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DALLA "CITTA' ILLEGALE" ALLA "CITTA' ETERNA", STORIA DELL'UOMO CHE VOLLE IL "MERCATO DELL'ABUSO DIFFUSO". PROSPETTIVE FUTURE.

 

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Oggi alle 18.30  – Sala B. Finocchiaro  
Fabbrica San Domenico – Molfetta

relazioneranno:

Michele Altomare 

Matteo d'Ingeo
 

Il Movimento “Liberatorio Politico” torna ad incontrare la città per fare il rendiconto dell’attività svolta negli ultimi mesi e per informare, senza bavaglio, sulle vicende cittadine di ordinaria illegalità.
A sei anni dalla sua nascita e dopo un’attività incessante di controinformazione svolta attraverso il proprio Blog (http://liberatorio.splinde
r.com/), nonostante le minacce, intimidazioni più o meno palesi, tentativi di censure ed isolamento vuole lanciare un messaggio a tutti i cittadini in prospettiva di possibili elezioni comunali anticipate.

"È iniziato il Calvario" del SindacoSenatorePresidente Azzollini

Calvario AZZOLLINI INCAP001 copia

Messaggio del Signore Gesù, XI° staz. della Via Crucis 

…"È iniziato il Calvario, non aver paura,
tutti voi siete testimoni della Mia croce, delle Mie parole,
Io illuminerò tutti voi, figli benedetti,
che avete ascoltato dal primo giorno le Mie parole e siete qui,
con Me, aiutateMi a portare la croce, il Calvario è vicino…
Venite al Mio patibolo, pregate,
pregate alla Madre Mia, chiedete la luce a voi,
tante piccole fiammelle intorno a Lei, beati voi.
Beati voi che ascolterete! Venite,
e sarete voi i portatori della luce per tutti i vostri fratelli”…

Criminalità, ce n’è troppa o poca?

Molfetta città a criminalità zero oppure città dalla sicurezza pubblica precaria? Su questo dilemma si registra una inedita polemica tra il movimento Liberatorio Politico di Matteo d’Ingeo e l’associazione provinciale Antiracket guidata da Renato de Scisciolo.
Per l’associazione che affianca gli imprenditori pugliesi nella battaglia contro il pizzo, Molfetta è una città sostanzialmente tranquilla sotto il profilo della sicurezza nelle strade. Lo confermerebbero i dati ufficiali sui reati che avvengono a Molfetta rapportati a quelli di altre città: da queste parti sono fortunatamente rari gli omicidi, mentre gli altri reati risulterebbero entro parametri fisiologici.
Concetti ribaditi recentemente durante un convegno – intitolato “Mafia in Puglia” – che il presidente dell’associazione provinciale Antiracket Antimafia ha tenuto insieme con il console generale di Germania a Napoli, Christian Much. L’immagine di Molfetta che è emersa dall’incontro è quella di una città immune dalla presenza della grandi organizzazioni criminali. Anche i copiosi investimenti nella zona artigianale e nella zona industriale, con gruppi imprenditoriali provenienti da fuori regione, sarebbero una conferma di quanto il territorio molfettese sia allettante per il mondo delle imprese.
Tesi rigettata dal Liberatorio Politico che della battaglia per la legalità fa da sempre una propria bandiera. “Noi non sappiamo dove vive il sig. De Scisciolo e che conoscenza abbia della situazione delinquenziale e criminale molfettese, noi invece viviamo a Molfetta e ne siamo a conoscenza. Molti di noi – si legge ancora sul blog del Liberatorio – hanno vissuto in ‘prima linea’ negli anni ’90 e sanno cosa è accaduto in città grazie alla sottovalutazione dei fenomeni di micro e macrocriminalità, non solo da parte di certa parte politica, ma anche delle forze dell’ordine che ritenevano, allora, la situazione molfettese non allarmante rispetto a tanti altri comuni della provincia di Bari”.
Insomma, per D’Ingeo la realtà è che Molfetta sta attraversando “un momento di grande degrado morale e civile dove trovano terreno fertile micro e macro-criminalità”.
Intanto, resta un invito rivolto all’Associazione Antiracket Provinciale “ad occuparsi della realtà molfettese organizzando conferenze pubbliche in orari più consoni alla partecipazione dei cittadini in modo che ci si possa confrontare pubblicamente sui temi della criminalità locale”.
 
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Una piccola nota a margine di questo articolo senza firma apparso su Barisera del 27 ottobre 2010. Ci sembra imprecisa e fuorviante l'informazione data a proposito della situazione molfettese e in particolare di un fantomatico  "convegno – intitolato “Mafia in Puglia” – che il presidente dell’associazione provinciale Antiracket Antimafia ha tenuto insieme con il console generale di Germania a Napoli, Christian Much". Si tratta invece di un incontro svolto alle 14.30 del pomeriggio, a porte chiuse e riservato alla stampa. Le poche informazioni conosciute sono state portate fuori da qualche giornalista affamato, vista l'ora. Non c'è mai stato un manifesto cittadino o qualsivoglia invito che favoriva la partecipazione dei cittadini. Del resto l'associazione Antiracket molfettese e provinciale ci ha abituati a questo tipo di iniziative. Evidentemente l'attività principale della stessa è quella di costituirsi parte civile nei vari processi di usura sparsi un po' ovunque in provincia e in regione forse per dar lavoro agli avvocati che ne fanno parte. Per il resto l'attività dell'associazione è sconosciuta ai cittadini e nè si conoscono iniziative di denuncia e proposte per la crescita della cultura della legalità.

Caro estinto, Spagnoletti condannato a quattro anni e sei mesi

Ieri la sentenza del tribunale di Trani. Condanne anche per Di Fronzo (3 anni e 6 mesi), Samarelli (3 anni e 4 mesi) e Bovenga (tre anni). Assolti i medici De Gennaro, Dragone, Massari e Pansini

 

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Quattro condanne e quattro assoluzioni.

La sentenza del processo sul presunto “sistema” tra agenzie funebri, infermieri dell’ospedale e medici curanti è stata emessa ieri nel tribunale di Trani dopo poco più di un’ora di camera di consiglio.

Giuseppe Spagnoletti, titolare dell’agenzia funebre “La Cattolica” è stato condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione. Tre anni e sei mesi per il suo dipendente Michele De Fronzo; tre anni e quattro mesi per l’operatore coordinatore professionale Vincenzo Samarelli e tre per il suo collega Domenico Bovenga.

I quattro beneficeranno di uno sconto di pena di tre anni per effetto dell’indulto.

La condanna è stata estesa al pagamento delle spese processuali e all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici.

Sono stati assolti «perché il fatto non sussiste» i medici convenzionati Vito De Gennaro, Isabella Dragone, Luigi Massari ed Enrico Pansini. Erano stati accusati di falso ideologico.

Si chiude così il primo grado del processo che ha preso il via da indagini condotte dai carabinieri del Comando Provinciale di Bari nel 2006 e visto coinvolti agenzie funebri, infermieri e medici locali, considerando l’esito dell’udienza preliminare in cui tra patteggiamenti e riti abbreviati erano stati condannati in undici.

Il collegio (Carone, Gadaleta, Messina) non ha riconosciuto l’associazione a delinquere per Spagnoletti, assolvendolo dal primo capo di imputazione.

E trasmesso gli atti al pm Ettore Cardinali per eventuali provvedimenti di competenza nei confronti di Maurodomenico Befo, imprenditore anch’egli nel settore delle onoranze funebri.

La motivazione della sentenza sarà depositata entro novanta giorni.

Caro estinto, il Pm chiede 4 anni e 6 mesi per Spagnoletti

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Condanne da 18 mesi a 5 anni. Sono state richieste ieri dal pubblico ministero della procura di Trani Ettore Cardinali nel processo che vede alla sbarra Giuseppe Spagnoletti, Michele Defronzo, Vincenzo Samarelli, Domenico Bovenga, Vito De Gennaro, Isabella Dragone, Luigi Massari ed Enrico Pansini.

Sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio, falso ideologico, corruzione, concussione e peculato.

Secondo la procura, vi sarebbe stato una sorta di “sistema” mirato all’eliminazione della concorrenza che contava sull’appoggio all’interno dell’ospedale di Molfetta di personale paramedico che segnalava i decessi, oltre che di medici di base compiacenti o disattenti, che stilavano certificati di morte basandosi sulle indicazioni di rappresentanti delle agenzie funebri.

Gli inquirenti hanno anche analizzato i presunti casi di pazienti ormai deceduti dimessi per essere trasportati in casa, dove la morte era poi accertata dal medico di famiglia e poi dalla Ausl.

Una cinquantina gli iniziali indagati, giunti in otto al dibattimento dopo che l’udienza preliminare si era chiusa con otto condanne, tre patteggiamenti e un’assoluzione (dettagli nella colonna a destra). Nessuno ha scontato la pena beneficiando dell’indulto.

Al termine della requisitoria, la procura ha richiesto per il titolare dell’agenzia funebre “La Cattolica” 4 anni e 6 mesi di reclusione. Quattro gli anni per il suo dipendente Defronzo e per uno dei due infermieri: 5 per il collega Samarelli. Per i quattro medici convenzionati sono state chieste pene per 18 mesi (Massari e Pansini), 2 anni (Dragone) e 2 anni e 6 mesi (De Gennaro).

Cardinali ha ripercorso le indagini compiute dai carabinieri del comando provinciale di Bari, per mezzo anche di intercettazioni, filmati video e perquisizioni, scaturite dalla denuncia di Mauro Domenico Befo, concorrente di Spagnoletti nel campo delle onoranze funebri.

Nell’udienza di ieri hanno trovato spazio anche le prime due arringhe difensive. In rappresentanza dei medici Massari e Pansini, l’avv. Bepi Maralfa ha sottolineato come nel caso dei suoi assistiti ci si trovi di fronte a un processo privo di prove che attestino tempi e modi della corruzione contestata. Sarebbe assente qualsiasi riscontro, anche dopo l’analisi delle intercettazioni, di un presunto patto di questi ultimi con l’imprenditore che provi, dunque, una «bilateralità del rapporto».

Pertanto il legale ha richiesto per i “camici bianchi” l’assoluzione «perché il fatto non sussiste» per entrambi i reati di falso e corruzione.

L’udienza è stata aggiornata al 13 maggio. Saranno ascoltate le arringhe dei difensori degli altri sei imputati.

“Caro estinto”, sentenza vicina

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Ascoltati mercoledì gli ultimi testimoni della difesa. Il 17 marzo la discussione Si è chiusa la fase istruttoria del processo sui presunti intrecci tra infermieri, medici e agenzie di onoranze funebri molfettesi. Chiamati a rispondere dal pubblico ministero Ettore Cardinali, a vario titolo, di associazione per delinquere, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio, falso ideologico, corruzione, concussione e peculato sono Giuseppe Spagnoletti, titolare dell’agenzia funebre “La Cattolica”, il suo dipendente Michele Defronzo, i due operatori coordinatori professionali Vincenzo Samarelli e Domenico Bovenga, e i medici convenzionati Vito De Gennaro, Isabella Dragone, Luigi Massari ed Enrico Pansini.
Nell’udienza celebrata mercoledì nel tribunale di Trani hanno deposto gli ultimi cinque testi a discarico: tre parenti di altrettanti defunti, una dipendente comunale e l’ex moglie dell’infermiere Giovanni Caputi, condannato nell’udienza preliminare dello scorso giugno a 2 anni e 6 mesi di reclusione (pena patteggiata).
Confermate anche dai tre congiunti sia le motivazioni di scelta dell’agenzia funebre “La Cattolica” «avvenuta liberamente», che la modalità di accertamento della morte del defunto, costatata a domicilio dal medico curante. Non sarebbero intercorse inoltre telefonate tra l’agenzia funebre e Caputi in servizio all’ospedale: è quanto ha dichiarato l’ex moglie dell’operatore professionale nella sua deposizione. Le modalità burocratiche che di norma precedono la sepoltura sono state infine illustrate nel dettaglio dalla dipendente del comune. Si dovrà attendere al 17 marzo per la discussione delle parti.
La sentenza del “Caro estinto” è vicina.

Messaggio di fine anno e un po’ per il nuovo

di Matteo d’Ingeo

Ancora una volta il sindaco senatore presidente di Molfetta, Antonio Azzollini, si è lasciato rapire da Internet e dalle nuove tecnologie della rete e per la seconda volta è apparso on-line sul sito ufficiale del Comune di Molfetta in un video trasmesso anche dai network locali.
Un messaggio di fine anno un po’ più dimesso rispetto a quello del 2008 non solo per l’assenza di immagini che arricchivano le sue parole ma anche nel look è apparso trasandato. Mentre l’annuncio in rete e nei manifesti in città lo ritraevano in giacca blu, cravatta e ben pettinato, il sindaco si è presentato ai suoi concittadini nel suo consueto abito dai colori spenti, senza cravatta e pensieroso in volto.
Forse il travestimento era funzionale all’ennesimo discorso sul risanamento del bilancio comunale, rigoroso, serio, trasparente, che consentirà presto di tornare a fare investimenti e ad avere ancora un po’ più di spesa per le fasce deboli della nostra città. Sono cose che ascoltiamo da anni ma ancora non si sono visti i fatti. L’anno scorso, il sindaco, aveva espresso un desiderio luminoso, ricordate: “… il mio desiderio è che un raggio di luce possa entrare in tutte le famiglie della nostra città e che si avvertano il meno possibile i morsi della crisi economica…”.
Ebbene, gli unici raggi entrati nelle case dei molfettesi furono, come è stato già detto, l’azzurro dei lampeggianti delle forze dell’ordine, dei mezzi di soccorso e dei fragori del tritolo; e non è passato giorno, che non ci fossero auto incendiate, senza parlare dei cassonetti incendiati o degli atti vandalici.
Questi sono i fatti, mentre si continuava e si continua a sostenere di aver migliorato la vivibilità e la sicurezza in città.
I molfettesi, invece, in queste festività hanno goduto, è un modo di dire, per un’eccellente iniziativa di questa amministrazione per cui veramente le case di ogni quartiere si sono illuminate.
Lo ha dichiarato con soddisfazione l’assessore al Marketing Territoriale, Giacomo Spadavecchia: 

«Per la prima volta Molfetta si presenta interamente illuminata con un impianto unico ed omogeneo… le reazioni dei molfettesi sono state immediatamente positive, in tanti mi hanno fatto notare che quest’anno Molfetta è la città più illuminata e bella della provincia. Ma il nostro obiettivo è anche quello di rilanciare lo shopping di prossimità offrendo un’immagine della città più accogliente e gradevole, realizzando così luoghi di aggregazione come alternativa ai centri commerciali; le luminarie creano una scenografia fatta di luce e colori ma rappresentano anche un investimento che anticipa l’idea del grande Ipermercato all’Aperto. Crediamo in questa strategia che punta al rilancio del commercio attraverso la realizzazione di un ambiente fisico e un contesto di vivibilità affinché diventino il vero valore aggiunto per questa categoria. Stiamo lavorando per mettere a punto un quadro generale che tocchi temi decisivi come l’arredo e la viabilità: iI progetto esecutivo è giunto ormai a una fase avanzata e sarà approntato già a partire dal 2010…».

Non tutti i cittadini sanno che questa grande iniziativa del sindaco e dell’assessore al marketing è costata alle casse comunali ben 41.000 euro escluso l’IVA e l’erogazione dell’energia elettrica. Le motivazioni contenute nella delibera di Giunta n. 334 del 14.12. 2009, con cui si è concesso questo contributo alla Molfetta Shopping, associazione delegata dalle associazioni di categoria a collaborare con l’azienda installatrice sono state queste: “… per attivare dinamiche di attrazione atte al rilancio del commercio in città onde contrastare il fenomeno che vede i centri commerciali i siti privilegiati per lo shopping; che la concezione a cui affidare la possibilità di favorire lo shopping natalizio in città è quella di rendere le strade punto di aggregazione, offrendo ai visitatori ed ai cittadini l’immagine di una città gradevole, accogliente e luminosa…”.

E’ inutile commentare queste motivazioni, sicuramente il sindaco nel prossimo messaggio augurale ci relazionerà sui benefici che questo importante atto amministrativo avrà portato ai commercianti e ai cittadini molfettesi. Ci piacerebbe sapere anche il nome della fortunata ditta che a trattativa privata ci ha illuminato i cuori e le strade per la modica spesa di 41.000 euro.

Ma non è tutto. Chiediamo da anni di organizzare in Piazza Paradiso un evento culturale di richiamo turistico, almeno il 31 dicembre, in modo da occupare simbolicamente il territorio obbligando le forze dell’ordine a presidiare la Piazza e le strade limitrofe, e invece niente. Anche per questo capodanno assisteremo al penoso e incivile spettacolo realizzato da “esplosivi attori” e “sputafuoco” di strada.

L’elenco delle cose non fatte e di quelle fatte male in questo 2009 lo faremo in un altro momento, parleremo dei lavori del nuovo porto, parleremo della nuova zona industriale, parleremo dello sminamento degli ordigni bellici, parleremo dei rinvii a giudizio di assessori dei processi in corso per voto di scambio, ecc, ecc; oggi ci preme ricordare ciò che ha distinto questa amministrazione comunale per inefficienza, gravi omissioni e cattiva gestione del territorio. E’ stato presentato il 24 dicembre u.s. l’ennesimo ed ultimo esposto sull’occupazione abusiva di strade e marciapiedi da parte di noti commercianti ambulanti. Lo denunciamo ancora a voce alta; questa amministrazione e quella precedente, che è sempre targata Azzollini, hanno permesso ad alcune famiglie di commercianti di occupare la città, speriamo non a fini elettorali; questa sì che è la vergogna di questa città con cui il sindaco non ha il coraggio di confrontarsi. Il sindaco e i suoi preposti non hanno il coraggio di smantellare ciò che loro hanno creato perché, a Molfetta, chiamarsi Andriani, Magarelli, Fiore, De Bari oppure Diniddio o essere stato componente di una delle famiglie che negli anni ’90 ha tenuto in scacco l’intera città con lo spaccio della droga, è un merito e gli uffici giudiziari raccomandano alle istituzioni locali di favorire il loro reinserimento nel mondo del lavoro.
Nulla da eccepire contro questa raccomandazione, lo abbiamo detto tante altre volte, ma offrire un’opportunità lavorativa non deve rappresentare per questi signori un motivo per ignorare le regole della civile convivenza, rendere indecorosa la zona che occupano e con arroganza raddoppiare e o triplicare l’occupazione del suolo pubblico senza pagare la tassa per l’occupazione del suolo pubblico. Il sindaco, il comandante della Polizia Municipale e certi agenti di polizia questo lo sanno, ma nonostante l’annuncio di controlli a tappeto contro l’abusivismo questi signori sono sempre al loro posto da anni e ancora oggi. Certi Agenti di polizia municipale non vanno in giro a stanare e multare recidivi abusivi che da anni occupano marciapiedi e strade in palese violazioni al codice della strada o a fermare bulli di periferia che scorrazzano senza casco esibendosi in pericolose e acrobatiche evoluzioni su moto, oppure falsi invalidi che occupano abusivamente le zone blu o le zone riservate ai veri disabili; macchè, i nostri agenti invece lasciano sul parabrezza di qualche malcapitato automobilista che ha parcheggiato in via Di Vagno, una strada di periferia larghissima a doppio senso di marcia, una multa di 38.00 euro per “SOSTA CONTROMANO”.

Il Comandante della Polizia Municipale, prontamente interpellato, stenta a credere che un suo agente abbia emesso una simile multa interpretando, molto liberamente, il comma 2 dell’art. 157 del codice della strada che così recita: “Arresto, fermata e sosta dei veicoli:
"Salvo diversa segnalazione, ovvero nel caso previsto dal comma 4, in caso di fermata o di sosta il veicolo deve essere collocato il piu’ vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia. Qualora non esista marciapiede rialzato, deve essere lasciato uno spazio sufficiente per il transito dei pedoni, comunque non inferiore ad un metro. Durante la sosta, il veicolo deve avere il motore spento”.

Viene spontaneo chiedersi come certi agenti non interpretano allo stesso modo il codice della strada per tutti i cittadini, per tutte le autovetture parcheggiate “contromano” e in tutte le strade cittadine a doppio senso di marcia? Eppure lo stesso agente come altri passano quotidianamente da via Baccarini, via Ten. Fiorino oppure via Cap Magrone, o da tante altre strade cittadine da sempre interessate alla sosta contromano. Perché l’Agente X in servizio di pattugliamento in via Di Vagno, oltre a multare la “sosta contromano” non ha multato il commerciante ortofrutticolo che in violazione al codice della strada occupa strada e marciapiede in virtù di una discutibile autorizzazione rilasciata in prossimità di una centralina di controllo del gas. Nessun agente municipale ha mai fatto rimuovere una struttura in ferro presente da mesi nei pressi dello stesso commerciante che occupa il sito stradale. Carissimi concittadini se non avete come cognome Andriani, Fiore, Magarelli o De Bari fatevelo regalare dalla prossima Befana, a Molfetta può essere utile.

L’ultimo pensiero è rivolto al sindaco senatore presidente Azzollini; è diventata una moda rivolgere dieci domande a chi governa e noi lo abbiamo già fatto nel 2008, in tempi non sospetti, e lo facciamo ancora oggi, sperando che il sindaco non voglia rispondere, così come ha fatto il suo presidente Berlusconi, attraverso un libro di qualche suo suddito, noi ci accontentiamo di una risposta pubblica. Più che domande sono delle richieste che in un anno non hanno avuto risposte e molte delle quali sono state accompagnate da dettagliati esposti:

1) Si faccia promotore presso il Governo di qualche azione istituzionale atta a bloccare la ricerca di petrolio sul litorale pugliese nei 7 punti di prospezione tra cui la città di Molfetta. Nei nostri fondali non c’è petrolio e le prospezioni sismiche a colpi di proiettili ad aria (tecnicamente air gun) comprometterebbero ancora di più il fragile ecosistema del nostro mare già distrutto dall’alga tossica, bombe chimiche e navi di veleni.

2) Si chieda al Governo di poter interrompere i lavori per la costruzione del nuovo porto e di utilizzare i finanziamenti già stanziati per risanare lo specchio d´acqua del litorale di levante per liberarlo dalle migliaia di bombe all´iprite che stanno minacciando seriamente la nostra vita e quella delle nuove generazioni. A che servirebbe un nuovo porto commerciale a Molfetta se la vita dei suoi cittadini e la sua economia è ad alto rischio per la morte del proprio mare?

3) Si presenti spontaneamente ai giudici del Tribunale di Trani e riferisca loro com’è stata costruita la Centrale Powerflor, così come ha fatto pubblicamente a Bisceglie nel luglio u.s.

4) Si metta mano, da subito, al piano delle coste, prima dell’estate, smantellando tutto ciò che di abusivo è stato costruito fino ad oggi dalla prima Cala a Torre Gavettone.

5) Si predisponga la revisione del Piano Comunale per la Disciplina del Commercio su aree pubbliche, nella parte riguardante le autorizzazioni ambulanti e l´occupazione del suolo pubblico. Eliminare la presenza di ambulanti nel Centro Urbano in un quadrilatero delimitato dalle vie Grittani, Calabrese, Amato, Cozzoli, Mezzina, Pomodoro, Baccarini, P.zza A.Moro, L.da Vinci, Fornari, Balice, Cagliero, G.De Candia, Viale Giovanni XXIII, S.Francesco d´Assisi, Vico 14° M.dei Martiri; promuovere nella restante parte della città e nelle zone d´espansione nuovi spazi urbani destinati al commercio fisso e itinerante con un costante controllo e repressione dell´abusivismo.

6) L´amministrazione si costituisca parte civile nell´eventuale procedimento penale a carico dei presunti usurai arrestati nei mesi scorsi, nel nuovo procedimento per voto di scambio, e nel processo contro l’assessore Palmiotti, per il grave danno d´immagine che la nostra comunità ha subito.

7) Si blocchi il procedimento per la costruzione del parcheggio interrato in Piazza Margherita di Savoia e si utilizzino i fondi per la costruzione di parcheggi all´entrata della città con servizi di navette veloci collegate al centro urbano e alla periferia. In questo modo si allontanerà il pericolo di aumentare l´inquinamento, già alto, da polveri sottili.

8) Si condivida la richiesta di riconoscimento di Gianni Carnicella come vittima di mafia e la riapertura del processo contro il suo assassino Cristoforo Brattoli che nel frattempo è stato condannato ancora una volta per altri reati.

9) Si denunci chi ha utilizzato fondi statali, destinati alla costruzione di opere pubbliche, per la costruzione di case private sul prolungamento di Via Aldo Fontana. Inoltre chiediamo al sindaco di spiegarci il perché l’amministrazione comunale non si è costituita parte civile lesa nel processo in corso a carico dei costruttori e direttore dei lavori delle palazzine ITALCO demolite solo dopo 7 anni dalla costruzione.

10) Si utilizzino i beni immobili confiscati ai mafiosi nostrani, e già assegnati al Comune nel 2001, per finalità sociali con bandi pubblici per la loro gestione e che il primo bene confiscato assegnato per scopi sociali sia intitolato al sindaco Gianni Carnicella caduto sotto il fuoco di quel mondo criminale a cui vogliamo sottrarre simbolicamente i beni accumulati anche sulla pelle di tanti giovani che negli anni ’90 sono morti per overdose nelle nostre strada e dimenticati da tutti.

Per questo fine anno è tutto, e in attesa che il sindaco Azzollini si iscriva a Facebook, rinnovo a Lui, e per il suo tramite a tutti i cittadini, gli auguri per un 2010 migliore, prospero di felicità, amore e civile convivenza.

"Caro Estinto", la testimonianza delle onoranze funebri.

A deporre sono stati chiamati Mauro Domenico Befo, tre impiegati dell’agenzia “La Cattolica” e un maresciallo dei Carabinieri autore delle indagini

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

È durata circa otto ore giovedì nel Tribunale di Trani la seconda udienza del cosiddetto processo “Caro Estinto”. Sul banco degli imputati Giuseppe Spagnoletti, titolare dell’agenzia funebre “La Cattolica”, il suo dipendente Michele Defronzo, i due operatori coordinatori professionali Vincenzo Samarelli e Domenico Bovenga, e i medici convenzionati Vito De Gennaro, Isabella Dragone, Luigi Massari ed Enrico Pansini.
Dovranno difendersi dalle accuse, a vario titolo, di associazione per delinquere, rivelazione edutilizzazione di segreto d’ufficio, falso ideologico, corruzione, concussione e peculato.

Il procedimento ha avuto origine da un’inchiesta condotta nel 2006 dai Carabinieri del Comando provinciale di Bari a cui si rivolse Mauro Domenico Befo, titolare di un’impresa di onoranze funebri per denunciare presunti intrecci tra infermieri e medici dell’ospedale di Molfetta e altre agenzie concorrenti .

E proprio Befo è comparso come teste davanti alla corte composta dai giudici Cesarea Carone (presidente), Lorenzo Gadaleta e Francesco Messina (a latere). Hanno testimoniato anche tre dipendenti dell’agenzia funebre “La Cattolica” (De Scisciolo, Angelantonio De Gennaro e Michele De Gennaro) e il maresciallo dei Carabinieri Brascia.

Nella deposizione durata all’incirca cinque ore, il maresciallo ha ripercorso le indagini condotte anche mediante intercettazioni telefoniche. Dalla sua testimonianza si è delineato il fitto sistema di rapporti tra alcuni infermieri dell’ospedale e l’agenzia di pompe funebri.
Quest’ultima, stando alle deposizioni, veniva contattata poco prima del decesso del paziente.

In riferimento alla posizione dei medici di base accusati – compiacenti o disattenti – di redigere certificati di morte basandosi sulle indicazioni dei rappresentanti delle agenzie, in alcuni casi dietro il pagamento di 25 euro, i tre dipendenti non sono riusciti a dare indicazioni né sulla presunta dazione di denaro, né sui tempi, né sui modi con cui sarebbe stata effettuata.

Nel corso del dibattimento è emerso quindi che i certificati di morte, seppur non rientranti nei loro doveri istituzionali degli accusati, non possono tuttavia essere considerati contrari ai doveri d’ufficio.

Il dibattimento è stato aggiornato al 23 dicembre. Prevista l’audizione degli ultimi testimoni del Pubblico Ministero Ettore Cardinali e l’esame di cinque della difesa (testi a discarico).

Le indagini
Le indagini, eseguite dall’Arma mediante intercettazioni telefoniche e filmati video, avevano portato nel giugno di quest’anno all’udienza preliminare, in cui il Pubblico Ministero Ettore Cardinali aveva chiesto il rinvio a giudizio per venti indagati e l’assoluzione con formula dubitativa per altri trenta.

Il presunto “sistema”
Secondo la Procura della Repubblica rappresentata dal pubblico ministero Ettore Cardinali, vi sarebbe stato una sorta di “sistema” mirato all’eliminazione della concorrenza.

Questo il meccanismo contestato dalla Procura: personale paramedico, all’interno del nosocomio, segnalava all’esterno decessi o ammalati in procinto di spegnersi contando sulla mancanza di obiezioni da parte dei congiunti riguardo alla scelta dell’agenzia funebre. Medici compiacenti o disattenti stilavano poi certificati di morte basandosi sulle indicazioni dei rappresentanti delle onoranze funebri.

In altri casi il paziente ormai deceduto veniva invece dimesso per essere trasportato in casa, dove la sua morte era poi accertata dal medico di famiglia e poi dalla Ausl. Operazione che, se effettuata in ospedale, sarebbe stata più lenta per via dell’attesa delle 24 ore prima della consegna della salma alla famiglia.

Scopo del presunto “sistema” era quello di eliminare la concorrenza. Tra le accuse formulate ad alcuni medici, quella di aver percepito 25 euro per redigere certificati di morte.

“Caro Estinto”, al via il processo.

Nell’udienza preliminare dello scorso giugno in otto furono condannati, tra infermieri, medici e operatori di pompe funebri. Il 10 dicembre Mauro Domenico Befo in aula.

di La Redazione – (www.molfettalive.it/…)

Ha preso il via ieri nel Tribunale di Trani il cosiddetto processo “Caro Estinto”. L’udienza preliminare dello scorso giugno si chiuse con otto condanne, un’assoluzione, tre patteggiamenti e otto rinvii a giudizio. 



L’azione giudiziaria segue l’inchiesta cominciata nel marzo 2006 e condotta daiCarabinieri del Comando provinciale di Bari. A rivolgersi ai militari fu Mauro Domenico Befo, titolare di un’impresa di pompe funebri per denunciare presunti intrecci tra infermieri e medici dell’ospedale di Molfetta e altre agenzie concorrenti.



Questo il meccanismo contestato dalla Procura: personale paramedico, all’interno del nosocomio, segnalava all’esterno decessi o ammalati in procinto di spegnersi contando sulla mancanza di obiezioni da parte dei congiunti riguardo la scelta dell’agenzia funebre. Medici compiacenti o disattenti stilavano poi certificati di morte basandosi sulle indicazioni dei rappresentanti delle onoranze funebri. 



In altri casi il paziente ormai deceduto veniva invece dimesso per essere trasportato in casa, dove la sua morte era poi accertata dal medico di famiglia e poi dalla Ausl. Operazione che, se effettuata in ospedale, sarebbe stata più lenta per via dell’attesa delle 24 ore prima della consegna della salma alla famiglia. 



Scopo del “sistema” era quello di eliminare la concorrenza. Tra le accuse formulate ad alcuni medici, quella di aver percepito 25 euro per redigere certificati di morte. 



Le indagini, eseguite mediante intercettazioni telefoniche e filmati video, avevano portato nel giugno di quest’anno all’udienza preliminare, in cui il Pubblico Ministero Ettore Cardinali aveva chiesto il rinvio a giudizio per venti indagati e l’assoluzione con formula dubitativa per altri trenta. 



Associazione per delinquere, rivelazione ed utilizzazione di segreto d’ufficio, falso ideologico, corruzione, concussione e peculato i reati contestati a vario titolo. 



Il patteggiamento era stato chiesto dall’operatore coordinatore professionale Giovanni Caputi (2 anni e 6 mesi di reclusione), Francesco Guardavaccaro, gestore della ditta di onoranze funebri “Padre Pio” (2 anni) e il medico necroscopo Anna Elisabetta Altomare (6 mesi convertiti in poco meno di 7mila euro di multa). 



Con rito abbreviato erano stati condannati: a 1 anno e 4 mesi di reclusione l’ausiliario socio sanitario Angelo Picca (assolto da altre accuse) e Giovanni De Nichilo (che da Picca avrebbe ricevuto cerotti e pannolini dell’ospedale); a 10 mesi il medico necroscopo Elio Massarelli; rispettivamente ad 8 e 6 mesi i dottori del reparto "Medicina" Teresa De Cesare e Fabio Luigi Ciannamea; a sei mesi Tiziana Guardavaccaro, titolare della ditta di onoranze funebri “Padre Pio”; a 1 anno i medici convenzionati con il Servizio Sanitario Regionale, Nunzio Fiorentini Cavallotti e Francesco Spezzacatena. 



Nessuno ha scontato la pena per via dell’indulto. 



Un altro medico necroscopo, Rosa Colamaria, era stata assolta. 



Ad essere rinviati a giudizio erano stati Giuseppe Spagnoletti, titolare dell’agenzia funebre “La Cattolica”, il suo dipendente Michele Defronzo, i due operatori coordinatori professionali Vincenzo Samarelli e Domenico Bovenga, e i medici convenzionati Vito De Gennaro, Isabella Dragone, Luigi Massari ed Enrico Pansini. 



Nel dibattimento di ieri sono state acquisite le intercettazioni e le videoriprese del Comando provinciale dei Carabinieri e fissato il calendario delle udienze. 



Il processo tornerà in aula il prossimo 10 dicembre. Davanti ai giudici Cesarea Carone (presidente), Lorenzo Gadaleta e Rossella Volpe (a latere) saranno ascolti cinque testimoni; quattro militari dell’Arma autori delle indagini e l’imprenditore di onoranze funebri Mauro Domenico Befo.

Intrecci pompe funebri e ospedale. Otto condanne tra cui 5 medici

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di Antonello Norscia (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Otto condanne (tra cui cinque medici) ed un’assoluzione col rito abbreviato. E ancora: 3 patteggiamenti e 8 rinvii a giudizio. Questo l’esito dell’udienza preliminare relativa all’inchiesta «Caro Estinto» che svelò un malaffare economico celato nei funerali di numerosi ammalati deceduti all’ospedale di Molfetta o dimessi perché terminali.

Dinanzi al gup del Tribunale di Trani, Grazia Miccoli ha dunque resistito l’impianto accusatorio imbastito dal pubblico ministero Ettore Cardinali, che nei mesi scorsi contestualmente alle 20 richieste di rinvio a giudizio chiese al gip l’archiviazione per un’altra trentina di indagati, per alcuni con formula dubitativa.

Il 16 marzo 2006 l’indagine, basata anche su intercettazioni, sfociò in sette arresti. Col formale atto d’imputazione il pm Cardinali, a seconda delle singole presunte responsabilità, contestò, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, rivelazione ed utilizzazione di segreto d’ufficio, falso ideologico, corruzione, concussione e peculato. Il business funebre sarebbe stato collaudato. Per annientare la concorrenza bisognava giocare d’anticipo, con qualcuno che dall’interno dell’ospedale monitorasse le agonie, profittando del dolore dei congiunti che non avrebbero posto ostacoli alla scelta della ditta di onoranza funebri. Ciascuno avrebbe avuto un ruolo ben preciso: personale paramedico quali “vedette”, e dottori compiacenti, o perlomeno pigri, che redigevano certificati di morte senza constatare personalmente i decessi, basandosi sulle indicazioni fornite dai rappresentanti delle pompe funebri.

Alcuni medici avrebbero percepito 25 euro per la redazione dei certificati di morte. Per gli inquirenti, le imprese funebri fuori dal sistema perdevano una rilevante fetta dei decessi ospedalieri.

Hanno patteggiato la pena: l’operatore coordinatore professionale Giovanni Caputi (2 anni e 6 mesi di reclusione), Francesco Guardavaccaro, gestore delle onoranze funebri «Padre Pio» (2 anni) ed il medico necroscopo Anna Elisabetta Altomare (6 mesi convertiti in poco meno di 7mila euro di multa).

Condannati con rito abbreviato: l’ausiliario socio sanitario Angelo Picca (assolto però da altre accuse) e Giovanni De Nichilo (che da Picca avrebbe ricevuto pannolini e cerotti dell’ospedale) ad 1 anno e 4 mesi di reclusione; il medico necroscopo Elio Massarelli a 10 mesi; Teresa De Cesare e Fabio Luigi Ciannamea, entrambi dottori del reparto medicina, rispettivamente ad 8 e 6 mesi; Tiziana Guardavaccaro , titolare delle onoranze funebri «Padre Pio» a 6 mesi; i medici convenzionati con il Servizio Sanitario Regionale, Nunzio Fiorentini Cavallotti e Francesco Spezzacatena ad 1 anno.
Tutte le pene (sia da patteggiamento che da rito abbreviato) sono state però coperte dall’indulto. Il medico necroscopo Rosa Colamaria, difesa dall’avv. Pasquale Serrone, è stata assolta.

Rinvio a giudizio per Giuseppe Spagnoletti, titolare delle pompe funebri «La Cattolica», Michele Defronzo, suo dipendente, Vincenzo Samarelli e Domenico Bovenga, operatori coordinatori professionali, ed i medici convenzionati Luigi Massari, Enrico Pansini, Vito De Gennaro, Isabella Dragone. Il dibattimento inizierà l’8 ottobre davanti al Tribunale di Trani.

Tutto cominciò nel marzo 2006.  Così ne parlò la stampa
(www.diritticittadino.it/…)

Affari sulle onoranze al caro estinto Sette arresti, indagati 43 medici. Scoperto un giro di segnalazioni per monopolizzare il mercato Inchiesta a Molfetta, in manette infermieri e impresari funebri.

L’obiettivo era sbaragliare la concorrenza delle altre imprese funebri di Molfetta.

Per farlo, secondo la procura di Trani, Giuseppe Spagnoletti, titolare delle imprese funebri «Atof» e «La Cattolica» , aveva bisogno di sapere prima degli altri dei decessi in città. Cosa che avveniva grazie a quattro infermieri dell’ospedale cittadino, che provvedevano a segnalargli ( in cambio di denaro) tempestivamente i decessi ( avvenuti o imminenti) dei ricoverati.

Poi 43 medici compiacenti, alcuni in servizio all’ospedale, altri alla Asl e molti di base, provvedevano al disbrigo delle relative pratiche in maniera molto rapida, in modo da evitare che i familiari avessero il tempo di potersi rivolgere ad un’altra impresa funebre.

È quanto accertato, in cinque mesi di indagini, dai carabinieri del nucleo operativo di Bari che ieri hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare in carcere su disposizione del gip del Tribunale di Trani, Roberto Oliveri del Castillo, che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore Ettore Cardinali. I reati contestati, a vario titolo, sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, concussione, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, falso in atto pubblico e peculato. Oltre a Spagnoletti, in manette sono finiti un suo dipendente, Michele Defronzo, un altro imprenditore, Francesco Guardavaccaro, gli infermieri Giovanni Caputi, Domenico Bovenga, Vincenzo Samarelli e l’ausiliario Angelo Picca, tutti in servizio al reparto di Medicina dell’ospedale di Molfetta.

L’associazione per delinquere è contesta a Spagnoletti, Defronzo e ai quattro dipendenti dell’ospedale di Molfetta.
Questi ultimi sono accusati anche di rivelazione di segreti d’ufficio, poiché utilizzavano notizie riservate quali il decesso imminente o già avvenuto di persone ricoverate nel loro ospedale per loro scopi e in cambio erano «stipendiati» dagli imprenditori: per ogni decesso segnalato ricevevano in cambio somme comprese tra i 200 e i 250 euro a testa. Complessivamente, nei circa cinque mesi di indagine, i carabinieri avrebbero accertato una quarantina di segnalazioni. Si aggirava tra i 100 e i 200 euro, invece, la retribuzione dei medici, che avrebbero certificato le dimissioni dal proprio reparto di alcuni pazienti, facendoli risultare ancora vivi anche se in realtà morti. Lo scopo era consentire il trasporto della salma nell’abitazione della famiglia, in modo che i medici di base, a loro volta, avrebbero potuto compilare più speditamente il modulo relativo al decesso, e quelli della Ausl attestare rapidamente la morte del paziente. Tutte cose che, invece, non si potevano garantire lasciando i pazienti deceduti in ospedale, dove devono trascorrere 24 ore prima della consegna della salma. Per questo i 43 medici sono iscritti nel registro degli indagati della procura di Trani. L’altro imprenditore arrestato, Guardavaccaro, è un ex dipendente di Spagnoletti: una volta messo in proprio con l’impresa «Padre Pio» , avrebbe tentato di utilizzare lo stesso sistema del suo ex datore di lavoro, grazie alla collaborazione di uno dei quattro infermieri.

Ma il suo tentativo sarebbe durato poco, perché Spagnoletti lo avrebbe scoperto. Ad uno degli infermieri inoltre la procura contesta anche il peculato, perché nell’ambito delle indagini è emerso – attraverso videofilmati – che sottraeva prodotti farmaceutici e medicinali dai depositi dei vari reparti per rivenderseli. L’indagine è partita dopo la segnalazione di un operatore del settore delle pompe funebri che avevano denunciato l’esistenza del presunto «comitato d’affari» . Secondo gli investigatori, infine, le elargizioni di denaro a infermieri e medici venivano recuperate da Spagnoletti, facendole ricadere sui clienti dell’agenzia «La Cattolica» , ovvero i parenti dei defunti: in altre parole, i costi erano sostenuti direttamente dall’impresa, ma quando i parenti andavano a pagare materialmente il servizio funebre «La Cattolica» li recuperava attraverso sottofatturazioni. L’indagine dei carabinieri è partita dopo la denuncia di un operatore del settore Carmen Carbonara. Sono durate cinque mesi le indagini dei carabinieri del nucleo operativo di Bari.