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DALLA "CITTA' ILLEGALE" ALLA "CITTA' ETERNA", STORIA DELL'UOMO CHE VOLLE IL "MERCATO DELL'ABUSO DIFFUSO". PROSPETTIVE FUTURE.

 

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Oggi alle 18.30  – Sala B. Finocchiaro  
Fabbrica San Domenico – Molfetta

relazioneranno:

Michele Altomare 

Matteo d'Ingeo
 

Il Movimento “Liberatorio Politico” torna ad incontrare la città per fare il rendiconto dell’attività svolta negli ultimi mesi e per informare, senza bavaglio, sulle vicende cittadine di ordinaria illegalità.
A sei anni dalla sua nascita e dopo un’attività incessante di controinformazione svolta attraverso il proprio Blog (http://liberatorio.splinde
r.com/), nonostante le minacce, intimidazioni più o meno palesi, tentativi di censure ed isolamento vuole lanciare un messaggio a tutti i cittadini in prospettiva di possibili elezioni comunali anticipate.

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Primavera molfettese del '94. Perché nonostante "quella" stagione politica ci ritroviamo "questa" Molfetta?

Terramia, gruppo di discussione sulla politica molfettese, propone un incontro pubblico per riflettere sul ’94 molfettese.

 

 

Nel rumore di fondo della quotidianità molfettese annaspano le voci delle coscienze critiche. Manca la voglia di trasformare l’esistente e nel rumore di fondo permangono, addormentate e paghe del lauto pasto, le anime ribelli. All’orizzonte c’è solo il nostro ombelico. 

L’indifferenza per le bombe all’iprite che incombono, per i giovani disoccupati che si disperano, per i lavoratori prigionieri del mercato, per le consorterie arroganti dei delinquenti e dei ladri di galline che pervadono le strade è il segnale che la comunità e le cose comuni non son più degne di essere amate e curate perché rese agonizzanti da una politica malata o di protagonismo o di clientelismo e vuota di aneliti e di aspirazioni.

La medicina migliore è prendersela con gli altri, con chi è più vicino, con chi è più attivo. Ma la rabbia per il colpevole vicino cura la febbre e non la malattia. I ricordi sono in agguato per i vecchi e ai giovani rode la storia di questa città che ha visto ben altre stagioni, ben altre emozioni, ben altre speranze.

Sembra che a nessuno interessi ripensare al ’94, l´anno in cui a Molfetta si diede avvio a una frizzante stagione politica, si ribaltarono le previsioni elettorali e il governo della città cadde nella mani di una forza nuova che emerse inaspettatamente dalla città. Sembra che quel frangente di eccezionale mobilitazione civile e politica non abbia lasciato alcuna traccia. Ma di questo nessuno parla più. È davvero così? Può essere così? Davvero non ci sono più molfettesi che pensano e agiscono in forza della loro appartenenza ad una comunità di cittadini?

Abbiamo deciso di rompere gli indugi. La riflessione sul ’94 molfettese non può essere ulteriormente rimandata in attesa di tempi migliori.

Il 3 ottobre alle 18 presso la sala stampa del comune
di Molfetta è indetto un incontro pubblico per discutere di quella stagione, con unanime spirito di correità, senza reti e senza format.

Tutte e tutti sono invitati a portare il proprio contributo e a rispondere alla domanda: perché nonostante "quella" stagione politica ci ritroviamo "questa" Molfetta?

Rischio idrogeologico per le lame di Molfetta.
Il prof. Copertino: l’incultura idraulica e geologica dell’amministrazione comunale


https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/08/allagatoviaruvo.jpg

di Giacomo Pisani (www.quindici-molfetta.it/…)

Dopo il sequestro di un’area di circa 1.000 mq. Nella zona di Lama Cupa (detta anche Martina, Schvazappa o fondo di don Carluccio) a Molfetta da parte del Corpo Forestale dello Stato, che ha trovato ben 500 metri cubi di materiale edile di risulta gettati nella zona nel tentativo di creare sbarramenti all’alveo della lama, estirpando anche decine di alberi di ulivo, si torna a discutere sulle lame e sull’incultura della gente (e forse anche di qualche tecnico) su questo problema.
La lama Cupa attraversa tutta la zona di Levante e sfocia alla prima cala. Se la pioggia torrenziale di martedì scorso fosse continuata per qualche ora, il territorio di Molfetta avrebbe registrato danni enormi e il rischio idrogeologico avrebbe potuto provocare anche delle vittime.
Chi crede che modificando la conformazione delle lame possa rendere edificabili quelle aree, probabilmente sottovaluta il rischio che questi interventi possono provocare. Ignoranza reale o ignoranza colpevole? E’ quello che ci chiediamo di fronte anche ad affermazioni che vengono fatte in giro e che lasciano perplessi anche coloro i quali, pur non essendo tecnici, avvertono i possibili rischi di un superficiale approccio alla situazione critica più volte richiamata dall’Autorità di bacino.
Occorre evitare in generale che un governo si possa costituire in potere, pretendendo di racchiudere ogni angolo della realtà nelle proprie categorie economiche e politiche, e finalizzare ogni progetto ai propri interessi, astraendo l’azione amministrativa dal contesto di vita quotidiano, perché in questo caso la politica rischia di contrapporsi all’uomo, ai cittadini, alla vita.
Il rischio idrogeologico delle lame molfettesi non è un’arguta costruzione posta in essere da bandiere, da colori politici o di fazione, ma rappresenta una caratteristica strutturale della zona, manifestata dagli enti tecnici della regione (Autorità di bacino).
Sovrapporre a questo pericolo estemporanee giustificazioni atte a legittimare degli scempi ambientali, rischia di danneggiare irrimediabilmente il territorio e i suoi abitanti.
Ovviamente la valutazione delle situazioni richiede competenze specifiche, più che costruzioni retoriche utili ad indirizzare “consensi”. Per questo “Quindici” ha ascoltato, a proposto del rischio derivante dall’edificazione sulle lame, approvata con l’ultimo PIP, il prof. Vito Copertino, Ordinario di Costruzioni idrauliche e idraulica fluviale, già Preside della facoltà di Ingegneria dell’Università della Basilicata, il quale ha spesso collaborato con le autorità della difesa del suolo e della pianificazione del territorio.
Secondo Vito Copertino, il territorio di Molfetta si è precarizzato a causa di alcuni interventi urbanistici attuati in passato, in particolare negli ultimi 20 anni.
Le lame non costituiscono in sé dei pericoli idraulici. Senza l’intervento dell’uomo esse rivestirebbero una funzione idraulica importante, e la pericolosità geologica è ridotta anche dalla bassa piovosità della nostra zona.
Sono le infrastrutture stradali, i sottopassi, gli insediamenti industriali, a rendere le lame pericolose, se non edificate con le giuste attenzioni. E’ importante, allora, sapere che in ogni territorio esistono delle linee preferenziali di scorrimento dell’acqua.
Le lame presentano innanzitutto una funzione naturalistica: esse sono incisioni del carbonatico simili alle doline, che si caratterizzano per delle specificità vegetali e faunistiche e per un’articolazione ondulatoria che mette in rilievo strati calcarei.
Una funzione fondamentale delle lame è quella di smaltimento della pioggia zenitale, che deve raggiungere il veicolo più veloce per arrivare in mare, il quale, per questo non può essere intasato. Un buon sistema di fognatura urbana è il miglior sistema di drenaggio verso le lame e il mare.
Esse inoltre servono al deflusso delle acque che provengono dalle Murge.
Per quanto riguarda la funzione naturalistica delle lame, gli interventi del passato hanno fatto scomparire queste ultime; solo la parte a monte della città conserva il paesaggio originario.
In riferimento allo smaltimento della pioggia, invece, spesso il sistema di drenaggio urbano entra in crisi anche per errori progettuali, ad esempio per errori nella gestione della rete fognaria urbana. Il sistema fognario entra in crisi con temporali accentuati, come è accaduto la scorsa settimana.
Il temporale di martedì scorso ha messo in crisi il sistema viario della città, per questo Vito Copertino invita a chiedersi cosa sarebbe successo se la pioggia fosse caduta con la stessa intensità per più ore consecutive.
Esaminando la terza funzione delle lame, nei mesi autunnali e invernali sono frequenti crisi idrogeologiche quando dalle Murge scendono grossi deflussi di piena che devono trovare linee preferenziali di afflusso al mare, nelle lame o in canali artificiali.
Nell’autunno del 1997 lama Martina entrò in crisi perché l’acqua non trovò sbocco in mare a causa delle costruzioni edilizie e stradali nelle zone di Mezzogiorno e di Levante di Molfetta.
Passando ad analizzare le vicende politiche recenti, il prof. Copertino ricorda che la legge 183 del 1989 istituì l’Autorità di Bacino (AdB) come autorità di governo dei processi idraulici nel territorio.
L’AdB ha l’obbligo di formulare piani di bacino e di individuare aree a diversa pericolosità idraulica, esprimendo prescrizioni e vincoli, ma anche indicazioni di valorizzazione delle aree, cui tutte le autorità, che modificano il territorio con piani urbanistici, devono sottostare. Le indicazioni dell’AdB sono perentorie e sovra ordinarie a tutte le fasi della pianificazione.
Il Piano di Bacino si compone di piani di stralcio, fra cui c’è il PAI (Piano di Assetto Idrogeologico). Il PAI della regione Puglia ha individuato le aree ad alta pericolosità con modelli idraulici precisi e sofisticati. E’ vietato costruire o insediarsi con attività antropiche all’interno del tracciato delle lame e delle aree limitrofe individuate come aree ad alta pericolosità idraulica.
Secondo Vito Copertino, ricorrere ad un ricorso giudiziario perché annulli le risultanze del PAI (il sindaco di Molfetta, Antonio Azzollini, ha già annunciato il ricorso in una conferenza pubblica, ndr) è segno di incultura idraulica e geologica e di un metodo di lavoro che contrasta con la procedura collaborativa portata avanti dall’AdB. Per Copertino, è molto difficile che il TAR o il Tribunale delle Acque o qualsiasi autorità giudiziaria possa dar ragione ad amministrazioni che vogliono cancellare la specificità del territorio molfettese, segnato da numerose incisioni che presentano sbocchi al mare.
Il professore ricorda il caso del 2005, in cui nelle lame del territorio barese, a seguito dei temporali di Ottobre, sovrappassi stradali furono devastati e le immagini scioccanti dei binari ferroviari della linea Lecce-Milano, sospesi sulla lama, ci mostrarono un pendolino fermo a pochi metri dal baratro.
Ci furono cinque morti a causa della sottovalutazione della funzione delle lame nel far defluire le acque dalle Murge. Secondo Vito Copertino, anche molti sovrappassi del territorio molfettese e della zona industriale non sono progettati per consentire il deflusso delle acque lungo le lame oppure nel sistema di drenaggio urbano.
Sottomettere il rischio oggettivo che investe la città, testimoniato tecnicamente dagli studi ingegneristici e dalla voce degli esperti del settore, alle esigenze economiche di turno, non può passare inosservato. Disporre le condizioni per il più sicuro sviluppo della vita rappresenta il compito principale di un amministratore. Le condizioni che si vanno prospettando, attualmente, offrono scenari fra i peggiori per noi tutti.

Rischio idrogeologico, Legambiente: «PAI non fa rima con PIP»

L’associazione replica a Rocco Altomare citando il nuovo Piano per l’Assetto Idrogeologico approvato dall’Autorità di Bacino che renderebbe «non attuabile» il PIP

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di Lorenzo Pisani (www.molfettalive.it/…)

La vicenda legata al rischio idrogeologico nel territorio di Molfetta registra un nuovo capitolo, quello che, con ogni probabilità, farà maggiormente discutere.

Il PIP, Piano degli Insediamenti Produttivi, approvato in Consiglio Comunale il 7 marzo dello scorso anno sarebbe incompatibile col territorio. Motivo, la presenza nella vasta area interessata dal progetto (643 mila metri quadri nei quali è previsto l’insediamento di circa 104 nuove aziende oltre ai centri direzionali e dei servizi) di alcune lame, con conseguenti rischi di inondazione in caso di eccezionali precipitazioni.

A dirlo è Legambiente, che in una nota inviata agli organi di stampa cita gli studi dell’Autorità di Bacino della Regione Puglia (AdB). L’ente istituito dalla Regione è preposto alla pianificazione e programmazione in campo ambientale, con competenza sui sistemi idrografici regionali.

La svolta si è avuta lo scorso 20 aprile, con l’approvazione del nuovo PAI (Piano per l’Assetto Idrogeologico), consultabile sul sito dell’Autorità. Un piano dettagliato, frutto di rilevamenti sul terreno, riprese aeree e misurazioni satellitari da parte dei tecnici dell’ente. Nelle mappe (di cui pubblichiamo nella galleria fotografica alcune tavole) il territorio molfettese è segnato da numerose aree blu e rosse: sono le zone ad alta pericolosità idraulica, quelle che, in caso di eccezionali precipitazioni sarebbero inondate.

In alcune, agricole o urbane, come dimostrano le immagini sono già presenti insediamenti. In questi anni, stando a quanto evidenziato dallo studio, le lame sarebbero state dunque oggetto di interventi di edilizia. I frequenti allagamenti a seguito di violenti nubifragi, anche in città, lo dimostrerebbero.

Il piano Putt/P della variante di ampliamento al Pip (detto anche PIP3), quello delle torri gemelle alte 100 metri sarebbe quindi a rischio? Secondo Legambiente il nuovo PAI «lo ha reso incompatibile con la presenza di vincoli idrogeologici e quindi non attuabile».

«Lo scorso 20 aprile – continua il comunicato – l’Autorità di Bacino della Puglia ha modificato, ampliandola, la perimetrazione delle aree del territorio comunale di Molfetta comprese fra l’autostrada e la costa, ampliando l’individuazione delle zone ad elevato rischio idrogeologico».

In particolare, è stato approvato all’unanimità «la modifica della perimetrazione delle aree (…) comprese fra l’autostrada A14 e la costa, consistente nella modifica di alcune aree ad Alta Pericolosità Idraulica (AP) e nell’inserimento di nuove aree ad Alta (AP), Media (MP) e Bassa (BP) pericolosità Idraulica» recita la delibera.

Un atto emanato, continua Legambiente «in seguito allo studio idrogeologico che la stessa Autorità aveva effettuato negli anni scorsi e i cui risultati aveva invano cercato di condividere con il Comune di Molfetta, ottenendo in cambio una feroce opposizione. Altri Enti coinvolti, quali per esempio l’ASI, hanno avuto un atteggiamento assai diverso».

Nei mesi scorsi con uno scambio di lettere, che alla fine ha assunto toni assai duri, l’Autorità di Bacino ha cercato di dialogare con il nostro Utc (Ufficio Tecnico Comunale, ndr) ottenendo in cambio solo una netta ma immotivata sul piano tecnico scientifico, opposizione: tutte le osservazioni formulate dal dirigente dell’Ufficio tecnico sono state confutate e rigettate perché “generiche e prive di alcun contenuto tecnico” e “derivate da una superficiale lettura dei documenti”, come si legge in una nota dell’AdB del 10 marzo, data dopo la quale nulla altro è stato prodotto dall’UTC a suffragio delle proprie tesi.

Forte del parere dell’Avvocatura dello Stato, il Comitato Istituzionale dell’AdB, di cui fanno parte i presidenti delle Regioni Puglia, Campania e Basilicata e quelli delle Provincie di Bari, Brindisi, Foggia, Lecce, Taranto, Avellino e Potenza, non ha avuto altra scelta che procedere unilateralmente alla riperimetrazione».

«La ragione per la quale qualche giorno fa Rocco Altomare, dirigente del settore Territorio del Comune di Molfetta, abbia deciso di prendersela con il Circolo locale di Legambiente – recita il comunicato in riferimento al parere del Dirigente del Settore Territorio pubblicato qualche giorno fa sul sito del Comune – appare, dunque, del tutto misteriosa: il Circolo si era limitato, con una lettera inviata il 12 dicembre 2008 a tutti i consiglieri comunali, a segnalare quanto stava avvenendo e a chiedere la sospensione di ogni decisione e ogni procedura relativa all’ampliamento del PIP in attesa che la situazione si chiarisse.

Alla luce del nuovo PAI, gli espropri secondo Legambiente dovrebbero essere interrotti: «daremo volentieri tutte le informazioni di cui disponiamo a quanti siano interessati a difendere il territorio da atti e provvedimenti che possano determinare grave danno ambientale e pericolo per la pubblica incolumità e intendano opporsi alle procedure espropriative che ad oggi costituiscono di fatto la vera violazione degli atti dell’AdB.

Lo sportello del CeAG, il Centro di Azione Giuridica di Legambiente, che tramite i propri avvocati mette a disposizione gratuitamente le proprie competenze in conformità a quanto previsto dallo scopo associativo, è raggiungibile all’indirizzo di posta elettronica azione_giuridica@legambientemolfetta.it».

Il Comune per ora non replica, riservandosi di comunicare in un secondo momento le iniziative che intende intraprendere.

 

 

 

L’Autorità di Bacino della Regione Puglia

Le Autorita’ di Bacino sono state istituite dalla legge 183/1989 sulla Difesa del Suolo con il compito di occuparsi, nel campo ambientale, dei bacini idrografici attraverso i piani di bacino.

La stessa legge ha istituito inoltre 6 Autorita’ di Bacino di rilievo nazionale (Po, Tevere, Arno, Adige, Triveneto, Volturno-Liri-Garigliano), e 18 Autorita’ di Bacino interregionali e ha delegato alle regioni il compito di individuare quelle di rilievo regionale.

La Regione Puglia ha istituito (in attuazione della legge 18 maggio 1989, n. 183 e successive modificazioni e secondo la previsione dell’articolo 2, comma 1, della legge 3 agosto 1998, n. 267) un’unica Autorita’ di bacino, in seguito denominata "Autorita’ di bacino della Puglia", con sede in Bari, con competenza sia sui sistemi idrografici regionali che, per effetto delle intese sottoscritte con le Regioni Basilicata e Campania, sul bacino idrografico interregionale Ofanto.

L’Autorita’ di bacino ispira la propria azione ai principi della leale cooperazione con le regioni limitrofe e con gli enti locali operanti sul territorio, agisce in conformità agli obiettivi della legge 183/1989 e in particolare persegue il governo unitario e integrato dei bacini idrografici e delle risorse a essi collegate, indirizza, coordina e controlla le attività conoscitive di pianificazione, di programmazione e di attuazione per i singoli bacini idrografici regionali e per quello interregionale del fiume Ofanto.

La Commissione è articolata in due comitati, uno istituzionale e uno tecnico.

Il tavolo istituzionale è composto dai Presidenti delle Regioni Puglia, Basilicata e Campania, quelli delle province interessate (Bari, Brindisi, Lecce, Foggia, Taranto, Avellino, Potenza) o dai loro delegati e dagli Assessorati regionali all’ambiente, urbanistica e agricoltura e foreste delle Regioni Puglia, Basilicata e Campania, in relazione agli argomenti iscritti all’ordine del giorno.

Il Comitato Tecnico è invece composto da funzionari regionali in servizio con qualifica dirigenziale designati dalle regioni, da un funzionario provinciale con qualifica dirigenziale designato da ciascuna delle province interessate; da un funzionario per ciascuna delle amministrazioni, dal dirigente dell’ARPA pugliese; da un rappresentante dell’Unione regionale bonifiche, dal Presidente dell’Ordine regionale dei geologi e – ma senza diritto di voto – dagli esperti incaricati di consulenze dall’Autorità.

(fonte: www.adb.puglia.it)

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