Archivi categoria: gazzetta del mezzogiorno

PARLA AZZOLLINI: “LA POLITICA NON C’ENTRA, NON MI DIMETTO. NO ALLE IPOCRISIE DELLA SINISTRA.”

Calvario AZZOLLINI INCAP001 copia


Quello che segue è un articolo apparso oggi su LaCittà Liberal . L'anonimo giornalista ha voluto sintetizzare così l'intervento che ieri il SindacoSenatorePresidente Azzollini ha tenuto in Consiglio Comunale respingendo di fatto le richieste di dimissioni che in questi giorni sono partite dai comizi e volantini da parte di SEL, PD e R.C.

Un consiglio comunale fiume, iniziato al mattino e finito nel pomeriggio; il Bilancio di previsione approvato con una maggioranza di 20 contro 4; le già trite e ritrite richieste di dimissioni da parte del centrosinistra nei confronti del sindaco Azzollini, dell’assessore all’Urbanistica e della giunta; il via a documento di rigenerazione urbana. Tutto come previsto. La seduta consiliare di ieri sarebbe passata quasi inosservata se non fosse stato che questa volta il sindaco Antonio Azzollini ha parlato smontando pezzo pezzo le tesi della sinistra.

Il sindaco risponde a Mino Salvemini, capogruppo del Pd. I toni sono quelli di un civile confronto politico. La tesi della sinistra, in estrema sintesi, è che alle vicende giudiziarie legate al dirigente Rocco Altomare è sottesa una responsabilità politica – originata da una presunta logica diffusa di conflitto di interessi  – motivo per cui sarebbero opportune le dimissioni della giunta.

Azzollini riconosce risponde sul terreno esclusivamente politico. Un intervento franco e autorevole, elegantemente duro, diretto e senza ipocrisie. Ironico, quanto amaro. Stile Azzollini, insomma.

 

“RISPETTO PER L’OPERATO DELLA MAGISTRATURA. LA POLITICA NON C’ENTRA”

Innanzitutto, riaffermo che assolutamente nulla dirò sulla questione giudiziaria, la mia linea è indefettibile” esordisce Azzollini attaccando velatamente gli insulti che questi giorni sono arrivati da giornali locali. Dito puntato contro La Gazzetta del Mezzogiorno e Quindici. Ma questa è un’altra storia.

Ribadito ancora il rispetto per l’operato della Magistratura, dunque. “Osservo – aggiunge il primo cittadino – che il Procuratore capo del Tribunale di Trani ha chiaramente e pubblicamente detto che la politica non c’entra. È la parola definitiva su questa vicenda. Finito. Chiuso.”

La tesi del conflitto di interessi proposta dalla sinistra è molto claudicante, fa notare Azzollini ricordando il caso di Giuseppe Parisi, dirigente dell’urbanistica a Molfetta e assessore comunale del Pci a Bitonto. La storia di questa città – ha ricordato il sindaco – è costellata di altre vicende giudiziarie, alcune anche legate all’edilizia, e sappiamo tutti che sono andare a finire. In un nulla di fatto.

 

VI RICORDATE IL CASO DELLE PALAZZINE B4 NELLA ZONA 167? ANCHE ALLORA ARRIVARONO GLI ELICOTTERI. E ANDO’ A FINIRE CHE…

A proposito di casi precedenti, il sindaco ricorda “lo spettacolo straordinario” delle palazzine cosiddette B4, nel quartiere zona 167, sequestrate un paio di anni fa con un blitz anche in quel caso in grande stile. “Anche allora ci furono gli elicotteri per controllare che i palazzi non fuggissero, perché com’è noto gli immobili possono scappare” ricorda il sindaco con un filo di amara ironia. “Ebbene, quelle case non fuggirono e anzi attesero pazienti che tutto si risolvesse ancora una volta in un nulla di fatto, anzi in una dura reprimenda da parte del Tribunale del Riesame nei confronti del giudice inquirente. Questa volta la tv è montata sull’elicottero di un corpo dello stato in funzione di polizia giudiziaria, con costi che gravano sul bilancio dello Stato, ancora una volta per controllare se anche questa volta gli immobili potessero fuggire. E anche questa volta gli immobili, sono lì ad attendere di vedere cosa accadrà alla fine”.

 

IL PROBLEMA DELLE CASE SEQUESTRATE E LA SPETTACOLARIZZAZIONE DELL’OPERAZIONE “MANI SULLA CITTA’”

Il Comune ora dovrà occuparsi di quei cittadini le cui abitazioni sono state sottoposte a sequestro: “Ci faremo carico di questo problema sociale che colpisce i cittadini” assicura il primo cittadino, sottolineando alcuni paradossi che in questa vicenda non sono mancati: “Molti mi hanno detto che addirittura i proprietari di quelle case non hanno ricevuto nemmeno il provvedimento di sequestro, ma solo il cartello sulla porta di ingresso”.

E poi altre forzature avvenute durante l’operazione stile militare del Corpo forestale: un uomo anziano 83enne messo agli arresti come misura cautelare; una giovane neo mamma che allattava una bimba di pochi mesi, anche lei messa agli arresti in via cautelare; un giovane che dall’estero è dovuto tornare in Italia per i domiciliari. “Tutti i casi in cui era evidente il rischio di fuga”, ironizza il sindaco. “Sono violazioni delle quali alla fine diremo”.

 

“NESSUNA RESPONSABILITA’ POLITICA”

Sul rapporto tra amministrazione comunale e il dirigente Rocco Altomare, il sindaco non rinnega il rapporto fiduciario consentito dalla legge. Ma il giudizio su quel rapporto avverrà quando tutto sarà chiarito sul piano giudiziario. Giudizio politico rimandato, ma la sospensione del dirigente è stata comunque immediata (“con il cuore dolente”), peraltro seguita dalle dimissioni dello stesso Rocco Altomare. “Noi sappiamo scindere il rapporto fiduciario dagli adempimenti di legge, qualsiasi cosa pensi la nostra mente e qualsiasi cosa senta il nostro animo. Non ci sentiamo colpevoli politicamente di quanto accaduto. Vedremo alla fine chi è stato il vero colpevole. Come in tutti gli altri casi che storicamente si sono verificati a Molfetta, vedremo soltanto alla fine come sono andate davvero le cose”.

Azzollini mette in dubbio anche la tesi secondo cui esisteva un’egemonia di mercato a favore dello studio professionale appartenente a Rocco Altomare prima che diventasse dirigente: “Non voglio interferire con le indagini, ma sarà facile dati alla mano capire se e in che misura uno studio tecnico fosse egemone rispetto a tutti gli altri. Abbiamo gli strumenti amministrativi per verificare quali studi professionisti possano davvero lamentarsi di una certa prevaricazione di mercato, verificheremo esattamente nelle sedi adeguate se uno studio fa il 50 per cento del mercato o il 30 per cento o se non fosse nemmeno il primo degli studi”

 

I “GIORNALISTUCOLI” CHE ANTICIPANO I PROVVEDIMENTI GIUDIZIARI SUI GIORNALI

“Altro che ‘cricca’ come scrivono certi giornalistucoli” attacca Azzollini riferendosi a “coloro che sulla stampa prevedono sistematicamente i provvedimenti giudiziari e non sono mai imputati. C’è un giornalista che anticipa con precisione puntuale le vicende giudiziarie. Delle due l’una: o è vero che esiste l’astrologia e allora dovremmo credere pure al mago Otelma, oppure è vero che quel giornalista conosce in anticipo certi provvedimenti e li mette fuori prima. Sono fatti che con serenità dovranno essere valutati”.

 

“MI DIMETTERO’ TRASCORSA LA META’ DEL TEMPO CHE PASSERA’ DALL’ARRESTO DI FRISULLO ALLE DIMISSIONI DI VENDOLA”

 

“Non abbiamo vice presidenti di giunta arrestati, né il potere di far diventare un assessore regionale senatore” dice Azzollini riferendosi ai casi giudiziari di due assessori regionali Frisullo e Tedesco. Ma viene citato anche il caso della dirigente alla sanità Lea Cosentino, nominata da Vendola, e anche lei arrestata. “Capisco l’ipocrisia di dimettere la giunta per poi rinominare gli stessi tranne un paio, ma questa è un’ipocrisia che io combatto”.

Insomma, se è vera la tesi della sinistra quando dice che c’è una responsabilità politica allora anche Vendola avrebbe dovuto dimettersi lui personalmente. Quindi: “Mi dimetterò trascorso la metà dei giorni che trascorreranno dalla data di arresto di Frisullo, alle dimissioni di Vendola”.

 

Non c’è responsabilità della politica, non ci sono le dimissioni della giunta né del sindaco. Finito. Chiuso. Questa è la mia posizione e non defletto da questa linea. Questa è la verità. Non abbiamo né le condizioni né alcuna responsabilità e così ci presenteremo alla gente.

La cronaca degli altri giornali locali:

Consiglio comunale, niente dimissioni. Azzollini: «Non ci sentiamo colpevoli»

Non mi dimetto

Molfetta, «Mani sulla città»: il sindaco Azzollini, no alle dimissioni: politica estranea ai fatti. Attacco alla Gazzetta e a Quindici

Annunci

Piano del commercio, sanatoria prima dell’approvazione

Ordinanza ad Hoc per gli ambulanti. A settembre regole definitive.

di Lucrezia d’Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorni.it/…)

Mercoledì, 23 Giugno 2010

• M O L F E T TA . Entro il 30 settembre la città sarà dotata del Piano del commercio. L’impegno è del sindaco, Antonio Azzollini. Sarà l’assessore, Anna Maria Brattoli – è sempre Azzollini a sostenerlo in una conferenza stampa che “sostituisce” la riunione del consiglio comunale – a coadiuvare sindaco, uffici e operatori, perché si arrivi alla meta anche prima della data prefissata.

Le «colpe», se di colpe si può parlare, della presenza fastidiosa degli ambulanti di frutta e verdure per strada, si deve ad una politica che, un po’ per volta, ha portato alla scomparsa di tutte le piazze. Sta di fatto che il servizio offerto dagli ambulanti può essere, per certi versi, assimilato a quello offerto dal commercio di prossimità per gli anziani che trovano ciò di cui hanno bisogno sotto casa.

E, in attesa dell’approvazione del Piano del commercio, che terrà conto delle esigenze degli operatori, di quelle dell’amministrazione e delle eventuali sollecitazioni delle opposizioni, è arrivata un’ordinanza ad hoc. In buona sostanza, da subito, gli ambulanti possono tornare a vendere nelle aree immediata mente vicine a quelle sequestrate nei giorni scorsi dalla magistratura.

«Il Comune – ha detto Azzollini – non fa demagogia, ma deve tener conto delle esigenze della città e, nel rispetto rigoroso delle leggi, fare in modo che tutti i cittadini possano avere opportunità e servizi. Sono stati emanati questi provvedimenti transitori perchè esistono le ragioni delle famiglie che traggono il loro reddito dalla vendita».

L’opposizione non crede all’approvazione entro il 30 settembre del Piano del commercio. Intanto gli ambulanti si organizzano anche per discutere, con dati di fatto e proposte credibili, il contenuto del Piano del commercio. «Il Piano darà vita a concessioni decennali – ha rimarcato il sindaco – per questo agli operatori sarà chiesto un investimento». In buona sostanza, gli ambulanti potranno stare per strada, occupare suoli anche superiori a venti metri, ma dovranno dotarsi di strutture in grado di garantire gli aspetti igienico-sanitari e di non deturpare il paesaggio.

E poi. «L’emergenza risale ad una scelta lontana quando sono state chiuse le piazze. Con l’approvazione del Piano, il commercio ambulante troverà sistemazione definitiva».

Sequestrate a Molfetta tredici tonnellate di «mozzarelle blu»

http://molfettalive.it/imgnews/cdb9e67dee2e53859e0565057d02fcde(3).jpg

di Enrica D’Acciò (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

MOLFETTA . – Dopo Turi, Molfetta. Più di 13 mila chili di mozzarelle «mutanti», quelle che diventano blu una volta aperta la confezione a causa del batterio Pseudomonas fluorescens, sono state sequestrate ieri dai carabinieri del Nucleo antisofisticazione di Bari in una piattaforma commerciale e centro di distribuzione nella zona industriale di Molfetta.

Le mozzarelle, prodotte nello stabilimento caseario tedesco finito sotto i riflettori degli ispettori sanitari europei, erano destinati a circa 60 punti vendita, per lo più discount, in Puglia, Molise e Abruzzo. A differenza di quanto accaduto a Turi, dove i latticini sono stati sequestrati in un supermercato al dettaglio della catena «Lidl», le mozzarelle molfettesi non sarebbero mai arrivate nei banchi frigo dei supermercati locali perché il centro di distribuzione di Molfetta aveva già richiamato le mozzarelle dal mercato, rispondendo con severità alle procedure di allerta europea e attivando le procedure di autocontrollo. Il sequestro effettuato dai militari sulla merce in deposito, pertanto, è di natura cautelativa.

Dalle confezioni ancora imballate sono stati prelevati alcuni campioni che nei prossimi giorni saranno esaminati dall’Istituto zooprofilattico di Putignano: i medici e i biologi eseguiranno sulle mozzarelle molfettesi le stesse indagini che in queste ore stanno eseguendo sui campioni dei 70 chili di mozzarelle «mutanti», sequestrate lunedì a Turi, alla ricerca del batterio pseudomonas, che a contatto con l’aria e in alcune condizioni di temperatura e di umidità colora le mozzarelle di blu e il siero che le contiene di verde. Cautamente ottimista il capitano dei carabinieri dei Nas di Bari, Antonio Citarella: «Ragionevolmente riteniamo che tutte le mozzarelle del lotto di produzione proveniente dalla Germania sono state ritirate dal mercato e pertanto non arriveranno mai nei nostri piatti. Più difficile sarà rintracciare le mozzarelle distribuite e vendute prima dell’allerta europea».

Sul Duomo di Molfetta, terrazzino vista mare

Stupore e polemiche per una costruzione che copre una parte della parete laterale delle cupole. Il Comune blocca i lavori, i proprietari dicono di aver avuto il nulla osta dalla Sovrintendenza.

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/06/terrazzino_sul_duomo_03giu2010.jpg

di Lucrezia D’Ambrosio (La Gazzetta del Mezzogiorno  – 3 giugno 2010)

I proprietari dicono di aver avuto il via libera dalla Sovrintendenza. Il Comune li blocca con un’ordinanza e si prepara a chiedere la demolizione di quanto realizzato.

Al centro della questione c’è un terrazzino vista mare che i proprietari di un appartamento, che si trova a ridosso del Duomo, stanno realizzando. Anzi, stavano realizzando fino a qualche giorno fa. Fino a quando cioè, i tecnici del Comune, dopo aver effettuato un sopralluogo, non hanno disposto la sospensione dei lavori.

Il problema di fondo sta nel fatto che il terrazzino, una volta ultimato, potrebbe coprire una parte della parete laterale delle cupole del Duomo. Se il terrazzino, che secondo i bene informati, sarebbe stato realizzato, così come si vede ora, in poco più di mezzo pomeriggio, fosse poi dotato di coperture in legno la situazione potrebbe addirittura peggiorare. Nel senso che sicuramente, pur realizzato con stile, pur elegante, pur funzionale per i proprietari dell’appar tamento, penalizzerebbe quanti invece vogliono guardare il Duomo e basta.

Sta di fatto che all’ufficio tecnico comunale quel manufatto non piace affatto. E, a ragion del vero, non piace neppure ai parrocchiani, ai frequentatori del centro storico, a quanti, dopo aver alzato lo sguardo, per osservare le cupole del Duomo, si sono ritrovati di fronte ad un terrazzino in itinere.

«Il Comune – spiega il responsabile dell’ufficio tecnico, l’ingegner Rocco Altomare – non ritenendo che quella cosa vada realizzata ha ordinato la sospensione dei lavori che, secondo quanto riferito dai proprietari dell’appartamento, sono stati autorizzati dalla Sovrintendenza. Ora – aggiunge Altomare – i proprietari potranno opporsi a questa decisione con un ricorso. A quel punto il Comune, dopo aver accolto il ricorso, potrà ac coglierlo oppure, cosa che abbiamo intenzione di fare, e in tal senso si è già espresso anche il sindaco, Antonio Azzollini, ordinare la demolizione di quanto già realizzato. In un secondo momento poi ci riserviamo di chiedere conto alla Sovrintendenza di quanto autorizzato. Senza entrare in polemica, dopo aver avuto accesso a tutti gli incartamenti, vorremo comprendere – conclude il capo dell’ufficio tecnico comunale – quale criterio sia stato adottato per autorizzare lavori su quel terrazzo a ridosso del Duomo, con vista mare».

Fin qui il Comune.

La vicenda è aperta. Ora bisognerà capire come si muoveranno i proprietari dell’appartamento che, per certo, non vorranno rinunciare al terrazzo. Come dire, il braccio di ferro tra le parti è solo all’inizio.

“Francesco Padre”: sciacallaggio di avvocati e Gazzetta del Mezzogiorno

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/02/41.jpg?w=300

Gianni Lannes

di Gianni Lannes (www.italiaterranostra.it/…)

Ci hanno ferito una seconda volta. Seguitano a strumentalizzare la morte orrenda di cinque uomini tra cui mio padre – mi racconta Maria Pansini visibilmente scossa – Mi fanno schifo questi soggetti che continuano a calpestare i sentimenti umani per avere un loro momento di gloria”.

Al peggio, purtroppo sotto queste latitudini non c’è mai fine, come insegna il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno. Il foglio pugliese della famiglia sicula dei Ciancio Sanfilippo manda ora in onda a puntate una macabra operazione speculativa imperniata sul dolore di persone indifese. A metà degli anni ‘90 qualche firma dello stesso giornale infamava l’equipaggio del motopeschereccio affondato da un sommergibile della Nato il 4 novembre 1994.
L’accusa campata in aria era disarmante: l’equipaggio trasportava esplosivi. Ora, il direttore responsabile Giuseppe De Tomaso e il direttore editoriale Carlo Bollino vanno oltre e sbattono i resti umani di quei lavoratori del mare in fondo all’Adriatico addirittura sul telefonino.
A pagina 5 infatti si legge: “La diretta. Il video del relitto sul fondo del mare. Guarda sul telefonino il drammatico video girato a 243 metri di profondità che mostra il relitto del peschereccio Francesco Padre”. Insomma, cucinano una vergognosa operazione commerciale. Il “pezzo” di Nicolò Carnimeo (17 febbraio 2010, prima parte) spaccia addirittura le immagini Rov (robot con telecamera subacquea) come recenti: in realtà sono state girate nel 1996. Esseri umani assassinati per ragioni di Stati dell’Alleanza atlantica, uccisi una seconda volta dalla testata barese e da alcuni avvocati ingordi a caccia di notorietà a buon mercato.

Nel ‘94 l’avvocato Ragno ci ha messo alla porta perché non avevamo i soldi per permetterci il suo patrocinio – rivela Rosalia Giansante, vedova di Giovanni Pansini – ora dopo l’uscita del libro che racconta cosa è successo veramente vuole difenderci gratis”. Dopo 15 anni di assordante silenzio viene pubblicato un libro d’inchiesta che svela le  dinamiche di quella strage. Risultato?
Si sveglia dal letargo la procura della Repubblica di Trani che la scorsa estate aveva imposto alla figlia del comandante Giovanni Pansini di produrre un certificato storico di famiglia per visionare i faldoni giudiziari. In Puglia, o meglio in Italia, nessuno aveva mai realizzato uno straccio di inchiesta per tentare di capire cos’era accaduto alla barca molfettese.
Adesso i pennivendoli nostrani si azzuffano all’ultimo sangue per vendere più copie. Calpestano i vivi e i morti, in barba non solo alla deontologia professionale ma alla pietas. E’ lo specchio dei tempi: affari e mistificazioni in una girandola vorticosa pur di instascare soldoni sonanti e successo facile. Il temerario Carnimeo ha pure scopiazzato il noto testo qua e là, pardon estrapolato. Bravo: complimenti.
Dottor Carlo Maria Capristo è lei che ha messo sul mercato il video o in ogni caso ha autorizzato la messa in onda e comunque ne sa qualcosa? Porrà termine istantaneamente allo sciacallaggio della Gazzetta? Vorrei saperlo prima di avvertire, eventualmente, il Consiglio superiore della magistratura e aprire un’autentica indagine giornalistica sul suo disincantato operato.
Non basta riaprire, si fa per dire, un procedimento giudiziario, occorre approdare seriamente ad un processo e inchiodare sul banco degli imputati gli assassini in alta uniforme, nonché i governanti complici. Fate tutti attenzione: terremo sempre gli occhi aperti. Per dirla con Einstein: “Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare”.

Fori di proiettili sullo scafo del Francesco Padre

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/02/34039.jpg

Video: la verità del mare

di Nicolò Carmineo (www.lagazzettadelmezzogiorni.it/…)

Il peschereccio di Molfetta Francesco Padre, ufficialmente affondato 16 anni fa per colpa di una esplosione a bordo, prima della deflagrazione potrebbe essere stato crivellato di colpi, forse esplosi da una mitragliatrice. Mentre la procura di Trani ha ufficialmente deciso di riaprire l’inchiesta su quella misteriosa tragedia che provocò la morte dei cinque marinai a bordo, dal filmato del relitto in fondo al mare recuperato dalla «Gazzetta» spuntano nuovi elementi. Almeno 4 fori sono visibili nella parte poppiera di dritta del natante e – dettaglio ancora più inquietante – un foro nel teschio di uno dei marinai che giace ancora a 248 metri di profondità. 

Non vi può essere nessun riscontro certo fino a quando non venisse disposto un recupero, ma a questo punto l’attacco armato compiuto nei confronti del peschereccio si impone come una delle ipotesi su quanto accadde la notte del 4 novembre 1994. A compiere l’azione potrebbe essere stato un commando armato partito dal Montenegro, sempre che il «Francesco Padre» non sia rimasto vittima di una nuova Ustica del mare. Alcune fonti riportano che quella notte unità militari davano la caccia ad un peschereccio simile a quello di Molfetta, che nei giorni precedenti era stato visto lanciare esplosivi in mare. Non per pescare, dato il fondale profondo di quella zona, ma più probabilmente per compiere attività di spionaggio: va ricordato che in quegli anni si combatteva nell’ex Jugoslavia e che unità militari ma anche imbarcazioni- spia battevano quelle acque per contrastare (oppure alimentare) il traffico di armi.

 La pista delle mitragliate esplose contro il «Francesco Padre» sembra trovare conforto anche in altri fori di proiettile che sarebbero stati riscontrati in uno dei reperti, il tirante dell’albero di poppa, poi stranamente smarrito durante le indagini. Il pezzo del peschereccio era stato ripescato in mare nell’estate del 1995 da una imbarcazione di Manfredonia. Uno dei pescatori, Michele Brigida, interrogato dalla procura, confermò il ritrovamento precisando che il pezzo dell’imbarcazione «presentava alcuni fori». Si trattava di un tubo di ferro che in seguito venne recuperato dal fratello del comandante del «Francesco Padre» per essere affidato agli investigatori. Ma nessuno sembra essere in grado di dire che fine abbia poi fatto. 

Tale circostanze non è stata comunque giudicata rilevante dai magistrati che nel 1997 archiviarono l’inchiesta secondo i quali la causa dell’incidente era stato il trasporto illegale di materiale esplosivo. Determinante fu la perizia dell’ingegnere navale Giulio Russo Krauss nella quale si dimostrava che l’esplo – sione era partita dall’interno del natante, sotto il ponte di coperta, e che l’esplosivo «con ogni probabilità si trovava nella stiva del pescato o nell’alloggio del motorista ». Ciò escludeva che potesse trattarsi di un attacco esterno. Il perito giudicava non attendibile anche l’ipotesi di un ordigno preso nelle reti (n.d.r. piuttosto probabile perchè nella guerra nella ex Jugoslavia molte zone marittime dell’Adriatico jugoslavo vennero minate), poiché riteneva che il «Francesco Padre» non potesse pescare a strascico a quella profondità (230 metri) e a quell’ora di notte.

 In realtà un esame attento del video girato dalla Impresub per conto della Procura nel giugno del 1996 svela che l’impatto è avvenuto dall’esterno. Nella zona poppiera, per esempio, si vede distintamente una scala a pioli – che serviva a scendere nella sala macchine – schiodata e appoggiata al motore (e non verso l’esterno), così anche la cisterna di gasolio di sinistra schiodata dal fasciame e spinta all’interno. Lo stesso motore non sembra avere alcun segno di bruciatura, e ciò significherebbe che l’esplosione è avvenuta fuori e non nel vano interno. Non è possibile poi che l’esplosivo si trovasse nella stiva frigo, perchè nel peschereccio molfettese è posta sotto il ponte di comando (e non a poppa come erroneamente affermato da Krauss), zona dell’imbarcazione che dal video risulta integra. 

Nel video del relitto si evidenzia poi che le reti erano state calate e in pesca, e ciò è possibile perché la pesca dei gamberi viene effettuata anche a profondità superiori ai 230 metri e spesso nelle ore notturne. Ma ammesso che sia fondata l’ipotesi dell’attacco armato a danno del peschereccio di Mollfetta, quale potrebbe essere il movente? Il comandante Pansini poco prima della tragedia aveva rilasciato una intervista televisiva nel programma «Linea Verde» di Federico Fazzuoli nella quale denunciava traffici illegali in Adriatico. In quel periodo le nostre frontiere marittime erano permeabili, vi si praticava ogni tipo di contrabbando, specialmente con il Montenegro. Numerosi furono a Bari i sequestri di ingenti quantitativi di armi provenienti dalla ex Jugoslavia riconducibili a mercanti di pesce. Fu dunque un attacco per vendetta? Ora che le indagini sono state riaperte, la procura potrà rispondere finalmente anche a questo interrogativo.

Le immagini del «Francesco Padre» riprese dal robot Rov a 243 metri di profondità

di Nicolò Carmineo  (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

 
BARI – Duecentoquarantatre metri in fondo all’Adriatico, la chiglia del peschereccio molfettese «Francesco Padre» ritrova per un attimo la luce, è il ROV (robot subacqueo) della Impresub a tornare sul relitto dopo quasi due anni dall’affondamento nel giugno del 1996. Le prove di quanto accadde davvero la notte del 4 novembre 1994 al comandante Giovanni Pansini e al suo equipaggio, formato da Luigi De Giglio, Francesco Zaza, Saverio Gadaleta, Mario De Nicolo, sono ancora in fondo al mare. Ed è da quelle prove, di cui questo video costituisce parte essenziale, che ripartirà ad indagare la procura che proprio ieri ha riaperto l’inchiesta su questa tragedia. 

Il GIP di Trani Roberto Olivieri del Castillo ha voluto riaprire il caso per accertare in maniera definitiva se l’equipaggio del «Francesco Padre» avesse a bordo materiale esplosivo, così come si era chiusa la precedente inchiesta, oppure se a determinare esplosione ed affondamento siano state altre cause. 

Un fotogramma del video del relitto del Francesco Padre. Il peschereccio molfettese affondò misteriosamenteIl ROV cerca le tracce, scandaglia i resti del peschereccio da prua a poppa, sino a trovare le spoglie di due dei marittimi. Uno di essi giace sul fondo con ancora gli stivali e la cerata rossa, e, forse, da quindici anni attende giustizia, che finalmente si faccia chiarezza su questa vicenda intricata e dai contorni oscuri. Potrebbe essere stata una tragica fatalità ad aver determinato la tragedia, come l’aver urtato o salpato nelle reti un vecchio ordigno bellico o una mina adoperata nella guerra dei Balcani. 

Oppure, come in una nuova Ustica, il peschereccio potrebbe essere colato a picco per attacco esterno. 

La differenza è sostanziale perché se fossero vere queste ultime ipotesi si potrebbe riabilitare la memoria di Giovanni Pansini e del suo equipaggio, e così cauterizzare una ferita ancora viva nel sentimento della comunità marittima di Molfetta. 

Nel video il relitto del «Francesco Padre» è adagiato sulla chiglia ad una profondità di 243 metri e ha la prua orientata per 296 gradi, risulta ancora essere abbastanza integro nella struttura dell’opera viva (la parte immersa di una nave), ma è mancante della zona poppiera dove rimane un grosso squarcio sul lato sinistro. I segni di una devastante esplosione sono evidenti sullo scafo, sia nelle strutture in legno, – che appaiono strappate più che divelte, – come in quelle in metallo, in molte parti deformate. La rulliera salpareti di poppa, unita ancora ad alcune parti in legno, è stata sbalzata a grande distanza ed è stata individuata dal ROV isolata dal corpo principale del relitto. 

Un fotogramma del video del relitto del Francesco Padre. Il peschereccio molfettese affondò misteriosamenteLe reti appaiono in posizione, come se al momento della deflagrazione il peschereccio fosse impegnato nelle operazioni di pesca, e ciò potrebbe essere testimoniato anche dai lunghi stivali a coscia (utilizzati solo durante l’azione di salpaggio della rete) e che si distinguono a ridosso dei resti di uno dei pescatori. Intorno al relitto sono sparsi vari oggetti: si riconoscono pezzi di motore, un salvagente e poi una pentola, un piatto, uno stivale, una scarpa, una busta ancora chiusa di cui non è possibile immaginare il contenuto. 

Alcuni reperti vennero rinvenuti dal ROV (1996) già molto distanti dal relitto a più di 250 metri, spinti dalle correnti o trascinati da attività successive all’af fondamento, ma oggi la procura intende spedire laggiù un nuovo Robot per realizzare altre immagini. La risoluzione del mistero, tuttavia, potrebbe già trovarsi nelle carte processuali acquisite in questi anni, nelle numerose perizie che si sono susseguite e mostrano numerose incongruenze.

(In questa pagina tre fotogrammi del video del relitto del "Francesco Padre")
(http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/videoAlbum/)

Venti avvisi di garanzia per la città che affoga

Indagini sugli allagamenti: al centro dell’inchiesta opere realizzate senza l’autorizzazione dell’Autorità di Bacino.

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/01/barbaraspinelli.jpg

di Antonello Norscia (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…) ASCOLTA

Esondazioni provocate da presunti illeciti penali ancor prima che dalle piogge. Gli allagamenti di vaste zone della città, soprattutto alla periferia nord, non sarebbero dovute all’insistenza del maltempo ma a concessioni rilasciate, e a lavori realizzati, senza l’autorizzazione dell’Autorità di Bacino della Puglia. Ed ora a vestire i panni di Giove Pluvio è la Procura della Repubblica di Trani che ha emesso una «pioggia» di avvisi di garanzia, ipotizzando reati ambientali e cosiddetti reati di pericolo, quelli appunto che possono derivare dalle frequenti esondazioni.

Una ventina le persone iscritte nel registro degli indagati tra professionisti e funzionari comunali, rispettivamente progettisti ed asseveratori di una serie di opere che hanno ridisegnato la città, soprattutto la zona artigianale e la cosiddetta zona Asi (Area di sviluppo industriale).   
Un territorio che rientra in un’area a rischio idraulico, secondo le mappe dell’Autorità di Bacino. Istituzione, però, puntualmente ignorata, secondo gli inquirenti, nell’iter amministrativo per le concessioni, che, proprio perciò, potrebbero esser addirittura ritenersi inefficaci. In pratica, funzionari e progettisti avrebbero autorizzato e costruito capannoni e infrastrutture infischiandosene del parere assolutamente necessario e vincolante dell’Autorità di Bacino che, anzi, non risulta nemmeno interpellata. una cementificazione selvaggia che avrebbe strozzato le numerose lame molfettesi, impedendone il naturale e logico deflusso dell’acqua piovana a mare.

Lunedì in Comune era stata indetta una conferenza stampa nel corso della quale era stato presentato un «progetto anti esondazione» per la zona artigianale, con conseguente messa in sicurezza di insediamenti produttivi, area portuale e strade. Una presentazione che, si è saputo ora, è venuta all’indomani dell’acquisizione di numerosi documenti sull’iter delle concessioni. Recentemente, infatti, agenti del Corpo Forestale dello Stato avevano visitato uffici comunali e studi di alcuni professionisti interessati alla realizzazione delle opere alla ricerca di documenti ritenuti utili alle indagini.

Altri link utili: (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/13/zona-artigianale-rischio-venti-indagati-molfetta.html)
 

Rischio idrogeologico nel PIP, i proprietari terrieri attaccano Azzollini

Sulla vicenda del PIP interviene il dott. Guglielmo Facchini, portavoce dei proprietari dei suoli interessati dalla nuova zona artigianale.

http://www.molfettalive.it/imgnews/nuova%20zona%20artigianale%20(1)(12).jpg

di Lorenzo Pisani (www.molfettalive.it/…)

Quando, nel maggio 2008, furono più volte evocati in un incontro pubblico organizzato da L’altra Molfetta, nessuno in città conosceva i termini PIP, PAI e tantomeno Autorità di Bacino.

Eppure gli ultimi mesi sono ricchi di cronache attorno all’argomento. Allora fu il Dott. Guglielmo Facchini a prendere parola ed esporre la tematica del rischio idrogeologico in territorio di Molfetta. L’avremmo ritrovato poco più di un anno dopo, sommerso dai fischi in un forum organizzato dal Comune sullo stesso argomento.

Oggi, dopo la conferenza stampa in cui il Comune ha illustrato l’opera di mitigazione che, nelle intenzioni dei progettisti, dovrebbe ridurre il rischio nella zona artigianale di prossima realizzazione (detta PIP3, da Piano degli Insediamenti Produttivi), Facchini, portavoce dei proprietari dei suoli su cui ricadranno gli insediamenti, prende di nuovo parola e attacca l’amministrazione del sindaco Antonio Azzollini.

Il Comune – questo in sintesi il suo pensiero – avrebbe autorizzato il PIP su un’area a rischio idrogeologico per la presenza di alcune lame che, in caso di straordinarie precipitazioni atmosferiche potrebbero gonfiarsi di acqua, danneggiando ciò che potrebbero incontrare sul loro percorso. Pensiero che si fonda anche sul Piano per l’Assetto Idrogeologico (PAI) approvato dall’Autorità di Bacino della Puglia, organismo con competenza sui sistemi idrografici regionali e su quello interregionale dell’Ofanto.

«Al di là di ogni polemica, per onestà intellettuale – dichiara nella sua lettera diffusa agli organi di stampa -, e per fare chiarezza, mi corre innanzitutto l’obbligo di elencare alcune precisazioni». «Lama Scorbeto, Marcinase, Vincenza e dell’Aglio drenano una superficie di 150 Kmq. Esse costituiscono la cosiddetta Lama Nord che sfocia a Cala San Giacomo in un tronco fluviale unico. Si tratta delle lame edificate dalla zona PIP ed ASI e non solo sotto la amministrazione Azzollini, ma anche nelle precedenti. Lama Pulo, piccola ed insignificante lama che nasce nei pressi della dolina del Gurgo e del Pulo, sfocia alla Secca dei Pali e risulta anch’essa ostruita dai lavori di urbanizzazione primaria oggi in corso nel comparto 25. Lama Sedelle (sulla Molfetta-Ruvo), e Lama Scotella (lama che va dall’ospedale al vecchio porto), drenano circa 7 kmq e sono state edificate da palazzine per civili abitazioni dalla SS. 16bis fino al loro sbocco sul mare. Lama Cupa infine drena circa 14 Kmq e sta subendo la stessa sorte di queste ultime due. Si badi bene – ricorda Facchini – ognuna di queste lame citate, esclusa la piccola Lama Pulo, drena diversi milioni di metri cubi di acqua al giorno, in caso di piena, prevista entro i prossimi ventisette anni».

Questa scadenza vien fuori da calcoli statistici, i cosiddetti “ritorni di piena” che hanno cadenza ciclica.

«Tutte le regioni – continua la lettera –, le province ed i comuni di Italia, compresa la Puglia, hanno legiferato per rendere lecito questo stato di cose e facendo ciò, si è venuta a realizzare in tutta Italia, un condiviso malcostume, con una diffusa urbanizzazione selvaggia, con lottizzazioni abusive, e molti altri illeciti e reati il cui elenco sarebbe troppo lungo richiamare» denuncia il portavoce.

«L’Autorità di Bacino della Regione Puglia, da tempo aveva indicato al consorzio ASI e al Comune di Molfetta quali fossero le zone, dove si può edificare senza rischio, ossia dapprima che avvenisse l’approvazione del piano particolareggiato delle nuove zone di espansione PIP e ASI». «Gli opifici si possono realizzare dove la sicurezza e le leggi lo consentono».

Da qui parte l’attacco ad Antonio Azzollini e all’operato della sua giunta: «Il sindaco Azzollini e tutto il suo staff invece, se ne infischiano, come pure i responsabili del consorzio ASI. Essi continuano a scrivere sui media con giochi di parole per nascondere la verità, la realtà dei fatti».

Aperte critiche anche al canale presentato pubblicamente lunedì dal Comune previsto nell’area del Gurgo, una depressione poco distante dal Pulo. Per Facchini non solo è insufficiente e dal costo reale di gran lunga superiore a quanto dichiarato, ma costituirebbe un ulteriore sfregio al territorio e, se autorizzato dall’AdB potrebbe dar origine ad azioni penali.

Nessuna attenzione sarebbe stata invece riservata, secondo i proprietari terrieri, agli edifici sorti su zone a rischio e abitati. In più, sostengono, da parte del Comune sarebbe in atto un tentativo di far passare per problemi causati dalla rete di fogna bianca il reale rischio idraulico.

«Le torri gemelle possono aspettare» afferma la lettera, riferendosi ai due grattacieli da 100 metri, il simbolo della nuova zona artigianale.

«Che sta succedendo ai nostri amministratori? Dimenticano forse che sono responsabili a tutti gli effetti di questo dissesto? Dimenticano che dovrebbero rimborsare di tasca loro, le conseguenze di questi misfatti, in caso di inondazione?».

Interrogativi che anche stavolta non mancheranno di far discutere.

Petrolio invece di turismo. «Puglia pattumiera d’Italia»

Depositate 7 richieste d’autorizzazione per la ricerca di oro nero in mare

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/28300_6.jpg

di Giuseppe Armenise (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Vocazione turistica? Provate voi a promuovere le spiagge sterminate sulle quali si affaccia il promontorio del Gargano o le acque cristalline del Salento mentre sul destino della regione con l’esposizione costiera più estesa d’Italia incombe la minaccia del petrolio. Il passo tra la Puglia perla del turismo e la Puglia pattumiera è davvero breve.

E le popolazioni già si mobilitano per dire no a questo possibile scempio. Al loro fianco anche l’amministrazione regionale che proprio ieri, attraverso l’assessore all’Ecologia, Onofrio Introna, ha annunciato di voler affiancare l’azione di rivendicazione di quanti «si oppongono alle ricerche petrolifere in una delle più belle zone costiere d’Italia». La ricerca del petrolio sui fondali di fronte al litorale di Puglia promette di portare solo danni. L’esiguità dei possibili giacimenti, la cui portata si esaurirebbe, secondo alcuni, in poco più di un anno e mezzo, non giustifica affatto il costo ambientale richiesto alle popolazioni in termini di interferenze deleterie con l’attività di pesca, di sconvolgimenti inevitabili degli ecosistemi marini (nelle aree interessate affacciano riserve marine protette, parchi regionali e zone umide di assoluto pregio), di compromissione dell’industria turistica (stabilimenti balneari e strutture ricettive) che negli ultimi due anni proprio in Puglia ha mostrato segnali in controtendenza rispetto al generale calo registrato ovunque.

Il primo a lanciare l’allarme, un paio di settimane fa, il deputato di Monopoli, città a 40 km da Bari, Pierfelice Zazzera. Proprio nel mare di Monopoli e nella zona Sud tra le province di Bari e Brindisi (a una distanza che varia tra i 10 e i 37 km al largo) si segnalano tre punti di potenziale perforazione. Al momento, il ministero dell’Ambiente ha autorizzato solo le prospezioni sismiche (a colpi di proiettili ad aria, tecnicamente air gun) per la caratterizzazione delle aree oggetto dell’interesse delle società petrolifere (tutte con sede all’estero anche se in almeno in case partecipate da società italiane).

Ma quei tre punti di prospezione sono diventati, nel frattempo, 7. Sui tavoli delle Capitanerie di porto competenti, infatti, sono arrivate richieste per l’avvio di attività in mare anche a Molfetta (20 km a nord di Bari) e poi a Gallipoli e a Taranto. Nel comprensorio della Capitaneria di Termoli, invece, ricadono i punti di interesse al largo delle isole Tremiti, sede di una delle più estese riserve marine di Puglia.
E da Monopoli, i Verdi annunciano per bocca del portavoce Giuseppe De Leonibus: «I punti complessivi di possibile perforazione, in prospettiva sono addirittura 15, 5 dei quali nell’arco jonico». Gli elementi per rendere inquiete le popolazioni locali e le amministrazioni (compresa quella monopolitana che è retta da un sindaco di centrodestra, quindi affine al governo nazionale) ci sono tutti. Non ultimo il fatto che Regione e enti locali sostengono di aver saputo di questa campagna di ricerca del petrolio ormai a cose fatte, quando cioè ormai non era più possibile esprimere alcun parere. Una lettera, in realtà, risulta inviata dal ministero dell’Am – biente alle amministrazioni delle città costiere (compreso il capoluogo di regione, Bari) a gennaio. Ma gli uffici com petenti di ciascuno dei Comuni in indirizzo sostengono di non averla mai ricevuta. In più, tra i due quotidiani scelti per rendere pubblica la procedura avviata ne è stato scelto uno («Il Giorno» di Milano) che non ha alcuna diffusione in Puglia.
E così la protesta si sposterà molto presto in strada. Il comitato di cittadini cui già hanno dato la propria adesione Italia dei valori e Verdi si costituirà ufficialmente la prossima settimana, il 28 dicembre, e già si annunciano una serie di manifestazioni. Decisamente duro l’attacco dell’assessore Introna al ministro Stefania Prestigiacomo: «Mentre sta rappresentando l’Italia al vertice di Copenhagen – dice Introna – sul clima, dal suo ministero arrivano bordate che renderanno la Puglia la pattumiera d’Italia e di Europa. I più grandi scienziati e i più eminenti statisti cercano modi per ridurre le emissioni di gas serra in Danimarca. Mentre il ministro si fa bella con discorsi sul Bel Paese, ci viene reso noto che risultano depositate alle Capitanerie di porto ben 7 nuove richieste di prospezioni geologiche per ricerche di gas e petrolio. La Regione non può neppure restare inerte. La Prestigiacomo sta a Copenaghen e i suoi uffici dicono che per il rigassificatore di Brindisi a due passi dalla case va tutto bene. Il Ministro parla al vertice Onu sull’ambiente, ma con una mano nascosta firma il raddoppio della centrale Eni di Taranto. Si tratta di scelte scellerate. Appena arriveranno i decreti, stia pur sicura il ministro che saranno impugnati dalla Regione».

All'ufficio di "collocamento" di Molfetta denunciati in 17 per assenteismo

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/24690_25.jpg

di Lucrezia d’Ambrosio  (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Risultavano al lavoro. Invece, a seconda dei propri impegni e delle proprie esigenze, si allontanavo per fare commissioni e per fare shopping. In alcuni casi approfittavano delle ore a disposizione, tutte regolarmente retribuite, per fare un salto all’ipermercato. Nel frattempo gli uffici del Centro territoriale per l’impiego, l’ex ufficio di collocamento, si svuotava.

In diciassette sono stati denunciati dalla Guardia di Finanza. Tutti rispondono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato e ad una serie di reati connessi alla dichiarazioni false commesse negli atti. Gli assenteisti incalliti sono stati pedinati e filmati per due mesi. Ora sono stati inchiodati davanti alle loro responsabilità. Tra le persone denunciate, oltre ai dipendenti della sede di Molfetta, ci sono quelli che venivano inviati da fuori per smaltire la mole di lavoro che si accumulava o comunque soltanto in alcuni giorni.

Le assenze, del tutto ingiustificate, sulla base di quanto accertato, avvenivano sia durante gli orari di ufficio di chiusura al pubblico, sia in quelli in cui gli sportelli erano aperti. La gestione disinvolta è andata avanti per molto tempo. Ora bisognerà mandare indietro le lancette per fare i conti in tasca ai dipendenti con vizio dello shopping che rischiano la reclusione ed è presumibile che vengano chiamati a restituire le somme di denaro che hanno incassato, in busta paga, senza averne diritto perché assenti dal posto di lavoro.

L’indagine è stata condotta dai finanzieri di Molfetta che, in più circostanze, hanno dovuto lavorare in borghese. Il titolare dell’inchiesta è il sostituto procuratore della repubblica, Carla Spagnuolo. Non è ancora chiaro il ruolo che, all’interno dell’ufficio, ricoprono gli assenteisti. Ma è difficile credere che il loro atteggiamento disinvolto non fosse noto ai responsabili della struttura. Anche perché, a conti fatti, sarebbero rimasti fuori dall’elenco dei denunciati meno di dieci dipendenti.

L’organico della sede locale del Centro territoriale per l’impiego non supera le trenta unità. L’indagine, che ha portato alla individuazione e alla denuncia dei diciassette dipendenti, è partita poco più di due mesi fa in seguito ad una segnalazione che raccontava proprio dell’atteggiamento disinvolto tenuto da persone che, durante le ore di lavoro, erano affaccendate in tutt’altre faccende.

E proprio due mesi fa sono cominciati gli appostamenti dei finanzieri che, secondo indiscrezioni, hanno pure immortalato i dipendenti mentre si allontanavano dall’ufficio dopo aver «timbrato il cartellino»; mentre si fermavano per le commissioni o per fare spesa; mentre entravano nell’ipermercato; mentre, dopo aver ultimato gli impegni, facevano ritorno in ufficio per finire la loro stressante giornata lavorativa.

Tutti i diciassette saranno chiamati a rispondere delle loro azioni davanti ad un giudice in Tribunale perché, è evidente, anche sulla base delle prove raccolte a loro danno dai finanzieri, che le diciassette denunce porteranno ad un processo.

Aggiornamento:  la Repubblica-Puglia del 13.12.2009 pag. 9

Secondo quanto accertato dai finanzieri, i dipendenti avrebbero timbrato il cartellino e poi si sarebbero allontanati dal posto di lavoro per periodi di tempo definiti "economicamente apprezzabili", procurandosi un ingiusto profitto..

Tra gli indagati anche gli operatori della Formazione Professionale dell’Enaip Puglia che attestavano la presenza in ufficio ma in realtà passavano la maggior parte delle ore fuori.


Ecco i nomi degli indagati: 

Gennaro Gadaleta, Anna Maria Brattoli, Sabina Palombella, Claudia Marzocca, Maria Breglia, Dorotea Spaccavento, Antonio De Palma, Antonio Dangelico, Rosa Altamura, Addolorata Logoluso, Gregorio Altomare, Francesco Lo Basso, Antonio Allegretta, Roberto Drago, Annamaria Poli, Mario Lioce, e Saverio Scardigno
 
Annunci