Archivio mensile:marzo 2010

Colpo di scena nell'omicidio Bufi. Condannato il perito del tribunale

Un anno di reclusione e 5 di interdizione a Maria Tricarico. Ritenuta colpevole di falsa perizia su una registrazione fondamentale per l’accusa nel processo a carico di Marino Domenico Bindi

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Cosa è successo quella sera del 3 febbraio 1992 sul ciglio della strada statale 16 bis, a cento metri dallo svincolo per la zona industriale di Molfetta? Chi ha ucciso 23enne molfettese Annamaria Bufi? Quale il motivo di tanta violenza nei suoi confronti?

Domande che da diciotto anni costiuiscono uno dei più fitti misteri della cronaca cittadina. Un processo archiviato, riaperto, archiviato e di nuovo riaperto, giunto ora in Cassazione. Altri procedimenti collegati.

In uno di questi, ieri, il giudice del Tribunale di Trani Maria Grazia Caserta ha ritenuto colpevole di falsa perizia Maria Tricarico, consulente nominato dalla Corte di Assise di Trani nel corso del processo per il delitto, condannandola alla pena di un anno di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici.

Per comprendere il ruolo del perito bisogna tornare indietro nel tempo.

Per la procura a compiere il delitto sarebbe stato Marino Domenico Bindi, gestore all’epoca dei fatti di una palestra a Bisceglie, che per otto anni aveva intrattenuto una relazione sentimentale con la vittima. A corroborare la teoria ci sarebbe una confidenza raccontata a un suo amico, Onofrio Scardigno, in un momento di disperazione: «Cosa ho fatto, cosa ho fatto. Ho ucciso Anna Maria». Parole che Scardigno avrebbe tentato di nascondere agli inquirenti, e chi gli erano valse l’accusa di favoreggiamento.

Entrambi sono stati assolti in appello il 25 settembre dello scorso anno.

La circostanza del colloquio tra Bindi e Scardigno sarebbe stata raccontata da quest’ultimo a una terza persona, Michele Nanna. Il testimone aveva riferito di aver appreso che una sera Scardigno, chiamato a soccorso dalla madre di Bindi, aveva ritrovato il suo amico in cammino sulla strada per Bisceglie in preda allo sconforto. Durante la conversazione, Bindi avrebbe dichiarato: «Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto. Ho ucciso Annamaria» riferendosi appunto all’omicidio della Bufi.

Nanna, in possesso di un registratore portatile, aveva intercettato le dichiarazioni di Scardigno  e consegnato la registrazione agli inquirenti. Interrogato, l’amico di Bindi aveva in un primo momento negato sia di aver parlato con il teste che di avergli riferito la frase di Bindi. Salvo poi ritrattare, dopo l’ascolto della registrazione.

Per trascrivere la conversazione tra Nanna e Scardigno la procura aveva nominato un perito, Maria Tricarico, da anni impiegata nel tribunale come stenotipista. Questa ha negato di aver ascoltato la seconda frase «Ho ucciso Annamaria», limitandosi alla trascrizione della prima («Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto»).

Secondo gli inquirenti, invece, non solo la frase avrebbe fatto parte della registrazione, ma sarebbe stata ben distinguibile anche da un orecchio inesperto. Di qui l’accusa alla Tricarico di aver redatto una falsa perizia, con la conseguenza di aver privato l’accusa di un importante elemento di prova a carico del presunto omicida.

Bindi era stato infatti assolto anche perché, scriveva la corte nella sentenza assolutoria, quella frase «Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto» poteva riferirsi a qualsiasi altra situazione ma non era certo – non avendo il perito ascoltato la successiva parte «Ho ucciso Annamaria» – riferita al fatto di avere ucciso la Bufi.

Il giudice ha invece ritenuto che la frase contenente la presunta autoconfessione dell’omicidio fatta da Bindi all’amico Scardigno facesse parte della conversazione e fosse distinguibile in modo chiaro, e condannato la Tricarico.

Questa sentenza si pone come un importante tassello nella risoluzione del caso, tuttora pendente presso la Corte Suprema di Cassazione di Roma, ma anche degli altri casi collegati

Il Tribunale di Trani deve infatti ancora giudicare per il reato di favoreggiamento Anna Andriani, arrestata dalla Squadra Mobile di Bari e in seguito scarcerata per un vizio di forma dell’ordinanza. È accusata di aver taciuto per anni agli inquirenti di essersi recata quella sera del 1992, chiamata da Bindi in suo soccorso, sul luogo del delitto, trovandosi davanti al cadavere di Annamaria Bufi.

Ancora processi, udienze, documenti, testimonianze. Sono ormai diciotto gli anni in cui la complessa vicenda si snoda tortuosa e misteriosa alla ricerca della verità.

 

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Passaparola: La Polizia della Casta

Testo:
Buongiorno a tutti. Non parliamo delle elezioni ovviamente perché non sappiamo ancora come sono andate, anche se forse più o meno lo si può prevedere come andranno a parte un paio di regioni in bilico.

Irruzione a Sky (espandi | comprimi)

Parliamo invece di un tema che credo stia diventando importante, il ruolo delle forze dell’ ordine nella nostra democrazia, sapete che ci sono continuamente, vengono fuori continuamente casi di persone che vengono malmenate dopo un fermo, un arresto, di alcune conosciamo i nomi il caso di Uva, di Aldrovandi, tanti altri casi che sono stati raccontati in questi anni, in questi ultimi mesi che indicano un pericoloso aumento delle violenze da parte di coloro che invece la violenza la dovrebbero reprimere, contenere o ne dovrebbero fare un uso istituzionale.

Capite che se si arriva a questi estremi, a punire le idee, a punire la cultura, soltanto perché qualcuno con un eccesso di zelo degno di migliore causa, appena legge “odiare i mascalzoni è cosa nobile” pensa immediatamente a Berlusconi, perché non c’era scritto “odiare Berlusconi” c’era scritto “odiare i mascalzoni” bisognerebbe interrogare i poliziotti privati e della Digos e dire loro: com’è che vi è subito venuto in mente Berlusconi appena avete letto il messaggio, visto che Quintiliano difficilmente nel primo secolo dopo Cristo si riferiva a Berlusconi quando scriveva “odiare i mascalzoni è cosa nobile”? Se si passa sopra queste cose, se non ci sarà qualcuno che si prenderà la responsabilità di quello che è successo, se questa notizia resterà confinata su Il Fatto quotidiano o sui nostri blog, se non si comincerà a chiedere molto civilmente conto alla Questura di Roma del comportamento di questi agenti e se la Magistratura romana non prenderà dei provvedimenti nei confronti di questi signori e se i loro stessi colleghi non cominceranno a dire: noi non c’entriamo con certi comportamenti, vorrà dire che abbiamo fatto un altro passo in avanti verso il regime, venerdì pomeriggio alle 14,30 quando si è verificato questo fatto incredibile e un poliziotto che entra nel personal computer di un lavoratore per cercare di capire chi ha appeso a un muro un messaggio di un autore latino. A furia di lasciar passare queste cose ci abituiamo e l’assuefazione fa entrare un altro pezzo di regime dentro le nostre teste e quindi ci rende sempre più tolleranti verso nuovi abusi di potere, perché questo è chiaramente un abuso di potere, grosso come una casa ai danni di due cittadini che non avevano fatto assolutamente niente di male, avevano esercitato un diritto costituzionale previsto dall’Art. 21 della Costituzione.
Tra l’altro esponendo un pensiero che non era neanche loro, ma era di Quintiliano, che quando saranno finite le ricerche, forse quegli agenti della Digos, scopriranno essere anche ampiamente morto. Altro fatto che segnala un preoccupante scivolamento verso il regime del nostro paese in controtendenza tra l’altro rispetto invece a momenti in cui le forze dell’ordine anche ai massimi livelli sanno tenere la schiena dritta, non più tardi di due sabati fa la Questura di Roma ha tenuto botta davanti agli insulti, minacce e addirittura alle calunnie, infamie che alcuni cialtroni del centro-destra hanno lanciato contro la Polizia romana soltanto perché i responsabili della polizia hanno calcolato, secondo me anche esagerando, in 150 mila i partecipanti alla misera manifestazione di Piazza San Giovanni con Berlusconi con lo scolapasta in testa, erano probabilmente 60/70 mila i partecipanti a quella manifestazione, in Questura generosamente glieli hanno portati a 150 mila, ma loro avevano detto che erano un milione e quindi anche i 150 mila generosamente concessi dalla Questura, sono sembrati un attentato all’immagine del Presidente del Consiglio.
Quello è stato un segnale che ci ha fatto piacere perché ci ha fatto vedere che esiste ancora un’autonomia da parte delle forze dell’ ordine rispetto non al governo, perché poi li ha difesi anche Maroni i poliziotti, ma rispetto agli esaltati, ai fanatici dell’entourage berlusconiano.

Le punizioni a Gioacchino Genchi (espandi | comprimi)
Purtroppo in controtendenza con questo evento, negli stessi giorni succedeva una cosa, Gioacchino Genchi, è un vicequestore di Polizia, è in servizio da 23 anni, ha lavorato con Giovanni Falcone e poi ha lavorato per cercare di scoprire, in mezzo a depistaggi di ogni genere, chi aveva ucciso Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino.

Per anni ha lavorato in aspettativa sindacale privatamente, adesso l’anno scorso è rientrato nei ranghi della Polizia, ma subito dopo è bastato un avviso di garanzia e una perquisizione realizzata dagli uomini del Ros e disposta dal Procuratore Achille Toro di Roma, Procuratore aggiunto, ora dimissionario perché beccato a combinarne di cotte e di crude nello scandalo della protezione civile, per quell’inchiesta nel mentre di quell’inchiesta Genchi è stato sospeso dal servizio, gli hanno ritirato il tesserino, la pistola, il distintivo, ha subìto poi un’altra sospensione e le sospensioni dal servizio finivano il 23 marzo, meno di una settimana fa, a quel punto avrebbe dovuto rientrare in servizio, invece proprio il 22 marzo, alla vigilia del suo rientro in servizio, gli è arrivato un altro provvedimento di sospensione, firmato il Capo della Polizia, Antonio Manganelli. “Visto il Dpr, la legge, il Decreto Legislativo, i decreti… con cui sono stati aggiunti al vicequestore aggiunto della Polizia di Stato Genchi due sanzioni disciplinari della sospensione del servizio ognuna per la durata di 6 mesi, che cumulano i loro effetti fino al 23 marzo 2010, considerato che gli accennati provvedimenti disciplinari sono stati adottati a carico del funzionario per avere lo stesso rilasciato dichiarazioni gravemente lesive del prestigio di istituzioni dello Stato, poi riportate su organi di stampa nazionali e nonostante specifiche e puntuali iniziative poste in essere dall’amministrazione volte a richiamare il Dott. Genchi a attenersi alle disposizioni dipartimentali sui rapporti con gli organi di formazione, viste le dichiarazioni rese dal Dott. Genchi nel corso di un convegno svoltosi a Cervignano nel Friuli il 6 dicembre 2009, e nel corso del congresso dell’Italia dei valori del 6 febbraio 2010 a Roma, alle quali è stata data ampia diffusione sui mass media a livello nazionale. Considerato che il contenuto delle dichiarazioni rese dal funzionario anche in questa circostanza pericolosamente lesivo per il prestigio delle istituzioni dello Stato, sembrerebbe potenzialmente idoneo a concretizzare un comportamento fortemente scorretto sotto il profilo deontologico da parte di un funzionario della Polizia di Stato, proprio in relazione ai doveri connessi alle funzioni rivestite e alle responsabilità sottese alla qualifica coperta e quindi valutabili disciplinarmente, considerato, infatti, che è ancorché sospeso dal servizio e non tenuto quindi a attenersi agli obblighi strettamente connessi allo svolgimento della prestazione lavorativa, il Dott. Genchi come ogni appartenente all’amministrazione della pubblica sicurezza deve comunque rispettare tutti quei doveri generali che siano compatibili con il suo attuale status giuridico, tra cui il dovere di fedeltà e correttezza nella condotta.
Considerato che in relazione al comportamento in questione in quanto apparentemente suscettibile di integrare fattispecie di inflazioni disciplinari, punibili con una sanzione più grave della deplorazione, in data odierna è stata disposta nei confronti del funzionario un’inchiesta disciplinare ai sensi dell’Art. 19 etc., ritenuto inoltre che dalla lettura delle dichiarazioni concesse appare che il funzionario nonostante i provvedimenti adottati nei suoi confronti stia perseverando in una gravissima condotta assolutamente in contrasto con i propri doveri, oltre che pregiudizievole per l’immagine e il decoro delle istituzioni di appartenenza e gli altri organismi dello Stato, ritenuto che per quanto sopraesposto sussistano gravi motivi previsti dall’Art. 92 per l’adozione nei confronti del Dott. Genchi della sospensione cautelare dal servizio per motivi disciplinari, visto il secondo comma etc., così come modificato decreta per i motivi indicati in premessa il Vicequestore aggiunto della Polizia di Stato Dott. Gioacchino Genchi e sospeso cautelarmente dal servizio ai sensi del combinato disposto etc., a decorrere dal giorno successivo della data di notifica, quindi del 23 marzo, esattamente dal giorno in cui dopo un anno di sospensione in seguito a due provvedimenti successivi di 6 mesi, lui avrebbe dovuto rientrare in servizio.
Al predetto funzionario, è citato un funzionario che deve citare l’inchiesta a Genchi, compete un assegno alimentare nella misura stabilita dalle vigenti disposizioni di legge, non lo lasciano senza mangiare, il Direttore centrale per le risorse umane incaricato dell’esecuzione del presente decreto attraverso il quale ha ammesso presentare ricorso giurisdizionale al Tar etc., Direttore generale della pubblica sicurezza Manganelli.”

Genchi fuori, macellai dentro (espandi | comprimi)
Come vi ho detto c’è un’inchiesta disciplinare aperta, perché? Questo è il provvedimento cautelare di sospensione per altri 6 mesi, terzo, dopo il quale c’è la radiazione, perché hanno fatto il provvedimento di indagine?

Allora la domanda è, dato che vi ho letto prima quella giaculatoria: “ha leso gravemente il prestigio e l’onore delle istituzioni, la sua presenza in servizio è nociva per l’immagine della Polizia”, a proposito di Genchi, la domanda è: pestare a sangue e torturare manifestanti che non hanno fatto niente in una scuola o in una caserma, è per caso lesivo per il prestigio delle istituzioni? E la permanenza in servizio di chi ha fatto queste cose è per caso nociva per l’immagine della Polizia? Fino a quando a pagare sarà soltanto Genchi che ha fatto un’intervista e un intervento al congresso dell’IdV e una risposta a Facebook e non gli autori di violenze etc., etc., saremo autorizzati a pensare molto male e io di questo mi dispiaccio perché sono sempre stato un difensore della Polizia e delle forze dell’ordine. Mi piacerebbe che i vertici della Polizia ci aiutassero a avere fiducia in loro e a solidarizzare con loro, passate parola!

Processo Amato, ieri l'ultima testimonianza

Il 14 aprile toccherà al pubblico ministero Giuseppe Maralfa prendere la parola per la sua requisitoria. Poi sarà la volta delle parti civili: l’avvocato Maurizio Masellis per il Comune di Molfetta e l’avvocato Bartolomeo Morgese per Matteo d’Ingeo. Il 5 maggio sarà poi la volta dei difensori degli imputati a cui spetterà il compito di smontare la tesi accusatoria.

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

L’istruttoria dibattimentale del processo cosiddetto “Amato +5” si è chiusa, di fatto, ieri con l’ultima testimonianza. Ha deposto, per la difesa del principale imputato, il consigliere comunale Pino Amato, Nicoletta Cuocci.

La testimone ha riferito di aver ricevuto da Amato, all’epoca dei fatti contestati (4 gennaio 2004 e l’11 ottobre 2005) assessore alla polizia municipale, la somma di 50 euro per suo figlio gravemente malato. L’episodio sarebbe avvenuto all’uscita della donna in lacrime dagli uffici comunali, dove si era recata per chiedere un contributo.

Nel procedimento in svolgimento nel tribunale di Trani, il vice presidente del consiglio comunale è accusato, con Pasquale Mezzina, Vincenzo de Michele, Girolamo Scardigno, Gaetano Brattoli, Vito Pazienza e Giovanna Anna Guido, a vario titolo di concussione, voto di scambio, abuso d’ufficio e falso ideologico.

Per la procura, rappresentata dal pubblico ministero Giuseppe Maralfa, si sarebbe attivato per creare, insieme agli altri imputati, una rete di contatti a fini elettorali. Il presunto serbatoio di voti sarebbe stato utilizzato per sé le elezioni amministrative del 2006 e le regionali 2005 in favore del candidato di Forza Italia Massimo Cassano, ascoltato nell’udienza del 18 marzo quale teste del Pm.

La prossima udienza è stata fissata per il 14 aprile. Al momento Maralfa non ha fatto richiesta di chiamare a deporre altri testi, né di acquisire altre prove.

Saranno di certo pronunciate le requisitorie delle parti civili, il comune di Molfetta e Matteo d’Ingeo, rappresentati dai legali Maurizio Masellis e Bartolomeo Morgese e probabilmente anche la richiesta di condanna formulata dalla procura.

L'era di internet è iniziata

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di Claudio Messora (www.byoblu.com)

Il mondo è cambiato. L'Italia e Berlusconi se ne sono accorti solo ieri. Anche secondo il Giornale di Feltri, con buona pace degli editoriali di Sallusti, la cifra più probabile degli ascolti cumulativi di AnnoZero, in diretta streaming, radiofonica e satellitare da Bologna, è prossima a quella che usualmente sbanca lo share su RaiDue ogni giovedì sera.
Chi ha pagato la trasmissione di ieri? Gli sponsor. Gli sponsor e i privati cittadini. L'abbiamo pagata noi. L'abbiamo pagata e ce la siamo guardata. Alla faccia dell'AGCOM, in barba a Mauro Masi e al CdA Rai, facendo un grosso marameo a Silvio Berlusconi, a Paolo Romani e alle loro televisioni obsolete e presto fallimentari.
Questa è la vittoria della gente contro la politica degli arraffoni. Ma soprattutto è la vittoria della rete. Dove credete che si siano informati, coordinati, organizzati gli italiani per darsi appuntamento, per inviare denaro, per allestire le centinaia di piazze che hanno portato l'allegra brigata di Santoro a fare il suo sporco lavoro – ma qualcuno dovrà pur farlo – nonostante le veline diramate dal Minculpop? In rete, in rete e poi ancora in rete!

Questo dimostra che ce la possiamo fare, che possiamo scalzare questo governo del telecomando, mandare in soffitta questa cultura del tubo catodico e delle trasmissioni soporifere, ripiene di polpette avvelenate. Possiamo organizzare la televisione del futuro, interattiva, collettiva, autentica e partecipativa, scegliere chi vogliamo ascoltare, scegliere quando e come vogliamo ascoltarlo, scegliere se esserci attraverso una televisione, un monitor del pc, uno smartphone, una radio, un proiettore di piazza, un qualsiasicosa utile a metterci in collegamento con chi sta trasmettendo qualcosa di interessante.

Silvio Berlusconi è molto più sfortunato rispetto a Benito Mussolini. Nel ventennio l'unica alternativa era una trasmissione radio abusiva, Radio Londra. Oggi la comunicazione non si può più fermare: ruscella in mille rivoli, sgorgando da mille buchi diversi, e né Gasparri né Cicchitto né La Russa potranno mai tapparli tutti.
Caro Presidente, il tuo impero mediatico, costruito sul principio piduistico del controllo dei mezzi di informazione, non vale più nulla. Le tue dichiarazioni demagogiche ed irrealistiche, che reggevano solo grazie ai TG minzoliniani, i tuoi "siamo in un milione", nulla possono contro le macchinette fotografiche compatte digitali, le videocamere consumer e i blog che ti sbugiardano in diretta prima ancora che ci pensino le questure.

Oggi siamo entrati definitivamente nell'era di internet. Fattene una ragione!

RAIPERUNANOTTE – Anche qui la diretta in streaming

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Gli sdoppiati: Antonio Azzollini

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La puntata di Report dello scorso 21 marzo 2010 si è occupata dei parlamentari che hanno anche incarichi amministrativi.
Nel 2008 Antonio Azzollini era già Senatore del PdL e Sindaco di Molfetta. Alla caduta del governo Prodi si dimise da Sindaco per potersi ricandidare al Senato. Dopo l’elezione però, si candidò nuovamente alla carica di Sindaco e venne rieletto. A queste due cariche assomma anche quella di Presidente della Commissione Bilancio.
L’accumulo delle cariche è vietato da una legge e prima del 2002 tale legge è stata rispettata. Poi i nostri bravi politicanti hanno trovato il modo di aggirarla e il nostro sindaco ne ha approfittato abbondantemente.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
[…] dal dopoguerra al 2002 il doppio incarico non è mai stato concesso. Questa è la lista di quelli che in 60 anni ci hanno provato e sono sempre stati dichiarati tutti incompatibili. Cosa è successo allora nel 2002? L’onorevole Cammarata si candida sindaco a Palermo, viene eletto e a quel punto la giunta delle elezioni gli dovrebbe dire: da uno dei 2 incarichi ti devi dimettere, Cammarata non molla, la giunta delle elezioni guarda la legge e la interpreta, la pensata è questa: la legge dice il presidente di provincia e il sindaco non può fare i parlamentare, ma non dice il contrario, quindi il parlamentare può fare il sindaco. Nasce cosi la "Giurisprudenza Cammarata", e da allora in poi avanti tutta, ad occupare poltrone e potere. Anche a costo di far commissariare il comune.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO
Antonio Azzolini, del popolo delle libertà, dal 2006 è sindaco di Molfetta e anche senatore, nel 2008 cade il governo e si va alle elezioni politiche. Per ricandidarsi al senato deve dimettersi dalla carica di sindaco. Che vuoi dire commissariamento per il comune.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Quando io mi sono candidato al senato non ero più sindaco perché attenendomi rigorosamente alla legge …

BERNARDO IOVENE

Si è dimesso?

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Mi sono dimesso, il termine che prevede la legge.

BERNARDO IOVENE
Altrimenti era ineleggibile.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Certamente, certamente!

BERNARDO IOVENE
Per cui lei cosa ha fatto … ha lasciato vuoto il comune.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
E infatti c’è stato il Commissario …

BERNARDO IOVENE
Il Commissario … Lei ha fatto arrivare il Commissario per potersi candidare …

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
No, ho fatto arrivare io. Se un sindaco si dimette …

BERNARDO IOVENE

Lei si è dimesso per candidarsi diciamo?!

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO

Mi sono dimesso e certo …

BERNARDO IOVENE

Per candidarsi al Senato?!

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
E certo!

BERNARDO IOVENE

E ha fatto arrivare il commissario di conseguenza …

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Non l’ho fatto arrivare io. Il prefetto ha nominato un commissario per 40 giorni.

BERNARDO IOVENE
Ho capito. Però ha fatto arrivare lei il commissario diciamo … è una conseguenza, è la conseguenza.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
E’ la conseguenza. Insisto io non faccio arrivare nessuno non ho questo potere. Il potere ce l’ha il prefetto.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO
Azzolini è stato rieletto senatore e poi si è ripresentato qui come sindaco, oggi ha le due cariche ed anche una terza è presidente della commissione bilancio, la più operativa del parlamento, poi la domenica va a vedere il basket, omaggiando l’arbitro con un bel paio di corna. Dice di non avere neanche il tempo per mangiare.

BERNARDO IOVENE
Lei fa anche il senatore ma anche in aula deve anche spingere i bottoni.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Certo, certo, devo anche spingere i bottoni.

BERNARDO IOVENE
E lo deve fare altrimenti insomma?

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
E certamente che lo faccio. Ma le devo dire che è particolarmente faticoso. Spesse volte proprio mentre in aula c’è una discussione su un emendamento bisogna vederne i profili di onerosità e quindi devo ricorrere in commissione e ritornare.

BERNARDO IOVENE
Senta per cui tra senatore, presidente di commissione insomma basta e avanza, no?

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Ah beh certo … Si, si, si, si, si lavora!

BERNARDO IOVENE
Ma perché va a fare anche il sindaco di Molfetta?

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO

Perché la politica non è un lavoro è un’attività ed è anche un’inclinazione personale, uno sceglie di sacrificarsi per tutta la settimana ed è una scelta che affida alla sovranità popolare.

BERNARDO IOVENE

Però i cittadini di Molfetta c’hanno un sindaco a mezzo servizio!

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO

No credo lo abbiano a tempo pieno se mi hanno anche riconfermato.

BERNARDO IOVENE

Come a tempo pieno se le dice che …

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Certo per esempio tantissimi sindaci che ogni settimana si recano a Roma per un certo tempo, proprio per reperire i finanziamenti. lo non devo nemmeno girare molto per Roma, ho il leggero vantaggio di poterlo fare anche nel senato.

XV GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL’IMPEGNO IN RICORDO DELLE VITTIME DELLE MAFIE

LIBERA
ASSOCIAZIONI, NOMI E NUMERI
CONTRO LE MAFIE

XV GIORNATA DELLA MEMORIA
E DELL’IMPEGNO IN RICORDO
DELLE VITTIME DELLE MAFIE

Milano, 20 marzo 2010
“LEGAMI DI LEGALITÀ
LEGAMI DI RESPONSABILITÀ”

“La legalità non si insegna, ma si testimonia” è il forte richiamo che i familiari delle vittime di tutte le mafie ci affidano: “Pensiamo che la memoria non debba essere uccisa dal tempo.
Abbiamo il convincimento che attraverso il nostro impegno possiamo dare un valore aggiunto al sacrificio dei nostri cari ma soprattutto offriamo un contributo a costruire una società alternativa. Attraverso la nostra testimonianza trasmettiamo i loro valori, il loro esempio, il loro essere eroi con il loro comportamento “normale”
. Fin dai primi passi del suo cammino associativo, Libera ha sempre avuto al suo fianco i familiari delle vittime delle mafie. In loro ha trovato la forza per una denuncia e una proposta coerenti tra loro; in loro ha riconosciuto e apprezzato lo straordinario valore di un dolore privato che ha saputo trasformarsi in impegno pubblico.

È per questo che ogni anno, il 21 marzo, in coincidenza con il primo giorno di primavera, Libera si ritrova con la sua rete di associazioni, scuole e cittadini per celebrare la memoria delle vittime innocenti di tutte le mafie e per ribadire l’impegno quotidiano nella realizzazione di percorsi di legalità democratica e partecipazione civile.

Nelle diverse edizioni fin qui svoltesi, la Giornata è stata ospitata da Roma, Niscemi (CL), Reggio Calabria, Corleone (PA), Casarano (LE), Torre Annunziata (NA), Nuoro, Modena, Gela (CL), ancora Roma, Torino, Polistena (RC), Bari e Napoli. La giornata tradizionalmente si tiene il 21 marzo, ma essendo quest'anno  domenica, viene anticipata a sabato 20 marzo per favorire la massima partecipazione di quanti arriveranno da ogni parte d’Italia.

L’APPUNTAMENTO QUEST’ANNO È A MILANO, SABATO 20 MARZO 2010.

LA GIORNATA
Il cuore della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie” è un grande corteo per le vie della città, durante il quale si tiene la lettura pubblica dei nomi di coloro che sono caduti per mano mafiosa, sia di coloro che sono stati uccisi perché si contrapponevano ai criminali per ragioni professionali (magistrati, esponenti delle forze dell’ordine e delle istituzioni), sia di quanti non si sono piegati al quieto vivere e hanno svolto il loro ruolo fino in fondo (giornalisti, imprenditori, sindacalisti, sacerdoti e tanti altri), ma anche di chi si è trovato al momento sbagliato nel posto sbagliato ed è stato spazzato via dalla cieca violenza dei criminali.

Per noi sono tutte vittime importanti allo stesso modo, senza alcun ordine di preferenza, sono tutte persone da ricordare perché la loro vita è stata spenta in modo brutale e insensato, perché il loro esempio possa essere di monito per tutti noi ad assumerci la responsabilità singola e collettiva nel migliorare il paese in cui viviamo.

Nella lettura dei nomi delle vittime – una vera e propria cerimonia laica che dura ore – si alternano familiari e personalità, studenti e cittadini, e per quanti partecipano, il ricordo delle vittime diventa uno stimolo all’impegno. Nel pomeriggio della giornata, sono previsti dei seminari che approfondiscono contenuti e tematiche per costruire percorsi di impegno a partire dalla memoria delle vittime.

Ogni anno il numero dei partecipanti aumenta straordinariamente perché cresce nel paese la rete di associazioni, realtà e cittadini che vogliono impegnarsi e ricordare, cresce la fame e sete di giustizia che anima tanti percorsi di impegno civile e responsabile, cresce la voglia di capire per impegnarsi e fare ciascuno la propria parte.

Ogni anno cresce anche il numero dei familiari delle vittime che partecipano alla giornata, vuoi perché purtroppo le mafie non cessano mai di uccidere, anche nel silenzio; vuoi perché tanti decidono per fortuna, magari a distanza di molti anni, di rompere il silenzio nel quale il dolore li ha costretti per aprirsi alla  testimonianza in ricordo dei loro cari.

PERCHÉ A MILANO, PERCHÉ IN LOMBARDIA
La scelta di celebrare la giornata a Milano quest’anno è dovuta ad una serie di ragioni specifiche, alcuni delle quali sono legate al passato, mentre altre riguardano l’oggi e altre ancora il domani della città e della regione, senza dimenticare le profonde relazioni con il sistema paese nel suo complesso, viste il peso di mafie e corruzione sulla società e l’economia italiana.

“Milano e la Lombardia rappresentano la metafora della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il nord, dalle coste adriatiche della Romagna ai litorali del Lazio e della Liguria, dal cuore verde dell’Umbria alle valli del Piemonte e della Valle d’Aosta… La Lombardia è da sempre retroterra strategico dei più importanti sodalizi criminali calabresi e gli eventi registrati offrono ulteriori riscontri per quanto concerne la massiccia presenza nella regione di soggetti legati alla ‘ndrangheta, con interessi principalmente nel settore del traffico
di stupefacenti, nella gestione dei locali notturni e nell’infiltrazione all’interno dell’imprenditoria edilizia”.

Dalla relazione della Commissione Parlamentare Antimafia, XV Leg., approvata all’unanimità

Come ci ricorda l’ultima relazione della Commissione Parlamentare Antimafia, è ormai chiaro a tutti che il fenomeno delle mafie nel nostro paese non riguarda più e soltanto le tradizionali regioni di origine, ma è da tempo un problema nazionale e internazionale.

Le mafie sono presenti a Milano e in Lombardia da tempo e, oggi più che mai, rappresentano una pericolosa minaccia per la convivenza civile e democratica.

Capire di avere un problema con cui confrontarsi costituisce già un primo passo positivo in avanti verso la sua risoluzione. Chi non accetta di misurarsi con le infiltrazioni delle mafie e della corruzione nel tessuto milanese e lombardo, fatta eccezione per i casi di diretta collusione, dimostra di voler rinunciare ad una battaglia che sente già persa in partenza. Bisogna quindi reagire alla sfiducia con una nuova assunzione di responsabilità, un compito che spetta a tutti, nessuno escluso.

LE RAGIONI DI IERI
Risale agli inizi degli anni Sessanta il progressivo insediamento delle cosche dovuta all’applicazione della misura del soggiorno obbligato, che porta al nord, in Lombardia, a Milano e provincia soprattutto, molti uomini delle cosche. Da quel momento è un lento diffondersi della presenza mafiosa, prima con il controllo delle bische e del contrabbando, poi con la stagione dei sequestri di persona, per finire ai nostri giorni con il controllo del mercato della sostanze stupefacenti e le infiltrazioni nel meccanismo degli appalti pubblici.

A testimonianza dell’inquinamento nel sistema finanziario ed economico milanese, l’11 luglio del 1979, viene ucciso da un killer della mafia italoamericana Giorgio Ambrosoli, il coraggioso ed inflessibile avvocato liquidatore della banca privata italiana di Michele Sindona, crocevia di operazioni di riciclaggio delle cosche.

Sono passati trent’anni da quel tragico evento ma la lezione che proviene dal sacrificio di Ambrosoli è ancora oggi vivo e valido. Il posto di Sindona viene poi preso da Roberto Calvi che porta il Banco Ambrosiano al
fallimento per ripianare gli stessi investimenti fatti per conto degli uomini delle mafie. A distanza di tre decenni, non è dato di sapere quali nuovi canali e intermediari finanziari siano oggi utilizzati dalle cosche per il riciclaggio
degli ingenti proventi derivanti dai loro business.

A metà degli anni Novanta, grazie alle indagini delle forze dell’ordine e della magistratura e ai riscontri offerti dai collaboratori, prendono in via una serie di inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. Il bilancio finale della lunga stagione processuale è di quasi tremila persone arrestate e condannate per associazione mafiosa, oltre al sequestro di ingenti patrimoni: cifre di gran lunga superiori a quelle che si registrano nello stesso periodo in realtà a tradizionale insediamento mafioso come Palermo e Napoli.

Nello stesso periodo, i riflettori dell’opinione pubblica a Milano sono puntati però sulla contemporanea uscita di scena di una intera classe politica, travolta dalle molte inchieste sulla corruzione del pool di “Mani Pulite”, che portano alla scoperta di una vera e propria Tangentopoli.

Proprio le inchieste sulla corruzione evidenziano come il sistema mafioso prosperi grazie al costante rapporto con politica e istituzioni, unite dalla medesima distorta visione di un potere che non sia al servizio della collettività. Oggi assistiamo ad una pericolosa rilettura di quel periodo storico i cui esiti rischiano di essere una faziosa condanna della magistratura e un’assoluzione collettiva postuma di un’intera classe politica, dimostratasi più sensibile ai propri interessi che a quelli dei cittadini.

Altro segnale inquietante della presenza mafiosa in città e dei legami nazionali con le cosche palermitane è dato dall’attentato di via Palestro, nella stagione della cosiddetta “trattativa” tra Stato e antistato, quando il 27 luglio del 1993 una bomba ad alto potenziale distrugge parte del Padiglione di Arte Contemporanea e provoca la morte violenta del vigile urbano Alessandro Ferrari, dei pompieri Carlo La Catena, Sergio Pasotto, Stefano Picerno e del cittadino marocchino Driss Moussafir.

LE RAGIONI DI OGGI
Tutti i documenti ufficiali di magistratura e forze dell’ordine, licenziati recentemente, raccontano di una presenza capillare e diffusa delle cosche in città e nella regione, a motivo della centralità dell’una e dell’altra nei processi decisionali economici e politici del nostro paese.

“La penetrazione delle organizzazioni mafiose nel territorio del Distretto di Milano non si arresta, ed anzi sembra accentuarsi, favorita da una maggiore predisposizione degli ambienti amministrativi, economici e finanziari ad avvalersi dei rapporti che si instaurano con l’ambiente criminale. Soprattutto nei settori delle opere pubbliche, della edilizia, dei mercati e della circolazione del denaro. E la criminalità organizzata non esita, all’occorrenza, anche in territorio lombardo, a far ricorso pure alle azioni violente per conseguire più agevolmente i propri scopi”.
Dalla relazione della Direzione Nazionale Antimafia, Dicembre 2008

“In Lombardia le ‘ndrine calabresi, continuano ad essere molto attive nel traffico di stupefacenti. A Milano e in altre province della regione la ‘ndrangheta, oltre alle attività illecite tipiche delle strutture criminali organizzate e consolidate nel territorio, confermate, peraltro, dalle risultanze delle indagini svolte dalla DIA, i sodalizi portano avanti un’azione di penetrazione nel tessuto socio – economico, attraverso la connivenza con settori inquinati dell’imprenditoria. I sempre più rilevanti interessi in gioco, segnatamente nei settori dell’edilizia in genere e nei sub appalti per la realizzazione di opere pubbliche, hanno anche fatto saltare, in alcuni casi, equilibri, alleanze e spartizioni territoriali consolidati da tempo, facendo venir meno l’apparente clima di pax criminale che, negli ultimi anni, aveva connotato l’area. Trovano così una plausibile chiave di lettura anche i diversi episodi di intimidazione e gli omicidi avvenuti nella provincia di Milano e in altre aree della regione”.
Dalla relazione della Direzione Investigativa Antimafia, II semestre 2008

A questi documenti si aggiungono i dati più recenti che testimoniano la presenza delle cosche.

La Lombardia secondo tutte le statistiche delle forze dell’ordine e degli organismi preposti è la prima regione per traffico di cocaina e delle altre sostanze stupefacenti, Milano è la piazza dove si fa il prezzo delle sostanze per tutto il nord Europa e la regione offre diverse soluzioni ai trafficanti non solo di droga, in termini di opzioni di trasporti e di mimetizzazione nel tessuto sociale ed economico.

La Lombardia è la prima regione per segnalazione operazioni sospette in tema di riciclaggio all’Ufficio Informazione Finanziaria e offre numerose e diversificate possibilità di reimpiego dei capitali accumulati illecitamente dalle cosche.

La Lombardia è la terza regione per numero di aziende confiscate alla criminalità organizzata. Anche se nella maggior parte dei casi, abbiamo a che fare con aziende che, in realtà, sono delle “scatole vuote”, è chiaro il tentativo delle mafie di avere a propria disposizione strumenti e possibilità di inquinare il tessuto economico a proprio esclusivo vantaggio.

La Lombardia è la quinta regione per numero di beni immobili confiscati, anche se negli ultimi anni si è trovato in posizioni ancora più elevate, tenendo conto delle singole annualità relative alle confische.

La Lombardia, come le altre regioni del nord, è la nuova frontiera dello sfruttamento della forza lavoro dei migranti e da qui deve partire un forte segnale di denuncia delle moderne forme di schiavitù, perché a tutti gli esseri umani vengano riconosciuti quei diritti che le mafie comprimono e negano mentre forniscono favori, in cambio di obbedienza e riconoscenza.

Milano e la Lombardia sono il crocevia dei tanti traffici illeciti delle mafie transazionali che oggi prosperano sulla caduta delle frontiere in Europa e movimentano ingenti masse di denaro e merci di tutti i tipi, compresi gli esseri umani.

LE RAGIONI DI DOMANI
Se non fossero sufficienti i motivi di ieri e di oggi per spiegare i perché del prossimo 20 marzo a Milano, non mancano anche altre ragioni più inerenti al futuro prossimo della città, della regione e del paese in riferimento al contrasto dei gravi fenomeni della corruzione e delle mafie.

Nel 2015 la città e la regione saranno la sede di un grande evento internazionale. Expo 2015 movimenterà non solo presenze e relazioni, ma anche ingenti quantità di risorse, sulle quali è prevedibile abbiano già appuntato i loro appetiti le organizzazioni criminali. Durante il percorso di avvicinamento all’esposizione mondiale, se è importante rafforzare il versante della repressione delle infiltrazioni criminali, è altrettanto strategico presidiare il versante delle prevenzione con pratiche di legalità, non solo destinate ai decisori pubblici ma anche alle diverse componenti della società, nella logica di una piena e matura corresponsabilità.

Quanto vale per l’atteggiamento da adottare in vista dell’Expo 2015, a maggior ragione vale per il nostro Paese, ogni qualvolta si debba affrontare la centralità dei poteri criminali nella vita quotidiana, per arrivare a sciogliere le ipoteche illegali che condizionano lo sviluppo della democrazia. Fino a quando non comprenderemo che l’impegno contro le mafie, la corruzione e l’illegalità deve essere un impegno di tutti, non
riusciremo a vincere questa importante e centrale battaglia per la nostra democrazia.

Una società civile e organizzata che voglia contrapporsi al potere delle mafie e della corruzione deve battersi perché la cittadinanza sia pratica vissuta e non sterile declamazione. I diritti sanciti dalla Costituzione devono essere pienamente fruibili, per tutti, senza privilegi o rifiuti. Mafie, corruzione, illegalità rappresentano un serio ostacolo alla piena attuazione del disegno di società contenuto all’interno della Carta Costituzionale,
perché prosperano sulla violenza e sul delitto, privatizzano risorse destinate allo sviluppo della collettività, inquinano territori e cultura, negando ogni possibilità di alternativa.

Perché le mafie siano sconfitte, perché la corruzione venga debellata, perché l’illegalità venga rifiutata, occorre rinsaldare quei “legami di legalità” rappresentati dai tanti percorsi umani, civili e associativi che costituiscono l’ambito in cui praticare e vivere i diritti e che ogni giorno, in silenzio, civilmente e pazientemente continuano ad essere agiti, pur in condizioni di estrema difficoltà. Ad una criminalità organizzata che sfrutta ogni occasione di illecito arricchimento e di indebito sfruttamento dell’uomo, si devono contrapporre possibilità autentiche di crescita umana, percorsi democratici di decisione, fortemente saldati sul rispetto delle leggi, senza che vi sia spazio per le scorciatoie.

Perché la legge sia veramente uguale per tutti, occorre trasformare i tanti “legami di legalità” che spesso crescono e alimentano la speranza di cambiamento, in “legami di responsabilità”, dove ciascuno, facendo la propria parte, cerca la relazione con l’altro; dove ogni realtà si rapporta all’altra, senza voler costringerla ad una inutile omologazione. Il termine “legame”, infatti, indica una continua tensione, una ricerca forte e autentica di relazione, un rapporto dove sentimento e ragione devono
intrecciarsi continuamente.

La legalità di per sé non può essere un obiettivo sterile; la legalità è viceversa uno strumento indispensabile per raggiungere il vero obiettivo, la giustizia sociale e la piena fruizione dei diritti da parte di tutti.

Se vogliamo evitare che la legge sia piegata a fini di parte, se vogliamo vincere la battaglia contro le mafie e la corruzione, serve quindi una maggiore responsabilità, serve un’assunzione concreta di responsabilità che interpella direttamente ciascuno di noi, ciascun cammino associativo, ciascuna scelta istituzionale.

Tutte queste relazioni, tutti questi luoghi di democrazia, tutti questi legami civili devono interagire tra loro, pena l’insuccesso nella battaglia contro la criminalità organizzata, la corruzione, l’illegalità e, in ultimo, la pericolosa sfiducia nella possibilità di sortire insieme e collettivamente da problemi così complessi che minano la nostra democrazia.

Sapranno i cittadini, non solo milanesi e lombardi, capire che la battaglia per le mafie è una battaglia per i diritti e che l’ipoteca delle cosche sulle vite, gli affari, i circuiti istituzionali è più insidiosa perché apparentemente meno visibile?

Sapranno i cittadini, non solo milanesi e lombardi, riscoprire il gusto della partecipazione, unico vero antidoto alla rassegnazione?

Sapremo, noi tutti, a partire dalle nostre stesse vite, trasformare i “legami di legalità” in “legami di responsabilità”, perché si possa insieme ragionare su un domani, libero dallemafie, dalla corruzione, dalla violenza, dall’illegalità alle quali troppo spesso ci abituiamo?

“LEGAMI DI LEGALITÀ LEGAMI DI RESPONSABILITÀ” È LO SLOGAN SCELTO PER LA GIORNATA DEL 20 MARZO PER RICHIEDERE A CIASCUNO DI NOI, A CIASCUNA DELLE ASSOCIAZIONI E REALTÀ A CUI STA A CUORE IL DOMANI DEL PAESE, UNO SCATTO IN AVANTI, UN SANO PROTAGONISMO CHE, UNENDOSI A QUELLO DI ALTRI, SIA FUNZIONALE ALLA COSTRUZIONE DI “UNA COMUNITÀ ALTERNATIVA ALLE MAFIE”, SALDAMENTE ANCORATA ALLA CARTA COSTITUZIONALE.

Massimo Cassano depone nel processo Amato

Il consigliere regionale Pdl è giunto ieri in aula accompagnato dai poliziotti,
su disposizione della corte dopo le assenze nelle precedenti udienze

di La Redazione (Molfettalive)

 

Si avvia al termine il processo a carico dell’ex assessore e attuale vice presidente del consiglio comunale Pino Amato, accusato dalla procura di Trani, conPasquale Mezzina,Girolamo Antonio ScardignoGaetano BrattoliVito Pazienza eGiovanna Anna Guido a vario titolo di concussione, voto di scambio, abuso d’ufficio e falso ideologico. 

Secondo il Pm Giuseppe Maralfa, tra il 4 gennaio 2004 e l’11 ottobre 2005, Amato avrebbe abusato della sua carica istituzionale per mettere in piedi, insieme ad altri imputati, una rete di contatti finalizzata a creare un serbatoio di voti per sé e per altri candidati.

In questo senso è giunta la testimonianza – richiesta prima dal legale dell’imputato Brattoli e, dopo la sua rinuncia, acquisita da Maralfa – del consigliere regionale del Pdl Massimo Cassano, eletto nelle elezioni del 2005 con 10.835 voti, 1.707 dei quali ottenuti a Molfetta. 

Cassano è giunto ieri in aula accompagnato – su disposizione della corte –da agenti di polizia, dopo che il suo nome era più volte risuonato in aula senza esito. Nella deposizione ha dichiarato come sommaria la sua conoscenza del principale imputato, facendo riferimento al sindaco Azzollini come suo referente molfettese.

Molti i «non ricordo» nella sua deposizione, in cui è anche emerso un rapporto di lavoro tra Brattoli, broker assicurativo, e l’azienda del consigliere regionale. 

Il dibattimento è stato aggiornato al 25 marzo, data in cui verranno ascoltati gliultimi due testi della difesa

Il 14 aprile sarà la volta delle arringhe delle difese e delle parti civili, il comune di Molfetta e Matteo d’Ingeo, rappresentati rispettivamente dai legali Maurizio Masellis e Bartolomeo Morgese.

BOTTA E RISPOSTA – IL "LIBERATORIO" INTERROGA I CANDIDATI MOLFETTESI

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Il Movimento “Liberatorio Politico” di Molfetta ha organizzato un confronto pubblico tra tutti i candidati molfettesi al Consiglio Regionale della Puglia.

Andreula Saverio – Io Sud – MPA, 
Armenio Francesco – I Pugliesi, 
Camporeale Antonio – Popolo della Libertà, 
Cives Domenico – Italia dei Valori, 
Minervini Guglielmo – Partito Democratico, 
Minervini Tommaso – Sinistra Ecologia Libertà, 
Mongelli Mauro – Alternativa Comunista, 
Pascarella Michele – Lista Pannella Bonino, 
Porta Gianni – Federazione Sinistra e Verdi.

L’iniziativa si terrà domenica 21 marzo 2010 presso la Sala “B.Finocchiaro” (Fabbrica San Domenico) alle ore 18.00. 

L’evento, strutturato con il sistema “domanda-risposta”, prevederà interrogazioni poste da un moderatore, uguali per tutti i candidati, e risposte dei candidati la cui durata non deve superare un massimo di tre minuti. 

L’ordine di risposta dei candidati sarà sorteggiato la sera stessa per garantire la più ampia trasparenza e “par condicio” per tutti gli intervenuti.

Gli ambiti tematici sui quali saranno poste le domande sono i seguenti:

1) Politiche energetiche e centrali elettriche a biomasse.

2) Salvaguardia del nostro mare, bonifica bellica e ricerche petrolifere.

3) Sviluppo della grande distribuzione e crisi del commercio locale.

“Amato +5”, testi in aula scortati dai carabinieri

 

di La Redazione (MOLFETTALIVE)

È stata aggiornata a stamattina l’udienza di ieri del processo a carico di Pino AmatoPasquale MezzinaGirolamo Antonio ScardignoGaetano BrattoliVito Pazienza e Giovanna Anna Guido. Gli imputati sono accusati, a vario titolo, di concussione, voto di scambio, abuso d’ufficio e falso ideologico. 

Un rinvio dettato dall’assenza di tre dei quattro testimoni. Tra questi il consigliere regionale del Pdl Massimo Cassano, chiamato a deporre dal pubblico ministero Giuseppe Maralfa, dopo che il legale di Amato aveva rinunciato alla sua audizione. 

Dopo l’ennesimo appello senza esito, il collegio giudicante (CaroneMessinaGadaleta) ha disposto senza indugio l’accompagnamento coatto per i testimoni, nel frattempo diventati tre per la rinuncia a uno di essi della difesa di Amato. 

Dovrebbero quindi giungere oggi in aula scortati dai carabinieri. 

L’assenza nella seduta dello scorso 24 febbraio era costata ai tre testi della difesa ilpagamento di 300 euro ciascuno

Adesso questa nuova misura, necessaria per rispettare il calendario delle udienze che prevede per il 14 aprile le arringhe delle difese e delle parti civili, queste ultime rappresentate dagli avvocati Bartolomeo Morgese (per conto di Matteo d’Ingeo) e Maurizio Masellis (Comune di Molfetta). 

Il 5 maggio è stato invece fissato l’inizio delle discussioni.

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