Archivio mensile:dicembre 2010

L'anno che verrà. Le sfide e le incognite del 2011


italietta_copy_1di Roberto Morrione – www.liberainformazione.org

Cosa porta con sé l’anno che verrà? Nessuno può dirlo, in un’Italia incerta e divisa, dove la crisi politica si fonde con la crisi economica e sociale, dove la progressiva caduta di un sistema di potere con la sua incapacità e non volontà di fronteggiare enormi problemi irrisolti non trova una alternativa di governo unitaria e praticabile, dove l’opinione pubblica è condizionata da un’informazione incapace di liberarsi da condizionamenti e vuoti di memoria. E dove si profilano minacce dal sapore eversivo, che hanno ancora di mira una giustizia eguale per tutti e richiamano in modo inquietante le fiamme finali quasi profetiche del Caimano di Nanni Moretti.
Se un’Italia delusa, emarginata, impoverita, affida ogni giorno individuali drammi esistenziali e il suo futuro collettivo alla saggezza del Capo dello Stato, che appare un’isola di certezza in un mare scuro e periglioso, siamo davvero all’ultima stazione di un percorso che, almeno per ora, non trova sbocchi.

In una situazione di così pesanti inquietudini, per coloro che hanno scelto la strada dell’impegno civile contro ogni forma di sopraffazione criminale, l’anno che verrà vuol dire alcune parole semplici, ma non usurate, quali libertà, eguaglianza, etica, solidarietà, responsabilità, partecipazione, giustizia, memoria, speranza. Sono  valori  gelosamente affermati dalla nostra Costituzione, le parole-chiave di ogni vera democrazia. Ciascuna ha dentro di sé un patrimonio di storia, cultura, testimonianze, sacrifici, lotte sociali, spesso percorso dal sangue per difenderle dall’arroganza che anima un potere autoreferenziale,  nemico di ciò che ostacola il profitto e un sistema di privilegi senza morale, ostile a ogni regola di legalità, cioè a una legge eguale per tutti.

In un Paese dove il 10 per cento della popolazione concentra il 50 per cento della ricchezza  nazionale, l’anno che verrà ci chiama a non dimenticare gli ultimi, gli esclusi. Che abbiano il volto sofferente degli immigrati respinti da leggi vergognose condannate dalle istituzioni internazionali, come il grido disperato degli operai senza lavoro di fronte a una globalizzazione che nasconde corruzione e profitto sulla loro pelle e sul destino delle imprese italiane o la protesta dei giovani espulsi dal mondo formativo, dei ricercatori e degli insegnanti precari costretti a portare altrove e all’estero il proprio sapere o di chi ha naturali predisposizioni sessuali non omogenee ai conformismi politici e religiosi imperanti, oggi oggetto di discriminazione e odiosi atti razzisti.

Come delle donne e degli uomini vittime ogni giorno della malasanità o costretti a vivere nell’incubo delle frane e delle inondazioni frutto di speculazione e della distruzione del patrimonio paesaggistico e agricolo o dei tanti operatori della cultura e del patrimonio artistico, insostituibile risorsa della nazione, annientati dalla visione barbara e nichilista di chi afferma (mentendo) che “tanto con la cultura non ci si sfama”!

Nell’anno che verrà si dirà una parola finale alla tragedia della rottura sindacale, del diktat ricattatorio del grande manager internazionale della Fiat che ha cancellato di colpo le faticose conquiste del lavoro rappresentate dal contratto nazionale dei metalmeccanici, mettendo all’angolo la Confindustria ed escludendo dalle trattative il più grande sindacato dei lavoratori. Le sorti di Termini Imerese e Mirafiori diventano solo merce di scambio, nella passività di un governo assente o più facilmente complice.

Ed è ancora per mantenere fede a quelle parole che la società civile responsabile è chiamata nell’anno che verrà a intensificare la propria azione in difesa degli ultimi, a partire dal percorso di Libera e, per quanto riguarda la grande battaglia della libertà di stampa, di noi di Libera Informazione. Tanti e significativi i problemi che troveremo di fronte. La campagna contro la corruzione che Libera sta realizzando insieme con Avviso Pubblico, per attuare le direttive europee e le norme, previste dalla Finanziaria del 2007, per la confisca e l’uso sociale dei beni sottratti ai corrotti, la Carovana che dal Sud al Nord ormai invaso dall’economia criminale riciclata chiamerà istituzioni e opinione pubblica a battersi contro l’avanzata delle mafie, fino al buon funzionamento della nuova Agenzia per l’uso sociale dei beni confiscati su cui si è impegnato il ministro dell’Interno.

Toccando a marzo Potenza nel primo giorno di primavera, per ricordare le vittime innocenti delle mafie, stringersi attorno ai loro familiari, denunciare inadempienze, complicità del potere, indifferenze ed estraneità di tanti italiani ancora ignari di questo problema, soprattutto per l’uso di regime dei principali veicoli televisivi dell’informazione. E verranno i campi estivi nelle cooperative di Libera Terra, dove migliaia di ragazzi del Centro e del Nord Italia vivranno direttamente esperienze vere, di conoscenza, di memoria trasfusa nell’impegno sociale e culturale, anche ricordando quell’Italia unita, risorgimentale, ma resa attuale dalla Carta Costituzionale pilastro della Repubblica, che tanti vorrebbero oggi ignorare o addirittura spezzare.

Nell’anno che verrà, infine, Libera Informazione intensificherà la sua azione nei territori, nel Sud ed anche in tante regioni del Centro-Nord, sul web, con materiali stampati e multimediali, aprendosi ancora di più ai contributi dei siti liberi, dei blog, di web-radio locali, dei tanti giovani che superano l’inesistenza di risorse, l’ostilità e le minacce dei poteri mafiosi e della “zona grigia” che li appoggia, la solitudine di chi va controcorrente. Oltre alle convenzioni che cercheremo di moltiplicare con amministrazioni consapevoli dei pericoli  rappresentati dall’offensiva economica mafiosa, lavoreremo insieme con le rappresentanze dei giornalisti  per cambiare profondamente l’iniqua legge sulla diffamazione che, attraverso strumentali richieste di risarcimento civile, è usata oggi come una pistola alla tempia di chi si cimenta in inchieste e cronache sul malaffare e la corruzione. Saranno ancora una volta i territori il terreno più diretto dell’azione, costituendo comitati di appoggio e assistenza anche legale che non lascino sole le vittime documentate di querele e liti temerarie. 

L’anno che verrà dovrà essere dunque un anno di risveglio e di riscossa per l’informazione, che va finalmente riscattata dai tanti condizionamenti, vuoti e debiti etici che pesano sullo stato e sul futuro della nostra Italia alla ricerca dell’identità.

 

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Il Wwf denuncia: sempre meno alberi e più cemento

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«Ancora una volta il Wwf Molfetta è costretto ad evidenziare la cattiva gestione del verde pubblico nella nostra città». Si apre così il comunicato dell'associazione del panda su un caso segnalato da diversi cittadini: da qualche settimana dallo spartitraffico tra via Nicolò Piccinni e via Ruggero Leoncavallo, è scomparso un esemplare di tamerice di circa sessant’anni

«Qualcuno dirà che l’intervento è stato determinato da ragioni di pubblica incolumità, che l’albero era malato – dichiara l'associazione ambientalista -. Per chi ha dimestichezza con internet, basta verificare su Google Maps la foto dell’area in questione (datata 2009) in cui la tamerice appare in perfetta salute». 

Il Wwf si chiede: se l’albero ha ricevuto una continua manutenzione, perché non si è provveduto a curarlo per tempo? E, soprattutto, perché l’albero abbattuto non è stato sostituito con un esemplare sano? 

«Al danno – continua il comunicato – si è unita la beffa: l’aiuola che ospitava la tamerice è stata ricoperta di cemento». Così come accaduto nella zona 167 dinanzi a un esercizio commerciale, fa notare il Wwf.

«Nel caso di via Piccinni, lo spazio ricavato dal taglio della tamerice, attualmente viene occupato da un fruttivendolo presente in zona. E ancora, chi decide quando procedere al taglio di uno o più alberi? Passano i mesi ma a domande simili non si ottiene risposta». 

Il Wwf si riserva di procedere con una denuncia contro ignoti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trani per danneggiamento di bene pubblico. 

«Non si può continuare a sprecare denaro pubblico, danneggiando ambiente e contribuenti», ha commentato il responsabile del Wwf Molfetta, Pasquale Salvemini.

Colpo alla Sacra Corona Unita, 28 arresti. "Così agisce e uccide la mafia di Puglia"

192606278-0878c465-50f2-41ca-adee-c2b5fc372f42di SONIA GIOIA –  bari.repubblica.it

"La più importante operazione di polizia messa a segno negli ultimi dieci anni", con queste parole il questore di Brindisi Vincenzo Carella ha commentato la maxi retata che ha portato al fermo di ventotto indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Nove dei provvedimenti, ad altrettanti capi storici della mafia brindisina che aveva riannodato le fila tenendo sotto scacco il territorio, sono stati notificati in carcere. Tredici sono gli affiliati a piede libero arrestati, mentre altre sei sono ancora latitanti. Sono state le dichiarazioni del pentito Ercole Penna, 36 anni, a permettere il giro di vite delle indagini su vecchi e nuovi fatti di sangue. Il nome di Penna, detto Linu lu biondo, è una delle costole del quadrumvirato costituito da Massimo Pasimeni, Antonio Vitale e Daniele Vicientino a cui si attribuisce la rifondazione della quarta mafia salentina, nata sotto le insegne di Sacra corona libera dalle ceneri della Sacra corona unita, dopo la decapitazione del clan fondato da Pino Rogoli. Il collaboratore di giustizia ha svelato l'esistenza di due gruppi di fuoco l'uno contro l'altro armati per il controllo del territorio, antefatto che potrebbe spiegare da qui a breve i retroscena degli ultimi fatti di sangue a Francavilla Fontana, tre omicidi in tre mesi. Delitti per i quali si è tenuto nella Città degli Imperiali un vertice antimafia cui hanno partecipato il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano, il procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia Cataldo Motta, il direttore della Direzione centrale anticrimine, Francesco Gratteri, e il vicecapo della polizia e direttore centrale della polizia criminale, Francesco Cirillo.

Il caso Ganzer al vertice antimafia 
All'incontro era atteso anche il comandante dei Ros, Gianpaolo Ganzer, condannato a 14 anni per traffico internazionale di droga e che, dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza, ha disertato l'appuntamento. "E' un ufficiale dei carabinieri di straordinario valore – ha detto in proposito Mantovano – a cui tutti gli italiani dovrebbero essere grati per il lavoro che fino a questo momento ha svolto con risultati che sono sotto gli occhi di tutti". "Io sono certo – ha aggiunto – che quello che è accaduto nel giudizio a cui è stato sottoposto non sarà l'ultima parola che riguarderà la sua figura. Vi è stata, nel giudizio in cui è stato imputato, una lettura in chiave criminale di attività sotto copertura che sono sempre 'border line'. Spiace constatare che siano state lette in questo modo". A Mantovano è stato anche chiesto se Ganzer potrà restare al suo posto. "Questa – ha risposto – non è una scelta che dipende dalla mia opinione. Io posso esprimere soltanto un auspicio sulla base del grande valore dell'ufficiale e dei risultati che ha raggiunto".

Il memoriale del pentito: "La mafia si autorigenera continuamente"

Il collaboratore di giustizia dalla cui rivelazione sono partite le indagini e scaturiti gli arresti, ha cominciato a parlare il 9 novembre scorso, alla vigilia della sentenza che sembrava avere chiuso il capitolo giudiziario inaugurato con la operazione Mediana, che nel 2001 portò all'arresto di 167 persone. Penna è stato condannato con sentenza definitiva a tredici anni di carcere per 416 bis quattro giorni dopo. Dal carcere di Monza dove era già recluso ha chiesto di incontrare il procuratore Motta, dando la stura a racconti che vanno dall'inizio del nuovo millennio fino ai giorni nostri. Il pentito, già sottoposto a programma di protezione, ha scritto di suo pugno, un memoriale di 42 pagine, ricordi affidati ad un taccuino che promettono di riscrivere la storia della mafia pugliese in generale e salentina in particolare. A cominciare da un omicidio, quello di Ezio Pasimeni avvenuto l'8 giugno 1998, di cui Lu biondu oggi si autoaccusa, delitto per il quale era stato assolto in primo e secondo grado. Le memorie di Penna, confermate da altri quattro pentiti, confermano la tesi di Motta, ribadita a caldo del blitz: "La criminalità è eternamente capace di autorigenerarsi, e non esiste operazione di polizia che possa debellare del tutto i fenomeni mafiosi".

La guerra tra clan 
Secondo le rivelazioni dell'ultimo collaboratore di giustizia, il territorio di Brindisi e provincia era controllato da due clan, il primo dei quali non ha mai reciso definitivamente i legami con Rogoli, detenuto in 41 bis, che fanno capo Salvatore Buccarella e Francesco Campana, operativo su Brindisi città e Tuturano. Il gruppo rivale faceva capo invece ai sodali di sempre di Ercole Penna, i mesagnesi Antonio Vitale e Massimo Pasimeni. Ciascuno dei due contava sul sostegno di capi zona attivi nelle città di tutta la provincia, Villa Castelli, Cellino San Marco, Latiano, Torre Santa Susanna, Mesagne e naturalmente Francavilla Fontana. Gli ultimi delitti, costellati da attentanti dinamitardi, estorsioni ai danni degli esercizi commerciali, usura e traffico di stupefacenti, rientrano nelle logiche di spartizione del territorio dei due clan, contesa tuttora aperta. Come aperto resta il memoriale del pentito, che promette nuovi capitoli e nuove, sconcertanti rivelazioni.

Vecchi affari e nuove dinamiche 
"Da un po' di tempo evitiamo i rituali di affiliazione di persone che hanno disponibilità economiche per evitare che questo aspetto formale possa danneggiarli", dice Penna in una delle 42 pagine di memoriale, "io personalmente ritengo infatti antiquato e fuori tempo il rituale di affiliazione così come i movimenti di passaggio di grado". Il riferimento è a Giancarlo Capobianco, sodale ma non affiliato, ritenuto capozona di Francavilla Fontana, titolare di una società proprietaria di una catena di negozi per la vendita al dettaglio di articoli per la casa, in tutta la provincia, probabilmente attività di copertura per il riciclaggio del denaro, di cui Pasimeni e Penna erano soci occulti. Anche a San Michele Salentino, paese in cui a ottobre scorso, in un negozio di casalinghi che sarebbe stato inaugurato da lì a breve, è stato ucciso l'imprenditore 44enne Vincenzo Della Corte. Primo di tre omicidi commessi negli ultimi novanta giorni.

I 28 fermati sospettati di appartenere alla Scu

I destinatari dei provvedimenti di fermo di polizia giudiziaria sono, dunque, complessivamente 28. Di essi, 10 sono detenuti in carcere.
Si tratta di Martino Barletta (37 anni di Ceglie Messapica, ma residente a Villa Castelli),
Salvatore Buccarella (51 anni di Brindisi),
Sandro Campana (35 anni di Mesagne),
Domenico D’Agnano (42 anni di Carovigno, ma residente a San Pietro Vernotico),
Pasquale D’Errico (66 anni di Latiano),
Franco Locorotondo (36 anni di Mesagne),
Andrea Pagliara (26 anni di Mesagne),
Massimo Pasimeni (42 anni di Mesagne),
Raffaele Renna (31 anni di Mesagne, ma residente a San Pietro Vernotico) e
Antonio Vitale (42 anni di Mesagne).

La notifica del fermo è, invece, andata a buon fine nei confronti di 11 soggetti:
Lucio Annis (40 anni di San Pietro Vernotico),
Angelo Buccarella (32 anni di Mesagne, ma residente a Tuturano),
Antonia Caliandro (54 anni di Latiano, ma residente a Tuturano, moglie di Salvatore Buccarella),
Giancarlo Capobianco (47 anni di Francavilla Fontana),
Salvatore Capuano (41 anni di Francavilla Fontana),
Antonello Raffaele Gravina (42 anni di Mesagne),
Francesco Gravina (51 anni di Mesagne),
Benito Leo (51 anni di Brindisi),
Cosimo Leto (57 anni di Brindisi),
Cosimo Nigro (39 anni di Tuturano) e Elia Pati (35 anni di Mesagne, ma residente a Tuturano).

Dei sette che sono sfuggiti al fermo, due (Francesco Campana e Daniele Vicientino) sono latitanti da tempo, mentre cinque – Oronzo De Nitto (35enne di Mesagne), Vito Antonio D’Errico (42enne di Latiano), Antonio Centonze (42enne di Brindisi), Gaetano Leo (45enne di Francavilla) e Alessandro Monteforte (36enne di san Pietro) – erano già spariti al momento del blitz.

Il boss pentito inguaia la Scu

"Ganzer si accordò con narcotrafficanti". Le accuse dei giudici al generale

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Il generale Giampaolo Ganzer "non si è fatto scrupolo di accordarsi" con "pericolosissimi trafficanti". Lo scrivono i giudici di Milano nelle motivazioni della condanna a 14 anni per il comandante del Ros nel processo per presunte irregolarità nelle operazioni antidroga. "Il generale Gianpaolo Ganzer non si è  fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di droga garantendo loro l'assoluta impunità. Ganzer ha tradito per interesse lo Stato e tutti i suoi doveri tra cui quello di rispettare e fare rispettare la legge", scrivono i giudici del Tribunale, spiegando perché il 12 luglio scorso condannarono il capo del Ros dei carabinieri per traffico internazionale di droga in riferimento a operazioni sotto copertura.

Secondo i giudici dell'ottava sezione penale di Milano, presieduta da Luigi Caiazzo, il generale ''non ha minimamente esitato (…) a dar corso'' a operazioni antidroga ''basate su un metodo di lavoro assolutamente contrario alla legge, ripromettendosi dalle stesse risultati d'immagine straordinari per se stesso e per il suo reparto''. Il comandante dei Ros inoltre ''ha tradito, per interesse personale, tutti i suoi doveri, e fra gli altri quello di rispettare e far rispettare le leggi dello Stato''. I giudici oltre a Ganzer, avevano condannato altre 13 persone – a pene variabili dai 18 anni in giù – tra cui anche il generale Mauro Obinu e altri ex sottufficiali dell'Arma.

L'accusa aveva chiesto per Ganzer 27 anni di carcere, ma i giudici lo avevano assolto dall'accusa contestata dalla Procura di associazione per delinquere e lo avevano condannato per episodi singoli di traffico internazionale di stupefacenti.

Preoccupante personalità. Il generale Giampaolo Ganzer ha una ''preoccupante personalita''' capace ''di commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione'', spiegano ancora i giudici. Nel motivare la mancata concessione a Ganzer delle attenuanti generiche, il collegio scrive che le stesse attenuanti non possono essere riconosciute ''non solo per l'estrema gravità dei fatti, avendo consentito che numerosi trafficanti (…) fossero messi in condizioni di vendere la droga in Italia con la collaborazione dei militari e intascarne i proventi, con la garanzia dell'assoluta impunità, ma anche per la preoccupante personalità dell'imputato, capace di commettere anche gravissimi reati''. 

Nei panni di un distratto burocrate. Colpisce, si legge ancora nelle motivazioni, "nel comportamento processuale di Ganzer (…) che abbia preso le distanze da tutte le persone che, con il suo incoraggiamento, avevano commesso i fatti in contestazione". Il generale, secondo i giudici, si è trincerato "sempre dietro la non conoscenza e la mancata (e sleale) informazione da parte dei suoi sottoposti". Così, si legge ancora, per "sfuggire alle gravissime responsabilità" ha "preferito vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti".

Non c'è reato di associazione. Non si ravvisa, secondo i giudici, il reato di associazione per delinquere: "Non si ravvisa negli imputati l'intento di partecipare in modo stabile e permanente ad un programma comprendente la realizzazione di una serie indeterminata di reati, ma soltanto l'intenzione di eseguire alcune operazioni" che, tra le altre cose, avrebbero consentito loro di dare "lustro, davanti ai propri superiori e all'opinione pubblica, al corpo di appartenenza", scrivono i giudici per i quali "l'esistenza di reiterate deviazioni nell'ambito del Ros, ad opera di appartenenti al suddetto Raggruppamento" non è "sufficiente ad integrare" il reato associativo "in mancanza di un vincolo stabile tra gli imputati e della creazione da parte degli stessi di una seppur minima struttura finalizzata al raggiungimento di fini illeciti e criminosi". Il fatto che, spiegano i giudici, "si siano utilizzate le strutture dell'Arma dei Carabinieri realizza certamente un gravissimo abuso dei poteri e una gravissima violazione dei doveri che incombevano sugli imputati (…), ma non consente in alcun modo di identificare la struttura di un lecito servizio (ossia la struttura stessa del Ros, ndr) nella struttura dell'associazione". Non vi è stata, si legge ancora,"neanche una suddivisione dei ruoli tra gli imputati, diversa da quella esistente nell'ambito militare e in qualche modo funzionale alla commissione dei delitti di cui trattasi, e pertanto neppure sotto questo aspetto può dirsi che gli imputati abbiano costituito una autonoma struttura funzionale all'attuazione di un programma criminoso".

Ganzer: "Non commento le sentenze".  ''Non commento le sentenze, sono un uomo delle istituzioni e lo sono sempre stato. Il mio unico commento è quello fatto in sede processuale, con i motivi d'appello'', ha detto comandante del Reparto operativo dei carabinieri, rispondendo a chi gli chiedeva un commento sulle motivazioni della sentenza dei giudici di Milano.

Processate il generale Ganzer la procura di Milano contro il Ros

Maresciallo del Ros arrestato per tangenti

Droga, accusò i Ros pentito suicida in cella

Appalti e voti dai clan, 47 arresti  

Blitz antimafia, in cella boss e politici

Operazioni truccate del Ros 27 anni al generale Ganzer

Ganzer condannato a 14 anni per traffico di droga e peculato

Cancelli chiusi

P.PEDONALE 2 131120102Al Sindaco del Comune di Molfetta
Al Comando di Polizia Municipale
 
Oggetto: Istanza ai sensi dell’art. 62 dello Statuto Comunale.
Apertura passaggio pedonale tra Corso Margherita di Savoia n. 106 Via Paniscotti n. 6.
 
 
Il sottoscritto Matteo d’Ingeo, in qualità di coordinatore del Movimento “ Liberatorio Politico”,
 
premesso che:
 
– tra Corso Margherita di Savoia n. 106 e Via Paniscotti n. 6, è stata creata molti anni fa una galleria pedonale di collegamento tra le due vie;
– tale passaggio pedonale facilita l’attraversamento da Via Margherita di Savoia e Via Paniscotti perché proprio questa arteria si restringe in maniera pericolosa e non essendoci un adeguato marciapiede nell’imbocco con via Margherita di Savoia rappresenta l’unica possibilità sicura per la viabilità pedonale;
– tale passaggio è da molto tempo chiuso alla viabilità pedonale pubblica,
 
chiede alle SS.VV. per quale motivo la suddetta galleria pedonale pubblica è stata chiusa e che tipo di iniziative gli uffici comunali intendono intraprendere per riaprire il libero passaggio tra Corso Margherita di Savoia n. 106 e Via Paniscotti n. 6.
In attesa di un positivo e sollecito riscontro si inviano i più cordiali saluti.
 

Molfetta, 17.12.2010
 
 

  
 

L’IdV e la questione morale

 

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In molti, da più parti, ci chiedono di prendere posizione, di esprimerci su quanto accaduto negli ultimi mesi all’interno dell’Italia dei Valori. Ce lo chiede la base di questo partito, straordinariamente attiva e senza timori reverenziali. Ce lo chiedono i nostri elettori, anche quelli che di questo partito non sono. E ce lo chiede, prima di tutto, la nostra coscienza. E’ a loro e ad essa che oggi parliamo.

Non abbiamo voluto sfruttare l’onda delle ultime polemiche per dire la nostra, per non offrire il fianco a strumentalizzazioni che avrebbero danneggiato l’Italia dei Valori. Abbiamo fatto passare la piena facendo quadrato attorno all’Idv. Ora però alcune considerazioni per noi sono d’obbligo. E si rende necessario partire da una premessa:nell’Idv oggi c’è una spinosa e scottante “questione morale”, che va affrontata con urgenza, prima che la stessa travolga questo partito e tutti i suoi rappresentanti e rappresentati. Senza rese dei conti e senza pubbliche faide, crediamo che mai come adesso il presidente Antonio Di Pietro debba reagire duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni.

imagesLe ultime vergogne, come altrimenti chiamare il caso Razzi/Scilipoti, due individui che si sono venduti, quantomeno moralmente, in virtù di altri interessi rispetto alla politica e al bene pubblico, sono solo la punta di un iceberg che pian piano emerge nella realtà di questo partito. Come dimenticare lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra e ancora difeso da qualche deputato dell’Idv che parla di sacrificio a causa di “fatti privati”. E poi il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato eletto con l’Idv e solo grazie all’Idv, ha salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse al Pd. Ma chi ha portato questi personaggi in questo partito?

Per questo oggi, con questo documento condiviso, rilanciamo la necessità di una brusca virata, e chiediamo al presidente Di Pietro di rimanere indifferente al mal di mare che questa provocherà in chi, un cambiamento, non lo vuole. In chi spera che l’Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Seggi garantiti, candidature al sicuro, contestazioni zero. Gente, questa, che non ha più alcun contatto con la base e rimane chiusa nelle stanze del potere, cosciente che senza questa legge elettorale mai sarebbe arrivata in Parlamento e che se questa cambiasse mai più ci tornerebbe.

Abbiamo un patrimonio da cui ripartire, ed è quella “base” pensante e operativa, che non ha timore di difendere a spada tratta il suo leader Di Pietro ma nemmeno di rivolgersi direttamente a lui per chiedere giustizia e legalità all’interno del partito “locale”. Chiedono un deciso “no” alla deriva dei signori delle tessere, ai transfughi, agli impresentabili che oggi si fregiano di appartenere a questo partito e si rifanno, con precisione chirurgica, una verginità politica. Dopo i congressi regionali moltissime realtà si sono addirittura rivolte alle Procure per avere giustizia, presentando video e documentazione che proverebbero macroscopiche irregolarità nelle consultazioni tra gli iscritti.

Oggi una questione morale c’è ed è inutile e dannoso negarlo. Noi non possiamo tacere. La maggior parte della “dirigenza” dirà che con queste nostre parole danneggiamo il partito, altri che danneggiamo il presidente Di Pietro, altri ancora che siamo parte di un progetto eversivo che vuole appropriarsi dell’Idv. Noi crediamo che questo invece sia un estremo atto di amore per tutti gli iscritti, i militanti e i simpatizzanti dell’Italia dei Valori. Al presidente chiediamo solo una cosa: si faccia aiutare a fare pulizia. Ci lasci lavorare per rendere questo partito quello che lui ha pensato e realizzato e che ora qualcuno gli vuole togliere dalle mani.

Terminiamo questo documento con le parole di un grande politico italiano, che oggi purtroppo non è più con noi. Enrico Berlinguer.

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”.

Luigi de Magistris, Sonia Alfano, Giulio Cavalli

Di Pietro risponde:  Carta canta: IDV e Di Pietro sono trasparenti, lo dice il giudice

Acque all'arsenico: Natale senza potabile e arrivano i «piazzisti» di finti depuratori

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di Alessandro Fulloni – corriere.it/roma

Mentre dal Governo si attende l’elenco dei comuni laziali in cui dovrebbe scattare lo stato d’emergenza per l’arsenico nell’acqua potabile (finora secretato) , si moltiplicano le ordinanze di chiusura dei rubinetti firmate dai sindaci di comuni inclusi nelle province di Roma, Latina, Viterbo, Frosinone

Ai divieti di consumare per usi alimentari le acque pubbliche già in vigore a Cori e Cisterna (nel Pontino), Vitorchiano (nel Viterbese) e Velletri (ai Castelli) si aggiungono i provvedimenti firmati anche a Sermoneta e ad Aprilia.

Anche qui, tra il Frusinate e la provincia di Latina, per Natale l’acqua arriva a scuole e famiglie con le cisterne della Protezione civile. Nel frattempo fioccano le analisi «fai da te» ad opera di comitati cittadini e privati, spesso preoccupati di tutelare, anzitutto, la salute dei bambini.
Ma quel che è più grave è che c'è già chi specula sulla paura dei consumatori: in provincia di Latina sono già comparsi i piazzisti di impianti di depurazione dall'efficacia dubbia se non addirittura fasulli.

 

TUSCIA, «VIETATO» BERE AI MINORI DI 14 – Dalle analisi private emerge che valori oltre i 10 microgrammi per litro tollerati dalla Ue sono stati registrati, in prelievi effettuati il 13 dicembre 2010 dall’associazione «Differenzia-ti», in una decina di località della regione, tra cui Genzano, Lanuvio e Lariano (per i risultati completi vedere il link di Differenzia-ti in alto a destra). 

Altri esami di quel che esce dal rubinetto senza però il crisma dell’ufficialità sono quelli effettuati ad Anguillara da un rappresentante dell’Udc, Paolo Alberti, che ha scoperto valori della sostanza tossica «superiori a quelli consentiti dalle deroghe».
Nella Tuscia, e precisamente a Tolfa, si apprende che da circa un anno Asl, Comune e Acea hanno indirizzato ai cittadini una specie di manuale con le «istruzioni per l’uso» in cui si legge che «il consumo dell’acqua da bere in distribuzione non è consigliato per i soggetti di età inferiore ai 14 anni».
Secondo gli studi medici nazionali, inoltre, gli effetti dell'assunzione di acqua con alte percentuali di arsenico nei bambini da 0 a 3 anni potrebbero includere l'insorgere di forme tumorali.

 

VELLETRI, BOTTIGLIE DI MINERALE ALL’ASILO – Sempre a Velletri, è ancora l’Acea ad elencare al sindaco Fausto Servadio le scuole (tra cui alcuni asili) in cui viene data a bimbi e insegnanti l’acqua delle bottiglie perché dai rubinetti escono quantitativi di arsenico superiori anche ai 20 microgrammi. Ma l’allarme riguarda anche il mondo delle imprese. 

Dopo che la Flai Cgil del Lazio (settore agroalimentare) ha reso noto che tra i Castelli e Pomezia sono state multate 17 aziende produttrici di cibi che facevano uso di acqua «fuorilegge», anche il sindaco di Aprilia D’Alessio ha esteso la limitazione «alle imprese alimentari».

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VITERBO, L’ALLARME DEI MEDICI DI FAMIGLIA – Preoccupazioni arrivano pure dalla Fimmg (associazione dei medici di famiglia) di Viterbo – la provincia dove l’ emergenza è maggiore, tanto da riguardare una quarantina di città – il cui segretario Luciano Sordini sollecita «il rispetto della decisione Ue» che il 28 novembre ha bocciato la richiesta di deroga ai limiti dell’arsenico richiesta dall’Italia.
Decisione europea che ha di fatto «sigillato» quel che esce dai rubinetti di 128 comuni italiani, la maggior parte dei quali (91) concentrati nel Lazio.

 

LATINA, C'E' CHI SPECULA SULLA PAURA – In mezzo all’emergenza non mancano i furbetti: veri e propri «piazzisti» di finti depuratori che speculano sulla paura della gente. Lo rende noto la società Acqualatina, gestore del servizio idrico nel Pontino, che parla di «venditori di depuratori e di “analisti” che propongono di verificare la purezza dell'acqua che esce dal rubinetto di casa qualificandosi», appunto, come rappresentati di Aqualatina. Che però precisa «di diffidare di queste persone», dato che «non è in corso alcuna azione volta al controllo analitico dei prelievi». In caso di chiamate o proposte sospette, ci sono due numeri verdi da chiamare: l’800 085 850 e il 199 50 11 53 attivo da cellulare.

Acqua cara e avvelenata. Il caso Velletri, una storia Italiana

Operazione Gibbanza, ai domiciliari i commercialisti Guerrieri e Di Fonzo

evasione

bari.repubblica.it

Il gip Sergio Di Paola ha scarcerato tre dei professionisti coinvolti nell'inchieste Gibbanza, la maxi operazione della procura di Bari sulla presunta compravendita di sentenze nelle cause tributarie. Vanno ai domiciliari il commercialista Gianluca Guerrieri e Michele Di Fonzo, in carcere dal tre novembre scorso. E' stato invece rimesso in libertà il commercialista Franco Balducci, difeso dall'avvocato Michele Laforgia: il giudice ha valutato che Balducci era stato già arrestato nei mesi scorsi, in via cautelare, dalla procura di Trani per reati simili.

Commissioni tributarie, il giudice Quintavalle lascia il carcere e va ai domiciliari
di Ivan Cimmarusti – Barisera

Si attenua il provvedimento cautelare a carico di Oronzo Quintavalle, il giudice tributario finito nell’inchiesta Gibbanza sulla presunta compravendita di sentenze alle Commissioni regionali tributarie. L’ex commercialista, su richiesta della Procura, ha abbandonato il carcere nel primo pomeriggio ed è agli arresti domiciliari. La decisione di attenuare la misura cautelare è stata presa proprio dal pm Isabella Ginefra, dopo che Quintavalle ha cominciato a fornire una serie di elementi investigativi che hanno permesso di allargare ulteriormente l’indagine, toccando Agenzia dell’entrate, altri commercialisti soprattutto della provincia di Bari e altri giudici tributari.

In mattinata, intanto, sono stati svolti più interrogatori investigativi, su richiesta della Procura. Il pm Ginefra ha ascoltato il commercialista Gianluca Guerrieri e i giudici tributari Michele Di Fonzo e Franco Balducci.

Secondo quanto emerge, a Guerrieri sono state fatte domande specifiche sulla base delle accuse mosse nel corso degli interrogatori fatti a Oronzo Quintavalle, personaggio chiave dell’indagine, il quale sta collaborando con gli investigatori chiarendo il quadro generale della vicenda. A Guerrieri, tra le altre cose, è contestato di aver collaborato con Quintavalle per risolvere, a favore del contribuente e a discapito dell’amministrazione finanziaria, un contenzioso tra la società Ingross Levante e l’Agenzia dell’Entrate. La società, tra il 1999 e il 2003, non aveva pagato tasse per 59 milioni di euro. Il procedimento, come emerso dalle indagini, è andato a favore della società.

Ancora un delfino spiaggiato


Foto: © Capitaneria di Porto Molfetta

Ancora un delfino spiaggiato lungo il litorale di Molfetta. 

A dare l’allarme – dopo il rinvenimento documentato dal Wwf – stavolta un pescatore in apnea, un tipo di pesca praticata con la tecnica dell’immersione, senza attrezzature di respirazione. 

Il cetaceo è stato rinvenuto sulla battigia di un lido balneare lungo la Molfetta-Giovinazzo. Misura 190 centimetri di lunghezza per 100 chilogrammi di peso, e presenta qualche escoriazione e una vistosa ferita sotto la bocca. 

Il recupero della carcassa è previsto per la giornata di oggi. La capitaneria di porto, cui è stata denunciata la scoperta, ha disposto l’intervento di un veterinario dell’Asl. 

Plastica, l'ultima battaglia. Poi la Prestigiacomo lascia il Pdl

nobusteplasticadi MONICA RUBINO – www.repubblica.it
 

Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo si oppone allo slittamento della messa al bando dei sacchetti di plastica. Nella bozza del decreto Milleproroghe c'era infatti la proposta di rimandare di un anno il divieto di commercializzazione dei sacchetti in polietilene, prevista inizialmente il 1 gennaio 2011. Divieto che, introdotto dalla Finanziaria 2007, in verità doveva scattare già a partire dall’inizio del 2010, termine poi prorogato di un anno dal governo. Ma la Prestigiacomo non ci sta e garantisce il rispetto della scadenza del primo gennaio. "Lo slittamento era nella bozza e io mi sono opposta: sarebbe stato insopportabile – ha spiegato Prestigiacomo al termine del Consiglio dei ministri – che alla vigilia della scadenza della norma ci fosse stato nuovamente un motivo per non farla entrare in vigore. Mi sono molto battuta e tutto il governo si è dichiarato favorevole al fatto che si procedesse senza ulteriori proroghe. Per le scorte faremo accordi coi produttori e i consorzi che riciclano la plastica, non credo che ci saranno problemi". Poco dopo, l'annuncio: il ministro lascia il Pdl 1– lo annuncia fra le lacrime in Transatlantico – e aderisce al gruppo misto. 


Le associazioni dei consumatori plaudono alla decisione del ministro dell'Ambiente. In attesa dello stop ufficiale, tuttavia, le buste di plastica stanno gradualmente diminuendo: molte catene della grande distribuzione cominciano a farne a meno. Spesso l'iniziativa parte dalle amministrazioni locali: 150 comuni, Torino in testa, ne hanno vietato l’impiego o hanno promosso campagne per scoraggiarne l’uso come “Porta la sporta”, lanciata nel 2009. Un sondaggio di Legambiente effettuato in 80 città rivela che gli italiani sono ben disposti a dire addio al vecchio sacchetto “a canottiera”: il 73% di loro sceglierà la sportina riutilizzabile. Mentre sono molto pochi (il 16,2%) quelli che opteranno per lo shopper in bioplastica o per il sacchetto di carta (10,4%), decisamente meno pratico. 


Le buste tradizionali sono una minaccia per l'ecosistema. Secondo l'Unep (Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente) ogni anno uccidono 100mila mammiferi marini, come tartarughe, balene ma anche molti uccelli di mare, oltre a danneggiare l’agricoltura e la pesca. La plastica trasportata dalle onde in America ha formato un'isola di immondizia: il “Pacific Trash Vortex” è un’enorme massa di spazzatura composta soprattutto da plastica, estesa tra i 700mila e i 10 milioni di Km2, che galleggia nell'Oceano Pacifico a Nord delle Hawaii. I sacchetti usa e getta hanno una vita brevissima, ma per produrli occorrono grandi quantità di petrolio e possono rimanere nell’ambiente da 15 a 1000 anni prima di essere smaltiti del tutto, distrutti dai raggi ultravioletti e dal calore. Uno studio dell'Agenzia per l'Ambiente del governo australiano ha dimostrato che un chilo di sacchetti provoca emissioni di CO2 per circa 2.109 Kg. Riciclarli o recuperarli non conviene, poiché comporterebbe costi troppo alti. Le buste di plastica sono uno degli oggetti più consumati al mondo: solo in Italia si usano venti miliardi di sacchetti di plastica l’anno, circa 300 a testa. Farne a meno per dodici mesi, permetterebbe una riduzione delle emissioni di CO2 di circa 8 chili. 

Se l’aspetto ambientale non basta, ci si può concentrare su quello economico: in molti supermarket i sacchetti si pagano circa 5 centesimi l’uno, un costo che moltiplicato per tutte le volte in cui si fanno compere può far superare i 20 euro annui a testa. Anche quando i sacchetti sono gratuiti c’è in realtà una spesa del distributore che viene indirettamente riversata sul consumatore attraverso i prezzi dei prodotti. Aggiungendo i costi dello smaltimento dei rifiuti, che gravano su ogni cittadino, si capisce bene come il passaggio alla sporta non porti che fattori positivi. 

Ma quali sono le alternative alla busta di plastica? Secondo Legambiente il sacchetto in bioplastica riutilizzabile, che si degrada naturalmente nell’ambiente, è la soluzione più conveniente poiché si può usare per fare la spesa almeno dieci volte, senza rischio che si rompa. Altra possibilità sono i sacchetti di carta, che possono essere riciclati. Infine ci sono i sacchi di tessuto, che offrono un’ampia scelta: i più eleganti e robusti sono quelli in cotone, iuta o in canapa, prodotti di recente. Meno indicato il cotone da coltivazione non biologica: i pesticidi usati per produrlo, possono inquinare e in alcuni casi, comportano un elevato impiego d’energia. Ma c’è anche chi sceglie le reti in corda naturale o sintetica, le sacche chiuse da una lampo, o quelle pieghevoli.

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