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Buccaneer, ecco le prove del riscatto. l'Italia pagò ai pirati un milione in più.

Una cifra record. Dopo la liberazione dei marinai Frattini aveva negato passaggi di soldi. In cinque mesi la procura di Roma ha ricostruito come andarono davvero le cose. L’armatore era pronto a darne tre, gli 007 ne consegnarono quattro.

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Il rimorchiatore Buccaneer

di Carlo Bonini (www.repubblica.it/…)

I giorni neri del "Buccaneer" non hanno più segreti. E la verità – ora documentata da cinque mesi di indagini della Procura di Roma – ha il colore e gli zeri di una montagna di soldi che smentisce l’enfasi e illumina le omissioni con cui il governo salutò pubblicamente la conclusione di quei 119 giorni di sequestro («Non è stato pagato un soldo. La forza della politica, l’impegno del primo ministro somalo e un eccezionale lavoro di intelligence hanno semplicemente convinto i sequestratori che non esisteva alternativa che liberare nave e ostaggi», disse il ministro degli Esteri Franco Frattini).

La mattina del 9 agosto 2009, per riacquistare la vita e la libertà dei sedici marinai del rimorchiatore di altura abbordato l’11 aprile nel Golfo di Aden, l’intelligence militare del nostro Paese pagò ai pirati somali quattro milioni di dollari in contanti, come per altro gli stessi pirati, «smentiti», avevano voluto far sapere a sequestro concluso. Un milione in più, si scopre ora, dei tre pattuiti nella trattativa "privata" condotta parallelamente dalla "Micoperi" di Ravenna, la società armatrice del "Buccaneer". Come ha potuto ricostruire l’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti e dai carabinieri del Ros e come documentano le conversazioni telefoniche intercettate dalla Procura sull’utenza satellitare utilizzata a bordo del "Buccaneer" da banditi, mediatori ed equipaggio durante i quattro mesi del sequestro, il riscatto viene consegnato la mattina del 9 agosto, poche ore prima del rilascio dell’equipaggio.

Nello specchio di mare che bagna le coste della provincia indipendente somala del Putland. Poche miglia al largo del punto in cui il "Buccaneer" è rimasto alla fonda prigioniero dei pirati. Al centro del cono di sorveglianza della "San Giorgio", la nave da sbarco della nostra marina militare, in quelle settimane sentinella della trattativa a una distanza dal rimorchiatore non superiore alle sei miglia. Ai pirati non deve sembrare vero. Nelle borse consegnate dall’ufficiale pagatore del nostro Paese, sono stipati contanti per quattro milioni di dollari. Il più alto riscatto mai pagato per un naviglio in quattro anni di abbordaggi nel golfo di Aden. Superiore persino ai 3 milioni di dollari con cui i Sauditi, nel gennaio del 2009, hanno chiuso la partita per la riconsegna della "Sirius star", la petroliera catturata con 25 uomini di equipaggio e un carico di due milioni di barili di greggio (pari a un valore di 100 milioni di dollari).

Delle "borse" e del loro tesoro, nelle carte dell’inchiesta si trovano riscontri inequivocabili. Interrogato dalla Procura dopo la liberazione, le ricorda a verbale Mario Albano, primo ufficiale del "Buccaneer". La mattina del 9 agosto – racconta – alcuni pirati lasciano il rimorchiatore su una piccola imbarcazione. E, al loro ritorno a bordo, nelle loro mani, con le armi, ci sono «borse che non avevano al momento di lasciare la nave». La prigionia, del resto, finisce in quell’istante. Gli incursori di marina della "San Giorgio" arrivano sul rimorchiatore dopo aver lasciato il tempo ai pirati di raggiungere la costa. E di regolare a raffiche di kalashnikov (otto pirati saranno trovati morti alcuni giorni dopo) la divisione di un bottino che alla conta finale è più ricco di quanto avessero immaginato. È la seconda "scoperta" dell’inchiesta.

Che si sia pagato "quattro" quello che si era concordato di chiudere a "tre", lo racconta ad uno dei dirigenti della "Micoperi" il mediatore somalo che la società armatrice di Ravenna ha deciso al momento del sequestro di spedire nel Golfo di Aden per aprire un canale di trattativa "privato" con i pirati. L’uomo – che come gli altri protagonisti di questa storia parla su un telefono che non sa essere intercettato dalla Procura – commenta a sequestro concluso il prezzo della liberazione. «Noi – dice – avevamo chiuso per tre. Ma a questo punto mi viene il dubbio che loro abbiano pagato quattro». Il rimorchiatore Buccaneer Nell’agosto del 2009, i quattro milioni di riscatto del "Buccaneer" sono l’esito coerente di una politica del portafogli per il rilascio degli ostaggi mai pubblicamente ammessa e tanto meno discussa in Parlamento, ma sistematicamente autorizzata da Palazzo Chigi da quando sono cominciati i sequestri di italiani all’estero. E di cui la Procura di Roma ha avuto nel tempo riscontri documentali (in Iraq come in Afghanistan), senza per questo ritenere, come pure in questo caso, che vi fossero «ostacoli di legge» che la impedissero.

Ma in quell’estate del 2009, i quattro milioni del "Buccaneer" mettono a nudo anche la doppiezza della diplomazia di un Paese, il nostro (e dell’intera Unione Europea), che mentre si impegna nell’operazione internazionale di pattugliamento del Corno d’Africa per disinfestarne le acque dalla pirateria, proprio ai pirati ora consegna il riscatto del "Buccaneer", ora restituisce la libertà. Accade il 17 giugno del 2009, mentre il sequestro del rimorchiatore è in corso. Nove somali, catturati il 22 maggio dalla fregata "Maestrale" nel golfo di Aden durante il tentativo di abbordaggio del "Maria K.", mercantile con bandiera delle isole Grenadine, dopo quasi un mese di detenzione e interrogatori del Ros a bordo della nave della nostra marina militare, vengono liberati e consegnati al Kenya, come ha stabilito la risoluzione europea di Pesc.
Lo strumento è un decreto legge approvato il 12 giugno che modifica la giurisdizione italiana sui reati di pirateria, rendendoli perseguibili «solo se commessi in danno dello Stato, di beni o cittadini italiani». Come il "Buccaneer", appunto. Per il quale innanzitutto pagheremo e poi indagheremo.

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NATO: colpito e affondato. La tragedia insabbiata del Francesco Padre

(Un libro di Gianni Lannes in libreria dal 9 novembre 2009).
Prefazione di Andrea Purgatori

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/11/copertina_libro.jpgC’è un filo rosso e oscuro che attraversa la storia di questo Paese, un filo al quale restano appesi come fantasmi i misteri che avvelenano la memoria e impediscono di definirci una democrazia matura, ragionevole, compiuta. Dalla morte di Salvatore Giuliano alla rendition di Abu Omar, passando attraverso la stagione dei golpe, delle stragi, del sequestro Moro, di Ustica, della P2, del braccio di ferro (o della trattativa segreta) con Cosa Nostra, dal dopoguerra a oggi non c’è decennio che non si sia consumato tra veleni e sospetti, e non c’è affare sporco che non abbia prodotto conseguenze nefaste nella vita politica e sociale.
Questo è il Paese della giustizia negata, delle verità inafferrabili, dei segreti di Stato. Il Paese nel quale la partita globale della Guerra Fredda è costata un tributo pesante di vittime innocenti. Un Paese dalla sovranità molto limitata.
La tragedia insabbiata del Francesco Padre è un paradigma, uno dei tanti, nei quali ci si imbatte sfogliando la cronaca, anzi la storia ormai, dell’Italia più recente. Una storia di semplici marinai e di malintesa ragion di Stato (di tanti stati, talvolta). Di segreti apposti dall’alto o semplicemente applicati in base alla consegna militare del silenzio, che ha quasi sempre impedito di penetrare il coverup applicato a molti pasticci che avrebbero potuto mettere in discussione la sudditanza delle nostre forze armate (e dei nostri governi) rispetto a strutture sovranazionali come l’Alleanza Atlantica.
Non è un caso che gli snodi impossibili dell’indagine sulla fine del “Francesco Padre” ricordino in modo impressionante la tecnica del muro di gomma che da trent’anni impedisce di svelare il retroscena della strage di Ustica. E di accertare le responsabilità dirette o indirette di alcuni nostri alleati o partner commerciali nello scenario di guerra di quella notte. Anche la notte del 4 novembre 1994, non era una notte qualsiasi.

Come il DC-9 Itavia con 81 italiani a bordo nel cielo di Ustica, anche il peschereccio di Molfetta col suo equipaggio non navigava in un mare deserto. A dare l’allarme per l’esplosione che lo fece colare a picco davanti al Montenegro fu un velivolo nordamericano. A raggiungere per prima la zona dell’affondamento fu una fregata spagnola. A poche decine di miglia in linea d’aria da quel punto, la Jugoslavia in rapido disfacimento era sottoposta ad embargo da parte della Nato e tutte le vie di comunicazione, per terra, cielo e mare, erano sotto lo stretto controllo militare dell’Alleanza.
Eppure, nessuna unità italiana o straniera, nonostante le orecchie elettroniche fossero pienamente attivate e perfettamente funzionanti, fu in grado di spiegare cosa potesse essere successo. Di più. Contro ogni logica e contro ogni evidenza, l’inchiesta si concluse affibbiando a quei cinque pescatori l’onere della loro stessa morte perché, ipotizzarono i magistrati, trasportavano esplosivo. Da dove, come, per chi, nessuno lo spiegò alle famiglie.

E i pochi resti dell’imbarcazione recuperati in mare furono distrutti. Esattamente come l’Aeronautica militare italiana chiese (ma non ottenne) di affondare i rottami del Mig 23 libico precipitato sulla Sila e quasi certamente coinvolto nella strage di Ustica, che il Governo aveva dichiarato in Parlamento di aver già restituito a Gheddafi. Costanti e bugie. Come le carte manipolate o mai consegnate, sempre in nome di quella oscura ragione militare sovranazionale che pur se non dichiarata si sovrappone alla ragion di Stato e insabbia tutto. Cosa sono le vite di cinque pescatori di Molfetta di fronte al bene supremo dell’Alleanza Atlantica da preservare ad ogni costo? Scheletri in fondo al mare. E che lì rimangano per sempre.

Buccanineer: E' giallo sul riscatto ai pirati per i marinai pugliesi

Tra i 16 membri complessivi di equipaggio che erano a bordo del rimorchiatore Buccaneer, sequestrato dai pirati nel Golfo di Aden l’11 aprile scorso, anche Ignazio Angione, direttore di macchina, iscritto alla Capitaneria di Porto di Molfetta (Bari) e Filomeno Troilo, cuoco, anch’egli iscritto alla Capitaneria di Porto di Molfetta

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(www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

BARI – Tra i 4 e i 5 milioni di dollari, questa la cifra che l’Italia avrebbe pagato per ottenere la liberazione del Buccaneer e del suo equipaggio (16 persone, 10 gli italiani di cui due pugliesi). A rivelare il "prezzo della libertà" sono stati gli stessi pirati (che com’è noto, si sono dotati pure di simil-portavoce e simil-ufficio stampa). Per la precisione, uno di loro avrebbe affermato: «Abbiamo preso un riscatto di quattro milioni e abbiamo liberato il rimorchiatore italiano che è già partito». Invece, Andrew Mwangura, coordinatore del gruppo marittimo regionale "East African Seafarers Assistance Programme" ha parlato di un riscatto di cinque milioni. «Ieri sera stavano contando i soldi» ha riferito.

Certo si tratta di soldi (pubblici) ben spesi, visto che l’incubo, durato quattro mesi, è finito e che i marinai – sequestrati dai pirati somali nel Golfo di Aden l’11 aprile scorso – sono liberi e stanno bene. Tra un paio di giorni, anche Ignazio Angione, direttore di macchina, iscritto alla Capitaneria di Porto di Molfetta (Bari) e Filomeno Troilo, cuoco, anch’egli iscritto alla Capitaneria di Porto di Molfetta, potranno tornare in Italia. Insomma, per Ferragosto saranno a casa.

La liberazione, ha annunciato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è avvenuta ieri sera dopo che «i pirati si sono ritirati». Lo stesso Frattini, in questi mesi ha sempre bloccato ogni ipotesi di riscatto o di blitz per la liberazione del rimorchiatore italiano e anche ieri, durante l’annuncio della buona notizia, ha sottolineato come questo risultato sia stato ottenuto grazie ad un lungo lavoro di contatti e una collaborazione delle autorità somale e della regione del Puntland. Frattini ha detto che il governo somalo ha esercitato una «forte pressione» per portare al ritiro i pirati ma ha smentito il pagamento di un qualunque riscatto.

Anche Silvio Bartolotti, general manager della Micoperi, l’azienda ravennate proprietaria del rimorchiatore, ha negato sia stata pagata alcuna cifra.

E allora perché i pirati somali si esporrebbero parlando di milioni di dollari? In quella terra travagliata, dove vige la legge del più forte, nessuno – a cuor leggero – direbbe d’avere in tasca una tale somma. Non lo direbbe nessuno manco in Italia. Figuriamoci in Somalia dove si uccide per molto, molto, meno.

Così, ipotizzando che non abbiano detto il falso, vien da chiedersi se la politica italiana del "pagare, pagare sempre", sia corretta. E’ vero che molti si sono regolati allo stesso modo. I sauditi, per esempio, lo scorso gennaio sborsarono tre milioni di dollari per riavere la loro superpetroliera Sirius Star (catturata il 15 novembre 2008). E pagarono bei soldi anche i norvegesi per riavere la Bow Asir. Ma altri hanno scelto di andarsi a riprendere la propria gente senza pagare un centesimo a queste bande di criminali. Gli americani, come è noto, hanno scelto un intervento armato. Il 12 aprile scorso, un commando di teste di cuoio americane salvò Richard Phillips, il comandante del mercantile Alabama. Il messaggio è stato udito "forte e chiaro" dai somali. Tanto che, per ritorsione, nei giorni seguenti hanno attaccato e danneggiato la Liberty Sun, una nave statunitense che trasportava aiuti umanitari in Africa.

Un paio di giorni prima, anche i francesi avevano scelto di non sovvenzionare i pirati e il sequestro del veliero "Le Tanit" si chiuse con un blitz delle testa di cuoio di Parigi. Uno dei cinque ostaggi rimase ucciso, così come due dei rapitori. Però le altre quattro persone finite nelle mani dei pirati – tra cui un bambino – rimasero illese e i tre sequestratori superstiti sono stati arrestati (e processati in Francia, non in Kenya come è capitato ai pirati arrestati dalla Marina militare italiana).

Anche l’Italia ha i suoi "specialisti". Si tratta di gente sulla cui formazione i contribuenti italiani hanno investito moltissimo. Gente così capace da essere stata in grado di avvicinarsi al Buccaneer – senza essere vista – e constatare addirittura lo stato di salute dei marinai sequestrati. L’ha detto Frattini ieri sera: «Le forze speciali della marina militare a bordo della nave San Giorgio ci hanno detto che si sono avvicinate al Buccaneer» e hanno riferito che i marinai «stanno bene».

Gli apologi del non intervento sostengono che un blitz metterebbe a rischio la pelle all’equipaggio. E’ la verità: c’è un rischio, ma è un rischio calcolato. Forse bisognerebbe spiegare loro che, per i sequestrati, il regime del rischio è deciso da tagliagole semisballati. Ogni giorno. Ogni ora. Per mesi.  
Inoltre, sarebbe ora di proiettare gli effetti della politica del "pagare, pagare sempre" sul futuro prossimo. Per esempio, sapendo che l’Italia paga e che francesi e americani sparano. Secondo gli "apologi" quali navi prederanno la prossima volta i pirati somali?

LE ATTIVITA’ ANTIPIRATERIA
Per il problema della pirateria in Somalia, che dall’inizio dell’anno ha messo sotto scacco una ventina di navi di varie nazionalità di passaggio nel golfo di Aden, sono in campo diverse missioni militari: dalle task force 150 e 151 guidate dagli Usa a quella dell’Unione europea (la missione "Atalante", cui partecipa la fregata Maestrale della Marina militare italiana), alle unità inviate autonomamente da singoli Paesi a difesa degli interessi nazionali.

https://i2.wp.com/www.lagazzettadelmezzogiorno.it/foto/30072_2.jpgCRONOLOGIA DEL SEQUESTRO
E’ stato liberato ieri in serata il mercantile Buccaneer, di proprietà della Micoperi Marine Constructors di Ravenna, sequestrato l’11 aprile scorso da pirati al largo della Somalia, con a bordo 16 membri di equipaggio tra cui dieci italiani.
Di seguito la cronologia della vicenda:
11 aprile: Il rimorchiatore Buccaneer con a bordo dieci italiani viene sequestrato da pirati nel Golfo di Aden. La Farnesina avvia un coordinamento interministeriale ed internazionale. La fregata Maestrale della Marina militare si dirige verso il luogo del sequestro, giunge il 12 aprile.
13 aprile: Sì alla trattativa ad oltranza e nessun blitz, se non come ultima ed estrema opzione. È la linea delle autorità italiane che lavorano ad una positiva soluzione del sequestro dell’equipaggio del Buccaneer.
15 aprile: La Farnesina si appella ai media affinchè evitino «la diffusione di notizie infondate e fuorvianti che possano interferire con un esito positivo della vicenda e porre in pericolo la sicurezza dell’equipaggio del Buccaneer». Con il telefono di bordo tutti i marinai sequestrati riescono a chiamare casa.
16 aprile: Il primo ministro del Governo somalo, Omar Abdirashid Ali Sharrmake dice all’ANSA che sono in corso trattative per arrivare alla liberazione dell’equipaggio.
19 aprile: Le autorità del Puntland accusano il Buccaneer di trasportare rifiuti tossici e affermano che il rimorchiatore italiano non è stato sequestrato dai pirati ma fermato dalla sicurezza locale. L’ipotesi è poi stata smentita.
24 aprile: La Farnesina smentisce di aver ricevuto un ultimatum per la liberazione degli uomini a bordo del Buccaneer, come avevano invece riferito parenti dei membri dell’equipaggio che con questi erano in contatto telefonico. L’armatore afferma inoltre che non vi è richiesta di riscatto. Il ministro degli Esteri Franco Frattini decide di inviare in Somalia il sottosegretario Margherita Boniver per facilitare la soluzione della vicenda.
28 aprile – Alcuni marinai dell’equipaggio del Buccaneer chiamano casa e chiedono di «fare presto» per la loro liberazione. «Stanno bene, ma stanno soffrendo».
2 maggio: Margherita Boniver arriva in Puntland, dopo una sosta a Nairobi dove ha avuto contatti con rappresentanti del governo somalo. Boniver ribadisce la linea italiana: evitare blitz militari e pagamento di riscatto.
3 agosto: In un colloquio telefonico, il ministro Franco Frattini riceve assicurazioni dal primo ministro somalo di «un impegno personale» nella trattativa per la liberazione del Buccaneer. Durante la conversazione Frattini conferma «il pieno sostegno dell’Italia al Governo di transizione somalo e la collaborazione per il rafforzamento delle istituzioni e delle forze di sicurezza».

L'appello del comandante della Buccaneer: «Liberateci o moriremo di stenti»

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di Massimo A. Alberizzi (www.corriere.it/…)

Drammatica telefonata con Mario Iarloi, comandante della Buccaneer, la nave italiana sequestrata l’11 aprile nel golfo di Aden dai pirati somali e ancorata al largo di Las Qorey, villaggio di pescatori nel Puntland, la parte settentrionale dell’ex colonia italiana. Le condizioni di vita sono tragiche, l’equipaggio del rimorchiatore d’altura (dieci italiani, un croato e cinque rumeni) si sente abbandonato, è ammalato e sta impazzendo e sei dei sedici marittimi sono stati portati a terra, probabilmente distribuiti in vari villaggi sulla costa, per nasconderli nel caso di un improbabile blitz delle teste di cuoio italiane. Sarà quindi più difficile recuperarli al momento del rilascio. Non si conoscono i loro nomi.

«Siamo inguaiati, stiamo male. Liberateci altrimenti chiederemo a loro di spararci – si dispera il comandante con una voce che sembra spezzata dalle lacrime – . Ci stiamo ammalando; molti soffrono di depressione e qualcuno di cuore. Non ci sono medicine. Tempo fa erano arrivati farmaci per il fabbisogno (di uno dei membri dell’equipaggio che soffre di cuore, ndr), ma in questa storia infinita sono quasi terminate. Io non sono un dottore; non ci sono dottori; non riesco a curare persone che non so neppure cos’hanno oppure a curarle solo guardandole in faccia. O guardando che danno i numeri. Non riescono più a parlare come persone ragionevoli. Tra l’altro non ragiono più neanche io. E’ una situazione assurda e non abbiamo la forza di andare avanti. C’è gente che si sta abbandonando a se stessa. Non c’è più da mangiare. Giusto qualcosa per sostenere il fisico; stiamo lavandoci con acqua di mare. Siamo oltre le nostre forze. Per favore liberateci da questa situazione, altrimenti chiederemo noi stessi che ci ammazzino. Anche loro sono nervosi e ogni tanto sparano. E’ successo anche oggi. Una pallottola mi ha sfiorato la testa. Non ce la facciamo più e vogliamo andare a casa; e vogliamo andarci subito. Stiamo facendo sei ore dentro la plancia senza aria condizionata (in quell’area il caldo è insopportabile e le temperature superano con grande facilità i 40 gradi, ndr)». Il comandante Iarloi durante la telefonata racconta che non c’è più acqua potabile (“beviamo acqua bollita”) e neppure cibo (“mangiamo riso e pane che ci cucina il cuoco”).

Ha poi smentito che siano stati consegnati i viveri che erano stati inviati con un camion partito da Gibuti (“Non abbiamo ricevuto niente”) e che invece era stato assicurato fossero arrivati a destinazione. A proposito delle trattative il comandante dice di non sapere nulla: «Non ci informano di questo. Se non ci sono delle trattative che le facessero, che telefonassero a questi signori. Si mettessero d’accordo e facessero quello che devono fare. Sono 51 giorni che lo devono fare». A questo punto irritatissimo Iarloi urla al telefono: «E ci siamo rotti le scatole di stare su ‘sta cazzo di barca. Non ce la faccio più e le passo la persona che è accanto a me», cioè il pirata che parla italiano. Proprio lui un paio di giorni prima in un’altra telefonata al Corriere aveva assicurato che non c’è nessuna trattativa in corso. «Questi – aveva dichiarato riferendosi agli ostaggi e manifestando un certo nervosismo – vogliono tornare a casa, ma nessuno si è fatto vivo con noi».

Ripercorriamo la storia:

• Il rimorchiatore con gli italiani rapiti getta l’ancora davanti a Adado (13 aprile)

• Somalia: si tratta per il rilascio della nave italiana sequestrata dai pirati (17 aprile)

• Buccaneer, negoziato in stallo (19 aprile)

• Buccaneer, negoziato in stallo (27 aprile)

• Il capitano della Buccaneer: qui va male (23 maggio)

I cittadini molfettesi chiedono notizie sulla Buccaneer e sull’attività governativa d’esproprio di Hugo Chavez in Venezuela

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In questi giorni, mentre l’Italia è distratta da storie di “veline” e “velinari”, e la nostra Molfetta è narcotizzata dalla kermesse elettorale, per rinnovare un ente inutile come la Provincia, molti cittadini aspettano dal loro Sindaco Senatore notizie rassicuranti su due vicende che sono anche storie di interesse internazionale.
Parliamo dei marinai (due molfettesi) sequestrati sulla nave Buccaneer e delle confische di beni che il presidente del Venezuela Hugo Chavez sta compiendo a spese degli emigrati italiani (molti molfettesi).
I cittadini molfettesi e i loro parenti, a volte,  si considerano fortunati, quando sono consapevoli di aver un loro concittadino Sindaco ed anche Senatore della Repubblica e quindi capace di avere notizie di prima mano, rispetto ad altri, su vicende internazionali; e invece no, sono settimane che il nostro Sindaco tace sulla vicenda della nave sequestrata dai pirati somali, o presunti tali, o sul fatto che la stessa trasportava presunti rifiuti tossici.

I parenti dei marinai sperano solo che il silenzio sia dovuto alle difficoltà delle trattative e non ad un tentativo di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica da una vicenda dai contorni molto grigi.
Dall’altra parte del mondo, invece,  si sta consumando una vicenda che vede protagonisti numerosi emigrati molfettesi vittime del presidente venezuelano Chavez.

Sono già numerose le segnalazioni e le lettere giunte dai nostri parenti e conoscenti dalle regioni di MaracaiboEstado Falcon e Zulia che chiedono l’intervento del governo italiano per fermare l’attività d’esproprio governativa.
In quel territorio ricco di giacimenti petroliferi sono nate molte aziende e imprese di logistica create anche da emigranti molfettesi più di cinquanta anni fa. Si tratta di ditte di trasporto su acqua, cantieri navali, piccoli e medi, e magazzini di ferramenta.
Potrebbero essere interessate le aziende HERPA dei Pappagallo, CRAF degli Altomare, TRICOMAR degli Annese e TRIMARCA dei Tridente, e proprio Vito Tridente Sgherza che ha scritto una lettera in cui racconta cosa sta accadendo agli italiani-molfettesi in Venezuela…

  "…La mia azienda è stata fondata nel 1964 ed è costata sudore, lacrime e sangue. Adesso è stata espropriata. Ogni giorno che passa il governo diventa più comunista. Il presidente nei suoi discorsi dice che il capitalista è un animale che deve scomparire dalla terra. … In  10 anni di governo si è appropriato della Camera dei Deputati, dei tribunali… di tutto… Siamo in presenza di una dittatura con una facciata di democrazia. Ritornando alle nostre aziende, dopo un discorso del presidente, si è promulgata una legge per l’espropriazione delle ditte legate al settore petrolifero. Per adesso sono 39 aziende: di queste ce ne sono 4 di molfettesi e una di un barese. Ma ci sono anche altri italiani…L’8 Maggio sono entrati nelle nostre aziende e, possiamo dirlo, col fucile in mano ci hanno fatto abbandonare le nostre proprietà, dove non possiamo più entrare.
La nostra preoccupazione è che non pagheranno il giusto prezzo per le nostre ditte, vista la situazione difficile, e aggiungo che ci hanno fatto lavorare 6 mesi senza darci un soldo, e si dice che vogliono un ribasso del 40%. Abbiamo lavorato perchè chi si ferma è considerato terrorista, contro-rivoluzionario, etc. Mai vista una situazione cosi. Tutti noi siamo lavoratori, immigranti e figli di gente che ha lavorato onestamente. Il console italiano in Maracaibo sta informando l’ambasciata di Caracas…".

Il Governo e tutta la politica dovrebbero attivarsi, con la Magistratura e il Ministro degli Esteri, per bloccare la confisca di beni e le vessazioni contro i nostri connazionali.
Noi invece chiediamo al nostro Sindaco Senatore Azzollini di attivarsi presso il Ministero degli Esteri affinché siano avviate delle iniziative atte anche a salvaguardare l’incolumità dei nostri concittadini e a riferire subito, pubblicamente, su entrambe le vicende che riguardano la Buccaneer e gli emigrati in Venezuela.

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