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Referendum, ok dalla Cassazione si voterà anche sul nucleare

193618400-1ae83102-0a8c-49ba-adb3-284859662d91di VALERIO GUALERZI – www.repubblica.it
Si voterà il referendum sul nucleare. La Corte di Cassazione ha accolto le ragioni avanzate in un ricorso presentato dall'Italia dei Valori e sostenuto anche dal Pd e in una una memoria del Wwf che chiedevano di trasferire il quesito sulle nuove norme appena votate nel decreto legge omnibus 1: quindi la richiesta di abrogazione rimane la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà appunto alle nuove norme sulla produzione di energia nucleare (art. 5 commi 1 e 8). La decisione è stata presa a maggioranza dal collegio dell'Ufficio Centrale per il referendum della Cassazione, presieduto dal giudice Antonio Elefante. 

VIDEO: L'ESULTANZA DAVANTI LA CASSAZIONE 2 – L'AVV. PACE: "COSI' HO CONVINTO I GIUDICI"3
 
Il nodo delle schede. Dovranno però essere ristampate le schede, visto che i quesiti andranno riformulati in base al testo del decreto omnibus. Secondo indiscrezioni trapelate ieri dal Viminale, i tempo tecnici per rifare tutto il materiale entro il 12 e 13 giugno ci sarebbe, ma mancano ancora conferme 
ufficiali. Nel 1978 il via libera definitivo alla consultazione su legge Reale e finanziamento pubblico dei partiti arrivò a dieci giorni dalla scadenza (anche in quel caso era stata cambiata in extremis dal Parlamento la legge oggetto dei quesiti) senza comprometterne lo svolgimento. Altro problema è poi rappresentato dal voto degli italiani all'estero, che hanno già iniziato a votare per corrispondenza sulle schede ormai superate con il vecchio quesito.

Berlusconi: "Senza nuclerare bolletta più alta". "I costi dell'energia, in Italia, sono del 40% superiori a quelli della Francia, dove esistono impianti di energia nucleare", ha sottolineato Silvio Berlusconi nel corso di un incontro con la presidente dell'Argentina Cristina Kirchner, secondo quanto riferito dalla stessa Kirchner nel corso di un convegno a Roma con un alcuni tra i principali imprenditori italiani. "So che è un argomento molto discusso in Europa ma noi stiamo ultimando la nostra quarta centrale e, con le dovute misure, credo che l'energia nucleare sia sicura e a basso costo", ha spiegato la Kirchner alla platea di imprenditori.

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Le reazioni. "Si afferma la forza serena della Costituzione contro il tentativo giuridicamente maldestro di raggirare il corpo elettorale, cioè 40 milioni di cittadini", ha commentato l'avvocato Gianluigi Pellegrino che ha sostenuto per il Pd le ragioni referendarie davanti alla Cassazione. La sentenza della Suprema corte è stata accolta naturalmente con entusiasmo anche dal comitato promotore e dalle associazioni ambientaliste che maggiormente si sono battute in queste settimane, da Greenpeace, al Wwf a Legambiente. "Questa volta le furberie alle spalle degli italiani non passano. La Cassazione censura l'arroganza del governo e riconsegna nelle mani dei cittadini il diritto a decidere sul nucleare e del proprio futuro", commentano dal quartier generale di 'Vota Sì per fermare il nucleare'. La Corte, prosegue la nota, "ha arginato i trucchi e gli ipocriti 'arrivederci' al nucleare e ha ricondotto la questione nell'alveo delle regole istituzionali, contro l'inaccettabile tentato scippo di democrazia". 

Voglia di spallata. Il verdetto della Cassazione ridà quindi forza ed entusiasmo alla campagna referendaria, ma il raggiungimento del quorum resta comunque un obiettivo molto ambizioso. Molto dipenderà da quanto il recente risultato dei ballottaggi sarà in grado di galvanizzare le opposizioni. Data per scontata una schiacciante maggioranza dì "sì", arrivare al 50% dei votanti significherebbe dare un'altra pesantissima spallata 4alla tenuta di Silvio Berlusconi con la bocciatura dei piani di rilancio del nucleare, uno dei punti centrali dell'azione del suo governo. Ma i quesiti del 12 e 13 giugno riguardano anche la privatizzazione dell'acqua e – soprattutto – l'abrogazione del legittimo impedimento e in questo caso la vittoria dei "sì" contro la legge ad personam varata dalla maggioranza avrebbe anche il sapore di un voto contro lo stesso premier. 

Bersani e Fini pronti. Il primo a esserne consapevole è proprio il leader del Pd Pierluigi Bersani. "La conferma del quesito sul nucleare è una notizia eccellente, i trucchi del governo sono stati ancora una volta smascherati", dice il segretario dei democratici. "Il Pd – aggiunge – che ha sempre contrastato le assurde scelte del governo sul nucleare, è impegnato con tutte le sue forze a sostenere la campagna per il 'sì' e invita tutte le sue organizzazioni territoriali a mobilitarsi in occasione del 12 e 13 giugno". Il leader del Pd si à detto convinto che il quorum si raggiungerà: "Ci arriveremo, ci arriveremo". E subito dopo il verdetto della Cassazione, a riconfermare che andrà a votare "perché è giusto", è stato anche il presidente della Camera Gianfranco Fini. L'Italia dei Valori, che della tornata referendaria è stata tra i massimi ispiratori, chiede invece di rimanere legati allo specifico dei temi trattati dai quesiti. "Non siano materia di scontro tra maggioranza e opposizione, centrodestra e centrosinistra", afferma Antonio Di Pietro. "Ora che i fatti ci stanno dando ragione, vogliamo 's-berlusconizzare' e 'de-dipietrizzare' la campagna referendaria", insiste il leader dell'Idv. "Nessuno – conclude – metta il cappello, neanche chi sta cercando di farlo ultimamente, sulle firme che l'Idv ha raccolto e che oggi appartengono a tutti gli elettori".

Il Pdl: libertà di scelta. Libertà di voto sul referendum sul nucleare. E' l'indicazione che l'Ufficio di presidenza del Pdl si accinge a dare secondo quanto anticipato dal vice presidente della Camera Maurizio Lupi  spiegando che sarebbe sbagliato caricarlo di significato politico. 

La base leghista.  "Al voto, al voto, per toglierci Berlusconi dalle palle". Si è rotto il feeling tra Berlusconi e gli elettori leghisti, che coltivano propositi non proprio benevoli nei confronti dell'alleato di governo. A poche ore dal vertice del pdl, e poco dopo il sì della Cassazione al referendum sul nucleare, i forum del Carroccio pullulano di intenti bellicosi. Ufficialmente la Lega non ha emanato direttive sulla consultazione del 12 e 13 giugno. Ma sul nucleare e sull'acqua pubblica, il programma del partito è chiaro ed è in linea con le richieste del comitato referendario. La novità, se così si può dire, è l'orientamento della base contro il legittimo impedimento. I leghisti vogliono votare per abrogarlo. Lo dicono a chiare lettere negli sfogatoi online che sopravvivono alla censura di partito.

L'amarezza del governo. "Assoluto stupore" per la sentenza della Suprema corte è stato espresso invece dal ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani secondo il quale il voto "non più su nucleare sì/nucleare no – già abrogato dal governo – può avere l'unico effetto di lasciare il Paese con un vuoto normativo sulla costruzione del futuro energetico" in quanto "rischia di cancellare non il ritorno all'atomo, che non è in discussione, ma il coordinamento in sede europea sul tema della sicurezza e, cosa ancor più grave, la possibilità di elaborare una strategia energetica per sopperire al fabbisogno del Paese anche con fonti alternative".
 
L'Agcom richiama la RaiGli ultimi sondaggi disponibili segnalano però che i cittadini sanno ancora molto poco dei referendum in programma e non a caso proprio oggi dall'Agcom è partito un duro richiamo alla Rai, colpevole di aver dato un'informazione sull'argomento del tutto insufficiente. Secondo l'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, la tv di Stato deve ora collocare i messaggi autogestiti in vista del voto del 12 e 13 giugno in modo da "garantire l'obiettivo del maggior ascolto, come previsto dalle disposizioni vigenti". Accogliendo le conclusioni della Commissione parlamentare di Vigilanza, l'Agcom ha ritenuto infatti "non conforme ai principi del regolamento" sulla par condicio la collocazione in palinsesto dei messaggi finora attuata dall'azienda. La censura dell'Autorità è stata subito rilanciata dal presidente della Commissione di Vigilanza Sergio Zavoli che ha chiesto al direttore generale della Rai, Lorenza Lei, un aumento degli spazi dedicati alla divulgazione dei referendum.  

Il quorum resta difficile. Quanto alla percentuale di persone che si dicono intenzionate a recarsi alle urne, gli ultimi rilevamenti risalgano ad aprile e danno un percentuale del 53% circa. Un dato che tiene conto però dell'apprensione che la tragedia giapponese di Fukushima ancora destava nell'opinione pubblica. Inoltre, per la prima volta, per il conteggio del quorum si tiene conto anche dei circa 3 milioni di elettori italiani all'estero che difficilmente si esprimeranno in massa attraverso il voto per corrispondenza. Infine, a rendere più complicato il successo anche il fatto che in Sardegna la popolazione è già stata chiamata ad esprimersi 5poche settimane fa e probabilmente la sensazione diffusa è che per quanto riguarda l'Isola il rischio della costruzione di nuove centrali è ormai stato scongiurato. Percezione che non potrà non scoraggiare il ritorno ai seggi.

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Ascensore per l'impunità

di Gian Carlo Caselli

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/10/presentazioneosservatorio-300x225.jpg Prendere in giro non è bello. Ma essere presi in giro è peggio. Parliamoci chiaro. Usare la categoria della “riforma della giustizia”, con riferimento alla bozza di provvedimenti che il governo ha in cantiere, è una burla o un inganno. La giustizia si riforma rendendola più efficiente, dotandola di maggiori risorse e razionalizzandone l’impiego. Soprattutto snellendo e accelerando le procedure, oggi vergognose perché interminabili e perché simili non ad una linea retta ma piuttosto ad un percorso ad ostacoli, se non ad una prateria sterminata che consente all’infinito eccezioni e cavilli d’ogni genere. 

Nel cantiere del governo nessun argine al disastro. I tempi dei processi resteranno biblici ed i diritti dei cittadini (a partire dalla tanto invocata sicurezza) saranno sempre meno tutelati. In realtà siamo al solito sterminio del significato corrente delle parole. Si dice giustizia, ma gli obiettivi sono altri: dall’impunità dei potenti alla mortificazione dei magistrati che pretendono (ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto) di fare il loro dovere nei confronti di tutti, potenti compresi.

ALCUNI OTTIMISTI (per sfinimento?) si dicono disposti a votare la “riforma” in tutto o in parte: perché non se ne può più di una situazione bloccata dalla cronica ossessione del premier per le sorti dei suoi processi. Con la “riforma” tramonterebbe per sempre l’epoca delle vergognose leggi ad personam. Può essere vero, ma il rimedio sarebbe peggiore del male. Le leggi ad personam di fatto son servite per bloccare inchieste e processi o per indirizzarli verso esiti graditi ai diretti interessati. Ora, se lo stesso risultato si può ottenere influendo “a monte” sulla magistratura o addirittura impartendole direttive, le leggi ad personam diventano inutili. Ed è esattamente questa la situazione che si avrà con le “riforme” in cantiere. Per capirlo, dribblando le beffe, occorre partire dal dato di fatto che il nostro – purtroppo – è tuttora un Paese caratterizzato da un fortissimo tasso di illegalità che comprende una spaventosa corruzione, collusioni e complicità con la mafia assai diffuse, gravi fatti di mala amministrazione e fenomeni assortiti di malaffare. Quasi sempre ci sono pezzi (consistenti) di politica coinvolti in tali vicende, per cui consentire ad essi di condizionare la magistratura che dovrebbe accertare le eventuali responsabilità sarebbe micidiale: per l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e per la credibilità della nostra democrazia.

Vediamo, dunque, alcuni punti della "riforma" in cantiere e quali ne sarebbero gli effetti (con la precisazione, confermata dalle cronache degli ultimi giorni, che il “pacchetto” cambia di giorno in giorno, forse perché le idee sono ancora confuse o forse perché conviene farle sembrare tali per avere più margini di trattativa prospettando 100 per accordarsi su 50):

1) Composizione del Csm. Che l’azione del Consiglio possa essere caratterizzata non solo da ritardi sul piano organizzativo e amministrativo ma anche da prassi lottizzatorie e metodi clientelari, è un fatto. Ma andrebbe decisamente peggio se i componenti eletti dalla politica fossero non più 1/3 ma 2/3 (la maggioranza). Da organo di governo autonomo della magistratura, capace – con tutti i suoi difetti – di tutelarne l’indipendenza, il Consiglio inesorabilmente finirebbe per trasformarsi in organo di eterodirezione (politica!) della magistratura stessa.

2) Obbligatorietà dell’azione penale. Se viene meno questo basilare principio di democrazia, anche solo prevedendo che il Parlamento stabilisca ordinarie corsie diversificate per la trattazione degli affari penali, si apriranno inevitabilmente alla politica spazi per dire ai magistrati a chi fare la faccia feroce e a chi invece gli occhi dolci; anziché giudici soggetti “soltanto alla legge” avremo giudici dipendenti dai potentati politici od economici di turno.

3) Rapporti fra pm e Polizia giudiziaria. Se si rompe l’attuale vincolo di dipendenza, è del tutto evidente che sarà il governo a poter decidere – di fatto – tempi, modi e indirizzi delle indagini, posto che si affermerà con tutta la sua forza la dipendenza della polizia di Stato, dei carabinieri e della guardia di finanza, rispettivamente dal ministero degli interni, della difesa e dell’economia.

4) Separazione delle carriere fra pm e giudici (cosa ontologicamente diversa dalla separazione delle funzioni, ormai realtà concreta del nostro ordinamento, capace di garantire in pieno la terzietà dei giudici). È fuori discussione che in tutti i Paesi che conoscono forme di separazione delle carriere il governo può impartire ordini, direttive od orientamenti al pm. Ma sono Paesi in cui basta che un politico sia trovato con qualche traccia di marmellata sulle mani perché debba irreversibilmente farsi da parte. Anche così si manifesta il primato della politica. Un primato che da noi invece è malamente inteso come pretesa della politica di sottrarsi al controllo di legalità (si vedano le clamorose ma non infrequenti negazioni di autorizzazioni all’arresto o a procedere o all’uso di intercettazioni). Figuriamoci che cosa accadrebbe se alla politica fosse data la possibilità di intervenire alla fonte, regolando il rubinetto delle indagini. La corruzione sistemica, ad esempio, sarebbe ridotta a faccenduola di qualche mariuolo sfigato, e morta lì.

5) Responsabilità civile dei giudici. Il facile slogan “chi sbaglia paga”, se non calibrato con precisione assoluta, rischia di funzionare da cavallo di Troia perché i controlli sugli interventi giudiziari (più che interni al processo) siano esterni ad esso, con esposizione dei magistrati a venti e tempeste incompatibili con la serenità e l’autonomia della giurisdizione. 

CERTO NESSUNO avrà mai l’impudenza di redigere le norme della “riforma” esplicitando una qualche riduzione dell’indipendenza della magistratura. A parole, al contrario, essa sarà solennemente e fermamente ribadita. Ciò non toglie che la “riforma” nel suo complesso converga di fatto verso questo obiettivo. Cui non è estranea la selta (che il guardasigilli avrebbe in programma) di “costituzionalizzare” la figura ed i poteri degli ispettori, posto che – fatti salvi i differenti compiti – sul piano dei principi sarebbe un po’ come attribuire rango costituzionale ai… questori della Camera. Non vedere tale obiettiva convergenza può essere superficiale o miope, ma anche interessato od ipocrita. Piace a qualcuno essere più eguale degli altri. E il varo di un nuovo “lodo Alfano”, con validità anche per i reati commessi prima della carica, di sicuro non fa registrare un’inversione di tendenza.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano di sabato 23 ottobre 2010, pagina 18

La svolta autoritaria in “Presadiretta”. Intervista a Riccardo Iacona

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Intervista a Riccardo Iacona di Mariagloria Fontana (www.temi.repubblica.it/…)

Occhi piccoli ma vividi, maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, un modo di fare deciso e al contempo cortese, così appare Riccardo Iacona, classe 1957, al pubblico intervenuto presso la libreria della Galleria Colonna di Roma per la presentazione del suo libro “L'Italia in Presa Diretta” (Leggi un estratto). Iacona, autore e conduttore di "Presadiretta" su Rai Tre, è uno di quei rari giornalisti che amano 'sporcarsi le mani' andando fino in fondo alle storie. Dotato di un'acribia che lo ha portato a documentare meticolosamente cosa accade in Italia e a scrivere il suo libro di esordio in una perfetta sintesi di idealismo, coraggio e determinazione.

Commentando il suo libro ha detto: “Adesso ho le prove che l'Italia di Berlusconi è un paese meno libero. L'ho visto con i miei occhi”. Cosa ha visto?
Dico che l'ho visto con i miei occhi, perché ho attraversato il nostro Paese con i miei occhi, perché ho avuto il privilegio di attraversarlo per tre anni e abbiamo prodotto 44 ore di programmi in prima serata. Vedo quello che trasmettono i telegiornali, quello che fanno gli altri, e mi rendo conto che c'è una differenza enorme fra quello che si racconta e quello che si potrebbe raccontare. Addirittura, quando si descrivono le cose che io reputo sia giusto raccontare, ad esempio la crisi economica, i respingimenti o le grandi questioni nazionali, le si svuota di significato e di senso. Quasi a non voler riconsegnare al pubblico delle chiavi di interpretazione con le quali può autonomamente giudicare l'azione del Governo. Anzi, al contrario, lo si racconta con tanta, troppa attenzione e deferenza nei confronti del linguaggio, dei codici e dell'agenda stabilita dai partiti. Queste cose le ho 'misurate' maniacalmente, in questo senso scrivo che ho le 'prove'. È una dinamica che fa venire le vertigini, perché mette in crisi il meccanismo democratico nel suo momento più importante che è quello della formazione di un'opinione pubblica indipendente, autonoma, avveduta, ricca di punti di vista e che ha visto il mondo. È necessario alimentare, invece, un'opinione pubblica che non deve semplicemente pendere dalle labbra del politico di turno che sta facendo un dibattito in televisione per decidere se sta vincendo o l'uno o l'altro, come se fosse la discussione fra due tifosi della Roma e della Lazio al bar dopo al partita.

Il sottotitolo del libro è: “Viaggio nel paese abbandonato dalla politica”. Quali sono i motivi per i quali la politica ha abbandonato l'Italia?
In Italia si parla sempre di politica, ma la politica non fa il suo mestiere. Fare politica non significa occupare posti di potere, fare leggi ad personam, lucrare con posizioni di rendita, infiltrarsi nell'economia. Questo non è fare politica. Questa è una classe dirigente che si sta autoriproducendo e sta lucrando una posizione di potere. Invece dovrebbe occuparsi di tracciare l'Italia del futuro. Ciò significa affrontare le questioni fondamentali: informazione, integrazione, uso dell'ambiente e sviluppo economico e poi dovrebbe costruire un patto con gli italiani e dire: noi vogliamo andare da quella parte lì. Purtroppo, la politica attuale parla soltanto delle questioni a breve termine per potersi vendere meglio il prodotto elettorale per la prossima campagna elettorale. È una politica che fa solo propaganda e alimenta paura e insicurezza.

Rispetto a quanto ha appena asserito, la prima repubblica cosa faceva in più o in meno?
La prima repubblica era un altro mondo. I partiti, seppure mediando, avevano un rapporto con l'opinione pubblica. Ad esempio il partito comunista parlava al suo popolo. C'erano dei meccanismi attraverso i quali era possibile costruirsi un'opinione e partecipare al dibattito politico. Non voglio dire che la Rai a quel tempo fosse il posto in cui si rappresentavano tutti i punti di vista. Era un luogo terribile anche allora, ma c'erano altri posti dove si potevano costruire rapporti sociali importanti, ad esempio il sindacato, la politica di base, le sezioni dei partiti. Tutto questo è morto con la prima repubblica, la Rai ha accompagnato la morte di questo orribile modello di repubblica che ha dato vita a tangentopoli e che era compromesso con la grande criminalità organizzata. Però c'è stato un momento, alla fine della prima repubblica, in cui nel paese l'ossigeno ha girato. Invece di andare avanti, c'è stata una controriforma, una controrivoluzione per usare un termine banale. Oggi stiamo facendo dei passi indietro. Stanno costruendo una non democrazia, una democrazia minore, una democrazia semplice, usando un marketing moderno: modificano i partiti, occupano i posti dell'informazione, trasformano gli elettori in consumatori. Non voglio assolutamente dire che la prima repubblica fosse migliore di quello che sta accadendo oggi, ma l'esito di quel periodo non era scontato. Abbiamo perso un'occasione. La mia preoccupazione è che ci possa essere un esito peggiore di quello attuale. Infatti, nel libro parlo di 'svolta autoritaria'. Uso un termine così forte perché sento il pericolo, avverto l'allarme e cerco di dimostrarlo.

Il reintegro di Paolo Ruffini alla direzione di Rai Tre, le continue pressioni di Rai Due a Santoro con il suo 'Anno Zero'. In questo periodo, come si lavora in Rai e in particolare a Rai Tre?
Come si può lavorare in una rete dove il direttore fa il suo mestiere con l'elmetto in testa? Paolo Ruffini è stato reintegrato grazie a due sentenze della magistratura, quindi disconosciuto dalla direzione generale, dopo che era stato rimosso a seguito di numerosi, espliciti, attacchi di Berlusconi alla terza rete e dopo che il suo nome era anche uscito nelle intercettazioni nell'ambito dell'inchiesta di Trani. Un direttore deve avere l'indipendenza e l'autonomia necessarie per svolgere il suo lavoro al meglio. Stiamo assistendo ad un processo di centralizzazione burocratica, di stile un po' sovietico. Siamo addirittura arrivati al 'timbro' sulla scaletta, cosa dobbiamo aspettare di più? Non c'è molto altro da dire, questa è la condizione. Andiamo avanti per tigna, perché non vogliamo mollare il rapporto col pubblico, perché questo mestiere ci piace e in qualche modo facendolo alimentiamo ancora il servizio pubblico, perché sentiamo la responsabilità nei confronti del Paese, ma ci si sta avvicinando ad un punto di non ritorno. In questo senso spero in una liberazione, mi auguro che si liberi il mercato, che si liberi la governance della Rai, che vengano spezzati i meccanismi di dipendenza dai partiti, la vicinanza fra la Rai e i partiti. Non parlo della politica, ma dei partiti; è un'altra cosa.

In questi giorni il Financial Times ha definito “Berlusconi
moment” l'operazione con cui il magnate austrialiano Rupert Murdoch potrebbe mettere a segno la fusione fra NewsCorp e bSkyb. Si parla di pericolo per il pluralismo dell'informazione britannica. Che differenza c'è fra Murdoch e Berlusconi?

La differenza è che loro si allarmano. Se valuteranno che c'è un problema di 'monopolio', mi auguro che mettano in essere le leggi che servono a tenere il mercato pulito e ad evitare posizioni di privilegio e di rendita. Dopodiché li benedico e penso a noi. In Italia viviamo nel duopolio Mediaset-Rai da quando è nata Mediaset. Aggravato dal fatto che Berlusconi, a più riprese, è diventato Presidente del Consiglio e non è stata fatta nessuna legge contro il conflitto di interessi. Il tutto peggiorato dalla riforma della Rai che ha voluto Gasparri, cioè quella che decide come si fa la governance della Rai, è terribile e ci ha riportato indietro di trent'anni. Oggi il direttore della Rai non lo decide neanche il partito, ma l'uomo di un partito. Ecco, molti pensano che Berlusconi, il berlusconismo o quello che è diventata l'Italia politica, rappresenti un ritorno al passato. Io invece credo che sia una proiezione del futuro. Mi spiego. In un certo senso Berlusconi è moderno e può essere molto imitato in Europa, già si vede in tanti aspetti della politica di Sarkozy. Il fatto che lui ce l'abbia fatta fino ad ora, è una vittoria. L'idea di un paese in cui la democrazia non sia brillante, in cui esiste un governo del fare che non deve rendere conto del 'come', è una grossa tentazione per le classi politiche autoritarie dell'intera Europa.

L'opposizione in Italia in tutti questi anni cos'ha fatto?
Beh, aspettiamo. No?

Dall'inizio di quest'anno in Afghanistan il numero dei caduti occidentali è salito a 529. Non solo, l'autorevole economista e consulente di Ban Ki Moon Jeffrey Sachs ha dichiarato che l'amministrazione Obama dal gennaio del 2010 ha speso 100 miliardi per la guerra in Afghanistan e solo 10 miliardi per gli aiuti all'Africa. A due anni dal suo reportage “La Guerra Infinita”, in cui raccontava del Kosovo e dell'Afghanistan, cosa è cambiato?
Le cose che avevamo fatto vedere sono ancora così. Purtroppo, la situazione si è aggravata sia sul piano militare che su quello politico. Se almeno sul piano politico si fossero fatti dei passi avanti, cinicamente uno potrebbe misurare e dire 'quei morti sono serviti almeno a questo'. La verità è che la guerra è persa. Lo sa il Presidente Obama, lo sa la Nato, lo sanno tutti. Adesso devono trovare il modo di uscirne, così come è successo in Iraq. In verità, il problema grosso non è più l'Afghanistan, ma il Pakistan. La 'Talebanizzazione' è arrivata sino ad Islamabad, che è una potenza nucleare in conflitto con l'India e con l'Iran. Mi piacerebbe che Obama aprisse un negoziato politico internazionale con i paesi dell'area, perché siamo sull'orlo di un conflitto ancora più vasto. Se poi pensiamo che esistono anche le tensioni fra Iran e America, il quadro che ci hanno lasciato i due interventi militari in Iraq e Afghanistan è più pesante di quando entrarono con le armi. Spero che in Italia questo dibattito venga affrontato seriamente. Se non c'è una strategia politica, ogni fucile in più serve solo ad aggravare la situazione.

(25 settembre 2010)

Disobbedienza civile

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di Roberto Morrione (www.liberainformazione.org/…)

Ci siamo e ci saremo. Libera Informazione è in prima linea nella battaglia in corso per far ritirare il disegno di legge sulle intercettazioni. E’ chiaro fin d’ora che, se la norma verrà approvata al termine dei percorsi fra le due Camere, senza che ne sia annullato totalmente il contenuto anticostituzionale e liberticida, riterremo obbligata la scelta della disobbedienza civile. Con il nostro impegno quotidiano, con gli stessi valori che ci hanno fatto nascere, quelli di una “informazione che è libera o non è”, siamo infatti ogni giorno parte attiva dello schieramento che combatte l’illegalità e la disuguaglianza di fronte alla legge. Una battaglia che vede finalmente schierati, al fianco dell’opposizione in Parlamento e dei nuovi dissensi sollevati da Fini all’interno della maggioranza, i giornali di ogni tendenza, come dimostra l’assemblea unitaria dei direttori della stampa italiana, i magistrati, i sindacati, le rappresentanze delle forze di polizia, gli editori, gli scrittori e gli artisti già colpiti pesantemente dalla dissennata politica culturale del governo, le associazioni del volontariato, numerose amministrazioni pubbliche. Fino ad arrivare a quella ostilità espressa a livello europeo e clamorosamente dall’amministrazione degli Stati Uniti, memore degli insegnamenti di Giovanni Falcone e del peso che l’efficace uso giudiziario delle intercettazioni da parte dei magistrati italiani ha nella lotta internazionale al crimine organizzato e al terrorismo. 

Una grande manifestazione nazionale che unisca in piazza tutte queste forze sociali, culturali e politiche, è a questo punto davvero urgente. 
L’obiettivo di fondo resta quello di far comprendere a quella larga parte degli italiani che hanno nelle televisioni dominate dal premier l’unica fonte d’informazione, come insegnano i notiziari ammaestrati e subalterni al potere del TG 1 di Minzolini, che respingere il disegno governativo non è solo difendere il diritto-dovere dei giornalisti sancito dalla Costituzione, ma soprattutto tutelare il diritto dei cittadini a conoscere la realtà in cui vivono, le illegalità dei ceti dirigenti, la corruzione dilagante, l’estensione dei crimini organizzati e comuni che minano la sicurezza di tutti. Un silenzio tombale, al di là dei gravissimi danni giudiziari, minerebbe le fondamenta della democrazia, impedendo agli italiani di giudicare i propri rappresentanti sotto il profilo morale e civile ancor prima che direttamente politico. L’anticamera dunque di una dittatura, che peraltro proprio nella soppressione della libertà di stampa ha avuto la base essenziale nella tragica storia del fascismo, come l’ha ancora ad altre latitudini. Se questo vale a ogni livello, ancor più ne sentiamo il dovere morale e civile a partire dalla memoria di chi ha perso la vita per difendere lo Stato contro la violenza e la prevaricazione delle mafie e il sistema di corruzione e contiguità di cui si sono avvalse e si avvalgono. 
Le centinaia di famiglie delle vittime che attendono ancora giustizia e verità per coloro, uomini e donne, caduti per mano mafiosa e interessi quasi sempre rimasti oscuri, come potrebbero avere ancora fiducia in uno Stato che, invece di onorare questo immenso debito morale, indebolisse per legge l’azione dei pubblici ministeri, le tante inchieste ancora aperte o possibili e insieme calasse per anni la scure del silenzio sulla stampa e i libri che attraverso le cronache e le analisi giudiziarie rappresentano l’unica possibilità di mantenere viva una memoria collettiva? Che speranze potrebbe avere per il futuro il padre dell’agente Agostino, massacrato con la moglie perché a Palermo dava la caccia ai latitanti di Cosa Nostra e, almeno secondo le recenti rivelazioni sul fallito attentato dell’Addaura, per avere salvato in quell’occasione la vita a Giovanni Falcone? Il padre attende da 21 anni la verità su chi gli uccise il figlio, a partire da quegli agenti segreti, traditori dello Stato, che ebbero un ruolo nella vicenda e la sua barba, che promise di non tagliare fino al raggiungimento della verità, è diventata lunga e bianca…Solo un esempio, ma che ci porta nel cuore del gravissimo intreccio di questa nuova legge con inchieste che cercano di fare luce, da Palermo a Caltanissetta, da Firenze a Milano, sulle stragi non solo mafiose, ma anche di “parti dello Stato” come è ormai certo, che insanguinarono la Sicilia e l’Italia fra il ’92 e il ’94, per poi cessare quando il panorama del Paese cambiò e un nuovo soggetto politico, Forza Italia (è ipocrita nascondersi dietro giri di parole) secondo le clamorose affermazioni di numerosi pentiti e testimoni di giustizia, trattò con la mafia per prendere il posto di antichi referenti. Uomini dei servizi, cioè dello Stato, avrebbero avuto ruoli centrali, anche se tuttora oscuri, in molti dei delitti “alti” compiuti da Cosa Nostra, passando per le stragi di Capaci e Via D’Amelio, proseguendo nelle trattative con i capi corleonesi, prima Riina, poi Provenzano, intersecando i sanguinosi attentati ai beni artistici a Firenze, Milano, Roma. 
Le nuove testimonianze del pentito Spatuzza e di Massimo Ciancimino, ritenuti a diverso titolo attendibili dalle Procure coinvolte, vanno decisamente in questa direzione. Negli ultimi giorni si sono succedute allarmate dichiarazioni del procuratore nazionale antimafia Grasso, di Walter Veltroni, di Carlo Azeglio Ciampi, mentre il Copasir presieduto da Massimo D’Alema ha aperto indagini per individuare gli agenti segreti “felloni”, sentendo i vertici dei servizi e il procuratore di Caltanissetta Lari. Il PDL, ovviamente, ha parlato di dietrologia “ideologica” a scopo propagandistico e ci si è chiesto, anche in settori di sinistra molto aggressivi nei confronti di Berlusconi e della sua politica, come il quotidiano “Il Fatto”, che valore possano avere testimonianze dal significato incerto, dopo anni e anni di silenzio della politica e di mancata verifica di denunce di queste complicità inutilmente emerse da magistrati inquirenti e addirittura in sentenze, oltrechè da numerose testimonianze di pentiti. Una posizione che certo va rispettata, ma che non condividiamo, per i ruoli istituzionali e le personalità di coloro che si sono così esposti pubblicamente, perché queste dichiarazioni non indeboliscono, ma avallano sia pure a posteriori le inquietanti ipotesi di trame “di Stato” emerse appunto con una certa sistematicità in sede giudiziaria e anche in numerose ricostruzioni giornalistiche e di documentati libri d’inchiesta. Che Ciampi racconti dettagliatamente la sua paura di un tentativo di golpe nel ’92, quando in concomitanza con l’attentato al Velabro a Roma si interruppero senza spiegazioni di alcun tipo tutte le comunicazioni con Palazzo Chigi, è un fatto e non una illazione…”Senza verità non c’è democrazia”, ha concluso Ciampi chiedendo che il parlamento si faccia carico di questo compito. Operazione davvero difficile di questi tempi, con la durissima battaglia aperta sulla Giustizia e l’informazione, ma ci associamo con convinzione.

Voti comprati a Barletta, silenzio dopo la denuncia

I voti comprati a Barletta o in una qualsiasi altra città, non sono diversi da quelli comprati a Molfetta.
Dopo la conclusione del processo contro Pino Amato e l’inizio  del processo contro l’assessore Michele Palmiotti per voto di scambio ed altri reati, potrebbe aprirsi a Molfetta un altro filone d’indagine sul voto di scambio.
Si accettano segnalazioni di semplici elettori "rappresentanti di lista" o “raccoglitori di voti” che sono stati pagati nello stesso modo nelle ultime consultazioni elettorali regionali. Sappiamo che ci sono e sono anche tanti.

Fonte: www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…

La compravendita dei voti va quasi in diretta tv col servizio mandato in onda mercoledì scorso dalle «Iene» su “Italiauno” e la città reagisce come al solito: più silenzi che voci. Perché, mai forse come in questi casi, il silenzio è d’oro, anzi, di platino. E una parola sarà pure insufficiente ma due fin troppe.

Così quasi nessuno parla, tranne sparute eccezioni.

Dice Fabio Lattanzio, animatore dell’associazione Fraternità per il diritto alla casa:
«A mio avviso – sottolinea – c’è un legame tra il servizio delle Iene del marzo scorso sulla compravendita in nero delle case a Barletta e questo ulteriore sulla compravendita dei voti alle scorse regionali. C’è un legame ben definito tra il nero nel settore nell’edilizia e la compravedita dei voti: così la città sceglie ed incorona la sua classe dirigente. Le fila vengono mosse da apparati importanti del mondo dell’edilizia, ma con ciò non intendo solo i costruttori, ma un ampio prezzo dell’affare immobiliare che si ispira a queste logiche. La politica cittadina è inquinata da una logica clientelare e servile».

«Durante la campagna elettorale – aggiunge Lattanzio – ho ricevuto più volte contatti da vari esponenti del mondo della politica cittadina, che m’invitavano a cambiare atteggiamento nei confronti dei costruttori: in cambio avrei potuto godere di sostegno economico per la mia campagna elettorale. Ho annotato tutti questi incontri, messaggi e queste telefonate: presto completerò la relazione che voglio inviare alla Procura della Repubblica ed alla Guardia di Finanza, ad integrazione della denuncia depositata lo scorso anno dopo il servizio delle “Iene”. Quella denuncia l’ho presentata ipotizzando l’evasione fiscale ma soprattutto l’estorsione. Nel video si vede fin troppo bene: si chiedono soldi in nero, in mancanza, niente casa. Sono certo che una parte di quei soldi finisce per finanziare le campagna elettorali della classe politica barlettana, per mantenere in piedi un vero e proprio sistema di potere. Ho più volte invitato con appelli pubblici gli imprenditori a denunciare, nel caso in cui fossero vittime della classe politica della città. Ho solo ricevuto dei chiari messaggi a cambiare atteggiamento, perché così avrei potuto godere del contributo economico di alcuni di essi per la mia campagna elettorale. Cosa che naturalmente non ho accettato in passato, né intendo accettare in futuro».

Compravendita di voti? «Se il gravissimo episodio registrato in tv si è verificato realmente a Barletta, ciò andrebbe, non solo a riscontrare quanto da me e dalla Stella Mele denunciato lo scorso anno, ma addirittura sarebbe rafforzativo di quella denuncia e collegabile alla stessa, visto che il venditore di voti si lamenta che nella scorsa competizione il candidato avrebbe pagato il doppio di quanto promesso e l’acquirente dei voti replica con affermazioni del tipo "questa volta è diverso"».

Così Michele Cianci, avvocato penalista: «Da quanto mi risulta – aggiunge l’avvocato – credo che l’indagine incardinata a seguito della mia denuncia sia stata robustamente riscontrata dal lavoro certosino svolto dalla Compagnia dei Carabinieri di Barletta. Pertanto, sono convinto che le forze dell’ordine avranno modo di fornire alla Procura della Repubblica tutto il materiale necessario per un approfondimento della vicenda».
E poi: «Devo però aggiungere che a Barletta non esistono solo candidati o capofila sostenitori che sfruttano l’indigenza della gente per acquistare i voti e sostenere i propri interessi nell’ambito delle pubbliche amministrazioni, ma vi sono ed è bene sottolinearlo anche candidati seri e cittadini che esprimono la propria preferenza elettorale per l’interesse ed il bene comune».

L'era di internet è iniziata

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di Claudio Messora (www.byoblu.com)

Il mondo è cambiato. L'Italia e Berlusconi se ne sono accorti solo ieri. Anche secondo il Giornale di Feltri, con buona pace degli editoriali di Sallusti, la cifra più probabile degli ascolti cumulativi di AnnoZero, in diretta streaming, radiofonica e satellitare da Bologna, è prossima a quella che usualmente sbanca lo share su RaiDue ogni giovedì sera.
Chi ha pagato la trasmissione di ieri? Gli sponsor. Gli sponsor e i privati cittadini. L'abbiamo pagata noi. L'abbiamo pagata e ce la siamo guardata. Alla faccia dell'AGCOM, in barba a Mauro Masi e al CdA Rai, facendo un grosso marameo a Silvio Berlusconi, a Paolo Romani e alle loro televisioni obsolete e presto fallimentari.
Questa è la vittoria della gente contro la politica degli arraffoni. Ma soprattutto è la vittoria della rete. Dove credete che si siano informati, coordinati, organizzati gli italiani per darsi appuntamento, per inviare denaro, per allestire le centinaia di piazze che hanno portato l'allegra brigata di Santoro a fare il suo sporco lavoro – ma qualcuno dovrà pur farlo – nonostante le veline diramate dal Minculpop? In rete, in rete e poi ancora in rete!

Questo dimostra che ce la possiamo fare, che possiamo scalzare questo governo del telecomando, mandare in soffitta questa cultura del tubo catodico e delle trasmissioni soporifere, ripiene di polpette avvelenate. Possiamo organizzare la televisione del futuro, interattiva, collettiva, autentica e partecipativa, scegliere chi vogliamo ascoltare, scegliere quando e come vogliamo ascoltarlo, scegliere se esserci attraverso una televisione, un monitor del pc, uno smartphone, una radio, un proiettore di piazza, un qualsiasicosa utile a metterci in collegamento con chi sta trasmettendo qualcosa di interessante.

Silvio Berlusconi è molto più sfortunato rispetto a Benito Mussolini. Nel ventennio l'unica alternativa era una trasmissione radio abusiva, Radio Londra. Oggi la comunicazione non si può più fermare: ruscella in mille rivoli, sgorgando da mille buchi diversi, e né Gasparri né Cicchitto né La Russa potranno mai tapparli tutti.
Caro Presidente, il tuo impero mediatico, costruito sul principio piduistico del controllo dei mezzi di informazione, non vale più nulla. Le tue dichiarazioni demagogiche ed irrealistiche, che reggevano solo grazie ai TG minzoliniani, i tuoi "siamo in un milione", nulla possono contro le macchinette fotografiche compatte digitali, le videocamere consumer e i blog che ti sbugiardano in diretta prima ancora che ci pensino le questure.

Oggi siamo entrati definitivamente nell'era di internet. Fattene una ragione!

RAIPERUNANOTTE – Anche qui la diretta in streaming

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In alternativa copia questo indirizzo nel tuo player:
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BARBARA SPINELLI: Il regime militare del partito dell’amore

B. sfrutta l’aggressione a Milano come fosse un 11 settembre. Così ha narcotizzato stampa e quel che chiamano opposizione

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Barbara Spinelli

di Marco Travaglio, da Il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2010

 “Se la politica italiana fosse un film, questo inizio di 2010 lo intitolerei ‘Le conseguenze dell’amore’. Il regime c’è da tempo. Ma ora si sta consolidando e inasprendo alla maniera classica dei totalitarismi: introducendo nella politica la categoria del sentimento per cancellare qualunque normalità democratica, qualunque ordinaria dialettica fra maggioranza e opposizione, fra governo e poteri di controllo e di garanzia. Il Capo pretende di essere amato, anzi adorato e, dopo l’attentato di Piazza Duomo, gioca sui sentimenti dei cittadini per ricattarli: ‘Chi non è con me è contro di me. Chi non mi adora mi odia’”. Barbara Spinelli non si è mai sottratta alle regole ferree del dizionario: ha sempre chiamato “regime” il berlusconismo. Ma ora vede un’altra svolta, una cesura estrema, un salto in avanti verso il baratro.

Qual è precisamente questa svolta di regime nel regime?
Nella testa di Berlusconi l’attentato di Piazza Duomo ha creato un prima e un dopo. Dopo, cioè oggi, nulla può più essere come prima. Si sente in guerra, anche se combatte da solo. E con il dualismo amore-odio crea una situazione militare: l’immagine del suo volto sfregiato e insanguinato, riproposta continuamente in tv e sui giornali, è per lui l’equivalente dell’attentato alle due Torri per Bush. Stessa valenza, stessa ossessività, stesso scopo ricattatorio. Con la differenza che, dietro l’11 settembre, c’era davvero il terrorismo internazionale. Dietro l’attentato a Berlusconi c’è solo una mente malata e isolata.

Qual è la conseguenza politica?
L’attentato al premier ha ancor di più narcotizzato la stampa italiana, che ha rapidamente interiorizzato il ricatto dell’amore e dell’odio. E il Pd dietro. Viene bollata come espressione di odio da neutralizzare, espellere, silenziare qualunque voce di opposizione intransigente. Cioè di opposizione. Tutti quei discorsi sul dovere del Pd di isolare Di Pietro. A leggere certi quotidiani, ci si fa l’idea che il vero guaio dell’Italia degli ultimi 15 anni non sia stato l’ascesa del berlusconismo, ma quella dell’antiberlusconismo. Quanti editoriali intimano ogni giorno all’opposizione di non odiare, cioè in definitiva di non opporsi! Come se l’azione isolata di un imbecille potesse e dovesse condizionare l’opposizione. Un ricatto che si riverbera anche sugli articoli di cronaca.

A che cosa si riferisce?
Alla strana indifferenza con cui si raccontano alcune scelte mostruose, eversive della maggioranza che inasprisce il suo regime senza più critiche né opposizione. Penso alle tre o quattro leggi ad personam fabbricate in queste ore nella residenza privata del premier. Penso all’orribile apposizione del segreto di Stato sugli spionaggi illegali scoperti dalla magistratura in un ufficio del Sismi e nell’apparato di sicurezza Telecom. A salvare con gli omissis di Stato gli spioni accusati di avere schedato oppositori, giornalisti e magistrati sono gli stessi che un anno fa creavano il mostro Genchi, dipingendolo come una minaccia per la democrazia, trasformando il suo presunto ‘archivio’ in una centrale eversiva.

E Genchi operava legalmente per procure e tribunali, al contrario delle barbe finte della Telecom e del Sismi.

Appunto, ma nella smemoratezza generale, facilitata dalla narcosi della stampa (per non parlare della tv), nessuno ricorda più nulla. Nessuno è chiamato a un minimo di coerenza, né di decenza. I sedicenti cultori della privacy che strillano a ogni legittima intercettazione giudiziaria tentano di controllare addirittura il cervello e i sentimenti del comune cittadino col ricatto dell’‘odio’. Fanno scandalo le intercettazioni legali, mentre lo spionaggio illegale viene coperto dal governo. Così il segreto di Stato diventa un lasciapassare preventivo a chiunque volesse tornare a spiare oppositori, giornalisti e magistrati. ‘Fatelo ancora, noi vi copriremo’, è il messaggio del regime. ‘Le operazioni illegali diventano legali se le facciamo noi’: un avvertimento per quel poco che resta di opposizione e informazione libera. E il Pd e i giornali ‘indipendenti’ non dicono una parola, soggiogati dalla sindrome di Stoccolma.

Che dovrebbe fare, in questo quadro, l’opposizione?
Vediamo intanto che cosa dobbiamo fare noi con l’opposizione: smettere di chiamarla opposizione. Diciamo ‘quelli che non governano’. Gli daremo la patente di oppositori quando ci diranno chiaramente che cosa intendono fare per contrastare il regime e cominceranno seriamente a farlo. Se è vero che Luciano Violante segnala addirittura al governo le procure da far ispezionare, se Enrico Letta difende il diritto del premier a difendersi ‘dai’ processi, se altri del Pd presentano disegni di legge per regalare l’immunità-impunità a lui e ai suoi amici, chiamarli oppositori è un favore. Li aspetto al varco: voglio sapere chi sono e cosa fanno.

Ellekappa li chiama “diversamente concordi”.
Appunto. Non si sono nemmeno accorti dello spartiacque segnato dall’attentato nella testa di Berlusconi, fra il prima e il dopo. Non hanno neppure colto la portata ricattatoria dell’ultimatum del premier perché le nuove leggi ad personam vengano approvate entro febbraio, altrimenti ‘le conseguenze politiche non saranno indolori’. Nessuno ha nulla da dire contro questo linguaggio da mafioso ai vertici dello Stato? Perché nessuno fa dieci domande su quella frase agghiacciante? E’ il Partito dell’Amore che si esprime così?

Che dovrebbe fare l’opposizione per essere tale?
Rendersi graniticamente inaccessibile a qualsiasi compromesso sulle leggi ad personam. Evitare di reagire di volta in volta sui piccoli dettagli, ma alzare lo sguardo al panorama d’insieme e dire chiaro e forte che siamo di fronte a una nuova svolta, a un inasprimento del regime. E respingere pubblicamente, una volta per tutte, questo discorso osceno sull’amore-odio.

Tabucchi invita le opposizioni a coinvolgere l’Europa con una denuncia che chiami in causa le istituzioni comunitarie.

Sull’Europa non mi farei soverchie illusioni: basta ricordare i baci e abbracci a Berlusconi negli ultimi vertici del Ppe. Io comincerei a dire che con questo tipo di governo non ci si siede a nessun tavolo, non si partecipa ad alcuna ’convenzione’, non si dialoga e non si collabora a cambiare nemmeno una virgola della Costituzione. Oddio, se vogliono ridurre i deputati da 630 a 500 o ritoccare i regolamenti, facciano pure: ma non è questo che interessa a Berlusconi. Come si fa a negoziare sulla seconda parte della Costituzione con chi, vedi Brunetta, disprezza anche la prima, cioè i princìpi fondamentali della nostra democrazia? Anziché dialogare con Berlusconi, quelli del Pd farebbero meglio a guardare a Fini, provando a fare finalmente politica e lavorando sulle divisioni nella destra, invece di inseguire, prigionieri stregati e consenzienti, il pifferaio magico. Spesso in questi mesi Fini s’è mostrato molto più avanti del Pd, che l’ha lasciato solo e costretto ad arretrare.

Perché, con la maggioranza che ha, il Cavaliere cerca il dialogo col Pd?
Anzitutto per un’irrefrenabile pulsione totalitaria: lui vorrebbe parlare da solo a nome di tutto il popolo italiano, ecco perché l’opposizione dovrebbe dirgli chiaramente che più della metà degli italiani non ci sta. E poi c’è una necessità spicciola: senza i due terzi del Parlamento, le controriforme costituzionali dovrebbero passare dalle forche caudine del referendum confermativo: e l’impunità delle alte cariche o della casta, per non parlare del “lodo ad vitam” di cui parlano i giornali, non hanno alcuna speranza di passare. Dunque è proprio sulla difesa della Costituzione e sul no a qualunque immunità che il Pd dovrebbe parlar chiaro. Invece è proprio lì che sta cedendo.

L’ha soddisfatta il discorso di Napolitano a Capodanno?
Mi ha impressionato più per quel che non ha detto, che per quel che ha detto. Mi aspettavo che, onorando i servitori dello Stato che rischiano la vita, non citasse solo i soldati in missione, ma anche i magistrati che corrono gli stessi rischi anche a causa del clima, questo sì di odio, seminato dalla maggioranza. Invece s’è dimenticato dei magistrati persino quando ha elencato i poteri dello Stato, come se quello giudiziario non esistesse più.

Perché, secondo lei, tutte queste dimenticanze?
È una lunga storia… Chi è stato comunista a quei livelli non ha mai interiorizzato a sufficienza i valori della legalità, della giustizia, dei diritti umani. Quando poi i comunisti italiani, caduto il Muro, hanno cambiato nome, sono diventati socialisti, e all’italiana: cioè perlopiù craxiani. Mentre la cultura socialista europea ha sempre difeso la legalità e la giustizia, il socialismo italiano degli anni ’80 e ‘90 era quello che purtroppo conosciamo. E chi, da comunista, è diventato craxiano oggi non può avvertire fino in fondo la violenza di quanto sta facendo il regime.

Ora si apprestano a celebrare il decennale di Craxi.
Mi auguro che il presidente della Repubblica non si abbandoni a festeggiamenti eccessivi. E non ceda alla tentazione di associarsi a questa deriva generale di revisionismo e di obnubilazione della realtà storica sulla figura di Craxi. Anche perché la riabilitazione di Craxi non è fine a se stessa: serve a svuotare politicamente e mediaticamente i processi a Berlusconi e a tutti i pezzi di classe dirigente compromessi con il malaffare. Riabilitano un defunto per riabilitare i vivi. Cioè se stessi.

Nessuno tocchi il soldato Travaglio!

di Beppe Grillo (www.beppegrillo.it/…)

Marco Travaglio è un giornalista, sembra poco, invece, in Italia, è molto, moltissimo. Un giornalista libero che non vive dei contributi dello Stato, delle tasse di operai e impiegati. Come ad esempio fanno i mantenuti Ferrara del Foglio, Polito del Riformista e Belpietro di Libero. Travaglio è esile, non ha la scorta, scrive di fatti documentati. Se un centesimo degli scritti dei suoi libri fosse falso sarebbe in carcere da un decennio. Per poter continuare a scrivere ha dovuto fare un suo giornale, Il Fatto Quotidiano, che non è, come tutto il resto della stampa, a carico dei cittadini. Le grandi testate non lo hanno voluto. Fa il suo mestiere, informa. E questo in Italia non è tollerato.
 

Nel 2006 Anna Politkovskaja fu assassinata a Mosca. In Russia ai giornalisti liberi si spara. La Politkovskaja disse: "Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano". Lei era diventata un bersaglio e pagò. Travaglio è oggi, a sua volta, un bersaglio di regime. Bruno Vespa ha intitolato Porta a Porta: "Di chi è la colpa?" puntando il dito su Travaglio di cui ha fatto vedere spezzoni inquietanti dell’ ultimo Passaparola tratto da questo blog. E’ Travaglio che ha armato moralmente lo psicolabile con il modellino del duomo di Milano? (… esaurito da giorni in tutta Milano, ci sono forse migliaia di psicolabili in giro che vogliono ripetere l’insano gesto?). Paolo Liguori, memore dei bei tempi di Lotta Continua, ha esternato: "Nelle parole di Travaglio non c’è un barlume di pietà né di amore. Queste parole possono istigare alla violenza". Nel programma "Pomeriggio 5" in onda su Canale 5, lo psichiatra Alessandro Meluzzi ha un lapsus: "Ci sono lanciatori di pietre. Come si chiama questo personaggio? Tartaglia, Travaglio. Sì, Tartaglia." 

Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Partito dell’Amore ha detto alla Camera: "A condurre questa campagna (di odio nei confronti di Berlusconi, ndr) è un network composto da un gruppo editoriale Repubblica-espresso, quel mattinale delle procure che è Il Fatto, da una trasmissione condotta da Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio". La tessera P2 2232 Cicchitto ha poi invitato i deputati del Partito dell’Amore a non assistere all’intervento di Di Pietro. La scena dei deputati del Pdl. "nominati" (e non eletti dai cittadini) dal piduista Berlusconi, in fila indiana dietro al piduista Cicchitto per uscire dal Parlamento, come scolaretti dietro al Gran Maestro, rimarrà nella Storia della Repubblica. Mai così in basso.

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A Roma il No B-Day "Siamo più di un milione"

Il corteo in piazza San Giovanni

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di Giovanni Innamorati (www.ansa.it/…)

ROMA – I partiti di opposizione scavalcati dalla piazza, dove si vedono tantissimi giovani che invece sono sempre piu’ rari nelle sedi dei movimenti politici. Questo l’aspetto piu’ vistoso del ‘No B Day’, la prima manifestazione mai convocata in Italia via web, senza l’appoggio di apparati organizzativi di partiti o sindacati. Una manifestazione con un unico messaggio espresso insieme con rabbia e allegria: ”Berlusconi vada a casa”. Proprio il manifesto lanciato su Facebook a ottobre per convocare la manifestazione mostra tutto l’approccio impolitico dell’iniziativa: ”non ci interessano le conseguenze delle dimissioni di Berlusconi; l’importante e’ che si dimetta subito”.

Ed ecco che i partiti di opposizione oggi si sono dovuti accodare. Gli organizzatori hanno parlato di oltre un milione di presenti. la Questura di 90 mila. Quel che e’ certo e’ che hanno riempito piazza San Giovanni. I manifestanti hanno applaudito tutti quelli che hanno sfilato nel corteo con loro, da Di Pietro a Rosy Bindi, da Paolo Ferrero a Oliviero Diliberto, da Nichi Vendola ad Angelo Bonelli dei Verdi. Le polemiche per la mancata presenza ufficiale del Pd, sollevate da Idv e dagli altri partiti di sinistra, si e’ vista quindi solo nel retropalco piu’ che nella piazza, che aveva solo voglia di gridare assieme ”Berlusconi dimettiti” come e’ stato ritmato piu’ volte. Pier Luigi Bersani, alla fine, ha inviato la ‘pasionaria’ Rosy Bindi, festeggiatissima dai manifestanti: ”abbiamo perso tre settimane a litigare con Di Pietro – sospira Pippo Civati – e a dividerci tra noi sul nulla”. Di Pietro, sempre attorniato dalle telecamere, ha attaccato il governo a testa bassa (”e’ mafioso, fascista e piduista”) ma non e’ riuscito a monopolizzare l’iniziativa. Paolo Ferrero analizza cosi’ la paura del Pd per questa piazza: ”hanno una concezione vecchia, in cui i partiti hanno il monopolio della politica. Ma ormai non e’ piu’ cosi’, e il primo compito dei partiti e’ ascoltare la societa”’.

Cosi’ in molti hanno evitato di fare dichiarazioni, sottolineando piuttosto di voler ascoltare la piazza: da Dario Franceschini a Fausto Bertinotti. La prima sfida per il centrosinistra consiste ora nel proporre a questa piazza un’offerta politica adeguata. La seconda sfida e’ costituita dalla massiccia presenza di giovani in quella che Ferrero ha definito ”una manifestazione generazionale, convocata con mezzi generazionali”. Sono passati solo otto anni dal 2001 e i Girotondi sono gia’ archeologia.

S.BORSELLINO,BERLUSCONI E SCHIFANI SONO VILIPENDIO
"Il vero vilipendio è che persone come Schifani e Berlusconi occupino le istituzioni. Schifani non vuole chiarire i rapporti avuti con la mafia nel suo studio professionale". Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in un intervento alla manifestazione del No B Day, interrotto più volte dall’ovazione della folla.

MONICELLI, MANIFESTAZIONE BELLA E GIOVANE
"Questa è una manifestazione bella perché è giovane, non c’é cupezza, non c’é aria di sconfitta", ha detto Mario Monicelli, giaccone bianco, sciarpa viola e coppola, intervenendo sul palco. "Tenete duro, viva voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva il lavoro" ha aggiunto. Secondo il regista, "dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che sono cose diverse dalla libertà".

LA DIRETTA SULLA TV DANESE – Il No B day trasmesso in diretta dalla Tv danese, oltre che da Rainews 24, Sky Tg24, Red Tv e You Dem. "Possiamo essere soddisfatti – ha detto Gianfranco Mascia, uno degli organizzatori – del fatto che ci sarà la diretta di una rete televisiva pubblica nazionale: quella Danese. Infatti abbiamo saputo che il canale televisivo pubblico della Danimarca ha deciso di mandare in onda non solo P.zza San Giovanni, ma seguirà tutto il corteo. Una bella dimostrazione di democrazia nei confronti di chi – alla RAI – ha preferito non concedere la diretta TV".