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MANOVRA E ARMI: IL MALE OSCURO


di Alex Zanotelli – www.libera.it
 
In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa.
È mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall'autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma (SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all'ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!
È mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013.
Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma: "L'Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…"(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell'Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette " guerre al terrorismo", costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell'Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.
Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?
Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?
E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!
Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d'armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l'Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l'Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.
E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all'estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).
È un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un'Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.
E il 27 ottobre sempre ad Assisi, la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.
Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.
Che vinca la Vita!

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Crisi della pesca, «si deve partire dalla valorizzazione del prodotto»


Foto: © MolfettaLive.it

di RosannaBuzzerio
 
www.molfettalive.it

La marineria molfettese in questo momento ha due volti: da una parte c’è chi porta a disarmo le proprie imbarcazioni, dall’altra c’è chi acquista o costruisce nuovi pescherecci per poter continuare a lavorare. 

Due facce diametralmente opposte, ma che hanno in entrambi i casi un loro perché, come ci ha spiegato il responsabile di Federpesca- Puglia, Giuseppe Gesmundo

Altri nove pescherecci si avviano al disarmo e si vanno ad aggiungere a una lunga fila. Possiamo parlare ancora di flotta peschereccia a Molfetta? 
«Tengo a precisare in merito alla sua domanda, che con riferimento al Piano di adeguamento e gestione della Gsa 18, corrispondente alla Puglia Adriatica, nel quale è prevista una riduzione della capacità di pesca pari al 25% dei Gt complessivi, ridotta poi al 20,7% solo per carenza di risorse, risultano in graduatoria utile ai fini dell’arresto definitivo circa 100 imprese che hanno presentato domanda per l’accesso alla misura Fep relativa. 

Detto questo, sicuramente possiamo ancora parlare di flotta peschereccia molfettese, perché almeno nel tonnellaggio complessivo la nostra marineria risulta ancora prevalente in ambito regionale e nei primissimi posti in ambito nazionale; del resto il forte ridimensionamento della flotta peschereccia ha investito e colpito certamente la nostra marineria, ma ha interessato anche l’intera marineria pugliese ed italiana. I numeri di una volta non esistono più né a Molfetta né altrove; ci sono, però, zone che non avevano in passato una vocazione peschereccia e che negli ultimi anni si stanno attrezzando in tal senso». 

Tutto questo per una associazione di categoria significa… 
«Come Federpesca ed Assopesca anche noi viviamo con disagio e quindi non bene questa situazione. Vediamo imbarcazioni, imprese ancora vitali dal punto di vista strutturale e produttivo che vanno a disarmo e non è una cosa che ci gratifica, anche se paradossalmente la misura dell’arresto definitivo può anche essere letta come misura sociale. Sono scelte, comunque ,che gli armatori fanno non certamente a cuor leggero e che sono imposte in gran parte da una condizione gestionale spesso non più sostenibile». 

Dove vanno ricercate le cause di questa crisi della marineria molfettese, solo nel caro petrolio o anche nei vantaggi comunitari che ne derivano dalla demolizione delle imbarcazioni? 
«Innanzitutto non può parlarsi di crisi della sola marineria molfettese; oggi è tutto il sistema pesca nazionale e comunitario in crisi, anche se con diverse condizioni di contesto da nazione a nazione. La politica comunitaria si è da anni strutturata sulla esigenza di un uso sostenibile delle risorse alieutiche e dell’ambiente marino e quindi sulla progressiva eliminazione del sovrasfruttamento. 

Ultimamente è stata strutturata, da parte della Commissione, una strategia di gestione della pesca basata sul rendimento massimo sostenibile (Msy), che si pensa di dover raggiungere entro il 2015. Si tratta di ricercare un punto di equilibrio sostenibile tra la capacità di pesca, lo sforzo di pesca e la capacità di auto rinnovamento della risorsa. La Commissione ritiene che l’applicazione virtuosa e responsabile di sistemi di gestione della pesca e degli stock ittici basati sul massimo rendimento sostenibile sia la sola strategia utile e necessaria per invertire la tendenza che sembra inarrestabile al depauperamento degli stock ed alla loro conservazione nel tempo; solo così la pesca potrà ritrovare redditività. 

Per raggiungere questi obiettivi è evidente che sono necessarie misure articolate di contenimento dello sforzo di pesca che vanno dalla rottamazione dei natanti alle misure selettive degli attrezzi, all’arresto temporaneo delle attività di pesca, al divieto di pescare in determinate aree o entro determinate distanze, al blocco delle licenze di pesca, alle quote massime di catture di determinati stock, dai piani di disarmo ai piani di gestione. Tra queste misure quella che la Commissione Europea ha fino ad oggi privilegiato, incentivandola, è proprio l’arresto definitivo, che è sostanzialmente la misura che più nettamente e direttamente incide sullo sforzo di pesca. 

La nuova politica comune della pesca sembra assai più penalizzante e destinata ad impattare su un settore già in forte sofferenza. La Commissione Pesca europea sembra posseduta da una sorta di ossessione ambientalista, guardando prevalentemente se non essenzialmente alle risorse ed alla loro salvaguardia, quasi dimenticandosi dell’uomo pescatore, dell’impresa, dei lavoratori, delle famiglie che vivono di pesca. Il settore oggi pur condividendo questi principi di sostenibilità e responsabilità chiede una politica che realizzi un giusto equilibrio tra sostenibilità ambientale e sostenibilità economica e sociale. Essere un pescatore responsabile non può e non deve significare diventare un imprenditore irresponsabile, destinato a tradire la stessa missione e ragion d’essere dell’impresa». 

C’è chi sostiene che la marineria molfettese non ha saputo trovare iniziative imprenditoriali convincenti ed incentivanti. 
«Non intendo far polemica con chi la pensa in questo modo, ma una impresa che ha dei vincoli nella capacità di produzione è una impresa che nasce già condizionata, malata che pur tuttavia deve, comunque, trovare le condizioni di redditività. L’unica seria azione che si potrebbe intentare è quella di ottimizzare al massimo i processi di valorizzazione del prodotto locale e nel contempo contenere il più possibile i costi di gestione dell’impresa, unitamente ai costi di produzione. 

Come Federazione stiamo tentando di ridare protagonismo ai pescatori nei processi di commercializzazione, stiamo programmando iniziative di accorciamento della filiera riducendo le viscosità dei processi distributivi e la dispersione del valore aggiunto del prodotto ittico. Il pescatore allo stato attuale è chiuso in una morsa penalizzante tra costi di produzione che aumentano in maniera esponenziale e un rendimento in termini di catture che diminuisce; con l’aumento dei costi di impresa e la riduzione delle quantità catturate il rendimento economico si riduce: in queste condizioni è difficile per l’impresa resistere. 

L’economia peschereccia è in crisi ma certamente non vanno assecondate convinzioni, anche politiche, che considerano l’economia peschereccia ormai in agonia e destinata a scomparire. Bisogna guardare al futuro con un sano ottimismo; se ci sono oggi problemi di ripopolamento del mare e di riposizionamento delle imprese di pesca nei nuovi scenari, queste sfide vanno affrontate con convinzione e decisione, magari anche con doverosi interventi di accompagnamento e sostegno alle imprese. 

Personalmente sono ottimista per il futuro in quanto vedo ancora spazi per il ritorno allo sviluppo del settore ed alla redditività dell’attività; ci sono prospettive positive, soprattutto se sapremo ridimensionare, come stiamo facendo, lo sforzo di pesca e conseguire pienamente il massimo rendimento sostenibile. 

Il processo di adeguamento in atto è un processo a lungo termine che non tiene conto delle esigenze di oggi e del breve- medio periodo delle imprese e dei pescatori. L’attuazione di nuove strategie gestionali, pur necessarie, non può quindi andare disgiunta da una politica di accompagnamento e di sostenibilità sociale delle misure e degli obiettivi. Solo così il settore potrà sopravvivere e cogliere appieno le opportunità future». 

La demolizione di un natante, in particolare di un peschereccio, porta con sè altre conseguenze per i pescatori e le loro famiglie. Che futuro attende loro? 
«Per la nostra marineria il problema è meno grave di quello che appare dal di fuori, infatti molti lavoratori verranno riassorbiti all’interno dello stesso settore, per la carenza di nuova forza lavoro. Comunque, la Commissione Europea ha previsto delle misure di compensazione, di aiuto alla diversificazione, o anche con forme di sussidi ed indennità a chi rimane senza lavoro». 
Ma c’è anche chi va controcorrente: è il caso di marinai di pescherecci in disarmo di acquistare insieme ad altri soci un altro peschereccio per continuare a lavorare. In una situazione di crisi è un folle o un lungimirante? 
«Una buona dose di sana follia ci vuole per andare in controtendenza. Però guardando alle prospettive future è una grande opportunità che offrono a se stessi e ai propri figli». 

Da dove deve ripartire la marineria molfettese per tornare ad essere una delle prime flotte pescherecce italiane? Quanto le nuove tecnologie possono essere di supporto? 
«Tecnologie che incidono sullo sforzo della pesca non sono possibili, mentre dovremo orientarci su tecnologie che garantiscono migliore selettività degli attrezzi, maggiore sicurezza, minor consumo di gasolio, contenimento dei costi, e soprattutto su iniziative di valorizzazione del pescato. Molfetta è ancora una delle prime flotte pescherecce del nostro Paese, se non come numero di imbarcazioni almeno in termini di tonnellaggio complessivo. Bisogna guardare al futuro con maggiori prospettive e riorganizzare il settore puntando su una impresa che deve riuscire a gestire l’intero ciclo del prodotto ittico, dal momento produttivo a quello di valorizzazione e commercializzazione del prodotto».

MOLFETTA: Il centro chiude per crisi. Negozianti ormai allo stremo

Affitti altissimi, concorrenza impari, incassi ai minimi storici: Corso Umberto non è più la via dello shopping

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di Lucrezia d’Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorni.it/…)

Corso Umberto, il salotto buono della città, la via dello shopping chiude. Perde pezzi. Anzi negozi. Per il momento riescono a sopravvivere ancora solo alcuni irriducibili, «ma stiamo arrancando» confessano, e i negozi in franchising.

Funzionano, ma resta da capire quanto continueranno a reggere, i cosiddetti negozi «pronto moda», quelli dove è possibile acquistare cappotti a quindici euro. In difficoltà anche i negozi gestiti dai cinesi. Nel frattempo corso Umberto è un susseguirsi di serrande abbassate e di cartelli, che il sole ha già sbiadito, su cui è ancora possibile leggere «Affittasi». Per qualcuno la fine del «corso», come via dello shopping, era segnata. In qualche modo era solo una questione di tempo. Per altri si sarebbe potuta evitare. Ma ormai il coma è profondo e solo un miracolo potrebbe rimettere a posto le cose. Troppo tardi anche per la creazione di un ipermercato all’aperto. Se ne parlava già otto anni fa, forse più. Ora, l’opinione è pressoché comune tra gli operatori del settore, non servirebbe a nulla. Le abitudini dei residenti sono cambiate. La rivoluzione «anti-culturale» dello shopping è in stato avanzato e non è davvero possibile tornare indietro.

Perché hanno chiuso i negozi del centro cittadino e perché continuano a chiudere? Qualche commerciante accetta di rispondere. Ma non vuole che si faccia il suo nome. «E’ vero – dice – è anche colpa della crisi economica che ha colpito tutte le famiglie. Si compra ciò che è necessario si spende meno per ciò che viene considerato superfluo. Di un accessorio moda o di un paio di scarpe in più si può anche fare a meno in un momento di difficoltà economica. Ma ci sono altre verità che non possono essere taciute. Qui si continua a chiudere anche perché gli affitti dei locali sono altissimi. Per cinquanta, sessanta metri quadrati – ci spiega – si arrivano a pagare anche milleduecento euro, anche di più. A questa somma vanno ad aggiungersi le imposte comunali. Se sei al centro paghi di più già per un’abitazione, mi riferisco ad esempio alla spazzatura, e se sei un commerciante paghi ancora di più. E poi ci sono i costi dei dipendenti, per chi se li può ancora permettere, e poi tutte le tasse. A conti fatti solo per alzare e abbassare la serranda del negozio tutti i giorni in cui è consentito al giorno devi registrare un ricavo, non un incasso, che supera i duecento euro al giorno. Ed è una impresa difficile».

E la concorrenza dei centri commerciali? «Non è il caso di conservarla. Perché qualcuno dice che in fin dei conti hanno portato ricchezza dando posti di lavoro. A quale prezzo, a chi, con quali formule contrattuali, poi nessuno se lo chiede. Per anni ci hanno raccontato la favola dell’ipermercato all’aperto. Sono stati anche stanziati soldi per realizzarlo. Ma non si è fatto niente e comunque senza interventi concreti anche da parte dell’autorità comunale non si può fare niente».

Duro il commento dell’avvocato Raffaella Altamura, responsabile di Confesercenti. «Sono anni che ripetiamo le stesse cose – dice – e ogni anno il numero delle partita IVA che vengono cancellate aumenta. Il commercio a Molfetta sta morendo. La crisi attraversa un po’ tutti i settori merceologici. Le promesse, gli incontri, i progetti, quando realizzati, non hanno portato a nulla. La gente non compra, non spende. Soprattutto esce dal centro cittadino per andare a riversarsi nei centri commerciali. Quando abbiamo lanciato l’allarme, qualche anno fa, pronosticando quanto sarebbe accaduto nessuno ci ha dato ascolto. Adesso basta guardarsi intorno. Molfetta, il centro di Molfetta, è una desolazione. I commercianti sono rimasti in pochi e fanno i salti mortali per restare aperti e questo senza l’aiuto concreto di nessuno». E nella città degli affitti altissimi, dei centri commerciali (che continuano a registrare il pieno tutti i giorni) e dei negozi «storici» che continuano a chiudere, sono in difficoltà anche i negozianti cinesi. «Mio nipote – dice la signora Maria, che è cinese ma si fa chiamare così, ed è commerciante anche lei – ha dovuto chiudere e adesso vende nei mercati settimanali. Qui tutti vogliono sconti. Ma gli affitti sono alti e non si riesce ad arrivare a fine mese».

A Roma il No B-Day "Siamo più di un milione"

Il corteo in piazza San Giovanni

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di Giovanni Innamorati (www.ansa.it/…)

ROMA – I partiti di opposizione scavalcati dalla piazza, dove si vedono tantissimi giovani che invece sono sempre piu’ rari nelle sedi dei movimenti politici. Questo l’aspetto piu’ vistoso del ‘No B Day’, la prima manifestazione mai convocata in Italia via web, senza l’appoggio di apparati organizzativi di partiti o sindacati. Una manifestazione con un unico messaggio espresso insieme con rabbia e allegria: ”Berlusconi vada a casa”. Proprio il manifesto lanciato su Facebook a ottobre per convocare la manifestazione mostra tutto l’approccio impolitico dell’iniziativa: ”non ci interessano le conseguenze delle dimissioni di Berlusconi; l’importante e’ che si dimetta subito”.

Ed ecco che i partiti di opposizione oggi si sono dovuti accodare. Gli organizzatori hanno parlato di oltre un milione di presenti. la Questura di 90 mila. Quel che e’ certo e’ che hanno riempito piazza San Giovanni. I manifestanti hanno applaudito tutti quelli che hanno sfilato nel corteo con loro, da Di Pietro a Rosy Bindi, da Paolo Ferrero a Oliviero Diliberto, da Nichi Vendola ad Angelo Bonelli dei Verdi. Le polemiche per la mancata presenza ufficiale del Pd, sollevate da Idv e dagli altri partiti di sinistra, si e’ vista quindi solo nel retropalco piu’ che nella piazza, che aveva solo voglia di gridare assieme ”Berlusconi dimettiti” come e’ stato ritmato piu’ volte. Pier Luigi Bersani, alla fine, ha inviato la ‘pasionaria’ Rosy Bindi, festeggiatissima dai manifestanti: ”abbiamo perso tre settimane a litigare con Di Pietro – sospira Pippo Civati – e a dividerci tra noi sul nulla”. Di Pietro, sempre attorniato dalle telecamere, ha attaccato il governo a testa bassa (”e’ mafioso, fascista e piduista”) ma non e’ riuscito a monopolizzare l’iniziativa. Paolo Ferrero analizza cosi’ la paura del Pd per questa piazza: ”hanno una concezione vecchia, in cui i partiti hanno il monopolio della politica. Ma ormai non e’ piu’ cosi’, e il primo compito dei partiti e’ ascoltare la societa”’.

Cosi’ in molti hanno evitato di fare dichiarazioni, sottolineando piuttosto di voler ascoltare la piazza: da Dario Franceschini a Fausto Bertinotti. La prima sfida per il centrosinistra consiste ora nel proporre a questa piazza un’offerta politica adeguata. La seconda sfida e’ costituita dalla massiccia presenza di giovani in quella che Ferrero ha definito ”una manifestazione generazionale, convocata con mezzi generazionali”. Sono passati solo otto anni dal 2001 e i Girotondi sono gia’ archeologia.

S.BORSELLINO,BERLUSCONI E SCHIFANI SONO VILIPENDIO
"Il vero vilipendio è che persone come Schifani e Berlusconi occupino le istituzioni. Schifani non vuole chiarire i rapporti avuti con la mafia nel suo studio professionale". Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in un intervento alla manifestazione del No B Day, interrotto più volte dall’ovazione della folla.

MONICELLI, MANIFESTAZIONE BELLA E GIOVANE
"Questa è una manifestazione bella perché è giovane, non c’é cupezza, non c’é aria di sconfitta", ha detto Mario Monicelli, giaccone bianco, sciarpa viola e coppola, intervenendo sul palco. "Tenete duro, viva voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva il lavoro" ha aggiunto. Secondo il regista, "dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che sono cose diverse dalla libertà".

LA DIRETTA SULLA TV DANESE – Il No B day trasmesso in diretta dalla Tv danese, oltre che da Rainews 24, Sky Tg24, Red Tv e You Dem. "Possiamo essere soddisfatti – ha detto Gianfranco Mascia, uno degli organizzatori – del fatto che ci sarà la diretta di una rete televisiva pubblica nazionale: quella Danese. Infatti abbiamo saputo che il canale televisivo pubblico della Danimarca ha deciso di mandare in onda non solo P.zza San Giovanni, ma seguirà tutto il corteo. Una bella dimostrazione di democrazia nei confronti di chi – alla RAI – ha preferito non concedere la diretta TV".

Comuni a 5 Stelle: Prima stella, l'Ambiente – Maurizio Pallante

Maurizio Pallante:
“Non sarà facile parlare dopo Beppe, comunque farò insieme a voi delle riflessioni a partire da qualche considerazione sulla crisi che stiamo vivendo, una crisi terribile perché somma due aspetti: l’aspetto economico della sovrapproduzione di berci che non si riescono a vendere e l’aspetto ambientale sia dal punto di vista dell’esaurimento delle risorse, sia dal punto di vista delle emissioni inquinanti e in particolare dell’aggravarsi dell’effetto serra.
E’ stata una crisi di sovrapproduzione fin dall’inizio, anche quando la volevamo mascherare come una crisi di carattere finanziario, quando cioè le banche americane prestavano dei soldi per comprare delle case a persone che non avrebbero potuto restituirle e che facevano in questa maniera, sostenevano l’industria dell’edilizia, consentivano di continuare a produrre al di là di quello che il mercato era in grado di assorbire, era una maniera semplicemente di ritardare la crisi di carattere di sovrapproduzione che stava esplodendo. Entrambi gli aspetti della crisi, sia quello economico – finanziario, occupazionale, sia quello ambientale sono dovuti al meccanismo della crescita economica, al fatto che l’economia ha come scopo quello di produrre, ogni anno, quantità sempre maggiori di merci e quindi consuma quantità sempre maggiori di risorse e quindi produce quantità sempre maggiori di rifiuti e quindi mette sul mercato quantità sempre maggiori di merci che non si riescono più ad assorbire, perché tutti quanti abbiamo delle case strapiene di oggetti che potremmo anche per anni non comprare più e continuare ad avere ciò di cui abbiamo bisogno.
La recessione che stiamo vivendo è un’opportunità perché pone freno alla crisi ambientale, non tutto il male viene per nuocere, ci costringe a rimettere in discussione i 50 anni di follia in cui siamo vissuti, a partire dal fatto che c’era una sovrabbondanza di petrolio a prezzo molto basso, ci ha fatto perdere ogni buonsenso nell’affrontare le cose, ogni buonsenso a rapportarci con il mondo, ogni buonsenso a rapportarci tra di noi e nella nostra stessa vita individuale.
C’è una pericolosa illusione in questo momento che si possa uscire dalla crisi rimettendo in moto l’economia con il rilancio della domanda e delle produzioni tradizionali, in particolare l’edilizia e l’automobile. Questa maniera che è quello che stanno facendo oggi, non ha via d’uscita, non ha possibilità di realizzazione per due ragioni: 1) perché i mercati dell’automobile e dell’edilizia sono più che saturi, abbiamo moltissime case vuote, abbiamo delle automobili che non sappiamo più dove mettere e il traffico nelle città è un traffico ormai impossibile; 2) perché non soltanto il mercato di questi prodotti sono saturi, ma sono prodotti estremamente energivori, noi siamo abituati a pensare che l’automobile è energivora perché consuma delle benzina, non siamo abituati a pensare che gli edifici, le case sono energivori e sono più energivori delle automobili, perché soltanto per il riscaldamento in 5 mesi il nostro patrimonio edilizio consuma tanta energia quanto consuma tutto il parco delle automobili e dei camion nel corso di un anno.
Queste scelte non portano da nessuna parte, io che vivo vicino a Torino ne ho la prova provata, si è pensato di lanciare l’economia della città attraverso l’edilizia con le Olimpiadi, il risultato è che abbiamo degli edifici che sono già in degrado, abbiamo degli edifici che hanno dei consumi energetici e la popolazione, i cittadini di Torino si trovano ad avere in questo momento un debito di 6 mila Euro a testa, neonati compresi, se la città vendesse tutto il suo patrimonio edilizio potrebbe pagare la metà dei debiti che ha accumulato e tutto questo si è bloccato, tutta questa spinta dell’edilizia.

Il secondo aspetto ancora più problematico è quello dell’automobile, il 4 luglio del 2007 si lanciavano fuochi d’artificio nel cielo di Torino dicendo che ripartiva l’economia e la produzione attraverso la Cinquecento, sono bastati un anno e 4 mesi per mettere in cassa integrazione tutti i dipendenti della FIAT, queste persone non sanno cosa fare, non hanno una capacità di previsione del futuro minima, neanche di un anno, tentano semplicemente di riproporre quello che si è riproposto nei decenni passati e guardate che non c’è nessuna fantasia, nessuna creatività, avete letto i giornali oggi? Berlusconi come propone di rilanciare l’economia? Attraverso l’edilizia, da una parte incentivando l’edilizia privata per aumentare le cubature, dall’altra incentivando l’edilizia pubblica attraverso le grandi opere.
Neanche la dimostrazione dei fatti li convince che questa strada non porta da nessuna parte, allora cosa occorre fare per uscire? Guardate che anche questo discorso è un discorso che riguarda anche Obama, perché sicuramente c’è un salto di qualità enorme tra Bush e Obama ma non è tutto oro quello che luccica, anche Obama ha un impegno nei confronti dell’automobile e quando si parla di energia, noi mettiamo sempre in evidenza il fatto che parla delle fonti rinnovabili, ma parla anche del nucleare, delle biocombustibili, ma parla anche del carbone pulito, perché siamo sempre nell’ottica di tentare di continuare a produrre quello che si è fatto in passato.
Qual è la strada che invece dobbiamo percorrere? Qual è l’alternativa? E’rimettere in moto il ciclo economico, rilanciare la produzione e l’occupazione con misure politiche finalizzate a ridurre le cause dei due aspetti della crisi, dobbiamo sviluppare delle tecnologie che riducono il consumo di risorse e l’impatto ambientale, queste tecnologie hanno un enorme spazio di mercato perché negli ultimi 50 anni non le abbiamo neanche prese in considerazione e ci consentono di ridare senso al lavoro con attività umana che migliora il mondo, ci consentono di trasformare la crisi in una grande opportunità di cambiamento e di miglioramento che non dobbiamo assolutamente perdere.
Da questo punto di vista ritengo che le liste civiche che si presenteranno alle elezioni, dovranno porre alla centralità del loro programma lo sviluppato di iniziative, di misure che consentono di sviluppare queste tecnologie finalizzate a ridurre il consumo di risorse, finalizzate a ridurre l’impatto ambientale, gli enti locali possono fare molto da questo punto di vista.
Faccio degli esempi semplici: l’energia, dobbiamo porci l’obiettivo di ridurre i consumi energetici almeno del 50%, noi abbiamo degli sprechi che arrivano al 70, all’80% dell’energia, non ha nessun senso che una civiltà si chiami tecnologicamente avanzata con queste performance così negative! Come possono gli enti locali ridurre i consumi di energia, il primo punto è fare una diagnosi energetica dei loro edifici e mettere a posto i loro edifici perché non hanno nessun diritto di dire alla gente di comportarsi bene, se non sono i primi a comportarsi bene!
Ci sono degli amministratori pubblici che hanno fatto la diagnosi energetica di tutti i loro edifici, sono in grado di sapere quanto consumano e quanto sprecano e sono in grado di intervenire per metterli a posto anche di seconda battuta, se devono rifare un tetto per ragioni che devono farlo di per sé stesso, le opere di manutenzione straordinaria, nel momento in cui si sa quanto spreca un edificio, possono, con una integrazione di costi, diventare delle opere che riducono i consumi a parità di servizi finali.
Basta a quel punto semplicemente l’extracosto in più del materiale maggiormente efficiente, tanto gli operai devo metterli, tanto il tetto devo scoperchiarlo, tanto i ponteggi devo metterli, con piccolissimi costi la manutenzione straordinaria può diventare una grande occasione di occupazione e di riduzione dell’impatto ambientale.
Il secondo punto, una volta messa a posto casa propria sono i regolamenti edilizi, ogni ente pubblico può fare un regolamento edilizio, un allegato energetico in cui dice: nel mio territorio comunale non si possono più costruire case o non si possono più ristrutturare le case esistenti se consumano più di 7 litri al metro quadrato all’anno, che è la misura massima consentita in Alto Adige, in Germania e in altri paesi europei. Devono, sempre per rilanciare l’occupazione e la produzione di queste tecnologie, favorire lo sviluppo di società che si chiamano Energy Service Company, società che fanno le ristrutturazioni energetiche a loro spese e che si ripagano incassando, per un certo numero di anni, il risparmio energetico che riescono ad ottenere, si tratta di mettere in moto un gigantesco trasferimento di denaro, di soldi che oggi spendiamo per comprare petrolio all’estero, per pagare salari e stipendi alle persone che ci consentono di ridurre il consumo di acquisto di petrolio dall’estero, è una maniera di rilanciare l’economia e di autofinanziare questo tipo di progetti. Bisogna dire: no a ogni tipo di centrale, in più che venga proposta nel nostro territorio!
Le fonti rinnovabili che noi sosteniamo come seconda misura dopo la riduzione dei consumi devono essere fatti su piccoli impianti per autoconsumo degli edifici, come diceva prima Beppe, non abbiamo bisogno di grandi centrali, ma abbiamo bisogno di tanti cittadini che si autoproducono la loro energia e che vengono mettendo in rete le eccedenze quando hanno delle eccedenze. Un’altra misura molto importante e che andrà nei Consigli Comunali, è proporre il pagamento del riscaldamento nei condomini a consumo o non a forfait, perché se il riscaldamento viene pagato sui millesimi dell’appartamento, non c’è nessun incentivo da parte delle persone a metterle a posto, se viene pagato a consumo invece, se qualcuno fa delle opere di ristrutturazione per consumare di meno, si ripaga questo lavoro attraverso una riduzione del consumo di fonti fossili.
Si tratta di trasformare i risparmi in salari e stipendi per un sacco di persone che hanno delle competenze che sono a spasso in una maniera che è inaccettabile da un punto di vista civile!
Un ultimo elemento è che si parla molto di biocombustibili, di un’agricoltura finalizzata a produrre dei biocarburanti, nessuno parla del fatto che alcune forme di agricoltura possano essere utilizzate per produrre dei materiali che consentono di ridurre i consumi di energia e non di implementare l’offerta di energia, per esempio ci sono delle esperienze molto interessanti sul fatto che si può usare la canapa per fare la coibentazione delle case, oppure voi pensate che abbiamo oggi la lana delle pecore che non è particolarmente raffinata, che viene considerata rifiuto speciale e viene portata in discarica a dei prezzi molto alti, con questa lana si possono fare dei cappotti nelle intercapedine delle case per diminuire i consumi, si riducono i rifiuti, si riducono i consumi di energia, si riduce l’impatto ambientale, si creano dei posti di lavoro.
Secondo punto, è l’uso del territorio, bisogna dare uno stop all’espansione dei piani regolatori, non si deve più costruire neanche un centimetro quadrato di terreno agricolo!
Guardate che in questa maniera non si blocca l’occupazione, non si blocca l’edilizia, si indirizza l’edilizia a ristrutturare l’esistente, abbiamo costruito 50 anni in una maniera vergognosa, abbiamo da mettere a posto disastri fatti da 50 anni, c’è un mare di lavoro da fare, una misura di questo genere costringe tutti coloro che lavorano nell’edilizia a implementare la loro professionalità per rimettere a posto guasti che si sono fatti per costruire in una maniera più rispettosa dell’ambiente!
Sempre per quanto riguarda l’uso del territorio, già Beppe lo diceva, la riqualificazione dell’esistente, non si deve costruire del nuovo ma rimettere a posto, abbattere se è necessario e ricostruire in maniera più decente, ma la riqualificazione del verde urbano ha un’importanza che noi spesso sottovalutiamo perché pensiamo che sia qualcosa da fare, qualche viale alberato, da fare qualche giardinetto, invece va riequilibrato il rapporto tra organico e inorganico nelle città, perché se noi sviluppiamo il verde in maniera significativa e non soltanto per abbellimento, abbiamo 3 risultati fondamentali: 1) le aree verdi assorbono l’acqua e consentono di riempire le falde freatiche, le aree impermeabilizzate fanno disperdere l’acqua, noi aumentiamo i consumi di acqua e diminuiamo contemporaneamente attraverso l’asfaltatura, attraverso la cementificazione la capacità delle falde freatiche di riempirsi, quindi questo è il primo elemento. 2) perché il verde urbano abbassa la temperatura dei microclimi delle città che sono di 3 o 4 gradi superiori ai microclimi delle zone circostanti. 3) perché una forestazione urbana consente di assorbire la Co2 e quindi di ridurre anche l’effetto serra e di ridurre anche l’innalzamento climatico!
Occorre percepire a pieno l’importanza dell’uso del verde nelle città. Altro punto fondamentale è quello dei rifiuti, ci sarà una relazione specifica, quello che voglio dire soltanto è che dobbiamo cominciare a impostare quelli che di noi andranno nelle amministrazioni comunali, il problema dei rifiuti da un punto di vista economico, perché è l’unica maniera di affrontarlo anche da un punto di vista ecologico, se diminuiscono i rifiuti, se si recuperano le materie prime secondarie che contengono, si ha un risparmio sui costi di conferimento allo smaltimento, se non porto un chilo in discarica perché non l’ho prodotto, o perché l’ho riciclato ho un risparmio del costo in discarica o dell’incenerimento, ma se non lo porto allo smaltimento, vuole dire che lo sto vendendo a qualcuno che ne fa una materia prima secondaria.
Per cui la raccolta differenziata, la riduzione di rifiuti devono consentire agli enti pubblici di ridurre i costi che oggi sostengono le popolazioni, la cittadinanza per i rifiuti e addirittura di farli trasformare in un introito per accrescere i proventi del loro bilancio, cosa necessaria per sostituire la tendenza suicida a riempire il bilancio svendendo il territorio come stanno facendo in questo periodo.
Sulle questioni tecniche ci sarà un’altra rela

Poi i comuni possono entrare anche nel piano della politica economico – occupazionale, si parlava delle filiere corte, bisogna valorizzare i prodotti del territorio, non è più concepibile che si facciano fare tutti questi chilometri dai prodotti perché è una questione che crea impatto ambientale che aumenta l’effetto serra e che toglie occupazione delle persone perché andiamo a supersfruttare dei lavoratori di popoli anche lontani che non vengono pagati per il giusto e che ci consentono di avere questi materiali che non fanno bene e non fanno tanto bene quanto costano poco!
Bisogna aumentare gli acquisti verdi da parte dei comuni, di prodotti in maniera ecocompatibile oltre che vicini dal punto di vista territoriale, bisogna che i comuni gestiscono in maniera seria i rifiuti organici delle mense scolastiche, ci sono degli sprechi che gridano vendetta al cospetto di Dio, ci sono delle quantità di cibo che vengono buttate impressionanti, questo cibo non può… vengono buttati interi plateau di materiale non toccato per chissà quale motivo sanitario che viene accampato, quando questo cibo potrebbe nutrire moltissime persone che hanno bisogno!
Quello che non può essere utilizzato per questo scopo, deve essere utilizzato per fare del compostaggio per arricchire di sostanza organica i suoli. Bisogna valorizzare un massimo le popolazioni contadine, dei piccoli contadini di prossimità e favorire il fatto che possano vendere i loro prodotti nelle città, superando tutti gli obblighi burocratici, partite Iva etc., perché sono comprensibili per le grandi aziende, ma per il piccolo contadino, azienda familiare non sono comprensibili.
Guardate che questo fenomeno dei mercati contadini, delle filiere corte è un fenomeno che sta avendo un grande sviluppo dappertutto, in tutti i paesi industriali avanzati, bisogna che chi di noi va nelle istituzioni, favorisca questo tipo di processo.
Due cose ancora e poi ho finito: la questione del traffico, bisogna da questo punto di vista impedire che vengano costruiti i parcheggi nei centri storici, fare parcheggi dei centri storici significa attivare del traffico nelle città, bisogna impedire che vengano fatti i parcheggi negli edifici di uffici e di fabbriche, perché questo significa incitare le persone ad andare a lavorare con l’automobile e non con i mezzi pubblici e bisogna trovare delle forme di mobilità alternativa, una delle cose fondamentali, non so per quale motivo sono stati tolti dalla circolazione sono i filobus, il mezzo di trasporto ecologico per eccellenza perché è un mezzo elettrico che non ha tutto il peso dalle batterie e prende l’elettricità dalla rete, il filobus è stato cancellato dalle nostre città, bisogna reintrodurre i filobus e meglio ancora sarebbe ancora reintrodurre dei filobus che prendono corrente, non da una linea aerea, ma da sotto l’asfalto perché se si ha l’alimentazione elettrica sotto l’asfalto, come si alimentano i filobus, si possono alimentare anche delle automobili elettriche che non hanno le batterie, bisogna affiancare ai mezzi pubblici collettivi una flotta di automobili pubbliche a uso privato che possono essere prese con una scheda pre-pagata, scaricabile e che possano essere lasciate dove una persona deve arrivare e che possano essere riutilizzate da altre persone.
Se l’elettrificazione avvenisse sotto l’asfalto, potremmo alimentare in maniera elettrica non soltanto dei pullman ma anche una flotta di auto pubbliche a uso privato.
Ci sono anche altri sistemi che dovremmo prendere in considerazione, in particolare c’è un gruppo di persone a Rimini che sta sperimentando un sistema di si chiama Jungo che è un sistema di autostop con tessera, questo consente di ridurre moltissimo il traffico, lo sta sperimentando questo sistema Jungo la Provincia di Trento, dovremmo analizzarlo con maggiore attenzione.
Infine il discorso dell’acqua, sul fatto che l’acqua deve essere pubblica penso che non dobbiamo neanche più discutere perché è una cosa talmente evidente e giusta che non dovremo più spenderci parole, ma non basta questo, credo che dovremo impegnarci molto per la riparazione degli acquedotti, noi abbiamo gli acquedotti che perdono fino al 40% di acqua, pompiamo l’acqua e la perdiamo, dobbiamo fare in maniera di non disperdere questa acqua e quindi un grosso impegno in questa direzione.
Credo che delle aziende che lavorino in una logica tipo delle Esco (Energy Service Company) possono supportare i comuni in questo tipo di iniziativa, mettere a posto gli acquedotti e guadagnare sul risparmio idrico conseguente al loro intervento, penso che una miriade… mi auguro che sia la più possibile la presenza di liste civiche nei nostri comuni perché non ci vuole molto, basta uno, due Consiglieri comunali, di fronte al vuoto uno o due Consiglieri comunali riescono a prendere le redini della situazione e a portare gli altri sulla propria strada perché questi non hanno idee, non sanno cosa fare!
Anche se il risultato elettorale dovesse essere limitato, sappiate che ognuno di noi che andrà in un Consiglio Comunale, vale per 10, perché l’importante è che abbia le idee chiare, che sappia fare delle proposte costruttive, che sappia trascinarsi dietro gli altri e credo che questa nostra presenza negli enti locali non soltanto può migliorare le condizioni di vita dei comuni in cui viviamo, ma possa dare una spinta molto grossa, più in generale per uscire dalla crisi con un recupero di occupazione qualificata, di senso del lavoro, di miglioramento dell’ambiente e quindi trasformare il pericolo che stiamo vivendo in una grande opportunità di cambiamento, grazie e arrivederci!”

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