Archivi categoria: lotta alle mafie

Calabria, boss minaccia giornalista “Non rompere e pensa alla famiglia…”


Giornalista calabrese minacciato da un boss in carcere

                                                 Il capo clan Leone Soriano arrestato nel 2009

www.repubblica.it

Una lettera di minacce dal carcere. Mittente un boss della 'ndrangheta, con intimidazioni inquietanti. E' stata indirizzata a Nicola Lopreiato, capo servizio della Gazzetta del Sud a Vibo Valentia, da Leone Soriano, attualmente detenuto e ritenuto dagli investigatori il capo dell'omonima cosca di Filandari.
 
"Invece di rompere ogni giorno con la cosca Soriano, che non esiste e non è mai esistita – è scritto nella lettera spedita dal carcere di Cosenza – pensa di più alla tua famiglia che è meglio per tutti". "So che finirò in tribunale anche per questa lettera – ha scritto ancora Soriano – ma devi finirla di rompermi i …. Mi hai fatto passare per un morto di fame ma non lo sono. Ho vinto due milioni di euro al gratta e vinci ma non ti dico in che banca sono".

Nella lettera, composta da due pagine, Soriano se la prende anche con esponenti delle forze dell'ordine ed ex amministratori comunali di Filandari.
Nel novembre scorso Soriano era stato arrestato, insieme ad altre nove persone, nell'ambito dell'operazione "Ragno" coordinata dalla Dda di Catanzaro e condotta dai carabinieri contro la stessa cosca. Le accuse sono di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, incendio, detenzione e porto abusivo di armi e di esplosivi, aggravati dalle modalità mafiose. Nel provvedimento si contesta anche il reato di minacce contro alcuni carabinieri e giornalisti, tra cui lo stesso Lopreiato. Nelle carte dell'inchiesta, investigatori ed inquirenti hanno evidenziato come la cosca Soriano avesse assoggettato non solo Filandari, ma anche alcuni centri vicini.

Intorno a Lopreiato la solidarietà dei suoi colleghi. E anche del presidente della Regione Calabria, Scopelliti, che esprime "solidarietà a lui e alla famiglia".

Incendio alla pizzeria Impastato. La perizia: “Si tratta di dolo”


www.liberainformazione.org

La procura di Palermo ha deciso di aprire un’inchiesta – curata dal sostituto procuratore Ennio Petrigni –  per incendio doloso a carico di ignoti, circa l’episodio riguardante l’incendio che nella notte tra l’8 e il 9 dicembre si è verificato nei locali della pizzeria (situata a cinque km dal centro abitato di Cinisi) di proprietà di Giovanni Impastato, fratello del giornalista ucciso dalla mafia la notte del 9 maggio 1978. È lo stesso Impastato a rafforzare la tesi dell’incendio appiccato intenzionalmente, spiegando che «le sedie e i tavoli del locale sono stati accatastati nel punto di innesco per alimentare le fiamme, così come l’allineamento nei pressi del rogo di tre bombole vuote, allo scopo di provocare una vera e propria esplosione che avrebbe distrutto il locale o quanto meno avrebbe potuto provocare danni irreparabili».

Negli ultimi quattro mesi, si sono verificati altri due incendi, che hanno interessato l’uno le zone attigue alla pizzeria e l’altro un furgone appartenuto a Salvatore Rugnetta (arrestato a novembre perché considerato contiguo all’ambiente mafioso e coinvolto in un traffico di stupefacenti) e parcheggiato nei pressi della pizzeria. Vicende che sono state rese note nel corso di una conferenza stampa tenutasi ieri, 29 dicembre, al Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo. In quest’occasione l’ingegnere Francesco Agrò ha comunicato l’esito della perizia, dalla quale si evince che “nella notte tra l’8 e il dicembre ignoti hanno raggiunto il magazzino esterno dell’esercizio commerciale del signor Impastato (…), entrando senza forzare i mezzi di chiusura. Gli ignoti hanno appiccato il fuoco al gruppo di attrezzature temporaneamente inutilizzate, poste nel secondo vano (…) e al secondo gruppo di sacchetti di rifiuti posto nel pianerottolo del corridoio (…); all’una del 9 dicembre il metronotte di servizio ha notato l’incendio e ha lanciato l’allarme”.

La procura di Palermo ha già provveduto a porre sotto sequestro i locali interessati dal rogo. L’eredità criminale di don Tano Badalamenti, a Cinisi e non solo, è dunque quanto mai concreta e in fermento.


* a cura di Marika Demaria per Narcomafie.it

Un sindaco che “recitava” l’antimafia


di Rino Giacalone – www.liberainformazione.org

Tanto tuonò che piovve, si potrebbe dire. Ma la verità è che non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, all'epoca. E men che meno oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco di Campobello di Mazara, Cirò Caravà e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, fra i quali una sorta di guardia spalle, tale Gaspare Lipari, che senza essere dipendente del Comune, stazionava nell’anticamera dell’ufficio del primo cittadino. Anche oggi in molti non si sono stupiti. Gli stessi che in questi anni non hanno creduto a quell'antimafia "recitata" in pubblico.

Quando i militari sono andati ad arrestarlo, il sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, oggi del Pd (ha iniziato la carriera politica nel Pci e poi nella seconda repubblica ha attraversato tutti gli schieramenti politici da destra a sinistra) accusato di essere un uomo d’onore della cosca mafiosa del suo paese, ha detto ai carabinieri che lui con la mafia non c’entra nulla, che stavano sbagliando ad arrestarlo, stavano facendo uno scambio di persona. Mesi fa, aveva anche gridato al complotto e protestato contro la malafede di quei cronisti (uno soltanto per la verità) che avevano dato notizia dell’ispezione prefettizia che si era conclusa con la richiesta al ministero dell’Interno di sciogliere il Comune per inquinamento mafioso. Caravà allora era al primo mandato, nonostante tutto questo, è riuscito a ricandidarsi col Pd e a farsi rieleggere sindaco, dicendo che erano fandonie quelle che giravano sul suo conto, anche quando pochi giorni addietro gli è arrivato un avviso di conclusione delle indagini per tentata estorsione.


Era facile sentire Caravà parlare di legalità: presente ad ogni consegna di beni confiscati, con tanto di fascia tricolore, quella che a un sindaco tocca portare, affianco delle autorità, meglio ancora se prefetti, magistrati, vertici delle forze dell’ordine, con un portamento serioso, imperioso, come dire sono qui con voi a fare la stessa battaglia contro il malaffare, contro la mafia, ma secondo gli investigatori dei carabinieri che per un paio di anni lo hanno tenuto sotto controllo e per gli inquirenti della Dda di Palermo quando parlava contro la mafia, quella era una recita perfetta. Intercettando poi i boss locali, i carabinieri hanno ritenuto di avere raccolto conferma ai loro sospetti. Uno degli intercettati, Franco Luppino, uomo vicinissimo al latitante Matteo Messina Denaro, nemmeno sorpreso si complimentava, diceva che se non lo si fosse davvero conosciuto, Caravà ,sembrava davvero un antimafioso. 

Le accuse. Le indagini hanno fatto emergere, anche da una serie di intercettazioni, la  disponibilità garantita da Caravà a Cosa nostra, pronto a sostenere economicamente le esigenze di alcuni familiari di boss detenuti, come il capo mafia di recente deceduto, Nunzio Spezia che un giorno in carcere rimproverò la figlia che si lamentava della troppa antimafiosità del sindaco (evidentemente la ragazza parlava senza sapere che nel frattempo i viaggi in aereo per raggiungere il padre detenuto in nord d’Italia li pagava proprio Caravà che alla moglie del boss diceva che ogni esigenza di don Nunzio sarebbe stata rispettata, e la stessa moglie di Spezia intercettata veniva sentita dire che da quando Caravà era sindaco le cose erano cambiate).

Sindaco in nome e per conto della mafia, secondo gli investigatori e nella sua anticamera stazionava un boss, ora arrestato, Gaspare Lipari. Una contraddizione rispetto a quello che si vedeva entrando nel suo ufficio le cui parete erano tappezzate dalle foto dei giudici uccisi dalla mafia e in ultimo anche quelle degli investigatori locali in prima linea.  Poi c’è il capitolo degli appalti, secondo anche le risultanze dell’ispezione prefettizia entrata a a fare parte degli atti di indagine, i lavori pubblici il sindaco Caravà, riusciva ad affidarli sempre agli stessi “amici degli amici”. La richiesta di scioglimento per mafia del Comune è rimasta ferma al Viminale anche dopo che l’operazione della Polizia denominata “Golem 2” aveva fatto scoprire intrecci vari che passavano per Campobello dove i Messina Denaro erano di casa e non solo per via del fatto che Salvatore il fratello del latitante Matteo abitava lì, in santa pace e circondato dal pieno rispetto per nulla infastidito della circostanza che Caravà nbel frattempo sarebbe andato in giro dicendo che Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, l’avrebbe fatto prendere lui.

Ma Caravà giammai aveva avuto simile incarico e non era in condizioni di garantire questa disponibilità, lui che voleva passare come bandiera dell’antimafia, sarebbe stato semmai punto di riferimento della mafia, lo dicevano i mafiosi stessi, a chi loro poneva dubbi sul sindaco rispondevano, “Ciro? E’ uno dei nostri”. Il sindaco avrebbe garantito il quiote vivere nel suo paese, mentre i mafiosi anche dopo i sequestri continuavano ad occuparsi del mercato delle olive, quello maggiormente redditizio per il paese belicino, tra Campobello e Castelvetrano ci sono immense distese di ulivi, che producono la famosa oliva nocellara del Belice, un mercato che Matteo Messina Denaro continua a controllare.

Le investigazioni antimafia che hanno portato agli odierni arresti vanno avanti dal 2006, coordinate dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Teresa Principato, e dai pm Marzia Sabella e Pierangelo Padova, condotte dai carabinieri del reparto operativo provinciale di Trapani comandato dal colonnello Mario Polito, mentre il pool di militari che segretamente sono riusicti a indagare sul sindaco era diretto dal capitano Pierluigi Giglio.

“Terra bruciata” . Si stringe il cerchio ancora di più attorno a Messina Denaro, il latitante Matteo ricercato dal 1993, una mafia quella belicina che oggi grazie anche ad appoggi insospettabili (mica tanto a proposito del sindaco Caravà viene da dire leggendo i documenti giudiziari) continua a vivere secondo i soliti schemi e con i capi di sempre, Messina Denaro, Leonardo Bonafede, Franco Luppino, l’ultimo degli arrivati arrestato però con una precedente operazione di Polizia. Tra i soggetti insospettabili individuati c’è anche l’imprenditore Filippo Greco, arrestato a Gallarate dove si era trasferito. Altri arrestati sono Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina, e poi Calogero Randazzo e Vito Signorello, quest’ultimo professore di educazione fisica e che era stato già arrestato nel 1998 nel corso dell’operazione “Progetto Belice”, quando allora era stato intercettato a dire che lui per “Matteo (Messina Denaro ndr) avrebbe fatto qualsiasi cosa”, che “desiderava poterlo portare in giro, con la sua moto, per fargli prendere un poco d’aria”. Signorello arrestato e condannato, scarcerato aveva provato anche ad allenare la squadra belicina della Folgore, ma la misura di prevenzione che gli vietava di potere muoversi come voleva, alla fine lo indusse a lasciare la panchina, ma non, secondo i carabinieri, l’organizzazione mafiosa.  L’ordinanza odierna ha portato al sequestro di un impianto olivicolo, cosa che ha portato ad essere indagati Antonino Moceri e Antonio Tancredi, titolari della srl Eurofarida, per intestazioni fittizia di beni.

Abusivismo: sequestrato un maneggio con 8 cavalli

 

www.giovinazzolive.it

«Abbiamo individuato nelle campagne di Giovinazzo un maneggio privo delle prescitte autorizzazioni amministrative».

Un maneggio che, spiegano i finanzieri delComando Provinciale diBari«è stato realizzato in assenza di qualsivoglia concessione edilizia e nel quale i titolari non hanno mai ottemperato alle ordinanze legate al corretto smaltimento dei rifiuti organici prodotti dagli animali».

Il maneggio abusivo (nella foto), sequestrato questa mattina in località Pizzicocca, nei pressi dello svincolo di Cola Olidda, è la tappa più importante di una minuziosa attività d'indagine condotta dallaGuardia di Finanza del capoluogo barese, che ancora oggi non è stata conclusa e necessita di ulteriori approfondimenti.

I cavalli erano allevati in box, realizzati abusivamente, su un una superficie di 4.605 metri quadrati del tutto priva di autorizzazioni igienico-sanitarie per lo svolgimento dell'attività.

E dietro la struttura c'era un noto pregiudicato giovinazzese, il 44enne Domenico Fiorentino.

I militari hanno cominciato a indagare quando, nel corso della quotidiana attività d'istituto finalizzata al contrasto delle violazioni di natura economica e finanziaria e delle norme igienico-sanitarie, hanno scovato il centro ippico.

Ed alle intuizioni e ai sospetti è seguita una capillare attività di indagine, coordinata dal tenente colonnello Mercurino Mattiace.

Quando i finanzieri hanno fatto irruzione, all'interno dell'area hanno rinvenuto 33 cavalli, alcuni dei quali di «ignota provenienza», specificano gli inquirenti.

Ed ancora: vari calessi, che potrebbero essere stati utilizzati per dare vita a gare e scommesse clandestine, numerosi medicinali ad uso esclusivo ospedaliero utlizzati per terapie nei confronti degli animali, nonchè uccelli di specie protetta.

Nell'area, inoltre, erano stati realizzati 29 box, costruiti senza le regolari autorizzazioni.

Complessivamente l'attività svolta ha consentito di sottoporre a sequestro penale l'intero maneggio, numerosi farmaci ad eslusivo uso ospedaliero, vari uccelli di specie protetta e 8 cavalli, di cui 5 puledri, tutti di «dubbia provenienza», ribadiscono gli investigatori.

«Il valore dei beni sottoposti a sequestro penale è stimato prudenzialmente in 250.000 euro», si legge in una nota redatta dai vertici baresi della Guardia di Finanza.

Sul registro dei segnalati alla Procura della Repubblica di Bari, oltre al 44enne gestore della struttura, sono finiti anche i nomi di 6 imprenditori e commercianti giovinazzesi, di età compresa tra i 30 e i 60 anni, tra cui il proprietario del sito e i padroni dei cavalli.

Le accuse, a vario titolo, sono di violazione della normativa in materia di tutela ambientale ed edilizia e di truffa perpetrata ai danni del servizio sanitario nazionale.

Ma le indagini non finiscono qui. Proseguiranno per accertare il presunto coinvolgimento di veterinari o di altro personale sanitario a causa dell’anomala presenza di farmaci per uso ospedaliero impiegati sugli animali.

Saranno, inoltre, effettuate verifiche fiscali nei confronti dei proprietari dei cavalli che ai finanzieri non hanno saputo spiegare la provenienza dei loro animali, fra l'altro privi di documenti e microchip.

Su di loro, adesso, s'è posata la lente d'ingrandimento delle Fiamme Gialle e una nuova arma, il redditometro, ovvero una serie di parametri per verificare se il reddito dichiarato dai proprietari dei cavalli sia coerente con il loro tenore di vita.

E proprio il redditometro considera il cavallo, al pari di uno yacht, fra gli «elementi denotanti una capacità contributiva significativamente superiore a quella espressa dai detti redditi dichiarati».

Droga, la camorra riforniva i clan baresi

Un finaziere mostra le pistole sequestrate nel 2009


di Nicola Tursi – www.barisera.net

Dalla Spagna a Bari passando da Napoli. Era la rotta della droga che riforniva i grossisti del capoluogo che a loro volta rivendevano lo stupefacente al miglior offerente. Forse per la prima volta è documentato in maniera nitida il coinvolgimento della Camorra napoletana nei traffici illeciti con la criminalità organizzata barese. Addirittura, le indagini della Guardia di Finanza avrebbero accertato il ruolo di intermediario principale dello storico clan Mazzarella, uno dei pochi sopravvissuto alle numerose operazioni dell’Antimafia campana. Dalla Spagna, ci avrebbe pensato il latitante di lusso Pasquale Mazzarella (da anni destinatario di numerosi provvedimenti restrittivi), a rifornire di stupefacenti il suo clan. L’a­nello di congiunzione, sull’as­se Napoli-Bari, sarebbe sta­to il 36enne Michele Mallardi, della città vecchia, con interessi anche nella zona di Cerignola. Sarebbe stato lui a importare grandi quantitativi di droga per conto dei clan baresi Strisciuglio e Capriati ma anche dello storico e potente clan Zonno, con base a Toritto, capeggiato dal boss Cosimo, alias “Fusc fusc”, per la sua abilità nello sfuggire ai blitz.  E tanto per non smentire la sua “fama”, Zonno non è stato trovato a casa nemmeno nell’operazione della Distrettuale Antimafia di Bari, eseguita la notte scorsa dalla Guardia di Finanza, culminata con 16 arresti su 20 ordinanze di scustodia cautelare emesse dal gip Giovanni Anglana con l’accusa di associazione per delinquenere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. I provvedimenti restrittivi hanno riguardato anche Domenico Romita, 58 anni, del quartiere Madonnella, Angela Raggi, detta “Anna”, 44 anni, moglie di Giacomo Valentino, il presunto boss del clan Strisciuglio diventato collaboratore di giustizia nel 2009 (scelta seguita poco dopo anche da lei). La 44enne del quartiere Libertà, con la complicità di Gaetano Barnaba, 26 anni, avrebbe avuto rapporti diretti col clan Zonno a cui avrebbe venduto partite di droga.  Ha ricevuto l’ordinanza direttamente in carcere, Vincenzo Zonno, 25 anni, figlio di “Fusc fusc”. In cella anche i napoletani Alfonso Mazzarella, 49 anni, cugino della “primula rossa” Pasquale Mazzarella (alias “Linuccio o’ chiatt”) e Patrizio Fiume, che dalle indagini del Gico della Guardia di Finanza, sarebbero venuti personalmente a consegnare droga a Bari. Altri arresti sono stati eseguiti a Palo del Colle e Bisceglie.  Contestaulamente al bliz sono stati eseguiti sequestri preventivi di beni per oltre un milione di euro, tra cui due immobili al quartiere Madonnella.  Mazzarella si sarebbe servito di scafisti che trasportavano il narcotico dal Nord Africa verso le coste meridionali della Spagna. Quindi lo stupefacente raggiungeva il nostro Paese generalmente a bordo di tir nascosta sotto carichi di copertura. Mallardi, ritenuto appartenente al clan Capriati sarebbe stato strettamente legato ai napoletani occupandosi, assieme a Fabio Emilio Anastasia, 44 anni, di “mediare” le transazioni di narcotico, come veri e propri “broker”. Inoltre, si sarebbe avvalso della collaborazione di Claudio Lubisco, 45 anni, di Palo del Colle, Calogero Cancilla, 53 anni, Michele Martinelli, 37 anni, e Bartolomeo Carella, 35 anni, con le mansioni più disparate (trasporto, custodia, taglio e smercio al dettaglio), per lo spaccio di droga anche in bar e ristoranti del quartiere murattano frequentati dalla Bari Bene. Romita, invece, ritenuto legato al clan Rafaschieri-Di Cosimo del rione Madonnella,  una volta acquistato lo stupefacente all’ingrosso da Mallardi, avrebbe gestito col figlio Ivan, di 30 anni, e il genero VOLPICELLI Massimiliano Volpicelli, 41 anni, una florida attività di spaccio nei quartieri San Pasquale e Madonnella di Bari. Il 3 ottobre 2009, in un box di Triggiano, nella disponibilità di Domenico Romita, i militari del Gico scoprirono un laboratorio della droga sequestrando una pressa per compattare i panetti di stupefacente, bilancini e materiale per il confezionamento delle dosi, 5 chili di eroina e tre pistole complete di munizioni.  A Bisceglie, infine, l’acquirente di Mallardi e Anastasia sarebbe stato Nicola Di Corrado, 64 anni, catturato all’alba assieme alla moglie Teresa Allegretta, 58 anni, sottoposta ai domiciliari.  Solo nel 2011 la Guardia di Finanza del comando provinciale di Bari ha sequestrato due tonnellate e 300 chili di droga, soprattutto nello scalo portualedel capoluogo.  La Procura di Bari, invece, nello stesso periodo, tra sequestrati preventivi e confische, ha sottratto alla criminalità organizzata beni per quasi 800milioni di euro.  Ma per il capo della Procura di Bari, Antonio Laudati, per contrastare il fenomeno della droga “non bastano arresti e sequestri di stupefacente, ma occorre più prevenzione assieme alla repressione. “Se non diminuisce la domanda i clan continueranno a spacciare. Ci vuole anche sensibilizzazione dell’opinione pubblica e un maggiore coinvolgimento degli operatorti sociali” conclude Antonio Laudati.

Camorra e Gomorra. Cultura e informazione contro le mafie

di Santo Della Volpe – www.liberainformazione.org

Ora che Michele Zagaria è finalmente rinchiuso nel supercarcere dove una cella l’attendeva da anni con il regime del 41bis, ora che il clamore si è spento,è possibile riflettere meglio sul significato di questo colpo alla camorra. Partendo da una frase del magistrato Federico Cafiero de Raho (responsabile della DDA della Campania, già PM al processo Spartacus contro i casalesi) che ha diviso la lotta alla camorra tra un prima ed un dopo il libro “Gomorra” di  Roberto Saviano. 

Perché se Iovine e Zagaria sono stati  arrestati, se Setola ed altri boss della Camorra sono in carcere, se gli affari nel traffico di rifiuti e del cemento sono stati rivelati e colpiti, se Don Diana ha ottenuto un po’ di giustizia e se questa “terra dei mazzoni”  ha ora qualche speranza di un futuro migliore, lo si deve anche ai riflettori finalmente accesi sui casalesi e sulla loro pericolosità; e non solo. Gomorra ed il successo internazionale del libro e del film, hanno fatto capire quanto sia importante  lottare contro questa criminalità con la Cultura e con l’Informazione, con la Tv e con il Cinema; e soprattutto con le parole e la scrittura. La denuncia che si fa Cultura,il mito si sfalda,il mondo torna al suo posto; ed anche se il consenso resta notevole intorno a chi comunque  dava lavoro e non solo (perché in quei posti devastati dalla criminalità e dalla sottocultura televisiva conta avere più l’Iphone che un libro), Gomorra e Saviano, Rosaria Capacchione e la pubblicazione poi degli atti del processo Spartacus,hanno messo la camorra nel cono d’ombra negativo.

Grazie al Web,alla TV ed al Cinema i giovani hanno visto il volto vero della criminalità camorrista,violenta,omicida,spacciatrice di droga e di veleni,ladra di futuro e di economia ai danni di chi vuole creare molteplicità di occasioni di lavoro e di scelta. 

E’ anche questo il motivo per cui noi lavoriamo e Libera Informazione propone quotidianamente le notizie che dal territorio ci documentano la resistenza e la denuncia del mondo  onesto che vuole essere libero di scegliere e di investire nelle prossime generazioni.

Ed anche per questo bisogna tornare al dott. Federico Cafiero de Raho quando ,a caldo, ha dichiarato che «è quanto mai importante  cominciare ad ampliare il contrasto ai profili patrimoniali di questo gruppo: bisogna aggredire gli apparati economici, e non solo ” ha detto il magistrato;” dovremo anche concentrarci su quella zona grigia composta da insospettabili infiltrati che hanno consentito ai Casalesi di fare il grande salto di qualità, diventando camorra imprenditrice. Mi riferisco a quella 'borghesia mafiosà che oggi è il vero nemico, sia nostro che di tutta la società». «Una bonifica sociale – spiega ancora Cafiero De Raho – passa necessariamente per una qualificazione economica,imprenditoriale e politica, laddove per politica intendo l'organizzazione di sane amministrazioni locali. In questo modo si ottiene anche un altro risultato importante: la gente torna ad avere fiducia nello Stato».

Parole che valgono un impegno da parte delle Istituzioni che vorremmo raddoppiato rispetto a ieri. Se è vero, come è vero,che il ministro degli Interni Cancellieri ha visto la lotta alla Mafia come la priorità del suo impegno di Governo, chiediamo al premier Monti ed al ministro Passera che la lotta ai patrimoni mafiosi sia di tutto il Governo, anche attraverso la manovra economica in discussione al Parlamento. Perché la Cultura da sola non basta, anche se è determinante: poi ci vuole il sigillo dello Stato con la lotta alle evasioni fiscali e l’economia sommersa e criminale, con l’arresto dei boss e poi con il lavoro, l’impegno per i servizi sociali ed il futuro per i giovani, soprattutto al Sud.

Noi continueremo a fare la nostra parte, come Informazione e Cultura: ma dopo il prima ed il dopo Gomorra, vorremmo che ci fosse un terzo tempo, nel quale si possa parlare di mafie, camorre e ‘ndrangheta come “un fenomeno umano che ha avuto un inizio ed anche una fine”, per citare Giovanni Falcone. 
 

Mafia, «così ad Altamura la mia vita in caserma»

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Dura la vita per un appuntato dell’Arma quando ci si deve mettere contro il proprio comandante. Lo spaccato emerge dalle dichiarazioni rese dai militari in servizio ad Altamura ai magistrati inquirenti che indagano su un presunto intreccio tra mafia e politica che per anni avrebbe imperversato nella cittadina murgiana. Nell’inchiesta, è noto, sono indagati due militari. Si tratta del maresciallo Nicola Logiudice, comandante della stazione, ai domiciliari da mercoledì scorso (oggi sarà completato il suo interrogatorio di garanzia) e del maresciallo Massimo Carotenuto (sarà sentito domani dal gip che deve decidere se sospenderlo). 

Logiudice e Carotenuto, con una «gradazione» diversa di presunte responsabilità, sono accusati sostanzialmente di avere «coperto» nel 2007 il boss Bartolo Dambrosio, omettendo di denunciarlo quando l’uomo, sorvegliato speciale, non si presentava la domenica in caserma per firmare l’apposito registro. L’altra accusa riguarda le relazioni di servizio trasmesse in Tribunale in cui veniva attestata, falsamente, la buona condotta del sorvegliato speciale. 

Nell’ambito dell’indagine sono numerosi i militari, sottufficiali e ufficiali, ascoltati dai pm baresi Desirèe Digeronimo, Francesco Bretone e dal sostituto della Dna Roberto Pennisi, applicato all’Antimafia barese. È il 24 febbraio scorso quando l’appuntato dei carabinieri P. viene sentito a sommarie informazioni dagli inquirenti. «Vorrei che la S. V. – dice tra l’altro – comprendesse lo stato psicologico in cui io e tanti miei colleghi ci troviamo, tra l’incudine e il martello, cioè se rispettare quanto ci è stato richiesto dal maresciallo Logiudice oppure dire la verità». 

Poco prima il magistrato inquirenti aveva diffidato formalmente l’appuntato a dire la verità senza reticenze. 

«Durante tutto l’esame – prosegue P. – sono stato combattuto da queste due forze e, per questo, la S. V. ha rilevato incongruenze e reticenze che mi sono state fatte notare. Ma, via via che rispondevo, dentro di me cercavo di acquistare forza e fiducia per liberarmi da quello stato di tensione. Quale dipendente di una stazione so benissimo che se non faccio ciò che mi dice il maresciallo la mia vita diventa intollerabile attraverso mille sistemi che possono essere orari di servizio, note riservate, l’ordine pubblico nei giorni in cui si sa che posso avere degli impegni ecc. anche se ci si comporta sempre ligi al dovere come ho cercato di fare io». 

Tra l’incudine rappresentata dal dovere di rispondere alle domande degli inquirenti e il martello rappresentato dal potere di chi potrebbe rendere la vita impossibile. L’appuntato racconta di quei verbali che non venivano tenuti, delle denunce che venivano omesse, della «retromarcia» a seguito di una ispezione disposta dal comando provinciale dei carabinieri. Solo allora, a quanto pare, qualcuno sarebbe stato «costretto» a denunciare le violazioni del boss. 

Un caso non isolato stando a quanto un altro appuntato, B., ha riferito al pm inquirente. 

«Mi chiede per quale motivo non abbia voluto dire immediatamente ciò che ho appena detto rischiando l’incriminazione per “false dichiarazioni” ed io rispondo che avevo paura di eventuali ripercussioni dicendo al verità. Temevo reazioni da parte del maresciallo Logiudice se avessi detto la verità alla S.V., anche perché dopo essere stato sentito dalla Guardia di Finanza, il maresciallo Logiudice mi chiese cosa gli avessi detto, ed io glielo dissi», omettendo solo un riferimento. «Anche prima di presentarmi oggi davanti alla S.V. il Logiudice ha avvicinato me» e il collega P. «e ci ha invitati a riferire le “cose come stavano”, riferendosi cioè alla versione come l’avevo raccontata prima che la S.V. mi sollecitasse a dire la verità». 

[g. l.] 

Rifiuti tossici per farne giocattoli. Arrestati big baresi della differenziata


di GIOVANNI LONGO
e MASSIMILIANO SCAGLIARINI –  www.lagazzettadelmezzogiorno.it

I pneumatici da smaltire diventavano usati e venivano trattati come una merce normale. I rifiuti di plastica e gomma, pericolosi, si trasformavano in materia prima per i giocattoli realizzati in Cina. Ha un cuore barese l’associazione per delinquere sgominata l’altroieri dai finanzieri di Taranto, che hanno arrestato 51 persone capaci di far transitare i rifiuti per i porti di mezza Italia, in barba alle dogane e a tutti i controlli, guadagnando migliaia di euro per ogni spedizione.
Sono finiti in manette, tra gli altri, i fratelli Annamaria e Francesco Schino, 50 e 67 anni, della Recuperi Pugliesi di Modugno, una delle più importanti imprese pugliesi del settore.
E poi Emanuele e Arcangelo Amendolagine, 33 e 55 anni, di Bitonto, rispettivamente legale rappresentante e amministratore di fatto della Recuperi Sud.
E ancora, Marco e Nicola Schiavone, 32 e 60 anni, titolari dell’agenzia di spedizioni Aermar e della ditta Duesse di Bari.
Nella lista degli arrestati anche Antonello Tampoia, 41 anni di Turi, dipendente dell’agenzia marittima Sisam di Taranto.
È ancora latitante, invece, Andrea Mongelli, 36 anni, di Modugno, titolare della Tucab: anche per lui, come per la maggioranza delle 54 persone coinvolte (ed accusate a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale dei rifiuti e di falso ideologico), il gip del tribunale di Lecce, Cinzia Vergine, su richiesta del sostituto Alessio Coccioli della Antimafia di Taranto, ha chiesto l’arresto in carcere. 

Secondo le indagini, la Recuperi Pugliese avrebbe spedito attraverso il porto di Taranto 48 container con 937mila kg di rifiuti speciali: plastica e gomma che venivano inviati a un falso impianto di Hong Kong («Tak Shing»), al cui indirizzo corrispondeva un appartamento. Ma le verifiche hanno accertato che grazie a documenti doganali contraffatti il materiale finiva in Cina, dove veniva lavorato nelle fabbriche di giocattoli e casalinghi. Stesso discorso per la Recuperi Sud, accusata di aver fatto transitare dai porti di Taranto e Napoli 147 container con oltre 3,6 milioni di kg di rifiuti speciali, tra i quali moltissimi (1,4 milioni di kg) erano plastiche agricole: i teloni dei campi. Per mesi i finanzieri hanno ascoltato e pedinato i titolari delle aziende e gli operatori doganali, intercettando i telefoni e anche le e-mail. 

Ed è saltato fuori, ad esempio, che per coprire le enormi quantità di plastica spedite in Estremo Oriente, la Recuperi Sud inviava falsi formulari ad imprese agricole della provincia di Bari. I cui titolari si lamentavano. Accade, ad esempio, a maggio del 2009, quando sul telefono di Arcangelo Amendolagine i finanzieri ascoltano le lamentele di un imprenditore di Noicattaro cui erano arrivati documenti contraffatti: «Io – dice l’uomo – non mi posso mettere in carico materiale che non è assolutamente mio. Io non ho un'azienda agricola. Io ho solo quel terreno, punto. Acquisto i teloni ogni tre anni e li ho in carico. Il resto non è di mia competenza. Mi sono visto arrivare addirittura cinque formulari. Da dove vengono questi?». 

Ma per giustificare il traffico servivano quintali di documenti. E così il gip giudica «eclatante» una telefonata intercettata il 22 gennaio 2010, quando una funzionaria della Coldiretti chiama la figlia di Arcangelo Amendolagine, ancora una volta per lamentarsi. Il problema stavolta è serio: il destinatario del documento fasullo era morto due anni prima.

  1. • La «Recuperi Pugliesi», colosso che fattura sedici milioni
  2. • Le intercettazioni – «A Taranto ci hanno scoperti andiamo a Napoli»

Confiscati all'operaio-usuraio beni per 7 milioni di euro


bari.repubblica.it

Beni del valore complessivo di oltre sette milioni di euro sono stati confiscati dalla Direzione investigativa antimafia di Lecce a un ex operaio dell'arsenale di Taranto, condannato per usura aggravata a 6 anni e 8 mesi di reclusione. La confisca è stata fatta nell'ambito di indagini svolte dagli investigatori nei confronti di Cosimo Damiano Surgo, di 48 anni, di Lizzano (Taranto), dalle quali è emersa una sproporzione tra gli esigui redditi dichiarati e l'ingente patrimonio a lui riconducibile. 

Per questo, già un paio di anni fa, per decisione del tribunale di Taranto per le misure di prevenzione furono sequestrati otto appartamenti, due ville, due locali commerciali, terreni per diciannove ettari, in provincia di Taranto, e cinque autoveicoli: gli stessi beni oggi sottoposti a confisca. Nei confronti di Surgo è stata disposta anche la misura di prevenzione della sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno nel comune di residenza, per tre anni.

Maxi-sequestro da 8 milioni al principe del contrabbando

di SONIA GIOIA

bari.repubblica.it

Maxi-sequestro da otto milioni di euro. Sotto sigillo sono finiti i beni mobili e immobili dell'imprenditore Alfonso D'Oriano, 59 anni, principe della Marlboro city che fu, accusato di aver ripulito il denaro sporco del contrabbando di sigarette. I militari della guardia di finanza al comando del maggiore Gabriele Sebaste hanno posto sotto sequestro una villetta a schiera di 9 vani strutturata su tre livelli al rione Casale di Brindisi, cinque terreni per quasi 9 ettari di estensione, quote societarie di tre imprese con sede a Brindisi operante in campo portuale, disponibilità finanziarie per 6,5 milioni di euro per un valore complessivo di circa 8 milioni di euro.

L'imponente sequestro arriva dopo la sentenza di secondo grado del processo scaturito dalla operazione Atlantide, messa a segno dalla Guardia di Finanza di Brindisi ormai 10 anni fa. Il verdetto della corte d'appello di Lecce, preludio al blitz di questa mattina arrivò due mesi fa, condanne per 127 anni a carico di 25 imputati, reati prescritti per tutti gli altri, cinquantatre in tutto. Dove finirono i soldi delle bionde che fecero del potentato Scu un impero? A questa domanda tentarono di rispondere le indagini avviate dal magistrato inquirente Giorgio Lino Bruno. 

Fra gli attori, giudicati responsabili di aver mondato il denaro del traffico di tabacchi lavorati esteri, un popolo trasversale, composto da dirigenti di banca, imprenditori e gente comune, a vario titolo inseriti in un circuito utile ai traffici della criminalità organizzata nostrana. Gli inquirenti sequestrarono 

 

 

all'epoca 27 miliardi di lire in contanti, finiti nelle attività portuali di tre imprese portuali del gruppo D'Oriano, legato a filo doppio secondo l'accusa tanto alla famiglia brindisina dei fratelli Morleo quanto al clan napoletano dei D'Alessandro di Castellammare di Stabia. L'accordo fra contrabbandieri e banche prevedeva l'acquisto da parte dei primi di certificati di deposito al portatore per il tramite di prestanome, da qui la comparsa nel fascicolo del pm, inizialmente composto da 79 indagati, di casalinghe e figure ancillari, sconosciute fino a quel momento nel panorama della malavita di Brindisi. Per ricostruire l'organigramma di Brindisi, il Nucleo di polizia tributaria ed il pm dovettero passare al setaccio  –  tra polemiche politiche come quella sollevata dal senatore Euprepio Curto  –  tutti i conti correnti delle banche brindisine. Dire che una città fu letteralmente passata al microscopio non è esagerato.

Con la sentenza di secondo grado arrivò la riduzione della pena a carico dell'uomo-chiave dell'inchiesta, Roberto Della Porta, 56 anni, di Brindisi, direttore di un importante istituto bancario, personaggio dal quale prese il via l'indagine, accusato di aver ripulito il denaro proveniente dal traffico di sigarette, attraverso l'apertura di diversi conti correnti e libretti di risparmio da parte dei soggetti coinvolti nel contrabbando. Severissime le condanne a carico della famiglia D'Oriano, di Castellamare di Stabia (Napoli): il capostipite Domenico D'Oriano, 83 anni, fu condannato a 14 anni e tre mesi (14mila euro di multa); mentre il figlio Alfonso D'Oriano, 59 anni, fu condannato a undici anni e dieci mesi (10.900 euro di multa), erede dei beni finiti sotto sigillo questa mattina. 

Il sequestro antimafia è scattato sulla scorta di questa sentenza, a corredo della quale sono arrivati gli ultimi accertamenti del Nucleo tributario della guardia di finanza di Brindisi, secondo i quali i redditi dichiarati dai D'Agnano dal 1987 al 2008 ammontano a 445mila euro. Caso strano è che nello stesso periodo a capo della stessa famiglia risultano investimenti per 990mila euro, più una disponibilità di circa 6 milioni di euro scovati sui conti correnti. Tesoretto che gli investigatori considerano provento diretto delle attività riciclaggio dei soldi derivanti dal contrabbando di sigarette.