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Ecco tutti gli affari sospetti di Verdini e dei fratelli Dell’Utri


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La P3 non era soltanto una loggia che "condizionava le istituzioni" ma anche "una centrale d'affari". Il ruolo di Bankitalia sulle segnalazioni delle operazioni anomale. Tra i finanziamenti poco chiari anche bonifici a un casinò di Las Vegas di FABIO TONACCI, FRANCESCO VIVIANO e CORRADO ZUNINO

ROMA – Seguire i soldi. Come suggeriva Giovanni Falcone. Ripercorrere a ritroso il fiume di denaro che transita nelle mani dei manovratori, per poi dipanarsi in mille torrenti, in Italia e all'estero. Solo così si riesce a ricomporre la ragnatela di affari della P3. Interessi che partono da società editoriali a Firenze, sbarcano in Sardegna per l'eolico, si allungano a sorpresa fino a un casinò di Las Vegas. 

LEGGI 

La P3, la P4 e quei milioni regalati
di CONCITA DE GREGORIO
Così la P3 teneva in mano i magistrati 
di ELENA LAUDANTE, FABIO TONACCI e MARIA ELENA VINCENZI
Mille volte il nome del premier nelle carte della loggia P3
di FEDERICA ANGELI e FABIO TONACCI

I conti bancari dei ventiquattro indagati – con particolare attenzione per quelli del deputato Denis Verdini e del senatore Marcello Dell'Utri, per la Procura i veri punti di riferimento dell'associazione segreta – sono stati scoperchiati e scandagliati. Sul tavolo dei pm romani Capaldo e Sabelli sono arrivate, negli ultimi mesi, decine di segnalazioni di "operazioni sospette" da parte dell'Unità di informazione finanziaria della Banca d'Italia. Carte che hanno allargato gli orizzonti d'azione dei magistrati.

La P3 non era soltanto una loggia che "condizionava le istituzioni", ma anche "una centrale d'affari" che gestiva passaggi oscuri di denaro. Bonifici milionari non giustificati, come i nove milioni e mezzo girati da Silvio Berlusconi a Dell'Utri. Operazioni immobiliari sospette. Assegni a cifra tonda senza l'intestatario. Tutto è nelle 66 mila pagine depositate l'8 agosto per la chiusura delle indagini.

I FRATELLI DELL'UTRI
Marcello Dell'Utri deve ancora spiegare perché il premier, beneficiario ultimo di molte operazioni della P3, gli abbia fatto a titolo di "prestito infruttifero" tre bonifici (il primo il 22 maggio del 2008, gli altri due tra febbraio e marzo di quest'anno) per un totale di nove milioni e mezzo di euro. Ma non è l'unico nodo che il senatore del Pdl dovrà sciogliere. 

Ci sono i due assegni da 50 mila euro pagati il 5 e l'8 gennaio 2010 da Antonella Pau, la compagna del faccendiere sardo Flavio Carboni, anche lei indagata. Per la Procura sarebbero una mazzetta per oliare l'ingresso di due imprenditori di Forlì nell'affare dell'eolico in Sardegna. 

E vengono segnalate nove cambiali per un totale di 55.454 euro che il 29 marzo del 2010 Dell'Utri ha ricevuto senza giustificazione apparente dalla cagliaritana Publiepolis Spa, una società che si occupa della raccolta di pubblicità per il network Epolis. 

Nelle carte depositate dai pm spunta anche un finanziamento tutto da chiarire per un casinò di Las Vegas da parte di Dell'Utri. Non Marcello, ma Alberto. Il fratello del senatore, che non è indagato nell'inchiesta P3. I tecnici della Banca d'Italia hanno deciso di segnalare ai magistrati un passaggio di 500 mila euro da Alberto a Marcello datato 7 aprile 2006. 

Poi hanno indicato "tre operazioni sospette, partite dalla Banca Popolare di Milano che non trovano riscontro nelle causali dei trasferimenti". Sempre a nome Alberto Dell'Utri. Sono due bonifici a vantaggio del Wynn Las Vegas Resort, un hotel extra lusso con casinò, a Las Vegas. 

Il primo è datato 17 settembre 2007 per un valore di 246 mila euro. Il secondo, da 232 mila euro, è del 18 novembre. Entrambi sono giustificati con un inverosimile "saldo soggiorno". Il fratello del senatore ha anche aperto un conto sulla Bank of America di Las Vegas, sul quale il primo febbraio del 2008 ha depositato 150 mila euro. 

VERDINI E PARISI
Denis Verdini finisce nelle informative della Banca d'Italia per i bonifici da 8,3 milioni di euro arrivati dal re delle cliniche e senatore Antonio Angelucci a estinguere il mutuo per l'acquisto di Villa Gucci a Firenze. Ancora, per la presunta mazzetta da 800 mila euro ricevuta per l'eolico dagli imprenditori forlivesi. Nelle 66 mila carte depositate compaiono, poi, tre segnalazioni dell'Uif riferite ad altrettanti prestiti erogati dal Credito cooperativo fiorentino, cioè la banca di cui Verdini è stato presidente: servivano per finanziare preliminari d'acquisto di appartamenti. 

"Sono operazioni – scrivono i tecnici della Banca d'Italia – messe in piedi solo per creare le condizioni per erogare da parte della banca finanziamenti a favore di soggetti che poi trasferiscono tutto a società del Gruppo Fusi-Bartolomei".

Ruota attorno a uno di questi contratti preliminari di vendita fasulli la posizione di Massimo Parisi, coordinatore del Pdl in Toscana, indagato nell'inchiesta P3 per finanziamento illecito ai partiti. I sospetti dell'Uif partono da un bonifico da 595 mila euro fatto da Parisi sul conto di Denis Verdini e di sua moglie Maria Simonetta Fossombroni con causale "restituzione anticipazioni". 

Dietro a questa somma si ricostruisce una complessa operazione di cessione di un contratto preliminare di vendita, sottoscritto l'8 settembre 2004. Con questo contratto la Società Toscana di Edizioni, editrice del Giornale della Toscana, si impegnava ad acquistare da Denis Verdini e Massimo Parisi il 70 per cento delle quote della Nuova Toscana Editrice, per un importo pari a 2,6 milioni di euro. 

"Il contratto però non verrà mai perfezionato. Soltanto nel 2009 risulterebbe ceduto dalla Società Toscana Edizioni al signor Giuseppe Tomassetti, conosciuto come un imprenditore collaboratore di Flavio Carboni, per un importo di appena 300 mila euro, registrando così una perdita di 2,3 milioni di euro". Dove sono finiti quei soldi?

L'AZIENDA P3
Era una holding industriale criminale, quindi, l'organizzazione messa su da Flavio Carboni. Aveva separato le due branche: affari e industria da una parte, rapporti con le istituzioni e la magistratura dall'altra, affidata questa ai "due pensionati" Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino (illustrati in altre zone del poderoso dossier investigativo). 

Sul fronte "ramo industria" il maggiore del nucleo speciale di polizia valutaria, Andrea Salpietro, ha individuato le aree di business del gruppo di potere e segnalato come la banda avesse radicato la sua forza nel business emergente: l'energia eolica. Parchi eolici da creare nella provincia di Carbonia-Iglesias, decine di pale progettate sulle coste. In parallelo il cartello segreto portava avanti una politica di acquisizione di discariche da bonificare, alcune addirittura tra i siti di interesse nazionale (in condizione di grave crisi, quindi). Ecco la Calancoi di Sassari, le Saline di Cagliari e quelle dei Conti-Vecchi.

 Il senatore Marcello Dell'Utri e il deputato Denis Verdini, asseriscono gli investigatori, "sono direttamente cointeressati negli affari dell'organizzazione di cui ne rappresentano il punto di riferimento. Sono altresì attori di interferenze a livello politico per le quali hanno ottenuto dall'organizzazione somme di denaro e contributi illeciti per il partito cui appartengono". 

Il "gruppo Carboni" usa la sua forza con protervia intimidatoria: affianca società che già lavorano nel campo delle energie alternative offrendo loro di realizzare l'intero investimento per garantire al suo sodalizio illegale la metà degli utili. Senza il minimo rischio. Inoltre, il "gruppo Carboni" si scopre attivo in operazioni immobiliari a Porto Rotondo e nell'hinterland di Cagliari, nella compravendita (e il riciclaggio) di opere d'arte. In un appunto sequestrato al grande collettore Carboni si legge, "per piazzare lo stock del maestro Alberto Burri bisogna attendere alcuni mesi". 
 

Inchiesta sanità. Riesame ribadisce: «C’era cupola Tedesco»

 


                                             da: www.20centesimi.it
 


di Giovanni Longo – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

 

L’associazione a delinquere c’è stata, ma non tutte le persone indagate dalla Procura di Bari per questo reato ne avrebbero fatto parte. A chiudere il cerchio sulla presunta rete che per anni, sotto la guida dell'ex assessore regionale alla Salute Alberto Tedesco, avrebbe pilotato appalti e nomine nella sanità pugliese, il provvedimento con cui il Tribunale del Riesame di Bari ha riconosciuto, sempre sotto il profilo cautelare e non certo di merito, l’appartenenza all’associazione dell’imprenditore altamurano Francesco Petronella. L’ultimo di una serie di provvedimenti che si sono succeduti nei mesi scorsi. La Procura, lo ricordiamo, aveva chiesto misure cautelari nei confronti di quattordici persone tra politici, imprenditori e funzionari Asl (per altri indagati aveva rinunciato al ricorso). Lo scorso febbraio il gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis aveva ritenuto non ci fossero i gravi indizi di colpevolezza in merito alla presunta associazione. Di qui l’appello della pubblica accusa al Riesame. A conti fatti, il collegio presieduto da Francesca La Malfa ha riconosciuto l’accusa nei confronti di Alberto Tedesco, del suo «braccio destro» Mario Malcangi, del genero Elio Rubino, degli imprenditori Paolo Emilio Balestrazzi, Diego Rana e Francesco Petronella, dell’ex direttore amministrativo della Asl Bat Felice De Pietro. 

 

Se per Tedesco, Malcangi, Rubino e Rana il provvedimento è definitivo (al punto che per il senatore è giunta a Palazzo Madama una seconda richiesta di arresto dopo che lo scorso luglio era stata respinta un’altra per concussione, abuso di ufficio, turbativa di asta e concorso in falso), gli altri indagati potrebbero impugnare il provvedimento davanti alla Corte di Cassazione. Ecco il motivo per cui, sino a questo momento, limitatamente all’accusa di associazione, solo Rana, Malcangi e Rubino sono finiti ai domiciliari (riferiamo a parte del loro interrogatorio di garanzia). 

 

Non avrebbero fatto parte dell’associazione, sempre sotto un profilo cautelare, l’ex capoarea gestione Patrimonio dell’Asl di Bari, Antonio Colella, i dirigenti Nicola Del Re e Filippo Tragni, gli imprenditori Giovanni Leonardo Garofoli, Domenico Marzocca, Carlo Dante e Michele Columella, che, secondo il Riesame, avrebbero usufruito dei favori ma non avrebbero fatto parte della rete. Tragni e Del Re, ad esempio avrebbero puntato «solo» ad essere stabilizzati. Gli imprenditori avrebbero «solo» incrementato i fatturati delle loro aziende. Fermo restando la valutazione di altri reati ipotizzati a vario titolo, non ci sono elementi, ritiene il Riesame, per dire che abbiano fatto parte integrante della «rete». 

 

La tesi dei pm Desirèe Digeronimo, Marcello Quercia e Francesco Bretone è che per anni il gruppo sarebbe stato in grado di pilotare nomine di dirigenti delle Asl pugliesi e primari, controllando forniture e gare d’appalto a favore di imprenditori amici, a loro volta in grado di garantire a Tedesco un consistente pacchetto di voti. Al senatore (ex Pd, oggi nel Gruppo Misto) vengono contestati episodi che sarebbero stati commessi quando questi era (dal 2005 al 2009) assessore pugliese alla Sanità nella prima giunta Vendola. 

 

Lo scorso settembre l’avviso di chiusura indagini è stato notificato a 41 persone, accusate a vario titolo, di associazione per delinquere, concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio, rivelazione del segreto d’ufficio, truffa, corruzione, falso materiale e ideologico e peculato. La Procura, dopo le decisioni del Riesame, si appresta a chiedere il processo. 

Concussione e truffa, nei guai 8 ispettori dell'Agenzia delle Entrate


Foto: ©

Il meccanismo era collaudato: gli ispettori dell’Agenzia delle Entrate si presentavano nelle sedi di piccole e medie imprese e facevano intendere che i controlli che stavano per eseguire avrebbero potuto portare a conseguenze pesantissime nei loro confronti. Meglio pagare: con denaro contante, con beni materiali e persino con la promessa di assunzione di loro congiunti da parte degli imprenditori. Una volta ottenuto quanto richiesto, i controlli si risolvevano in nulla di fatto, o con multe irrisorie rispetto al valore delle infrazioni commesse e non rilevate. 

Sono già 9 i casi accertati ed altri sono oggetto, in questi giorni, di ulteriori approfondimenti da parte della Procura di Trani e della Guardia di finanza di Barletta con l’ausilio ed il supporto tecnico della stessa Agenzia delle entrate. 

Nel frattempo, questa mattina sono scattate le manette ai polsi di 4 ispettori dell’Agenzia, mentre per altri 4 sono state eseguite delle ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari. Gli otto sono equamente distribuiti tra le Agenzie di Bari e di Barletta. 

E’ il frutto di un complesso lavoro di controllo della compagnia di Barletta della Guardia di Finanza coordinato dal sostituto procuratore Michele Ruggiero. Ad illustrare i particolari dell'inchiesta è stato lo stesso procuratore capo di Trani, Carlo Maria Capristo

Le indagini, partite dalle operazioni “Work Market 1 e 2” del 2009 e che portarono all’arresto di una trentina di persone, sono state ricomprese nell’operazione di oggi. 

L’inchiesta si è avvalsa di intercettazioni telefoniche ed ambientali, acquisizione di dichiarazioni, riscontri documentali e controlli su verifiche fiscali eseguite dall’Agenzia delle entrate ed hanno fatto luce su un sistema criminoso radicato e continuativo perpetrato da alcuni funzionari dell’agenzia delle entrate di Barletta e di Bari in danno di imprenditori del Nord barese. 

In particolare, le 9 ispezioni finite al centro dell’inchiesta riguardano imprese operanti ad Andria, Barletta, Canosa, Molfetta e Trani. 

L’operazione della Finanza, come detto, ha portato all’emissione di una ordinanza di custodia cautelare delle 8 persone per i reati di concussione, millantato credito, truffa e rivelazione del segreto d’ufficio. 

In carcere sono finiti Pietro Pappolla, di 65 anni di Trani; Antonio Di Leo, di 52 anni, di Barletta; Michele De Cesare di 55 anni, di Bari; Giuseppe Rizzi di di Ceglie del Campo, di 46 anni. Ai domiciliari, invece, sono finiti Luca Lerro, di 53 anni di Bari e la sua convivente Nunzia Ciminiello di 48, di Bari; Saverio D’Ercole, di 50 anni di Andria e Luigi Pesce, di 50 anni, Andria. 

«La Direzione Regionale della Puglia ha prestato la massima collaborazione agli inquirenti, nell’ambito dell’indagine della Procura di Trani che ha portato all’arresto di otto dipendenti in servizio presso gli Uffici delle Direzioni provinciali di Bari e Barletta-Andria-Trani», riferisce un comunicato dell'Agenzia delle Entrate

«L’Agenzia, inoltre – si legge -, attraverso il proprio servizio di audit interno, continuerà a collaborare con la Procura per fare piena luce sulla vicenda e adottare i provvedimenti sanzionatori necessari. Quello di vigilare sulla correttezza ed onestà dei propri dipendenti, infatti, resta un punto di cruciale e costante attenzione per l’Amministrazione finanziaria. 

Nel condannare con fermezza ogni comportamento illecito di cui si siano resi protagonisti alcuni dipendenti infedeli, la Direzione Regionale ribadisce anche che il rispetto dei principi di correttezza e integrità professionale è la regola alla quale si attiene la stragrande maggioranza dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate, nel quotidiano svolgimento dei compiti loro assegnati. Per quanto riguarda, infine, gli otto dipendenti raggiunti da misure restrittive della liberà personale, uno di essi era già stato licenziato l’anno scorso e due erano in pensione. Nei confronti degli altri cinque è già stato adottato il provvedimento di sospensione dal servizio».

Bnl-Unipol, Fazio e Consorte condannati . Per Caltagirone tre anni di carcere

di WALTER GALBIATIwww.repubblica.it
MILANO – Il tribunale di Milano (prima sezione) ha condannato l'ex governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, a 3 anni e 6 mesi nell'ambito del processo sulla mancata scalata a Bnl da parte di Unipol. Per l'ex numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, la condanna è di tre anni e dieci mesi, mentre Carlo Cimbri, attuale amministratore delegato della compagnia assicurativa, e l'ex numero due Ivano Sacchetti hanno rimediato tre anni e sette mesi. Accolta per Fazio la pena che avevano chiesto i pm Luigi Orsi e Gaetano Ruta, mentre per Consorte avevano chiesto 4 anni e sette mesi. Tra i big condannati figura anche l'immobiliarista ed editore, Francesco Gaetano Caltagirone, oggi al vertice del Monte dei Paschi di Siena , che ha riportato una condanna di tre anni e sei mesi, mentre Francesco Frasca, ex capo della vigilanza di Bankitalia è stato assolto. 

Condannati anche a tre anni e sei mesi di reclusione e a 900 mila euro di multa ciascuno gli immobiliaristi Danilo CoppolaStefano Ricucci e Giuseppe Statuto, il finanziere Emilio Gnutti (il pm aveva chiesto l'assoluzione), i fratelli Ettore e Tiberio Lonati, il banchiere Guido Leoni (presidente della Bper), Vito Bonsignore, l'europarlamentare dell'Udc e vicepresidente del gruppo Ppe. Tutti i condannati sono interdetti dai pubblici uffici per cinque anni, "nonché interdetti dalla professione, dagli uffici 
direttivi delle persone giuridiche e delle imprese e incapaci di contrattare con la pubblica amministrazione" per due anni. Per Unipol i giudici di Milano hanno disposto una multa di 720 mila euro, mentre a Consorte, Sacchetti, Cimbri, Bonsignore, Caltagirone, Coppola, Ricucci, Lonati, Statuto e Fazio hanno imposto una provvisionale di 15 milioni di euro. Assolti, invece, Giovanni Berneschi, Filippo De Nicolais, Rafael Gil Alberdi, Giulio Grazioli, Divo Gronchi, Pierluigi Stefanini, Alberto Zonin. 

I reati contestati vanno dall'aggiotaggio informativo all'insider trading, all'ostacolo alle funzioni di vigilanza. Il parterre degli altri imputati è formato dai membri del cosiddetto «contropatto», quello che all'epoca dei fatti deteneva il 27% delle azioni della Bnl. "Di vicende così gravi, in giro per il mondo ce ne sono poche, perché si è trattato di una manipolazione di tipo sistemico. A mettere in piedi una cordata italiana raccogliticcia fu il Governatore di Bankitalia. E la Banca d'Italia di Fazio non era un organismo di vigilanza ma uno dei giocatori in campo", hanno detto nella requisitoria i pubblici ministeri. Fazio avrebbe agito da "direttore d'orchestra", "il motore immobile" della tentata scalata alla Bnl, "il vigilatore che invece di vigilare promuove il reato". Nella ricostruzione dei pm, i banchieri degli istituti popolari coinvolti sono "la guardia pretoriana del governatore", mentre i contropattisti "si muovono nella più assoluta coesione, tutti alle spalle e sulla scia di Caltagirone", che è colui "che decide". 

Sentenza

DALLA "CITTA' ILLEGALE" ALLA "CITTA' ETERNA", STORIA DELL'UOMO CHE VOLLE IL "MERCATO DELL'ABUSO DIFFUSO". PROSPETTIVE FUTURE.

 

logo LIBERATORIO 180x180

Oggi alle 18.30  – Sala B. Finocchiaro  
Fabbrica San Domenico – Molfetta

relazioneranno:

Michele Altomare 

Matteo d'Ingeo
 

Il Movimento “Liberatorio Politico” torna ad incontrare la città per fare il rendiconto dell’attività svolta negli ultimi mesi e per informare, senza bavaglio, sulle vicende cittadine di ordinaria illegalità.
A sei anni dalla sua nascita e dopo un’attività incessante di controinformazione svolta attraverso il proprio Blog (http://liberatorio.splinde
r.com/), nonostante le minacce, intimidazioni più o meno palesi, tentativi di censure ed isolamento vuole lanciare un messaggio a tutti i cittadini in prospettiva di possibili elezioni comunali anticipate.

Escort, gli atti in procura a Bari l'inchiesta al vice di Laudati

Sarà Pasquale Drago a occuparsi del caso. I pm baresi dovranno formalizzare le accuse al premier, che sarà iscritto nel registro degli indagati. Tensione in procura, giornalisti allontanati dai carabinieri

bari.repubblica.it

Il procuratore generale presso la Corte d'appello di Bari, Antonio Pizzi, ha assegnato al procuratore vicario del tribunale del capoluogo pugliese, Pasquale Drago, gli atti dell'indagine sui soldi che Gianpaolo Tarantini ha ricevuto dal premier Silvio Berlusconi tramite il faccendiere Valter Lavitola. Le carte dell'indagine sono arrivate in mattinata a Bari, dalla procura di Roma. La decisione sull'assegnazione del fascicolo è arrivata dopo la lettera con cui il procuratore capo Laudati, indagato a Lecce, si è fatto da parte. Drago ha deciso che coordinerà personalmente l'indagine senza delegarla a un sostituto del suo ufficio. Il magistrato ha ribadito che non intende fornire alcun'altra indicazione sul contenuto del fascicolo sul caso Berlusconi-Lavitola.

Berlusconi sarà indagato – I pm baresi devono formalizzare nei confronti del Presidente del Consigliol'accusa di induzione al silenzio e alla falsa testimonianzadi Gianpaolo Tarantini (reato comune, punito con la reclusione da due a sei anni). E, contestualmente, e per lo stesso reato, a rinnovare al gip la richiesta di custodia cautelare disposta dal tribunale del Riesame di Napoli il 26 settembre nei confronti del latitante Valter Lavitola. 

I giornalisti 
allontanati – Tensione nel palazzo di giustizia in mattinata, dove il terzo e quarto piano – gli uffici dei pm – sono stati vietati ai giornalisti, allontanati dai carabinieri. Dura la protesta dell'Ordine dei giornalisti che in una nota esprime "preoccupazione e disappunto", auspicando che la procura "riveda questa decisione consentendo ai giornalisti, nel rispetto reciproco dei ruoli, di svolgere il loro lavoro garantendo ai cittadini una informazione corretta e completa su una vicenda che, per la rilevanza delle persone coinvolte, è certamente di grande interesse pubblico".

La precisazione di Drago – "Il terzo e quarto piano della Procura di Bari – dove si trovano gli uffici dei sostituti, degli aggiunti e del procuratore – sono rimasti solo per qualche ora interdetti ai giornalisti per garantire il normale svolgimento dell'attività giudiziaria che non riguarda solo le inchieste Tarantini", scrive lo stesso Drago in una nota. "Non vi è stata quindi nessuna intenzione da parte di quest'ufficio (né vi sarà in seguito) di non garantire il sacrosanto diritto di cronaca allontanando i giornalisti, i quali non fanno altro che il proprio lavoro in condizioni logistiche che penalizzano tutti gli operatori della Giustizia". "La decisione di interdire l'accesso – aggiunge Drago – dopo aver constatato l'impossibilità di gestire il flusso di decine e decine di giornalisti, è stata, di conseguenza resa necessaria dall'esigenza di assicurare l'ordinato lavoro di tutti i magistrati inquirenti a fronte di una situazione eccezionale e, si spera, irripetibile". 

«Tedesco, il capo del gruppo che decideva gli appalti»

 

di GIOVANNI LONGO – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

C’è un capo; ci sono i suoi più stretti collaboratori; ci sono manager delle Asl che, nominati grazie a lui, rispondono alle sue indicazioni; ci sono gli imprenditori amici che si aggiudicano gare pilotate riconoscendo come contropartita voti e consenso elettorale. Potrebbero essere questi i punti fermi attorno ai quali si articola la motivazione che ha indotto il Tribunale del Riesame di Bari a ritenere sussistente un’associazione a delinquere che avrebbe agito dal 2005 fino al 2009 per pilotare nomine e appalti nella sanità pugliese e che avrebbe avuto come capo e promotore l’ex assessore regionale alla Salute Alberto Tedesco. 

L’ordinanza, che ribalta la decisione del Gip, è stata deposita ieri. Probabilmente oggi si conosceranno le motivazioni del provvedimento sollecitato dalla Procura e firmato dal presidente Francesca La Malfa e dai giudici a latere Ambrogio Marrone e Annachiara Mastrorilli. Facile ipotizzare che la «filiera» della presunta associazione si basi su quei punti ipotizzati dall’accusa e a questo punto condivisi dal Riesame. 
Un collegio di tre giudici, dunque, ha ribaltato il provvedimento con cui il gip del Tribunale di Bari lo scorso 23 febbraio aveva detto «no» all’associazione a carico di Alberto Tedesco. Il Riesame, accogliendo l’appello della Procura firmato dai pm inquirenti Desireè Digeronimo, Marcello Quercia e Francesco Bretone, ha anche disposto gli arresti domiciliari per Tedesco per la nuova imputazione, sospendendo però l’esecuzione della misura alla eventuale autorizzazione da parte del Senato. 

Il parlamentare ha dieci giorni di tempo per impugnare il provvedimento davanti alla corte di Cassazione. Qualora il provvedimento depositato ieri dovesse diventare definitivo, il Senato sarà chiamato ad esprimersi una seconda volta sulla libertà personale del senatore, già «salvato» il 20 luglio scorso dai suoi colleghi . Per Tedesco la Procura aveva chiesto l’autorizzazione a procedere all’arresto per i soli reati di concussione, abuso d’ufficio, turbativa d’asta e concorso in falso, ma il Senato, tra tante polemiche, aveva votato contro la richiesta. 

Secondo il Riesame sarebbe quindi fondata l’ipotesi della procura sulla progressiva creazione di una sorta di rete che si inizia a tessere con le nomine di direttori generali delle varie Asl di persone ritenute vicine a Tedesco. Dall’Irccs di Castellana Grotte alla Asl di Lecce attorno a Tedesco e all’associazione di cui sarebbe stato al vertice, si sarebbe creato una sorta di gruppo di potere in grado di pilotare numerosi atti pubblici. Un rinnovo dei vertici della aziende (con la nomina di direttori sanitari e amministrativi) orientato in una prospettiva clientelare finalizzata ad ottenere un proprio consenso elettorale o indebite utilità nelle gare pubbliche da parte di imprenditori «amici» di Tedesco. Naturalmente, chi diventava dirigente grazie al capo doveva occuparsi della cosa pubblica in violazione della legge e secondo gli ordini impartiti da Tedesco. C’era Tedesco, «regista» della cabina e in grado di intervenire nelle procedure di nomina e c’era una struttura che seguiva le sue indicazioni. 

Il Riesame si esprime solo su Tedesco, ma nel provvedimento farebbe riferimento anche agli altri presunti componenti della «cabina di regia», alcuni dei quali sarebbero stati inviati da Tedesco in sua vece a fare indebite pressioni e raccomandazioni sui manager della Asl. Le indagini avrebbero dimostrato che la violazione dei principi di legalità non riguardavano solo le nomine dei «primariucci», come emblematicamente definiti in una intercettazione riportata anche nell’ordinanza di custodia cautelare del 23 febbraio, ma investiva direttamente i vertici delle aziende sanitarie. 

Chi manovrava ed assumeva le decisioni era Tedesco, si apprende da fonti giudiziarie, ma poteva farlo soltanto in quanto poteva contare su una struttura di potere pronta ad eseguire quelle indicazioni. Se quella struttura di pubblici funzionari asserviti e disponibili a violare sistematicamente la legge non fosse esistita, Tedesco da solo non avrebbe potuto fare nulla, dall’attribuzione di singoli posti di lavoro all’assegnazione degli appalti.

Anticorruzione: una proposta modesta Un contratto con gli elettori

libera-corrotti_58331Viviamo un periodo emergenziale: le cronache giudiziarie costantemente denunciano il proliferare di episodi di corruzione. La corruzione crea sfiducia, gravi danni al patrimonio collettivo e, cosa gravissima, costituisce un “cuneo” per le mafie per penetrare nei Comuni, Regioni, nel Parlamento e nei grandi enti. Un esempio didascalico rende l’idea. Il criminale (attento a lasciare le tracce dei pagamenti della tangente estero su estero per potere ricattare alla bisogna) corrompe l'ingegnere comunale e il sindaco per sanare un abuso edilizio; raggiunto lo scopo l'indomani, anche al fine di riciclare denaro sporco, lo stesso si ripresenta e riprova "alzando la posta", chiedendo all'ingegnere e al sindaco (ormai in pugno) di modificare i piani urbanistici per impiantare un supermercato o per costruire centinaia di appartamenti in zona parco, così da poter lucrare abusando e sottraendo alla collettività spazi pubblici e nello stesso tempo riciclando denaro lurido. 
 
La Corte dei Conti da tempo lancia il suo grido contro sperperi e ammanchi. Il sistema penale è strutturato in modo tale che non esiste un valido deterrente (procedure processuali farraginose e "ad ostacoli", arresti domiciliari, patteggiamenti, assegnazione ai servizi sociali, sconti di pena, divieti di intercettazioni, processi facili alla prescrizione, etc.) e i criminali si sentono forti; il dilagare dei vari comitati di malaffare che imperano indisturbati "spolpano" le risorse rimanenti. Anche chi vota per l'attuale opposizione ha dovuto prendere atto che fra le proprie fila albergano soggetti che tramano loschi affari. Se non si interviene tempestivamente è facile prevedere che alle prossime votazioni il numero dei votanti scenderà in picchiata, al grido populista “che voto a fare tanto son tutti uguali, son tutti ladri”.  
 
Noi di Libera riteniamo che occorra dare un forte segnale di speranza un po’ concreto ed un po’ simbolico perché alla vita pubblica accedano gli onesti e capaci scalzando gli altri. Anche i migliori protagonisti della politica che non avrebbero certo bisogno di credenziali (ci viene in mente Rodotà per tutti) capiranno e, per evitare accuse di disparità di trattamento, per il bene comune con umiltà, accetteranno di sottoporsi alle condizioni sotto illustrate, seppure essendo “al di sopra di ogni sospetto" come già detto, non ne avrebbero bisogno 
 
La carica pubblica è un atto volontario per cui non si obietti che la norma sotto proposta ha contorni  “populisti”. Anzi, riteniamo sia sinonimo di elevata responsabilità civica; sarebbe infatti un segnale dato dal supremo interesse di tornare ad infondere fiducia e di buona volontà “a cambiare marcia” e potrebbe in futuro indurre una maggiore tolleranza da parte dei cittadini nell’affrontare i prossimi sicuri sacrifici dati dalla congiuntura economica in corso. Oltre tutto la fazione che avesse il coraggio di proporre questa norma godrebbe di un vantaggio elettorale tal che la fazione avversaria per non perdere terreno sarebbe probabilmente indotta ad adottare la medesima condotta. 
 
La promulgazione della norma proposta avrebbe i vantaggi di prevenire a tal punto, che chi avesse intenzioni truffaldine e volesse ricoprire una carica pubblica, tenderà a tirarsi indietro per evitare puntigliosi controlli  e l’emersione di “scheletri nell'armadio”. Insomma presumibilmente il mascalzone tenderà a “stare alla larga” da problemi, allontanandosi volontariamente dalle cariche pubbliche lasciando così il posto a gente per che non ha questi timori. 
 
La proposta qui avanzata, fra l’altro, nei suoi contenuti essenziali è già applicata a soggetti incaricati di gestire pubblici poteri: magistrati, carabinieri, poliziotti devono già render conto del loro operato anche fuori dallo stretto ambito di servizio. Improvvisi arricchimenti, amicizie sconvenienti etc. possono costituire oggetto di censura da parte dei superiori. E questo per ovvi motivi: essi rappresentano la Legge e lo Stato e come tali anche nella loro vita privata devono evitare comportamenti sconvenienti che appannerebbero l’immagine dell’Istituzione e minerebbero la fiducia dei cittadini. Se questa regola vale per questi funzionari non si capisce perché non potrebbe essere estesa a consiglieri comunali, sindaci, governatori, parlamentari, direttori di grandi enti pubblici, ossia a coloro che hanno in mano le sorti di 60 milioni di persone! 
 
Pare ovvio pretendere che chi manovra miliardi di euro nell’interesse della comunità debba essere ed apparire limpido. D’altro canto, la scelta di candidarsi è decisione volontaria; si può scegliere di accettare o meno queste regole. Se a qualcuno stessero strette, ebbene non si proponga agli elettori. 
 
Una sanzione ridicola ed inutile 
 
Secondo l’attuale concezione della politica la sanzione, che scoraggerebbe la cattiva amministrazione (p.es. constatata da parte di cittadini arrabbiati per le colate di cemento) consisterebbe nella mancata rielezione; punizione ridicola che non ha nulla di deterrente: si pensi ad un Sindaco (e sodali) promotori ed attuatori di un piano regolatore finalizzato alla cementificazione del territorio (in cambio di tangenti versate “estero su estero” da un mafioso) forzando la legislazione vincolistica di una zona destinata a parco; e supponiamo che questi in forza dell’autorità conferita rilascino centinaia di permessi di costruire. A costoro, arricchitosi durante il quadriennio di malgoverno, cosa importerà di subire la “punizione degli elettori” consistente nella mancata rielezione?  Basterà spartirsi il “bottino” accumulato all’Estero (da fare rientrare con lo scudo prossimo venturo).  Il nuovo sindaco entrante, onesta persona, nulla potrà per revocare licenze già rilasciate dal predecessore.  Bisogna insomma che si creino anticipatamente le condizioni potenziali di buon governo (per quanto possibile ) affinché  il soggetto truffaldino sia scoraggiato a devastare od appropriarsi della cosa pubblica. Dopo, “a babbo morto” sarà impossibile ricucire i danni fatti dal delinquente. 
 
*Ennio Alessandro Rossi, commercialista , "Libera" Brescia- www.liberainformazione.org

Terremoto Sanità: «Arrestate Tedesco»

tedesco02gwww.lagazzettadelmezzogiorno.it 

Una richiesta d’arresto (che la giunta delle autorizzazioni del Senato esaminerà martedì) per il parlamentare pd Alberto Tedesco. Il carcere per Mario Malcangi, componente della segreteria dell’ex assessore regionale alla Salute. I domiciliari per un agente della scorta di Nichi Vendola, Paolo Albanese, per il manager della Asl di Lecce, Guido Scoditti, e gli imprenditori di Bisceglie Diego Romano Rana, e Giovanni Leonardo Garofoli. Il filone politico delle inchieste sulla sanità pugliese arriva agli arresti ma in un certo senso si sgonfia, anche perché il gip demolisce buona parte dell’impianto accusatorio cancellando l’associazione a delinquere. 

E così, mentre per molti degli stessi reati la procura ha chiesto l’archiviazione di Nichi Vendola e di altre 11 persone, a carico di Tedesco e soci reggono solo le imputazioni minori. Resta però il sospetto che, in un periodo dal 2005 al 2009, un pezzo delle nomine e degli appalti della sanità pugliese sia stato asservito agli interessi di una corrente di partito. 

I reati ipotizzati a vario titolo dai pm Desirèe Digeronimo, Marcello Quercia e Francesco Bretone sono: falso, concussione, corruzione, abuso e rivelazione di atti d’ufficio, truffa e turbativa d’asta. L’accusa di associazione a delinquere non ha retto all’esame del gip Giuseppe De Benedictis, che ha salvato solo alcuni (non tutti) i «reati-fine». Gli episodi contestati sono numerosi e vedono indagate complessivamente 39 persone. La procura aveva chiesto l’applicazione di misure per 24 e ne ha ottenute appena sette: ci sono infatti anche l’interdizione del primario oculista di Terlizzi, Antonio Acquaviva, e del direttore sanitario della Asl di Bari, Alessandro Calasso

A Paolo Albanese, poliziotto della scorta di Vendola, è contestato insieme ad altri l’intervento sul direttore dell’ospedale di Terlizzi per far trasferire un’infermiera sua parente in altro reparto. Tra gli indagati c’è mezzo management della sanità pugliese. Il direttore generale e quello amministrativo della Asl Bat, Rocco Canosa e Felice De Pietro, l’ex direttore sanitario della Asl di Lecce, Franco Sanapo, il direttore amministrativo del «De Bellis» di Castellana, Tommaso Stallone (sarà interrogato martedì: rischia l’interdizione). C’è anche il capogruppo Pd alla Regione, Antonio Decaro, indagato insieme a suo padre: sono accusati di aver fatto ottenere a un parente, tramite Tedesco, le tracce di un concorso all’Arpa. 

Il perno resta Tedesco, cui vengono contestati da solo o in concorso 14 capi di imputazione. L’ex assessore è accusato di aver pilotato la sanità pugliese «in modo da dirottare le gare d’appalto e le forniture verso imprenditori a lui legati da vincoli familiari (Rubino e Balestrazzi) o da interessi economici ed elettorali (Columella e Petronella». Tedesco avrebbe imposto ai vari manager le scelte dei direttori amministrativo e sanitario della Asl di Taranto e Lecce, quelle di due primari a Terlizzi, e sarebbe intervenuto per far assumere un bibliotecario a Castellana Grotte. 

In generale, la valutazione complessiva del gip è molto dura. «La prassi politica dello spoil system – scrive De Benedictisera, di fatto, talmente imperante nella sanità regionale da indurre il governatore Nichi Vendola, pur di sostenere alla nomina a direttore generale di un suo protetto, addirittura a pretendere il cambiamento della legge per superare, con una nuova legge ad usum delphini, gli ostacoli che la norma frapponeva alla nomina della persona da lui fortemente voluta». Ma il confine tra lo spoil system e la «concussione ambientale» è ciò che differenzia la posizione di Vendola (per il quale pende da undici mesi la richiesta di archiviazione: il gip Di Paola potrebbe esprimersi a breve) da quella di tutti gli altri. 

E sull’episodio della nomina del direttore sanitario della Asl di Lecce, secondo il gip, la procura «contesta agli odierni ex coindagati del presidente Vendola proprio quella condotta criminosa che non era stata ritenuta sussistente al momento della richiesta di archiviazione per il governatore». Le rimozioni o le nomine ordinate da Vendola, insomma – sottolinea il gip – sono un’applicazione dello spoil system, quelle di Tedesco discendono invece dalla necessità di badare ai propri interessi economici ed elettorali: è questa l’accusa da cui il senatore dovrà difendersi.

Sono 16 le persone per le quali il gip del Tribunale di Bari non ha concesso le misure interdittive richieste dalla procura. 

Richiesta di arresto inviata al Senato: Alberto Tedesco, senatore Pd, 62 anni. 

IN CARCERE: 
Mario Malcangi, 51 anni di Ruvo di Puglia.

AI DOMICILIARI: 
Paolo Albanese, 50 anni di Terlizzi;
Diego Romano Rana (imprenditore), 52 anni di Bisceglie;
Giovanni Leonardo Garofoli (imprenditore), 65 anni di Trani;
Guido Scoditti (direttore generale Asl Lecce), 68 anni di Lecce. 

INTERDETTI: 
Alessandro Calasso (direttore sanitario Asl Bari), 63 anni di Bari;
Antonio Acquaviva (medico oculista), 55 anni di Bari. 

INDAGATI A PIEDE LIBERO
Paolo Emilio Balestrazzi, 57 anni di Bari;
Giuseppe Borracino, 63 anni di Barletta;
Rocco Canosa (direttore generale Asl Bat), 61 anni di San Costantino Albanese;
Antonio Colella (funzionario Asl Bari), 63 anni di Molfetta;
Carlo Dante Columella (imprenditore), 67 anni di Altamura;
Michele Columella (imprenditore), 44 anni di Altamura:
Rita Dell'Anna (funzionario Asl Lecce), 56 anni di Lecce;
Nicola Del Re (funzionario Asl Bari), 62 anni di Mola;
Felice De Pietro (direttore amministrativo Asl Bat), 61 anni di Molfetta;
Domenico Marzocca (imprenditore), 61 anni di Bari;
Francesco Petronella (imprenditore), 54 anni di Altamura;
Vitantonio Roca (imprenditore), 63 anni di Bisceglie;
Elio Rubino (imprenditore), 39 anni di Bari;
Francesco Sanapo (manager Asl Lecce), 61 anni di Specchia;
Tommaso Antonio Stallone, 47 anni di Bisceglie;
Filippo Tragni (funzionario Asl Bari), 52 anni di Altamura.
Antonio Decaro (ex assessore e capogruppo Pd alla Regione)
 

Promise posto nell'esercito a un molfettese, condannato 53enne di Giovinazzo

FOTO ESERCITOwww.molfettalive.it

È stato dichiarato inammissibile il ricorso presentato ai giudici della Corte di Cassazione dai legali del 53enne Mauro Amoruso, il sottufficiale dell'esercito italiano condannato nel 2009 dalla corte d'appello di Bari a 2 anni e 3 mesi di reclusione. 

E adesso l'uomo, di Giovinazzo, rischia anche la rimozione lavorativa, ma quest'ultimo aspetto lo stabilirà l'amministrazione statale. 

L'unica certezza, almeno per il momento, resta la condanna del maresciallo giovinazzese accusato di millantato credito per aver chiesto denaro ai genitori di un giovane molfettese aspirante a fare carriera nelle forze armate. I fatti risalgono tra la conclusione del 2003 e l'inizio del 2004, quando i genitori del ragazzo furono contattati dal sottufficiale di Giovinazzo. 

Il maresciallo avrebbe millantato conoscenze tra i graduati dell'esercito, nonchè presso lo stesso Ministero della Difesa, assicurando così un percorso privilegiato. 

Alcune perplessità spinsero la famiglia a una denuncia ai carabinieri della compagnia di Molfetta, seguita dalla complessa istruttoria di primo grado che ha visto anche la trascrizione di una conversazione tra la mamma del giovane molfettese e il militare giovinazzese imputato. 

Nel processo di primo grado, il maresciallo Mauro Amoruso era stato condannato a 3 anni di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Ma dinanzi alla Corte d'Appello di Bari la pena è stata ridotta. 

Adesso la sesta sezione penale della Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai legali del sottufficiale. Che ora rischia seriamente di perdere anche il posto.