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Rifiuti tossici per farne giocattoli. Arrestati big baresi della differenziata


di GIOVANNI LONGO
e MASSIMILIANO SCAGLIARINI –  www.lagazzettadelmezzogiorno.it

I pneumatici da smaltire diventavano usati e venivano trattati come una merce normale. I rifiuti di plastica e gomma, pericolosi, si trasformavano in materia prima per i giocattoli realizzati in Cina. Ha un cuore barese l’associazione per delinquere sgominata l’altroieri dai finanzieri di Taranto, che hanno arrestato 51 persone capaci di far transitare i rifiuti per i porti di mezza Italia, in barba alle dogane e a tutti i controlli, guadagnando migliaia di euro per ogni spedizione.
Sono finiti in manette, tra gli altri, i fratelli Annamaria e Francesco Schino, 50 e 67 anni, della Recuperi Pugliesi di Modugno, una delle più importanti imprese pugliesi del settore.
E poi Emanuele e Arcangelo Amendolagine, 33 e 55 anni, di Bitonto, rispettivamente legale rappresentante e amministratore di fatto della Recuperi Sud.
E ancora, Marco e Nicola Schiavone, 32 e 60 anni, titolari dell’agenzia di spedizioni Aermar e della ditta Duesse di Bari.
Nella lista degli arrestati anche Antonello Tampoia, 41 anni di Turi, dipendente dell’agenzia marittima Sisam di Taranto.
È ancora latitante, invece, Andrea Mongelli, 36 anni, di Modugno, titolare della Tucab: anche per lui, come per la maggioranza delle 54 persone coinvolte (ed accusate a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale dei rifiuti e di falso ideologico), il gip del tribunale di Lecce, Cinzia Vergine, su richiesta del sostituto Alessio Coccioli della Antimafia di Taranto, ha chiesto l’arresto in carcere. 

Secondo le indagini, la Recuperi Pugliese avrebbe spedito attraverso il porto di Taranto 48 container con 937mila kg di rifiuti speciali: plastica e gomma che venivano inviati a un falso impianto di Hong Kong («Tak Shing»), al cui indirizzo corrispondeva un appartamento. Ma le verifiche hanno accertato che grazie a documenti doganali contraffatti il materiale finiva in Cina, dove veniva lavorato nelle fabbriche di giocattoli e casalinghi. Stesso discorso per la Recuperi Sud, accusata di aver fatto transitare dai porti di Taranto e Napoli 147 container con oltre 3,6 milioni di kg di rifiuti speciali, tra i quali moltissimi (1,4 milioni di kg) erano plastiche agricole: i teloni dei campi. Per mesi i finanzieri hanno ascoltato e pedinato i titolari delle aziende e gli operatori doganali, intercettando i telefoni e anche le e-mail. 

Ed è saltato fuori, ad esempio, che per coprire le enormi quantità di plastica spedite in Estremo Oriente, la Recuperi Sud inviava falsi formulari ad imprese agricole della provincia di Bari. I cui titolari si lamentavano. Accade, ad esempio, a maggio del 2009, quando sul telefono di Arcangelo Amendolagine i finanzieri ascoltano le lamentele di un imprenditore di Noicattaro cui erano arrivati documenti contraffatti: «Io – dice l’uomo – non mi posso mettere in carico materiale che non è assolutamente mio. Io non ho un'azienda agricola. Io ho solo quel terreno, punto. Acquisto i teloni ogni tre anni e li ho in carico. Il resto non è di mia competenza. Mi sono visto arrivare addirittura cinque formulari. Da dove vengono questi?». 

Ma per giustificare il traffico servivano quintali di documenti. E così il gip giudica «eclatante» una telefonata intercettata il 22 gennaio 2010, quando una funzionaria della Coldiretti chiama la figlia di Arcangelo Amendolagine, ancora una volta per lamentarsi. Il problema stavolta è serio: il destinatario del documento fasullo era morto due anni prima.

  1. • La «Recuperi Pugliesi», colosso che fattura sedici milioni
  2. • Le intercettazioni – «A Taranto ci hanno scoperti andiamo a Napoli»
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"Difendiamo il nostro mare". La mobilitazione a dicembre

Dopo quella della Tremiti, il presidente della Regione annuncia una manifestazione a Monopoli contro lo spettro delle trivelle che minaccia le coste della Puglia. "L'intero territorio deve dare una risposta forte alle multinazionali e mandare un segnale al nuovo governo"


bari.repubblica.it

Tutti i pugliesi si incontreranno a Monopoli, a dicembre, dietro al Gonfalone della Regione Puglia, per ripetere "un no festoso e colorato, ma netto, al petrolio in Adriatico". La mobilitazione coinvolgerà istituzioni, enti locali, parlamentari, sindacati, organizzazioni professionali, associazioni, cittadini e tanti giovani. Lo ha reso noto oggi il presidente del Consiglio regionale pugliese Onofrio Introna, dopo aver incontrato a Bari, insieme con l'assessore regionale all'Ambiente, Lorenzo Nicastro, a consiglieri e assessori regionali, i rappresentanti di numerose associazioni ambientaliste impegnate nella battaglia ecologica.

IL CASO Petrolio, i comitati a terra ma c'è chi raggiunge la Princess

"Come il 7 maggio a Termoli – ha detto Introna – il Gonfalone sarà il simbolo dell'unità dell'intera Assemblea consiliare sulla tutela dell'ambiente marino, una posizione univoca sancita nell'articolo unico sottoposto dalla Puglia al Parlamento: la proposta d'iniziativa regionale alle Camere che prevede la totale esclusione di ogni attività nelle acque al largo della costa, per il prelievo di idrocarburi". Iniziativa, questa, che ha suscitato l'attenzione del Commissario europeo all'ambiente, disponibile a raccogliere i pareri delle autonomie in protocollo che metta al bando qualsiasi attività off shore nelle acque mediterranee.

FOTO La mappa dei permessi per le ispezioni in Adriatico

Il Consiglio regionale pugliese "è sempre stato presente e operativo nelle campagne ecologiste", ha ribadito Introna, rispondendo positivamente all'appello del movimento per una stretta sinergia tra la società reale e le istituzioni: "E' l'intero territorio – hanno insistito gli ambientalisti – che deve dare una risposta forte alle multinazionali e mandare un segnale al nuovo governo nazionale".

Introna ha confermato che a proporrà l'adozione di un documento a sostegno della moratoria in Adriatico in occasione della riunione plenaria della 'Calre', la Conferenza che all'Aquila, dal 24 al 27 novembre, riunirà 74 presidenti delle Assemblee legislative europee. Nella stessa occasione, Introna rinnoverà ai colleghi delle Regioni adriatiche l'invito a fare approvare dai rispettivi Consigli una proposta di legge alle Camere, sul modello di quella pugliese. Altra ipotesi: organizzare – ha ribadito introna – una Conferenza adriatica, allargata ai Balcani e alla Grecia.

Il mare senza pesci


Foto: © MolfettaLive.it

Sarà stato uno scherzetto, forse. In via Campanella, nella sede del Liberatorio Politico, s’interrogano sulla gomma da masticare infilata nella serratura. Il giorno di Halloween, quando mancavano dieci giorni alla conferenza del 10 novembre sull’inquinamento bellico nel mare di Molfetta. Si interrogano perché, nel luglio 2009, quando mancavano dieci giorni alla prima conferenza sul tema, nella cassettina della posta trovò spazio ben altro, un bossolo calibro 6,72, ossidato, quasi fosse stato in acqua. 

Da due anni, il movimento civico coordinato da Matteo d’Ingeo relaziona la cittadinanza sullo stato della bonifica e sulle possibili ripercussioni sulla salute dei molfettesi. 

Nel frattempo, la platea si è allargata. Ci sono altre città italiane alle prese con lo stesso problema, l’oscuro sversamento dell’arsenale bellico al termine della seconda guerra mondiale. Da parte degli angloamericani, ma anche dei nazisti. In mare, ma anche nei laghi.

La guerra è finita da un pezzo. I figli degli Alleati e dell’Asse adesso si stringono la mano. Ma alcuni segnali fanno pensare che le colpe dei loro padri possano continuare a ricadere per chissà quanto. Certo, c’è stata l’alga tossica a complicare le cose. Alga misteriosa, inizialmente collegata alle acque di zavorra dei cargo provenienti dai mari tropicali. «E allora perché alte concentrazioni di Planktothrix rubescens si ritrovano nel lago di Vico?», si chiede d’Ingeo. 

Un’altra alga tossica, l’Ostreopis ovata, infesta le acque di Molfetta e dintorni. Anche qui il Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche, cui ha aderito anche il Liberatorio, non crede alla casualità. Così ha incrociato le mappe dei siti di sversamento di ordigni bellici (a caricamento ordinario e chimico) con quello dei picchi di concentrazione. Molfetta, IschiaColleferroPesaro, il lago di Vico, il lago Maggiore: tutti accomunati dalla stessa sorte. 

È partita la caccia ai documenti d’epoca. In uno di questi, pubblicato sul sito ufficiale delle operazioni di bonifica del basso Adriatico, c’è la lettera di un operaio di Bitonto datata 1960. Racconta di essere stato impiegato in una ditta che, al termine della guerra, si sbarazzò alle dipendenze del comando inglese del suo arsenale all’imboccatura del porto di Molfetta. La missiva mette in guardia l’allora sindaco Maggialetti dalla costruzione della diga Salvucci, divenuta più di quarant’anni dopo la testata d’angolo del nuovo porto commerciale. 

Proprio qui d’Ingeo concentra le sue critiche. Il Comune, che lo scorso anno ha pagato una penale dacirca 8 milioni di euro per il ritardo dei lavori, conosceva la presenza dei residuati: questa la sua tesi. E per dimostrarla, oltre alla lettera, ha estratto dagli archivi di Palazzo di Città una delibera del 2004 dell’allora sindaco Tommaso Minervini in cui si affida all’ing. Enzo Balducci la responsabilità del procedimento amministrativo «per l’aggiudicazione del servizio di ricognizione e bonifica dei fondali marini». Il bando di gara del nuovo scalo sarà approvato nel giugno 2006, sotto il commissario straordinario e l’appalto integrato indetto il 17 ottobre, quando sulla poltrona di sindaco siederà Antonio Azzollini. Ma già a gennaio dello stesso 2006, la Lucatelli, ditta incaricata della bonifica, aveva chiesto la sospensione del servizio e l’intervento del nucleo dei palombari della Marina Militare, lo Sdai. 

Dopo la maxi multa, i lavori sono proseguiti. Anche se circoscritti a una zona già bonificata e a una profondità limitata. La draga che si attendeva non è giunta; se n’è vista un’altra, grande lo stesso se non di più. Ha lavorato per circa un mese. Con i sedimenti aspirati si è colmato il grande bacino di fronte alla basilica della Madonna dei Martiri. “Per il futuro dei vostri figli” recita la campagna di affissioni del Comune con la foto area dei lavori. 

Tutto ok, allora? No, secondo il Liberatorio, convinto che «il porto così come progettato non si farà mai»: tante ancora le bombe da ripescare (si parla orientativamente del 2016 come fine della bonifica), cui si aggiunge la profondità dei fondali, inferiore a quella che permetterebbe l’arrivo delle grosse portacontainer e le tanto anelate navi da crociera con frotte di turisti al seguito. 

D’Ingeo una proposta ce l’ha: destinare i fondi alla bonifica completa del bacino del porto e di Torre Gavetone. La sede della fabbrica di sconfezionamento del dopoguerra è oggi una delle ultime spiagge libere di Molfetta. Ma sui bagnanti aleggiano cartelli di divieto. Sono stati posti all'inizio di agosto, in un’estate più calda del solito. Prima il divieto di balneazione lungo il tratto del Gavetone ricadente nel comune di Giovinazzo, poi la denuncia alla procura di Trani nei confronti di Azzollini, poi ancora la conferenza con l’annuncio del rinvenimento di quelli che potrebbero sembrare veri e propri depositi sottomarini di bombe, a pochi metri dalla spiaggia. 

Il Liberatorio è stato accusato di «terrorismo psicologico» da tutti quei bagnanti che non hanno più potuto o voluto frequentare la loro amata spiaggia libera. «Avrei voluto confrontarmi con loro stasera», rilancia d’Ingeo. Elenca date, cifre, proietta foto d’epoca, cita statistiche. Chiarisce una volta per tutte che le armi ripescate sono anche a caricamento speciale, chimico, dunque pericoloso: «Ci siamo limitati a prendere visione dei report degli autori della bonifica». 

Gli fa eco Giovanni Lafirenze, esperto in bonifica di terra e di mare. Le armi convenzionali dell’epoca, spiega, erano dotate di spolette al mercurio. Ci sarebbe poco da stare tranquilli. Anche a sentire l’esperienza dalla viva voce di Vitantonio Tedesco, presidente della Cooperativa di piccola pesca. Anzi, verrebbe da dire, dalla viva pelle. Quella ustionata, «che gocciolava come si stesse sciogliendo» a contatto con l’acqua di mare durante alcune battute di pesca. Vorrebbe capire con cosa sia venuto in contatto, ma attende da tre anni i referti delle analisi. Vorrebbe anche comprendere i motivi della moria di polpi dello scorso anno, e perché il pesce sta scomparendo dai nostri mari. Su tutto, vorrebbe continuare a fare il suo mestiere, ma senza pesce non c’è pesca.

Barletta, schiuma giallastra sulla spiaggia di Ponente

di Pino Curci  
 www.lagazzettadelmezzogiorno.it

BARLETTA – Inquinamento, dopo l’aria, la terra, riecco il mare. La segnalazione è giunta ieri mattina in redazione e riguarda la litoranea di Ponente: «Mi sono recato in riva al mare – ha detto Donato C. – dopo un giro in bicicletta. Ero convinto di trovarmi di fronte a un bel mare ed invece: davanti a me, in riva, era presente una schiuma giallastra. Lo strano fenomeno si è manifestato a circa centocinquanta metri da lido Mennea in direzione Pantaniello». 

Insomma un nuovo fenomeno di inquinamento immediatamente confermato da un sopralluogo. La schiuma, una sorta di poltiglia giallognola presente in diverse zone della spiaggia. 

Non solo ma nella stessa zona un amante della corsa in riva al mare ci ha segnalato un altro inquietante fenomeno: una morìa di meduse. Numerose i resti gelatinosi di questi animali presenti sul bagnasciuga. 

Inutile aggiungere che è un po’ troppo presto per creare allarme ma il fenomeno è l’ultimo di una lunga serie fatto di schiume giallastre e marroncine segnalate a Ponente come a Levante. L’aspetto inquietante, però, non manca: in questo come in altri casi di inquinamento dell’aria, come del mare e della terra, non ci sono risposte adeguate da parte delle autorità responsabili su cosa provoca il fenomeno e, soprattutto, che conseguenze ha sulla salute dei cittadini e sull’ambiente. 

Per esempio la morìa delle meduse potrebbe essere la conseguenza di un ciclo biologico ormai concluso ma diventa inquietante nel momento in cui si registra contemporaneamente a una forma di inquinamento nello stesso tratto di mare. 

Gli stessi interrogativi li sta ponendo l’inquinamento dell’aria (ossido di azoto e polveri sottili presenti in quantità considerevoli nella zona di via Canosa): chi lo provoca? Cosa comporta sulla salute pubblica? Cosa si sta facendo per limitarlo? 

E una situazione simile troviamo per l’inquinamento della terra con il ciclo dei rifiuti che registra aspetti preoccupanti con un proliferare di discariche abusive e non, inceneritori e termovalorizzatori. Anche in quest’ultimo caso poco si sa sull’impatto ambientale e sulla salute pubblica ma quel che è accaduto a Melfi, nella media valle dell’Ofanto, dove un inceneritore ha pesantemente inquinato terreni e falda con metalli pesanti altamente tossici, non può che inquietare.

I sigilli spaventano il colosso dell'energia. "Stop al miliardo di investimenti di Puglia"

 

di CHIARA SPAGNOLO –
bari.repubblica.it

Arriva ad otto giorni dal sequestro di quattro parchi fotovoltaici a Brindisi, la decisione del Global solar fund di bloccare un miliardo di investimenti in Puglia. I "ripetuti sequestri preventivi" sono un evidente ostacolo per il colosso delle energie rinnovabili, che investe in mezzo mondo e che nel Sud Italia, nel giro di pochi mesi, ha visto più d'un progetto bloccato dalla magistratura.

In principio fu Tecnova la causa dei mali salentini del Gsf, le cui partecipate ad aprile furono sfiorate dall'inchiesta della Dda di Lecce e della Procura di Brindisi sugli illeciti commessi durante la realizzazione di tredici parchi fotovoltaici nel Salento. All'epoca scattarono manette, si parlò di centinaia di immigrati sfruttati, si ipotizzò anche il reato di riduzione in schiavitù, il Fondo però non fu coinvolto direttamente nello scandalo e precisò più volte di non essere a conoscenza di quanto avveniva sotto il cielo della Puglia. Anzi, per dimostrare la propria buona volontà verso i lavoratori sfruttati e abbandonati senza stipendi, decise di farsi carico dei debiti di Tecnova e liquidò parte delle spettanze arretrate, chiudendo la vertenza con 460 persone e lasciando aperto un capitolo con altri 156 che reclamarono il dovuto a distanza di qualche mese. Mentre la vertenza andava avanti, e si arenava di fronte alla proposta di liquidare cifre piuttosto basse (non accettata dagli ex operai e neppure dai sindacati), il lavoro ricominciò nei parchi fotovoltaici incriminati. 

Da San Pancrazio a Salice, passando per San Cesario e Galatina, la costruzione fu affidata a nuove maestranze e altri appalti furono assegnati al Gsf in diversi angoli della regione. Le Procure, però, continuarono ad indagare. E mentre a Lecce la polizia raccoglieva centinaia di nuove denunce, a Brindisi la Forestale si concentrava su altri impianti in contrada Trullo-Masseria Caracci e in contrada Capitan Monza. Tutti ubicati nel Sito d'interesse nazionale di Brindisi, ovvero una zona in cui, è scritto nell'atto di sequestro, "è evidenziata la presenza di sostanze velenose e cancerogene, soggetta al vincolo di caratterizzazione e, in caso di inquinamento, ad attività di messa in sicurezza e bonifica". Caratteristiche che, a detta degli investigatori, fanno sì che l'utilizzo dei terreni sia subordinato ad alcune autorizzazioni che non sarebbero state ottenute. Da qui il sequestro disposto il 20 settembre, con tanto di denunce a 16 persone, che hanno nuovamente sfiorato il Fondo. 


LEGGI Fotovoltaico, ancora sigilli nel brindisino: 4 società coinvolte, 16 indagati

Dal colosso energetico è giunta prima una difesa d'ufficio, poi l'annuncio dello stop agli investimenti: "a seguito dei sequestri preventivi", è scritto a chiare lettere in un comunicato ufficiale, e "fino a che la situazione non sarà chiarita". Annunciando "pieno rispetto del lavoro della magistratura" e individuandone al contempo l'operato come la causa prima della sospensione dei lavori in atto. "Il sequestro degli impianti – affermano i vertici del Gruppo – ci sorprende, in quanto in tutti gli altri Paesi in cui abbiamo investito, una volta acquisiti il parere favorevole per i progetti presentati e le necessarie autorizzazioni, non ci sono stati problemi legali successivi". In Puglia, invece, è andata diversamente: "Dobbiamo rilevare che le misure finora adottate complicano notevolmente le già difficili condizioni operative". Il sequestro, insomma, è un incidente di percorso che il Gsf non sembra più disposto a mettere in conto. 

"In un quadro normativo non semplice e instabile – continua il comunicato – auspichiamo che possano essere individuate misure alternative a quelle del sequestro cautelare degli impianti che rischia di penalizzare irreversibilmente gli investimenti operati da Gsf". L'auspicio è chiaro. Le ipotesi della magistratura anche. Le due cose, al momento, sembrano configgere e, per il futuro prossimo, il Global solar fund sembra sperare in un deciso cambio di rotta. "Se non si potesse in futuro operare in un contesto fatto di regole certe e di un quadro normativo univoco e stabile – conclude il comunicato – investire in Puglia, e in Italia più in generale, sarebbe sempre meno appetibile". Il messaggio è di facile lettura. Di questo passo, anche gli investimenti dei prossimi due anni, un altro miliardo per costruire parchi fotovoltaici, sono a rischio. 

 

 

L'inaugurazione del chiosco n. 2, festa privata o pubblica?

Il 10 dicembre 2004 è un giorno che ricorderemo perchè un assessore molto amato dai molfettesi partecipò ai funerali del padre del boss della droga Michele Manganelli. Qualcuno penserà che non c'è nulla di male partecipare a un funerale; certo, fino a quando la partecipazione di un pubblico amministratore si limita alla cerimonia funebre pubblica, ma quando il politico interviene alle fasi private della cerimonia riservate ai soli famigliari presso la camera mortuaria dopo la funzione pubblica comincia ad essere imbarazzante. Lo è ancor di più se in quella fase ci partecipa un detenuto scortato da guardie carcerarie. Rimarrà un mistero per tutti noi.

Invece la data del 12 settembre 2011 la ricorderemo per un'altra situazione altrettanto imbarazzante ma molto più grave e senza misteri.

E' appena terminata la festa patronale cittadina  e il giorno successivo, alle ore  20.15 circa, due "famiglie" molfettesi s'incontrano per festeggiare. Una parte di quelle "famiglie" che hanno voluto il nuovo piano del commercio, così come è riportato nella premessa della delibera del Consiglio Comunale n. 53 e la piccola famiglia del Sindaco Senatore Azzollini s'incontrano per festeggiare l'apertura del secondo Box del "Mercato diffuso". Non abbiamo notizie del Prelato che ha inaugurato, anche se di solito il sindaco si accompagna in queste cerimonie al vescovo Martella; è certo però che capeggiava sugli astanti un'immagine della Madonna.

La voce circolava già da qualche giorno che il nastro sarebbe stato tagliato dal primo cittadino (è una delle poche cose che riesce a fare quando nel weekend è a Molfetta), anche se il suo addetto stampa e il sito web amico non ne ha dato notizia. Ora, noi cittadini che ci teniamo tanto a queste manifestazioni, ci chiediamo il perchè il Sindaco-Senatore Azzollini non abbia invitato la cittadinanza all'inaugurazione di questa importante opera pubblica che sta risolvendo il problema dell'abusivismo e che, a suo dire, sta diventando un punto di riferimento da imitare in tutta la provincia? Perchè privarci della prova del melone e la conoscenza di questi fortunati e meritevoli cittadini imprenditori e commercianti che sono stati premiati con il chiosco numero due e che noi contribuenti abbiamo pagato in anticipo? 

Oppure era semplicemente una festa privata a cui sono stati invitati il sindaco con consorte e qualche suo seguace? Se così fosse sarebbe molto grave e dovrebbe spiegarlo alla città.

Dal momento che conosciamo i silenzi del primo cittadino siamo certi che risposte non arriveranno e quindi sarebbe opportuno che il Prefetto intervenga per verificare, ai sensi dell'art. 143 del D.Leg. n. 26/2000, che non ci siano elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori locali con la criminalita' organizzata o su forme di condizionamento degli amministratori stessi.

Arsenico e tanti Vecchi Veleni

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Il 22 giugno lessi Lago di Vico: arsenico impazzito. E lì vicino c’è la zona militare, la Chemical City. La storia mi riguarda da vicino, non so a voi. Alla fine dell’ articolo suddetto, tratto dal sito www.danielecamilli.it, vi ho copiato quanto scrissi poco tempo fa, forse un anno forse due o tre..non lo ricordo. Fate conto che sia oggi, niente purtroppo è variato, in meglio. Due giorni fa si è aggiunta una Lettera aperta ai rappresentanti delle istituzioni‏ dell’ amico Raimondo Chiricozzi su certi veleni e il solito Lago di Vico. Peraltro già a maggio, UnoNotizie aveva fatto circolare un video, Lago di Vico: Riserva naturale o area agricola, dove si diceva”Sono state effettivamente fatte delle modifiche all’alveo del Lago di Vico e le piantumazioni di nocciole sono ormai arrivate sulle sponde dell’invaso.”

Malgrado Festa e Fasti della Trebbiatura con Acque del Viterbese…Buon LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE (NERO) CON LA MELA DI ODESSA.

Doriana Goracci

 

Lago di Vico (provincia di Viterbo), livelli d’arsenico alle stelle. A dir poco pazzeschi. “Inimmaginabili e al di là d’ogni aspettativa”. Non stiamo parlando di 30, 40 o 50 microgrammi per litro. Ma di grammi. Quasi un grammo per ogni chilo di sedimento, cioè di terra depositata sui fondali. Di origine naturale? Dovuto alla conformazione vulcanica del terreno? Nient’affatto. La causa è sicuramente antropica, vale a dire umana. Un inquinamento provocato da fattori di cui però non si riesce ancora ad individuare il periodo. Ma è altrettanto certo che sia da collocare nel ‘900. Quando attorno al Lago di Vico si faceva uso di prodotti per l’agricoltura d’ogni tipo. Quando a pochi passi dalle coste era attiva la zona militare Nbc (Nucleare, batteriologica, chimica), ossia la “Chemical City” voluta dal fascismo. Tra il 1940 e il 1944. Con il suo impianto di produzione, l’iprite, il fosgene e altri elementi miscelati appunto con l’arsenico. Bonificati solo tra il 1995 e il 2000. Con tanto di danni collaterali, come il ciclista che nel 1996 venne steso da una nuvoletta tossica di passaggio sfuggita alla Zona Militare. A parlarcene è l’ecologo Giuseppe Nascetti, docente presso la facoltà di Scienze di Viterbo e prorettore dell’Università della Tuscia. È stato lui, con la sua equipe di lavoro, a scoprire i quantitativi di arsenico nei sedimenti del lago.


Inizialmente assieme all’Arpa. Poi “con i colleghi dell’Enea”. “Per amor di patria – ci ha detto – Non per cercare i colpevoli, ma solo per capire. Il compito della scienza: comprendere i fenomeni per conoscere cosa è avvenuto. Un servizio dell’Università al territorio”. Due semplici carotaggi a circa 40-50 metri di profondità e nel bel mezzo del bacino lacustre. Il primo nell’inverno del 2009, il secondo sul finire della primavera del 2010. Senza nemmeno una lira a disposizione. Infine l’interesse della Regione, ma l’affidamento delle ricerche all’Arpa che per dare i risultati s’è presa tempo fino al 2013. E un finanziamento di diverse migliaia di euro. “A noi sarebbero bastati 6 mesi. Se le ricerche fossero partite immediatamente – ha aggiunto – oggi avremmo i risultati della caratterizzazione geochimica di tutto il bacino”. E sapremmo pure chi ringraziare per questi valori che, come ha sottolineato Nascetti, sono “inimmaginabili e al di là d’ogni aspettativa”. “Il bacino del lago – ci ha poi spiegato – è come una conca che raccoglie tutto quello che entra nelle acque. Con il carotaggio del 2009 abbiamo riscontrato una presenza media di arsenico pari a 700 milligrammi per chilo. Con il secondo abbiamo invece suddiviso il sedimento in due parti. In quella superficiale e più recente, il dato è di 300 milligrammi. Più in profondità arriva quasi a un grammo per chilo di terra”. Una quantità enorme “che deriva sicuramente dall’intervento dell’uomo. Ma per sapere a quale periodo risale dobbiamo analizzare il tutto con il Carbonio 14”. Una tecnica che permette di capire la data esatta in cui il deposito di arsenico è avvenuto. “Tuttavia non in questi ultimi anni”. La “Chemical city” potrebbe avere qualche responsabilità? “Non lo sappiamo – precisa Nascetti – Dobbiamo avere in mano dati certi prima di proporre soluzioni”.

A quanto pare, però, nella zona militare c’era un impianto di produzione e diversi materiali tossici. È possibile che la loro lavorazione abbia prodotto dei reflui? “E’ probabile – risponde – E se così fosse, chi controllava i reflui dei prodotti chimici? Questa lavorazione, ha sversato o no nel bacino?”. Ci sono dei tubi che dall’area militare arrivavano al lago? Aggiungiamo noi.

Non solo, ma “c’è pure un’altra ipotesi. Secondo la testimonianza di alcuni anziani del posto sembra che le truppe naziste abbiano buttato dei bidoni nel lago di Vico prima di abbandonare la zona occupata nel 1943”. Infine, un altro dato che solleva ulteriori dubbi. Ce lo fornisce ancora una volta Nascetti. “Anche l’acqua di falda di Punta del Lago – molto vicina alla zona militare – ha una concentrazione d’arsenico decisamente elevata. Pari a 300 mcg per litro”. Dovuta a cosa? Semplice…“alla mano dell’uomo”. Daniele Camilli & Roberto Pomi

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Comitato Provinciale Viterbo
3 settembre 2011
Lettera aperta alle Istituzioni in indirizzo
Gentili signori,
desideriamo richiamare la vostra attenzione sul grave problema che in questo particolare periodo si verifica nei paesi attorno ai Monti Cimini ed in particolare nella conca del lago di Vico. E’ iniziata da alcuni giorni la raccolta delle nocciole con macchine aspira nocciole. Tale sistema di raccolta comporta, la immissione nell’aria di enormi quantità di polvere, che oscurano il cielo, creando una cappa ben visibile dall’alto. Tale polvere che contiene anche i residui delle lavorazioni agricole, prodotti chimici, diserbanti, si deposita dappertutto ed è ben visibile anche nell’acqua del lago di Vico. Riteniamo questo fatto molto dannoso per la salute in primis degli agricoltori e della popolazione. Da tempo abbiamo richiesto alle istituzioni e alle associazioni degli agricoltori che s’impegnassero per la soluzione di questo problema con sistemi abbatti polvere. Rinnoviamo tale richiesta e chiediamo inoltre che venga disposta la misurazione delle polveri sottili che
circolano nell’aria dei Monti Cimini ed in particolare nella conca del lago di Vico. Quella che vi sottoponiamo è una vera e propria emergenza sanitaria che riteniamo debba essere affrontata con urgenza senza dilazioni, in attesa della pioggia. Vi invitiamo pertanto a valutare attentamente la necessità di provvedimenti urgenti a difesa della salute degli agricoltori e dei cittadini.
Raimondo Chiricozzi

ASSOCIAZIONE ITALIANA CULTURA E SPORT
Comitato provinciale Viterbo
Tel.0761626783 – 3683065221 Email: viterbo@aics.it
Via Resistenza, 3 01037 Ronciglione VT
Al Ministro della Salute
Ministro dell’Ambiente
Prefetto di Viterbo
Sindaci dei Comuni dei Monti Cimini
Presidente della Regione Lazio
Assessore all’Ambiente Regione Lazio
Assessore Sanità Regione Lazio
Presidente della Provincia di Viterbo
Assessore Ambiente Provincia di Viterbo
Arpa Lazio
Arpa Lazio sezione Viterbo
ASL Viterbo Direttore Generale
ASL Viterbo Direttore Sanitario
ASL VT Dirett. Prevenzione Servizio Igiene e Sanità Pubblica
ASL VT Responsabile U.O.S.D. Servizio Igiene Alimenti e Nutrizione
Associazioni ambientaliste tutte
Organismi d’informazione

Borse: Europa in calo. Bene Tokyo. I media ci forniscono accurate informazioni, senza graficamente far apparire il segno meno. Ormai vanno di moda, all’insù o all’ingiù, solo le due cifre. E ancora: Case, allarme dei costruttori:”Senza credito mercato a picco”. E ancora: Anche le borse arabe calano in una giornata che vede i mercati finanziari arrestare la tendenza al rialzo dei giorni scorsi, per il timore di una recessione globale. E ancora: Investita dalla crisi finanziaria internazionale, la banca russa Globex, la 31/ma nel Paese per volume di capitali, ha sospeso la chiusura anticipata dei depositi dei suoi clienti, molti dei quali si erano affrettati a trasferire i loro risparmi nelle più sicure banche statali. E ancora: A Brinzio, nel Varesotto, in via Indipendenza c’erano alcune sagome di legno a misura d’uomo che raffiguravano alcuni bambini, erano loro che avevano realizzato le sagome nell’ambito di un progetto sulla sicurezza stradale di cui quattro di colore: nella notte i volti dei bimbi di colore sono stati ridipinti con vernice bianca da alcuni vandali. E ancora: Berlusconi al massimo del gradimento Tremonti, Gelmini e Brunetta le star.
Un suggerimento: fatevi ostinati come le capre e bevete a gargarozzo, acqua o chinotto, ma non bevete tutto quello che appare chiaro. Presto, cambierà colore…Ve lo scrivo da Capranica, la “cittadina fondata nel periodo etrusco e sviluppatasi sopra uno sperone di tufo a circa 370 metri di altitudine sul livello del mare, un’intera popolazione dispersa dalle invasioni post decadenza romana, che utilizzò le case, abbandonate e diroccate e ne fece rifugio per i pastori, i quali vi si stabilirono definitivamente con i loro greggi di capre, da cui il nome. Fino al 1676,si ripeterono atti di dedizione ai Papi, ricevendo in cambio esenzioni e benefici. E da allora, fu affidata la gestione a governatori laici che si successero per circa un secolo, fino alla conquista napoleonica.
In epoca moderna fu conquistata dalle truppe francesi e si adeguò alla nuova gestione amministrativa, che però prevedeva l’abitudine alla leva forzata, la partecipazione alle imprese militari del nuovo governo e la deportazione degli oppositori e degli affezionati all’Ancien Régime. Capranica eresse il proprio Albero della Libertà, abbattuto nel 1799, e l’aquila dorata, pacificamente trasportata nel Duomo. Più tardi fu conquistata dalle armate guidate dal Principe di Sassonia che organizzò un governo provvisorio del quale fecero parte distinti membri della borghesia locale. Più tardi passò anche Mazzini, diretto a Roma, che ne conservò un vivido ricordo; ed infine le milizie del Re d’Italia, che vi entrarono il 17 settembre 1870.
Si conclude a questa data, la pagina storica dell’ Encyclocapranica: Capranica sparita…rimane la Neri, sotto la rocca. Quella che se la bevi, ne ribevi. Non è la Coca Cola, ma è buonissima, è un chinotto, un agrume originario della Cina meridionale, viene innestato soprattutto su arancio amaro… L’acqua di Capranica, non è più la meravigliosa acqua leggermente minerale decantata nei secoli, Petrarca ospite compreso. Per adattarsi alle normative europee, si scopre che è ricca a dismisura di arsenico. Paghiamo le tasse come se lo fosse e la si compra, per berla, al supermercato. Io ho imparato, perchè qualcuno mi ha insegnato, mi ha indicato la via, a prenderla, l’acqua, in una fonte poco distante, 15 minuti dal paese, perchè quì di acque ce ne sono meravigliose, ancora…la Via…c’è la Francigena, ancora, che ci passa sotto. Nelle cantine e grotte riadattate, ora vivono “gli stranieri”, i pendolari romani…

Noi lo sappiamo ma tanti no, tanti che dovrebbero vedere e mostrarci quanto ancora di buono rimane, quanto la terra ci offre. Le capre non ci sono più, ma hanno fatto la storia dell’ostinazione e della resistenza di un popolo, sta a noi, interpretare il passato, per affrontare il presente.

 

Piattaforma per il petrolio spunta nel Salento, è giallo

di Chiara Spagnolo – bari.repubblica.it

Si tinge di giallo l’ultimo scorcio d’estate salentina. In un week-end torrido all’orizzonte dell’Adriatico è apparsa una piattaforma per le ispezioni sismiche in mare. Una struttura enorme, visibile dai numerosi centri della costa leccese, da San Cataldo a Santa Cesarea Terme, e fotografata da curiosi e ambientalisti, tra i quali Stefano Cretì, un cittadino che ha pubblicato la sua foto su facebook e dato il via ad un tam tam allarmato. Da un paese all’altro del Salento, da ore risuona l’interrogativo inquietante: “sono iniziate le ispezioni preliminari alle trivellazioni per la ricerca del petrolio?”. La domanda, per ora, resta senza risposta. 

Il giallo si infittisce, perché da Roma, nelle ultime settimane, non sono arrivate notizie certe.  Le ultime risalgono al 28 luglio scorso, quando pare che il ministero dell’Ambiente abbia dato l’ok ad una serie di ispezioni sismiche preliminari alle trivellazioni. Destinataria dell’autorizzazione sarebbe la Northern petroleum, colosso del settore, già titolare di due permessi di ricerca dell’oro nero nell’Adriatico meridionale e in attesa di risposte per altre sette istanze relative a vaste aree marine antistanti l’intero Tacco d’Italia. Le ispezioni sismiche dovrebbero essere condotte tramite la tecnica dell’air gun, ovvero spari di aria compressa verso i fondali, considerati estremamente dannosi per la vita della flora e fauna marina. Non a caso gli ambientalisti, durante l’estate, hanno lanciato sul web una vasta campagna, con tanto di petizione popolare, per sollecitare il ministero a impedire quello che viene considerato un nuovo possibile scempio, dopo il pericolo scampato delle trivellazioni vicino le Tremiti. 

Mentre la mobilitazione è ancora in atto, però, davanti le coste salentine si aggira la piattaforma che potrebbe avere già avviato le temute ispezioni. L’enorme struttura, fotografata dalle scogliere di Santa Cesarea e additata da molti bagnanti sulle spiagge adriatiche, in realtà, potrebbe essersi trovata davanti alla costa leccese solo di passaggio. La sua permanenza nello stesso tratto di mare per l’intero week-end, però, lascia supporre che non fosse semplicemente in transito ma che si sia fermata per effettuare qualche attività. Cosa abbia fatto, per ora, resta un mistero. E anche per conto di chi. Perché oltre alla Northern Petroleum, pare che anche la società inglese Spectrum Geo Ltd, poche settimane fa, abbia chiesto al ministero dell’Ambiente di eseguire ispezioni sismiche con la tecnica dell’air gun. Il tratto di mare antistante la Puglia, a quanto pare, fa gola a molti.

L’idea delle trivellazioni, però, non piace affatto ai cittadini, che, tramite movimenti e associazioni, hanno già cominciato a fare sentire la loro voce. Un secco no è arrivato, per esempio, dal Movimento Regione Salento e anche il Comitato per la tutela di Porto Miggiano, che si batte contro la cementificazione di Santa Cesarea, ha scatenato una battaglia via etere contro la caccia al petrolio in quel mare che da anni, ormai, sta facendo la fortuna del Salento.

“Torri minacciose al largo del Salento” Introna scrive ai funzionari

"Appaiono torri minacciose al largo del Salento e sale l’allarme dei pugliesi e del mondo politico. Alla notizia della presenza in mare di una torre petrolifera davanti ai litorali leccesi, visibile da San Cataldo a Santa Cesarea Terme, e raccogliendo la preoccupazione dei cittadini, il presidente del Consiglio regionale ha invitato gli uffici regionali ad assumere “ogni necessaria informazione”.

Come riferito da fonti di stampa, fa notare, al largo della costa salentina “si è materializzata una piattaforma per le ispezioni sismiche in mare, una struttura enorme, con tanto di torri bianche e rosse, visibile dai numerosi centri litoranei”.

Il presidente Introna segnala il recente “avvistamento” nella nota inviata al direttore d’area per la tutela ambientale e al coordinatore dell’Avvocatura regionale, in seguito alle autorizzazioni del Ministro dell’Ambiente per ispezioni sismiche nel Basso Adriatico, da Monopoli ad Otranto, annunciate ufficialmente il 28 luglio dalla società Northern Petroleum ai propri investitori. La richiesta ai dirigenti regionali è di assumere presso il Ministero le notizie indispensabili per dar luogo al ricorso della Regione Puglia, da predisporre quanto prima contro decisioni che minacciano la qualità dell’ambiente e del paesaggio, in una zona di altissimo interesse turistico.

Le preoccupazioni si estendono alla tecnica dell’air gun impiegata per le prospezioni, nella ricerca di giacimenti di idrocarburi: esplosioni sottomarine di aria compressa in mare, per rilevare attraverso i segnali riflessi la presenza di sacche nella piattaforma continentale.

“Il rischio di pesanti ricadute sul già delicato equilibrio marino è assolutamente inaccettabile”, osserva il presidente del Consiglio regionale pugliese.

Per Introna, “pochi barili di pessimo petrolio non valgono il futuro di milioni di pugliesi e di balcanici, che traggono ragione di vita dall’Adriatico. Non valgono un solo splendido delfino spiaggiato, com’è già accaduto nel mare pugliese a diversi cetacei, disorientati dai sonar delle prospezioni”. (fel)

Ora a rischio perforazioni anche il mare del Salento

Alga tossica, s’indaga sul porto di Molfetta

 

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di ANTONELLO NORSCIA – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

 

Nel tratto di mare che va da Barletta a Molfetta il fenomeno dell’alga tossica avrebbe una matrice non solo naturale ma derivata anche da fattori inquinanti come l’azoto ed il fosforo. Per gli esperti dell’Arpa (Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale) «non ci sono competitori naturali in grado di contrastare l’alga tossica in nessuna parte del globo». Ma se il sostituto procuratore di Trani, Antonio Savasta, ha aperto un’indagine sul fenomeno ci sarà un perché, che va al di là, ovviamente, delle cause naturali. E questo perché potrebbe, secondo un’ipotesi investigativa, annidarsi nei lavori in corso per il nuovo porto mercantile di Molfetta, già al centro di 2 altre indagini: una per altri reati ambientali, l’altra sugli appalti. 

 

«Al momento è un collegamento arbitrario», ha affermato, quasi a blindare le mosse dell’inchiesta, il procuratore aggiunto Francesco Giannella. Ma la dichiarazione va anche letta con il «non trascureremo nulla» del procuratore capo Carlo Maria Capristo e con la risposta, dello stesso Capristo, alla richiesta di conferma sull’acquisizione dal Comune di Molfetta di documentazione relativa ai lavori portuali: «ogni domanda che attiene a momenti dell’attività investigativa è rinviata a momento successivo di comunicazione specifica». 

 

In un’indagine contro ignoti è perlomeno un segnale quest’acquisizione di documenti da parte del Corpo Forestale dello Stato, che dunque porterebbero dritto a far luce sulla natura degli interventi nell’area portuale molfettese (potrebbero aver alterato e compromesso il naturale equilibrio dell’habitat marino) sulle possibili conseguenze e sull’adozione di eventuali contromisure. Complice il periodo estivo l’alga tossica sarebbe proliferata oltremodo ed estesa anche nelle città costiere limitrofe a Molfetta

 

Ma il diffuso fenomeno dell’alga tossica non sarebbe l’unico malanno del tratto adriatico che comprende anche Bisceglie e Trani, quest’ultima battezzata da «Goletta Verde» di Legambiente come maglia nera di tutta la Puglia. Il mare potrebbe esser la pattumiera di «scarichi anomali», come li ha definiti Capristo. E cioè di eventuali scarichi di villette del litorale non allacciate alla fogna, di rifiuti industriali e di altri liquami per l’eventuale cattivo funzionamento dei depuratori che sfociano in acqua. Ieri, in Procura, prima riunione tecnica a cui, tra gli altri, hanno partecipato rappresentanti del Corpo Forestale dello Stato, dell’Arpa delle Asl Bat e Bari (quest’ultima competente per Molfetta) del WWF, Legambiente e finanche un dermatologo, che, evidentemente, dovrà stabilire quali casi dei diversi episodi recentemente denunciati dai bagnanti ai vari pronto soccorso siano effettivamente imputabili allo stato del mare: sia sotto il profilo dell’alga tossica, sia sotto quello dell’inquinamento. Compito delle Asl è anche giungere ad una stima precisa dei soccorsi prestati per le varie patologie imputate, almeno ad un prima valutazione, agli effetti della balneazione: eritemi, influenze, problemi respiratori, infezioni varie. Un numero che potrebbe esser in continua evoluzione non solo per gli ultimi scampoli d’estate ma per tutte quelle segnalazioni che potrebbero giungere al numero di tutela ambientale 1515 del Corpo Forestale dello Stato che ha istituito un apposito call-center per monitorare eventuali sviluppi del fenomeno nonchè casi già verificatisi ma non approdati agli ospedali.

 

«E’ giusto che i cittadini sappiano che ci stiamo muovendo ma al momento è inutile fare allarmismi», ha affermato Capristo. «C’è un'eccessiva antropizzazione della costa, s’intensifichino i controlli – dichiarano Legambiente e WWF – per la notevole proliferazione dell’osteopsis ovata».

Allerta alga tossica. La Procura di Trani istituisce un tavolo tecnico.

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