Archivi categoria: iprite

NUOVO PORTO E TORRE GAVETONE. REPORT FINALE

 

25 LUGLIO 2008  
La salute prima del porto

 

25 AGOSTO 2008 
Presenza bombe all’iprite, richiesta monitoraggio

 

 

1 SETTEMBRE 2008 

Mancato monitoraggio dell’Ostreopsis Ovata

 


8 SETTEMBRE 2008
Le bombe brillano e le condizioni del nostro mare peggiorano

   


8 NOVEMBRE 2008

Il nostro mare? Una bomba ad orologeria

 


1 MARZO 2009
Molfetta. Via vai di curiosi al porto, stupore e preoccupazione in città

 


28 LUGLIO 2009
Tra bombe chimiche e alghe tossiche, quale futuro per il nostro mare

 


30 APRILE 2009
La NATO si accorge solo oggi delle bombe chimiche nel nostro mare?

20 MAGGIO 2009 – IMPORTANTE

Porti e riporti storici 
 


20 AGOSTO 2009
Esposto su alga tossica e bombe chimiche

 

26 APRILE 2010

L'iprite a Molfetta fa sempre più paura. Sabato scorso un nuovo caso di intossicazione.

17 MAGGIO 2010
Memorie di guerra e bonifica infinita 


7 GIUGNO 2010
Le maglie larghe delle reti? Un falso problema 

30 LUGLIO 2010
Un mare pronto ad esplodere  

 

25 AGOSTO 2010
Mentre il Sindaco e le altre autorità tacciono, ritorna l’alga tossica

 


30 AGOSTO 2010

L’Arpa dice che l’alga tossica non c’è, ma i molfettesi sono a letto con la febbre

 


7 GIUGNO 2010

Le maglie larghe delle reti? Un falso problema

 


15 SETTEMBRE 2010

Residui bellici chimici nell’Adriatico

8 NOVEMBRE 2010
Nuovo porto e bonifica. La verità sulle bugie del Sindaco Azzollini

21 FEBBRAIO 2011
Le omissioni e la propaganda del sindaco Azzollini

22 FEBBRAIO 2011
Le balle del sindaco Azzollini & C.

 

28 MARZO 2011

Basta con i veleni di Stato. Nasce il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche

11 APRILE 2011
Se il mare diventa un campo minato 

 

29 APRILE 2011

Interrogazione parlamentare sulla presenza di ordigni a caricamento chimico nel mare pugliese

 

14 MAGGIO 2011
C’era una volta…il Nuovo Porto Commerciale. Una storia di bombe, balle e veleni

30 MAGGIO 2011
Il silenzio del Senatore Azzollini

 

18 GIUGNO 2011
Continua la vergognosa campagna di propaganda del Sindaco Senatore Azzollini

 

19 GIUGNO 2011

RAI Radio3 e la rivista I.AM parlano delle armi chimiche a Molfetta

28 GIUGNO 2011

A Torre Gavetone sarà vietato fare il bagno

 

16 LUGLIO 2011

Si sospenda la bonifica nel porto fino a quando Azzollini non assumerà più responsabilità nei confronti dei cittadini
 

16 LUGLIO 2011
La procura indaga sul porto. Sequestri al Comune e a Ravenna

27 LUGLIO 2011

Tritolo, fosforo, iprite e cemento
 


29 LUGLIO 2011
Bombe, denuncia shock: «Abbiamo trovato i depositi sottomarini»


 

1 AGOSTO 2011

«Ordigni bellici inesplosi», Gavetone vietato alla balneazione

 

3 AGOSTO 2011

Comune e Capitaneria, due anni di ritardi. Perchè? 

 

2 SETTEMBRE 2011

Troppe alghe, l'inchiesta arriva al porto di Molfetta

 

6 SETTEMBRE 2011

Alga tossica, s’indaga sul porto di Molfetta

 

13 SETTEMBRE 2011
Emergenza da inquinamento bellico della Costa Meridionale del Mare Adriatico


 

22 SETTEMBRE 2011

Il Parlamento informi sullo stato reale dei lavori di bonifica

 

26 SETTEMBRE 2011

Dopo la città, le "MANI SUL PORTO"

 
 

29 SETTEMBRE 2011

Veleni nel porto. La stampa nazionale torna ad occuparsi di Molfetta
 
 
10 NOVEMBRE 2011
Dedicato ai nostri figli… Bolle, Balle e Bombe.

Questo è quello che stiamo costruendo per il futuro delle nuove generazioni

   
   

      

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Veleni nel porto. La stampa nazionale torna ad occuparsi di Molfetta


 

La stampa nazionale torna ad occuparsi di Molfetta e delle armi chimiche. Questa volta è il giornale della Legambiente, LA NUOVA ECOLOGIA che si occupa delle conseguenze della guerra e dedica  l’inchiesta del mese  al problema delle tonnellate di armi a caricamento chimico affondate durante la seconda guerra mondiale e che minacciano l’ecosistema italiano, mentre le bonifiche procedono a rilento. Nell’inchiesta si analizza la situazione delle acque dell’Adriatico, del Tirreno e di alcuni laghi. Secondo gli esperti dell’Istituto nautico di Forio (Ischia), gli arsenali di armi chimiche andrebbero ricercati nel triangolo che ha per vertici Bagnoli, Ischia e Capri, dove Goletta Verde è approdata nelle scorse settimane per chiedere analisi accurate. Dalle acque dei mari a quelle dei laghi i veleni continuano a inquinare l’Italia. Un esempio è quello del lago di Vico dove dopo anni di omissioni e ritardi è giunta la notizia dell’inizio della bonifica della Chemical City; una notizia che premia l’impegno di Legambiente e di quelle associazioni che da alcuni mesi, riuniti insieme a noi nel Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, chiedono a gran voce che si trovi una soluzione definitiva a questo drammatico problema, che al di là delle singole vertenze territoriali ha ormai assunto la dimensione di una vera emergenza nazionale.
Nel luglio scorso Francesco Loiacono, giornalista de " LA NUOVA ECOLOGIA " è stato a Molfetta e ha realizzato l'inchiesta che questo mese si trova nel mensile della Legambiente. All'inchiesta è abbinato un video che lo stesso giornalista ha realizzato nel porto di Molfetta e a Torre Gavetone intervistando oltre a Matteo d'Ingeo, responsabile territoriale del Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche,  i due rappresentanti della Legambiente, Massimiliano Piscitelli e Paolo De Gennaro.

 


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Arsenico e tanti Vecchi Veleni

Ascolta con webReader

 

https://i2.wp.com/luciadelchiaro.blog.kataweb.it/files/2008/12/arsenico-e-vecchi-merletti.jpg

Il 22 giugno lessi Lago di Vico: arsenico impazzito. E lì vicino c’è la zona militare, la Chemical City. La storia mi riguarda da vicino, non so a voi. Alla fine dell’ articolo suddetto, tratto dal sito www.danielecamilli.it, vi ho copiato quanto scrissi poco tempo fa, forse un anno forse due o tre..non lo ricordo. Fate conto che sia oggi, niente purtroppo è variato, in meglio. Due giorni fa si è aggiunta una Lettera aperta ai rappresentanti delle istituzioni‏ dell’ amico Raimondo Chiricozzi su certi veleni e il solito Lago di Vico. Peraltro già a maggio, UnoNotizie aveva fatto circolare un video, Lago di Vico: Riserva naturale o area agricola, dove si diceva”Sono state effettivamente fatte delle modifiche all’alveo del Lago di Vico e le piantumazioni di nocciole sono ormai arrivate sulle sponde dell’invaso.”

Malgrado Festa e Fasti della Trebbiatura con Acque del Viterbese…Buon LUGLIO AGOSTO SETTEMBRE (NERO) CON LA MELA DI ODESSA.

Doriana Goracci

 

Lago di Vico (provincia di Viterbo), livelli d’arsenico alle stelle. A dir poco pazzeschi. “Inimmaginabili e al di là d’ogni aspettativa”. Non stiamo parlando di 30, 40 o 50 microgrammi per litro. Ma di grammi. Quasi un grammo per ogni chilo di sedimento, cioè di terra depositata sui fondali. Di origine naturale? Dovuto alla conformazione vulcanica del terreno? Nient’affatto. La causa è sicuramente antropica, vale a dire umana. Un inquinamento provocato da fattori di cui però non si riesce ancora ad individuare il periodo. Ma è altrettanto certo che sia da collocare nel ‘900. Quando attorno al Lago di Vico si faceva uso di prodotti per l’agricoltura d’ogni tipo. Quando a pochi passi dalle coste era attiva la zona militare Nbc (Nucleare, batteriologica, chimica), ossia la “Chemical City” voluta dal fascismo. Tra il 1940 e il 1944. Con il suo impianto di produzione, l’iprite, il fosgene e altri elementi miscelati appunto con l’arsenico. Bonificati solo tra il 1995 e il 2000. Con tanto di danni collaterali, come il ciclista che nel 1996 venne steso da una nuvoletta tossica di passaggio sfuggita alla Zona Militare. A parlarcene è l’ecologo Giuseppe Nascetti, docente presso la facoltà di Scienze di Viterbo e prorettore dell’Università della Tuscia. È stato lui, con la sua equipe di lavoro, a scoprire i quantitativi di arsenico nei sedimenti del lago.


Inizialmente assieme all’Arpa. Poi “con i colleghi dell’Enea”. “Per amor di patria – ci ha detto – Non per cercare i colpevoli, ma solo per capire. Il compito della scienza: comprendere i fenomeni per conoscere cosa è avvenuto. Un servizio dell’Università al territorio”. Due semplici carotaggi a circa 40-50 metri di profondità e nel bel mezzo del bacino lacustre. Il primo nell’inverno del 2009, il secondo sul finire della primavera del 2010. Senza nemmeno una lira a disposizione. Infine l’interesse della Regione, ma l’affidamento delle ricerche all’Arpa che per dare i risultati s’è presa tempo fino al 2013. E un finanziamento di diverse migliaia di euro. “A noi sarebbero bastati 6 mesi. Se le ricerche fossero partite immediatamente – ha aggiunto – oggi avremmo i risultati della caratterizzazione geochimica di tutto il bacino”. E sapremmo pure chi ringraziare per questi valori che, come ha sottolineato Nascetti, sono “inimmaginabili e al di là d’ogni aspettativa”. “Il bacino del lago – ci ha poi spiegato – è come una conca che raccoglie tutto quello che entra nelle acque. Con il carotaggio del 2009 abbiamo riscontrato una presenza media di arsenico pari a 700 milligrammi per chilo. Con il secondo abbiamo invece suddiviso il sedimento in due parti. In quella superficiale e più recente, il dato è di 300 milligrammi. Più in profondità arriva quasi a un grammo per chilo di terra”. Una quantità enorme “che deriva sicuramente dall’intervento dell’uomo. Ma per sapere a quale periodo risale dobbiamo analizzare il tutto con il Carbonio 14”. Una tecnica che permette di capire la data esatta in cui il deposito di arsenico è avvenuto. “Tuttavia non in questi ultimi anni”. La “Chemical city” potrebbe avere qualche responsabilità? “Non lo sappiamo – precisa Nascetti – Dobbiamo avere in mano dati certi prima di proporre soluzioni”.

A quanto pare, però, nella zona militare c’era un impianto di produzione e diversi materiali tossici. È possibile che la loro lavorazione abbia prodotto dei reflui? “E’ probabile – risponde – E se così fosse, chi controllava i reflui dei prodotti chimici? Questa lavorazione, ha sversato o no nel bacino?”. Ci sono dei tubi che dall’area militare arrivavano al lago? Aggiungiamo noi.

Non solo, ma “c’è pure un’altra ipotesi. Secondo la testimonianza di alcuni anziani del posto sembra che le truppe naziste abbiano buttato dei bidoni nel lago di Vico prima di abbandonare la zona occupata nel 1943”. Infine, un altro dato che solleva ulteriori dubbi. Ce lo fornisce ancora una volta Nascetti. “Anche l’acqua di falda di Punta del Lago – molto vicina alla zona militare – ha una concentrazione d’arsenico decisamente elevata. Pari a 300 mcg per litro”. Dovuta a cosa? Semplice…“alla mano dell’uomo”. Daniele Camilli & Roberto Pomi

https://i2.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/80/Freiheitsbaum.jpg

 

Comitato Provinciale Viterbo
3 settembre 2011
Lettera aperta alle Istituzioni in indirizzo
Gentili signori,
desideriamo richiamare la vostra attenzione sul grave problema che in questo particolare periodo si verifica nei paesi attorno ai Monti Cimini ed in particolare nella conca del lago di Vico. E’ iniziata da alcuni giorni la raccolta delle nocciole con macchine aspira nocciole. Tale sistema di raccolta comporta, la immissione nell’aria di enormi quantità di polvere, che oscurano il cielo, creando una cappa ben visibile dall’alto. Tale polvere che contiene anche i residui delle lavorazioni agricole, prodotti chimici, diserbanti, si deposita dappertutto ed è ben visibile anche nell’acqua del lago di Vico. Riteniamo questo fatto molto dannoso per la salute in primis degli agricoltori e della popolazione. Da tempo abbiamo richiesto alle istituzioni e alle associazioni degli agricoltori che s’impegnassero per la soluzione di questo problema con sistemi abbatti polvere. Rinnoviamo tale richiesta e chiediamo inoltre che venga disposta la misurazione delle polveri sottili che
circolano nell’aria dei Monti Cimini ed in particolare nella conca del lago di Vico. Quella che vi sottoponiamo è una vera e propria emergenza sanitaria che riteniamo debba essere affrontata con urgenza senza dilazioni, in attesa della pioggia. Vi invitiamo pertanto a valutare attentamente la necessità di provvedimenti urgenti a difesa della salute degli agricoltori e dei cittadini.
Raimondo Chiricozzi

ASSOCIAZIONE ITALIANA CULTURA E SPORT
Comitato provinciale Viterbo
Tel.0761626783 – 3683065221 Email: viterbo@aics.it
Via Resistenza, 3 01037 Ronciglione VT
Al Ministro della Salute
Ministro dell’Ambiente
Prefetto di Viterbo
Sindaci dei Comuni dei Monti Cimini
Presidente della Regione Lazio
Assessore all’Ambiente Regione Lazio
Assessore Sanità Regione Lazio
Presidente della Provincia di Viterbo
Assessore Ambiente Provincia di Viterbo
Arpa Lazio
Arpa Lazio sezione Viterbo
ASL Viterbo Direttore Generale
ASL Viterbo Direttore Sanitario
ASL VT Dirett. Prevenzione Servizio Igiene e Sanità Pubblica
ASL VT Responsabile U.O.S.D. Servizio Igiene Alimenti e Nutrizione
Associazioni ambientaliste tutte
Organismi d’informazione

Borse: Europa in calo. Bene Tokyo. I media ci forniscono accurate informazioni, senza graficamente far apparire il segno meno. Ormai vanno di moda, all’insù o all’ingiù, solo le due cifre. E ancora: Case, allarme dei costruttori:”Senza credito mercato a picco”. E ancora: Anche le borse arabe calano in una giornata che vede i mercati finanziari arrestare la tendenza al rialzo dei giorni scorsi, per il timore di una recessione globale. E ancora: Investita dalla crisi finanziaria internazionale, la banca russa Globex, la 31/ma nel Paese per volume di capitali, ha sospeso la chiusura anticipata dei depositi dei suoi clienti, molti dei quali si erano affrettati a trasferire i loro risparmi nelle più sicure banche statali. E ancora: A Brinzio, nel Varesotto, in via Indipendenza c’erano alcune sagome di legno a misura d’uomo che raffiguravano alcuni bambini, erano loro che avevano realizzato le sagome nell’ambito di un progetto sulla sicurezza stradale di cui quattro di colore: nella notte i volti dei bimbi di colore sono stati ridipinti con vernice bianca da alcuni vandali. E ancora: Berlusconi al massimo del gradimento Tremonti, Gelmini e Brunetta le star.
Un suggerimento: fatevi ostinati come le capre e bevete a gargarozzo, acqua o chinotto, ma non bevete tutto quello che appare chiaro. Presto, cambierà colore…Ve lo scrivo da Capranica, la “cittadina fondata nel periodo etrusco e sviluppatasi sopra uno sperone di tufo a circa 370 metri di altitudine sul livello del mare, un’intera popolazione dispersa dalle invasioni post decadenza romana, che utilizzò le case, abbandonate e diroccate e ne fece rifugio per i pastori, i quali vi si stabilirono definitivamente con i loro greggi di capre, da cui il nome. Fino al 1676,si ripeterono atti di dedizione ai Papi, ricevendo in cambio esenzioni e benefici. E da allora, fu affidata la gestione a governatori laici che si successero per circa un secolo, fino alla conquista napoleonica.
In epoca moderna fu conquistata dalle truppe francesi e si adeguò alla nuova gestione amministrativa, che però prevedeva l’abitudine alla leva forzata, la partecipazione alle imprese militari del nuovo governo e la deportazione degli oppositori e degli affezionati all’Ancien Régime. Capranica eresse il proprio Albero della Libertà, abbattuto nel 1799, e l’aquila dorata, pacificamente trasportata nel Duomo. Più tardi fu conquistata dalle armate guidate dal Principe di Sassonia che organizzò un governo provvisorio del quale fecero parte distinti membri della borghesia locale. Più tardi passò anche Mazzini, diretto a Roma, che ne conservò un vivido ricordo; ed infine le milizie del Re d’Italia, che vi entrarono il 17 settembre 1870.
Si conclude a questa data, la pagina storica dell’ Encyclocapranica: Capranica sparita…rimane la Neri, sotto la rocca. Quella che se la bevi, ne ribevi. Non è la Coca Cola, ma è buonissima, è un chinotto, un agrume originario della Cina meridionale, viene innestato soprattutto su arancio amaro… L’acqua di Capranica, non è più la meravigliosa acqua leggermente minerale decantata nei secoli, Petrarca ospite compreso. Per adattarsi alle normative europee, si scopre che è ricca a dismisura di arsenico. Paghiamo le tasse come se lo fosse e la si compra, per berla, al supermercato. Io ho imparato, perchè qualcuno mi ha insegnato, mi ha indicato la via, a prenderla, l’acqua, in una fonte poco distante, 15 minuti dal paese, perchè quì di acque ce ne sono meravigliose, ancora…la Via…c’è la Francigena, ancora, che ci passa sotto. Nelle cantine e grotte riadattate, ora vivono “gli stranieri”, i pendolari romani…

Noi lo sappiamo ma tanti no, tanti che dovrebbero vedere e mostrarci quanto ancora di buono rimane, quanto la terra ci offre. Le capre non ci sono più, ma hanno fatto la storia dell’ostinazione e della resistenza di un popolo, sta a noi, interpretare il passato, per affrontare il presente.

 

IL SINDACO DI PESARO SI MUOVE, IL NOSTRO NO

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Nell’ultimo mese da Pesaro sono partite nuove richieste di informazioni e intervento per i residuati bellici abbandonati davanti alla costa: una lettera di sollecito del sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli e una interrogazione parlamentare del deputato del PD Oriano Giovanelli, già sindaco della città.
 
 
Interrogazione parlamentare dell’On. Oriano Giovanelli
 
Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della difesa.
 
– Per sapere – premesso che: si apprende da un libro-inchiesta di Gianluca Di Feo«Veleni di Stato» (Edizioni Rizzoli 2009) che nel luglio 1944, 1316 tonnellate di iprite sono finiti nei fondali davanti alle coste marchigiane, in particolare davanti alle baie di Fano, Pesaro e Gabicce all’interno di 4300 bombe d’aereo C500T catturate dalla Luftwaffe in una base di Urbino; sono materiali altamente tossici che pare siano ancora imprigionati nei fondali dell’Adriatico e che rilasciano lentamente il loro veleno in mare; il libro qui sopra citato è ampiamente documentato grazie agli studi e approfondimenti sugli archivi della Luftwaffe di Carlo Gentile, consulente delle principali inchieste giudiziarie sulle stragi naziste in Italia e docente dell’università di Colonia;
 
– L’unità comandata dal maggiore Meyer nascose nel deposito di Urbino notevoli quantità di ordigni, ma il 19 dicembre 1943 si indica dalla relazione di Hitler che dovevano essere spostati in Germania. Muovere le sostanze letali, per di più in periodo di guerra, era molto difficile; nel luglio 1944, quando il comando tedesco dispose» l’immediata evacuazione del deposito di Urbino senza riguardi per le possibili conseguenze», vennero trasportati con dei camion a Fano e a Pesaro alla vigilia dell’offensiva sulla Linea Gotica e fatti svuotare di notte in mare da squadre speciali 84 tonnellate di armi chimiche mortali, conservate da involucri difettosi hanno poi rilasciato lentamente nelle acque dell’Adriatico le sostanze tossiche;
 
– nella seduta pomeridiana della Camera dei deputati del 20 novembre 1951, in risposta a una interrogazione dell’onorevole Capalozza, il Sottosegretario alla Marina mercantile, onorevole Tambroni, confermava la presenza di tale arsenale nei fondali e individuava anche le coordinate dei siti ove si sarebbero trovate almeno una parte delle bombe, ma da allora nulla si è fatto per la bonifica dell’area, né tantomeno è stato oggetto di discussione in ambito parlamentare;
 
– il sindaco di Pesaro, Luca Ceriscioli, in data 10 marzo e 30 aprile 2010 ha inviato al Ministro della difesa due lettere per sollecitare spiegazioni e provvedimenti sopra in oggetto;
in data 21 giugno 2010 il sottosegretario alla difesa, onorevole, Giuseppe Cossiga, rispose al sindaco sostenendo che il dicastero «ha promosso i pertinenti approfondimenti» e che le ricerche e le bonifiche dell’area sono state portate a termine tra il 1945 e il 1950 -:
 
– se il Ministero della difesa, come da lettera del sottosegretario Cossiga citata in premessa, possa assicurare che i tratti di costa bonificati negli anni cinquanta sono aree bonificate corrispondenti ai siti di Fano, Pesaro e Cattolica;
 
– se non consideri opportuno a distanza di anni, usare nuove tecnologie di bonifica sperimentate in altri siti; se non si intenda provvedere con urgenza a un monitoraggio della situazione attuale e se non si intenda ricorrere ai fondi di cui al decreto ministeriale n. 308 del 2006 finalizzati al risanamento di aree inquinate. (4-11571
 
 
 
Lettera del Sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli
Oggetto: bombe all’Iprite nei fondali del mare davanti a Pesaro
 
 
Gentile On. Sottosegretario,
con lettera del 21 giugno 2010 Lei ebbe la cortesia di rispondere a due mie precedenti lettere inviate al Ministro La Russa in merito a quanto indicato in oggetto.
Lei mi rassicurava circa una bonifica effettuata dalla Marina Militare tra il 1945 ed il 1950 e sottolineava la dubbia utilità di ulteriori attività per la verifica sui fondali in questione.
Tuttavia dalle nostre ricerche non si trova traccia in documenti storici della bonifica fatta e del quantitativo di “fusti e bombe ad aggressivi chimici” recuperati e neutralizzati; per di più a livello locale non c’è memoria di tale bonifica.
In allegato trasmetto una mappa che il National Archives di Londra ha recuperato dai documenti dell’esercito tedesco che nell’estate 1944 scaricò gli ordigni bellici nei siti le cui coordinate sono segnate sulla mappa stessa.
Sarebbe dunque interessante verificare se le bonifiche fatte hanno riguardato i siti che interessano la nostra comunità.
In ogni caso, approfittando della Sua cortese disponibilità, faccio presente un altro fatto: ci risulta che in alcune località interessate da analoghi problemi (esempio più importante Molfetta) si siano fatti negli ultimi tempi controlli con apparecchiature più moderne ( certamente non disponibili nell’immediato dopoguerra) in grado di rilevare puntualmente tali ordigni; grazie a queste nuove indagini sono state attivate bonifiche che hanno portato al recupero di migliaia di bombe.
Nell’ottica di fugare ogni preoccupazione circa la presenza di tali ordigni fonte permanente di pericoli per la salute pubblica, sono a chiedere di prendere in seria considerazione la possibilità di un controllo sui nostri fondali mediante queste apparecchiature.
Sono certo che vorrà dedicare tutta l’attenzione che merita a questo problema e farci avere una positiva risposta.
RingraziandoLa per la gentile disponibilità, Le porgo i miei più distinti saluti.
 
Luca Ceriscioli
Pesaro, 29 marzo 2011

BASTA CON I VELENI DI STATO. NASCE IL COORDINAMENTO NAZIONALE BONIFICA ARMI CHIMICHE

 Gavetone_210808_013_LR_MOD L’ITALIA VITTIMA DELLE ARMI CHIMICHE FA SENTIRE LA SUA VOCE, NASCE IL COORDINAMENTO DEI COMUNI CONTAMINATI DAGLI ARSENALI SEGRETI
 
 
Il conflitto in Libia rilancia l’allarme sullo spettro delle armi chimiche, accumulate da Gheddafi in grande quantità. Ma ci sono molti comuni italiani che da almeno settant’anni sono vittime degli stessi veleni. Dalla Tuscia alla Lombardia, dalle Marche alla Campania, dal Lazio alla Puglia, terreni, stabilimenti e discariche sottomarine continuano ad ospitare l’eredità del colossale arsenale di armi chimiche creato dal fascismo e nascosto da tutti i governi della Repubblica.
Adesso un gruppo di associazioni, comitati e movimenti ha deciso di riunirsi per chiedere che questa scia di morte venga spezzata, invocando che venga finalmente fatta chiarezza sui rischi di questa bomba ad orologeria sepolta nel mare e nel terreno del nostro paese.
E’ nato nella sede regionale di Legambiente Lazio il “Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche" per il monitoraggio e la bonifica dei siti contaminati da ordigni bellici chimici inabissati o interrati durante e dopo il secondo conflitto mondiale .

Il Coordinamento è formato dai rappresentati di alcune realtà operanti nelle zone più colpite in Italia: Lago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica. Presto entreranno a far parte del coordinamento nuove realtà in rappresentanza di altre aree  fortemente colpite in Lombardia, Piemonte, Lazio e Abruzzo. 

 
Il problema di questi residuati bellici ha origini lontane ma effetti ancora attuali. L’arsenale chimico venne creato dal regime fascista all’inizio degli anni ‘30 ed è stato il cuore di un programma industriale di armamento colossale, con impianti per distillare gas letali come iprite, arsenico e fosgene in decine di fabbriche costruite dalla Puglia alla Lombardia.
Durante la guerra a questa sterminata riserva di ordigni mortali, solo in minima parte usata nelle spedizioni coloniali di Libia ed Etiopia, si aggiunse una scorta mostruose di bombe chimiche trasferita in Italia dagli Alleati.
Alla fine del conflitto queste armi sono state nascoste e dimenticate, senza bonificare i siti dove si producevano o le discariche dove sono state sepolte. Una quantità colossale di ordigni è stata gettata in mare dagli americani davanti alle coste di Ischia e a quelle di Molfetta, dai tedeschi davanti a quella di Pesaro mentre l’esercito italiano ha continuato a custodire e sperimentare i gas letali nei boschi del Lago di Vico e persino nel centro di Roma, a pochi passi dalla Sapienza.
Quelle armi sono state progettate per resistere nei decenni e mantengono ancora oggi i loro poteri velenosi, soprattutto l’arsenico che si è disperso nei suoli come dimostrano le analisi condotte dalle forze armate nella zona del Lago di Vico o gli esami degli organismi sanitari a Melegnano (Milano).

Questa realtà è stata svelata nel volume-inchiesta “Veleni di stato” del giornalista Gianluca Di Feo, pubblicato da Rizzoli nel 2009, che porta a conoscenza documenti inediti e secretati e dà voce a denunce inascoltate e testimonianze dirette.
Grazie a questa pubblicazione, scrupolosa e mai smentita, molti comitati locali che avevano già iniziato un lavoro di ricerca e di denuncia sui danni ambientali e sulle conseguenze per la salute dei cittadini, hanno trovato la conferma a quanto sostenevano da tempo; ma soprattutto hanno preso coscienza del carattere nazionale di questo enorme problema, tuttora nascosto alla maggior parte delle persone, e hanno deciso di unirsi in unico Coordinamento Nazionale per rafforzare le azioni e le richieste di monitoraggio e bonifica portate avanti dalle singole realtà, tuttora eluse da laconiche risposte del Ministero della Difesa che continua a negare informazioni e collaborazione.

Molfetta è rappresentata nel coordinamento nazionale dal Movimento “Liberatorio Politico” che già dal luglio 2008 ha chiesto al Sindaco Senatore Antonio Azzollini informazioni ufficiali sullo stato di salute del nostro mare e dei report informativi sulla natura dei residuati bellici recuperati nelle acque del nostro mare. Non avendo ricevuto mai risposte, il Liberatorio Politico ha denunciato il Sindaco alla Procura di Trani, Carabinieri e Prefettura con un documentato esposto il 19 agosto 2009; ad oggi anche da loro nessuna risposta.
Il Coordinamento è aperto al contributo di tutti. Ha attivato un sito internet all’indirizzo www.velenidistato.it, che per ora si collega ad un blog. L’indirizzo mail generale è  info@velenidistato.it; inoltre è presente come “Veleni di Stato. No grazie!” su Facebook e su YouTube all’indirizzo www.youtube.com/user/velenidistato. In attesa di attivare l'indirizzo locale (molfetta@velenidistato.it) è possibile contattare per informazioni il coordinatore del Liberatorio Politico, Matteo d'Ingeo, all'indirizzo mattingo@libero.it  .

Gli allegati che sono stati presentati con l'esposto.

All. n. 1
http://liberatorio.splinder.com/post/17909967/La+salute+prima+del+porto

All. n. 2 – lettera del 13 agosto ma protocollata il 20 agosto 2008
http://liberatorio.splinder.com/post/18075328/Lettera+aperta+al+Sindaco+Azzo

All. n. 3 – lettera del 28 luglio e protocollata il 29 luglio 2009
http://liberatorio.splinder.com/post/21039310/Tra+bombe+chimiche+e+alghe+tos

All. n. 4 –   lettera Arpa del 25 agosto 2008
http://liberatorio.splinder.com/post/18170648/Presenza+bombe+all’iprite%2C+r

All. n. 5
http://www.molfettalive.it/news/news.aspx?idnews=6462

All. n. 6
http://www.marina.difesa.it/attivita/operazioni/bonificalitorale/index.htm

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Rassegna stampa e Blog:

Veleni di stato. Anche Molfetta nel "Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche"
http://www.molfettalive.it/news/Attualità/15279/news.aspx#main=articolo

“Via da Molfetta gli ordigni bellici”
http://www.barisera.net/site/“via-da-molfetta-gli-ordigni-bellici”-26806.html
 
BASTA CON I VELENI DI STATO. NASCE IL COORDINAMENTO NAZIONALE BONIFICA ARMI CHIMICHE
http://liberatorio.splinder.com/post/24362413/basta-con-i-veleni-di-stato-nasce-il-coordinamento-nazionale-bonifica-armi-chimiche
 
Nota del Liberatorio Politico sulle contaminazioni da armi chimiche
http://www.laltramolfetta.it/pages/news_zoom.asp?id_news=8337
 
MOLFETTA. Movimento "Liberatorio Politico": basta con i veleni di Stato
http://www.molfetta.ilfatto.net/index.php?option=com_content&view=article&id=9878:molfetta-movimento-qliberatorio-politicoq-basta-con-i-veleni-di-stato&catid=36:Politica&Itemid=57
 
Armi chimiche, anche Pesaro nel coordinamento  per la bonifica
http://www.ilrestodelcarlino.it/pesaro/cronaca/2011/03/29/481186-armi_chimiche_anche_pesaro.shtml
 
Ambiente: nasce coordinamento nazionale bonifica armi chimiche
http://napoli.repubblica.it/dettaglio-news/19:02-19:02/3942538
 
 
Nasce il coordinamento dei comuni colpiti dagli arsenali segreti, Pesaro tra i promotori
http://www.viverepesaro.it/index.php?page=articolo&articolo_id=288098

Bonifica armi chimiche, il coordinamento nelle Marche
http://www.7×4.it/index.php/pesaro/8345-bonifica-armi-chimiche-il-coordinamento-nelle-marche

ARMI CHIMICHE ABBANDONATE, NASCE IL COORDINAMENTO DEI COMUNI INQUINATI
http://blog.libero.it/massimocoppa/commenti.php?msgid=10052573&id=61845

Nasce il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche
http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/2011/03/28/bioregionalismo_e_
bonifica_amb.html

 
Legambiente Lazio aderisce a coordinamento per monitoraggio e bonifica di siti contaminati da ordigni bellici chimici
http://www.ontuscia.it/e107_plugins/content/content.php?content.4096

Arsenico, l'allarme di Legambiente: "La colpa è dei residuati bellici"
http://www.ilgiornaledellaprotezionecivile.it/?pg=1&idart=3089&idcat=1

Nasce il coordinamento dei Comuni contaminati dagli arsenali segreti. Pesaro tra i promotori
 http://www.cronacheanconetane.it/2011/nasce-il-coordinamento-dei-comuni-contaminati-dagli-arsenali-segreti-pesaro-tra-i-promotori/

Basta con i veleni di stato
http://www.gruppocinqueterre.it/node/763
 
E' NATO

http://www.listecivichemarche.it/lcm/index.php?option=com_k2&view=item&id=79:e-nato
 

Gheddafi, le bombe chimiche

jpg_2147635L'impianto nucleare dismesso di Tajoura, vicino Tripoli, dove sono stati abbandonati i container di uranio arricchito. Foto: courtesy Google Earth e Isis

Tonnellate di armi non convenzionali. Nascoste nel deserto. E i cablo rivelano che negli anni scorsi il Rais ha solo fatto finta di distruggerle. Invece sono ancora lì. E possono essere usate nel conflitto in corso

di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi – espresso.repubblica.it

Che ci siano è l'unica certezza. Da qualche parte nel deserto libico sono nascoste molte tonnellate di armi chimiche. Gheddafi non è in grado di scagliarle contro l'Italia o contro le navi occidentali: non ha missili a lunga gittata per minacciare la Sicilia o la flotta internazionale.

Ma nessuno può escludere che granate cariche di gas vengano sparate dai cannoni contro le truppe ribelli o contro installazioni petrolifere europee. O sparse nelle città della rivolta. Un terribile gesto dimostrativo, che provocherebbe danni limitati ma obbligherebbe le truppe della coalizione a fronteggiare lo spettro della guerra chimica, indossando tute integrali e sigillando gli scafi. Un gesto folle, che nemmeno Saddam Hussein hai mai osato. Ma proprio i file di WikiLeaks rivelano come il leader di Tripoli sia sempre pronto a iniziative lontane da qualunque logica.

Poco più di un anno fa lasciò sette container di uranio altamente arricchito sotto il sole micidiale della Libia. Un incubo, con rischi ambientali e pericoli di furto enormi. Quei materiali, residuati del delirio nucleare portato avanti dal dittatore fino al 2003, dovevano essere trasferiti all'estero in base agli accordi sul disarmo. Ma sono stati bloccati e volontariamente messi all'aria torrida nell'autunno 2009, provocando brividi tra scienziati e 007 americani. Perché? Un dispetto: un capriccio radioattivo.

I file dell'ambasciata americana spiegano che il capo della Jamahiria voleva vendicarsi per uno sgarbo subito durante la visita al palazzo dell'Onu di New York: gli era stato vietato di piantare la sua tenda beduina a Central Park. E come rappresaglia lui ha lasciato l'uranio altamente arricchito alla mercè di intemperie, ladri e terroristi: "C'era una sola guardia, armata di fucile e non si sa nemmeno se era carico…".  Advertisement

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Chi può escludere che una figura così imprevedibile, di fronte alla fine del suo impero, non possa essere tentata dall'usare i gas? L'intelligence statunitense ritiene che oggi Tripoli disponga di almeno dieci tonnellate di iprite: la sostanza più semplice da impiegare, che distrugge pelle e polmoni. Gran parte del veleno sarebbe stoccata in un bunker 500 chilometri a sud della capitale: l'ultima scorta di un arsenale che la Libia ha cominciato a distruggere dal 2004 in poi, dopo avere sottoscritto una serie di accordi per ottenere la fine dell'embargo.

Prima sono state smantellate 3.500 bombe d'aereo e proiettili da cannone con testate per i gas. Poi è stata la volta delle riserve di pozioni letali: hanno neutralizzato più di una tonnellata di nervino, il composto più moderno che uccide paralizzando il sistema nervoso, e almeno dieci tonnellate di iprite, spesso chiamata gas mostarda per l'odore che segnala la presenza del killer invisibile. L'operazione di pulizia doveva essere completata nel dicembre 2011. E i sospetti che il raìs possa avere barato – occultando agli ispettori stock di ordigni – sono forti.

I cablo della diplomazia americana – ottenuti da WikiLeaks e che "l'Espresso" pubblica in esclusiva – mostrano quanto siano state complicate le trattative sul disarmo, che il despota di Tripoli ha spesso trasformato in un suk. Negli anni Ottanta Gheddafi aveva avviato un ambizioso programma di impianti chimici e nucleari. Il simbolo era lo stabilimento di Rabta, costruito da aziende occidentali e soprattutto tedesche. Poi l'invasione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno convinto il Colonnello a rinunciare ai suoi cavalieri dell'Apocalisse, aprendo le porte agli ispettori internazionali e comiciando la distruzione dei gas.

I libici, maestri levantini delle contrattazioni, hanno chiesto che fosse l'Occidente a pagare il disarmo. L'operazione più complessa riguarda proprio la fabbrica di Rabta, dove si sarebbero distillate fino a 40 tonnellate di veleni mortali ogni mese. L'Italia vorrebbe trasformarla in uno stabilimento per confezionare farmaci. Ma dai cablo dell'ambasciata americana di Roma emerge come la Germania "avrebbe voluto vedere Rabta distrutta piuttosto che riconvertita perché quella struttura rappresenta un dilemma per i politici tedeschi" a causa dei loro "passati trasferimenti "illegali" di materiale e delle ricadute politiche". In pratica: radere al suolo i macchinari per ripulirsi la coscienza.

La voglia di disinnescare gli ordigni di Gheddafi apre un'asta tra le capitali per finanziare la bonifica. Ma i libici fanno i furbi e sfruttano ogni pretesto per prendere tempo e soldi. Nel 2007 i francesi rimangono interdetti: sapevano che la Libia aveva in ballo due proposte. Una da Washington, "costosa, ma in parte finanziata" dagli stessi americani; un'altra da Parigi che "prevedeva assistenza tecnica, senza alcun finanziamento". Invece Tripoli "aveva già deciso di scartare le proposte italiane e tedesche e sembrava mettere le offerte di Usa e Francia una contro l'altra cercando di ottenere l'accordo più vantaggioso".

Poi, però, i francesi scoprono che gli americani sono stati scaricati "a favore di un'azienda europea" e cominciano a sospettare delle manovre libiche: si chiedono se sia stato veramente firmato un contratto per cancellare le armi chimiche. "Dato lo scarso livello di sicurezza nel loro depositi la situazione è già preoccupante". Qualche mese dopo sono gli italiani a rimanere spiazzati, quando scoprono il gioco delle tre carte dei libici, che "si erano già assicurati i finanziamenti dagli Stati Uniti per lo stesso progetto". In pratica, si teme che Gheddafi si sia fatto pagare due volte per lo stesso lavoro, senza nemmeno completarlo. Nel 2008 il governo di Roma spiega di essersi impegnato "in due programmi: la conversione in azienda farmaceutica di un ex fabbrica di produzione di armi chimiche, a cui l'Italia lavora fin dal 2003-2004, e la costruzione di un impianto per la distruzione degli ordigni".

Quanto ad ambiguità, anche a Roma però non scherzano. Dichiarano di non essersi occupati dell'impianto che deve smontare bombe e granate: "Quest'ultima struttura, vede impegnata un'azienda privata italiana, senza alcun coinvolgimento del governo, che sa poco degli accordi tra la ditta e la Libia". Mentre l'ambasciata Usa è convinta che l'operazione sia stata gestita dalle autorità ministeriali e non sia affatto un affare privato.  Advertisement

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Ufficialmente, però, la buona volontà di Tripoli non viene messa in discussione. Nel luglio 2008 un team inglese visita Rabta e si dice "fortemente rassicurato… perché il governo libico era stato trasparente sulle sue attività di riconversione e distruzione". Sul nucleare invece Gheddafi sembra essersi calmato dal 2003, quando aveva tentato di acquistare altre centrifughe per arricchire l'uranio, ma un blitz dei servizi britannici e americani intercettò la spedizione nel porto di Taranto.

Nel maggio 2004 tutto è dimenticato. Il sottosegretario dell'amministrazione Bush, John Bolton, incontra il ministro degli Esteri del Vaticano, monsignor Giovanni Lajolo, e gli racconta: "Gheddafi ha collaborato pienamente e ha permesso agli Usa e all'Inghilterra di trasportare tutto l'equipaggiamento atomico negli States. Ha dimostrato come un Paese può abbandonare il suo programma nucleare e ricavare benefici dalla cooperazione con la comunità internazionale".

Ma allora come oggi, più di bombe chimiche e atomiche Roma teme un'altra minaccia "di massa" diretta contro le nostre coste: "L'Italia", registra un cablo, "è più preoccupata per l'immigrazione dalla Libia che per le armi di distruzione di massa".

La guerra partirà da qui

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di Gianluca Di Feo – espresso.repubblica.it

Poggio Renatico, provincia di Ferrara: sarà questa base dell'aeronautica il comando degli attacchi Nato alla Libia. Un grande bunker sotterraneo su tre livelli da cui la coalizione internazionale coordinerà i bombardamenti

 

Sarà una guerra in subappalto, la prima mai realizzata. Ci sono stati conflitti affidati a mercenari e contractors, ma non si era mai vista un'operazione bellica "per conto terzi". Eppure l'unica strada per continuare la campagna aerea sulla Libia sembra essere questa: delegare la gestione dei raid al comando Nato, che si comporterà come un service agli ordini di altri organismi politici tutti da inventare.Non sarà il vertice politico della Nato a guidare l'attività militare come accadde in Bosnia, nel Kosovo e come avviene ogni giorno in Afghanistan. E non saranno nemmeno gli americani, seppur integrati da alcuni alleati, come fu nel 1991 e nel 2003 contro l'Iraq. E non saranno neppure le Nazioni Unite come in Somalia nel 1992. 

In questi giorni si sta definendo una struttura inedita, che tenterà di mettere ordine nella confusione dell'armata occidentale, sfruttando le capacità tecniche dell'Alleanza atlantica. 

 

L'Italia spinge perché "l'appalto" venga affidato alla base ferrarese di Poggio Renatico: un grande bunker dove hanno sede il comando delle nostre forze aeree (Cofa) e lo stato maggiore Nato che coordina gli stormi sul fronte Sud dell'Alleanza, indicato con l'acronimo Caoc-5. In tal caso, la regia sarebbe in mano a un ufficiale italiano: il generale Carmine Pollice, che comanda entrambi gli organismi. 

 

Pollice è un pilota formato in Canada, che ha diretto strutture internazionali, ha preso parte alla pianificazione delle incursioni sulla Bosnia e oggi presiede il Consiglio superiore delle Forze Armate, che "consiglia" il ministro La Russa sulle questioni chiave: il profilo ideale per farsi carico della campagna. Agli americani, ansiosi di liberarsi della responsabilità di questa strana guerra, la soluzione piace: la base italiana verrebbe integrata nel dispositivo Nato di Napoli, dove la stanza dei bottoni è in mano a un ammiraglio statunitense. 

 

Le resistenze vengono da francesi e britannici, gelosi della loro leadership nelle operazioni contro Gheddafi, e da alcuni membri dell'Alleanza, come Turchia e Germania, che non vogliono essere coinvolti nel conflitto. Ma subappaltare al "Nato service" la gestione dei raid al momento è l'unica ipotesi concreta per evitare che le incursioni della coalizione si trasformino in un tiro al bersaglio senza coordinamento, con gli stormi di differenti nazioni che fanno a gara tra loro. 

 

Il cuore della base di Poggio Renatico è una centrale sotterranea su tre livelli, dove arrivano sugli schermi le informazioni raccolte dalle postazioni radar lungo le coste della Penisola, dalle navi della flotta nel Golfo della Sirte, dai grandi occhi elettronici volanti Awacs, dai satelliti e dagli aerei spia senza pilota. Praticamente tutto il cielo del Mediterraneo è sotto controllo ed è possibile collegarsi con qualunque unità aerea o navale coinvolta nell'operazione. 

 

Nei bunker lavorano insieme ufficiali di tutti i paesi della Nato, formando uno staff addestrato proprio per analizzare i dati sulle forze libiche, individuare i bersagli prioritari, decidere con quale mezzo attaccarli e quindi pianificare l'incursione. Il tutto dopo avere ricevuto il via libera dalle autorità politiche. Ai tempi del Kosovo, Poggio Renatico dipendeva dal vertice politico della Nato. Adesso si dovrà inventare un direttorio, designato dai governi che prendono parte all'iniziativa contro Gheddafi. 

 

Ci saranno rappresentanti americani, francesi, inglesi, italiani, spagnoli, belgi, danesi e canadesi con un equilibrio di poteri che deve essere ancora definita. Questo tavolo politico fornirà le indicazioni sul futuro della campagna. Perché la parte più difficile deve ancora cominciare. Missili e bombe hanno praticamente distrutto tutti gli obiettivi fissi del regime di Tripoli: hangar, radar, postazioni missilistiche fisse, depositi, caserme.

 

La no-fly zone è stata imposta su tutta la costa libica: il cielo è dominato dalle squadriglie della coalizione. Adesso bisogna dare la caccia ai mezzi corazzati e ai semoventi che sono appostati tra i palazzi delle città riconquistate dall'esercito fedele a Gheddafi e dai centri della Tripolitania più legati al colonnello. Una missione che obbliga i jet occidentali ad abbassare la quota, esponendosi al tiro di mitragliere e dei piccoli missili portatili a guida infrarosso. Ma che soprattutto aumenta i pericoli di danni collaterali alla popolazione, con il rischio di colpire quei civili che la risoluzione Onu 1973 ha chiesto di proteggere.
 

Dopo avere sopportato il peso della prima ondata, scagliando oltre 150 cruise e schierando un centinaio di aerei, oggi Obama vuole ridurre l'impegno del Pentagono. In primo piano ci saranno gli europei, soprattutto l'asse franco-britannico che attacca dagli aeroporti corsi, siciliani e ciprioti oltre che dalla portaerei De Gaulle. Accanto a loro gli italiani, con Tornado e gli Harrier a decollo verticale della portaerei Garibaldi; squadriglie di caccia spagnoli, danesi, canadesi e belgi. Unica componente esterna alla Nato sono i Mirage del Qatar, che hanno affiancato gli stormi francesi. Finora questa armata messa insieme di corsa ha preso ordini dagli Usa: un ammiraglio americano, affiancato da un vice britannico e uno francese, coordina le azioni dall'incrociatore statunitense Mount Whitney. I problemi non sono mancati, a partire dal primo assalto voluto da Sarkozy che ha spiazzato gli alleati. E la previsione di una lunga campagna, con gli aeroporti italiani sempre più in prima linea, adesso impone di rivolgersi alla Nato e al bunker ferrarese dell'Aeronautica 

Libia, l'assedio e le bombe

Ecco come gli americani e i francesi si stanno dividendo i compiti nell'attacco a Gheddafi: i primi bombardano attorno a Tripoli, i secondi in Cirenaica. Ma dal mare la coalizione può contare anche su navi italiane.

a cura di G. Di Feo

Il ruolo delle fabbriche di armamenti di Colleferro nella guerra libica

 

Foto La Repubblica 22 Marzo 2011

La Repubblica del 22 Marzo 2011(pp.10-11)

Le fabbriche di armamenti storicamente operanti a Colleferro hanno un ruolo da protagoniste anche nella guerra in corso in Libia?
È quanto ci sembra suggerire inequivocabilmente la foto che alleghiamo, con evidenziati i dettagli in questione, pubblicata su La Repubblica del 22 Marzo 2011(pp.10-11). In essi si legge chiaramente la sigla BPD e parzialmente SIMMEL(SIMM). In causa sarebbero, rispettivamente, BPD per le cariche di lancio delle munizioni di artiglieria da 155mm (1-16-84 verosimilmente indica la data del lotto di produzione; due anni prima del raid aereo americano su Tripoli); Simmel per il proiettile.
Il ruolo della Snia BPD di Colleferro, ora in amministrazione straordinaria, nell’aggiramento delle convenzioni internazionali sulle armi di distruzione di massa è stato evidenziato da G. Di Feo, Veleni di Stato, Milano 2009, BUR (in part. pp.47-48, 232-234). Vendita di armamenti, tra cui anche i 155mm all’Iraq di Saddam Hussein, poi modificati in loco grazie a disegni e test prodotti nei laboratori della Snia BPD, il tutto per costruire alcune delle più tristemente celebri armi chimiche, utilizzate poi dallo stesso dittatore nella guerra Iran-Iraq.
L’azienda madre di Colleferro aveva un mercato fiorente nel nord Africa, nel Mediterraneo
orientale e nella penisola arabica.
Come sarebbero arrivati i proiettili da 155mm in Libia?
Direttamente o tramite triangolazioni? Probabilmente in modo diretto nel periodo 1980-1986.
E anch’essi furono forniti con le modifiche e le istruzioni necessarie a trasformarli in vettori di gas chimici?
Essendo ormai accertato che la Snia BPD fornì all’Iraq proprio nei primi anni ’80 componentistica e tecnologia per assemblare armi in grado di alloggiare sostanze chimiche, è sensata la congettura che ciò sia avvenuto anche in altri paesi.
Come potrebbe essere verosimile anche la vendita di razzi Firos, come già avvenuto in Iraq, per lanciatori MLRS (Multiple Launch Rocket System), razzi con gittata dai 25 ai 30Km, anch’essi modificabili con gas chimici e oltremodo contenenti sub-munizioni che le identificherebbero come cluster bombs.
La stampa nazionale e internazionale dei giorni scorsi pullula di articoli sul cospicuo quantitativo di armi chimiche ancora in mano a Gheddafi, residuo di quanto non ancora distrutto in seguito all’intesa del 2003, quando la Libia riconobbe le proprie responsabilità civili per la strage di Lockerbie e terminò l’embargo stabilito dalla risoluzione 748/92 dell’ONU.
Per quanto riguarda la Simmel, sicuramente non si tratta dell’attuale formazione societaria, ma della vecchia azienda, fondata nel 1948 acquisita nel 1988dal gruppo Fiat con successivo passaggio societario alla Simmel Difesa SpA ora di proprietà Chemring Group PLC.
Gli armamenti che si riconoscono nella foto sono proiettili di artiglieria da 155mm con relative cariche modulari, fiore all’occhiello della produzione locale ed ancora nel catalogo on line alcuni anni fa (consultabile solo in area riservata dal 2004), in tre tipologie: standard range, long range, BCR (Bomblets Cargo Round ovvero Cluster Bombs).
Lo stesso dicasi per i razzi Firos dei quali 513 unità di ricambio sono state vendute dalla stessa Simmel Difesa SpA all’Arabia Saudita nell’anno 2006 (transazione bancaria su autorizzazione MAE 12457
).
Curioso che la legge 185/90, che regola il transito di armamenti, venne approvata proprio in seguito ad uno scandalo derivante dal coinvolgimento della filiale statunitense di una grande banca italiana nella vendita illegale di armi all’Iraq di Saddam Hussein.
Valuteremo l’opportunità di richiedere agli enti preposti che venga istruita un’indagine internazionale volta all’accertamento di eventuali arsenali di armi chimiche situati nei paesi che hanno usufruito della tecnologia bellica proveniente da Colleferro.
Ci auguriamo che i nostri concittadini aprano gli occhi sui perversi destini di morte e di ingiustizia potenzialmente o concretamente legati alle produzioni belliche cittadine.

RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO
 

www.retuvasa.org

Delfino si spiaggia in località Terza Cala


Foto: © Wwf Molfetta  – www.molfettalive.it

Dopo lo spiaggiamento di un delfino, avvenuto qualche settimana fa in località Torre Gavetone, nei giorni scorsi è stato rinvenuto un altro esemplare, sempre lungo la costa molfettese. 

Si tratta di un giovane esemplare di tursiope, con la pinna caudale mozzata, che, subito dopo le recenti mareggiate, si è spiaggiato in località Terza Cala, nei pressi di una sala ricevimenti. 

Alle operazioni di individuazione hanno partecipato il tenente Gaetano Camporeale, comandante del nucleo ambientale della polizia municipale di Molfetta, personale medico veterinario della Asl Bari e personale dell’Asm di Molfetta nonché il responsabile del centro di recupero tartarughe marine del Wwf Molfetta, Pasquale Salvemini. 

Attualmente si attende che una ditta autorizza recuperi la carcassa. 

In considerazione del ripetersi di eventi di tale genere lungo tutta la costa pugliese, il centro recupero del Wwf Molfetta ed il professor Nicola Zizzo, della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università Aldo Moro di Bari, hanno promosso un programma di ricerca sulla determinazione delle cause della morte di cetacei nell’Adriatico.

Molfetta, «Il peschereccio colato a picco incrociò una bomba»

di ANTONELLO NORSCIA – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Un’ora a colloquio col procuratore della Repubblica di Trani Carlo Maria Capristo e col sostituto Giuseppe Maralfa per spiegare perché l’affondamento del motopeschereccio «Francesco Padre» non sia stato causato da un’esplosione interna, ma da un ordigno presente in mare. Dinanzi agli inquirenti l’ingegnere navale Giuseppe Giusto Mastropierro ha ribadito la tesi sostenuta in tempi non sospetti ai lavori della commissione d’inchiesta della direzione marittima di Bari che pure cercò di far luce su quanto accadde la tragica notte del 4 novembre 1994 a 20 miglia dalle coste del Montenegro. 

Le sue conclusioni non furono condivise dalla commissione ma Mastropierro fece in modo che comunque fossero messe verbale. Oggi Mastropierro è perito della famiglia del comandante dell’imbarcazione Giuseppe Pansini e, tramite il legale della famiglia, ha chiesto di conferire coi pubblici ministeri. Per illustrare concretamente le sue conclusioni ha portato con sé il modellino di una nave; inoltre nell’ufficio di Capristo sono state proiettate alcune foto. 

La sua ricostruzione finisce ufficialmente nel fascicolo d’indagine riaperto a febbraio ma, almeno per ora, non induce i pm ad escludere le altre ipotesi sulle cause dell’esplosione che provocò la morte dell’intero equipaggio molfettese, composto anche da Saverio Gadaleta, Francesco Zaza, Mario De Nicolo e Luigi De Giglio. 

Mastropierro esclude dunque che l’affondamento sia stato causato dallo scoppio di materiale esplosivo che il Francesco Padre avrebbe trasportato illecitamente. 

Così come esclude che il peschereccio sia stato affondato da un’azione cruenta della malavita slava che potrebbe aver punito il mancato pagamento di una tangente sul pescato: fatto che non sarebbe stato episodico all’epoca considerati gli avvertimenti di cui in quel periodo sarebbero stati vittima altre imbarcazioni pugliesi, secondo quanto emerge da un fascicolo della DDA di Bari. Ed allora per Mastropierro il Francesco Padre si sarebbe imbattuto in una bomba ricoperta da materiale plastico scoppiata al transito lungo la rotta. 

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