Archivio mensile:marzo 2011

Truffa e usura ai danni dei possessori di carte di credito, tre avvisi di garanzia della Procura di Trani

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Occhio alle carte di credito revolving attivate in seguito ad un accordo raggiunto al telefono con un operatore della banca emittente. Il rischio dietro l'angolo è che si possa incorrere in clausole non volute che producono danni economici rilevantissimi. E' quanto avrebbe stabilito la Procura di Trani nell'ambito del capitolo della maxi-inchiesta sul sistema utilizzato da alcuni istituti di credito per aumentare i propri profitti a danno di ignari clienti che si ritrovavano a dover restituire somme ben maggiori di quelle prese in prestito. Per giunta con tassi di interesse che superavano la soglia massima consentita dalla legge. Per questa ragione, infatti, gli istituti coinvolti dovranno rispondere di truffa ed usura continuata ed aggravata. 

Quello di oggi è il secondo filone dell'inchiesta nata a carico dell'American Express e che, per una vicenda ancora tutta da chiarire e del tutto estranea alle carte di credito, portò al coinvolgimento del Premier, Silvio Berlusconi, del Direttore del Tg 1, Augusto Minzolini e del commissario dell'Agcom, Giancarlo Innocenzi. Una vicenda che fece esplodere il caso-Santoro

La bufera mediatica nata in quella circostanza, però, non ha impedito alla Procura di Trani di p roseguire nell'inchiesta che, dopo American Express, oggi si è concentrata sui prodotti distribuiti in Italia da Barclay's Bank

Le indagini condotte dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Bari e coordinate dal Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani, Michele Ruggiero, hanno portato alla notifica di tre informazioni di garanzia ed inviti a presentarsi per rendere interrogatorio a dirigenti apicali in Italia della Barclay’s bank. 

Secondo gli inquirenti il sistema utilizzato dalla Barclay’s bank era particolarmente complesso ed è stato esaminato a fondo dai consulenti tecnici della Procura: la Barclay's bank emetteva delle carte di credito denominate «Carta Barclaycard» gold e classic che prevedevano una clausola accessoria particolarissima. Si trattava della copertura assicurativa (ad opera di una compagnia di assicurazioni che, a sua volta, girava l'ottanta per cento dell'incassato alla stessa banca inglese) delle somme utilizzate in contanti. Per poter attivare questa clausola, che prevedeva una maggiorazione del costo del danaro di un ulteriore 0,69 per cento su base mensile, sarebbe stato necessario un consenso esplicito e diretto da parte dei clienti. 

La banca, invece, in alcuni casi si sarebbe limitata a comunicare verbalmente questo tipo di clausola accessoria che, anche senza il consenso diretto controfirmato dai clienti, finiva invece nei loro estratticonto mensili. Insomma, secondo la Procura, la clausola contrattuale denominata Credito protetto, faceva scattare la truffa e l'usura ai danni degli ignari clienti. 

«Una vicenda – ha detto questa mattina il Procuratore della Repubblica, Carlo Maria Capristo – che mette in luce un fenomeno preoccupante in danno di fasce di utenti non particolarmente agiate. Si tratta di quelle famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese e che con il credito al consumo pensano di poter risolvere le difficoltà di liquidità che sono costrette ad affrontare. Quindi si tratta di cittadini meritevoli di ogni tutela e protezione, proprio per la loro posizione di debolezza contrattuale. A questo proposito dobbiamo ringraziare pubblicamente per le loro segnalazioni le associazioni dei consumatori Federconsumatori e Adusbef». 

Il Procuratore ha parlato di fenomeno molto diffuso. E i numeri gli danno ampiamente ragione. La Procura, infatti, ha analizzato 439 casi prodotti negli anni 2008 e 2009, in tutto il Circondario di Trani

Le indagini hanno dimostrato che in 10 casi la clausola era inserita stata senza alcun consenso né scritto, né orale (anche se l'assenso telefonico non vale comunque per questo tipo di contratti); in altri 200 casi non vi è traccia neanche delle registrazioni delle conversazioni che la Barclay's bank avrebbe dovuto conservare. 

I fatti sono resi ancor più gravi «per essere stati commessi dalla banca agendo nell’esercizio di un’attività professionale bancaria e di intermediazione finanziaria mobiliare e con abuso di poteri e violazione di doveri inerenti un pubblico servizio quale l’attività bancaria e di intermediazione finanziaria autorizzata». 

Se solo in due anni nel Circondario del Tribunale di Trani sono state rilasciate 439 carte di credito di questo tipo e di queste quasi il 50 per cento non sarebbe il linea con la legge, è facile immaginare quale volume d'affari illecito sia stato generato in Italia. Tanto che in alcuni casi la banca ha giò rimborsato le somme incassate indebitamente.

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Dalle ceneri di “ Piazza Paradiso” nasce il “Mercato diffuso”

mercato-diffuso-3Basta con le vecchie bancarelle e ombrelloni variopinti, il “mercato dell’abuso diffuso” cambia pelle e si presenta, alla città, vestito di bianco con parquet e carrelli mobili (questi ultimi per giustificare il cambio di casacca agli ambulanti itineranti che sono diventati tutti a “posto fisso”). C’è perfino il registratore di cassa per smentire tutti coloro i quali additano gli ambulanti che non rilasciano scontrini fiscali.

E’ una vera rivoluzione quella voluta dal sindacosenatorepresidente Azzollini che in punta di piedi ha aperto le saracinesche del primo prototipo del punto vendita comunale di ortofrutta in via Papa Montini.

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Questa volta, diversamente da altre inaugurazioni e battesimi di opere pubbliche, non c’era il Vescovo Martella a benedire la “prima pesata”. Forse non c’è stata inaugurazione ufficiale perché ancora non si è capito cos’è realmente questo primo box del mercato diffuso. Sembra una delle tante opere pubbliche che la Protezione Civile allestisce nelle situazioni d’emergenza aggirando leggi, regolamenti annonari, edilizi e lungaggini burocratiche riservate solo ai comuni mortali.
Anche questa volta in beffa alla trasparenza amministrativa le carte sono apparse in rete (o albo pretorio on line) ad assegnazione già avvenuta; ma le sanatorie, si sa, non convincono mai.
La “boutique della frutta” confezionata ad arte per commercianti raccomandati deve farci un po’ riflettere.
Quando una pubblica amministrazione approva un piano di commercio si pone almeno due obiettivi, il primo è quello di offrire un buon servizio pubblico e il secondo di creare nuove opportunità di lavoro.
Nel primo caso la filosofia del servizio pubblico sotteso dal cosiddetto mercato diffusoè ancora inesistente perché le postazioni previste dal piano comunale per il commercio non coprono il territorio comunale in cui non c’è offerta di servizi commerciali di ortofrutta; anzi in molti casi i posteggi assegnati (o indicati dalle “famiglie”) sono in aperta concorrenza con altri operatori già esistenti sul territorio.
Per quanto riguarda l’occupazione e la creazione di nuovi posti di lavoro non abbiamo ancora capito come funziona strategicamente l’offerta dell’amministrazione comunale.
Il sindaco Azzollini si è sempre giustificato di fronte all’opinione pubblica dicendo che quelle discutibili autorizzazioni concesse, avevano come obiettivo il reinserimento sociale di cittadini che avevano avuto problemi giudiziari in passato.
Ma i conti non tornano quando si scopre che gli stessi cittadini, sono stati o sono intestatari di più concessioni, o che gli intestatari non compaiono mai, o molto raramente, nelle postazioni di vendita e quindi, sono intestazioni fittizie, o siamo di fronte a veri e propri prestanome? 
Sarebbe il colmo se qualche intestataria di licenza del “mercato diffuso” si trovasse, contemporaneamente, dietro il bancone di altre attività commerciale; oppure sarebbe ancor più preoccupante se qualche componente delle famiglie prescelte andasse in giro con qualche autovettura non proprio consona al reddito dichiarato.
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Ce ne sarebbero tante di domande da fare sul mercato dell’abuso diffuso e in attesa che il tempo sciolga i nodi di questa intricata matassa, permetteteci un’ultima considerazione.
Sorvolando sulle discutibili modalità che il Dirigente Territorio Ing. Altomare Rocco ha utilizzato per individuare la ditta che ha realizzato il prototipo del box in via Papa Montini, vogliamo invece interrogare e far riflettere l’opinione pubblica, i disoccupati e i titolari di esercizi commerciali che vorrebbero trasferirsi o ristrutturare il proprio punto vendita. Riferendoci sempre ai due principi iniziali, quello dell’offerta di servizi e la creazione di posti di lavoro, che una buona amministrazione pubblica dovrebbe promuovere, chiediamo al Sindaco: se invece del box della “boutique della frutta” l’amministrazione dovesse assegnare una casa popolare, in  che modo avverrebbe l’assegnazione?
 
Seguendo le graduatorie comunali in cui rientrano cittadini senza casa, con famiglie al seguito e redditi popolari, oppure il sindaco l’avrebbe assegnata a chi, nell’attesa, ha urlato più forte, ha minacciato pubblici ufficiali o a chi è stato denunciato per occupazione abusiva di suolo pubblico? Non c’è molta differenza tra la procedura da adottare per l’ipotetica assegnazione di una casa popolare con l’assegnazione del box comunale per la vendita di frutta e verdura.
 
Perché i box dovrebbero essere assegnati a quelle “famiglie”, o loro referenti, che da oltre vent’anni fanno i padroni delle nostre strade e contro le quali neanche Forze dell’Ordine e Procura riescono a far valere le leggi dello Stato? Ci dica il sindaco se è sotto minaccia oppure la pubblica amministrazione deve ancora pagare il prezzo dell’oltraggio reso nel 1992 agli esponenti di quel mondo variegato che in Molfetta andava comunemente sotto il nome di " Piazza Paradiso"? Come dire, “stiamo in campana” e speriamo di non svegliarci un giorno leggendo sui giornali dello scioglimento del consiglio comunale di Molfetta per infiltrazioni mafiose o per forti condizionamenti criminali.
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Recupero relitto del Francesco Padre

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                Ill.mo Presidente della Repubblica                                                                                                                                                                                                                                                                                          
 

Ill.mo Signor Presidente,mi chiamo Maria Pansini e sono figlia del comandante del Motopesca  “Francesco Padre”, della marineria di Molfetta, affondato a circa 20 miglia dalle coste del Montenegro in circostanze ancora tutte da chiarire, nella notte tra il 3 e il 4 novembre del 1994.

Quella notte persero la vita tutti e 5 i componenti dell'equipaggio: Giovanni Pansini 45 anni – comandante, Luigi De Giglio 56 anni – motorista, Francesco Zaza 31 anni – capopesca, Saverio Gadaleta 42 anni – marinaio, Mario De Nicolo 28 anni – marinaio, insieme al loro fedele cane, Leone. Il mare ha restituito soltanto il corpo di Mario de Nicolo.I resti degli altri, da allora, giacciono in fondo al mare insieme al relitto, posizionato a soli 243 metri di profondità, come documentato da un filmato subacqueo effettuato nel giugno del 1996.
L'inchiesta giudiziaria aperta sulle cause del disastro, dopo alterne e incomprensibili vicissitudini, venne definitivamente archiviata con l’ipotesi di responsabilità collegata ad un presunto e mai dimostrato trasporto di materiale esplosivo, che avrebbe causato, deflagrando, la tragedia.Noi familiari e l'intera Marineria Molfettese, non abbiamo mai potuto ritenere credibile questa tesi per ragioni morali, a motivo della diretta conoscenza delle persone implicate, oltre che per la poca chiarezza nello svolgimento ed approfondimento delle indagini.
Nonostante questo, tutte le nostre speranze sembravano essere svanite nel stesso fondo del mare che conserva i nostri cari se non ci fosse stata nel novembre 2009 la pubblicazione del libro: “NATO: COLPITO E AFFONDATO”, di Gianni Lannes, che, per l’enorme ed inquietante documentazione prodotta, ha permesso alla Procura di Trani di riaprire l’inchiesta con l’ipotesi, questa volta, di omicidio volontario nei confronti di ignoti.
I legali di alcune famiglie  (Nicky Persico, Ascanio Amenduni, Nino Ghiro e Vito D’Astici) unitamente ai periti, all’ing. Francesco Mastropierro, componente dell’allora Commissione d’indagine e sempre convinto della scarsa attenzione dato al caso, e al Dott. Domenico D'Ottavio, esperto d’esplosivi, stanno supportando l'inchiesta con nuovi e concreti elementi di valutazione nonostante siano risultati indisponibili se non scomparsi la quasi totalità dei reperti della prima inchiesta.Grazie al generoso impegno del Procuratore di Trani Carlo Maria Capristo, del Pubblico Ministero Giuseppe Maralfa, e di coloro che s’interessano del caso, le risultanze investigative sono giunte alla conclusione che indica quale passaggio necessario, per poter finalmente giungere all'accertamento delle cause e delle responsabilità di questa tragedia, il recupero del relitto
Questa necessità resasi improcrastinabile ed anche strettamente legata alle esigenze di Giustizia, prevede una prima fase, che si potrà effettuare – per motivi meteorologici – a brevissima scadenza, consistente in una seconda discesa, a fini ispettivi del relitto, di un Robot, tecnologicamente più avanzato di quello del 1996, per consentire la ripresa ed il recupero di elementi fondamentali per l’inchiesta e, ce lo auguriamo, anche ciò che resta dei nostri cari cui abbiamo il dovere di dare degna sepoltura.

l costo di tale operazione si aggira intorno al milione di Euro che non può gravare in maniera così eccessiva sui bilanci della Procura di Trani. Per questa ragione noi familiari, oggi costituiti in Comitato “Francesco Padre – Verità e giustizia”, abbiamo fatto appello al Comune di Molfetta, che tramite il Sindaco Sen. Antonio Azzollini, ha già stanziato la somma di  300.000,00 Euro, ed  alla Regione Puglia, che tramite il suo Presidente On. Nicki Vendola, ha stanziato 100.000,00  Euro.
Purtroppo, mancano ancora 600.000,00 Euro, per poter giungere alla copertura dei costi necessari all’effettuazione di detta attività.
Ill.mo Signor Presidente, questi lunghissimi anni vissuti da noi familiari nella speranza di avere giustizia, affranti da un dolore sordo e discreto, oggi non ci impediscono di fare un accorato appello a Lei, persona degna e costituzionalmente garante della giustizia, affinché possa compiere qualsiasi azione in suo potere per aiutarci a reperire i fondi necessari al compimento delle operazioni.
In qualità di presidente del comitato “Francesco Padre – verità e Giustizia”, le chiedo, pregandoLa umilmente di tempestività, di voler concedere udienza ad una nostra delegazione e al contempo di voler attivare qualsiasi azione riterrà utile e opportuna per il felice esito di questa iniziativa.Sarà nostra cura, ove lo ritenesse necessario, fornirLe ulteriori elementi informativi e documentari, qui non esposti per mera ragione di brevità, ove solo ce ne voglia far cenno.
Nel ringraziarLa per quanto farà, Le porgiamo i nostri deferenti ossequi.                                           

 Per il Comitato “Francesco Padre – verità e Giustizia”             
Maria Pansini 
 

BASTA CON I VELENI DI STATO. NASCE IL COORDINAMENTO NAZIONALE BONIFICA ARMI CHIMICHE

 Gavetone_210808_013_LR_MOD L’ITALIA VITTIMA DELLE ARMI CHIMICHE FA SENTIRE LA SUA VOCE, NASCE IL COORDINAMENTO DEI COMUNI CONTAMINATI DAGLI ARSENALI SEGRETI
 
 
Il conflitto in Libia rilancia l’allarme sullo spettro delle armi chimiche, accumulate da Gheddafi in grande quantità. Ma ci sono molti comuni italiani che da almeno settant’anni sono vittime degli stessi veleni. Dalla Tuscia alla Lombardia, dalle Marche alla Campania, dal Lazio alla Puglia, terreni, stabilimenti e discariche sottomarine continuano ad ospitare l’eredità del colossale arsenale di armi chimiche creato dal fascismo e nascosto da tutti i governi della Repubblica.
Adesso un gruppo di associazioni, comitati e movimenti ha deciso di riunirsi per chiedere che questa scia di morte venga spezzata, invocando che venga finalmente fatta chiarezza sui rischi di questa bomba ad orologeria sepolta nel mare e nel terreno del nostro paese.
E’ nato nella sede regionale di Legambiente Lazio il “Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche" per il monitoraggio e la bonifica dei siti contaminati da ordigni bellici chimici inabissati o interrati durante e dopo il secondo conflitto mondiale .

Il Coordinamento è formato dai rappresentati di alcune realtà operanti nelle zone più colpite in Italia: Lago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica. Presto entreranno a far parte del coordinamento nuove realtà in rappresentanza di altre aree  fortemente colpite in Lombardia, Piemonte, Lazio e Abruzzo. 

 
Il problema di questi residuati bellici ha origini lontane ma effetti ancora attuali. L’arsenale chimico venne creato dal regime fascista all’inizio degli anni ‘30 ed è stato il cuore di un programma industriale di armamento colossale, con impianti per distillare gas letali come iprite, arsenico e fosgene in decine di fabbriche costruite dalla Puglia alla Lombardia.
Durante la guerra a questa sterminata riserva di ordigni mortali, solo in minima parte usata nelle spedizioni coloniali di Libia ed Etiopia, si aggiunse una scorta mostruose di bombe chimiche trasferita in Italia dagli Alleati.
Alla fine del conflitto queste armi sono state nascoste e dimenticate, senza bonificare i siti dove si producevano o le discariche dove sono state sepolte. Una quantità colossale di ordigni è stata gettata in mare dagli americani davanti alle coste di Ischia e a quelle di Molfetta, dai tedeschi davanti a quella di Pesaro mentre l’esercito italiano ha continuato a custodire e sperimentare i gas letali nei boschi del Lago di Vico e persino nel centro di Roma, a pochi passi dalla Sapienza.
Quelle armi sono state progettate per resistere nei decenni e mantengono ancora oggi i loro poteri velenosi, soprattutto l’arsenico che si è disperso nei suoli come dimostrano le analisi condotte dalle forze armate nella zona del Lago di Vico o gli esami degli organismi sanitari a Melegnano (Milano).

Questa realtà è stata svelata nel volume-inchiesta “Veleni di stato” del giornalista Gianluca Di Feo, pubblicato da Rizzoli nel 2009, che porta a conoscenza documenti inediti e secretati e dà voce a denunce inascoltate e testimonianze dirette.
Grazie a questa pubblicazione, scrupolosa e mai smentita, molti comitati locali che avevano già iniziato un lavoro di ricerca e di denuncia sui danni ambientali e sulle conseguenze per la salute dei cittadini, hanno trovato la conferma a quanto sostenevano da tempo; ma soprattutto hanno preso coscienza del carattere nazionale di questo enorme problema, tuttora nascosto alla maggior parte delle persone, e hanno deciso di unirsi in unico Coordinamento Nazionale per rafforzare le azioni e le richieste di monitoraggio e bonifica portate avanti dalle singole realtà, tuttora eluse da laconiche risposte del Ministero della Difesa che continua a negare informazioni e collaborazione.

Molfetta è rappresentata nel coordinamento nazionale dal Movimento “Liberatorio Politico” che già dal luglio 2008 ha chiesto al Sindaco Senatore Antonio Azzollini informazioni ufficiali sullo stato di salute del nostro mare e dei report informativi sulla natura dei residuati bellici recuperati nelle acque del nostro mare. Non avendo ricevuto mai risposte, il Liberatorio Politico ha denunciato il Sindaco alla Procura di Trani, Carabinieri e Prefettura con un documentato esposto il 19 agosto 2009; ad oggi anche da loro nessuna risposta.
Il Coordinamento è aperto al contributo di tutti. Ha attivato un sito internet all’indirizzo www.velenidistato.it, che per ora si collega ad un blog. L’indirizzo mail generale è  info@velenidistato.it; inoltre è presente come “Veleni di Stato. No grazie!” su Facebook e su YouTube all’indirizzo www.youtube.com/user/velenidistato. In attesa di attivare l'indirizzo locale (molfetta@velenidistato.it) è possibile contattare per informazioni il coordinatore del Liberatorio Politico, Matteo d'Ingeo, all'indirizzo mattingo@libero.it  .

Gli allegati che sono stati presentati con l'esposto.

All. n. 1
http://liberatorio.splinder.com/post/17909967/La+salute+prima+del+porto

All. n. 2 – lettera del 13 agosto ma protocollata il 20 agosto 2008
http://liberatorio.splinder.com/post/18075328/Lettera+aperta+al+Sindaco+Azzo

All. n. 3 – lettera del 28 luglio e protocollata il 29 luglio 2009
http://liberatorio.splinder.com/post/21039310/Tra+bombe+chimiche+e+alghe+tos

All. n. 4 –   lettera Arpa del 25 agosto 2008
http://liberatorio.splinder.com/post/18170648/Presenza+bombe+all’iprite%2C+r

All. n. 5
http://www.molfettalive.it/news/news.aspx?idnews=6462

All. n. 6
http://www.marina.difesa.it/attivita/operazioni/bonificalitorale/index.htm

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Rassegna stampa e Blog:

Veleni di stato. Anche Molfetta nel "Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche"
http://www.molfettalive.it/news/Attualità/15279/news.aspx#main=articolo

“Via da Molfetta gli ordigni bellici”
http://www.barisera.net/site/“via-da-molfetta-gli-ordigni-bellici”-26806.html
 
BASTA CON I VELENI DI STATO. NASCE IL COORDINAMENTO NAZIONALE BONIFICA ARMI CHIMICHE
http://liberatorio.splinder.com/post/24362413/basta-con-i-veleni-di-stato-nasce-il-coordinamento-nazionale-bonifica-armi-chimiche
 
Nota del Liberatorio Politico sulle contaminazioni da armi chimiche
http://www.laltramolfetta.it/pages/news_zoom.asp?id_news=8337
 
MOLFETTA. Movimento "Liberatorio Politico": basta con i veleni di Stato
http://www.molfetta.ilfatto.net/index.php?option=com_content&view=article&id=9878:molfetta-movimento-qliberatorio-politicoq-basta-con-i-veleni-di-stato&catid=36:Politica&Itemid=57
 
Armi chimiche, anche Pesaro nel coordinamento  per la bonifica
http://www.ilrestodelcarlino.it/pesaro/cronaca/2011/03/29/481186-armi_chimiche_anche_pesaro.shtml
 
Ambiente: nasce coordinamento nazionale bonifica armi chimiche
http://napoli.repubblica.it/dettaglio-news/19:02-19:02/3942538
 
 
Nasce il coordinamento dei comuni colpiti dagli arsenali segreti, Pesaro tra i promotori
http://www.viverepesaro.it/index.php?page=articolo&articolo_id=288098

Bonifica armi chimiche, il coordinamento nelle Marche
http://www.7×4.it/index.php/pesaro/8345-bonifica-armi-chimiche-il-coordinamento-nelle-marche

ARMI CHIMICHE ABBANDONATE, NASCE IL COORDINAMENTO DEI COMUNI INQUINATI
http://blog.libero.it/massimocoppa/commenti.php?msgid=10052573&id=61845

Nasce il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche
http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/2011/03/28/bioregionalismo_e_
bonifica_amb.html

 
Legambiente Lazio aderisce a coordinamento per monitoraggio e bonifica di siti contaminati da ordigni bellici chimici
http://www.ontuscia.it/e107_plugins/content/content.php?content.4096

Arsenico, l'allarme di Legambiente: "La colpa è dei residuati bellici"
http://www.ilgiornaledellaprotezionecivile.it/?pg=1&idart=3089&idcat=1

Nasce il coordinamento dei Comuni contaminati dagli arsenali segreti. Pesaro tra i promotori
 http://www.cronacheanconetane.it/2011/nasce-il-coordinamento-dei-comuni-contaminati-dagli-arsenali-segreti-pesaro-tra-i-promotori/

Basta con i veleni di stato
http://www.gruppocinqueterre.it/node/763
 
E' NATO

http://www.listecivichemarche.it/lcm/index.php?option=com_k2&view=item&id=79:e-nato
 

Giornata della Memoria e Impegno: il Presidio di Libera a Potenza


190320112432 copiadi Roberta Carlucci – www.laltramolfetta.it

La Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime di Mafia è un appuntamento annuale che si realizza da ormai sedici anni grazie alla ferma volontà e alle energie profuse instancabilmente ed ininterrottamente da "Libera – Associazioni Nomi e Numeri contro le Mafie", fondata nel 1995 e presieduta da don Luigi Ciotti.
La data fissata per la detta Giornata è il 21 Marzo, che resta sempre per l’associazione un giorno di manifestazioni, riflessioni, confronti, anche se spesso la vera Giornata, che riunisce tutti i presidi italiani di Libera e si tiene ogni anno in un capoluogo di regione o provincia differente, si svolge tassativamente nel sabato immediatamente precedente o successivo al 21, posto che per coincidenza il 21 di quell’anno non sia un sabato. 
Quest’anno è stata scelta come data sabato 19 Marzo e come capoluogo Potenza.
Una città recentemente piagata dai tremendi risvolti della tragedia di Elisa Claps, sulle cui indagini ha personalmente chiesto di fare luce don Marcello Cozzi, coordinatore di Libera – Basilicata. Sono accorsi in ottantamila da tutta Italia, compreso il Presidio molfettese di Libera con le rappresentanze di Arci, Casa della Pace, Teatrermitage, Liberatorio Politico, singoli cittadini e, al loro fianco, un nutrito gruppo di ragazzi delle classi liceali del Classico, accompagnati dalla professoressa Giovanna Musolino, che da tempo hanno dato vita a un sodalizio progettuale con il Presidio. In delegazioni autonome, hanno partecipato alla manifestazione anche altri istituti scolastici di Molfetta, tra cui l’Istituto Professionale “Don Tonino Bello”. 
A Potenza c’erano scuole, associazioni, singoli cittadini, armati solo di bandiere di Libera, della Pace e dell’Italia (vista la vicina ricorrenza dei 150 anni dall’Unità), di cartelloni e striscioni con significative citazioni o frasi contro le mafie, di tanta forza e buona volontà dato che i kilometri da percorrere a piedi erano tanti e spesso in salita. Ma questa gente di ogni luogo, ogni età, ogni estrazione sociale non ha badato alla fatica ma piuttosto allo spirito di unità contro tutte le mafie e le illegalità.
Con questo spirito si è snodato per le strade del capoluogo lucano il corteo della Marcia della Legalità, evento che di consuetudine apre la Giornata della Memoria e dell’Impegno. Il corteo è confluito in una grande piazza nei pressi della sede della Regione Basilicata, dove erano stati allestiti gli stand di Libera nonchè il palco. Da lì sono intervenuti vari relatori e poi una serie di eminenti esponenti della migliore società civile italiana per leggere i nomi delle vittime di mafia, una tragica lista che purtroppo ogni anno si allunga e alla quale a breve potrebbe essere aggiunto il nome del sindaco Giovanni Carnicella, se gli verrà riconosciuto lo status di vittima di mafia e del dovere. 
L’intervento conclusivo è stato affidato come sempre a Don Luigi Ciotti che, con al fianco la madre di Elisa Claps, ha chiesto giustizia per la povera ragazza ma ha anche parlato della campagna ancora in corso di Libera denominata “Corrotti” (info su www.libera.it) e delle innumerevoli problematiche italiane dovute all’illegalità e alle mafie, di cui in primis i nostri governanti dovrebbero seriamente occuparsi. Un discorso di trenta minuti denso e significativo in ogni suo punto. I minuti sono fluiti veloci data la godibilità e la condivisibilità delle parole di Don Ciotti, un comunicatore abile, che sa centrare le problematiche utilizzando le giuste locuzioni e dando un peso concreto ad ogni sillaba che pronuncia. 
La Giornata è continuata con i seminari pomeridiani tenutisi in sedi varie nei pressi della piazza dove era collocato il palco. 
Inoltre il 21 marzo  a Molfetta il Presidio di Libera, in collaborazione con l'associazione Play Reverse, hanno proseguito la testimonianza di Potenza con la lettura delle 44 vittime di mafia pugliesi e di alcuni scritti letterari attinenti alle tematiche di mafia e legalità. La lettura è avvenuta in piazza Paradiso, un luogo emblematico della storia cittadina, se si pensa agli spiacevoli episodi degli anni Novanta legati alle famiglie malavitose di allora. Perchè anche Molfetta ha avuto e ha le sue mafie. 
Quelle del 19 e del 21 Marzo sono state ore importanti per chi c’era, per chi avrebbe voluto esserci, per chi ha seguito la diretta dell’evento, per quelli che non c’erano e ignorano la problematica, perchè chi era lì lotta anche per loro tutti i giorni dell’anno. Un concentrato di vissuti che ha aperto ogni canale dell’emotività ed ha corroborato in ognuno la voglia di resistere, lottare, cambiare in questo nostro meraviglioso Paese, tante volte stuprato dalle mafie e dalle più disparante e spesso silenti illegalità. 

Video:

Libera 1/2 Don Luigi Ciotti: ''lo Stato favorisce le mafie''

Libera 2/2 Don Luigi Ciotti: ''lo Stato favorisce le mafie''

www.youtube.com

Gheddafi, le bombe chimiche

jpg_2147635L'impianto nucleare dismesso di Tajoura, vicino Tripoli, dove sono stati abbandonati i container di uranio arricchito. Foto: courtesy Google Earth e Isis

Tonnellate di armi non convenzionali. Nascoste nel deserto. E i cablo rivelano che negli anni scorsi il Rais ha solo fatto finta di distruggerle. Invece sono ancora lì. E possono essere usate nel conflitto in corso

di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi – espresso.repubblica.it

Che ci siano è l'unica certezza. Da qualche parte nel deserto libico sono nascoste molte tonnellate di armi chimiche. Gheddafi non è in grado di scagliarle contro l'Italia o contro le navi occidentali: non ha missili a lunga gittata per minacciare la Sicilia o la flotta internazionale.

Ma nessuno può escludere che granate cariche di gas vengano sparate dai cannoni contro le truppe ribelli o contro installazioni petrolifere europee. O sparse nelle città della rivolta. Un terribile gesto dimostrativo, che provocherebbe danni limitati ma obbligherebbe le truppe della coalizione a fronteggiare lo spettro della guerra chimica, indossando tute integrali e sigillando gli scafi. Un gesto folle, che nemmeno Saddam Hussein hai mai osato. Ma proprio i file di WikiLeaks rivelano come il leader di Tripoli sia sempre pronto a iniziative lontane da qualunque logica.

Poco più di un anno fa lasciò sette container di uranio altamente arricchito sotto il sole micidiale della Libia. Un incubo, con rischi ambientali e pericoli di furto enormi. Quei materiali, residuati del delirio nucleare portato avanti dal dittatore fino al 2003, dovevano essere trasferiti all'estero in base agli accordi sul disarmo. Ma sono stati bloccati e volontariamente messi all'aria torrida nell'autunno 2009, provocando brividi tra scienziati e 007 americani. Perché? Un dispetto: un capriccio radioattivo.

I file dell'ambasciata americana spiegano che il capo della Jamahiria voleva vendicarsi per uno sgarbo subito durante la visita al palazzo dell'Onu di New York: gli era stato vietato di piantare la sua tenda beduina a Central Park. E come rappresaglia lui ha lasciato l'uranio altamente arricchito alla mercè di intemperie, ladri e terroristi: "C'era una sola guardia, armata di fucile e non si sa nemmeno se era carico…".  Advertisement

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Chi può escludere che una figura così imprevedibile, di fronte alla fine del suo impero, non possa essere tentata dall'usare i gas? L'intelligence statunitense ritiene che oggi Tripoli disponga di almeno dieci tonnellate di iprite: la sostanza più semplice da impiegare, che distrugge pelle e polmoni. Gran parte del veleno sarebbe stoccata in un bunker 500 chilometri a sud della capitale: l'ultima scorta di un arsenale che la Libia ha cominciato a distruggere dal 2004 in poi, dopo avere sottoscritto una serie di accordi per ottenere la fine dell'embargo.

Prima sono state smantellate 3.500 bombe d'aereo e proiettili da cannone con testate per i gas. Poi è stata la volta delle riserve di pozioni letali: hanno neutralizzato più di una tonnellata di nervino, il composto più moderno che uccide paralizzando il sistema nervoso, e almeno dieci tonnellate di iprite, spesso chiamata gas mostarda per l'odore che segnala la presenza del killer invisibile. L'operazione di pulizia doveva essere completata nel dicembre 2011. E i sospetti che il raìs possa avere barato – occultando agli ispettori stock di ordigni – sono forti.

I cablo della diplomazia americana – ottenuti da WikiLeaks e che "l'Espresso" pubblica in esclusiva – mostrano quanto siano state complicate le trattative sul disarmo, che il despota di Tripoli ha spesso trasformato in un suk. Negli anni Ottanta Gheddafi aveva avviato un ambizioso programma di impianti chimici e nucleari. Il simbolo era lo stabilimento di Rabta, costruito da aziende occidentali e soprattutto tedesche. Poi l'invasione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno convinto il Colonnello a rinunciare ai suoi cavalieri dell'Apocalisse, aprendo le porte agli ispettori internazionali e comiciando la distruzione dei gas.

I libici, maestri levantini delle contrattazioni, hanno chiesto che fosse l'Occidente a pagare il disarmo. L'operazione più complessa riguarda proprio la fabbrica di Rabta, dove si sarebbero distillate fino a 40 tonnellate di veleni mortali ogni mese. L'Italia vorrebbe trasformarla in uno stabilimento per confezionare farmaci. Ma dai cablo dell'ambasciata americana di Roma emerge come la Germania "avrebbe voluto vedere Rabta distrutta piuttosto che riconvertita perché quella struttura rappresenta un dilemma per i politici tedeschi" a causa dei loro "passati trasferimenti "illegali" di materiale e delle ricadute politiche". In pratica: radere al suolo i macchinari per ripulirsi la coscienza.

La voglia di disinnescare gli ordigni di Gheddafi apre un'asta tra le capitali per finanziare la bonifica. Ma i libici fanno i furbi e sfruttano ogni pretesto per prendere tempo e soldi. Nel 2007 i francesi rimangono interdetti: sapevano che la Libia aveva in ballo due proposte. Una da Washington, "costosa, ma in parte finanziata" dagli stessi americani; un'altra da Parigi che "prevedeva assistenza tecnica, senza alcun finanziamento". Invece Tripoli "aveva già deciso di scartare le proposte italiane e tedesche e sembrava mettere le offerte di Usa e Francia una contro l'altra cercando di ottenere l'accordo più vantaggioso".

Poi, però, i francesi scoprono che gli americani sono stati scaricati "a favore di un'azienda europea" e cominciano a sospettare delle manovre libiche: si chiedono se sia stato veramente firmato un contratto per cancellare le armi chimiche. "Dato lo scarso livello di sicurezza nel loro depositi la situazione è già preoccupante". Qualche mese dopo sono gli italiani a rimanere spiazzati, quando scoprono il gioco delle tre carte dei libici, che "si erano già assicurati i finanziamenti dagli Stati Uniti per lo stesso progetto". In pratica, si teme che Gheddafi si sia fatto pagare due volte per lo stesso lavoro, senza nemmeno completarlo. Nel 2008 il governo di Roma spiega di essersi impegnato "in due programmi: la conversione in azienda farmaceutica di un ex fabbrica di produzione di armi chimiche, a cui l'Italia lavora fin dal 2003-2004, e la costruzione di un impianto per la distruzione degli ordigni".

Quanto ad ambiguità, anche a Roma però non scherzano. Dichiarano di non essersi occupati dell'impianto che deve smontare bombe e granate: "Quest'ultima struttura, vede impegnata un'azienda privata italiana, senza alcun coinvolgimento del governo, che sa poco degli accordi tra la ditta e la Libia". Mentre l'ambasciata Usa è convinta che l'operazione sia stata gestita dalle autorità ministeriali e non sia affatto un affare privato.  Advertisement

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Ufficialmente, però, la buona volontà di Tripoli non viene messa in discussione. Nel luglio 2008 un team inglese visita Rabta e si dice "fortemente rassicurato… perché il governo libico era stato trasparente sulle sue attività di riconversione e distruzione". Sul nucleare invece Gheddafi sembra essersi calmato dal 2003, quando aveva tentato di acquistare altre centrifughe per arricchire l'uranio, ma un blitz dei servizi britannici e americani intercettò la spedizione nel porto di Taranto.

Nel maggio 2004 tutto è dimenticato. Il sottosegretario dell'amministrazione Bush, John Bolton, incontra il ministro degli Esteri del Vaticano, monsignor Giovanni Lajolo, e gli racconta: "Gheddafi ha collaborato pienamente e ha permesso agli Usa e all'Inghilterra di trasportare tutto l'equipaggiamento atomico negli States. Ha dimostrato come un Paese può abbandonare il suo programma nucleare e ricavare benefici dalla cooperazione con la comunità internazionale".

Ma allora come oggi, più di bombe chimiche e atomiche Roma teme un'altra minaccia "di massa" diretta contro le nostre coste: "L'Italia", registra un cablo, "è più preoccupata per l'immigrazione dalla Libia che per le armi di distruzione di massa".

La guerra partirà da qui

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di Gianluca Di Feo – espresso.repubblica.it

Poggio Renatico, provincia di Ferrara: sarà questa base dell'aeronautica il comando degli attacchi Nato alla Libia. Un grande bunker sotterraneo su tre livelli da cui la coalizione internazionale coordinerà i bombardamenti

 

Sarà una guerra in subappalto, la prima mai realizzata. Ci sono stati conflitti affidati a mercenari e contractors, ma non si era mai vista un'operazione bellica "per conto terzi". Eppure l'unica strada per continuare la campagna aerea sulla Libia sembra essere questa: delegare la gestione dei raid al comando Nato, che si comporterà come un service agli ordini di altri organismi politici tutti da inventare.Non sarà il vertice politico della Nato a guidare l'attività militare come accadde in Bosnia, nel Kosovo e come avviene ogni giorno in Afghanistan. E non saranno nemmeno gli americani, seppur integrati da alcuni alleati, come fu nel 1991 e nel 2003 contro l'Iraq. E non saranno neppure le Nazioni Unite come in Somalia nel 1992. 

In questi giorni si sta definendo una struttura inedita, che tenterà di mettere ordine nella confusione dell'armata occidentale, sfruttando le capacità tecniche dell'Alleanza atlantica. 

 

L'Italia spinge perché "l'appalto" venga affidato alla base ferrarese di Poggio Renatico: un grande bunker dove hanno sede il comando delle nostre forze aeree (Cofa) e lo stato maggiore Nato che coordina gli stormi sul fronte Sud dell'Alleanza, indicato con l'acronimo Caoc-5. In tal caso, la regia sarebbe in mano a un ufficiale italiano: il generale Carmine Pollice, che comanda entrambi gli organismi. 

 

Pollice è un pilota formato in Canada, che ha diretto strutture internazionali, ha preso parte alla pianificazione delle incursioni sulla Bosnia e oggi presiede il Consiglio superiore delle Forze Armate, che "consiglia" il ministro La Russa sulle questioni chiave: il profilo ideale per farsi carico della campagna. Agli americani, ansiosi di liberarsi della responsabilità di questa strana guerra, la soluzione piace: la base italiana verrebbe integrata nel dispositivo Nato di Napoli, dove la stanza dei bottoni è in mano a un ammiraglio statunitense. 

 

Le resistenze vengono da francesi e britannici, gelosi della loro leadership nelle operazioni contro Gheddafi, e da alcuni membri dell'Alleanza, come Turchia e Germania, che non vogliono essere coinvolti nel conflitto. Ma subappaltare al "Nato service" la gestione dei raid al momento è l'unica ipotesi concreta per evitare che le incursioni della coalizione si trasformino in un tiro al bersaglio senza coordinamento, con gli stormi di differenti nazioni che fanno a gara tra loro. 

 

Il cuore della base di Poggio Renatico è una centrale sotterranea su tre livelli, dove arrivano sugli schermi le informazioni raccolte dalle postazioni radar lungo le coste della Penisola, dalle navi della flotta nel Golfo della Sirte, dai grandi occhi elettronici volanti Awacs, dai satelliti e dagli aerei spia senza pilota. Praticamente tutto il cielo del Mediterraneo è sotto controllo ed è possibile collegarsi con qualunque unità aerea o navale coinvolta nell'operazione. 

 

Nei bunker lavorano insieme ufficiali di tutti i paesi della Nato, formando uno staff addestrato proprio per analizzare i dati sulle forze libiche, individuare i bersagli prioritari, decidere con quale mezzo attaccarli e quindi pianificare l'incursione. Il tutto dopo avere ricevuto il via libera dalle autorità politiche. Ai tempi del Kosovo, Poggio Renatico dipendeva dal vertice politico della Nato. Adesso si dovrà inventare un direttorio, designato dai governi che prendono parte all'iniziativa contro Gheddafi. 

 

Ci saranno rappresentanti americani, francesi, inglesi, italiani, spagnoli, belgi, danesi e canadesi con un equilibrio di poteri che deve essere ancora definita. Questo tavolo politico fornirà le indicazioni sul futuro della campagna. Perché la parte più difficile deve ancora cominciare. Missili e bombe hanno praticamente distrutto tutti gli obiettivi fissi del regime di Tripoli: hangar, radar, postazioni missilistiche fisse, depositi, caserme.

 

La no-fly zone è stata imposta su tutta la costa libica: il cielo è dominato dalle squadriglie della coalizione. Adesso bisogna dare la caccia ai mezzi corazzati e ai semoventi che sono appostati tra i palazzi delle città riconquistate dall'esercito fedele a Gheddafi e dai centri della Tripolitania più legati al colonnello. Una missione che obbliga i jet occidentali ad abbassare la quota, esponendosi al tiro di mitragliere e dei piccoli missili portatili a guida infrarosso. Ma che soprattutto aumenta i pericoli di danni collaterali alla popolazione, con il rischio di colpire quei civili che la risoluzione Onu 1973 ha chiesto di proteggere.
 

Dopo avere sopportato il peso della prima ondata, scagliando oltre 150 cruise e schierando un centinaio di aerei, oggi Obama vuole ridurre l'impegno del Pentagono. In primo piano ci saranno gli europei, soprattutto l'asse franco-britannico che attacca dagli aeroporti corsi, siciliani e ciprioti oltre che dalla portaerei De Gaulle. Accanto a loro gli italiani, con Tornado e gli Harrier a decollo verticale della portaerei Garibaldi; squadriglie di caccia spagnoli, danesi, canadesi e belgi. Unica componente esterna alla Nato sono i Mirage del Qatar, che hanno affiancato gli stormi francesi. Finora questa armata messa insieme di corsa ha preso ordini dagli Usa: un ammiraglio americano, affiancato da un vice britannico e uno francese, coordina le azioni dall'incrociatore statunitense Mount Whitney. I problemi non sono mancati, a partire dal primo assalto voluto da Sarkozy che ha spiazzato gli alleati. E la previsione di una lunga campagna, con gli aeroporti italiani sempre più in prima linea, adesso impone di rivolgersi alla Nato e al bunker ferrarese dell'Aeronautica 

Libia, l'assedio e le bombe

Ecco come gli americani e i francesi si stanno dividendo i compiti nell'attacco a Gheddafi: i primi bombardano attorno a Tripoli, i secondi in Cirenaica. Ma dal mare la coalizione può contare anche su navi italiane.

a cura di G. Di Feo

Il ruolo delle fabbriche di armamenti di Colleferro nella guerra libica

 

Foto La Repubblica 22 Marzo 2011

La Repubblica del 22 Marzo 2011(pp.10-11)

Le fabbriche di armamenti storicamente operanti a Colleferro hanno un ruolo da protagoniste anche nella guerra in corso in Libia?
È quanto ci sembra suggerire inequivocabilmente la foto che alleghiamo, con evidenziati i dettagli in questione, pubblicata su La Repubblica del 22 Marzo 2011(pp.10-11). In essi si legge chiaramente la sigla BPD e parzialmente SIMMEL(SIMM). In causa sarebbero, rispettivamente, BPD per le cariche di lancio delle munizioni di artiglieria da 155mm (1-16-84 verosimilmente indica la data del lotto di produzione; due anni prima del raid aereo americano su Tripoli); Simmel per il proiettile.
Il ruolo della Snia BPD di Colleferro, ora in amministrazione straordinaria, nell’aggiramento delle convenzioni internazionali sulle armi di distruzione di massa è stato evidenziato da G. Di Feo, Veleni di Stato, Milano 2009, BUR (in part. pp.47-48, 232-234). Vendita di armamenti, tra cui anche i 155mm all’Iraq di Saddam Hussein, poi modificati in loco grazie a disegni e test prodotti nei laboratori della Snia BPD, il tutto per costruire alcune delle più tristemente celebri armi chimiche, utilizzate poi dallo stesso dittatore nella guerra Iran-Iraq.
L’azienda madre di Colleferro aveva un mercato fiorente nel nord Africa, nel Mediterraneo
orientale e nella penisola arabica.
Come sarebbero arrivati i proiettili da 155mm in Libia?
Direttamente o tramite triangolazioni? Probabilmente in modo diretto nel periodo 1980-1986.
E anch’essi furono forniti con le modifiche e le istruzioni necessarie a trasformarli in vettori di gas chimici?
Essendo ormai accertato che la Snia BPD fornì all’Iraq proprio nei primi anni ’80 componentistica e tecnologia per assemblare armi in grado di alloggiare sostanze chimiche, è sensata la congettura che ciò sia avvenuto anche in altri paesi.
Come potrebbe essere verosimile anche la vendita di razzi Firos, come già avvenuto in Iraq, per lanciatori MLRS (Multiple Launch Rocket System), razzi con gittata dai 25 ai 30Km, anch’essi modificabili con gas chimici e oltremodo contenenti sub-munizioni che le identificherebbero come cluster bombs.
La stampa nazionale e internazionale dei giorni scorsi pullula di articoli sul cospicuo quantitativo di armi chimiche ancora in mano a Gheddafi, residuo di quanto non ancora distrutto in seguito all’intesa del 2003, quando la Libia riconobbe le proprie responsabilità civili per la strage di Lockerbie e terminò l’embargo stabilito dalla risoluzione 748/92 dell’ONU.
Per quanto riguarda la Simmel, sicuramente non si tratta dell’attuale formazione societaria, ma della vecchia azienda, fondata nel 1948 acquisita nel 1988dal gruppo Fiat con successivo passaggio societario alla Simmel Difesa SpA ora di proprietà Chemring Group PLC.
Gli armamenti che si riconoscono nella foto sono proiettili di artiglieria da 155mm con relative cariche modulari, fiore all’occhiello della produzione locale ed ancora nel catalogo on line alcuni anni fa (consultabile solo in area riservata dal 2004), in tre tipologie: standard range, long range, BCR (Bomblets Cargo Round ovvero Cluster Bombs).
Lo stesso dicasi per i razzi Firos dei quali 513 unità di ricambio sono state vendute dalla stessa Simmel Difesa SpA all’Arabia Saudita nell’anno 2006 (transazione bancaria su autorizzazione MAE 12457
).
Curioso che la legge 185/90, che regola il transito di armamenti, venne approvata proprio in seguito ad uno scandalo derivante dal coinvolgimento della filiale statunitense di una grande banca italiana nella vendita illegale di armi all’Iraq di Saddam Hussein.
Valuteremo l’opportunità di richiedere agli enti preposti che venga istruita un’indagine internazionale volta all’accertamento di eventuali arsenali di armi chimiche situati nei paesi che hanno usufruito della tecnologia bellica proveniente da Colleferro.
Ci auguriamo che i nostri concittadini aprano gli occhi sui perversi destini di morte e di ingiustizia potenzialmente o concretamente legati alle produzioni belliche cittadine.

RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO
 

www.retuvasa.org

Colpo al narcotraffico internazionale sequestrata una tonnellata di droga: 19 arresti

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Una tonnellata di droga sequestrata (valore di oltre 6 milioni di euro), 19 arresti e una banda internazionale di trafficanti sgominata. Operazione The Butchers, i macellai, dall'attività del capo del sodalizio criminale che dietro a una macelleria e due salumerie di Toritto, nel barese, celava un business milionario.
In manette è finito anche lui,  il pluripregiudicato Cosimo Zonno, 68 anni, di Toritto, considerato uno dei maggiori fornitori di sostanze stupefacenti della Puglia. E non solo. E' da lui che si rifornivano – come all'ingrosso – spacciatori e clan attivi in tutta Italia.
Erano la macelleria e le due salumerie della famiglia Zonno a costituire le basi operative del gruppo criminale, che si spartiva i profitti con gli uomini dei boss albanesi Arben Paluka, attualmente latitante e ricercato, volto noto alla procura antimafia e alla guardia di finanza di Bari, e il narcotrafficante Eduart Premtaj, principale referente nel Salento.
Qui l'albanese, integratosi benissimo con il tessuto sociale del territorio, era considerato per le organizzazioni d'Oltre Adriatico un vero e proprio basista: era lui a ricevere dal Paese delle Aquile gli ingenti quantitativi di droga che venivano sbarcati sulle spiagge del Salento. Ma lo stupefacente arrivava anche da Spagna e Olanda.

LE FASI DELL'OPERAZIONE

Gli arresti – Destinatari del provvedimento cautelare emesso dal gip del Tribunale del capoluogo pugliese su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia sono 9 italiani, 9 albanesi e una cittadina polacca. Altri sei albanesi sono tuttora ricercati, mentre 20 persone (17 italiane e tre albanesi) risultano indagate. L'accusa è di associazione per delinquere dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Sono stati sequestrati a titolo preventivo beni mobili e immobili riconducibili a nove indagati: due salumerie a Toritto, una macelleria a Grumo Appula, quote di una società di Bari, tre fondi rustici a Toritto e uno a Terlizzi, un appartamento a Bari, quattro fondi rustici e un fabbricato nel Salento, una ditta nel Gargano, due auto e due motocicli per un valore complessivo pari a circa tre milioni e 700 mila euro.

IL VIDEO

I nomi – I nove italiani sono
Cosimo Zonno, detto 'Fuje fuje',
Vincenzo Zonno, 25 anni,
e Leonardo Mastroserio, 36, detto 'U' gnur', tutti di Toritto;
Roberto Dello Russo, detto 'Il malandrino', 30, di Terlizzi;
Teodoro Rotolo, 57, di Acquaviva delle Fonti;
Samuele Biondino, 34,
Dario Marco Manca, 44,
e Pietro Reale, 40, tutti di San Donato di Lecce;
Erpete Errico, 51, di Monteroni di Lecce.

I nove albanesi sono i due fratelli Arian Aga, 32 anni, detto 'Arjan', Dritan Aga, 33, detto 'Tani', ed il cugino di questi ultimi Luan Aga, 28, tutti residenti a Trani, Loni Paluka, 29 e Artan Karaj, 36, residenti ad Altamura;
Ylli Dalipay, 40, residente a Peschici (Foggia); Gentjan Hamzaraj, 33 anni, residente a Firenze; Petref Kondaj, 37, residente a Montevarchi (Arezzo); Eduart Premtaj, 39, detto 'Toli', residente a San Donato di Lecce.
La cittadina polacca è Ewa Janus, 48 anni, residente a Siena. 

L'organizzazione – Al vertice c'era Cosimo Zonno, il quale aveva instaurato un sistema criminale piramidale per cui anche il figlio Vincenzo e il genero Leonardo Mastroserio riconoscevano a lui il ruolo di capo clan. Era la sua famiglia a rifornire di droga le più grandi 'piazze' del barese. A loro si rivolgevano per acquistare piccole o grandi partite di cocaina e marijuana sia i clan della zona, sia gli spacciatori: una sorta di vendita combinata all'ingrosso e al dettaglio. A loro volta gli Zonno si procuravano la droga, soprattutto, dalle cellule albanesi presenti nel territorio, in modo particolare da quella di Trani e da quella di Altamura, ma anche da criminali locali. Fra questi sicuramente spicca il legame con Arben Paluka, attualmente latitante e ricercato.

I clan albanesi – Solo cinque mesi fa il latitante albanese è stato colpito da un'altra ordinanza di custodia cautelare emessa sempre su richiesta della Dda nell'ambito dell'operazione 'Shoku', che il 26 ottobre, smantellò una pericolosa organizzazione criminale albanese dedita al traffico internazionale di droga. Per gli inquirenti è indubbio che Paluka è uno dei più grandi trafficanti di droga dall'Albania. Nell'inchiesta dell'ottobre scorso la Dda accertò anche i legami fra questo e il clan camorristico degli scissionisti di Secondigliano. Nella stessa inchiesta figura anche Karaj, il boss albanese arrestato oggi, insieme a Premtaj, attivo nel Salento. 

Il ruolo della mafia – Secondo gli inquirenti in questi anni Premtaj ha instaurato rapporti stabili anche con noti esponenti della malavita organizzata locale, in modo particolare affiliati alla Sacra Corona Unita: Errico Erpete e Fabrizio Russo, detto 'Pizzichicchio'. Il narcotrafficante albanese, poi, poteva contare sull'appoggio logistico (in modo particolare alcuni depositi dove avveniva lo stoccaggio delle sostanze), su mezzi di trasporto e di vera e propria manovalanza che gli veniva offerta da pregiudicati leccesi Dario Marco Manca, Samuele Biondino e Pietro Reale. Erano questi ultimi tre che provvedevano a nascondere gli ingenti carichi di droga provenienti dall'Albania. I militari della guardia di finanza hanno trovato depositi nascosti sull'arenile compresi nel tratto costiero tra Frigole e San Cataldo. Da qui la droga veniva, poi, smistata in tutta la Puglia: venduta a grandi fornitori come la famiglia Zonno, ma venivano riforniti anche gli spacciatori albanesi presenti sul Gargano e nel Barese e su tutto il territorio nazionale.

Lo stupefacente – Nel corso delle indagini, gli investigatori del Gico, coordinati dalla Dda di Bari, sono riusciti a sequestrare 1.150 chili di droga fra cocaina e marijuana. Se fossero stati messi sul mercato avrebbero fruttato alle organizzazioni criminali oltre sei milioni e mezzo di euro.

Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie – Presidio di Molfetta, commenta la grave situazione in Libia.

LOGO PRESIDIO  2C'è una responsabilità ed una debolezza della politica per quello che sta succedendo in Libia, responsabilità che vengono da lontano e che non possiamo scoprire solo adesso. Da tempo si doveva intervenire in difesa dei diritti umani, lo abbiamo chiesto ripetutamente come Libera insieme alla Tavola della Pace gridando forte che pace, giustizia e verità camminano da sempre insieme. Ci domandiamo chi ha sostenuto finora la dittatura di Gheddafi, chi è stato in silenzio davanti ai diritti violati dal Rais lasciando che il tutto degenerasse. Se si fosse intervenuto prima non saremmo giunti a questo punto.

Abbiamo in questi anni denunciato i respingimenti nel deserto, il traffico delle armi, le atrocità nelle prigioni che sono avvenute in Libia. C'è un Nord Africa che coraggiosamente sta cercando di rialzare la testa, prova a riscattarsi da decenni di oppressione, disuguaglianze e bugie e da contraltare assistiamo alla debolezza delle politica che in Italia ed in Europa si preoccupa soprattutto di presidiare le frontiere alzando lo spettro delle "invasioni barbariche".
C'è bisogno di un impegno serio della politica, la guerra non è uno strumento utilizzabile per difendere i diritti umani, la guerra non risolve i problemi, ma finisce per moltiplicarli e aggravarli. Siamo avari di intelligenza perchè la diffusione della democrazia è nel nostro interesse e abbiamo solo da guadagnare che nel mondo diminuisca il livello di oppressione e si alzi quello di giustizia. Si cambi strada e si fermi l'escalation della violenza, si tolga la parola alle armi, si garantisca interventi umanitari alla popolazione colpita e si ridia la parola alla politica con la “P” maiuscola per trovare al livello internazionale una soluzione pacifica e sostenibile.
 
 

 
LIBERA – Presidio di Molfetta

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