Archivio mensile:marzo 2007

“Sono morti anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi”

“Sono morti anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi”. Con queste parole Giancarlo Caselli si chiedeva se alla fine anche noi non siamo responsabili dei troppi morti per mafia.
La notte tra il 18 ed il 19 marzo ladri troppo educati e poco ingordi sono entrati nella sede del mensile «Casablanca» e hanno rubato il computer centrale (compreso il mouse)… senza alcun segno di scasso.
u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>Potevano prendere molto altro ed invece si sono limitati ad un solo computer: casualmente quello con tutti i dati. Ma chi sapeva che quella notte Riccardo Orioles non avrebbe dormito in sede? Chi sapeva che in quel computer c’erano tutti i dati del giornale? (benedette copie di backup).u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>Molto interessante come segnale…u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>Abbiamo aspettato qualche giorno per vedere quale reazione avrebbero avuto istituzioni e amanti della legalità: tanta solidarietà a parole, quasi a voler ripetere il rito meno macabro delle condoglianze e poter dire: “io c’ero”.u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>Con estrema durezza noi vogliamo essere VIVI e dire che la vera solidarietà istituzionale e politica dovrebbe indagare sul fatto che certi poteri negano al direttore di «Casablanca» persino l’apertura di un conto corrente postale (facendo costare la spedizione delle copie in abbonamento il doppio).u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>Graziella Proto e Riccardo Orioles erano nella redazione de «I Siciliani» di Pippo Fava. Da allora non hanno mai mollato: Graziella, il presidente della cooperativa editrice de «I Siciliani», per oltre 15 anni ha pagato le conseguenze di quella morte in termini non solo personali dei sentimenti, ma anche economici, visto che dopo la morte di Pippo Fava la grande solidarietà non è servita per pagare le bollette della luce e del telefono facendo sì che «I Siciliani» fallissero.”,1]
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Potevano prendere molto altro ed invece si sono limitati ad un solo computer: casualmente quello con tutti i dati. Ma chi sapeva che quella notte Riccardo Orioles non avrebbe dormito in sede? Chi sapeva che in quel computer c’erano tutti i dati del giornale? (benedette copie di backup).
Molto interessante come segnale…
Abbiamo aspettato qualche giorno per vedere quale reazione avrebbero avuto istituzioni e amanti della legalità: tanta solidarietà a parole, quasi a voler ripetere il rito meno macabro delle condoglianze e poter dire: “io c’ero”.
Con estrema durezza noi vogliamo essere VIVI e dire che la vera solidarietà istituzionale e politica dovrebbe indagare sul fatto che certi poteri negano al direttore di «Casablanca» persino l’apertura di un conto corrente postale (facendo costare la spedizione delle copie in abbonamento il doppio).
Graziella Proto e Riccardo Orioles erano nella redazione de «I Siciliani» di Pippo Fava. Da allora non hanno mai mollato: Graziella, il presidente della cooperativa editrice de «I Siciliani», per oltre 15 anni ha pagato le conseguenze di quella morte in termini non solo personali dei sentimenti, ma anche economici, visto che dopo la morte di Pippo Fava la grande solidarietà non è servita per pagare le bollette della luce e del telefono facendo sì che «I Siciliani» fallissero.
u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>Quel 5 gennaio del 1984 Pippo è stato ucciso due volte: dalla mafia e dalla solidarietà perbenista che non ha impedito il fallimento della rivista.u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>Un anno fa, in occasione della candidatura di Rita Borsellino alla presidenza della regione, quei “giovani” de «I Siciliani» hanno sentito forte la necessità di tornare a crederci. Così hanno fondato «Casablanca», un giornale che la smette di lagnarsi e autocommiserarsi per il fatto che «La Sicilia» di Ciancio e i vari tabloid dei poteri non danno spazio alla libera informazione. Si sono rimboccati le maniche e sono ripartiti.u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>Visto che a volte siamo troppo storditi dalle sirene mediatiche ci siamo permessi, da umile e insignificante Associazione Antimafia, di fare un comunicato in cui avvertiamo che stanno “uccidendo” «Casablanca». Perché uccidere non significa solo eliminare fisicamente una persona, uccidere significa delegittimare, impedire l’apertura di un conto corrente postale, fare leggi ad hoc per permettere che un magistrato non si presenti ad un concorso, significa riabilitare i ladri del quartierino, significa ingenerare tanto e tale sdegno da far chiedere il prepensionamento di un magistrato che negli anni ha “solo” smascherato un’associazione “particolare” come la P2 o “solo” scoperto una vergogna italiana come tangentopoli.u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana”>u003cb>“Sono morti anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi”.u003c/b>u003c/font>”,1]
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Quel 5 gennaio del 1984 Pippo è stato ucciso due volte: dalla mafia e dalla solidarietà perbenista che non ha impedito il fallimento della rivista.
Un anno fa, in occasione della candidatura di Rita Borsellino alla presidenza della regione, quei “giovani” de «I Siciliani» hanno sentito forte la necessità di tornare a crederci. Così hanno fondato «Casablanca», un giornale che la smette di lagnarsi e autocommiserarsi per il fatto che «La Sicilia» di Ciancio e i vari tabloid dei poteri non danno spazio alla libera informazione. Si sono rimboccati le maniche e sono ripartiti.
Visto che a volte siamo troppo storditi dalle sirene mediatiche ci siamo permessi, da umile e insignificante Associazione Antimafia, di fare un comunicato in cui avvertiamo che stanno “uccidendo” «Casablanca». Perché uccidere non significa solo eliminare fisicamente una persona, uccidere significa delegittimare, impedire l’apertura di un conto corrente postale, fare leggi ad hoc per permettere che un magistrato non si presenti ad un concorso, significa riabilitare i ladri del quartierino, significa ingenerare tanto e tale sdegno da far chiedere il prepensionamento di un magistrato che negli anni ha “solo” smascherato un’associazione “particolare” come la P2 o “solo” scoperto una vergogna italiana come tangentopoli.
“Sono morti anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi”.
u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>Vi chiediamo di essere VIVI e di permettere ad una voce libera della SICILIA di continuare a vivere. Abbonatevi a «Casablanca», leggete le altre storie, le verità scomode, senza riverenze ai poteri di qualsiasi colore. Partecipate anche voi alle storie di «Casablanca» e, per una volta, potremo dire di essere arrivati in tempo.u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cp alignu003d”justify” styleu003d”margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”> u003c/span>u003c/font>u003c/p>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana”>u003cb>Associazione Antimafia “Rita Atria”u003c/b>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana”>u003cb>u003cbr>u003c/b>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>u003cb>Se condividete il testo e la finalità vi chiediamo di divulgare l’email.u003c/b>u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>u003cb>Il testo è disponibile sul sito u003c/b>u003c/span>u003c/font>u003ca hrefu003d”http://www.ritaatria.it/” targetu003d”_blank” onclicku003d”return top.js.OpenExtLink(window,event,this)”>u003cfont coloru003d”#0019EC” faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>u003cb>www.ritaatria.itu003c/b>u003c/span>u003c/font>u003c/a>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana” sizeu003d”4″>u003cspan styleu003d”font-size:13.3px”>u003cb> u003c/b>u003c/span>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>u003cfont faceu003d”Verdana”>u003cb>u003cbr>u003c/b>u003c/font>u003c/div>u003cdiv styleu003d”text-align:justify;margin-top:0px;margin-right:0px;margin-bottom:0px;margin-left:0px”>”,1]
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Vi chiediamo di essere VIVI e di permettere ad una voce libera della SICILIA di continuare a vivere. Abbonatevi a «Casablanca», leggete le altre storie, le verità scomode, senza riverenze ai poteri di qualsiasi colore. Partecipate anche voi alle storie di «Casablanca» e, per una volta, potremo dire di essere arrivati in tempo.

 

Associazione Antimafia “Rita Atria”

Se condividete il testo e la finalità vi chiediamo di divulgare l’email.
Il testo è disponibile sul sito www.ritaatria.it
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I signori della Città della Moda ovvero i commercianti della domenica.

È stato riportato da alcuni organi d’informazione locale un comunicato stampa diffuso dagli “operatori della Città della Moda” con cui si esprime malcontento sulla chiusura della Fashion District nella giornata di domenica 11 marzo.

 

Sembra che molti di loro per sopravvivere abbiano bisogno di lavorare di domenica e con toni quasi minacciosi accusano le “pseudo-associazioni di commercianti locali” e le istituzioni di “dirigere” quella che loro chiamano la pantomima (delle chiusure domenicali) e che d’ora in avanti tuteleranno i loro diritti di  “imprenditori” in ogni sede.

 

Credo che questo comunicato stampa  non andrebbe preso sul serio già per il fatto che sia stato diffuso pubblicamente senza una o più firme. Spero si sia trattato di una dimenticanza degli organi di stampa, ma chi legge si attiene a quello che è riportato in rete e pertanto il comunicato è anonimo, o meglio, gli “operatori della Città della Moda” si facciano identificare o eleggano un loro portavoce che si prenda le responsabilità di quello che dichiara.

 

Sarebbe interessante sapere se tra i firmatari ci siano i circa 50 commercianti che hanno violato i regolamenti comunali nella giornata di Domenica 6.11.2005. Quel giorno, con la stessa arroganza dei nostri “commercianti abusivi” dell’ortofrutta di città, gli “imprenditori della Città della Moda” hanno deciso di aprire i loro negozi nonostante ci fosse l’ordinanza di chiusura domenicale.

Spero che abbiano pagato le multe che ammontano a circa 250.000 euro, altrimenti avremmo creato un’altra categoria di cittadini privilegiati. C’è poi un altro aspetto del comunicato che incuriosisce.

 

Gli anonimi “sottoscrittori” fanno sfoggio delle loro conoscenze amministrative facendo riferimento ad alcuni stralci del Protocollo d’intesa tra il Comune di Molfetta e l’amministratore unico della società Alfa s.r.l., Mario Dora del 15.02.2000. Purtroppo non sono stati informati bene da chi li ha indirizzati verso questa improvvisata protesta, perché chi si impegnava nel 2002 a “favorire lo sviluppo di attività imprenditoriali di qualità a forte valenza occupazionale” non era il Comune di Molfetta bensì la società Alfa 1 s.r.l. oppure la Gamma 1 s.r.l., Alfa 6 s.r.l., Orion s.r.l., Fashion District Italia S.p.A e la Fashion District Holding; chiedetelo a loro, a Mario Dora o a Giuseppe Taini che hanno investito, con le società che rappresentano, centinaia di miliardi di lire.

 

Questi signori, come anche i singoli commercianti, sapevano che la domenica nel territorio molfettese si riposa. È inaccettabile che si vogliano imporre nuove regole che avvantaggino solo i centri commerciali. È vero che l’apertura domenicale è la variabile che può determinare il pieno successo di queste strutture, ma non va mai dimenticato che, per opposte ragioni, questa deregolamentazione non può che causare danni irreparabili non solo alla la rete distributiva di vicinato ma anche alla qualità della vita di tutti i cittadini.

 

Forse qualcuno sperava che con la promozione di Molfetta a “Città d’arte” si sarebbe potuto aggirare l’ostacolo? C’è qualcuno che non ha mantenuto gli impegni?

 

Tra gli altri impegni della società ALFA 1 c’era anche “la promozione del contesto territoriale, mediante la realizzazione di progetti tematizzati in sintonia con le radici culturali del sito in contesti architettonici a misura d’uomo, con investimenti a lungo termine”.

 

Il Comune invece s’impegnava a valorizzare a fini turistici le risorse paesaggistico/ambientali ed artistico/culturali del territorio; a realizzare una biblioteca multimediale per la presentazione delle risorse culturali locali; a realizzare un’agenzia turistica per l’organizzazione di percorsi naturalistici, storici, museali, e culinari; a realizzare uno spazio destinato all’esposizione ed alla vendita dei prodotti tipici locali.

 

Per realizzare questi progetti la società Alfa cedeva gratuitamente al Comune di Molfetta una superficie di circa 400 mq. L’offerta aveva lo scopo di favorire lo sviluppo di iniziative imprenditoriali costituite da piccole società, cooperative ecc., impegnate nella fornitura di servizi ed attività indotte che potevano generare circa 300 ulteriori posti di lavoro. Ulteriore impegno della società ALFA 1 s.r.l. era quello di cedere al Comune di Molfetta a titolo gratuito un’area di sua proprietà per la realizzazione dell’auditorium Melphicta.

 

Ora si chiede ai commercianti in rivolta se tutte queste belle iniziative, d’interesse collettivo, sono state mai realizzate, come non è mai stato operativo il famoso “Osservatorio” commerciale; composto dal Sindaco o un suo delegato, 4 consiglieri comunali nominati con successivo atto del Consiglio comunale con obbligo di integrarsi con i rappresentanti designati dalle Associazioni professionali, imprenditoriali e di categorie interessate, presenti sul territorio comunale. Da quando ne è stata deliberata la nascita l’osservatorio doveva relazionare semestralmente al Consiglio comunale e monitorare gli effetti economico-sociali dell’intervento sulla città. Non crediamo esista oggi una relazione di tale organismo a distanza di 7 anni, o se c’è non è mai stata pubblicata.

 

In conclusione pensiamo che gli operatori della Città della Moda debbano abbassare i toni, essere meno arroganti, e rispettare i loro colleghi del centro città che non hanno voluto farsi colonizzare dai capitali bresciani e vogliono mantenere una loro dignità di lavoratori e cittadini nel rispetto di leggi e regole di civile convivenza. Se qualcuno vuole conoscere meglio “I signori della Fashion District” possono visitare il nostro blog  http://liberatorio.splinder.com/archive/2006-11 .

 

 

Molfetta, 14.3.2007                                       

Alfonso Balducci    

 

Responsabile settore Commercio
LIBERATORIO POLITICO

MA A MOLFETTA ESISTE LA MAFIA?

Ormai non facciamo in tempo ad addormentarci la sera pensando all’arresto avvenuto in giornata che il mattino successivo apprendiamo di un nuovo avviso di garanzia a carico di un amministratore o dirigente comunale, oppure di un sequestro di un intero quartiere abusivo. Certo è che tra indagati e condannati abbiamo la peggior classe dirigente che questa città abbia mai prodotto. Dai consiglieri agli assessori, dalle aziende municipalizzate ai revisore dei conti c’è qualcuno che deve rispondere del proprio operato. Anche gli ex sindaci non sono esenti da questa strana dinamica che ormai sta interessando la nostra città. A proposito della richiesta di dimissioni avanzata nei confronti di Guglielmo Minervini, se dovessi rispondere pensando ad una dinamica dialettica politica  direi subito che siamo nella norma, ma senza giustificarla. In prossimità di scadenze congressuali importanti o di grandi trasformazioni di gruppi politici, le dinamiche interne diventano più cruente e tendono sempre a rompere gli equilibri di questa o quella corrente per conquistare la maggioranza che deve poi decidere e gestire le sorti di un partito o di una coalizione.

Sarebbe diverso il giudizio se dovessimo leggere, altro, tra le righe della lettera dei cinque consiglieri della Margherita con cui hanno chiesto le dimissioni degli assessori Minervini e Russo. Mi sembra di aver compreso che tra gli assessori e i consiglieri di maggioranza che fanno parte della Margherita sia venuto meno il rapporto di fiducia. Tradotto in maniera spicciola cosa vuol dire, che i grandi predicatori di trasparenza e partecipazione cambiano il pelo e non il vizio.

Vuol dire che evidentemente i consiglieri di maggioranza non sempre vengono consultati per le grandi scelte di governo e spesso e volentieri le proposte di delibere arrivano in Consiglio Regionale solo per essere approvate con l’inossidabile metodo degli “ yes man”.

Questo è un “ricorso storico”!  Se oggi a Molfetta stiamo subendo un governo di centro destra capeggiato da un ex comunista, e un centro sinistra senza identità, in agonia, lo dobbiamo soprattutto all’operato dell‘ ex sindaco Guglielmo Minervini e alla frattura che ci fu, dalla metà degli anni novanta in poi, tra la Giunta e i suoi consiglieri comunali da una parte, e tra i partiti e gli elettori dall’altra.

Questi furono i motivi per cui il sottoscritto, per esempio, uscì dalla stessa maggioranza che aveva contribuito con successo a far vincere le elezioni del ‘94. Quando un Sindaco, o amministratore in genere, tradisce il patto sottoscritto con gli elettori non può essere più credibile e deve dimettersi senza cercare altre strade, altre maggioranze che ti condizionano nelle scelte di governo e ti tradiscono per meri interessi personali o di poltrona.

Da allora non è cambiato nulla; è inutile continuare a sbandierare la democrazia partecipata o la trasparenza amministrativa come slogan, e poi nei fatti…!?! In consiglio Comunale oggi esiste una opposizione? No!

Ma dal punto di vista politico è così. Raramente seguo le sedute di consiglio comunale, per scelta,  ma la cronaca mi convince sempre di più dello scollamento che esiste all’interno dell’opposizione e della totale assenza di una identità comune.

Ricordo ancora le parole del consigliere L. di Gioia durante il dibattito sulla emergenza criminalità, che accusava il Presidente Camporeale di voler zittire e imbavagliare la minoranza; io sono del parere che l’attuale minoranza di opposizione, non solo, non può rappresentare alcun progetto politico futuro per il centro sinistra, ma è auto-imbavagliata e auto-censurata.

Su tanti provvedimenti che giungono in aula, non potranno mai avere un atteggiamento e voto unanime (salvo rarissime occasioni ) perché, a turno, uno o più consiglieri non possono esprimersi liberamente perché condizionati o direttamente coinvolti dal punto di vista amministrativo e politico.

In queste ore o giorni, l’opposizione ha mai emesso un comunicato stampa forte e unanime sull’arresto di Pino Amato? Lo potrà fare qualche consigliere che insieme a Guglielmo Minervini ha coccolato e fatto crescere il personaggio Pino Amato? O qualche consigliere che è passato da destra a sinistra ma che era organico alla maggioranza di Pino Amato? . Lo potrà fare Tommaso Minervini che era suo Sindaco e non ha controllato abbastanza il suo operato assessorile? Io non sono affatto d’accordo con le dichiarazioni dell’ex sindaco che stimo come amico, ma il suo invito a non emettere facili giudizi e a “promuovere una politica alta che prepari gli scenari positivi per il futuro”, mi suona tanto come il “vogliamoci bene, chi ha dato ha dato, e chi ha avuto, ha avuto!”.

Certo! è più comodo e facile così, demandando alla giustizia il suo corso.  Penso, al contrario, che la politica debba evitare che la giustizia si occupi il meno possibile dell’operato opaco di amministratori e funzionari pubblici. Purtroppo, se oggi avviene, vuol dire che la politica ha sbagliato e deve accettare i giudizi severi degli elettori che devono essere i protagonisti della politica, senza subirla. 

Io non so cosa intendesse dire realmente Tommaso Minervini con il suo invito, rivolto alla politica, a non infierire; ma posso comprendere il suo imbarazzo a commentare l’accaduto. Infatti sia lui, il Sindaco Azzollini e Guglielmo Minervini sembrano quasi non riconoscere più  l’ex assessore Amato e si lasciano andare in sterili e ipocriti commenti d’occasione; ancor peggio il consigliere regionale  e responsabile de ” L’Italia di mezzo”, Ignazio Zullo, che dimostra di conoscerlo bene al tal punto da affermare che fra qualche giorno tutto sarà finito. Certo, da un politico che nel giro di pochi mesi è già passato da eletto al Consiglio Regionale della lista  “La Puglia prima di tutto “ a  ”  L’Italia di mezzo”, possiamo immaginare quanto abbia in comune con Pino Amato.

Naturalmente non merita commenti lo striscione appeso  sul ponte ferroviario  all’entrata di Molfetta su cui era scritto “Amato: la città è con te; ti vogliamo bene”.

Direi invece che la città è molto indignata per lui e per quello che sta accadendo, e quella manifestazione di affetto dei suoi “ 999 elettori ” non è molto diversa dalle manifestazioni di oltraggio nei confronti delle forze dell’ordine da parte di interi quartieri di Napoli o Bari quando arrestano un camorrista o un mafioso. Su questi messaggi sottili bisogna riflettere di  più, altro che invitare ad non infierire.

E’ giunto il momento di chiedere a gran voce di fare piena luce su fatti e misfatti che hanno accelerato il degrado della vita politica in questa città  e  che ha avuto il suo punto critico più alto nel 1992 con l’omicidio del sindaco Carnicella.

Mi piace ricordare a tal proposito le parole pronunciate dal nostro Vescovo don Tonino, quando nell’omelia per i funerali di Carnicella invitava tutti a vedere nell’assassino del Sindaco, non un “mostro” ma un “nostro”. Quelle parole sono state purtroppo dimenticate o ancor peggio, per molti è scomodo ricordarle. Molto spesso quando pronuncio la parola ”mafia” riferendomi a questa città sono in tanti a zittirmi quasi fosse sacrilegio o per il timore che l’immagine della città sia compromessa.

Invece bisogna convincersi che in questa città ”la mafia” esiste e da molto tempo. Già nel 1995 fu revocata dalla Camera di Commercio di Bari,  la licenza ad un noto commerciante molfettese, Fiore Alfredo,  per associazione a delinquere di stampo mafioso. Quello stesso personaggio aveva a che fare con l’assassino di Gianni Carnicella e con la holding nostrana della droga. La mafia non è più solo quella dei morti ammazzati per stragi o agguati, ma è fatta anche dei capi d’accusa mossi a P.Amato.

Oggi tutti gli obiettivi sono puntati sull’arresto del consigliere Amato, ma la notizia più clamorosa è quella che il Prefetto per la prima volta sospende un consigliere comunale per le accuse di voto di scambio, corruzione, concussione, truffa e falso ideologico, non era mai accaduto a Molfetta. Ancor più eclatante è la richiesta della Procura  di interdire il Dirigente Vincenzo De Michele dagli uffici comunali. Questo Dirigente è lo stesso a cui è stato permesso (e non è l’unico)di tenere una conferenza stampa in cui, con tutta tranquillità, dichiarava di infischiarsene del rispetto delle leggi o del codice stradale, a favore dello sviluppo del commercio e dell’occupazione più o meno abusiva del suolo pubblico. E mi fermo qui giusto per non infierire più di tanto.

Penso che tutti quanti dovremmo riflettere su quello che sta avvenendo in città e il Prefetto dovrebbe riservarsi anche l’ipotesi di sciogliere il Consiglio comunale, perché se ci fossero più consiglieri eletti con il voto di scambio non credo che sussistano le condizioni di legittimità e credibilità dell’Istituzione pubblica.

                                                                                                 Matteo d’Ingeo
 

IL CODICE CHIAROMONTE

" …È da molto tempo che, in diverse occasioni, abbiamo sollevato e discusso il problema della credibilità e del prestigio della rappresentanza politica e amministrativa nelle zone maggiormente colpite da una presenza massiccia, in varie forme, di delinquenza organizzata. Crediamo che tale problema interessi oramai non solo una parte del Paese ma, sia pure in modi diversi, e con un diverso livello dì gravità, quasi tutte le regioni italiane: esso è parte integrante della più generale questione della crisi del nostro sistema politico e delle istituzioni democratiche, una crisi che è riconosciuta come tale da tutte le forze politiche anche se le risposte e i rimedi che si indicano e suggeriscono sono ancora assai diversi e in alcuni casi divaricati.

Nel Mezzogiorno, la situazione appare senza dubbio più grave e preoccupante, anche perché c’è qui una tradizione del modo di fare politica e amministrazione che è assai antica, che è stata denunciata più volte da illustri studiosi "meridionalisti" e che si basa sul clientelismo, sul trasformismo, sulla ricerca spregiudicata e con tutti i mezzi del consenso elettorale. È nelle regioni meridionali molto più che altrove che i diritti dei cittadini, sanciti dalle leggi e dalla Costituzione, sono diventati oggetto di favori, di concessioni, di raccomandazioni, di promesse e a volte di ricatti da parte dei potenti

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La proposta che formuliamo è quella di un codice di autoregolamentazione dei partiti in materia dì designazione dei candidati, attraverso il quale i partiti si impegnerebbero ad escludere, dalle liste dei candidati per il Senato della Repubblica, per la Camera dei deputati, per i consigli regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali:

coloro nei cui confronti, alla data di pubblicazione della convocazione dei comizi elettorali, sia stato emesso decreto che dispone il giudizio,

o che siano presentati o citati a comparire in udienza per il giudizio,

o che si trovino in stato di latitanza o di esecuzione di pene detentive o sottoposti a misure cautelari personali,

o che siano stati condannati con sentenza di primo o secondo grado o definitiva in ordine a una serie, ben specificata e delimitata, di delitti.

Non si tratta certo di un fatto risolutivo per tagliare i nodi molteplici che oggi intercorrono fra mafia, politica e amministrazione. Ma non abbiamo dubbio che l’adozione di un codice di autoregolamentazione fra i partiti per le candidature potrebbe costituire un deterrente contro l'aggravarsi degli attuali fenomeni di degenerazione e di crisi e potrebbe essere adoperato, dalle forze sane di tutti i partiti, per ridare valore generale e alti contenuti etici alla politica…""”,1]
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La proposta che formuliamo è quella di un codice di autoregolamentazione dei partiti in materia dì designazione dei candidati, attraverso il quale i partiti si impegnerebbero ad escludere, dalle liste dei candidati per il Senato della Repubblica, per la Camera dei deputati, per i consigli regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali:

 

coloro nei cui confronti, alla data di pubblicazione della convocazione dei comizi elettorali, sia stato emesso decreto che dispone il giudizio,

 

o che siano presentati o citati a comparire in udienza per il giudizio,

 

o che si trovino in stato di latitanza o di esecuzione di pene detentive o sottoposti a misure cautelari personali,

 

o che siano stati condannati con sentenza di primo o secondo grado o definitiva in ordine a una serie, ben specificata e delimitata, di delitti.

 

 Non si tratta certo di un fatto risolutivo per tagliare i nodi molteplici che oggi intercorrono fra mafia, politica e amministrazione. Ma non abbiamo dubbio che l’adozione di un codice di autoregolamentazione fra i partiti per le candidature potrebbe costituire un deterrente contro l’aggravarsi degli attuali fenomeni di degenerazione e di crisi e potrebbe essere adoperato, dalle forze sane di tutti i partiti, per ridare valore generale e alti contenuti etici alla politica…"" <!–
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Queste parole purtroppo non costituiscono uno dei dodici punti programmatici con cui Prodi vuole rilanciare il governo di centro sinistra, ma sono uno stralcio della relazione con cui l'On Gerardo Chiaromonte, nel lontano 20 marzo 1991, come Presidente della Commissione Antimafia, presentava alle camere il progetto per un codice di autoregolamentazione nei partiti in materia di designazione dei candidati alle elezioni politiche e amministrative, mai reso esecutivo.

Da allora non è cambiato nulla ed oggi il "codice Chiaromonte" dovrebbe essere il primo punto nell'agenda politica del governo . Ma allora come oggi sembra non interessare più a nessuno l'etica politica.

E a Molfetta? sembra che l'unico modo di fare politica sia rimasto il voto di scambio, i ricatti e l'illegalità diffusa.

Se esiste ancora una parte sana in questa città, che vuole ribellarsi al degrado morale, noi vogliamo incontrarla Sabato 3 marzo alle 18.30 presso la fabbrica di S.Domenico, interverranno Alfonso Balducci e Matteo d'Ingeo.

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Queste parole purtroppo non costituiscono uno dei dodici punti programmatici con cui Prodi vuole rilanciare il governo di centro sinistra, ma sono uno stralcio della relazione con cui l’On Gerardo Chiaromonte, nel lontano 20 marzo 1991, come Presidente della Commissione Antimafia,  presentava alle camere il progetto per un codice di autoregolamentazione nei partiti in materia di designazione dei candidati alle elezioni politiche e amministrative, mai reso esecutivo.

Da allora non è cambiato nulla ed oggi il "codice Chiaromonte" dovrebbe essere il primo punto nell’agenda politica del governo . Ma allora come oggi sembra non interessare più a nessuno l’etica politica.

E a Molfetta? sembra che  l’unico modo di fare politica sia rimasto il voto di scambio, i ricatti e l’illegalità diffusa.

 

Se esiste ancora una parte sana in questa città, che vuole ribellarsi al degrado morale, noi vogliamo incontrarla Sabato 3 marzo alle 18.30 presso la fabbrica di S.Domenico, interverranno Alfonso Balducci e Matteo d’Ingeo.

 

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Molfetta 28.02.2007

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Molfetta 28.02.2007

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