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Cronaca di una settimana da dimenticare

                                                                                                                                                                                                                         


Foto: © n.c.

di Lorenzo Pisani
http://www.molfettalive.it

E veniamo alla consueta pagina di cronaca” direbbe il bravo conduttore del tiggì. E quando “consueta” e “cronaca” vanno a braccetto c’è poco da stare allegri. E in questa città da un bel po’ è così. 

L’ultima settimana ha offerto un assortito campionario di azioni criminali. Si è cominciato di lunedì, con un negozio di abbigliamento svaligiato all’alba. La fiamma ossidrica a illuminare quel che restava della notte. 

Il giorno successivo, San Nicola ha portato in dono cenere e carboni. Nel vero senso della parola. Chiedere ai possessori delle due auto in fumo in via Giordano Bruno. Non è andata bene anche a rione Paradiso, con una donna trascinata a terra per poche centinaia di euro. Un 6 dicembre da incubo. 

E venerdì ancora violenza. Due individui a bordo di uno scooter hanno assaltato un distributore di carburanti in via Giovinazzo. Erano le 19.30. Circa 1.500 euro il bottino. 

"La consueta pagina di cronaca" di ferma qui. Pronta a svanire tra le tante pagine di una comunità che archivia in fretta. Che si magnifica di espansioni di zone industriali, che si fa bella in mille e più eventi culturali. 

Accanto alle luci e ai lustrini c’è un’altra città: che ruba, rapina, incendia. Sembrano essersene accorti sinora solo Liberatorio Politico, Rifondazione Comunista e Italia dei Valori. Insieme hanno in consiglio comunale un consigliere. Hanno chiesto che prenda forma il Comitato comunale di monitoraggio sui fenomeni delinquenziali, istituito quattordici anni fa e mai avviato. Hanno solidarizzato con i commercianti.

C'è anche il Comune. Si è detto preoccupato. Ha promesso un incontro con le forze dell'ordine, ma a oggi nulla di concreto. Non si parla d’altro. Del futuro sindaco, s’intende. Nel frattempo Molfetta brucia.

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DALLA "CITTA' ILLEGALE" ALLA "CITTA' ETERNA", STORIA DELL'UOMO CHE VOLLE IL "MERCATO DELL'ABUSO DIFFUSO". PROSPETTIVE FUTURE.

 

logo LIBERATORIO 180x180

Oggi alle 18.30  – Sala B. Finocchiaro  
Fabbrica San Domenico – Molfetta

relazioneranno:

Michele Altomare 

Matteo d'Ingeo
 

Il Movimento “Liberatorio Politico” torna ad incontrare la città per fare il rendiconto dell’attività svolta negli ultimi mesi e per informare, senza bavaglio, sulle vicende cittadine di ordinaria illegalità.
A sei anni dalla sua nascita e dopo un’attività incessante di controinformazione svolta attraverso il proprio Blog (http://liberatorio.splinde
r.com/), nonostante le minacce, intimidazioni più o meno palesi, tentativi di censure ed isolamento vuole lanciare un messaggio a tutti i cittadini in prospettiva di possibili elezioni comunali anticipate.

Lella Salvemini intervistò Matteo d'Ingeo nel Luglio 2002 a 10 anni dall'assassinio del sindaco Carnicella

Fioriera 7 luglio 01072010Abbiamo ritrovato nel nostro archivio questa intervista fatta a Matteo d'Ingeo, oggi coordinatore del "Liberatorio Politico", nel 2002 a dieci anni dalla morte di Gianni Carnicella. L'intervista fu realizzata dalla prof.ssa Lella Salvemini allora collaboratrice di "Quindici"; oggi questa intervista sarebbe impossibile perchè il suo direttore non riesce più a scrivere il nome di Matteo d'Ingeo. Naturalmente ci riesce difficile immaginare cosa potrebbe dire l'anno prossimo a 20 anni da quell'omicidio (ma dubitiamo che questo possa accadere vista la censura diffusa).

La morte violenta di Gianni Carnicella scosse le coscienze dei molfettesi e segnò per molti il momento del risveglio. LOsservatorio 7 luglio” fu uno dei frutti di quell’epoca. Dopo 10 anni abbiamo incontrato Matteo d’Ingeo, suo principale animatore. Ne è venuto fuori il ritratto amaro di una stagione politica e in fondo di un’occasione perduta, quella di riuscire a cambiare, con l’elezione a sindaco di Guglielmo Minervini, la politica e l’idea stessa di cittadinanza. Per Matteo d’Ingeo il bilancio più doloroso sta proprio nel dover constatare la fine ingloriosa di un sogno e il timore di un possibile ritorno di un’illegalità diffusa, magari anche benevolmente tollerata.

Quale fu la spinta che portò alla nascita dell’ ”Osservatorio 7 luglio”?
“L’associazione nacque nel 1992 all’indomani dell’omicidio del sindaco Carnicella, con l’intento di denunciare tutto ciò che nella città risultasse illegale, dal pubblico al privato. In un momento storico in cui ci parve davvero di avere la forza di cambiare. C’erano Mimmo Favuzzi, Maria e Vincenzo Valente, Enzo Farinola, Franca Carlucci, gran parte di quelli che fondarono poi il “Percorso” ed io fui nominato coordinatore”.

Quali furono le prime battaglie? 
“La prima denuncia riguardò un episodio apparentemente insignificante: le basole attorno alla scuola elementare “Cesare Battisti”. Pietre con un valore storico che avrebbero potuto benissimo essere restaurate, evitando di dare l’appalto e la direzione dei lavori ad un ingegnere che (lo scoprimmo Marta Palombella ed io seguendo il camion) faceva scaricare le basole divelte in una sua campagna, creando una sorta di deposito di materiale di proprietà pubblica per utilizzarle privatamente. Fatto che denunciammo alla magistratura. La prima di una lunga serie di denunce”. 

E le campagne più scottanti? 
“Le prime denunce importanti furono sull’edilizia convenzionata che, a distanza di 10 anni, hanno portato al primo risultato della condanna di Silvio Spadavecchia per concussione. Anche se tutti sanno che lo scandalo edilizia convenzionata non si limita a questo caso. L’Osservatorio fece la sua parte, ma non si passò mai dalla piccola denuncia su un singolo episodio ad un’unica inchiesta sul mondo dell’edilizia a Molfetta. Molti costruttori hanno tuttora dei processi a loro carico, ma mai nessuno, a cominciare dal procuratore capo, ha voluto inglobarli in un’indagine unica, allora sì che sarebbe scoppiato il bubbone della “tangentopoli molfettese”.
Calcolammo che circolarono a Molfetta, al momento della costruzione della Zona 167, almeno 40/50 miliardi di lire al nero, denaro che non si sa che fine abbia fatto. Noi ipotizzammo che fosse utilizzato non solo per le campagne elettorali, ma anche per certe attività illegali che hanno pur bisogno di un capitale iniziale. Solo riflessioni, che non furono però solo dell’Osservatorio, tutti sapevano e sanno, ma fanno finta di ignorare e la magistratura non ha mai messo il dito in questo ginepraio”. 

La storia di Molfetta negli ultimi anni sul versante della legalità è stata segnata anche dalla lotta allo spaccio di droga. L’Osservatorio 7 luglio vi ebbe parte? 
“Già a metà degli anni ’80 Molfetta diventò crocevia dello smercio di droga, ma fino alla prima “Operazione primavera” tutti preferirono far finta non vi fosse, garantendo in definitiva una copertura allo spaccio. Se in alcuni quartieri per anni la droga è stata venduta alla luce del sole, vuol dire che mai nessun carabiniere, nessun vigile urbano, nessun politico, nessuna associazione, si pose mai il problema, finendo con l’assicurare una copertura a queste attività illegali. L’Osservatorio ebbe il coraggio di squarciare questo silenzio, creò un dossier, in base ad un lavoro fatto sul territorio, rivelando le strade e qualche volta anche i numeri civici dove avveniva lo spaccio”. 

Quali furono le conseguenze di questa attività? 
“Sul piano personale pesanti. Ricevetti minacce da coloro che sapevano della mia collaborazione con i carabinieri e che mi considerarono il principale responsabile dei loro guai giudiziari, penso soprattutto alle famiglie coinvolte nelle operazioni antidroga. Ho dovuto lasciare il quartiere in cui vivevo, Molfetta vecchia.
Tuttora, se mi capita di entrarci, sono appellato “infame” dai vari familiari degli spacciatori. Del resto sono stato chiamato a testimoniare nell’aula bunker a Trani per i processi contro lo spaccio, con la possibilità di essere segnalato agli occhi di tutti gli indagati. Mi capitò anche d’essere minacciato di morte all’uscita di un Consiglio Comunale dal marito di una dipendente comunale, genitori di due  arrestati per spaccio, da me querelata, condannata, ma mantenuta al suo posto di lavoro dall’amministrazione di Guglielmo Minervini. Il sindaco Guglielmo Minervini, che tante volte si è fregiato di aver riportato a Molfetta la legalità, in realtà non ha mai fatto molto, anzi, lui ed altri mi hanno lasciato solo. E l’isolamento personale, politico e associativo ha contribuito a mettere a tacere l’Osservatorio”. 

Quale fu il legame fra “Osservatorio 7 luglio” e la nascita del “Percorso”?
“All’inizio furono un tutt’uno, si trattò di due modi di rispondere alla medesima domanda di legalità, di una politica diversa, di cambiamento. Ma dopo la vittoria nel ’94 si crearono delle barriere. A livello personale mi fu difficile svolgere contemporaneamente il ruolo di coordinatore dell’”Osservatorio” e di consigliere comunale di maggioranza. Poi, quando ho cominciato a denunciare anche certe scelte della mia amministrazione, iniziò l’azione di isolamento”. 

A che punto l’Osservatorio” ha cominciato a perdere colpi? 
“Ritengo proprio da quando fui eletto consigliere. Finché l’Osservatorio si scagliava contro i democristiani o tutto ciò che faceva parte del passato andava bene, quando si propose di combattere le illegalità anche della nuova amministrazione fui isolato e allontanato. A cominciare dalla vicenda della stecca della Zona 167, originalmente riservata a servizi e cui un noto costruttore (già Dc lattanziano, poi in lista col Psi, ndr) riuscì a far cambiare destinazione per rivenderla e lucraci. Sì, di lì tutto iniziò a cambiare, con scelte politiche lontane dallo spirito iniziale. Considero l’ex sindaco responsabile del fallimento di un progetto di rinnovamento che non si riproporrà mai più. Lui ha distrutto un sogno non solo mio, ma di tanti altri, che mai potrà ritornare in questa città. Quando si rifiutò di procedere alla rotazione dei funzionari comunali, che hanno continuato a detenere il vero potere sul Comune, quando cedette al primo ricatto dei consiglieri di allora. Avrebbe fatto meglio a dimettersi, in quel momento storico i cittadini avrebbero capito se fossero stati chiamati a votare nuovamente, perché ci credettero davvero portatori di un cambiamento. Un cambiamento che le denunce dell’Osservatorio prepararono”. 

Dopo 10 anni, qual è il bilancio, cosa è cambiato? 
“La sera del 7 luglio 2002 ho avuto una sensazione fortissima. Ho notato uno degli operai che stava smontando le strutture servite per la cerimonia commemorativa della morte di Gianni Carnicella. Un operaio che lavorava con Cristoforo Brattoli fino alla mattina dell’omicidio, sempre smontando transenne e trasportando sedie. Sicuramente una persona normalissima, ma mi è sembrato un segno, come se davvero tutto fosse rimasto uguale ad allora. E poi, risfogliando gli atti processuali relativi all’omicidio, ho ritrovato un passaggio in cui il Pubblico Ministero descrive il contesto in cui questo maturò, quello di Piazza Paradiso, considerata allora luogo di illegalità diffusa. Ci sono passato proprio stamattina, lì e a Via Immacolata, ho trovato di nuovo i marciapiedi occupati dai banchi di frutta e verdura e dietro di essi le stesse famiglie, i parenti dei Magarelli, di Alfredo Fiore, di Tommaso Racanati, che organizzarono il concerto di Nino d’Angelo, la cui mancata autorizzazione causò il delitto, personaggi che anni dopo si è scoperto anche implicati nello spaccio. Una società in cui c’era anche Saverio Petruzzella, che subentrò in consiglio comunale allo stesso Carnicella e che non sentì il dovere morale di dimettersi”. 

Ci sarebbe ancora bisogno dell’Osservatorio 7 luglio? 
“L’Osservatorio non è stato mai ufficialmente sciolto, né può esserlo fino a che non si concluderanno alcuni processi. Ce ne sarebbe bisogno, ma sarebbe anacronistico pensarlo separato dalla politica. A Molfetta occorrerebbe ridar voce ad un soggetto politico che metta nel proprio modo di lavorare l’attività dell’Osservatorio. Sì, ci sarebbe bisogno soprattutto della politica, che manca fin dagli ultimi anni dell’amministrazione di Guglielmo Minervini, quando si perse l’abitudine di andare in piazza, di incontrare la città. O forse bisognerebbe andare indietro nel tempo, fermare un altro fotogramma, quello dell’assemblea del movimento del ’94, a pochi mesi della prima elezione, quando Guglielmo Minervini invitò la base a tornare alle proprie attività di associazione e volontariato. Quegli uomini e quelle donne tornarono a casa e lui si chiuse nel palazzo”. Sì, forse era finita già allora: l’Osservatorio, la rivoluzione politica, il sogno. 

Sentenza emessa dalla Corte di Assise di Trani il 3 novembre 1993, p. 6: 
… all’origine del grave fatto di sangue… vi fu l’organizzazione di un concerto del cantante napoletano Nino D’Angelo e tale ultima iniziativa, a sua volta, scaturì da una scommessa intervenuta tra il Brattoli ed alcuni esponenti di quel mondo variegato (e spesso ai margini della legalità) che in Molfetta va comunemente sotto il nome di“Piazza Paradiso”. (Lella Salvemini)

 
 

Il manifesto e la verità, d’Ingeo scrive a Brattoli

di Lorenzo Pisani
– 
www.molfettalive.it

Sembra essere qualcosa di più che un tormentone, il manifesto a firma di Cristofaro Brattoli affisso venerdì in dieci punti della città. 


Il killer del sindaco Gianni Carnicella, ferito a morte il 7 luglio 1992 all’uscita del Comune, ha pubblicamente chiesto sui muri della città verità e promesso di svelare tra un anno nomi e retroscena ancora oggi avvolti nel mistero. Ma questo manifesto inevitabilmente ne aggiunge altri. Chi ne ha curato la grafica? Chi lo ha stampato? Chi è l’autore delle foto che ritraggono Brattoli penitente davanti alla tomba e al monumento funebre del primo cittadino? 

Interrogativi che si aggiungono al mistero dei due personaggi individuati dai puntini di sospensione. Un’enigmatica “persona X” e un “don”, che sono stati invitati pubblicamente a riferire la verità a Matteo d’Ingeo

Ed è proprio il coordinatore del Liberatorio politico, erroneamente indicato sul manifesto come giornalista, a rispondere a Brattoli con una lettera aperta

Mentre la procura di Trani è al lavoro, su segnalazione dei Carabinieri di Molfetta, sull’episodio che ha gettato più di un’ombra su questa fine di estate, d’Ingeo si rivolge all’assassino di Carnicella da «semplice cittadino da sempre impegnato come volontario della cittadinanza attiva». 

«Sorprende – commenta – il modo in cui, lui, abbia voluto coinvolgermi, quasi fossi depositario e custode fedele dei tanti segreti della vita politica molfettese degli ultimi 20 anni; sorprende anche il comportamento di taluni “giornalisti” che, pur di non riportare il mio nome, pur scritto sul manifesto, hanno recuperato dai loro archivi le sigle di movimenti e associazioni che il sottoscritto ha orgogliosamente rappresentato e rappresenta ancora oggi». 

«Questa città, anche se in tanti non lo vogliono accettare, è morta insieme al suo sindaco quel pomeriggio del 7 luglio 1992. Ed è proprio quella “verità”, invocata dallo stesso Brattoli nel suo manifesto pubblico, che dobbiamo cercare e svelare». 

La verità, sottolinea, «è nei fatti che conosce solo Cristofaro Brattoli». 

«Pertanto se costui vuole convincerci del suo “pentimento” dovrebbe veramente fare il primo passo perché, a dire il vero, ad oggi, di passi non ne abbiamo visti e il manifesto non lo si può considerare tale. Se vuole pentirsi deve mostrare con i fatti concreti il suo pentimento e l’unica cosa da fare è raccontare la verità senza attendere l’anno prossimo». 

Quella verità che, continua d’Ingeo, Brattoli dovrebbe raccontare al capo della procura«senza i vuoti di memoria che ha avuto durante il processo del 1993». 

A cominciare dal ruolo che ebbe assieme agli altri organizzatori del concerto di Nino D’Angelo, una società composta per l’occasione in cui comparivano alcuni nomi della mala locale e un politico poi divenuto consigliere comunale – ironia della sorte – proprio in sostituzione del sindaco ucciso. 

«Qual era – si chiede d'Ingeo – il vero obiettivo dell’organizzazione di quel concerto e con quali soldi lo si finanziava? Oltre ad essere imprenditore di fiducia del comune di Molfetta, che attività svolgeva in quegli anni, tra la Puglia, Calabria, Campania e Sicilia e perché girava armato?». 

Ombre che ritornano da un passato archiviato dalla classe politica forse troppo in fretta. Brattoli al Comune era di casa, come da lui stesso affermato, gestiva un’impresa di spettacoli. Nel 2006 è tornato alla ribalta della cronaca per le minacce al candidato sindaco Lillino Di Gioia, per le quali lo scorso aprile è stato assolto in appello dopo una condanna in primo grado a dieci mesi. 

Oggi lo si può incontrare lungo le spiagge del Gavetone vietate alla balneazione, dove al suono di una campana richiama i bagnanti per la vendita di bibite. Affollato il suo chiosco mobile. Frequentato è anche il gazebo nei pressi della basilica della Madonna dei Martiri, lo scorso anno al centro di una polemica per il rinnovo della licenza. Quello sparo per i molfettesi è solo uno sbiadito ricordo. 

E sbiadita, anzi, appassita, è l’immagine del monumento innalzato sul luogo dello sparo. Una fioriera che ogni anno, passata la commemorazione e le belle parole del politico di turno, torna ad essere abbandonata a sé stessa. Immagine di una città anch’essa presa a fucilate quel 7 luglio.

 

Piedone e il giornalista


Tutti vorrebbero conoscere il puparo che muove le fila. Il teatrino che si è riaperto dopo 19 anni, sta assumendo connotati davvero strani. La morte di Gianni Carnicella che non è stata dimenticata da molti, soprattutto dalla gente onesta e sensibili, è tornata d'attualità. Il movente?

 
Operazione di mafia, delitto d'impeto per un concerto mancato? Ci sono complici? Chi sono?
 
D'Ingeo pone degli interrogativi. E' lui il giornalista individuato tale. Piedone, il reo confesso, come è conosciuto in città, continua la sua manfrina a colpi di manifesti.
 
Ma… a chi  conviene  amplificare  il tutto?

da "il bianco rosso"

Lettera aperta a Cristofaro Brattoli

Sento il dovere morale, e civico, d’intervenire sul manifesto tormentone di fine estate firmato da un cittadino, autore di quel gesto criminale efferato che stroncò la vita del nostro Sindaco Gianni Carnicella
Sono stato coinvolto indirettamente in uno dei quadretti dell’improvvisato cantastorie e il mio è un intervento personale nella veste di semplice cittadino da sempre impegnato come volontario della cittadinanza attiva; non sono mai stato un giornalista e non ho mai avuto tesserini di pubblicista, per scelta, ma sono stato “onorato” dal Brattoli da questa nobile e difficile investitura. 
Sorprende il modo in cui, lui, abbia voluto coinvolgermi, quasi fossi depositario e custode fedele dei tanti segreti della vita politica molfettese degli ultimi 20 anni; sorprende anche il comportamento di taluni “giornalisti” che, pur di non riportare il mio nome, pur scritto sul manifesto, hanno recuperato dai loro archivi le sigle di movimenti e associazioni che il sottoscritto ha orgogliosamente rappresentato e rappresenta ancora oggi. 
Il mio messaggio sarà principalmente rivolto a Cristofaro Brattoli, ma è anche rivolto a quei direttori di testate giornalistiche, responsabili di redazioni, editori, giornalisti e pubblicisti che in questa città censurano e imbavagliano notizie, fatti e persone rendendosi indirettamente responsabili dell’oscuramento dell’informazione diventando detrattori di verità.
Questa città, anche se in tanti non lo vogliono accettare, è morta insieme al suo sindaco quel pomeriggio del 7 luglio 1992.
Ed è proprio quella “VERITÀ”, invocata dallo stesso Brattoli nel suo manifesto pubblico, che dobbiamo cercare e svelare.
Non c’è bisogno di “pizzini”, di messaggi criptati e trasversali, la ricerca di verità non è nella memoria di qualche “signor X” o nel segreto del confessionale di qualche prete, ma è nei fatti che conosce solo Cristofaro Brattoli. 
Pertanto se costui vuole convincerci del suo “pentimento” dovrebbe veramente fare il primo passo perché, a dire il vero, ad oggi, di passi non ne abbiamo visti e il manifesto non lo si può considerare tale.
Se vuole pentirsi deve mostrare con i fatti concreti il suo pentimento e l’unica cosa da fare è raccontare la VERITA’ senza attendere l’anno prossimo.
Deve semplicemente recarsi in Piazza Duomo a Trani, farsi ricevere dal Procuratore Capo e raccontare la verità senza i vuoti di memoria che ha avuto durante il processo del 1993.

Potrebbe cominciare a raccontare che ruolo avevano i signori Nino Spezzacatena, De Robertis Paolo, Fiore Alfredo, Racanati Tommaso, Magarelli Damiano, Fiore Cosimo e Petruzzella Saverio in quella società costituita per l’organizzazione del maledetto concerto di Nino D’Angelo, e che ci faceva in quella società un politico e un imprenditore insieme a noti esponenti della criminalità locale?

Qual era il vero obiettivo dell’organizzazione di quel concerto e con quali soldi lo si finanziava?

Oltre ad essere imprenditore di fiducia del comune di Molfetta, che attività svolgeva in quegli anni, tra la Puglia, Calabria, Campania e Sicilia e perché girava armato? 

Chi era il politico o impiegato comunale che lo ha favorito per molti anni nell’affidamento di lavori presso il comune a trattativa privata per la modica cifra di circa 70/80 milioni l’anno?
Chi ha utilizzato in questi anni le attrezzature della sua impresa Palcoscenici Sud e dove sono state depositate?
Perché il 18 maggio 2006 ha minacciato il candidato sindaco Lillino di Gioia in Piazza Paradiso e quest’ultimo non ha ritenuto, insieme alla sua coalizione di dover denunciare il fatto?

Chi ha concesso l’anno scorso e quest’anno l’autorizzazione a lui o ai suoi familiari per l’attività di ristorazione nelle vicinanze della Madonna dei Martiri pur non avendo i requisiti che le leggi igienico-sanitarie prevedono?
Basterebbe la verità solo su queste poche domande per intravedere una pur minima volontà di pentimento.
Cristofaro Brattoli deve convincersi che non è una questione personale ma è una questione di principio e nessuno vuole impedire a lui e ai tanti protagonisti di quel “mondo variegato che andava sotto il nome di Piazza Paradiso” (come diceva il PM. Elisabetta Pugliese) di avere una vita normale.

Dopo aver scontato la pena devono sforzarsi di essere cittadini come gli altri e se vogliono essere riabilitati  devono rispettare le leggi e i regolamenti come fanno tutti i comuni mortali. E se l’autorizzazione non si può ottenere non si può pretenderla con l’arroganza o atti di intimidazione strisciante.
Se Cristofaro Brattoli vuole completare l’azione di pentimento ci dica anche chi lo sta aiutando in questo percorso, chi lo ha fotografato dal 7 luglio scorso in poi nelle sue varie stazioni di pentimento, chi ha curato la grafica del suo manifesto e quale tipografia lo ha stampato.
Dopo tutto anche queste sono verità che rendono giustizia.

 

Matteo d’Ingeo

 

Omicidio Carnicella: «A 19 anni dal delitto un pugno nello stomaco»

di LUCREZIA D’AMBROSIO
www.lagazzettadelmezzogiorno.it

«Quel manifesto è un pugno nello stomaco». Anna Carnicella, sorella di Gianni Carnicella, il sindaco ucciso a Molfetta il 7 luglio del 1992, non ricorre a giri di parole. Quel manifesto, apparso in queste ore a Molfetta, attraverso il quale Cristofaro Brattoli, l’assassino di suo fratello, si rivolge ad un anonimo interlocutore perché dica tutta la verità su quell’omicidio, per certi versi rappresenta una conferma, per altri riapre una ferita che sanguina. 

«Gianni – dice – era il piccolo di casa. Oggi avrebbe avuto sessantadue anni ed era una persona onesta». E poi aggiunge. «Ero già convinta del fatto che nel processo a carico dell’assassino di mio fratello la verità non fosse venuta a galla. Io ero in aula. Quella persona cominciò a parlare e stava andando oltre la versione nota, quella del concerto negato come movente dell’omicidio. Ma il giudice lo fermò perché riteneva che l’imputato fosse troppo nervoso. Sta di fatto che l’udienza fu sospesa e quando il processo è ricominciato quella persona non ricordava più nulla, era rientrato in sé». 

E ancora. «Non ho mai creduto alla questione del permesso negato per il concerto. Nessuno tra noi ha mai creduto a questo movente. Ci sono questioni più sporche che ancora non sono venute a galla. La verità è che siamo rimasti soli. Non avrebbero dovuto permettere a questo individuo di continuare a vivere a Molfetta. Mi disturba l’idea che possa avvicinarsi alla tomba di mio fratello, alla fioriera davanti al Comune. Non deve permettersi di farlo. Deve stare lontano. Se potessi fare qualcosa la farei, ma cosa posso fare io se addirittura poi si viene a sapere che a questo individuo hanno concesso autorizzazioni e permessi che neppure ai nostri figli vengono concessi?». 

E con quel manifesto Brattoli anticipa anche la pubblicazione di un libro, un memoriale con nomi e cognomi, un documento utile a ricostruire la verità. «Questo manifesto è un ricatto – dice Anna Carnicella –. Questo individuo vuole avere qualche permesso. Questo individuo fa tutto in funzione dei suoi interessi. Adesso vuole ricattare quel qualcuno perché lui continui a tacere. Non credo al fatto che sia pentito e dispiaciuto per quello che ha fatto. Voglio solo che stia lontano da noi, da mio fratello».

E qualcuno in città ha già provveduto a strappare molti di quei manifesti su cui campeggiano frasi che, evidentemente, infastidiscono molti. «Dopo 19 anni – scrive Cristofaro Brattoli – ho avuto il coraggio di fare il primo passo e adesso aspetto che anche tu ed un’altra persona X lo facciate dicendo solo la pura e semplice verità, tutto quello che non è stato detto quel giorno al processo».
Si rivolge ad uno o più interlocutori anonimi Cristofaro Brattoli e aggiunge «sto agendo perché venga alla luce la pura verità, fermo restando la mia piena responsabilità, bisogna chiarire quello che avvenne in quel periodo e tu sai bene tutto ciò che è avvenuto dopo che io ho fatto il primo passo e per la verità dovresti incontrare don (omissis) e il giornalista (Matteo d'Ingeo n.r.) ma ad oggi nulla hai fatto di tutto ciò».

Un manifesto choc per annunciare un libro

di LUCREZIA D’AMBROSIO
MOLFETTA – Il confine tra l’intimidazione e l’invito plateale è sottile. «Dopo 19 anni – scrive in un manifesto pubblico Cristofaro Brattoli, assassino nel 1992 del sindaco Gianni Carnicella – ho avuto il coraggio di fare il primo passo e adesso aspetto che anche tu ed un’altra persona X lo facciate dicendo solo la pura e semplice verità, tutto quello che non è stato detto quel giorno al processo».
Si rivolge a uno o più interlocutori anonimi, Brattoli, e aggiunge: «Sto agendo perché venga alla luce la pura verità, fermo restando la mia piena responsabilità, bisogna chiarire quello che avvenne in quel periodo e tu sai bene tutto ciò che è avvenuto dopo che io ho fatto il primo passo e per la verità dovresti incontrare don (omissis) e il giornalista (Matteo d'Ingeo n.r.) ma ad oggi nulla hai fatto di tutto ciò». 

Sono decine le persone che si fermano e commentano il manifesto, sul quale figura il timbro della «tassa di affissione pagata». I più restano sbigottiti, qualcuno si ferma a metà lettura e si allontana imprecando. Qualcuno commenta: «Questo – dice – ha davvero una faccia tosta. E, dopo quello che ha fatto, si è pure inventato un modo per farsi pubblicità». 
Può essere considerato il fatto che, sempre nel manifesto, preannuncia: «L’anno prossimo in occasione del ventesimo anniversario della morte del sindaco Carnicella uscirà un libro che racconterà e descriverà la vera storia e che spiegherà perché giravo armato e senza porto d’armi e che attività svolgevo in quel periodo tra Puglia, Calabria, Campania e Sicilia». 

Una serie di messaggi in codice che solo gli interessati (chi?) possono comprendere fino in fondo, una sorta di gioco al rialzo, oppure, a voler pensare male, al ricatto: fai quello che dico io, oppure me la canto. Dal Comune nessun commento al manifesto. Il vicesindaco Uva: «Non possiamo commentare – dice – fatti che appartengono ad un altro periodo storico». 

A parlare, con la voce rotta dall’emozione, è Annalisa Altomare, amica di Gianni Carnicella, collega di partito, la prima e unica donna sindaco di Molfetta, che ereditò proprio la gestione Carnicella e, in piedi, davanti al feretro, per ore, gli rimase accanto prima dell’ultimo viaggio: «Le lacrime per lui – afferma – non sono state abbastanza. L’impegno per la legalità è l’unico modo per onorarne la morte e la vita. La migliore testimonianza è fare il nostro dovere. Sono molto turbata da quanto accade oggi e il dolore è lo stesso di vent’anni fa. Quello che è pubblico è pubblico ma abbiamo il diritto di piangere nel privato. Il resto – conclude – è speculazione». 

Cristofaro Brattoli, che oggi ha 54 anni, a luglio del 1992 uccise il sindaco Gianni Carnicella. Lo colpì con un fucile da distanza ravvicinata. Il movente? Il primo cittadino, per motivi di sicurezza, aveva respinto la richiesta dei Brattoli di concedergli il campo sportivo «Petroni» per la organizzazione di un concerto di Nino D’Angelo. Carnicella spirò alle 23 di quello stesso giorno, il 7 luglio di 19 anni fa. Brattoli, arrestato, fu condannato in primo grado a 25 anni, poi ridotti a 18. Nel 2005 ottenne la semilibertà. Nel 2006, nel corso della campagna elettorale per le comunali, aggredì verbalmente l’allora candidato sindaco del centrosinistra, Lillino Di Gioia, per ottenere un posto di lavoro. È stato condannato a dieci mesi.

Quel maledetto 7 luglio 1992, ucciso per un concerto negato

Il 7 luglio del 1992 a Molfetta fa caldo. La temperatura è decisamente alta ed è così già da qualche giorno. L’atti vità amministrativa è agli sgoccioli, ancora qualche settimana e poi ci sarà la pausa a ridosso del solleone. Non è un giorno festivo. Anche se, già dopo le 13, la città sembra spenta. Poche le autovetture lungo le strade. Serrate le saracinesche dei negozi. Non sono ancora arrivati i centri commerciali e l’idea di tenere aperti i supermercati e i bar anche all’ora di pranzo è lontana.
A Palazzo di Città alle 13 sono in corso i lavori della giunta comunale. Termineranno poco più di un’ora dopo. Sembra un giorno qualunque. Invece non sarà così. Il 7 luglio del 1992 entrerà negli annali cittadini come uno dei giorni più bui: quel giorno una mano assassina fredderà con un colpo di fucile il sindaco in carica, Gianni Carnicella.
E’ un rumore assordante, percepito anche a centinaia di metri di distanza, a scuotere la città che sonnecchia.

 

Sono le 14.30 circa. Un fragore, poi le urla, le sirene delle ambulanze. Sul sagrato della chiesa di San Bernardino, a pochi metri di distanza dalla sede municipale di Via Tattoli, Gianni Carnicella, il sindaco, giace in una pozza di sangue. E’ uscito dal Comune al termine dei lavori di Giunta per andare a casa, è stato raggiunto da Cristofaro Brattoli. L’uomo è armato. Ha con sè un fucile. Tra i due c’è solo uno scambio di battute, poi Brattoli spara, a distanza ravvicinata e colpisce il sindaco ad un fianco. E scappa. Anche se è una fuga inutile. Tutti quelli che erano lì con Carnicella hanno visto e lo hanno pure riconosciuto. Brattoli è il titolare di una ditta che allestisce palcoscenici e organizza eventi.
Da tempo chiedeva permessi per poter portare a Molfetta il concerto di Nino D’Angelo, molto in voga in quegli anni che il sindaco non concedeva. Finirà in gabbia inchiodato davanti alle sue responsabilità. Tutte le attenzioni sono per Gianni Carnicella. Le condizioni del sindaco, che all’epoca ha quarantatre anni, sono gravissime. Per strapparlo alla morte viene tentata ogni cosa. I medici lo sottopongono a delicatissimi interventi chirurgici ma Gianni Carnicella sta perdendo molto sangue. 

 

E allora scatta una gara di solidarietà a cui partecipa l’intera città. L’ospedale viene preso d’assalto. C’è una coda interminabile davanti al centro trasfusionale per donare sangue. Ci sono persone che neppure conoscono il sindaco ma che sentono di dover fare qualcosa per lui.
In ospedale, per donare, e per portare il suo conforto, arriva anche don Tonino Bello, il vescovo della Diocesi. E poi è una passerella di politici. Tutti i nomi eccellenti della Democrazia Cristiana e i vertici istituzionali di provincia e regione sono a Molfetta, in ospedale.
Ma ogni tentativo risulterà inutile. Gianni Carnicella morirà qualche minuto dopo le 23, quello stesso giorno. Perfino la preoccupazione di fermare l’assassino viene dopo. E’ il tempo del dolore. Cristofaro Brattoli viene comunque arrestato poco tempo dopo. 

 

E’ lui l’assassino. Ed è chiaro, fin troppo chiaro, anche il movente: il permesso negato dal sindaco, perché non ci sono i presupposti minimi di sicurezza, ad utilizzare una struttura comunale per il concerto.
Per quell’omicidio Brattoli viene condannato a venticinque anni di reclusione in primo grado che poi diventano diciotto in appello. Già nel 2005 è in semi libertà, poi è libero. Per i familiari di Gianni Carnicella, per i vertici dell’Osservatorio 7 luglio (nato proprio in seguito a quell’omicidio), e per tanti altri, nel corso di quel processo non è emersa tutta la verità. Cristofaro Brattoli ha sparato e ucciso, ma il movente di quell’omicidio non li convince.
Nel 2008 gli esponenti dell’ufficio legale di Libera, associazione nomi e numeri contro le mafie, i parenti del sindaco assassinato e i fondatori dell’Osservatorio 7 luglio, avanzano la richiesta di avvio della pratica perché Gianni Carnicella venga considerato vittima di mafia. Ieri il manifesto in chiaroscuro. [l. d’a.]

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