi delle navi montenegrine che in quegli anni avrebbero imposto tangenti sul pescato. A suffragare questa ipotesi il comportamento delle autorità serbo montenegrine che non è mai stato collaborativo in altre inchieste giudiziarie che hanno visto coinvolti marittimi italiani.

Collaborazione che invece da Trani stanno ricevendo dal Governo, oltre che dalle autorità internazionali attraverso decine di rogatorie per ottenere carteggi ritenuti importanti per le indagini. Non è un caso che la procura di Trani ha appena acquisito una copia degli atti relativi all'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari su presunti traffici di esplosivi tra la Puglia e il Montenegro: nel settembre del 1994, qualche mese dopo la tragedia, emerge dai verbali che proprio un molfettese, Domenico Sasso, avesse fatto da intermediario con il proprietario di un'imbarcazione iscritta nel compartimento di Anzio e con un'organizzazione montenegrina, capeggiata dal parente di un influente uomo politico slavo, per ottenere una sorta di "permesso" per la pesca nelle loro acque territoriali. Il pizzo da corrispondere, secondo quante accertò l'inchiesta, era pari alla metà del valore del pesce che doveva poi essere venduto in Italia. Chi non pagava rischiava addirittura di essere sequestrato. Il 2 giugno del 1993, invece, un altro un pescatore molfettese, Antonio Gigante, ucciso il 2 giugno del 1993 morì mentre era imbarcato su un natante di Manfredonia, mitragliato dopo lo sconfinamento nelle acque territoriali da una motovedetta serbo-montenegrina. Le autorità italiane non riuscirono mai ad ottenere il nome del comandante dell'imbarcazione da cui fu fatto fuoco. Diciassette anni dopo le cose potrebbero cominciare a cambiare.
TG 19.10.11 Montenegro, i palombari tornano in mare per il 
ANTENNASUD

‘Francesco Padre’: recuperare per affondare?

Francesco Padre, i familiari: «Speriamo che i reperti possano parlare»

 


Foto: © MolfettaLive.it

di Rosanna Buzzerio
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Riprenderanno nei prossimi giorni leoperazioni di recupero dei reperti del “Francesco Padre” nelle acque al largo del Montenegro. 

E’ lo stesso capo della Procura di Trani, Carlo Maria Capristoin un’intervista rilasciata ad Antenna Sud, a dichiarare che «dallo studio di un reperto sono state trovate delle indicazioni tecniche molto importanti, che ci inducono a ripetere l’immersione in una zona limitrofa a quella già oggetto della raccolta dei reperti». 

Alle operazione di recupero dei reperti presente Maria Pansini, figlia del comandante del motopesca affondato il 4 novembre 1994, da sempre in prima linea alla ricerca della verità. Ha voluto vedere con i suoi occhi quello che resta del peschereccio e dei suoi uomini. E’ lei a raccontarci le emozioni e le sensazioni provate a bordo del cacciamine “Viareggio”. 

Lei ha vissuto in prima persona il recupero del “Francesco Padre” che sensazioni le ha suscitato rivedere il relitto? Quale è stato il suo primo pensiero? 
«Intanto è bene chiarire che non si è mai parlato di recupero dell'intero relitto del“Francesco Padre”, perché i costi sarebbero molto elevati; si è andati lì per cercare di recuperare i resti umani e parti del peschereccio che potessero chiarire le dinamiche della tragedia; le emozioni provate in quei momenti sono difficili da descrivere. 
Il primo pensiero appena partiti dal porto di Brindisi sul cacciamine “Viareggio” è stato: ecco anch’io come il peschereccio sto percorrendo la stessa rotta che li ha portati via per sempre, lasciando in noi parenti tante domande su cosa fosse successo e ora che mi viene data la possibilità vado sul luogo perché sia fatta giustizia».
 

Nelle immagini girate due anni dopo l’affondamento del peschereccio, il suo nome era ancora riconoscibile. Si notavano i resti dell'equipaggio. E oggi, dopo 17 anni? 
«Nelle immagini girate nel giugno 1996 dall’Impresub il peschereccio era intatto, ma soprattutto si vedevano i resti umani, oggi invece il peschereccio c’è ancora, coperto da molte reti lasciate da altri pescherecci, ma i resti dell’equipaggio non ci sono più». 

Nel corso delle operazioni di recupero gli inquirenti e gli esperti di parte hanno già potuto sollevare qualche ipotesi su quello che è accaduto quel 4 novembre 1994? 
«Le posso dire solo che durante tutte le fasi, da quelle della perlustrazione con il Pluto all’ultima con il palombaro, tutti gli inquirenti, periti, avvocati erano lì attenti ad osservare lo schermo, cercando di individuare anche il più piccolo elemento che potesse essere utile ai fini dell’indagine». 

I reperti recuperati possono parlare ancora? 
«Lo spero proprio. Comunque sono stati nominati altri periti, proprio perché i familiari vogliono essere, questa volta, parte attiva nella ricerca della verità. Sono specialisti di altissimo livello. Da ultimi vi sono Paolo Cutolo e Mario Nigri, per la parte esplosivi e balistica, e in precedenza il chimico Domenico D'Ottavio. In testa, naturalmente, l'Ing. Francesco Mastropierro, da sempre a noi vicino in questa triste vicenda. Colgo l'occasione per ringraziarli di tutto cuore per quel che stanno facendo e che faranno». 

Rispetto al passato sembra ci sia molta più collaborazione sul caso del “Francesco Padre”, sia da parte della Procura, che della Marina Militare… 
«Questa volta forse, a differenza di 17 anni fa, c’è la volontà di tutti affinché si giunga alla verità. 
Tutti stanno facendo la loro parte, è un lavoro di collaborazione, in passato è mancato proprio questo; si era creato un muro tra Procura e familiari, oggi per fortuna tutto è diverso. La Marina Militare si è messa a completa disposizione, peccato il maltempo ha portato ad accelerare le operazioni, ma non per questo fatte in modo superficiale». 

Sarà presente anche lei quando i reperti saranno esaminati? 
«Non lo so. Ma se sarà possibile sarò presente. Quegli oggetti sono, comunque, tutto ciò che resta del “Francesco Padre” e della sua storia. 

Vorrei cogliere l’occasione per poter ringraziare il procuratore Capristo, il pm Maralfa, i nostri avvocati Persico, Amenduni, Ghiro, D’Astici, gli investigatori e tutti coloro che con noi familiari si battono affinché la verità possa emergere, nonostante siano passati 17 anni. Grazie».

La conferma dei periti sul «Francesco Padre» ci sono fori di proiettili

lagazzettadelmezzogiorno.it

L’inchiesta sul «Francesco Padre» il peschereccio molfettese colato a picco diciassette anni fa a venti miglia dalle coste del Montenegro sembra ad una svolta importante e decisiva per le indagini. Se le indiscrezioni raccolte dalla «Gazzetta» trovassero conferma si potrebbe riabilitare la memoria dei cinque marittimi il comandante Giovanni Pansini, Luigi De Giglio, Francesco Zaza, Saverio e Mario De Nicolò che vennero accusati di contrabbando di armi e di esplosivi. I reperti ripescati nell’ultima prospezione dai subacquei di nave «Anteo» della Marina Militare rivelerebbero, invece, che il peschereccio potrebbe essere stato mitragliato. 

Ci sarebbero evidenti tracce di proiettili. Ma il riserbo è strettissimo, non vi è certezza neppure sulla tipologia di tutto il materiale recuperato, di sicuro si conosce solo che si tratterebbe di pezzi di fasciame del peschereccio e poi di un pezzo di indumento raccolto a -247 metri dal palombaro della marina militare Luca Russo il quale ha recentemente rilasciato un’intervista esclusiva al nostro giornale. Di rilievo sono anche le 12 ore di filmato girato sia dal Rov «Pluto» proprio sul «Francesco Padre», sia dal palombaro in tutta la zona di fondale prospiciente il relitto. I periti lo hanno visionato e analizzato fotogramma per fotogramma trovando riscontri alla tesi dell’attacco armato. 

Non reggerebbe più la teoria dell’esplosione dall’interno del peschereccio che indicava, invece, un trasporto illecito. Il «Francesco Padre» sarebbe stato colpito dall’esterno. Ma sarebbero i riscontri sui frammenti di fasciame recuperati ad essere stati decisivi, dopo essere stati analizzati dai periti di parte civile Paolo Cutolo e Mario Nigri, due autorità in questo settore, che avrebbero già informato la Procura di Trani. Sulla vicenda c’è un deciso «no comment», i periti hanno avuto disposizioni di non rivelare nulla e anche l’avvocato di parte civile Nicky Persico raggiunto telefonicamente ha preferito non esprimersi, trincerandosi dietro un «no comment». 

Che le indiscrezioni raccolte trovino fondamento lo si è compreso anche da alcune dichiarazioni del Procuratore di Trani Carlo Maria Capristo il quale in una recente intervista televisiva ha dichiarato che l’equipe della Procura si appresta a ritornare sul relitto, evidentemente per realizzare nuovi riscontri o cercare conferme. Quando nave «Anteo» aveva terminato le operazioni c’erano, invece, forti dubbi che ci sarebbe stato un ulteriore sopralluogo, ma evidentemente la verità che si attende da diciassette anni si fa più vicina. Una verità che scotta, una nuova «Ustica del mare» come è stata definita: il peschereccio potrebbe essere stato vittima di fuoco amico, e cioè di un attacco fortuito da parte di unità navali della Nato. Sui radar infatti all’ora dell’affondamento non erano segnalate altre unità vicine al «Francesco Padre» oltre alle tante navi militari dell’operazione Sharp Guard impegnate in quel periodo per vigilare sul rispetto dlel’embargo verso l’ex Jugoslavia. Ma tutte le ipotesi sono ancora aperte, l’impor tante adesso è tornare a scandagliare i fondali al centro dell’Adriatico per trovare conferme, fugare i dubbi, e mettere in condizione gli esperti di dimostrare la correttezza delle loro ipotesi.

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Francesco Padre parla il palombaro: «Le ossa non c'erano»

di Nicolò Carnimeo 

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BARLETTA – Una delle sue passioni sono i relitti, ne ama il mistero, ama riuscire a riscoprire le storie che il mare ha inghiottito. Luca Russo, sergente della Marina militare a bordo di nave «Anteo», è stato il primo uomo a scendere sul peschereccio molfettese «Francesco Padre», a 247 metri di profondità. Ha 35 anni e lo sguardo sereno. È nato ad Agropoli (Salerno) e il mare ce l’ha nel sangue. Prima di entrare in Marina appena 20enne, era già un subacqueo, esplorava le navi affondate lungo la costa del Cilento. Ma la missione che lo spinto nelle buie profondità dell’Adriatico a pilotare un robot subacqueo ad alta tecnologia è il frutto di un lungo addestramento durato 15 anni, costellato da prove sempre più difficili. Con 2 comandamenti: imparare a dominare l’ansia e lo stress; conoscere i propri limiti. 

Sono le 16 di giovedì 6 ottobre quando, dopo avere indossato una leggera tuta in micropile che lo aiuterà a sopportare le rigide temperature degli abissi, Luca Russo entra nell’Atmospheric Diving Suite (Ads). Il robot subacqueo che ha la forma dell’omino Michelin si apre in due tronconi, prima lui infila le gambe, poi viene chiuso il tronco e infine l’oblò superiore che ha 2 faretti sulla sommità. Una volta sigillato, il pilota è pronto, il robot è caricato su un ascensore (in gergo «Lars») che in 20 minuti lo porterà sul fondale. Russo è in contatto radio con il capitano di fregata Paolo Spina, responsabile delle operazioni subacquee. 

Scendendo, che cosa ha pensato? 

«Ero solo concentrato sulla missione. Verificavo che tutto funzionasse, ripetendo con calma le procedure. All’inizio ho avvertito un lieve sbandamento per le forti correnti. Ma più in profondità c’era quiete assoluta. A 170 metri non filtrava più neppure un debole fascio di luce, tutto era divenuto buio. Aspettavo che l’ascensore si fermasse, per dare inizio alla missione». 

Come riesce a gestire il robot? 

«Le braccia sono io a muoverle e ci vuole un certo sforzo. Posso controllare anche le pinze che ho al posto delle mani, mentre l’Ads lo muovo con pedaliere che mi fanno spostare in tutte le direzioni. Laggiù non ho molta autonomia, sono una specie di telecamera umana. Il mio comandante mi guidava». 

Quale parte del relitto ha visto per prima? 

«Non mi ci sono avvicinato troppo. Era troppo pericoloso, il “Francesco Padre” è pieno di reti e lo scafandro potrebbe rimanere impigliato. Così ho camminato attorno al relitto sul sottile e morbido fango che si sollevava in sospensione, a ogni mio movimento, tra branchi di seppie e gamberi, che si bloccavano, come paralizzati, appena investiti dal fascio di luce». 

Quanto è durata l’immersione e che cosa l’ha incuriosita? 

«Sei ore. Ho cercato di non perdere il più piccolo dettaglio. Procedevo eretto ma, quando scorgevo qualche anomalia o qualche oggetto particolare sul fondale, mi mettevo in orizzontale, piegandomi e avvicinandomi il più possibile in modo che la telecamera lo inquadrasse. Il comandante decideva se dovevo recuperarlo». 

Le ossa dei 4 marinai non c’erano? 

«Mi auguravo davvero di riportare su i resti umani che si vedevano in un filmato precedente (del 1996, ndr) ma non è stato possibile. Su quei fondali sono passate centinaia di reti. E poi il fango avvolge e seppellisce tutto». Luca Russo si congeda con un filo di voce: «Io ce l’ho messa tutta».

«Francesco Padre» a galla i primi reperti

di Carlo Stragapede 

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BARLETTA – L’autoblindo del Servizio investigazioni scientifiche (Sis) dei Carabinieri lascia la banchina del porto di Barletta alle 12,35 con il suo prezioso carico: due contenitori appena sbarcati (nella foto di Calvaresi) dalla nave cacciamine «Viareggio» della Marina militare. Uno somiglia a una valigia rigida, di medie dimensioni. L’altro ha forma di secchio. Sono sigillati, contengono i reperti raccolti dal relitto del «Francesco Padre», negli abissi d’Adriatico. 

Il contenitore quadrangolare custodisce residui della fiancata del motopeschereccio, che presenterebbero – il condizionale è d’obbligo – fori sospetti, forse riconducibili a proiettili. Nel secchio c’è un ampio pezzo di stoffa di colore bianco, comunque chiaro: il pool di consulenti della Procura di Trani deve verificare se appartiene agli abiti di una delle vittime. I reperti sono mantenuti in acqua di mare: saranno tirati in secco con ogni cautela, per evitare che le prove si compromettano. 

Il furgone del Sis lascia lo scalo marittimo barlettano sotto gli occhi lucidi dei familiari delle vittime: tutte donne tranne Angelo Chiarelli, cognato di Saverio Gadaleta, marinaio del «Francesco Padre». I parenti vorrebbero che quel loro strazio, durato 17 anni, da oggi in poi abbia un senso. Quelle due scatole potrebbero svelare la verità sull’esplosione del 4 novembre 1994. 

Nessuna traccia dei resti umani – Le ossa dei marinai, no, quelle non sono state recuperate dal fondale a 247 metri, nelle acque internazionali a una ventina di miglia dalla città montenegrina di Budva, e a 100 miglia da Bari. I reperti saranno sottoposti formalmente a sequestro probatorio dal capo della Procura di Trani, Carlo Maria Capristo, e dal sostituto, Giuseppe Maralfa. E saranno analizzati, oltre che dal Sis, dal pool di consulenti, formato da: Francesco Introna, medico legale; Paolo Cutolo, ex capo del Nucleo artificieri antisabotaggio della Questura di Bari; Mario Nigri, perito balistico; Francesco Giusto Mastropierro, ingegnere e capitano di lungo corso (83 anni); Domenico D’Ottavio, chimico, esperto di esplosivi. 

Il sergente luca russo, eroe silenzioso – Le operazioni sono andate avanti per due giorni e due notti, poi sono state sospese a causa della perturbazione sull’Adriatico. Potrebbero ricominciare la prossima settimana, se i pm lo riterranno opportuno. L’eroe della giornata è Luca Russo, palombaro, sergente della Marina militare, un giovane alto e magro. È stato calato a 247 metri di profondità, con addosso lo speciale scafandro «Ads» (Atmospheric Diving Suit) in grado di mantenere al suo interno la pressione naturale dell’aria, a un’atmosfera. Giovedì pomeriggio e sera ha lavorato per 6 ore sul fondale, registrando tutto con la videocamera e prelevando i reperti. Le sue immagini si aggiungono alle 8 ore riprese mercoledì dal «Pluto Gigas», il siluro tecnologico della «Viareggio». 

Maria Pansini – La figlia del comandante del motopeschereccio molfettese ha assistito personalmente alle operazioni, in mare aperto, da bordo della cacciamine. Quando la «Viareggio» è attraccata nel porto di Barletta, alle 11 di ieri, ha abbracciato i familiari delle altre vittime, che erano in banchina, ansiosi di sapere. Racconta: «Qui sono stati tutti molto gentili e comprensivi con me. C’era sempre tanto da mangiare, ma non avevo per niente fame. Speravamo – confessa – che fossero ritrovate le ossa dei nostri cari». 

17 anni fa – Era mezzanotte e mezza del 4 novembre 1994 quando il «Francesco Padre» fu distrutto da un’esplosione le cui cause non sono state ancora chiarite. Morirono tutti e 5 i componenti dell’equipaggio: il comandante Giovanni Pansini, 54 anni; il capopesca Francesco Zaza, 31; il motorista Luigi De Giglio, 56; i marinai Saverio Gadaleta, 42, e Mario De Nicolo, 28 anni (suo l’unico corpo recuperato all’epoca).

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E' rientrata a Barletta la nave militare che ha condotto le ricerche al largo del Montenegro. Un palombaro si è calato a 240 metri di profondità: prelevati brandelli di vestiti e del peschereccio che nel 1994 si inabissò con i cinque membri dell'equipaggio   –   bari.repubblica.it

di GIOVANNI DI BENEDETTO –   

Niente reperti ossei, solo brandelli di vestiti e frammenti dello scafo. "Ugualmente utili", dicono gli inquirenti, "per tentare di risalire alle cause del misterioso affondamento". La verità sulla sciagura del motopeschereccio "Francesco padre" potrebbe questa volta essere davvero vicina. Lo sogna Maria Pansini, figlia dell'armatore, e presidente del comitato che ricorda le 5 vittime di quella tragedia avvenuta il 4 novembre del 1994 al largo delle coste del Montenegro. Lo sperano le mogli e i parenti di Giovanni Pansini, del motorista Lugi De Giglio, dei pescatori Saverio Gadaleta e Francesco Zaza e del marinaio Mario De Nicolò, l'unico di cui fu recuperato il corpo. 

I reperti sono stati portati in superficie da un palombaro che si è immerso dalla nave militare "Anteo", adesso sono conservati all'interno di due contenitori sigillati a disposizione dell'autorità giudiziaria. E così, al momento, può dirsi conclusa l'operazione di sopralluogo, riprese filmate e prelievo di parti del relitto del motopeschereccio. Nel porto di Barletta ha fatto ritorno il cacciamine "Viareggio" della Marina militare dopo aver sostato due giorni in acque internazionali, a circa 20 miglia dalla costa del Montenegro, nel punto esatto della sciagura che costò la vita ai 5 membri dell'equipaggio. 

Le ispezioni sono state effettuate attraverso un Rov (Remotely Operated Vehicle ) calato a più di 240 metri di profondità. Sono immagini nitide che mostrano però l'imbarcazione coperta dalle reti da pesca e da altro materiale. Tutto intorno è solo fango e detriti, impossibile recuperare i resti mortali delle vittime che, se trovati, avrebbero potuto dare indicazioni utili sul dna, per la prima volta da strutture ossee rimaste da così tanto tempo in acqua. Non è escluso un ritorno della missione sul luogo, ma al momento può dirsi conclusa. Esclusa per il momento l'ipotesi che a scendere in profondità siano altri sub, l'opzione è ritenuta molto rischiosa. 

Quello che è stato portato in superficie sarà analizzato per risalire alle cause dell'affondamento, lo chiedono il capo della procura di Trani Carlo Capristo e il magistrato Giuseppe Maralfa che hanno riaperto l'inchiesta e non trascurano alcuna ipotesi, dalla ritorsione nei confronti del comandante del "Francesco padre" per essersi rifiutato di pagare una tangente alle autorità montenegrine sul pescato, a quella dell'incidente o dell'affondamento da parte di un sommergibile della Nato ai tempi della guerra nei Balcani. 

Secondo il comitato è possibile che il motopesca sia stato fatto oggetto di un attacco esplicatosi prima con armi da fuoco che avrebbero colpito alcuni componenti dell'equipaggio, poi con l'utilizzo di un razzo o un missile che avrebbe provocato  danni tali da causare l'affondamento. La convinzione è data dalla presenza di componenti chimici dell'ordigno che provocò l'esplosione, in uso secondo il comitato ad armamenti di tipo bellico. "E le forze militari", sostengono, "erano presenti in quel momento nella nota operazione Sharp guard per il controllo del rispetto dell'embargo deciso dall'Onu contro Serbia e Montenegro". 

Lo stesso motopesca, ricordano, fu danneggiato da un sommergibile qualche anno prima della tragedia "e risarcito con un assegno emesso direttamente dalle autorità americane". Le ultime due inchieste non portarono a nulla e furono archiviate, una consulenza ipotizzò che l'equipaggio trasportasse armi e che dunque la deflagrazione fosse avvenuta dall'interno. Troppo alti i costi per il recupero, si disse all'epoca. Dopo la riapertura sono stati stanziati 600mila euro dal comune di Molfetta e 100mila dalla regione Puglia. il resto è stato tutto a carico della Marina militare.

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Misteri, «Francesco Padre» sub giù a quota -247 metri

di Carlo Stragapede 
www.lagazzettadelmezzogiorno.it

MOLFETTA – Ieri pomeriggio, intorno alle 17, un uomo per la prima volta ha messo piede sul fondale dove da 17 anni giace il relitto del «Francesco Padre». E ha esplorato da vicino il motopeschereccio, camminando come un astronauta sulla Luna. 

Di quell’uomo si sa solo che si chiama Luca, che è un militare della Marina bene addestrato per quell’operazione delicata, e che è stato calato fino a 247 metri di profondità con indosso una «Atmospheric Diving Suit» (Ads). Che cos’è? Per il momento spieghiamo che alla lettera significa «Abito per la immersione con pressione atmosferica». In concreto, è uno scafandro rigido articolato, in dotazione alla nave cacciamine «Viareggio». Quello scafandro mantiene al suo interno la pressione atmosferica naturale: insomma l’operatore non soffre la pressione del mare su di sé, e del resto un essere umano in muta da sub non sopravviverebbe a quella profondità. 

Luca, eroe silenzioso, ieri sera ha indossato la tuta che somiglia all’«omino Michelin», il personaggio della pubblicità dei pneumatici caro a due generazioni di bambini. Ed è sceso negli abissi delle acque internazionali dell’Adriatico meridionale, 110 miglia marine a Nord-Est di Bari (sono pari a 200 chilometri, vi si arriva in 5 ore di navigazione da Bari, rotta 51 gradi) e 20 miglia a Sud-Ovest di Budva, città del Montenegro. 

Lo scopo? Studiare da molto vicino il relitto del motopeschereccio molfettese esploso in mare, inspiegabilmente, nella notte del 4 novembre 1994. Luca, però, non si limita a riprendere l’imbarcazione con la telecamera e a scattare fotografie. Soprattutto, ha già prelevato frammenti utili a ricostruire la verità della tragica esplosione nella quale morirono il comandante Giovanni Pansini e i 4 componenti dell’equipaggio. L’Ads, infatti, è dotato di tenaglie di estrema precisione, in grado di maneggiare dolcemente i reperti, indeboliti dall’azione erosiva della corrente e del fango, protrattasi per quasi 17 anni. 

La testimonianza – Ore 20. Parliamo al telefono con l’avvocato Nicky Persico, il professionista tranese che assiste Maria Pansini, figlia del comandante Giovanni Pansini. Entrambi sono a bordo della «Viareggio» da due giorni: «Luca – conferma il legale – ha già recuperato alcuni frammenti, che dovranno essere custoditi in apposite scatole per ore, prima di poter essere esaminati. Dal fondale, l’uomo nello scafandro parla con il professor Francesco Introna (medico legale barese esperto in identificazione di cadaveri, ndr), il professor Cutolo, il balistico Nigri e con gli altri consulenti della Procura di Trani. Il pool – racconta ancora Persico in diretta – è in contatto con lui da una stanza sottocoperta. Maria Pansini, la mia assistita, è molto tesa, e del resto è comprensibile». 

Non si bada a spese – Lo scafandro che somiglia a una fila di copertoni sovrapposti è collegato alla «Viareggio» attraverso un cavo che contiene tutti i contatti elettrici ed elettronici. Lo Stato, la Regione e il Comune di Molfetta non hanno badato a spese, in questa inchiesta-bis. I periti sono in contatto telefonico costante con il Procuratore Carlo Maria Capristo e con il sostituto Giuseppe Maralfa, che hanno trascorso sul posto l’intera giornata di mercoledì, 5 ottobre, insieme con una quindicina di giornalisti. 

Notti in bianco e fiumi di caffè – Sulla «Viareggio» si lavora senza sosta, 24 ore su 24. Il motivo? Per la giornata di oggi è previsto l’arrivo di una forte perturbazione, che potrebbe costringere il pool a sospendere le operazioni: per studiare il relitto le condizioni del mare devono essere buone. Sottocoperta scorrono fiumi di caffè. I pochi fumatori, nelle rare pause, salgono sul ponte per accendersi la sigaretta e per riflettere, osservando per qualche minuto le stelle e la luce lontana, tremola, di qualche peschereccio. Poi rientrano. Sono ancora molti i motopesca pugliesi a battere quel tratto di Adriatico, molto pescoso. Persico si congeda: «Qui, sulla “Viareggio” e sulla “Anteo”, dove alloggiamo, siamo trattati benissimo. L’ospitalità della Marina militare è a dir poco esemplare». 

Il pluto a riposo – Prima della immersione del palombaro Luca, il relitto ha ricevuto la visita del «Pluto Gigas», una specie di siluro dotato di 8 eliche e di telecamera. Dopo le prime immersioni esplorative, gli uomini del comandante Elia Cuoco gli hanno applicato il meccanismo «Falcon»: due pinze tecnologiche con le quali sono stati prelevati i primissimi frammenti del «Francesco Padre». Sono in molti ad augurarsi che quei frammenti raccontino la verità.

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