Archivio mensile:febbraio 2009

Entro l’estate quelle 50 bombe saranno fatte brillare in cava

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di Lucrezia D’Ambrosio  – www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…

Il trasferimento in cava delle cinquanta bombe al fosforo, individuate dagli specialisti della Marina Militare, a ridosso del porto, avverrà tra un mese o poco più. Comunque prima dell’arrivo dell’estate.
Le operazioni dureranno per cinque giorni. Il trasporto sarà effettuato su ruota. Le bombe viaggeranno scortate. Al momento sono state individuate tre potenziali cave. Non è stato ancora stabilito quale delle tre cave sarà poi utilizzata per le operazioni di brillamento degli ordigni. Tutto sarà predisposto nelle prossime settimane. Intanto continuano gli incontri per definire i dettagli del piano di sicurezza che scatterà in concomitanza con le operazioni di trasferimento delle bombe.
Una in particolare, una bomba da aereo di cento libbre, circa mezzo quintale, desta particolare preoccupazione, non tanto per il potenziale esplodente, pure notevole, quanto per le dimensioni e per il tempo di durata del trasferimento dell’ordigno.
È la Prefettura di Bari a coordinare gli incontri. L’ultimo in ordine di tempo, ma nelle prossime settimane ce ne saranno altri, si è tenuto all’inizio della settimana a Molfetta, nella sede del compartimento marittimo, in Capitaneria. All’incontro hanno preso parte, oltre al delegato del Prefetto, anche i vertici della Questura, dei Vigili del Fuoco, della Guardia di Finanza, della Compagnia dei carabinieri, della Polizia Municipale, dell’Arpa, l’agenzia regionale per l’ambiente, dello Sdai, i sommozzatori specialisti della Marina, impegnati da mesi nelle operazioni di bonifica dell’area a ridosso del porto, del reggimento Guastatori dell’Esercito, della Guardia costiera, del Comune.
Fino al momento del trasferimento, le bombe al fosforo resteranno al sicuro in un luogo, in mare, spiegano in capitaneria, individuato dagli specialisti dello Sdai che, sempre in mare, hanno anche «chiuso» in un apposito container, le bombe a caricamento speciale, (in capitaneria escludono la presenza di bombe caricate ad iprite), che, in un secondo momento, saranno trasferite a Civitavecchia per la bonifica definitiva.
I dettagli del Piano di Sicurezza, che scatterà in concomitanza con l’avvio delle operazioni di trasferimento non sono stati ancora definiti, e sono comunque strettamente legati alla individuazione della cava destinataria finale degli ordigni.
In linea generale, dopo la definizione del percorso che dovranno seguire gli ordigni, sarà interdetta un’area per almeno trecento metri dal luogo del passaggio dei mezzi che trasportano le bombe. Non è esclusa anche l’interdizione al traffico aereo. L’area interdetta alla circolazione stradale sarà circoscritta e verrà impedito l’accesso a chiunque. È probabile, la cosa sarà valutata in seguito, che si decida per l’evacuazione temporanea di alcune zone. Prima del passaggio dell’automezzo con le bombe e della scorta, sarà effettuato un controllo dell’intera area.
Le operazioni di interdizione, scorta, controllo della viabilità, saranno gestiste dalle forze dell’ordine presenti sul territorio. Contemporaneamente saranno allertati tutti gli organismi deputati agli interventi di protezione civile. Si tratta di precauzioni, di un protocollo da definire e da seguire senza sbavature. Gli ordigni, prima del trasporto, saranno messi in sicurezza, pertanto non rappresentano un pericolo se non in presenza di particolari sollecitazioni che possono arrivare solo dall’esterno o da gesti sconsiderati dettati dalla curiosità della gente o dalla superficialità. Una volta in cava gli ordigni saranno sottoposti ad un processo di ossidazione controllata che consiste nel provocare la fuoriuscita lenta del fosforo in modo che bruci in piccole dosi a contatto con l’ossigeno presente nell’aria.
L'operazione, a Molfetta, non ha precedenti.
Fino ad oggi la città ha assistito a brillamenti in mare di ordigni a caricamento convenzionale. Due particolarmente evidenti, con colonne di acqua alte alcune decine di metri, sono stati effettuati l’estate scorsa, uno il 4 agosto, a quattro miglia dalla costa, l’altro l’8 settembre.

Gli effetti delle bombe al fosforo. Chi sopravvive rischia danni permanenti

Le bombe al fosforo non sono state inserite nell’elenco delle armi chimiche. Più genericamente vengono considerate bombe incendiarie che, secondo le convenzioni internazionali, possono essere utilizzate, quindi, solo a scopo di illuminazione, per spaventare, per nascondere le truppe, per creare una cortina fumogena, per segnare tracciati luminosi. Sta di fatto che il fosforo bianco, quello che utilizza l’industria bellica, a contatto con l’ossigeno produce anidride fosforica che genera calore. L’anidride fosforica reagisce con i composti che contengono acqua e li disidrata producendo acido fosforico. Per farla breve, le bombe al fosforo bruciano l’ossigeno in un diametro di circa 150 metri dal luogo dell’esplosione e, se i vapori dispersi vengono inalati possono anche provocare la morte per avvelenamento. Secondo gli esperti l’inalazione dei vapori di fosforo corrode le mucose e gli organi interni. Chi sopravvive all’esposizione va incontro a danni permanenti. [l. d’a.]

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Serge Latouche: la decrescita come utopia concreta

Serge Latouche descrive la decrescita come “utopia concreta”, valore positivo e realizzabile. L’utopia, ci dice, che un’altro mondo è possibile, ci serve per uscire dall’incubo del presente. Senza utopia, la politica si riduce alla gestione delle cose e alla tecnocrazia.

Condannato Mills. Berlusconi: "Nessuno mi può giudicare"

David Mills avvocato di Silvio Berlusconi condannato per corruzione in atti giudiziari a 4 anni e 6 mesi. Berlusconi salvo grazie al Lodo Alfano.


David Mills, cittadino britannico, ex marito dell’ex ministra Tessa Jowell del secondo governo Blair, era l’avvocato-consulente di Berlusconi per la finanza estera inglese (gestore del comparto estero, completamente occulto, del gruppo Fininvest non dichiarato al Fisco italiano) ed era accusato di falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari a favore del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Mills aveva scritto una lettera al suo commercialista Bob Drennan, in cui dichiarava che Silvio Berlusconi aveva versato sul suo conto corrente in Svizzera, tramite il suo fidato dirigente Carlo Bernasconi (deceduto nel 2001) 600 mila dollari. Il compenso era dovuto per le testimonianze reticenti rese da Mills dinanzi al tribunale di Milano, nell’ambito del processo per corruzione alla Guardia di Finanza e nel processo dei fondi neri di All Iberian, durante i quali l’avvocato di Berlusconi non disse tutto ma svicolò abilmente fra le domande dei magistrati per tenere indenne “Mr B.”. Così definiva, infatti, nella lettera scritta al suo commercialista Berlusconi scrivendo: “Ho tenuto fuori Mr B. da un mare di guai”..

A Londra, il commercialista di Mills tale Drennan, letta quella lettera, denuncia il suo cliente al Fisco inglese per corruzione ed evasione fiscale. Tutto questo ha dato avvio al processo in Italia, perché furono proprio i giudici inglesi a trasmettere automaticamente gli atti alla Procura di Milano. E il 18 luglio del 2005, Mills stesso l’ha raccontato ai pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo della Procura di Milano la storia dei 600 mila euro.

E il 20 gennaio 2009 l’avvocato Mills scrive un memoriale nel quale “porge” “profondissime scuse” a Silvio Berlusconi in quanto “vittima dei miei errori“. “Ho fatto degli errori, ho condotto male i miei affari e ho causato molti fastidi e delle persone che non hanno in nessun modo meritato un tale guaio. Ma non sono mai stato corrotto da nessuno“, scrive Mills nel suo memoriale.

Coimputato nel processo era il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la cui posizione è stata stralciata in seguito all’approvazione del “Lodo Alfano“, sull’impunità delle massime cariche dello Stato da parte del Parlamento (questa legge protegge il Presidente del Consiglio, Presidenti del Senato e Camera, Presidente della Repubblica che possono rubare, struprare, uccidere, corrompere e commettere ogni sorta di delitto ed evitare di essere processati). Alla faccia dell’art. 3 della Costituzione!

E nonostante il Lodo Alfano, i tentativi di Berlusconi di bloccare questo processo sono stati innumerevoli, addirittura anche dopo che la sua posizione era stata stralciata grazie allo “scudo spaziale” che si è fatto fare dalla sua maggioranza in Parlamento. Perchè? La risposta è molto semplice: gli imputati erano due, la corruzione si fa in due, uno paga e l’altro prende, uno compra e l’altro vende. Cosa avrebbe venduto Mills a Berlusconi in cambio di 600.000 dollari, secondo la procura di Milano e secondo il GIP che ha rinviato a giudizio entrambi? Ha venduto due testimonianze. Berlusconi temeva che in caso di condanna per Mills i giudici avrebbero scritto nella sentenza “Mills ha preso 600.000 dollari in nero da Silvio Berlusconi che non possiamo più processare a causa del Lodo Alfano“.

David Mills oggi 17 febbraio 2009 è stato condannato a quattro anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dal Tribunale di Milano e a risarcire anche 250 mila euro alla parte civile nel processo e cioè la Presidenza del Consiglio (paradossalmente al suo coimputato).

Se non ci fosse stato il “Lodo Alfano” – legge ad-personam fatta apposta per coprire Silvio Berlusconi e per bloccare tra gli altri anche questo processo – oggi insieme a Mills ci sarebbe stato un altro condannato a Milano.

Stasera vedrete la censura dei TG su questa notizia, la loro scaletta sarà la vittoria di Berlusconi all’elezioni in Sardegna, la disfatta del centro-sinistra, Veltroni trombato, gli strupri, i raid razzisti degli italiani e infine Sanremo che comincia.

Le principali edizioni on line dei quotidiani di tutto il mondo aprono con questa notizia: The Independent, BBC news, The Guardian, New York Times, Times On line, Le Figaro, El Pais.


Fonte: http://italianspot.wordpress.com/…

“Eolo” e la mafia. Le pale eoliche, Cosa Nostra e i politici corrotti

Trapani, 17.02.2009

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di Rino Giacalone (http://www.liberainformazione.org/…)

Pale eoliche
Otto arresti e un nuovo affare della mafia trapanese che salta fuori da una indagine coordinata dalla Dda di Palermo e condotta da Polizia e Carabinieri. Riguarda gli impianti eolici e in particolare uno di quelli realizzato nel territorio di Mazara del Vallo,  città dove poche ore addietro è scattato l’ultimo dei blitz antimafia, in ordine di tempo,  che mostra ancora messi insieme mafiosi, politici, burocrati e imprenditori, non solo siciliani questi ultimi ma anche del nord d’Italia. Fior di imprenditori che sanno come funziona l’andazzo, forse ancora meglio di quelli siciliani.

Cosa Nostra trapanese ha appoggiato un progetto per un impianto eolico, organizzato una tangentopoli per assicurarsi dentro al Comune di Mazara l’appoggio di politici e funzionari e garantirsi che altre imprese non si facessero avanti, infine per tenere ogni cosa sotto controllo ha preteso che fosse creata una nuova società con sede ad Alcamo, dove ad occuparsene fossero gli “amici degli amici”, una sorta di joint ventur in chiave mafiosa. Tutto è cominciato nel 2003. Il parco ora è stato costruito, contrada Aquilotta di Mazara, ma a prezzo di mazzette pagate tra i 30 mila ed i 75 mila euro e il sovvertimento al solito del mercato.

Le manette sono scattate stanotte ai polsi di un politico, il capogruppo ed ex assessore di Forza Italia Vito Martino: lui avrebbe preso la tranche più consistente delle tangenti e anche guadagnato “gratis” l’uso di una Mercedes nuova fiammante intestata ad una delle società coinvolte. E’ un personaggio centrale di questa storia, Vito Martino che intercettato dagli investigatori della Squadra Mobile viene scoperto farsi in quattro perché l’affare eolico vada in porto. Lo fa quasi alla luce del sole, come mediatore sopraffino si accredita agli occhi del sindaco Giorgio Macaddino, i due non sono della stessa parte politica ma dialogano bene, Martino aggiusta le cose, lo indirizza sul da farsi sfruttando un paio di funzionari pubblici e anche l’addetto stampa del Comune (quest’ultimo è citato nell’ordinanza ma non è destinatario di nessun provvedimento); le cose gli vanno tanto bene che infine si interessa sempre più di eolico e di impianti da realizzare in altre zone del trapanese. Ha gli agganci giusti Martino, almeno fino quando durano. Suo alter ego, prima di una rottura avvenuta a conclusione dell’affare, un imprenditore di Salemi, Melchiorre Saladino che ha messo insieme e collegato alla mafia le imprese che dovevano realizzare il parco eolico di Aquilotta. Lui è un soggetto di quelli che farebbero parte della cosidetta “area grigia” dove Cosa Nostra attinge complicità e disponibilità, un soggetto pare in grado di parlare in nome e per conto del super latitante Matteo Messina Denaro e che per conto di Cosa Nostra voleva addirittura organizzare una “stamperia di soldi falsi”. Saladino è di Salemi e nella sua città gode di ottimi rapporti, uno di questi è col mafioso Paolo Rabito, un anziano, nome ricorrente nelle indagini che riguardano Salemi e gli esattori Salvo. E’ uno “ntiso” Rabito e Saladino con lui parla dei suoi affari, chiaramente per “rispetto”.

Tra gli arrestati l’ex responsabile dello sportello per le attività produttive del Comune di Mazara, Baldassare Campana, e l’ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Mazara l’architetto Pino Sucameli, quest’ultimo in carcere già da tempo per mafia e appalti pilotati. Sucameli è un uomo d’onore, ammesso alla tavola del potente capo cosca Mariano Agate già quando Totò Riina trascorreva la latitanza a Mazara. Affare quello dell’eolico dove dentro si trova la vecchia mafia, quella che ha cambiato pelle, quella degli Agate per l’appunto che con le società imprenditoriali ha avuto sempre grande affinità, come quando decenni addietro ci fu da organizzare a Mazara una società, la “Stella d’Oriente” che dietro export e importazioni celava gli intrecci tra mafia corleonese e massoneria: in manette poche ore addietro anche Giovan Battista Agate fratello del super boss Mariano e Nino Cuttone, soprannominato l’”onorevole”, peraltro suocero del politico arrestato. Agate è proprietario di una calcestruzzi, dentro questa azienda un summit di mafia decise quale società doveva realizzare il parco eolico di Aquilotta, prescelta fu la Sudwind di altri due imprenditori arrestati, il salernitano Antonio Aquara e il trentino Luigi Franzinelli, imprenditori dell’eolico.

Soci della Sudwind la società dalla quale è partito tutto.Attorno a loro finisce col muoversi anche un imprenditore di Alcamo, Vito Nicastri, un altro specialista del settore eolico, è lui alla fine a prendere in mano le redini dell’affare eolico di contrada Aquilotto, costituendo l’”Eolica del Vallo” una società che si costituisce avendo sempre alle spalle i boss mafiosi che determinano spartizione di quote e cessioni di rami d’azienda. Melchiorre Saladino è un fedele esecutore. Nicastri è solo citato nell’ordinanza (il suo nome è anche nei pizzini di Provenzano come soggetto da estorcere) così come citato è ancora un imprenditore del nord d’Italia, Josef Gostner della Fri El Green Power spa, indotto da Franzinelli a pagare una tangente a Vito Martino, 30 mila euro che gli sarebbero serviti a pagare la campagna elettorale delle regionali del 2006. Tutto intercettato e trascritto nell’ordinanza che ha mandato in carcere Giovan Battista Agate, Melchiorre Saladino, Pino Sucameli, Vito Martino e Luigi Franzinelli; arresti domiciliari per Antonio Aquara, Baldassare Campana e Antonino Cuttore. Associazione mafiosa, rivelazione segreto d’ufficio, corruzione, scambio di voto in generale sono i reati contestati.

Il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi almeno una volta ci ha preso. Pur se sempre convinto che la mafia come organizzazione non esiste ma ci sono i mafiosi, giorni addietro, uscendo da un incontro con il procuratore di Marsala Alberto Di Pisa, svelando le ragioni di quell’incontro si è lasciato andare dicendo che la mafia bisogna cercarla nell’affare pale eoliche, che dal suo insediamento sono stati costantemente oggetto dei suoi attacchi, soprattutto per il contestato “impatto ambientale”; alla luce del blitz di stanotte, condotto in provincia di Trapani, Sgarbi aveva ragione, aveva detto però che la mafia a Salemi non c’è, ma in questo non ha visto bene, sarà per la miopia, di recente colta dall’assessore alla Sanità Massimo Russo, ma per altre cose, o sarà per altro, sta di fatto che uno degli imprenditori finiti in manette la notte scorsa nel trapanese a proposito ancora di Cosa Nostra e fondi pubblici, energia eolica in questo caso, è proprio di Salemi, ed è un certo Melchiorre Saladino, uno che a Salemi non è proprio uno sconosciuto o personaggio di secondo piano. E’ uno di quelli che farebbero parte dell’area grigia della mafia, un imprenditore trapanese parlando di lui con gli investigatori svelando le strategie della mafia trapanese diventata impresa, disse che Saladino avrebbe avuto contatti con il super latitante Matteo Messina Denaro, a suo nome si presentò quando c’erano da fare gli oramai famosi lavori al porto di Trapani, doveva costruire due silos. Saladino ne avrebbe parlato senza tante reticenze di questo legame, “fece nome e cognome del latitante”. Anche quando “esternava” l’intenzione di realizzare una “stamperia” di soldi falsi nel mazarese.

Otto arresti e un altro giro di affari scoperto tra politica, imprenditoria e mafia. Nomi importanti quelli compresi nell’ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Palermo Antonella Consiglio nei confronti di otto soggetti. Indagini coordinate dalla Procura antimafia di Palermo, dai pubblici ministeri Cartosio e Padova, e condotte da Polizia e Carabinieri, dalla Squadra Mobile di Trapani e dal reparto operativo dell’arma dello stesso capoluogo trapanese. Operazione Eolo è il nome in codice dato al blitz che dimostra a chi resta incredulo come la mafia c’è, esiste, ha cambiato pelle, si fa chiamare sommersa ma in effetti così non è, e chi vuol vedere può vedere come stanno le cose.

C’è la vecchia mafia in questa operazione, quella rappresentata dalla famiglia del boss Mariano Agate, in carcere da tempo, tra gli arrestati c’è suo fratello Giovan Battista Agate, 65 anni, la mafia violenta che ha cambiato pelle, ci sono funzionari pubblici come l’ex responsabile dello sportello per le attività produttive del Comune di Mazara, Baldassare Campana, 60 anni, un consigliere comunale e capogruppo di Forza Italia a Mazara, ex assessore, Vito Martino, l’ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Mazara Pino Sucameli, in carcere per mafia e appalti pilotati, e per avere favorito la latitanza di super boss, e con loro tre imprenditori il salernitano Antonio Aquara, 51 anni, il mazarese Antonino Cuttone, 73 anni, mafioso e soprannominato l’”onorevole”, titolare di un impianto di calcestruzzi, e c’è il cemento che torna sempre nelle indagini antimafia, e infine il salemitano Melchiorre Saladino che con il trentino Luigi Franzinelli, 65 anni, anche lui in manette, sarebbero state le “anime” dell’operazione.

La mafia mazarese ha messo le mani sui finanziamenti per la costruzione degli impianti eolici. Funzionari pubblici e politici non sono stati riservati con loro e per tempo hanno trasferito ai boss e agli imprenditori loro vicino le notizie giuste per la realizzazione di un parco eolico a cura inizialmente della società “Enerpro”. Addirittura c’è stata anche una sottrazione di documenti da una cassaforte. Si è letta l’offerta di una ditta concorrente per favorirne un’altra la Sudwind così che questa potesse presentare una migliore offerta rispetto alla convenzione proposta dall’amministrazione comunale. E quando venne fatta la prima convenzione con la Sudwind era come se la Enerpro non avesse prodotto alcunché, invece i documenti erano stati tenuti dentro i cassetti degli uffici, non mostrati al sindaco che andava a deliberare, spinto da Martino. Questo ed altri favori sarebbero stati adeguatamente ricompensati dai titolari della Sudwind, con mazzette finite nelle mani del politico, Vito Martino, con promesse per il funzionario pubblico responsabile dello sportello attività produttive, Campana. Intermediario ma non solo di Aquara e Franzinelli, amministratore unico e socio della Sud wind sarebbe stato il salemitano Saladino. Per Martino anche una mazzetta di 30 mila euro in occasione della sua candidatura alle Regionali del 2006, soldi usciti dalle casse di un’altra impresa dell’eolico, la Fri-El Grenn Power spa.

Il contenuto dell’indagine condotta da Polizia e Carabinieri, dagli investigatori diretti dal vice questore Giuseppe Linares e dal capitano Antonello Parasiliti, svela, per come emerge dall’ordinanza firmata dal gip Antonella Consiglio, uno dei perché d’improvviso negli ultimi anni il ricorso all’installazione di energia eolica ha fatto in provincia di Trapani un grosso passo in avanti. C’erano come nel caso venuto adesso alla ribalta determinati interessi, se si legge bene si tratta di un altro “bisogno”, l’autonomia e il risparmio energetico, che è stato sfruttato da Cosa Nostra con risultati evidenti, i pali dell’eolico oggi sono tanti, troppi, ma la produzione energetica è ferma, l’autonomia insomma non c’è e nemmeno il risparmio per le famiglie. C’è stato altro. L’arricchimento e le mazzette per la politica e il pitere di Cosa Nostra che è cresciuto infiltrandosi nella politica e nelle imprese. 

Il risultato più rilevante delle indagini di Polizia e Carabinieri consiste nell’aver appurato che l’attività criminosa posta in essere da imprenditori e politici ha un imprimatur mafioso che ha orientato modalità e obiettivi dell’attività delittuosa allo scopo di controllare  occultamente l’intero  comparto produttivo nel territorio, anche mediante l’affidamento dei lavori necessari per la realizzazione degli impianti eolici (scavi, movimento terra, fornitura di cemento e di inerti, etc.) per un affare di centinaia di milioni di euro ai quali si aggiungono, per la stessa entità, gli ingenti finanziamenti regionali di cui le imprese coinvolte hanno in ultimo beneficiato, secondo le stime del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo. In tale attività imprenditoriale hanno assunto ruoli di primaria importanza esponenti di rilievo di Cosa Nostra che si sono attivati per acquisire, in modo diretto e indiretto, la gestione o comunque il controllo di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici nel settore della produzione di energia elettrica, mediante la realizzazione di impianti eolici, pianificandola nei suoi momenti salienti in occasione di alcuni summit mafiosi.

In questo contesto gli investigatori hanno colto il coinvolgimento di mafiosi di grosso calibro del mazarese, Giovan Battista Agate, l’architetto Giuseppe Sucameli, Antonino Cuttone, Matteo Tamburello; loro referenti tra i primi Vito Martino (che è genero di Cuttone), assessore nella precedente Giunta di centrodestra a Mazara guidata dall’ex Dc Nicolò Vella. Martino con Baldassare Campana (ma altri funzionari pubblici sarebbero coinvolti solo che sono rimasti allo stato ignoti) si sarebbero occupati di fare deviare, con condotte illegali, il regolare corso degli iter amministrativi, al fine di favorire le imprese prescelte dall’organizzazione. Sudwind, Enerpro, Eolica del Vallo, le società che sarebbero state favorite.

Vito Martino avrebbe preso ordini dal suocero, Nino Cuttone, il salemitano Melchiorre Saladino sarebbe stato uomo della mafia che conta quella degli Agate. Saladino sarebbe stato anche altro, uomo di fiducia di quel Paolo Rabito di Salemi, parecchio anziano adesso, che a suo tempo era anche il collegamento con la mafia palermitana, finendo sottoposto alla sorveglianza speciale. Il nome di Rabito salta fuori anche nelle frequentazioni della casa degli esattori Salvo a Palermo da parte di grossi esponenti della cupola come Totò Riina.

I fatti.

Il loro inizio nel 2003 quando alcune imprese, fra le quali la ENERPRO e la SUD WIND S.r.l. presentavano al Comune di Mazara del Vallo l’autorizzazione a realizzare parchi eolici sul territorio comunale. Dalle indagini si coglie come Melchiorre Saladino divenne regista dell’operazione per l’incarico ricevuto dal “reggente” del mandamento  mafioso di Mazara del Vallo, Matteo Tumbarello. Saladino gestore in favore della SUD WIND. Una strategia stabilita nel corso di un summit presso l’impianto della Calcestruzzi Mazara cui presero parte Giovan Battista Agate, l’arch. Pino Sucameli, prima ovviamente che finisse in carcere, Nino Cuttoe e Melchiorre Saladino. Quest’ultimo riuscì a venire in possesso del progetto di una delle imprese concorrenti, la “ENERPRO”, che veniva prelevato dagli uffici comunali in cui era custodito. L’esame di tale progetto consentiva di modificare quello della SUD WIND, per renderlo più competitivo. Parallelamente, Luigi Franzinelli e Antonio Aquara, soci nella SUD WIND, concordavano un patto corruttivo con Saladino e il consigliere comunale di Mazara Vito Martino, intercettata è stata la cifra pattuita, 150 mila euro per entrambi da liquidare in due rate: la prima (di € 75.000) corrisposta alla stipula della convenzione, per la realizzazione del parco eolico, fra la SUD WIND e il Comune; la seconda in un secondo momento. La prima tranche della tangente, sarebbe stata trattenuta in parte da Vito Martino ed in parte versata agli altri pubblici ufficiali coinvolti nell’accordo. Non solo denaro per la corruzione, ma anche fu accolta la richiesta avanzata da alcuni di avere a disposizione macchine di grossa cilindrata: Vito Martino ottenne così una fiammante Mercedes 220 (intestata alla Trelettra), auto finita sequestrata. 

L’iter sotto controllo mafioso. L’amministrazione comunale di Mazara del Vallo invitava le imprese richiedenti ad apportare correzioni e integrazioni ai rispettivi schemi di convenzione. Il 18 novembre 2004 perveniva al Comune di Mazara la lettera (inviata alla cortese attenzione dell’Ing. Baldassare Campana) con la quale la società ENERPRO aderiva all’invito dell’Amministrazione comunale e allegava copia di una proposta di convenzione corretta e integrata. Tale lettera, e l’allegata proposta di convenzione, non venivano tempestivamente inserite nel relativo fascicolo e, così, il giorno successivo, 19 novembre 2004, la Giunta Municipale di Mazara del Vallo approvava lo schema di convenzione della SUD WIND, affermando, nell’atto deliberativo, che si trattava dell’unica società che aveva risposto alle proposte dell’Amministrazione comunale di integrazioni e correzioni. Il 21 dicembre 2004 il Comune di Mazara del Vallo stipulava con la SUD WIND la convenzione per la realizzazione della centrale eolica. L’atto è firmato, oltre che dal segretario comunale, anche dal Dirigente del Settore Urbanistica Baldassare Campana e, per la società SUD WIND, da Luigi Franzinelli. Il 26 maggio 2005 il Consiglio comunale di Mazara del Vallo esprimeva parere contrario sul progetto per la realizzazione di un parco eolico per la produzione di energia elettrica nel proprio territorio presentato dalla ENERPRO. Vito Martino partecipava alla seduta consiliare, votando contro l’approvazione del progetto e dichiarava: “Io non ho dubbi nell’esprimere il voto contrario”. Inaspettatamente, però, nel dicembre 2005, le due società pervengono ad un accordo: i due progetti vengono unificati e viene designata, per la realizzazione del parco eolico, una terza società: la “EOLICA DEL VALLO”.  Da questo momento in poi, Vito Martino lavora per l’attuazione del nuovo accordo, la base la corruzione e il rispetto dei voleri dei boss mafiosi. Il 20 marzo 2006 l’accordo si concretizzava fra la “SUD WIND” e la “EOLICA DEL VALLO”. Vito, Roberto ed Erika Nicastri, Ida Maruca, Elisabeth Arcilesi – soci della EOLICA DEL VALLO – sottoscrivono con la SUD WIND di Luigi Franzinelli una scrittura privata per la cessione di un ramo d’azienda concernente un’iniziativa industriale per lo sviluppo di un progetto per la realizzazione di un parco eolico sul territorio di Mazara del Vallo, per un corrispettivo di € 700.000. Il 6 aprile 2006, con atto notarile, anche la ENERPRO s.r.l. vendeva alla “EOLICA DEL VALLO” il ramo d’azienda costituito da un progetto di parco eolico nel Comune di Mazara del Vallo. Il 27 aprile 2006 il Consiglio comunale di Mazara del Vallo approvava la delibera concernente il parere richiesto dall’A.R.T.A. su un progetto di realizzazione di un parco eolico denominato “Venti di Vino” da parte della società “FERA” (Fabbrica Energie Rinnovabili Alternative). Il progetto della società F.E.R.A. creava grosse preoccupazioni nel gruppo affaristico – mafioso di cui fanno parte Martino, Saladino, Vito Nicastri, e su input din quest’ultimo veniva congegnata una strategia che salvaguardava gli interessi di tutti: imporre alla F.E.R.A. di trovare un accordo di collaborazione con la “EOLICA DEL VALLO”.  Dovrà essere l’Amministrazione di Mazara del Vallo a costringere la F.E.R.A. a pervenire a tale accordo, con la minaccia, diversamente, di veder boicottato il proprio progetto. A Martino era riservato il compito di convincere il sindaco Giorgio Macaddino a porre in essere la strategia ispirata da Martino e Nicastri, senza ovviamente sapere nulla dei retroscena. In questo contesto emerge il ruolo dell’addetto stampa del Comune, Ettore Bruno che fa da trait d’union tra Martino e il sindaco per fargli  incontrare alcuni imprenditori della società Fera, Sebastiano Falesi e Cesare Fera. E però era accaduto che anche l’impresa Fera si era mossa per “certi” canali, e loro referente era diventato l’arch. Sucameli. Questi intercettato si lamentava dell’azione di Marino fatta attraverso l’addetto stampa , manifestava sorpresa e disappunto. A suo dire, infatti, secondo gli investigatori, egli aveva informato il sindaco Macaddino che la FERA era “cosa nostra” . Vito Martino si adoperava, altresì, per spianare la strada, dal punto di vista burocratico, alla “EOLICA DEL VALLO”, la onde agevolarla nel subentrare, a pieno titolo, in tutti i rapporti instaurati dalla SUD WIND con l’Amministrazione comunale mazarese. n particolare, era indispensabile trasferire alla “EOLICA DEL VALLO” la convenzione a suo tempo stipulata con la SUD WIND. Vito Nicastri consegnava a Vito Martino la bozza di una lettera, indirizzata all’Amministrazione comunale, con la quale la “EOLICA DEL VALLO” chiede alla stessa di “prendere atto” che la Convenzione in questione devesi intendere trasferita, appunto, dalla SUD WIND alla “EOLICA DEL VALLO”. Martino consegnava la bozza a Ettore Bruno per farla avere al funzionario Giovanni Giammarinaro, incaricato di pronunciarsi sulla congruità. Il 20 settembre 2006 veniva assunta al protocollo del Comune di Mazara la lettera con la quale la “EOLICA DEL VALLO” chiede la “presa d’atto” del trasferimento ad essa della convenzione stipulata fra il Comune e la SUD WIND.

Le altre imprese. Non era segreto il fatto che per lavorare bisognava rivolgersi ai mammasantissima o ai loro complici. Anche la società “Fri-El Green S.p.a.” di Bolzano cominciava ad introdursi nell’ambiente mazarese per perseguire i propri scopi imprenditoriali, aventi per oggetto la realizzazione di parchi eolici. Il canale attraverso il quale la FRI-EL s’introduceva nelle inevitabili dinamiche corruttive era Melchiorre Saladino il quale raccomandava l’impresa bolzanina a Vito Martino perché la sostenesse politicamente. Nel maggio 2006, Vito Martino era impegnato nella campagna elettorale, essendo egli candidato alle elezioni regionali nella lista di Forza Italia. Luigi Franzinelli gli procurava un finanziamento: proprio la “Fri-El Green S.p.a.” di Bolzano gli prometteva un “contributo” per le spese elettorali di € 50.000, ritenendolo lo “snodo” fondamentale per ottenere di introdursi nel business dell’energia eolica a Mazara. Trattandosi di un finanziamento occulto, i soldi venivano accreditati sul conto corrente di Melchiorre Saladino e da questi consegnati a Vito Martino. Passaggi di denaro “giustificati” da fatture false emessa da Saladino. Solo che i soldi saladino li trattiene per se e per costringerlo a consegnarli a Martino si ritrova convocata dal suocero-boss del politico, Nino Cuttone. Questione infine risolta da Franzinelli che convincerà Josef Gostner, dirigente della Fri El, a versare direttamente a Martino 30 mila euro.

Ultima nota. La società “Eolica del vallo” è la stessa che la scorsa estate a Mazara si è messa a disposizione per sponsorizzare gli spettacoli estivi. Sul suo “cartellone” grandi nomi dello spettacolo, ma l’Udc si mise di traverso chiedendo in consiglio comunale soddisfazione sul contenuto dell’accordo raggiunto con l’amministrazione comunale. Forse, visto lo scenario complesso ed articolato, non era la sponsorizzazione che interessava ma altro?

Passaparola: La legge della Cosca

Sommario della puntata:
Le leggi “ad sistemam”
Il rubinetto chiuso delle indagini
Controllarne 100 per educarne 2000
Magistrati nell’ombra
La norma in prestito dalla P2
La censura per magistrati e informazione

Testo:

“Buongiorno a tutti.
Partiamo da qua: dalla relazione della Corte dei Conti all’inaugurazione dell’anno giudiziario della giustizia amministrativa che, se siete interessati, potete trovare sul sito cortedeiconti.it.
E’ una relazione agghiacciante per quanto riguarda il sistema della corruzione in Italia e per quanto riguarda gli sperperi del denaro pubblico nei settori delle consulenze, della sanità, dei rifiuti.
Si parla di enormi quantità di denaro pubblico che se ne vanno: noi continuiamo a pompare i soldi delle nostre tasse dentro un acquedotto bucato, pieno di buchi, una specie di groviera e i soldi escono a tutti i livelli senza arrivare quasi mai a destinazione.
Se voi leggete questo rapporto e poi leggete di che parlano i giornali e i politici, vi rendete conto del perché questo acquedotto, se non si cambiano radicalmente le cose, è destinato a perdere sempre più acqua e noi siamo destinati a non vedere più alcun risultato rispetto agli enormi sforzi che siamo chiamati a fare contribuendo alle spese di uno Stato che ormai non esiste più.
Perché i giornali, preso atto di quello che dice la Corte dei Conti, dovrebbero, in un paese normale e serio, registrare dichiarazioni allarmatissime dei politici e del governo ma soprattutto dell’opposizione con delle proposte concrete per tamponare questa enorme emorragia di soldi pubblici che fa dell’Italia il Paese più corrotto dell’Occidente, come ha detto anche l’ambasciatore americano Spogli lasciando l’Italia – “Paese corrotto” -, come dicono tutte le ricerche internazionali, come dice un grande giornale tedesco in questi giorni che ha definito l’Italia “stivale putrido”.
Invece, non c’è traccia anche di un minimo tentativo di rimediare a questa drammatica denuncia della Corte dei Conti, anzi si sta lavorando per praticare altri fori e voragini nell’acquedotto dei soldi nostri.
Soprattutto, si sta lavorando per cercare di impedire in tutti i modi che le forze dell’ordine e la magistratura riescano a scoprire chi pratica questi fori e chi succhia i nostri soldi dalla conduttura.

Le leggi “ad sistemam”

Qualche anno fa si parlava di leggi ad personam, si facevano le leggi ad personam e la definizione era tecnicamente perfetta, perché le leggi fatte nella legislatura 2001-2006 dal secondo governo Berlusconi erano tutte per risparmiare i processi al presidente del Consiglio e ai suoi complici.
In questa legislatura di leggi ad personam abbiamo visto il lodo Alfano – e speriamo che sia presto spazzato via essendo una porcheria incostituzionale – ma quello che stanno preparando in Parlamento con una miriade di provvedimenti, che sembrano scollegati e improvvisati, non ha più niente a che fare con la logica delle leggi ad personam.
Queste sono leggi ad sistemam, se così si può dire: sono leggi molto organiche che non puntano più a salvare Tizio o Caio dai processi ma puntano a salvare l’intero establishment, l’intera Casta… diciamo l’intera cosca, chiamiamola con il suo nome perché ormai risponde a leggi che non sono più quelle che vengono imposte a noi, quindi è una gigantesca cosca politico-finanziaria, con i finanzieri al volante e i politici a rimorchio.
E’ un disegno estremamente organico e pericoloso e se voi ci fate caso – io quale esempio lo farò – è un disegno che sistema tutto, proprio nei minimi particolari, anche negli angoli, anche se non c’è un disegno di legge organico: una norma la trovate nella legge sulle intercettazioni, un’altra nel pacchetto sicurezza, un’altra nella legge sulla giustizia, altre sono già passate e non ce ne siamo neanche accorti.
Proviamo a vedere questo disegno organico che, ripeto, soddisfa ogni esigenza dei settori più putribondi della cosca.
Intanto il punto di partenza: quando un’indagine parte, quando uno di questi reati che la Corte dei Conti denuncia: un miliardo e settecento milioni all’anno di citazioni per danni erariali.
Voi capite che stiamo parlando di quasi due miliardi di euro di danni erariali scoperti, quindi immaginate quanti sono quelli da scoprire.
Chi segue il blog di Beppe Grillo sa bene, grazie a giornalisti come Ferruccio Sansa e come Menduni, lo scandalo dei gestori di slot machines che devono allo Stato una barcata di soldi che lo Stato non è riuscito o non ha voluto incassare. Stiamo parlando di quello.
Quando si scoprono questi tipi di reati? Quando le forze di Polizia mettono le mani su uno di questi scandali o, più probabilmente trattandosi di personaggi potenti legati alla politica, quando il magistrato decide di sua iniziativa di aprire l’indagine.

Il rubinetto chiuso delle indagini.

Ora, l’abbiamo già raccontato nelle scorse settimane, il magistrato di sua iniziativa non potrà più avviare nessuna indagine: il disegno del governo prevede che le indagini si possano avviare soltanto quando le forze di Polizia le attivano. Dato che le forze di Polizia dipendono dal governo nessun poliziotto spontaneamente, salvo sia un suicida o kamikaze, si prenderà più la responsabilità e la briga di avviare un’indagine su un suo superiore, collega o politico da cui dipende la sua carriera.
Si inserisce un filtro nel rubinetto per bloccare alla fonte certi tipi di indagine e non farle più arrivare a valle sul tavolo del magistrato e poi del giudice che giudica. Tutto rimane com’è, tutti rimangono indipendenti, sia il PM, sia il GIP, sia il giudice, la Corte d’appello, la Cassazione ma tanto della loro indipendenza non se ne fanno più niente perché a monte il rubinetto ha filtrato fin dalla partenza, in modo che certe indagini sui colletti bianchi non partano più.
Questo è il primo punto.
C’è però il caso che qualche poliziotto, carabiniere, finanziere, vigile urbano, tutti quelli che possono fare l’ufficiale di Polizia giudiziaria, si imbatta in un reato e decida di non nasconderlo, di denunciarlo, di fare delle indagini a suo rischio e pericolo, coraggiosamente.
Siamo un Paese dove bisogna essere coraggiosi per fare il proprio dovere ma ci sono ancora tante persone coraggiose che fanno il proprio dovere. Negli altri Paesi ci vuole coraggio per fare i delinquenti, in Italia ci vuole coraggio per restare persone perbene ma ne abbiamo ancora, per fortuna, spesso anche nelle forze dell’ordine.
Come fare a evitare che questi onesti funzionari e servitori dello Stato portino a termine il loro lavoro? Oggi è difficile, oggi bisogna trasferirli oppure promuoverli in altra sede per mandarli via: promuoveatur ut amoveatur.
E’ capitato a De Magistris: aveva un ottimo capitano dei Carabinieri, Zaccheo, e per mandarlo via hanno dovuto prima mandare via De Magistris, perché occorre il visto del magistrato per poter traferire un ufficiale di Polizia giudiziaria. Se il magistrato dice no, l’ufficiale rimane.
Anni fa si era scoperto, ascoltando mafiosi che parlavano tra di loro con le intercettazioni telefoniche a Trapani, che questi prevedevano entro poco tempo il trasferimento del capo della Mobile di Trapani, un grande poliziotto, si chiama Linares.
Contavano i giorni per il trasferimento di questo, che era diventato la loro bestia nera.
I magistrati, ascoltando i mafiosi, scoprono che i politici vogliono trasferire Linares e allora fanno un bel parere negativo in modo che non venga spostato, e Linares non viene spostato.
Stanno provvedendo a questo. Come? C’è uno degli articoli della legge sulla giustizia in discussione in Parlamento che prevede che si possano trasferire gli ufficiali e gli agenti di Polizia giudiziaria senza più il visto, il parere vincolante del magistrato.
Il magistrato dice “li voglio qua” e il governo li può trasferire lo stesso.
Risolto il problema, quindi.
Si crea un sistema per cui la Polizia non è più invogliata a portare certe notizie di reato sul potere, se poi qualche poliziotto, carabiniere o finanziere lo fa lo stesso lo si manda via e il magistrato non può più impedirlo.
Terzo: ci possono essere delle indagini nate come si vuole, gestite da un pubblico ministero giovane, uno dei tanti sostituti procuratori che costituiscono l’ossatura della magistratura in Italia.
Sono giovani, entusiasti, hanno studiato la Costituzione da poco, ci hanno creduto nella Costituzione, pensano che la legge sia uguale per tutti, conducono indagini e arrivano magari a risultati importanti.
Bene, per fare qualunque cosa dovranno ottenere il visto del loro procuratore capo: per chiedere un’intercettazione, un arresto, un rinvio a giudizio.

Controllarne 100 per educarne 2000

Una volta, fino a due anni fa prima che ci toccasse la disgrazia di Mastella ministro della giustizia e prima ancora di Castelli ministro della giustizia, l’azione penale era nelle mani di ogni singolo sostituto procuratore.
Sono circa duemila: se uno apre un’indagine il suo capo non gli poteva fare niente. L’indagine non era delega dal capo al sostituto, era il sostituto titolare di quell’indagine e nessuno gliela poteva portare via, a meno che non ci fossero gravi motivi che però il suo capo doveva andare a giustificare davanti al Consiglio Superiore.
Hanno fatto la riforma dell’ordinamento giudiziario, l’ha fatta Castelli, l’ha rimaneggiata Mastella: i responsabili dell’azione penale sono diventati i capi delle procure, che sono pochissimi, circa 150.
Controllare 150 persone o una parte di essi è molto più facile che non controllare 1500-2000 pubblici ministeri.
I capi sono più anziani, stanno stare al mondo, sono gente in carriera e magari prima di chiedere l’arresto di qualcuno o l’intercettazione di qualcuno ci pensano due volte, mentre un sostituto procuratore molto spesso certi calcoli non li fa, bada soltanto al fatto che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Questo è stato il primo filtro, adesso abbiamo l’altro: il visto per qualunque provvedimento. Il sostituto deve continuamente andare dal suo capo e sperare che stia dalla sua parte; quante volte, in questi anni, abbiamo visto che i capi degli uffici stanno contro il magistrato e spesso stanno d’accordo con gli indagati, vedi quello che succedeva a Catanzaro con il povero De Magistris.
Questo segherà alla base un’altra serie innumerevole di possibilità di arrivare a risultati concreti perché voi sapete che, molto spesso, un’indagine va bene, spedita, fa il salto di qualità se si fanno le intercettazioni o se si arresta una persona, che quindi è più invogliata a collaborare con la giustizia che non se la lascia in libertà. Quando uno è in carcere ha tutto l’interesse a far venire meno le ragioni che l’hanno portato in carcere, quindi spesso comincia a collaborare perché così elimina alla radice il pericolo di inquinamento delle prove o il pericolo di ripetizione del reato che stanno alla base della sua carcerazione.

Magistrati nell’ombra

Un’altra norma che stanno predisponendo, questo per dirvi quanto sono precisi e certosini e chirurgici questa volta, proibisce ai giornalisti di nominare il magistrato che fa le indagini.
Voi direte: sono pazzi. Sarà una vendetta nei confronti dei magistrati per evitare che si mettano in mostra, per evitare i malati di protagonismo.
Assolutamente no, è una norma perfetta nel disegno che dicevamo: se il magistrato viene sabotato dai suoi capi o viene perseguitato dai politici – interrogazioni parlamentari, ispezioni ministeriali – o viene boicottato dai suoi colleghi, o viene isolato, chiamato o trasferito dal Consiglio Superiore su richiesta magari del ministro come è avvenuto per i tre PM di Salerno che avevano avuto il torto di perquisire il palagiustizia o il malagiustizia di Catanzaro, oggi i cittadini lo vengono a sapere.
C’è ancora qualcuno che le racconta, queste storie: quante volte ne abbiamo parlato nel passaparola, nei blog, nei giornali dove io scrivo.
Bene, non potremo più nominare, quindi voi non potrete più sentir nominare, i magistrati che fanno questa o quella indagine. Perché? Perché se uno non può più fare il nome del magistrato – chi fa il nome del magistrato, cioè il giornalista che dice “l’indagine tal dei tali è seguita da tal magistrato” facendo un’opera di informazione – se il magistrato lavora bene sappiamo come si chiama uno che lavora bene, se il magistrato lavora male, fa degli errori, delle cazzate, sappiamo che lavora male.
E’ informazione.
Il magistrato non potrà più essere nominato e se verrà nominato il giornalista che lo nomina rischia la galera fino a tre mesi o la multa fino a 10.000 euro. Per avere detto il nome di un magistrato vero che sta seguendo un’inchiesta vera. Galera per tre mesi e multa fino a 10.000 euro.
Voi capite che siamo alla paranoia o c’è qualcosa. C’è qualcosa.
C’è che se io non posso più dirvi che la tale indagine la sta facendo il magistrato Tizio, quando poi magari gliela levano o quando mandano via Tizio voi non sapete nemmeno chi era Tizio e io non ve lo posso dire, perché non posso mai fare il suo nome collegato alla sua indagine.
I magistrati diventeranno tutti uguali, il che significa che quelli incapaci, venduti, cialtroni, pelandroni, pavidi godranno dell’anonimato e potranno continuare a fare le loro porcherie lontano da occhi e orecchi indiscreti, e quelli bravi che per esse bravi, coraggiosi, efficienti, competenti vengono perseguitati non potranno più essere difesi.
Che ruolo può svolgere la stampa nel controllare i magistrati se per la stampa i magistrati sono tutti uguali? Sono 10.000, come fanno a essere tutti uguali?
Pensate a che cosa ha voluto dire negli anni Ottanta la campagna della stampa perbene contro il giudice Carnevale: diventò “l’ammazza sentenze” nell’immaginario collettivo perché ogni volta che gli arrivava un processo di mafia, soprattutto quelli istruiti a Palermo con tanta fatica da Falcone e Borsellino, annullava le condanne e rimandava indietro e si ricominciava da capo.
Alla fine, a furia di parlarne in articoli, libri, eccetera, prese la vergogna alla Cassazione e istituirono quel criterio di rotazione per cui non fu sempre e soltanto lui a presiedere i collegi dei processi di mafia. E non a caso, quando arrivò il maxiprocesso al gennaio del 1992, un altro presidente guidò quel collegio a posto di Carnevale e guarda caso proprio quella volta le condanne dei mafiosi furono confermate in via definitiva.
Perché non si può dire “la Cassazione ha annullato” ma “il collegio presieduto dal solito Carnevale ha annullato”, così chi di dovere se ne occupa, quando si comincia a vedere che uno si comporta sempre nello stesso modo nei confronti dei processi di mafia.
Allo stesso modo, quante volte i magistrati che rischiavano di essere cacciati non per i loro errori ma per i loro meriti – pensate a tutti i procedimenti disciplinari che hanno subito quelli di Mani Pulite, quelli di Palermo, o che continuano a subire magistrati meno importanti – la stampa interviene, segnala nome e cognome, spiega cosa sta succedendo e la gente capisce e magari ogni tanto qualcuno provvede anche nel senso giusto.
Noi non potremo più raccontare quando un magistrato subisce un torto per i suoi meriti e viene magari scippato della sua inchiesta o trasferito per punire, ripeto, i suoi successi e non i suoi demeriti.

La norma in prestito dalla P2

Sapete chi aveva inventato questa regola? Licio Gelli. Il Piano di Rinascita Democratica è stato scritto nel 1976, stiamo parlando di un documento di 33 anni fa: già Gelli aveva capito che i suoi giudici amici era bene se poteva lavorare senza volto e senza nome, perché facevano delle tali porcate e insabbiamenti che era bene che nessuno uscisse allo scoperto altrimenti la denuncia avrebbe provocato delle sanzioni e li avrebbero mandati via.
Invece, c’erano quelle teste calde che facevano le indagini sulle stragi, sulle prime tangentopoli, sui poteri occulti: quelli, se la gente li sentiva nominare, diventavano subito molto popolari e quindi avrebbero avuto uno scudo a protezione della loro attività proprio per grazia della loro reputazione, della loro faccia, della loro professionalità.
Senza contare che i delinquenti di grosso calibro collaborano molto più volentieri con magistrati di cui si fidano: Buscetta voleva parlare con Falcone, mica con altri; Mutolo voleva parlare con Borsellino, mica con altri; i tangentari a Milano facevano la fila fuori dell’ufficio di Di Pietro, non di altri. Erano magistrati riconoscibili, celebri per la loro capacità, anche famosi se volete, e quindi il criminale che è un uomo di potere sente che può fidarsi di un qualcuno che dall’altra parte rappresenta il potere buono, ha le spalle larghe, sarà difficile sradicarlo, quindi è persona della quale si può tenere conto e farne un punto di riferimento.
Gelli aveva scritto che “occorreva per decreto una serie di norme urgenti per riformare la giustizia” e la seconda che aveva inserito in ordine di importanza era il “divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari”.
Gelli non era un cialtrone, Gelli e chi per lui – perché il Piano di Rinascita fu scritto da Gelli con i suoi consulenti sempre rimasti nell’ombra – aveva capito esattamente che questo del silenzio sui nomi dei magistrati era fondamentale per garantire un Paese dove formalmente la legge è uguale per tutti ma sotto sotto ci sono gli amici che sistemano le cose per gli amici degli amici.

La censura per magistrati e informazione

Altra norma: qual è una possibilità per un magistrato di difendersi? Quella di parlare, di raccontare non le sue indagini ma di denunciare quello che gli stanno facendo.
Pensate la famosissima intervista di Borsellino a Lodato e Bolzoni, ai tempi Unità e Repubblica, che denunciava lo smantellamento del pool antimafia alla fine degli anni Ottanta con l’arrivo di Antonino Meli a capo dell’ufficio istruzione di Palermo al posto del favoritissimo Falcone.
Borsellino disse: “stanno smembrando il pool antimafia”, quindi il magistrato ha enormi possibilità, quando è un uomo di prestigio, riconosciuto, di denunciare qualcosa che non va.
Bene, adesso c’è una serie infinita di limiti alle esternazioni dei magistrati: se i magistrati parlano senza parlare delle loro indagini, come è avvenuto per Forleo e De Magistris, li mandano via lo stesso con delle scuse.
Se parlano di una loro indagine, senza rivelare dei segreti ma dando ai cittadini informazioni di cui hanno bisogno, l’indagine gli viene tolta. Questa è una norma che sta nella legge sulle intercettazioni. Pensate, arrestano il branco che ha incendiato quell’immigrato indiano vicino Roma, arrestano gli stupratori, i presunti stupratori o quelli che hanno confessato stupri come quelli degli ultimi giorni: di solito il magistrato e le forze di Polizia fanno una conferenza stampa dove danno ai giornali e alla cittadinanza informazioni. “State tranquilli, li abbiamo presi, le prove sono queste, hanno confessato, abbiamo trovato l’arma del delitto”.
No, non potrà più fare: se il magistrato dice una parola anche per dare due o tre elementi di informazione all’opinione pubblica immediatamente perde l’inchiesta, che finisce ad un altro che deve ricominciare daccapo.
Se poi l’imputato eccepisce su questa cosa nei confronti del suo pubblico ministero non all’inizio ma durante il processo, ovviamente il PM deve andarsene e deve arrivarne un altro che non ha mai seguito quell’inchiesta e che quindi deve ricominciare tutto daccapo.
Così i magistrati avranno paura anche soltanto a dire come si chiamano, declineranno il numero di matricola come i militari prigionieri in certi film.
Infine, abbiamo la legge – ma già la conoscete perché ne parliamo dai tempi della legge Mastella – che dentro alla normativa sulle intercettazioni proibisce ai giornalisti di raccontare le indagini in corso.
Se passa questa legge, non potremo più raccontarvi che hanno arrestato gli stupratori di quel caso e di quell’altro caso, non vi potremo più raccontare che hanno arrestato il branco che ha bruciato quell’immigrato, non vi potremo più raccontare che Tizio, Caio, Sempronio sono stati presi, indagati o perquisiti, o hanno subito dei sequestri.
Non potremo riportare le intercettazioni per spiegare come mai è finito in galera l’imprenditore delle cliniche Angelucci, il governatore Del Turco, i politici arrestati a Napoli insieme a Romeo.
Casi di cronaca normali come anche casi di delitti dei colletti bianchi noi non potremo più dire nulla sulle indagini in corso se non “arrestato un tizio”. Se dico che hanno arrestato un tizio posso dire che l’hanno arrestato per stupro, se dico che hanno arrestato uno per stupro non posso più dire il suo nome. O dico il reato o il nome di chi è accusato di averlo commesso, insomma non avrò più la possibilità di fare una cronaca completa in tempo reale per informare i cittadini di quello che succede.
Così quando arresteranno un vostro vicino di casa per pedofilia, voi potrete sapere che è stato arrestato per pedofilia soltanto cinque o sei anni dopo, quando inizierà il processo.
Voi capite che cambia la vita di una famiglia sapere che il vicino di casa è sospettato di pedofilia o non saperlo, perché per cinque anni si sta attenti dove vanno i bambini quando si gira lo sguardo dall’altra parte, se lo si sa.
Se non lo si sa non si sta attenti, ma naturalmente quando poi avremo casi di pedofilia, stupro o altro dovuti al fatto che la gente non ha preso le precauzioni perché non è stata adeguatamente informata, allora poi sapremo con chi dovremo prendercela.
Ricordiamocelo e passiamo parola. Buona giornata.”

Chiedete scusa a Beppino Englaro

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di Roberto SavianoRepubblica — 12 febbraio 2009

Da italiano sento solo la necessità di sperare che il mio paese chieda scusa a Beppino Englaro. Scusa perché si è dimostrato, agli occhi del mondo, un paese crudele, incapace di capire la sofferenza di un uomo e di una donna malata.
Scusa perché si è messo a urlare, e accusare, facendo il tifo per una parte e per l’altra, senza che vi fossero parti da difendere. Qui non si tratta di essere per la vita o per la morte. Non è così. Beppino Englaro non certo tifava per la morte di Eluana, persino il suo sguardo porta i tratti del dolore di un padre che ha perso ogni speranza di felicità – e persino di bellezza – attraverso la sofferenza di sua figlia. Beppino andava e va assolutamente rispettato come uomo e come cittadino anche e soprattutto se non si condividono le sue idee. Perché si è rivolto alle istituzioni e combattendo all’interno delle istituzioni e con le istituzioni, ha solo chiesto che la sentenza della Suprema Corte venisse rispettata.
Senza dubbio chi non condivide la posizione di Beppino (e quella che Eluana innegabilmente aveva espresso in vita) aveva il diritto e, imposto dalla propria coscienza, il dovere di manifestare la contrarietà a interrompere un’alimentazione e un’idratazione che per anni sono avvenute attraverso un sondino.
Ma la battaglia doveva essere fatta sulla coscienza e non cercando in ogni modo di interferire con una decisione sulla quale la magistratura si stava interrogando da tempo. Beppino ha chiesto alla legge e la legge, dopo anni di appelli e ricorsi, gli ha confermato che ciò che chiedeva era un suo diritto. È bastato questo per innescare rabbia e odio nei suoi confronti? Ma la carità cristiana è quella che lo fa chiamare assassino? Dalla storia cristiana ho imparato ha riconoscere il dolore altrui prima d’ogni cosa. E a capirlo e sentirlo nella propria carne. E invece qualcuno che nulla sa del dolore per una figlia immobile in un letto, paragona Beppino al "Conte Ugolino" che per fame divora i propri figli? E osano dire queste porcherie in nome di un credo religioso. Ma non è così.
Io conosco una chiesa che è l’unica a operare nei territori più difficili, vicina alle situazioni più disperate, unica che dà dignità di vita ai migranti, a chi è ignorato dalle istituzioni, a chi non riesce a galleggiare in questa crisi. Unica nel dare cibo e nell’essere presente verso chi da nessuno troverebbe ascolto. I padri comboniani e la comunità di sant’Egidio, il cardinale Crescenzio Sepe e il cardinale Carlo Maria Martini, sono ordini, associazioni, personalità cristiane fondamentali per la sopravvivenza della dignità del nostro Paese.
Conosco questa storia cristiana. Non quella dell’accusa a un padre inerme che dalla sua ha solo l’arma del diritto. Beppino per rispetto a sua figlia ha diffuso foto di Eluana sorridente e bellissima, proprio per ricordarla in vita, ma poteva mostrare il viso deformato – smunto? Gonfio? – le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli. Ma non voleva vincere con la forza del ricatto dell’immagine, gli bastava la forza di quel diritto che permette all’essere umano, in quanto tale, di poter decidere del proprio destino. A chi pretende di crearsi credito con la chiesa ostentando vicinanza a Eluana chiedo, dov’era quando la chiesa tuonava contro la guerra in Iraq? E dov’è quando la chiesa chiede umanità e rispetto per i migranti stipati tra Lampedusa e gli abissi del Mediterraneo. Dove, quando la chiesa in certi territori, unica voce di resistenza, pretende un intervento decisivo per il Sud e contro le mafie. Sarebbe bello poter chiedere ai cristiani di tutta Italia di non credere a chi soltanto si sente di speculare su dibattiti dove non si deve dimostrare nulla nei fatti, ma solo parteggiare. Quello che in questi giorni è mancato, come sempre, è stata la capacità di percepire il dolore. Il dolore di un padre. Il dolore di una famiglia.
Il "dolore" di una donna immobile da anni e in una condizione irreversibile, che aveva lasciato a suo padre una volontà. E persone che neanche la conoscevano e che non conoscono Beppino, ora, quella volontà mettono in dubbio. E poco o nullo rispetto del diritto. Anche quando questo diritto non lo si considera condiviso dalla propria morale, e proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. È questa la meraviglia della democrazia.
Capisco la volontà di spingere le persone o di cercare di convincerle a non usufruire di quel diritto, ma non a negare il diritto stesso. Lo spettacolo che di sé ha dato l’Italia nel mondo è quello di un paese che ha speculato sull’ennesima vicenda.
Molti politici hanno, ancora una volta, usato il caso Englaro per cercare di aggregare consenso e distrarre l’opinione pubblica, in un paese che è messo in ginocchio dalla crisi, e dove la crisi sta permettendo ai capitali criminali di divorare le banche, dove gli stipendi sono bloccati e non sembra esserci soluzione. Ma questa è un’altra storia.
E proprio in un momento di crisi, di frasi scontate, di poco rispetto, Beppino Englaro ha dato forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Sarebbe bello se l’epilogo di questa storia dolorosa potesse essere che in Italia, domani, grazie alla battaglia pacifica di Beppino Englaro, ciascuno potesse decidere se, in caso di stato neurovegetativo, farsi tenere in vita per decenni dalle macchine o scegliere la propria fine senza emigrare.
È questa l’Italia del diritto e dell’empatia – di cui si è già parlato – che permette di rispettare e comprendere anche scelte diverse dalle proprie, un’Italia in cui sarebbe bellissimo riconoscersi.
© 2009 by Roberto Saviano Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

Perché ho il diritto di scegliere la mia morte

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di Umberto EcoRepubblica — 12 febbraio 2009

Benché il problema mi turbasse molto, e forse proprio per questo, ho cercato negli ultimi mesi di non pronunciare alcun giudizio o opinione sul caso Englaro, per molte e sensate ragioni, ma anzitutto perché non volevo partecipare alla canea di chi stava sfruttando per ragioni ideologiche, da una parte e dall’altra, la vicenda di una sventurata ragazza e della sua famiglia.
Quando il presidente del Consiglio ha preso pretesto dal caso per tentare uno dei suoi ormai reiterati attacchi alla Costituzione, sono intervenuto con Libertà e Giustizia, in piazza, e mi sono unito agli appelli alla vigilanza. Ma nelle poche interviste che non ho potuto evitare ho sempre detto che le poche centinaia di persone che erano con me davanti a palazzo di Giustizia a Milano non erano lì a manifestare sul caso Englaro, perché ero pronto a scommettere che se si fosse fatta la conta si sarebbe visto che metà la pensavano in un modo e metà nell’altro, ma per protestare contro l’attacco al presidente della Repubblica, attentato bonapartista (ringrazio Ezio Mauro per aver rievocato questo precedente) su cui tutti erano d’accordo.
Adesso, sfogliando le gazzette, mi rendo conto come sia difficile dividere questi due problemi e quanta sottigliezza politologica, giuridica e (permettetemi) morale ci voglia a capire quanto i due problemi siano diversi. Ma cosa si può pretendere da chi, come accadeva secoli fa con Terenzio e gli orsi, ha preferito il Grande Fratello alla discussione su questi casi? Così mi sono trovato citato tra coloro che sul caso Englaro avevano idee chiare e decise. Intervengo per dire che non le avevo, altrimenti le avrei espresse. Solo che, ora che la ragazza è morta, forse si può parlare di questi problemi senza temere di far sciacallaggio su un corpo in sofferenza. In effetti non intendo parlare della morte di Eluana Englaro.
Voglio piuttosto parlare della mia morte, e ammetterete che in questo caso ho qualche diritto all’esternazione. Dovendo parlare della morte mia, e non di quella altrui, non posso non citare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il fatto che qualche anno fa ho scritto un romanzo intitolato La misteriosa fiamma della regina Loana, dove il protagonista, dopo un primo incidente cerebrale per cui perdeva la memoria, cadeva nuovamente in coma. Non so se scrivendo volessi affermare qualcosa di scientificamente valido o cercassi solo un pretesto narrativo, ma fatto sta che ho impiegato più di cento pagine a far monologare il mio personaggio ormai in coma (non avevo allora calcolato se ridotto a vegetale, imputato di morte cerebrale o in coma eventualmente reversibile – segno che non avevo precise preoccupazioni scientifiche).
In ogni caso il personaggio, in quello stato che chiamerò di "vita sospesa", pensava, ricordava, desiderava, si commuoveva. Sapeva benissimo che probabilmente i suoi cari lo credevano ridotto allo stato di una rapa, o al massimo di un cagnolino dormiente, ma si accorgeva che i medici sanno pochissimo di quanto succede nel nostro funzionamento mentale, e che forse dove essi vedono un encefalogramma piatto noi continuiamo a pensare, che so, coi rognoni, col cuore, coi reni, col pancreas… Questa era la mia finzione letteraria (per calmare coloro che dall’eccezionale si attendono tutto, dirò che alla fine il mio personaggio sprofondava nel buio) ma devo dire che se l’avevo pensata era perché un poco ci credevo.
Non sono sicuro che là dove gli strumenti scientifici di oggi vedono solo una terra piatta, e una assenza di anima, ci sia del tutto assenza di pensiero – e lo dico con sereno materialismo, non perché ritenga che un’anima sopravviva alla morte delle nostre cellule ma perché non mi sento di escludere che – morte e definitivamente alcune cellule – altre non sopravvivano e prendano il controllo della situazione, testimoniando di una straordinaria plasticità non del nostro cervello (questo ormai lo sanno tutti) ma del nostro corpo. Insomma, siccome sospetto che quando si è sani si pensi anche con l’alluce, allora perché no quando il cervello non dà segni di vita? Non farei una comunicazione in merito a un congresso scientifico, ma in qualche modo ci credo.
Visto che c’è gente che crede al cornetto rosso lasciatemi credere a questo. Ora che cosa vorrei, se se mi trovassi in una situazione del genere? A cercare proprio col lanternino tutte le possibilità credo proprio che esse si riducano a tre. Prima possibilità, sopravviverei come una rapa, senza coscienza, senza poter dire "io", reagendo al massimo a qualche modificazione dell’umidità atmosferica, come se fossi una colonnina di mercurio. In effetti a queste condizioni non sarei più "io", ma appunto una rapa e non vedo perché dovrei preoccuparmi di me. La seconda possibilità è che in quello stato si riviva tutto il proprio passato, si torni all’infanzia, si abbiano visioni e si realizzino quelli che in vita erano stati i nostri desideri, insomma si viva una sorta di sogno paradisiaco. È un poco quel che accade al personaggio del mio romanzo, ma poi purtroppo anche lui cala nelle tenebre. La terza ipotesi è la più angosciante, è che in quella vita sospesa ci si interroghi su cosa faranno e penseranno di noi i nostri cari, si riviva col cuore in gola gli ultimi momenti di coscienza, si tema per l’orrido futuro che ci attende, o addirittura ci si consumi come ha fatto mia madre negli ultimi dieci anni che è sopravvissuta a mio padre, raccontando a noi figli, ogni volta che poteva, come era stata orribile la notte in cui mio padre era stato colto da infarto, e se non fosse stata colpa sua che aveva preparato una cena forse troppo pesante. Questo sarebbe l’inferno – e ho accolto quasi con sollievo la morte di mia madre perché sapevo che stava uscendo da quell’inferno. Adesso facciamo una botta di conti alla Pascal. Di tre possibilità solo una è gradevole, le altre due sono negative. In termini di roulette (e sui grandi numeri, tipo diciassette anni di vita sospesa) si è già perso in partenza. Ma il problema non è questo. Io sono pronto a dichiarare che, nel caso incorra nell’incidente della vita sospesa, desidero che non si protraggano le cure (anche se potrei perdere alcuni istanti o millenni di paradiso) per evitare tensioni, disperazione, false speranze, traumi e (permettetemi) spese insostenibili ai miei cari. Ma chi sono io per distruggere la vita a una, due, tre o più persone per la remota possibilità di avere qualche istante o qualche anno di paradiso virtuale? Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri. Guarda caso, è quello che mi ha sempre insegnato la morale, e non solo quella laica, ma anche quella delle religioni, è quello che mi hanno insegnato da piccolo, che Pietro Micca ha fatto bene a dare fuoco alle polveri per salvare tutti i torinesi, che Salvo D’Acquisto ha fatto bene ad accusarsi di un crimine non commesso, andando incontro alla fucilazione, per salvare un intero paese, che è eroe chi si strappa la lingua e accetta la morte sicura per non tradire e mandare a morte i compagni, che è santo chi accetta l’inevitabile lebbra per baciare le piaghe al lebbroso. E dopo che mi avete insegnato tutto questo non volete che io sottoscriva alla sospensione di una vita sospesa per amore delle persone che amo? Ma dove è finita la morale – e quella eroica, e quella che mi avete insegnato, che caratterizza la santità? Ecco perché, turbato a manifestare la sia pur minima idea sulla morte di Eluana (non sono, maledizione, fatti miei, ma dei genitori che l’hanno amata più di quanto l’abbia amata Berlusconi, che ha sinistramente fantasmato sulle sue mestruazioni) non ho esitazioni a pronunciare la mia opinione circa la mia morte.
E all’amore che una morte può incarnare.
"Laudato s’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale, – da la quale nullu homo vivente pò skappare: – guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; – beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, – ka la morte secunda no ‘ l farrà male". –

Molfetta: paura alle 22,30 in via immacolata. Distrutte tre auto. Finora escluso il racket, ma le bombe sono già17

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di Lucrezia D’Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

E’ stato un avvertimento. Oppure, lo accerteranno le indagini in corso, un regolamento di conti. Ma è un episodio che fa ripiombare la paura.
Intorno alle 22.30 di martedì scorso una bomba, di considerevole potenziale, è stata sistemata sul gradino di ingresso di una salumeria in via Immacolata.
E’ esplosa danneggiando una Renault Scenic e una Toyota Yaris, parcheggiate proprio davanti all’esercizio commerciale, e una Opel Tigra, con a bordo due donne, finite poi in ospedale in stato di choc. Una ne avrà per sette giorni.
Non si tratta di racket. Almeno così dicono sulle prime gli investigatori. I carabinieri lo escludono. Fonti investigative riferiscono di screzi, vendette private, questioni riconducibili alla vita privata. Non è escluso che, in qualche modo, l’episodio dell’altra sera sia collegato ad un’altra esplosione avvenuta a marzo dello scorso anno. E’ probabile anche che molte delle esplosioni degli ultimi dodici mesi siano collegate tra loro in una sorta di botta e risposta.
No, nessuna organizzazione criminale a giudicare da quello che trapela negli ambienti delle forze dell’ordine. Solo gente che, in assenza di dialettica, fa parlare le bombe anche se, in tutto questo, ci rimettono anche persone per nulla coinvolte in una faida privata.
Proprio in queste ore i carabinieri hanno sentito alcune persone e hanno acquisito documentazione fotografica che potrebbe rivelarsi determinante per l’identificazione dei personaggi coinvolti nelle esplosioni che hanno interessato le strdae che girano attorno a piazza Paradiso, quelle in cui si è concentrato il maggior numero di deflagrazioni.
Nel frattempo divampa la polemica.
«Avevamo già lanciato l’allarme nel Consiglio comunale del 9 gennaio – scrive in una nota Gianni Porta, consigliere comunale di Rifondazione – ma dal Sindaco, da noi interrogato per fatto grave in quanto autorità di pubblica sicurezza, non giunse risposta alcuna su cosa l’Amministrazione pensasse di questi accadimenti, né quali azioni intendesse mettere in campo. Adesso ci risiamo, e accogliendo comunque come un dato positivo l’intervento a mezzo stampa dell’Amministrazione di condanna dell’ultimo evento, interroghiamo il Sindaco e la sua Giunta su quali misure intendano mettere in campo per ripristinare situazioni di sicurezza e tranquillità».
Non sarà il caso di accendere la spia dell’allarme rosso, ma la paura resta perché negli ultimi mesi episodi del genere si sono ripetuti.
Eccola la riostruzione degli ultimi anni.

27 FEBBRAIO 2008. – L’esplosione avviene prima che si faccia giorno. Qualcuno, nel silenzio e lontano da sguardi curiosi, sistema una bomba-carta davanti all’ingresso di un capannone industriale in costruzione in piena zona Asi, alla periferia della città. La deflagrazione manda in frantumi tutto ciò che è nelle immediate vicinanze dell’ordigno. I danni sono comunque contenuti. In seguito alle verifiche compiute sul posto gli specialisti dei carabinieri ritengono, con ragionevole certezza, che non sia stato impiegato tritolo.
3 MARZO 2008 – La deflagrazione viene avvertita da ponente a levante della città. Una bomba carta esplode, in piena notte, intorno alle 2, davanti all’ing resso di una salumeria in Vico V Crocifisso. L’esplosione, sulla base di quanto conferma il marito della proprietaria dell’esercizio commerciale, rientra nella lotta in corso tra le famiglie Cucumazzo e Campanale di Ruvo di Puglia. La salumeria è intestata proprio alla moglie di uno dei Cucumazzo.
30 MARZO 2008 – L’esplosione avviene intorno alle 3.30. Qualcuno, nel silenzio della notte solleva la saracinesca e sistema una bomba-carta davanti all’ingresso del bar Venere, nella zona 167. La deflagrazione manda in frantumi tutto ciò che è nelle immediate vicinanze dell’ordigno sia all’in – terno del bar che all’ester no.
17 NOVEMBRE 2008 – Le fiamme distruggono il pub Beatles, il locale è ancora chiuso.
23 NOVEMBRE 2008 – Una bomba carta di modesto potenziale viene fatta esplodere in Via Annunziata. Salta una Fiat Punto parcheggiata lungo la via.
28 – 29 DICEMBRE – Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre esplodono quattro autovetture, una Kya Picanto in via Purgatorio, traversa di via Annunziata, una Bmw 530, in via Cavallotti, traversa di corso Umberto, una Renault Scenic ed una Ford Sierra in via Minervini, nei pressi di via Terlizzi.
31 DICEMBRE 2008 – Esplodono una Fiat Punto in via Sergio Pansini e un’Alfa 33 in via Cappellini.
3 GENNAIO 2009 – In Via Pietro Colletta viene sistemato un ordigno che, intorno alle 22.30, distrugge una Ford Fiesta, parcheggiata all’angolo della strada. Si teme che sia la stessa mano che il 17 ottobre precedente causò l’incendio di cinque auto, una Scenic, una Panda, una Saxo e una Megane, una Matiz, e di un cassonetto dei rifiuti.
Sicuramente di tutt’altra matrice l’altra esplosione, avvenuta, sempre il 3 gennaio, circa un’ora dopo. In via Federico Campanella salta una Smart. Il proprietario dell’autovettura è il titolare di un bar. A Molfetta, negli ultimi mesi, oltre a saltare con regolarità le auto in sosta (ne sono saltate quattordici), qualcuno ha preso di mira i locali pubblici.
A san Silvestro un ordigno danneggia la saracinesca di un bar all’angolo tra via Salvemini e piazza Alcide De Gasperi. Secondo i carabinieri, che indagano, gli episodi non sono collegati tra loro.
E’ più probabile, ritengono gli investigatori, nel frattempo impegnati in vere e proprie ronde notturne, che si tratti di un pericoloso effetto emulazione.
E siamo all’ulltimo episodio, quello di martedì, alla bomba piazzata sul gradino di ingresso di una salumeria in Via Immacolata. Restano danneggiate una Renault Scenic, una Yaris, e una Opel corsa, che al momento dell’esplosione stava attraversando proprio via Immacolata.

«La criminalità cresce perché non c’è dialogo» LE REAZIONI

«Non ci sono elementi per ritenere che su Molfetta siano operanti una o più organizzazioni criminali dedite alle estorsioni. A parlare è l’avvocato Maurizio Altomare, vice presidente dell’associazione provinciale antiracket. «Da tempo – continua – abbiamo avviato una ricognizione che ha confermato questo dato. E’ semplicistico attribuire le colpe di quanto sta accadendo a Molfetta alla presunta esistenza di organizzazioni criminali legate al racket. Se così è nessuno ha mai riferito nulla neanche con l’utilizzo di canali non ufficiali. Certo potremmo trovarci di fronte a sistemi, già impiegati altrove, dove prima le organizzazioni hanno creato un clima di terrore poi sono passate alle richieste di denaro. Ma la cosa ci sembra poco probabile. Più concreta appare la possibilità che, per quanto riguarda le esplosioni, ci si trovi di fronte a vendette private gestite in maniera plateale, e per quanto riguarda l’aumento delle rapine e dei furti, la questione sia riconducibile alla mancanza cronica di denaro».
Sulla stessa lunghezza d’onda il parere di Giuseppe Filannino, oggi responsabile della Camera del Lavoro, ex coordinatore provinciale di Libera. «E’ necessario – dice – che venga convocato subito un consiglio comunale monotematico allargato agli organismi che hanno il polso della situazione attuale a Molfetta. C’è bisogno di un confronto sereno. Ci sono decine di persone che hanno bisogno di soldi, di sussidi straordinari e ordinari. Molti sono fuori da qualsiasi tipo di bonus. Su Molfetta non è attivo un tavolo, un osservatorio sui problemi reali ed economici. Bisogna capire che l’aumento della criminalità è legato al fatto che in città nessuno sta dialogando con le famiglie che hanno bisogno del minimo indispensabile per sopravvivere. C’è chi sta perdendo il posto di lavoro, chi non ha più nulla, neppure la possibilità di far ricorso al cosiddetto lavoro nero. Manca un osservatorio sulla sicurezza. Molfetta, con la costituzione della Bat, è la più grande città dopo Bari. La mancanza di un punto di riferimento fisicamente presente è un danno».
Di diverso avviso Matteo d’Ingeo, ai vertici dell’associazione Liberatorio. «Dopo l’esplosione in via Immacolata – dice – non si può più affermare che la situazione dell’ordine pubblico e della sicurezza in città sia sotto controllo e che la criminalità sia in forte calo. E’ stata sfiorata la tragedia, perché l’ordigno fatto esplodere sotto l’entrata di una salumeria, oltre a distruggere due autovetture ha investito un’auto in transito e per miracolo i vetri infranti, dalla forte deflagrazione, non hanno ferito gli occupanti. Gli episodi più eclatanti e cioè quelli con ordigni esplosi, stanno coinvolgendo il quartiere che abbraccia Piazza Paradiso e sembra quasi che qualcuno voglia, in modo inequivocabile, marcare il territorio».

IL SINDACO AZZOLLINI «Città cresciuta, servono più forze dell’ordine»

«C’è bisogno di potenziare i presidi delle forze dell’ordine presenti sul territorio con un aumento degli uomini». La richiesta sarà formalizzata nelle prossime ore dal sindaco Antonio Azzollini. «Ho già fatto presente nelle sedi opportune che Molfetta – ha dichiarato il sindaco – ha necessità di un aumento di uomini deputati a garantire l’ordine pubblico in virtù della crescita che ha avuto nell’ultimo decennio. La città – ha continuato Azzollini – si è triplicata in quanto ad estensione ed ha sviluppato un’area industriale particolarmente attiva e ampia. Nelle prossime ore formalizzerò questa mia richiesta e attiverò le procedure, compresa la convocazione del comitato per l’ordine e la sicurezza, presieduto dal Prefetto, per avviare tutte le azioni possibili per rendere quanto più celere la cosa. E’ ovvio che rivestendo anche un ruolo a livello romano, sarà mia cura sollecitare ogni azione anche nella Capitale. L’episodio dell’altra sera – ha sottolineato il sindaco – è grave, indubbiamente. Mi auguro che anche in questo caso, così come è avvenuto qualche giorno fa per la rapina, la risposta delle forze dell’ordine sia tempestiva. La tempestività con la quale i carabinieri sono riusciti ad assicurare alla giustizia i rapinatori che, voglio sottolineare non erano di Molfetta, testimonia che innanzitutto le forze dell’ordine funzionano, poi che sono presenti sul territorio e che sono in grado di prevenire situazioni più gravi».

"Tutto sotto controllo". E intanto si sfiora la tragedia

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Comunicato stampa

Dopo l’esplosione di ieri sera, in via Immacolata, non si può più affermare che la situazione dell’ordine pubblico e della sicurezza in città sia “sotto controllo” e che la “criminalità sia in forte calo”. E’ stata sfiorata la tragedia, perché l’ordigno fatto esplodere sotto l’entrata di una salumeria, oltre a distruggere due autovetture ha investito un’auto in transito e per miracolo i vetri infranti, dalla forte deflagrazione, non hanno ferito gli occupanti.
Non si può continuare a minimizzare. A Molfetta, ormai, con l’escalation delle rapine, incendi d’auto, furti, scippi e bombe la sicurezza dei cittadini è in serio pericolo, e non è affatto rassicurante il messaggio che giunge dal Palazzo di Città.
Il Sindaco Senatore e il suo esecutivo esprime indignazione per i gravi episodi di cronaca ed assicura alla cittadinanza che continuerà l’opera di prevenzione e presidio del territorio.
Ci dispiace di non poterci fidare delle buone intenzioni del Sindaco e dei suoi assessori, ma è proprio difficile accettare la loro ipocrita disponibilità alla difesa del territorio quando non si è capaci di debellare neanche l’occupazione abusiva del territorio e smantellare i soliti noti che violano quotidianamente il codice della strada occupando marciapiedi e strade. Se l’Assessore Corrieri non è in grado di mantenere le promesse fatte, prima di Natale, in tema di commercio ambulante, figuriamoci se può ripristinare la sicurezza in città.
Rispetto alla bomba di ieri sera ci piacerebbe sapere se l’esplosivo usato è lo stesso delle altre bombe e se è collegabile alle bombe esplose in Piazza Paradiso negli anni precedenti.
Certo è che gli episodi più eclatanti, di ordigni esplosi, stanno coinvolgendo il quartiere che abbraccia Piazza Paradiso e sembra quasi che qualcuno voglia, in modo inequivocabile, marcare il territorio.
Il problema della sicurezza, in questa città, è nato in passato in piazza Paradiso, si è sviluppato anche nelle periferie, ma oggi torna a far da padrone nello stesso quartiere.
Forse le bombe deflagranti non sono, per ora, segnali di attività criminali finalizzate ad atti intimidatori, estorsivi o quant’altro; e allora cosa sarebbero?
E’ impensabile che ci sia un “unabomber” solitario nostrano che, vivendo in una condizione di notevole frustrazione, vada in giro per la città a far saltare automobili e negozi.
Potrebbero essere gesti compiuti dalla stessa mano o da più mani rivali che si contendono il controllo del territorio.
Non dimentichiamo che negli anni ’90 le famiglie dei clan malavitosi e loro affiliati, dediti al traffico di stupefacenti, vivevano ed operavano in maggioranza in questo quartiere.
Le ipotesi potrebbero essere tante e non bisogna escluderne nessuna. Sappiamo per certo che in questo quartiere opera qualcuno che è un esperto conoscitore di fuochi d’artificio e che sperimenta le sue piccole creazioni esplosive non solo a capodanno.
E chissà che con una buona dose di fortuna in qualche vicolo o sottano si scopra il suo laboratorio.

Liberatorio Politico
Matteo d’Ingeo

Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime di mafia

Manca poco più di un mese all’annuale appuntamento con la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie. La XIV edizione avrà come sede la Campania, con una prima manifestazione il 19 marzo a Casal di Principe, in occasione del quindicesimo anniversario della morte di don Peppe Diana e una seconda manifestazione il 21 marzo a Napoli, con l’arrivo dei partecipanti da tutte le parti d’Italia.

La giornata del 21 marzo, primo giorno di primavera, è il momento che Libera dedica alla memoria di tutti coloro che hanno dato la vita nel nostro Paese per contrastare le mafie. E’ questa l’occasione nella quale Libera rilancia ogni anno un impegno che non deve venire mai meno. In continuità con le altre edizioni il 21 marzo 2009 ribadisce con forza la voglia di tanti di essere contro tutte le mafie, contro la corruzione politica e gli intrecci clientelari che alimentano gli affari delle organizzazioni criminali e l’illegalità, e di voler continuare a costruire percorsi di libertà, cittadinanza, informazione, legalità, giustizia, solidarietà.


Il 15 marzo dell’anno scorso si è svolta a Bari la giornata della memoria e quello che segue è il messaggio finale che i parenti delle vittime e Nichi Vendola ci hanno lasciato…

Passaparola: La terza repubblica di Berlusconi


Sommario della puntata:
Lo scudo umano
Non si può modificare una sentenza per legge
Berlusconi è ontologicamente incostituzionale
Il precedente di Berlusconi che nessuno ricorda
Niente applausi al Capo dello Stato
Armi di distrazione di massa

Testo:
“Buongiorno a tutti.
Nemmeno oggi intendo parlare di questa ragazza che da 17 anni soffre in una condizione che nessuno può sapere se sia ancora di vita, se sia di vita apparente, morte apparente, vita vegetativa.
Sono tutte cose più grandi di noi, più grandi anche dei più grandi scienziati e non intendo minimamente mettere il dito in queste cose che dovrebbero essere lasciate alla coscienza anche se sono diventate un reality show.
Non voglio neanche nominarla, questa ragazza, perché credo sia già stata violentata troppo e continuerà ad esserlo fino all’ultimo istante.
Quando si sente dal presidente del Consiglio disquisire sulle sue mestruazioni e sulla sua possibilità di avere figli, credo si debba soltanto provare una incommensurabile vergogna, visto che il nostro presidente del Consiglio non conosce la vergogna, nemmeno l’espressione “vergogna”. Credo non sia mai arrossito anche perché, se lo facesse, il suo rossore sarebbe coperto da quintali di cerone.
Vorrei però parlare di quello che sta succedendo intorno al caso di questa ragazza, che invece di essere lasciata alle cure dei suoi familiari e dei medici – gli unici che possono decidere, solo i familiari conoscono a fondo una ragazza avendoci vissuto per molti anni insieme, possono sapere, intuire, prevedere le sue volontà, solo i medici possono conoscere esattamente le sue condizioni di salute – invece che essere lasciata a queste poche persone, che nell’intimità e con la prudenza, in punta di piedi, dovrebbero poter decidere, abbiamo trasformato tutto questo in una grande gazzarra, in una grande sceneggiata che sta facendo dell’Italia lo zimbello del mondo, ancora una volta.
Non è la prima volta, ma il fatto che diventiamo uno zimbello anche su questioni così drammatiche e delicate credo segni un punto di non ritorno.

Lo scudo umano

Dietro questa gazzarra, naturalmente, non c’è il tentativo di salvare una vita. Basta guardare l’espressione con cui il nostro capo del governo e i suoi sodali parlano di questo caso.
Si vede chiaramente dai loro occhi che non gliene importa assolutamente niente della vita di questa persona.
Usano questa persona, o quello che ne rimane, come scudo umano per i loro sporchi traffici, per i loro sporchi affari, per i loro sporchi tornaconti, tanto per cambiare.
Tutto, in questi quindici anni, è stato usato dal Cavaliere per il suo sporco tornaconto, qualunque cosa capitasse lo rivolgeva immediatamente ai suoi vantaggi e ai suoi affaracci privati.
Eluana è un pretesto – sì, l’ho detto, non lo dirò più – per fare affari, per sistemare pratiche, per moltiplicare l’impunità, per dare la spallata definitiva alla giustizia.
Infatti, non è affatto in discussione il salvataggio o meno di una vita che, iniziate le procedure, seguirà il suo corso.
Qui è in gioco un principio: che le sentenze definitive della magistratura si applicano senza che la politica possa metterci il becco.
E’ un principio che è già stato più volte lesionato, in questi anni, ma se passasse l’idea che una sentenza definitiva della magistratura può essere modificata da un decreto, che il Capo dello Stato non firma, e poi da un disegno di legge approvato a tappe forzate da un Parlamento sequestrato dal governo, che gli fa fare quello che vuole anziché sottoporsi al controllo del Parlamento medesimo, io credo che finisce all’istante lo Stato di diritto, finisce all’istante la democrazia liberale basata sulla divisione dei poteri, finisce all’istante il nostro obbligo di obbedire alle leggi e alle sentenze.
In un Paese dove un governo o una maggioranza possono annullare una sentenza per legge o per decreto, ciascuno è libero di fare ciò che vuole visto che mai un privato cittadino potrà ottenere dal governo o dal Parlamento che venga annullata la sua, di sentenza, quando non gli piace.
Ed è proprio questo principio che Berlusconi ha voluto scardinare l’altro giorno approfittando del dramma di questa ragazza.
Lo spiega molto bene Carlo Federico Grosso questa mattina su La Stampa: non c’è nessuna corsa contro il tempo, battaglia fra chi vuole la vita e chi vuole la morte, nessuno scontro fra eutanasia e vita.
Qui c’è un vuoto di legge, colpa del Parlamento che non ha mai fatto la legge sul testamento biologico, del Vaticano che si è sempre opposto, dei servi di questo stato estero che si sono appecoronati, dei tremebondi laici che non hanno mai voluto arrivare allo “scontro”, cioè non hanno mai voluto che lo Stato liberale facesse quel che doveva fare nell’interesse di tutti i cittadini.

Non si può modificare una sentenza per legge

Quindi ci ritroviamo senza una legge che codifichi le ultime volontà di persone che stanno magari benissimo ma che decidono di far sapere come vogliono essere trattate in certe situazioni drammatiche.
In questo vuoto legislativo, ogni cittadino ha diritto di avere giustizia, di chiamare un giudice, di porgli un quesito e di avere una risposta del giudice, il quale decide non solo in base alla sua coscienza ma in base all’ordinamento, alla Costituzione, all’impalcatura giuridica del nostro Paese democratico.
I giudici hanno sentenziato, per fortuna si sono pronunciati in tanti, in primo grado, in appello, in cassazione.
Voi sapete che quando si arriva al terzo grado di giudizio sono coinvolti dai 15 ai 18 magistrati, di sedi, idee, età, funzioni diverse.
Alla fine c’è una sentenza definitiva della Cassazione. “La Cassazione – dice Carlo Federico Grosso – ha definitivamente riconosciuto alla ragazza o a chi per lei il diritto di staccare il sondino nasogastrico attraverso il quale si realizza il suo mantenimento artificiale in vita. Ebbene, di fronte a un diritto ormai definitivamente riconosciuto dall’autorità giudiziaria, davvero si può ritenere che una legge successiva sia di per sé in grado di cancellare il giudicato? Si badi che, curiosamente, lo stesso governo ha avuto i suoi dubbi: infatti, nella relazione che accompagnava il decreto – quello che poi è stato bocciato da Napolitano e che adesso viene riveduto e non corretto, ripresentato tale e quale come disegno di legge – il governo ha scritto che è vero che c’è stata una sentenza, in questo caso della Cassazione, ma questa data la particolare natura del provvedimento assunto, di mera volontaria giurisdizione, non avrebbe dato vita ad alcun accertamento di un diritto”.
“Così facendo – dice Grosso – lo stesso governo ha ammesso che se ci fosse stato il riconoscimento di un diritto, questo sarebbe ormai intangibile anche di fronte alla legge che eventualmente verrà fatta fra poche ore. Ma a differenza di quanto sostiene il governo, la Cassazione ha, in realtà, riconosciuto un vero e proprio diritto individuale a non essere più medicalmente assistiti contro la propria volontà, comunque manifestata, e dunque è lecito dubitare che il legislatore possa davvero interferire, ormai, con una legge su una situazione giuridica costituita. A maggior ragione, non potrebbero, d’altronde, essere considerati legittimi ulteriori interventi a livello amministrativo diretti ad ostacolare o impedire l’esercizio di quel diritto.”
Tutte queste ispezioni, questa vergogna di ispettori mandati da questo ministro, Sacconi, il marito della presidente della Farmindustria, che si aggirano intimidendo già soltanto con la loro presenza, anche involontariamente, chi deve delicatissimamente decidere, in queste ore, quello che si deve fare.
“Lo impone, ancora una volta, la salvaguardia del principio costituzionale della divisione dei poteri”.
Tutto questo cosa vuol dire? Che la legge che viene portata al Parlamento potrebbe valere per il futuro, ma è assurdo che una legge fatta dopo possa cancellare un diritto acquisito prima. Invece, è proprio quello che stanno cercando di fare: stabilire che in attesa dell’approvazione di una legge organica che disciplini questa materia, intanto l’alimentazione e l’idratazione non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi.
Praticamente, trasformano in delinquenti i familiari e i medici che stanno applicando la sentenza della Cassazione.
La legge dice: “state attenti, perché se rispettate la sentenza della Cassazione siete dei delinquenti perché io vi dico, dopo, che se fate quello che è stato stabilito dalla Cassazione prima violate la legge che io sto facendo dopo”.
Vi rendete conto dell’abominio che stanno facendo? Indipendentemente che ciò avvenga per decreto o per disegno di legge. E’ incredibile.
Infatti, chiede Grosso: “E se la persona interessata, quando era ancora consapevole, avesse manifestato la sua contrarietà a trattamenti medici diretti a tenerla artificialmente in vita? Costituisce principio di diritto pacifico, riconosciuto da numerose sentenze della Cassazione, che nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari contro la sua volontà.”
Lo stabilisce, ancora una volta, la Cassazione: ci sono confessioni religiose che rifiutano le trasfusioni, i trapianti. Può dispiacere o piacere, ma sono tutte cose non naturali che una volta non c’erano.
Esattamente come i sondini, l’idratazione artificiale, l’alimentazione artificiale: sono conquiste recenti della tecnica, che servono a tenere in vita chi si spera che ritroverà le sue funzioni, ma che non possono essere imposte a chi non le vuole, proprio perché sono tutte tecniche artificiali frutto della tecnologia recente.
Per dirla chiaramente: qualche decennio fa questa ragazza della quale stiamo parlando sarebbe già morta da tempo, perché non ci sarebbero stati gli strumenti per tenerla artificialmente in vita per tutto questo tempo.
Dopodiché sta alla famiglia e alle sue ultime volontà decidere se sottoporsi a queste tecniche invasive oppure no. Ci sono famiglie eroiche che accudiscono persone in quelle condizioni anche per decenni, è successo per l’ex ministro Andreatta che si era ridotto a una specie di corpicino minuscolo, così veniva descritto negli ultimi tempi, e che la famiglia ha deciso di tenere attaccato alle macchine fino a quando non fosse tutto finito.
Altri, evidentemente, possono lasciar detto che certe tecniche artificiali non le vogliono.
“Ma allora – dice Grosso – lo stesso contenuto del disegno di legge è fortemente sospetto di illegittimità perché imporrebbe un trattamento di mantenimento artificiale in vita anche a chi avesse dichiarato – magari per iscritto, davanti al notaio: non c’è ancora il testamento biologico ma ciascuno lo può fare per conto suo – di rifiutare queste tecniche”.
Questo è quello che sta succedendo. Voi vedete che non c’entra niente con quello che viene spacciato per il tentativo di salvare una vita, con tutte queste brave persone, magari anche in buona fede, che vanno con gli striscioni fuori dalla clinica.

Berlusconi è ontologicamente incostituzionale

Qui stiamo parlando di un governo che, ancora una volta, sta approfittando di un caso drammatico – non so cosa esista di più drammatico di questo caso – per farsi gli affaracci suoi, cioè per stabilire che il governo comanda sopra la giustizia, che non esiste più un confine, un tracciato, un limite dove il governo si deve fermare perché entra la legge, la giustizia.
Il governo, se non gli piacciono le sentenze, le può cancellare. Di più: Berlusconi ha detto che “se questo verrà ritenuto incostituzionale, cambiamo la Costituzione”.
E questo ci fa pensare a una cosa: che ormai la questione non è più che Berlusconi fa cose incostituzionali, è Berlusconi lui che è incostituzionale, ontologicamente.
Il suo DNA è totalmente incostituzionale. Bisognerebbe prenderne atto perché oltretutto lui non si è mai nascosto ai nostri occhi, lui ci ha sempre fatto sapere come la pensa, ci ha sempre detto come vuole agire.
La famosa frase “La Costituzione italiana è di stampo sovietico” non l’ha pronunciata l’altro giorno per la prima volta, ma il 12 aprile 2003 al Lingotto di Torino, e come al solito giornali e telegiornali fecero finta di non capire, di non vedere, la trattarono come una battuta: “che simpatico, la Costituzione è sovietica…”.
No, non è simpatico: lui pensa veramente che la Costituzione, costituita sulla divisione dei poteri e quindi la massima espressione della cultura liberale che si sia mai vista in Italia, sia sovietica, comunista, perché la divisione dei poteri impone dei paletti, dei limiti al potere del Premier ed essendo lui totalmente incostituzionale e antidemocratico, autoritario, totalitario, plebiscitario e sudamericano come tutti i caudillos della sua fatta, lui non sopporta l’esistenza di limiti.
Ecco perché ogni volta che trova un limite grida al comunismo – senza rendersi conto di essere lui il vero comunista perché gli unici regimi dove il potere del governo era smisurato e andava a occupare tutto, dalla giustizia, alla economia, ai media, era proprio quello sovietico – continua, ogni giorno a dare spallate a ogni potere di controllo terzo che esista.
Quindi “La Costituzione è sovietica” è una sua vecchia fissazione che denota chiaramente una pulsione autoritaria e totalitaria. La cosa curiosa è che fino alla settimana scorsa a dire queste cose c’era solo Di Pietro, e tutti gli dicevano “vergogna, non si dice così, come fai ad accostare Berlusconi al fascismo o al nazismo?”, dopodiché ieri Scalfari ha ricordato che questa situazione rammenta pericolosamente la svolta autoritaria di Mussolini del 3 gennaio 1925, dopo il delitto Matteotti, quando appunto si passò da una formalità democratica a una ufficialità autoritaria.
Ed è proprio questo il punto: il fatto che il Premier vuole scriversi le sentenze lui e vuole cambiare le sentenze che non gli piacciono.

Il precedente di Berlusconi che nessuno ricorda

Domanda: è una novità degli ultimi giorni, questa? No, c’è un precedente e nessuno lo ricorda.
Nel 2002 la Corte Costituzionale, più della Cassazione se così possiamo dire, ribadì per la seconda volta, dopo averlo già detto nel 1994, che i privati non possono avere più di due reti televisive generaliste sull’analogico terrestre, cioè sul telecomando normale che uno sintonizza accendendo la televisione, e che quindi Rete4 era eccedente rispetto alle reti Mediaset, e che quindi Mediaset la doveva vendere o mandare sul satellite.
Già nel 1994 si era detto questo, ma nel 1994 la Corte sperava che i governi avrebbero eseguito quella sentenza senza batter ciglio.
Invece, i governi di destra e di sinistra succedutisi da allora se ne infischiarono e la Corte nel 2002 tornò a fissare quella imposizione, mettendo anche un termine ultimo entro il quale si sarebbe dovuto rispettare tutto ciò. Mise come ultimatum il 31 dicembre 2003: se entro quella data Rete4 non fosse passata sul satellite liberando le frequenze sull’analogico terrestre, quelle che dovrebbero andare a Europa7 di Francesco Di Stefano, sarebbe stata spenta. Il segnale analogico di Rete4 sarebbe stato spento e Berlusconi avrebbe perso all’istante tutti i soldi della pubblicità incassata da parte degli inserzionisti che, ovviamente, la pubblicità su Rete4 la fanno perché sanno che la vedono tutti.
Se sapessero che la vedono solo quelli che hanno il satellite evidentemente o non la farebbero o la pagherebbero molto meno, perché quelli che vedono il satellite sono pochi rispetto a quelli che vedono l’analogico.
A quel punto, il governo Berlusconi II varò la legge Gasparri, che con un papocchio che non sto qui a ricordare – si basava sulla bufala del digitale terrestre di cui Grillo ci ha raccontato di tutto e di più con largo anticipo – sosteneva che, essendoci ormai il digitale alle porte che avrebbe moltiplicato i canali, che i media ormai erano talmente tanti da rendere quasi marginale la televisione analogica, quelle piccole tre reti di Berlusconi non facevano più problema perché erano una goccia nel mare.
La legge era totalmente incostituzionale, Ciampi non la firmò. Era il 15 dicembre del 2003, mancavano 15 giorni alla scadenza ultima.
A questo punto, il governo Berlusconi con la firma di Berlusconi proprietario di Rete4, varò un decreto legge che prorogava il termine per Rete4 sine die, in attesa che venisse varata la legge Gasparri bis che un po’ impapocchiata e modificata rispetto a quella prima, comunque sarebbe passata perché Ciampi difficilmente avrebbe osato bocciarla la seconda volta, anche se avrebbe potuto farlo in quanto era stata cambiata e quindi non era più la stessa.
Così, a Natale 2003, Berlusconi firmò un decreto che salvava la televisione di Berlusconi, neutralizzando una sentenza della Corte Costituzionale.
Si può immaginare qualcosa di più incostituzionale? Un decreto che neutralizza una sentenza della Corte Costituzionale, firmato dallo stesso beneficiario del decreto.
Apoteosi. Ciampi la firmò, il decreto entrò in vigore e così il 31 dicembre Rete4 continuò felicemente a trasmettere e così nei mesi successivi, fino ad Aprile 2004 quando la legge Gasparri 2, di nuovo firmata da Ciampi, cancellò definitivamente gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale, consentendo l’ennesima fase transitoria illimitata a Rete4, in attesa del messia, cioè del digitale terrestre, che era previsto nel 2006 e non l’abbiamo ancora in vigore oggi. Per fortuna perché, come si è visto in Sardegna, non funziona, era una truffa.
Questo c’è, come precedente. Già è successo che una sentenza definitiva della Corte Costituzionale sia stata neutralizzata, così come è stata neutralizzata quella della Corte Europea di Lussemburgo che aveva stabilito, un’altra volta, il buon diritto di Europa7 ad avere frequenze e il buon diritto dello Stato italiano a liberare il mercato delle frequenze dalla presenza, sull’analogico, di Rete4.
Non è da oggi che Berlusconi annulla le sentenze sgradite. A furia di farlo, e a furia di non trovare ostacoli – adesso ha trovato il Quirinale – vedremo se il Quirinale firmerà o meno il disegno di legge.

Niente applausi al Capo dello Stato

Abbiamo letto quello che dice Carlo Federico Grosso, che il disegno di legge è esattamente incostituzionale come il decreto.
Il decreto non era incostituzionale in quanto era un decreto, ma perché nel decreto si stabiliva che si annullava una sentenza della Cassazione. Se anche il disegno di legge annulla la sentenza della Cassazione è evidente che è incostituzionale anche il disegno di legge e che quindi quando verrà portato alla firma del Capo dello Stato, se c’è una logica giuridica, dovrà essere bocciato anche il disegno di legge.
Vedremo. Perché dico vedremo? Perché in questi giorni vedo appelli a favore del Capo dello Stato, applausi, manifestazioni di solidarietà al Capo dello Stato. Per carità, meno male: per una volta che non firma un qualcosa, ci mancherebbe altro che mettessimo il lutto.
Ma a me questa situazione ricorda un po’ quando andavo a scuola, tornavo a casa con un bel voto e chiedevo un regalo ai miei genitori. E loro mi rispondevano: “ma quale regalo? Hai fatto appena il tuo dovere”.
Adesso che noi ci dobbiamo mettere ad applaudire, a ringraziare, a sbavare dietro il Capo dello Stato perché per una volta ha fatto il suo dovere di bocciare una legge incostituzionale, mi sembra eccessivo.
Sì, siamo contenti ma è niente altro che il suo dovere, quindi piano con gli entusiasmi.
Anche perché io ho un sospetto, e ve lo dico in chiusura.
Ve lo dico dopo avervi segnalato che è uscita la terza puntata dei nostri appuntamenti, il terzo DVD. Lo riconoscete perché ha un color rosa pompelmo. Si chiama Mafiocrazia e raccoglie i nove Passaparola dell’ultima parte dell’anno scorso e della prima di quest’anno. Si va dalla “P2 viva e lotta insieme a noi”, fino al caso di Salerno e di Catanzaro.
Trovate tutto raccolto insieme agli altri due. Le istruzioni le trovate sul blog di Beppe o su voglioscendere.
Chiusa la parentesi spot, ma se non ci autofinanziamo e se non ci diamo una mano non possiamo andare avanti con questi appuntamenti.

Armi di distrazione di massa

Il mio sospetto è questo: esaminiamo la situazione che c’era giovedì, alla vigilia del decreto.
Nei sondaggi la maggioranza degli italiani era dalla parte del padre di questa ragazza.
Berlusconi i sondaggi li conosce, li guarda, per cui di fronte alle pressioni vaticane e alle pressioni di alcuni membri del suo governo, non tutti – aveva il governo diviso su questo – era molto prudente e infatti non aveva voluto agire.
Poi sono arrivate delle telefonate da oltretevere, sapete che ormai il Vaticano si impiccia perfino delle nomine Rai: abbiamo dovuto leggere che Gianni Letta ha rassicurato il Vaticano sulle nomine Rai, siamo a questo punto.
Le pressioni aumentavano e allora il Cavaliere ha fatto una mossa, dal suo punto di vista, geniale all’insegna della botte piena e della moglie ubriaca.
Cos’ha fatto? Un decreto talmente incostituzionale da essere sicuro che stavolta il capo dello Stato non lo avrebbe firmato.
Il Capo dello Stato glielo ha pure fatto sapere prima, cosa che di solito non si userebbe, bisognerebbe aspettare il decreto e poi fulminarlo, in un Paese ordinato.
Da noi c’è sempre questo pappa e ciccia, questo inciucio, questo “non mandarmelo che non te lo firmo, così non ti faccio fare brutta figura”. C’è sempre questo tentativo ipocrita, tartufesco. Siamo il Paese di Tartufo. Di salvare la faccia, le apparenze, di lavare i panni al chiuso.
Lui lo manda lo stesso, tanto sa che il decreto non andrà in vigore, tanto sa che di fatto quel decreto non produrrà risultati. Quindi lui riuscirà ad accontentare sia quella parte di italiani che stanno col papà della ragazza, sia quella parte di italiani che stanno dalla parte del Vaticano.
100% di consensi: ai filovaticani dirà “ci ho provato, ma me l’hanno impedito”, a quegli altri dirà “tanto non è successo niente, perché le cose sono andate avanti così com’erano”.
In più, quando lui suscita un grande caso clamoroso, che occupa per giorni e giorni i telegiornali e i giornali, dovremmo essere ormai abituati ad andare a vedere cosa c’è dietro.
Cosa sta preparando in segreto mentre ci fa vedere il pupazzetto in pubblico? Questa è la sua tecnica: armi di distrazione di massa per nascondere qualcosa.
Cosa nasconde questa volta? Non lo nasconde nemmeno poi troppo: la legge sulle intercettazioni e della nuova riforma della giustizia, di Alfano, di cui probabilmente parleremo la prossima settimana, se non succedono cose più importanti ancora, perché è inaudita, qualcosa di allucinante.
Pensate soltanto che il pubblico ministero si chiamerà “avvocato dell’accusa”. Cioè, invece di avere un organo di garanzia che fa le indagini a nostra tutela per scoprire se siamo innocenti o colpevoli, avremo uno che avrà il compito di accusarci anche se non c’entriamo niente.
Sarà uno pagato a cottimo sulle condanne. Pensate all’abominio di quello che stanno facendo.
Chiudo la parentesi per dire che stanno preparando porcate che naturalmente starebbero sulle prime pagine dei giornali, se non fossero già occupate dalle cronache sanitarie, di questi poveri miei colleghi spero costretti a fare la telecronaca diretta di un caso come quello.
Ecco quindi che lui riesce a mettere insieme tutto: il principio autoritario ufficiale “comando io anche sulla magistratura, sulla Costituzione; se la magistratura o la Costituzione non mi fanno fare quello che voglio io, non ho sbagliato io ma sono sbagliate loro e quindi le riformiamo a mia immagine e somiglianza”. Questo è il messaggio.
Secondo: “io annullo le sentenze per legge”, quindi un domani quando ci sarà una sentenza su Mills o su di lui quando si riuscirà a processarlo per qualcosa e per qualche suo amico, lui fa un decreto e annulla la sentenza.
Quando dovesse essere condannato a pagare un risarcimento per aver fregato la Mondadori al suo legittimo proprietario, tramite una sentenza comprata da Previti, potrebbe benissimo fare un decreto per dire “Berlusconi non deve niente al legittimo proprietario della Mondadori”. Perché no?
Terzo, condizionare pesantemente il Capo dello Stato: fin’ora non aveva mai rimandato indietro nessuna legge, se gli mandavano subito quella sulle intercettazioni e sulla giustizia è molto probabile che queste non le avrebbe firmate.
Adesso però tutto è cambiato, perché ha già detto di no al decreto contra Eluanam, quindi il suo bonus se l’è già speso e per un po’ di tempo dovrà stare buono, anche perché tutti i giornali stanno invitano Napolitano non ad andare avanti e a fermare questo eversore annidato a Palazzo Chigi, ma a mettersi d’accordo: “fate la pace”, “metteteci una pietra sopra”, “basta con lo scontro”, “abbassare i toni”.
Quindi, è ovvio che l’unico modo per fare la pace con Berlusconi è quello dargliela vinta: una settimana fa Berlusconi difendeva Napolitano dai non attacchi di Piazza Farnese, questa settimana ha detto che Napolitano è l’espressione della cultura della morte, che vuole l’eutanasia.
Mi domando: se hanno denunciato Di Pietro per quello che non ha detto in Piazza Farnese, cosa dovrebbero fare le camere Penali di fronte al fatto che si accusa praticamente il Capo dello Stato di essere un omicida.
Ma il Capo dello Stato sa che se vuole fare la pace con questo signore deve fargli passare le leggi che gli interessano, nelle quali, lo spiegheremo la prossima volta, c’è anche un codicillo che lo salva dalle conseguenze di una eventuale condanna dell’avvocato Mills.
Passate parola.”

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