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DALLA "CITTA' ILLEGALE" ALLA "CITTA' ETERNA", STORIA DELL'UOMO CHE VOLLE IL "MERCATO DELL'ABUSO DIFFUSO". PROSPETTIVE FUTURE.

 

logo LIBERATORIO 180x180

Oggi alle 18.30  – Sala B. Finocchiaro  
Fabbrica San Domenico – Molfetta

relazioneranno:

Michele Altomare 

Matteo d'Ingeo
 

Il Movimento “Liberatorio Politico” torna ad incontrare la città per fare il rendiconto dell’attività svolta negli ultimi mesi e per informare, senza bavaglio, sulle vicende cittadine di ordinaria illegalità.
A sei anni dalla sua nascita e dopo un’attività incessante di controinformazione svolta attraverso il proprio Blog (http://liberatorio.splinde
r.com/), nonostante le minacce, intimidazioni più o meno palesi, tentativi di censure ed isolamento vuole lanciare un messaggio a tutti i cittadini in prospettiva di possibili elezioni comunali anticipate.

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Era stato querelato per diffamazione via FB dal suo ex editore Giulio Cosentino

 

Ora si spiegano certi articoli sul suo giornale. Attenti a FB e attenti al lupo.

Roberto Morrione, un mese dopo.Libera Informazione riprende il suo cammino

roberto_morrionewww.liberainformazione.org

È trascorso un mese esatto da quel venerdì 20 maggio, il giorno in cui Roberto Morrione ci ha lasciato dopo una lunga battaglia, affrontata a testa alta contro la terribile malattia che ne minava la salute da tempo. Era un guerriero, come è stato ricordato il giorno dei suoi funerali e come un invincibile samurai si è battuto fino alla fine, con straordinaria lucidità. Il direttore non faceva mistero dei suoi problemi di salute, conscio come era del fatto che i problemi andavano affrontati e non nascosti. E per questo ha sempre guardato avanti: non per paura di sottrarsi al destino purtroppo scritto, non per la volontà di esorcizzare il male correndogli incontro, ma piuttosto per una questione di dignità, personale e collettiva. Pur avvertendo il peso della sua condizione, allo stesso tempo Roberto non voleva che il dolore personale lo sottraesse a quello che era stata una ragione di vita, il suo impegno per un giornalismo capace di raccontare la vita delle persone e contribuire a migliorarla. Non solo la denuncia di ciò che non andava o il racconto delle miserie umane, ma soprattutto la proposta capace di sollevare speranze e di mobilitare impegno.

In queste lunghe settimane di lui abbiamo rivisto interventi significativi e riletto parole importanti; di lui hanno scritto e detto tanti altri meglio di quanto noi stessi potremmo fare, ovviamente; di lui abbiamo parlato privatamente con amici e colleghi e anche pubblicamente, in occasione di alcune uscite già programmate prima della sua scomparsa. Impegni che sono stati mantenuti, come quello del “Premio Ilaria Alpi”, nonostante la morte nel cuore, compagna muta e dolente di questi giorni. Parlare di lui, ricordare il suo insegnamento, non solo professionale, ci permette di non sentirlo troppo lontano, ci offre la possibilità di rivivere, anche se per un attimo, le tante occasioni di scambio profondamente intellettuale e di incontro veramente umano che ci ha regalato.

In questo mese ne sono successe di cose importanti per il nostro Paese: dagli esiti imprevisti del ballottaggio per le elezioni amministrative, con la conquista di città importanti per il centrosinistra, da Milano a Napoli, passando per Bologna e Torino alla straordinaria cavalcata che ha portato, contro ogni previsione e bavaglio mediatico, all’esito positivo dei referendum. Di quest’ultimo risultato, in particolare, Roberto avrebbe gioito in quanto segno di quella volontà di cambiamento che ha segnato anche la linea editoriale di Libera Informazione. Linea editoriale che – va detto solo per inciso e non per gusto di polemica – non ha convinto qualcuno, anche all’interno di ambienti insospettabili, per la chiara denuncia del malaffare e della corruzione che ha ammorbato le istituzioni negli ultimi anni e per la ricostruzione puntuale dei danni provocati dall’incontro delle volontà di mafiosi e corruttori con quella di uomini che hanno tradito il giuramento di fedeltà allo Stato.

Raccontare la deriva delle istituzioni repubblicane, il mercimonio delle funzioni pubbliche non è stato per Roberto Morrione e Libera Informazione uno sfoggio di consunta moralità o la ricerca di un irrinunciabile scoop sulle escort nei palazzi del potere. Ritornare con caparbietà sul periodo del 1992/1993 per cercare di svelarne le trame non è stato per Roberto Morrione e Libera Informazione un vezzo intellettuale ma piuttosto il tentativo serrato di arrivare a trovare le prove dei fatti che hanno influenzato e continuano ad influenzare la vita della nostra democrazia. Per rievocare la tensione morale di Roberto Morrione in questa direzione, pensiamo alle parole scritte da un altro intellettuale di valore, Pier Paolo Pasolini per il Corriere della Sera il 14 novembre del 1974: «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere».

Anche Roberto sapeva e non voleva tacere di fronte allo scempio attuato in questi anni di ogni funzione pubblica da parte di chi avrebbe dovuto avere come unico riferimento la Costituzione e non il proprio tornaconto o le proprie depravazioni. Anche Roberto sapeva e non aveva mai smesso di cercare i tasselli che compongono il complicato mosaico di anni passati ma ancora incombenti. Lo aveva fatto anni fa, mandando in onda su Rainews 24 l’ultima intervista a Paolo Borsellino. Ci si dimentica spesso di questa decisione presa in solitaria, anche nei libri migliori che ricostruiscono con maggior puntiglio quegli anni, perché è quasi consolatorio pensare che in Rai nessuno ebbe il coraggio di fare quello che andava fatto e serve ad accreditare la giusta tesi della necessità di un servizio pubblico che sia veramente dalla parte dei cittadini. E invece Roberto si prese quella responsabilità difficile, difendendo poi a spada tratta quella scelta, come era giusto fare.

Abbiamo ricordato nel giorno dell’ultimo saluto, presso la sede della Provincia di Roma, che quella fu la prima decisione presa come direttore di Libera Informazione perché ne siamo convinti. Del resto, se si dipana il filo rosso della carriera professionale di Roberto Morrione, si troveranno molte tracce in direzione di un giornalismo al servizio della democrazia: dagli esordi con Enzo Biagi alla lunga carriera all’interno delle redazioni giornalistiche dei Tg della Rai, dalla coraggiosa inchiesta sulla P2 al lancio diRai International, per arrivare alla creatura di cui andava più fiero, Rainews 24. E non è un caso il coinvolgimento in questi anni nel percorso di Libera Informazione degli uomini e delle donne che lo hanno accompagnato nell’ultima avventura in Rai. Sono stati proprio i colleghi di Rainews i più vicini a Libera Informazione in questi giorni: le due ultime redazioni di Morrione insieme di strada ne faranno ancora molta.

E ancora, in questo mese senza Roberto, sono da registrare l’operazione Minotauro in Piemonte e l’avvio del processo alle cosche calabresi in Lombardia, colpite dal blitz del 2010 coordinato dalle DDA di Milano e Reggio Calabria. Per il nostro direttore sarebbero state la conferma della puntuale attenzione che ci aveva invitato a mantenere sulla colonizzazione dei territori del nord Italia da parte delle cosche. Quando incominciammo a scriverne eravamo in compagnia di pochi; quando lo scorso anno pubblicammo “Ombre nella nebbia” ci prendemmo anche dei visionari allarmisti, salvo poi vedere utilizzato il dossier dalle redazioni giornalistiche più quotate o per la stesura dei tanti libri usciti sull’argomento. Senza ovviamente citata la fonte. Roberto ne aveva sorriso compiaciuto, contento che il nostro lavoro servisse a movimentare altre inchieste, nuove attenzioni. Sulla necessità di approfondire il tema della presenza delle mafie al nord, torneremo nei prossimi mesi, con un’importante iniziativa in collaborazione con la Regione Emilia Romagna.

In fondo questo è uno dei tanti obiettivi raggiunti di Libera Informazione: raccontare quello che altri non raccontano, rilanciare le notizie che non arrivano al grande pubblico, creare rete all’interno di un mondo professionale dove il solista è la regola e la squadra l’eccezione. E, sempre in questo mese senza Roberto, è emerso con assoluta chiarezza la necessità di riforme che diano speranze agli italiani, soprattutto a quelli più giovani che chiedono lavoro e dignità, secondo i diritti sanciti dalla Costituzione. Ecco l’amore di Roberto per la Costituzione era pari a quello per la sua professione: il lavoro giornalistico per lui era un fattore di cambiamento civile. Così si spiegano i suoi impegni sindacali e politici e anche la stagione vissuta con Libera, con la nascita di Libera Informazione. Per descrivere meglio il pensiero di Roberto sulla funzione della professione giornalistica sono utili le parole di Pippo Fava che in uno dei suoi editoriali per il “Giornale del Sud”, scrisse: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare. E le sofferenze e le sopraffazioni, la corruzione, la violenza che non è stato capace di combattere».

Insomma in questo mese di cose ne sono successe tante e però siamo stati fermi, senza avere la possibilità di raccontarle, per i normali problemi burocratici che seguono la scomparsa di chi dirige il lavoro giornalistico di una testata e che stiamo risolvendo. A tale proposito formuliamo i migliori auguri di buon lavoro per Santo Della Volpe, il nuovo direttore di Libera Informazione. A lui passa il testimone, mentre a noi della redazione tocca il compito di continuare a giocare insieme con il contributo di tanti, a partire dai collaboratori e dai lettori. Non sarà facile riprendere e soprattutto continuare, avendo perso il regista e il presidente della squadra.

Ci proveremo, dobbiamo provarci, per rispetto a quanto Roberto ha costruito e ci ha consegnato. Per chiudere quello che è un saluto ma anche una promessa che vogliamo fare a Roberto, prendiamo a prestito quanto scritto da altri valorosi colleghi. Sono le parole che chiosano l’editoriale con il quale “I Siciliani” tornarono in edicola all’indomani dell’uccisione del loro direttore. Profondamente diverso il contesto, profondamente diverse le ragioni di quelle frasi ovviamente, ma assolutamente identico è il dolore, assolutamente identica è la determinazione che ci accompagnano. Ecco perché scegliere queste parole, senz’altro dure, ma altrettanto dense in termini di volontà.

«Ok, ringraziamo tutti quanti, grazie di cuore a tutti. Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c’è ancora un sacco di lavoro da fare per i prossimi dieci anni. Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi. Se qualcuno vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti facciamo da soli, tanto per cambiare. Va bene così, direttore? »

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In ricordo di “Vik”, la voce libera della pace e dei palestinesi a Gaza

vik_pirate-1di Roberto Morrione – www.liberainformazione.org

Quando nel tardo pomeriggio è arrivata nelle redazioni la notizia del sequestro e l’immagine di Vittorio Arrigoni legato, bendato, ferito, minacciato di morte, per ore non c’è stato TG o GR, della Rai o privato, che non abbia genericamente parlato di un “pacifista” o di un “volontario italiano a Gaza”. Corto circuito della memoria, incapacità di trarre un suono specifico dall’indistinto rumore di fondo che omogeneizza ormai la comunicazione, l’ennesimo segnale del male diffuso quanto subdolo che caratterizza l’informazione, anche quella solitamente motivata, più attenta al contesto e al valore delle notizie. 

Eppure, sarebbe bastato un clic su Internet per aprire “il mondo di Vik”, di una vita dedicata alla causa del popolo palestinese e ai diritti civili, che a Gaza sono ancora negati dallo spietato blocco israeliano a due milioni di bambini, donne, uomini, stretti in più dal potere integralista e autoritario di Hamas. Con l’associazione pacifista International Solidarity  Movement  Vittorio Arrigoni, “Vik per gli amici e per i tanti che ne hanno ascoltato il racconto su web radio o le cronache appassionate su “Il Manifesto” nei giorni dei bombardamenti israeliani nell’inverno 2008-2009, aveva più volte infranto il blocco navale israeliano, era stato ferito, arrestato, espulso, sempre pronto però a tornare a Gaza. In questa sua seconda patria era infatti soprattutto uno “scudo umano”, che aiutava con la presenza fisica e le sue denunce i pescatori di Gaza costretti a forzare il blocco navale per cercare il pesce di cui far vivere le proprie famiglie o i contadini a lavorare poveri orti nelle zone limitrofe ai confini, sorvegliati da truppe israeliane pronte ad aprire il fuoco. 
Durante la guerra e il tentativo di occupazione militare di Gaza da parte di Israele, nel dicembre 2008, Vik si era fatto giornalista, quando gli inviati da tutto il mondo erano costretti a osservare con il binocolo quanto accadeva a Gaza dall’alto di una collina, chiamata presto “del disonore”.

Su “Il Manifesto” e un suo blog, ripreso anche in voce da siti e radio pacifiste, per 22 giorni andarono le sue cronache, sincere e vere, fatte di testimonianze, storie, drammi che sapevano di morte, paura, fame,  crimini di guerra come l’uso di nuovi ordigni e del devastante fosforo bianco, cifre oggettive di feriti, distruzioni senza senso e limiti. Ogni suo pezzo si concludeva con un messaggio, “restiamo umani”, da cui si trasse anche un libro. Era un messaggio di speranza, ma anche la consapevolezza di quanto la disumanità, la ferocia, il cinismo della politica e degli interessi internazionali, avessero cancellato ogni valore esistenziale e civile. Per questa sua missione, Vittorio era stato più volte minacciato di morte, come da parte di un sito americano legato agli oltranzisti israeliani.  

A Vittorio Arrigoni, nell’ambito della giuria del Premio Sasso Marconi, fondato da Enzo Biagi insieme a quel comune dell’Appennino bolognese, feci assegnare un premio speciale. Vik era a Gaza e inviò un bellissimo video, in cui lo si vedeva allegro sui pescherecci o con i contadini al confine con Israele, sullo sfondo i tank e le sentinelle con i cannocchiali, ben vicini gli sbuffi di sabbia dei proiettili intimidatori sparati in mezzo a donne e uomini muniti solo di cesti destinati a restare vuoti. Venne a ritirare il premio e a parlare del figlio la mamma Egidia Beretta, una donna forte e intelligente, sindaco di Bulciago in provincia di Lecco, rieletta due volte per il suo forte  e limpido impegno amministrativo. Capimmo quella sera da chi e sulla base di quali valori civili  avesse attinto Vittorio Arrigoni. Con lui ebbi poi un complesso scambio di mail, che culminò in una lunga intervista per “Cometa”, trimestrale di critica della comunicazione diretto da Giulietto Chiesa.  

La documentazione sugli orrori dell’operazione “piombo fuso”, sulle responsabilità di Israele e internazionali, sugli errori e i soprusi autoritari di Hamas, ma soprattutto sulle sofferenze e le speranze di un popolo costretto a vivere un una sorta di lager, fu eccezionale e incontrovertibile.  Come la risposta che mi diede, al termine dell’intervista, alla domanda se avesse ancora speranze sul futuro del popolo palestinese: “La speranza sta tutta nella grande umiltà e dignità con cui questo popolo affronta da più di sessant’anni il peso della sua sofferenza. Senza capitolare e consegnare all’oppressore la propria resa. Per me vivere a Gaza è una quotidiana lezione di vita”. 

Ora non sappiamo e forse non sapremo mai in quali contesti e perché questi terroristi salafiti, probabilmente legati a Al Qaeda, più volte al centro di omicidi e attentati terroristici, abbiano preso di mira Vittorio e quale sia stato il ruolo di Hamas. Sappiamo però con certezza che è stato ucciso un “giusto”, un uomo generoso e limpido, che credeva in ideali veri.  Come Enzo Baldoni, massacrato a Najaf nel 2004 e di cui Governo, Parlamento, mondo dell’informazione, si sono ben presto dimenticati, nonostante la sua testimonianza, breve e stroncata in breve tempo da un’inspiegabile violenza, sia una pagina alta e creativa di libertà.  Prima di partire un anno fa con la “flottilla” decisa a rompere il blocco navale israeliano e poi sanguinosamente respinta, Vik mi chiese un aiuto organizzativo e di aggancio con europarlamentari, che cercai di dargli e mi promise “quando torno, ce ne andiamo in trattoria per bere in allegria e raccontarci le nostre storie…” 

Non avremo più questa possibilità, Vik, ma almeno farò di tutto perchè la tua storia, insieme con quella di tanti tuoi compagni sulle vie della pace, della giustizia, dei diritti umani e dei popoli, esca dal rumore di fondo che avvolge e stravolge chi costruisce e chi riceve le notizie, affinchè, almeno in questo modo, “restiamo umani”.

 

L'anno che verrà. Le sfide e le incognite del 2011


italietta_copy_1di Roberto Morrione – www.liberainformazione.org

Cosa porta con sé l’anno che verrà? Nessuno può dirlo, in un’Italia incerta e divisa, dove la crisi politica si fonde con la crisi economica e sociale, dove la progressiva caduta di un sistema di potere con la sua incapacità e non volontà di fronteggiare enormi problemi irrisolti non trova una alternativa di governo unitaria e praticabile, dove l’opinione pubblica è condizionata da un’informazione incapace di liberarsi da condizionamenti e vuoti di memoria. E dove si profilano minacce dal sapore eversivo, che hanno ancora di mira una giustizia eguale per tutti e richiamano in modo inquietante le fiamme finali quasi profetiche del Caimano di Nanni Moretti.
Se un’Italia delusa, emarginata, impoverita, affida ogni giorno individuali drammi esistenziali e il suo futuro collettivo alla saggezza del Capo dello Stato, che appare un’isola di certezza in un mare scuro e periglioso, siamo davvero all’ultima stazione di un percorso che, almeno per ora, non trova sbocchi.

In una situazione di così pesanti inquietudini, per coloro che hanno scelto la strada dell’impegno civile contro ogni forma di sopraffazione criminale, l’anno che verrà vuol dire alcune parole semplici, ma non usurate, quali libertà, eguaglianza, etica, solidarietà, responsabilità, partecipazione, giustizia, memoria, speranza. Sono  valori  gelosamente affermati dalla nostra Costituzione, le parole-chiave di ogni vera democrazia. Ciascuna ha dentro di sé un patrimonio di storia, cultura, testimonianze, sacrifici, lotte sociali, spesso percorso dal sangue per difenderle dall’arroganza che anima un potere autoreferenziale,  nemico di ciò che ostacola il profitto e un sistema di privilegi senza morale, ostile a ogni regola di legalità, cioè a una legge eguale per tutti.

In un Paese dove il 10 per cento della popolazione concentra il 50 per cento della ricchezza  nazionale, l’anno che verrà ci chiama a non dimenticare gli ultimi, gli esclusi. Che abbiano il volto sofferente degli immigrati respinti da leggi vergognose condannate dalle istituzioni internazionali, come il grido disperato degli operai senza lavoro di fronte a una globalizzazione che nasconde corruzione e profitto sulla loro pelle e sul destino delle imprese italiane o la protesta dei giovani espulsi dal mondo formativo, dei ricercatori e degli insegnanti precari costretti a portare altrove e all’estero il proprio sapere o di chi ha naturali predisposizioni sessuali non omogenee ai conformismi politici e religiosi imperanti, oggi oggetto di discriminazione e odiosi atti razzisti.

Come delle donne e degli uomini vittime ogni giorno della malasanità o costretti a vivere nell’incubo delle frane e delle inondazioni frutto di speculazione e della distruzione del patrimonio paesaggistico e agricolo o dei tanti operatori della cultura e del patrimonio artistico, insostituibile risorsa della nazione, annientati dalla visione barbara e nichilista di chi afferma (mentendo) che “tanto con la cultura non ci si sfama”!

Nell’anno che verrà si dirà una parola finale alla tragedia della rottura sindacale, del diktat ricattatorio del grande manager internazionale della Fiat che ha cancellato di colpo le faticose conquiste del lavoro rappresentate dal contratto nazionale dei metalmeccanici, mettendo all’angolo la Confindustria ed escludendo dalle trattative il più grande sindacato dei lavoratori. Le sorti di Termini Imerese e Mirafiori diventano solo merce di scambio, nella passività di un governo assente o più facilmente complice.

Ed è ancora per mantenere fede a quelle parole che la società civile responsabile è chiamata nell’anno che verrà a intensificare la propria azione in difesa degli ultimi, a partire dal percorso di Libera e, per quanto riguarda la grande battaglia della libertà di stampa, di noi di Libera Informazione. Tanti e significativi i problemi che troveremo di fronte. La campagna contro la corruzione che Libera sta realizzando insieme con Avviso Pubblico, per attuare le direttive europee e le norme, previste dalla Finanziaria del 2007, per la confisca e l’uso sociale dei beni sottratti ai corrotti, la Carovana che dal Sud al Nord ormai invaso dall’economia criminale riciclata chiamerà istituzioni e opinione pubblica a battersi contro l’avanzata delle mafie, fino al buon funzionamento della nuova Agenzia per l’uso sociale dei beni confiscati su cui si è impegnato il ministro dell’Interno.

Toccando a marzo Potenza nel primo giorno di primavera, per ricordare le vittime innocenti delle mafie, stringersi attorno ai loro familiari, denunciare inadempienze, complicità del potere, indifferenze ed estraneità di tanti italiani ancora ignari di questo problema, soprattutto per l’uso di regime dei principali veicoli televisivi dell’informazione. E verranno i campi estivi nelle cooperative di Libera Terra, dove migliaia di ragazzi del Centro e del Nord Italia vivranno direttamente esperienze vere, di conoscenza, di memoria trasfusa nell’impegno sociale e culturale, anche ricordando quell’Italia unita, risorgimentale, ma resa attuale dalla Carta Costituzionale pilastro della Repubblica, che tanti vorrebbero oggi ignorare o addirittura spezzare.

Nell’anno che verrà, infine, Libera Informazione intensificherà la sua azione nei territori, nel Sud ed anche in tante regioni del Centro-Nord, sul web, con materiali stampati e multimediali, aprendosi ancora di più ai contributi dei siti liberi, dei blog, di web-radio locali, dei tanti giovani che superano l’inesistenza di risorse, l’ostilità e le minacce dei poteri mafiosi e della “zona grigia” che li appoggia, la solitudine di chi va controcorrente. Oltre alle convenzioni che cercheremo di moltiplicare con amministrazioni consapevoli dei pericoli  rappresentati dall’offensiva economica mafiosa, lavoreremo insieme con le rappresentanze dei giornalisti  per cambiare profondamente l’iniqua legge sulla diffamazione che, attraverso strumentali richieste di risarcimento civile, è usata oggi come una pistola alla tempia di chi si cimenta in inchieste e cronache sul malaffare e la corruzione. Saranno ancora una volta i territori il terreno più diretto dell’azione, costituendo comitati di appoggio e assistenza anche legale che non lascino sole le vittime documentate di querele e liti temerarie. 

L’anno che verrà dovrà essere dunque un anno di risveglio e di riscossa per l’informazione, che va finalmente riscattata dai tanti condizionamenti, vuoti e debiti etici che pesano sullo stato e sul futuro della nostra Italia alla ricerca dell’identità.

 

La svolta autoritaria in “Presadiretta”. Intervista a Riccardo Iacona

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Intervista a Riccardo Iacona di Mariagloria Fontana (www.temi.repubblica.it/…)

Occhi piccoli ma vividi, maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, un modo di fare deciso e al contempo cortese, così appare Riccardo Iacona, classe 1957, al pubblico intervenuto presso la libreria della Galleria Colonna di Roma per la presentazione del suo libro “L'Italia in Presa Diretta” (Leggi un estratto). Iacona, autore e conduttore di "Presadiretta" su Rai Tre, è uno di quei rari giornalisti che amano 'sporcarsi le mani' andando fino in fondo alle storie. Dotato di un'acribia che lo ha portato a documentare meticolosamente cosa accade in Italia e a scrivere il suo libro di esordio in una perfetta sintesi di idealismo, coraggio e determinazione.

Commentando il suo libro ha detto: “Adesso ho le prove che l'Italia di Berlusconi è un paese meno libero. L'ho visto con i miei occhi”. Cosa ha visto?
Dico che l'ho visto con i miei occhi, perché ho attraversato il nostro Paese con i miei occhi, perché ho avuto il privilegio di attraversarlo per tre anni e abbiamo prodotto 44 ore di programmi in prima serata. Vedo quello che trasmettono i telegiornali, quello che fanno gli altri, e mi rendo conto che c'è una differenza enorme fra quello che si racconta e quello che si potrebbe raccontare. Addirittura, quando si descrivono le cose che io reputo sia giusto raccontare, ad esempio la crisi economica, i respingimenti o le grandi questioni nazionali, le si svuota di significato e di senso. Quasi a non voler riconsegnare al pubblico delle chiavi di interpretazione con le quali può autonomamente giudicare l'azione del Governo. Anzi, al contrario, lo si racconta con tanta, troppa attenzione e deferenza nei confronti del linguaggio, dei codici e dell'agenda stabilita dai partiti. Queste cose le ho 'misurate' maniacalmente, in questo senso scrivo che ho le 'prove'. È una dinamica che fa venire le vertigini, perché mette in crisi il meccanismo democratico nel suo momento più importante che è quello della formazione di un'opinione pubblica indipendente, autonoma, avveduta, ricca di punti di vista e che ha visto il mondo. È necessario alimentare, invece, un'opinione pubblica che non deve semplicemente pendere dalle labbra del politico di turno che sta facendo un dibattito in televisione per decidere se sta vincendo o l'uno o l'altro, come se fosse la discussione fra due tifosi della Roma e della Lazio al bar dopo al partita.

Il sottotitolo del libro è: “Viaggio nel paese abbandonato dalla politica”. Quali sono i motivi per i quali la politica ha abbandonato l'Italia?
In Italia si parla sempre di politica, ma la politica non fa il suo mestiere. Fare politica non significa occupare posti di potere, fare leggi ad personam, lucrare con posizioni di rendita, infiltrarsi nell'economia. Questo non è fare politica. Questa è una classe dirigente che si sta autoriproducendo e sta lucrando una posizione di potere. Invece dovrebbe occuparsi di tracciare l'Italia del futuro. Ciò significa affrontare le questioni fondamentali: informazione, integrazione, uso dell'ambiente e sviluppo economico e poi dovrebbe costruire un patto con gli italiani e dire: noi vogliamo andare da quella parte lì. Purtroppo, la politica attuale parla soltanto delle questioni a breve termine per potersi vendere meglio il prodotto elettorale per la prossima campagna elettorale. È una politica che fa solo propaganda e alimenta paura e insicurezza.

Rispetto a quanto ha appena asserito, la prima repubblica cosa faceva in più o in meno?
La prima repubblica era un altro mondo. I partiti, seppure mediando, avevano un rapporto con l'opinione pubblica. Ad esempio il partito comunista parlava al suo popolo. C'erano dei meccanismi attraverso i quali era possibile costruirsi un'opinione e partecipare al dibattito politico. Non voglio dire che la Rai a quel tempo fosse il posto in cui si rappresentavano tutti i punti di vista. Era un luogo terribile anche allora, ma c'erano altri posti dove si potevano costruire rapporti sociali importanti, ad esempio il sindacato, la politica di base, le sezioni dei partiti. Tutto questo è morto con la prima repubblica, la Rai ha accompagnato la morte di questo orribile modello di repubblica che ha dato vita a tangentopoli e che era compromesso con la grande criminalità organizzata. Però c'è stato un momento, alla fine della prima repubblica, in cui nel paese l'ossigeno ha girato. Invece di andare avanti, c'è stata una controriforma, una controrivoluzione per usare un termine banale. Oggi stiamo facendo dei passi indietro. Stanno costruendo una non democrazia, una democrazia minore, una democrazia semplice, usando un marketing moderno: modificano i partiti, occupano i posti dell'informazione, trasformano gli elettori in consumatori. Non voglio assolutamente dire che la prima repubblica fosse migliore di quello che sta accadendo oggi, ma l'esito di quel periodo non era scontato. Abbiamo perso un'occasione. La mia preoccupazione è che ci possa essere un esito peggiore di quello attuale. Infatti, nel libro parlo di 'svolta autoritaria'. Uso un termine così forte perché sento il pericolo, avverto l'allarme e cerco di dimostrarlo.

Il reintegro di Paolo Ruffini alla direzione di Rai Tre, le continue pressioni di Rai Due a Santoro con il suo 'Anno Zero'. In questo periodo, come si lavora in Rai e in particolare a Rai Tre?
Come si può lavorare in una rete dove il direttore fa il suo mestiere con l'elmetto in testa? Paolo Ruffini è stato reintegrato grazie a due sentenze della magistratura, quindi disconosciuto dalla direzione generale, dopo che era stato rimosso a seguito di numerosi, espliciti, attacchi di Berlusconi alla terza rete e dopo che il suo nome era anche uscito nelle intercettazioni nell'ambito dell'inchiesta di Trani. Un direttore deve avere l'indipendenza e l'autonomia necessarie per svolgere il suo lavoro al meglio. Stiamo assistendo ad un processo di centralizzazione burocratica, di stile un po' sovietico. Siamo addirittura arrivati al 'timbro' sulla scaletta, cosa dobbiamo aspettare di più? Non c'è molto altro da dire, questa è la condizione. Andiamo avanti per tigna, perché non vogliamo mollare il rapporto col pubblico, perché questo mestiere ci piace e in qualche modo facendolo alimentiamo ancora il servizio pubblico, perché sentiamo la responsabilità nei confronti del Paese, ma ci si sta avvicinando ad un punto di non ritorno. In questo senso spero in una liberazione, mi auguro che si liberi il mercato, che si liberi la governance della Rai, che vengano spezzati i meccanismi di dipendenza dai partiti, la vicinanza fra la Rai e i partiti. Non parlo della politica, ma dei partiti; è un'altra cosa.

In questi giorni il Financial Times ha definito “Berlusconi
moment” l'operazione con cui il magnate austrialiano Rupert Murdoch potrebbe mettere a segno la fusione fra NewsCorp e bSkyb. Si parla di pericolo per il pluralismo dell'informazione britannica. Che differenza c'è fra Murdoch e Berlusconi?

La differenza è che loro si allarmano. Se valuteranno che c'è un problema di 'monopolio', mi auguro che mettano in essere le leggi che servono a tenere il mercato pulito e ad evitare posizioni di privilegio e di rendita. Dopodiché li benedico e penso a noi. In Italia viviamo nel duopolio Mediaset-Rai da quando è nata Mediaset. Aggravato dal fatto che Berlusconi, a più riprese, è diventato Presidente del Consiglio e non è stata fatta nessuna legge contro il conflitto di interessi. Il tutto peggiorato dalla riforma della Rai che ha voluto Gasparri, cioè quella che decide come si fa la governance della Rai, è terribile e ci ha riportato indietro di trent'anni. Oggi il direttore della Rai non lo decide neanche il partito, ma l'uomo di un partito. Ecco, molti pensano che Berlusconi, il berlusconismo o quello che è diventata l'Italia politica, rappresenti un ritorno al passato. Io invece credo che sia una proiezione del futuro. Mi spiego. In un certo senso Berlusconi è moderno e può essere molto imitato in Europa, già si vede in tanti aspetti della politica di Sarkozy. Il fatto che lui ce l'abbia fatta fino ad ora, è una vittoria. L'idea di un paese in cui la democrazia non sia brillante, in cui esiste un governo del fare che non deve rendere conto del 'come', è una grossa tentazione per le classi politiche autoritarie dell'intera Europa.

L'opposizione in Italia in tutti questi anni cos'ha fatto?
Beh, aspettiamo. No?

Dall'inizio di quest'anno in Afghanistan il numero dei caduti occidentali è salito a 529. Non solo, l'autorevole economista e consulente di Ban Ki Moon Jeffrey Sachs ha dichiarato che l'amministrazione Obama dal gennaio del 2010 ha speso 100 miliardi per la guerra in Afghanistan e solo 10 miliardi per gli aiuti all'Africa. A due anni dal suo reportage “La Guerra Infinita”, in cui raccontava del Kosovo e dell'Afghanistan, cosa è cambiato?
Le cose che avevamo fatto vedere sono ancora così. Purtroppo, la situazione si è aggravata sia sul piano militare che su quello politico. Se almeno sul piano politico si fossero fatti dei passi avanti, cinicamente uno potrebbe misurare e dire 'quei morti sono serviti almeno a questo'. La verità è che la guerra è persa. Lo sa il Presidente Obama, lo sa la Nato, lo sanno tutti. Adesso devono trovare il modo di uscirne, così come è successo in Iraq. In verità, il problema grosso non è più l'Afghanistan, ma il Pakistan. La 'Talebanizzazione' è arrivata sino ad Islamabad, che è una potenza nucleare in conflitto con l'India e con l'Iran. Mi piacerebbe che Obama aprisse un negoziato politico internazionale con i paesi dell'area, perché siamo sull'orlo di un conflitto ancora più vasto. Se poi pensiamo che esistono anche le tensioni fra Iran e America, il quadro che ci hanno lasciato i due interventi militari in Iraq e Afghanistan è più pesante di quando entrarono con le armi. Spero che in Italia questo dibattito venga affrontato seriamente. Se non c'è una strategia politica, ogni fucile in più serve solo ad aggravare la situazione.

(25 settembre 2010)

Oggi facciamo controinformazione in diretta alle 17.30 su Videoitalia Puglia.

Censura RN

"CITY VIBES" è la nuova trasmissione in onda su Videoitalia Puglia. La prima puntata in programma oggi 9 luglio in diretta alle ore 17.30. 
Conduce Matteo Diamante.
 
CITY VIBES parte subito forte, soffermandosi sulla città di Molfetta e tornando a parlare, dopo 18 anni, dell’omicidio del Sindaco Carnicella, su quello che ha significato per l’intera comunità e sulle ripercussioni nell’attualità.
 
Ospite della trasmissione sarà Matteo d’Ingeo, coordinatore del Liberatorio Politico.
 
Ricordiamo l’appuntamento:
CITY VIBES oggi 9 luglio in diretta dalle ore 17.30 su Videoitalia Puglia.
Le repliche andranno in onda lunedì 12 luglio alle ore 13 e martedì 13 luglio alle ore 23.
 

Disobbedienza civile

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di Roberto Morrione (www.liberainformazione.org/…)

Ci siamo e ci saremo. Libera Informazione è in prima linea nella battaglia in corso per far ritirare il disegno di legge sulle intercettazioni. E’ chiaro fin d’ora che, se la norma verrà approvata al termine dei percorsi fra le due Camere, senza che ne sia annullato totalmente il contenuto anticostituzionale e liberticida, riterremo obbligata la scelta della disobbedienza civile. Con il nostro impegno quotidiano, con gli stessi valori che ci hanno fatto nascere, quelli di una “informazione che è libera o non è”, siamo infatti ogni giorno parte attiva dello schieramento che combatte l’illegalità e la disuguaglianza di fronte alla legge. Una battaglia che vede finalmente schierati, al fianco dell’opposizione in Parlamento e dei nuovi dissensi sollevati da Fini all’interno della maggioranza, i giornali di ogni tendenza, come dimostra l’assemblea unitaria dei direttori della stampa italiana, i magistrati, i sindacati, le rappresentanze delle forze di polizia, gli editori, gli scrittori e gli artisti già colpiti pesantemente dalla dissennata politica culturale del governo, le associazioni del volontariato, numerose amministrazioni pubbliche. Fino ad arrivare a quella ostilità espressa a livello europeo e clamorosamente dall’amministrazione degli Stati Uniti, memore degli insegnamenti di Giovanni Falcone e del peso che l’efficace uso giudiziario delle intercettazioni da parte dei magistrati italiani ha nella lotta internazionale al crimine organizzato e al terrorismo. 

Una grande manifestazione nazionale che unisca in piazza tutte queste forze sociali, culturali e politiche, è a questo punto davvero urgente. 
L’obiettivo di fondo resta quello di far comprendere a quella larga parte degli italiani che hanno nelle televisioni dominate dal premier l’unica fonte d’informazione, come insegnano i notiziari ammaestrati e subalterni al potere del TG 1 di Minzolini, che respingere il disegno governativo non è solo difendere il diritto-dovere dei giornalisti sancito dalla Costituzione, ma soprattutto tutelare il diritto dei cittadini a conoscere la realtà in cui vivono, le illegalità dei ceti dirigenti, la corruzione dilagante, l’estensione dei crimini organizzati e comuni che minano la sicurezza di tutti. Un silenzio tombale, al di là dei gravissimi danni giudiziari, minerebbe le fondamenta della democrazia, impedendo agli italiani di giudicare i propri rappresentanti sotto il profilo morale e civile ancor prima che direttamente politico. L’anticamera dunque di una dittatura, che peraltro proprio nella soppressione della libertà di stampa ha avuto la base essenziale nella tragica storia del fascismo, come l’ha ancora ad altre latitudini. Se questo vale a ogni livello, ancor più ne sentiamo il dovere morale e civile a partire dalla memoria di chi ha perso la vita per difendere lo Stato contro la violenza e la prevaricazione delle mafie e il sistema di corruzione e contiguità di cui si sono avvalse e si avvalgono. 
Le centinaia di famiglie delle vittime che attendono ancora giustizia e verità per coloro, uomini e donne, caduti per mano mafiosa e interessi quasi sempre rimasti oscuri, come potrebbero avere ancora fiducia in uno Stato che, invece di onorare questo immenso debito morale, indebolisse per legge l’azione dei pubblici ministeri, le tante inchieste ancora aperte o possibili e insieme calasse per anni la scure del silenzio sulla stampa e i libri che attraverso le cronache e le analisi giudiziarie rappresentano l’unica possibilità di mantenere viva una memoria collettiva? Che speranze potrebbe avere per il futuro il padre dell’agente Agostino, massacrato con la moglie perché a Palermo dava la caccia ai latitanti di Cosa Nostra e, almeno secondo le recenti rivelazioni sul fallito attentato dell’Addaura, per avere salvato in quell’occasione la vita a Giovanni Falcone? Il padre attende da 21 anni la verità su chi gli uccise il figlio, a partire da quegli agenti segreti, traditori dello Stato, che ebbero un ruolo nella vicenda e la sua barba, che promise di non tagliare fino al raggiungimento della verità, è diventata lunga e bianca…Solo un esempio, ma che ci porta nel cuore del gravissimo intreccio di questa nuova legge con inchieste che cercano di fare luce, da Palermo a Caltanissetta, da Firenze a Milano, sulle stragi non solo mafiose, ma anche di “parti dello Stato” come è ormai certo, che insanguinarono la Sicilia e l’Italia fra il ’92 e il ’94, per poi cessare quando il panorama del Paese cambiò e un nuovo soggetto politico, Forza Italia (è ipocrita nascondersi dietro giri di parole) secondo le clamorose affermazioni di numerosi pentiti e testimoni di giustizia, trattò con la mafia per prendere il posto di antichi referenti. Uomini dei servizi, cioè dello Stato, avrebbero avuto ruoli centrali, anche se tuttora oscuri, in molti dei delitti “alti” compiuti da Cosa Nostra, passando per le stragi di Capaci e Via D’Amelio, proseguendo nelle trattative con i capi corleonesi, prima Riina, poi Provenzano, intersecando i sanguinosi attentati ai beni artistici a Firenze, Milano, Roma. 
Le nuove testimonianze del pentito Spatuzza e di Massimo Ciancimino, ritenuti a diverso titolo attendibili dalle Procure coinvolte, vanno decisamente in questa direzione. Negli ultimi giorni si sono succedute allarmate dichiarazioni del procuratore nazionale antimafia Grasso, di Walter Veltroni, di Carlo Azeglio Ciampi, mentre il Copasir presieduto da Massimo D’Alema ha aperto indagini per individuare gli agenti segreti “felloni”, sentendo i vertici dei servizi e il procuratore di Caltanissetta Lari. Il PDL, ovviamente, ha parlato di dietrologia “ideologica” a scopo propagandistico e ci si è chiesto, anche in settori di sinistra molto aggressivi nei confronti di Berlusconi e della sua politica, come il quotidiano “Il Fatto”, che valore possano avere testimonianze dal significato incerto, dopo anni e anni di silenzio della politica e di mancata verifica di denunce di queste complicità inutilmente emerse da magistrati inquirenti e addirittura in sentenze, oltrechè da numerose testimonianze di pentiti. Una posizione che certo va rispettata, ma che non condividiamo, per i ruoli istituzionali e le personalità di coloro che si sono così esposti pubblicamente, perché queste dichiarazioni non indeboliscono, ma avallano sia pure a posteriori le inquietanti ipotesi di trame “di Stato” emerse appunto con una certa sistematicità in sede giudiziaria e anche in numerose ricostruzioni giornalistiche e di documentati libri d’inchiesta. Che Ciampi racconti dettagliatamente la sua paura di un tentativo di golpe nel ’92, quando in concomitanza con l’attentato al Velabro a Roma si interruppero senza spiegazioni di alcun tipo tutte le comunicazioni con Palazzo Chigi, è un fatto e non una illazione…”Senza verità non c’è democrazia”, ha concluso Ciampi chiedendo che il parlamento si faccia carico di questo compito. Operazione davvero difficile di questi tempi, con la durissima battaglia aperta sulla Giustizia e l’informazione, ma ci associamo con convinzione.

No alla «legge bavaglio»

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Franco Siddi

di Gaetano Liardo (www.liberainformazione.org/…)

Erano presenti tutti i direttori delle principali testate giornalistiche italiane. Tutti o quasi: assenti Tg1, La 7 e direttori Mediaset. La riunione convocata ieri dalla FNSI per creare un fronte comune contro la legge bavaglio ha rappresentato un evento storico, quasi unico.  «Il nostro è un appello estremo al Parlamento»  –  dichiara Franco Siddi, segretario del sindacato dei giornalisti. «I testi del legislatore così come sono – aggiunge – non sono accettabili». Alla voce di Siddi fanno eco le dichiarazioni dei direttori, tutti concordi nel contrastare la legge. Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, in collegamento dal Circolo della Stampa apre gli interventi: «il ddl Alfano sulle intercettazioni è pericoloso per la democrazia, non solo per la nostra categoria». «Lo scopo del ddl – continua De Bortoli –  non è di scongiurare gli abusi nella pubblicazione dei testi delle intercettazioni», ma, «esprime fastidio e insofferenza per la libertà di stampa». Gli eccessi, che in alcune circostanze si sono verificati, possono essere contrastati con l’applicazione del Codice Deontologico, dall’azione dell’Ordine dei Giornalisti, dal Garante per la Privacy, «le norme ci sono – quindi – basta solo applicarle».

 Da Roma prende la parola Mario Secchi, direttore de Il Tempo, che va giù lapidario: «la nostra è una battaglia di libertà. Il ddl è frutto di imperizia, ignoranza e malignità». La stampa, sottolinea Secchi, sta vivendo una situazione di crisi epocale. Inserire «norme estremamente punitive significa contribuire a scassare i bilanci delle società editrici». «Il mio no al ddl – conclude – è chiarissimo». 

Da Roma a Milano, Peter Gomez, in rappresentanza de Il Fatto Quotidiano: «dietro il ddl vediamo la volontà comune di impedire ai cittadini di conoscere per deliberare». «Se la legge venisse approvata – aggiunge – faremo disobbedienza civile», un invito a violare tutti insieme e ripetutamente questa legge.  A Roma la parola passa a Ezio Mauro, direttore di Repubblica: «questa è una legge sulla libertà di fare indagini utilizzando le intercettazioni come strumento di prova. E’ una legge che incide sul dovere dei giornalisti di informare e sul diritto dei cittadini di essere informati».

E’ possibile coniugare l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di informazione con l’articolo 15 che tutela la privacy? «Quello della privacy è un falso problema», per Mauro si possono immaginare delle udienze "filtro" in cui vengono stralciate le intercettazioni relative a persone terze non coinvolte nei procedimenti giudiziari. Deciso questo, il giornale che pubblicherà le intercettazioni stracciate andrà incontro a pene certe e severe.  Da Milano palesa la sua posizione, Vittorio Feltri, direttore de Il Giornale che sbotta: «mi auguro che la Corte Costituzionale bocci questa legge che lede il diritto dei cittadini di sapere ciò che accade nel nostro paese».

Sul piede di guerra il direttore di Sky Tg24, Emilio Chiarelli: «pretendiamo di esercitare il nostro diritto di fare informazione», annunciando che il suo editore è pronto a fare tutti i ricorsi possibili, in Italia e a livello europeo.  In campo anche il Sole 24 Ore  rappresentato da Alberto Orioli: «ci associamo nella battaglia contro una legge nata male, che ha lo scopo di limitare la libertà dei cittadini di essere informati».  Carlo Bollino, direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno parla delle limitazioni previste anche per il web: «questo ddl minaccia la libertà di informazione anche dei cittadini che usano il web, con il rischio del carcere, clausole restrittive rivolte ai blog che sarebbero equiparati a testate giornalistiche».  Continuano gli interventi sulla legge bavaglio, tra Roma e Milano, La Stampa, il Manifesto, il Messaggero, l’Unità, Europa, Liberazione, l’Ansa, Asca, Dire, Rainews 24, il Tg2, il Tg3, La Nuova Sardegna, il Secolo d’Italia

Tutti, o quasi, i direttori italiani pronti a sfidare una legge bavaglio che con sanzioni e arresti vuole mettere a tacere l’informazione in Italia.  

 

 

 

Il serial killer della memoria e della libera informazione

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Fiction "Il capo dei capi"

di Roberto Morrione (www.liberainformazione.org/…)

Immersi nelle notizie del braccio di ferro di Gianfranco Fini contro l’asse Berlusconi-Bossi all’interno del Pdl e del governo, abbiamo sottovalutato in questi giorni l’attacco che il premier ha rivolto il 16 aprile contro le fiction e i libri sulla mafia, accanendosi nei confronti  di Roberto Saviano e di Gomorra. Sull’argomento Silvio Berlusconi è recidivo. Già nel novembre scorso, infatti, si era scagliato inaspettatamente contro le storiche serie della Piovra e in generale le fiction televisive sul tema, che a suo dire lederebbero l’immagine del Paese all’estero, arrivando a una sorta di sfogo dell’anima “…strozzerei gli autori della Piovra e chi scrive libri sulla mafia”. La reazione a questa uscita era stata allora vasta, sul piano culturale e della comunicazione oltrechè su quello politico. Michele Pacido, che nella Piovra era l’indimenticabile commissario Cattani, gli aveva ironicamente ricordato che le più note e seguite fiction televisive, dal Capo dei Capi alla vicenda di Provenzano, fino alle figure di Falcone e Borsellino, erano state ideate e prodotte da Mediaset…

 L’offensiva era poi proseguita il 28 gennaio al termine del Consiglio dei Ministri a Reggio Calabria, quando alle critiche alle fiction sulla mafia aveva aggiunto una valutazione sull’immigrazione clandestina, sostenendo che “una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali”. Ancora una volta la reazione di sdegno era stata ampia : c’era chi aveva sottolineato come la camorra e la ‘ndrangheta sono così attente a ingrossare le proprie file con gli extra-comunitari da farne strage a Castelvolturno e  da espellerli con la forza a Rosarno, dopo averli sfruttati e schiavizzati nei campi…  E infine ecco la nuova sortita di pochi giorni fa, nella quale Berlusconi ha affermato che la mafia italiana, pur essendo per potenza solo “la sesta al mondo”, è la più conosciuta, proprio per i film, le fiction e i libri che ne hanno parlato, a partire da Gomorra.

Nella stessa conferenza, coadiuvato dai ministri Maroni e Alfano, il presidente del consiglio ha per l’ennesima volta magnificato l’azione del suo governo contro la criminalità organizzata, con 500 operazioni di polizia giudiziaria, 5000 arresti di mafiosi, enormi quantità di beni sequestrati, ecc.  A questo punto emergono domande allarmanti, che abbiamo il dovere di estendere ai cittadini.  Questa brutale e reiterata offensiva è solo il frutto di una insensibilità e di un’incultura insita nella formazione del personaggio, nella sua vocazione a improvvisare e a stupire fino a contraddirsi e a rasentare la schizofrenia, di un’incapacità nel valutare i passaggi critici del problema e il rapporto causa-effetto fra la realtà e la sua comunicazione ai cittadini, in una visione mercantile avulsa da ogni responsabilità pubblica come da una scala di valori etici e civili ? O è anche un obiettivo freddamente meditato, parte di una strategia volta a distrarre l’opinione pubblica dalla gravità dell’espansione criminale, chiamando in causa le connivenze e le responsabilità del governo, estese ormai in gran parte del Meridione all’intero schieramento politico, attraverso quel sistema illegale che ha nella corruzione e nel voto di scambio i motori?

E hanno un peso in questo sconcertante approccio di Berlusconi le incognite che gravano nelle inchieste aperte sulle stragi mafiose degli anni ’90 e sulla  trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra che segnò la fine della prima Repubblica, coincidendo con l’ascesa politica di Forza Italia e, anche se non definitivamente provato, con l’avvio stesso delle fortune economiche del Cavaliere? Il ruolo di Marcello Dell’Utri nei rapporti con Cosa Nostra, il giudizio pendente in Appello dopo la sua condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, sono oggettivi e inquietanti indizi in questa direzione…  Una cosa è certa: le ripetute sortite contro una comunicazione antimafia che ha segnato un positivo salto di qualità nella conoscenza degli italiani di un fenomeno che mina le basi stesse  dei diritti e dello sviluppo dell’Italia, richiamano nell’immaginario, ma anche alla ragione, i comportamenti di una sorta di “serial killer”.  Killer della memoria , perché  il silenzio sui crimini del passato fa parte di una sotto-cultura mafiosa che ne fa la condizione stessa della propria forza nel presente.  Killer della realtà, perché chiama in causa chi denuncia un problema e non il problema in quanto tale, che passa così in secondo piano, come prendersela al solito con il dito che indica la luna.  Killer della buona informazione, perché si integra ogni volta con capziose e incomplete notizie che  nascondono dati  decisivi di conoscenza.

E’vero che vi sono stati importanti arresti e sequestri di beni mafiosi, ma questo vuol dire soprattutto che il problema è diventato enorme: visto che gli interessi criminali stanno dilagando in tutt’Italia e nel mondo,  e’ chiaro che la pur eccellente azione repressiva non tocca i gangli vitali e le fortissime complicità politiche, imprenditoriali e sociali di cui godono le mafie. Per non parlare dei Pm che rendono possibili le operazioni di polizia e che al contempo vengono attaccati, vilipesi, minacciati sul piano legislativo o della mancanza di risorse a cui sono sottoposte le forze investigative, costrette a supplire con l’abnegazione e un faticoso impegno personale.  Killer della libertà  e dell’autonomia creativa di tanti autori, scrittori, giornalisti, registi, attori, che dedicano la loro professionalità e l’ impegno civile ai fatti e ai protagonisti della realtà, stabilendo con spettatori e lettori un patto di trasparenza e di lealtà ampiamente ricambiato.

L’insieme di queste “uscite” berlusconiane rappresenta infine non solo un più o meno velato desiderio di una sorta di “minculpop” di impronta fascista , ma per alcuni, come Roberto Saviano o l’autore teatrale Giulio Cavalli, già costretti per la loro denuncia a una vita blindata, ulteriore isolamento e minacce da non sottovalutare.

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