Archivio mensile:novembre 2011

L' incompatibilità tra Sindaci e Senatori può attendere, non è nell'agenda del Presidente Monti?

Calvario AZZOLLINI INCAP001 copia

Ieri pomeriggio si è riunita la Giunta per le elezioni e immunità parlamentari e il presidente Follini ha sottolineato l'urgenza di riesaminare e definire le posizioni dei senatori che rivestono la carica di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti.

Il senatore Balboni – Vicepresidente coordinatore del Comitato per l'esame delle cariche rivestite dai senatori – ha comunicato che il Comitato si riunirà, sulla questione, il prossimo martedì 6 dicembre alle ore 14,30.

Il presidente Follini ha preannunciato che la Giunta si riunirà in tempi brevi per discutere sulle proposte che emergeranno dall'istruttoria del Comitato.
Quindi, sia a Roma che a Molfetta si prende e si perde tempo per decidere, infatti la Giunta si era già riunita l'8 novembre per affrontare i casi di incompatibilità ma allora come oggi  ha rimandato una decisione che è già scritta nella  sentenza della Corte Costituzionale n. 277 del 2011 – che ha dichiarato l’incompatibilità fra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti. Ben venga allora l'intervento del Presidente Monti e del suo nuovo Governo nel far rispettare tale sentenza.

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La legalità si impara a scuola


Dieci istituti molfettesi hanno preso parte al Pon “Le(g)ali al Sud”. E venerdì si sono dati appuntamento per parlarne

di Leonardo Albanese – www.molfettalive.it


Foto: © MolfettaLive.it

Si chiama “Le(g)ali al Sud” ed è un progetto Pon finanziato con fondi europei, quello che ha permesso a dieci scuole molfettesi, dalle elementari sino alle superiori, di affrontare tematiche relative alle quattro macro aree dell’iniziativa: Legalità, Diritti umani, Intercultura e Ambiente. 

Tutti hanno sviluppato un percorso differente scegliendo uno dei temi proposti e, compiendo esperienze dirette con l’aiuto di diversi partner esterni, hanno prodotto risultati tangibili. Ecco perché a circa un anno dall’inizio del progetto, sette delle dieci scuole partecipanti hanno deciso di accettare l’invito di Libera (l'associazione antimafia di don Ciotti è tra i partner di diverse scuole) e hanno raccontato le loro testimonianze e i loro risultati nella sala Finocchiaro della Fabbrica di san Domenico. 

Così mentre gli alunni della “Cesare Battisti” hanno approfondito il tema dei diritti e dei doveri dei cittadini e, riscoprendosi giornalisti in erba, hanno pubblicato e distribuito il loro giornalino “L’ora legale”; i loro coetanei della scuola elementare “Alessandro Manzoni” hanno invece descritto il ciclo dei rifiuti e l’esperienza fatta assieme a Legambiente. 

Poi tocca ai ragazzi del professionale “Mons. A. Bello” parlare del loro “Liberiamoci dalle mafie” svolto assieme a “Libera” e che ha previsto unavisita anche al Parlamento Europeo. Con la stessa partnership l’istituto magistrale “V. Fornari” ha potuto incontrare la mamma di Michele Fazio (un ragazzo barese ucciso per sbaglio dalla mafia dieci anni fa) nell’ambito dell’iniziativa “A scuola con la Costituzione”, mentre il liceo classico “L. da Vinci” oltre che una serie di incontri per discutere delle diseguaglianze ha partecipato alla manifestazione contro le mafie svoltasi a Potenza, che come ricorda Matteo: «Non è stata una semplice giornata del ricordo per le vittime di mafia, ma ci ha fatto capire che dobbiamo essere partecipi di questa società». 

Anche i ragazzi del “Salvemini” hanno sviluppato lo stesso tema e così anziché raccontare soltanto il loro viaggio a Casal di Principe hanno scelto di far assaggiare i prodotti di quelle terre confiscate alla camorra e coltivate da operative di ragazzi come loro. 

“Dal mio piccolo al nostro grande” è invece il titolo del video sul risparmio energetico e sul cambiamento climatico presentato dai ragazzi del liceo scientifico “A. Einstein”, che ha partecipato e vinto il concorso “Europa Giovani 2020”. L'Itis “G. Ferraris” si è addirittura “fatto in due”, da un lato presentando due spot pubblicitari per il loro “Legalità su strada”, dall’altro parlando del manifesto “Il mondo che vogliamo” nato dall’incontro con Gino Strada e la visita alla sede operativa di Milano della onlus Emergency, oltre che quelle agli ospedali della stessa associazione di Marghera e Palermo. 

«Abbiamo concluso un lavoro di rete che serve a portare dei cambiamenti nella società», dice in chiusura il responsabile provinciale dei presidi di Libera, Mario Dabbicco. «Tutti insieme si può».

Per 30 anni l'immobile è stato pericolante e poi, per miracolo, i puntelli scompaiono.

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Il 15 gennaio scorso, nella notte, i soliti ignoti incendiarono un cassonetto dei rifiuti ed altri contenitori della raccolta differenziata in via Massimo D’Azeglio n.12.

          

Quell'incendio coinvolse anche i due puntelli in legno di un immobile che da decenni è sotto controllo preventivo per la presenza di crepe nella sua struttura muraria (o solo nell'intonaco?) .
I due puntelli, quelli al n.12 di via Massimo D'Azeglio, in questi mesi, carbonizzati a metà, non hanno più avuto la loro funzione di sostegno, si sono indeboliti, si sono schiodati e si sono spostati dal loro asse originario rappresentando un serio pericolo per l'incolumità pubblica, così come gli altri due in via Ricasoli n. 90.
Questo lo abbiamo segnalato già l'11 maggio 2011 ma ci siamo anche chiesti, come mai gli operatori dell'ASM, che quotidianamente hanno prelevato i rifiuti da quella postazione, non hanno mai segnalato l'incidente e il pericolo incombente? Ma sarebbe ancor più grave se l'Ufficio Tecnico l'avesse ignorato.

Nelle ultime settimane la situazione è peggiorata perchè è stata rilasciata un'anomala autorizzazione di occupazione di suolo pubblico in via D'Azeglio, che ha ristretto la carreggiata stradale in quel tratto di strada proprio in corrispondenza del civico 12, costituendo un ulteriore pericolo per la stabilità dei puntelli.

 

In data 24 novembre, i puntelli sono scomparsi, e grandi camion stazionano nella zona portando via materiale edilizio di risulta proveniente probabilmente dall’immobile in restauro conservativo al civico n.5.

  

  

   

 

 

  
 

Oggi si vuole segnalare l’anomala situazione in cui un immobile, apparentemente lesionato da parecchi decenni, perde i propri puntelli  e nelle immediate vicinanze si autorizza il montaggio di un’enorme gru con diverse tonnellate di cemento a formare la base d’appoggio della stessa.
 

Ci chiediamo se i puntelli fino ad oggi sono stati una semplice scenografia (forse per deprezzare gli immobili e favorire chi ha investito negli appartamenti al civico n. 86?) oppure, dal giorno in cui sono scomparsi, l’immobile è a rischio? Il peso della gru e le sollecitazioni dei movimenti della stessa posso aumentare il rischio di cedimenti strutturali dell’immobile lesionato? Chiediamo anche se il suolo pubblico occupato dall'impresa corrisponde a quello richiesto, e se nel cantiere sono rispettate tutte le norme di legge che riguardano la sicurezza .

Omicidio Bufi, a dicembre si torna in Appello. Parte III – Le scarpe, il luminol e i nastri

 


Foto: © Polizia Scientifica

di La Redazione – www.molfettalive.it

Forse ci vorrebbero pagine e pagine per narrare tutto quanto accadde a livello investigativo nel solo 4 febbraio 1992. Sta di fatto che quei primi atti d’indagine si riveleranno, poi, importantissimi quando il processo sulla morte di Annamaria Bufi sarà riaperto per la seconda volta nel 2001 (la terza e ultima inchiesta che porta all’arresto del presunto assassino Marino Bindi). 

Da quanto sin qui narrato, è possibile dedurre che la ragazza conduceva una vita assolutamente normale, eccetto un solo mistero: l’amore per quell’uomo. Un amore – così raccontano i diari sequestrati dai carabinieri in casa Bufi all’indomani dell’omicidio – nato quando la ragazza aveva meno di sedici anni e proseguito sino al giorno della sua tragica morte. 

Annamaria, senza ombra di dubbio, esce di casa alle 20.15 di quel 3 febbraio 1992, si ferma a parlare sotto casa con il conducente di una Golf beige, sale, poi, a bordo della propria Dyane 6 celeste, la parcheggia nei pressi di viale Pio XI e si dirige a piedi in corso Umberto. Lì, nei pressi del negozio 012 Benetton (all’incrocio con via Felice Cavallotti, oggi occupato da un punto vendita di biancheria) è vista intorno alle 20.30 da Eleonora Sciancalepore. E se non fosse stato per intuizioni investigative del 2001, si sarebbe continuato a pensare erroneamente che si fosse appartata con il conducente di quella Golf. 

Di come verrà fuori il nome dell’ultima persona che, prima dell’assassino, vede in vita Annamaria se ne parlerà fra un attimo. Per ora basti sapere, circostanza che si rivelerà importantissima, che la vittima giunge al Corso alle 20.30 del 3 febbraio e che questo particolare era già noto agli inquirenti sin dal 1992, essendo emerso in un’intercettazione telefonica. Ma di esso non vi è traccia negli atti delle indagini del 1992: un particolare decisivo sparito nel nulla. Come tante altre cose. 

Secondo quanto afferma con certezza il medico legale, la ragazza è uccisa fra le 21 e le 22 del 3 febbraio 1992, mentre Bindi è visto in palestra (con tutti i limiti e le stranezze di cui si è parlato nella precedente puntata) solo alle 19 e poi nuovamente alle 21.45 del giorno del delitto. Le indagini successive portano ad accertare, attraverso le cronometrazioni degli inquirenti, che dal luogo della scoperta del cadavere (la statale 16 bis a cento metri dallo svincolo della zona industriale di Molfetta, da cui si accede alla strada statale 16 che porta a Bisceglie) per raggiungere la palestra di Bindi, all’ingresso di Bisceglie, occorrono 8 minuti

Altra circostanza praticamente svanita nel nulla nelle indagini del 1992 è il racconto dell'amica del cuore della vittimaRosanna. La quale afferma di essere stata da sempre a conoscenza della relazione fra Annamaria e Mino (Bindi); relazione per la 23enne, realmente innamorata, davvero importante. Bindi, secondo quanto narrato da Rosanna, aveva deflorato Annamaria quando era minorenne e lei nutriva per lui un amore profondo. Era disposta a tutto, soprattutto a incontrarsi con lui tutte le volte che l’uomo glielo chiedeva. 

Rosanna fa luce sugli incontri amorosi tra i due. Racconta che Bindi lasciava la palestra intorno alle ore 20, tornava a Molfetta, passava con l’autovettura dal corso Umberto, dove Annamaria era solita aspettarlo, le faceva un cenno d’intesa e la ragazza saliva sulla macchina. I due si appartavano in campagna e molto spesso Annamaria, dopo essersi incontrata con l’uomo, tornava al Corso intorno alle 21. E lì si ricongiungeva con gli amici, ignari di quanto fosse avvenuto. Mentre Bindi, dopo averla lasciata, ritornava a Bisceglie per chiudere la palestra intorno alle 22. 

Annamaria, prima di soccombere sotto i sei colpi inflitti con un corpo contundente al cranio che ne determinano la morte per gravi lesioni encefaliche, riceve dal suo assassino ben 18 colpi, con furia cieca, su tutto il corpo. È letteralmente martoriata, tanto è vero che in sede autoptica il medico legale rileva anche la frattura delle dita della mano, segno che aveva tentato invano di difendersi. 

Ma l’indagine iniziale nei confronti di Bindi, pur con gli elementi sopra rappresentati, inizia e finisce il 4 febbraio 1992. Dopo essere stato condotto in caserma nel pomeriggio di quel 4 febbraio – come abbiamo già detto – dapprima nega di conoscere la vittima, subito dopo ammette la relazione. La sua auto è trovata pulita, lavata e bagnata anche nel bagagliaio, circostanza della quale non si rinviene traccia negli atti delle indagini e che si apprende invece dalla viva voce del brigadiere del Carabinieri Rosario Avila. E la sua abitazione è sottoposta a perquisizione. Con esito apparentemente negativo. 

Si dice apparente perché nel 2001, all’epoca della seconda riapertura delle indagini, il brigadiere dei Carabinieri Antonio Caldarulo, ascoltato in aula, rivela di aver rinvenuto il pomeriggio del 4 febbraio, durante il controllo a casa Bindi, un paio di scarpe dell’uomo sporche di terra (ricordiamo che anche le scarpe della vittima presentavano la stessa particolarità e che i due erano soliti appartarsi in campagna). Ma di tali scarpe non si è mai saputo nulla. Nessuna traccia in atti. Sparite

Alcuni carabinieri di Molfetta furono per questi e altri motivi processati e assolti con sentenza definitiva, in quanto si scrisse che Caldarulo (morto a soli 41 anni per ictus cerebrale, dopo la sentenza definitiva) aveva potuto confondersi. Probabilmente aveva trovato quelle scarpe non a casa dell’indiziato ma altrove, e nel corso di un’altra indagine. Per dovere di cronaca è giusto dirlo. Come è giusto dire che Caldarulo non è l’unico a vedere quelle scarpe. Anche altri due colleghi le vedono. E anche la moglie di Bindi, ascoltata dal pubblico ministero Francesco Bretone all’epoca dell'ultima riapertura delle indagini, afferma che, dopo la perquisizione, i carabinieri avevano portato via dalla sua casa un paio di scarpe del marito. 

Nelle indagini del 2001 si chiederà al medico legale, il prof. Di Nunno, la modalità di trasporto e abbandono sul ciglio della strada del corpo della vittima. Secondo il consulente, il trasporto sarebbe avvenuto a bordo di un’auto familiare, una station wagon. La vittima – ricordiamolo – è  trovata con le braccia incrociate sotto il corpo, e a testa in giù, e questo fa supporre che il corpo, posto su un telo, sia stato srotolato dall’interno del bagagliaio di un’auto. 

L’assassino, quindi – sostiene il medico legale – stando all’interno dell’auto, avrebbe srotolato quel telo facendo cadere la ragazza per terra e facendola rotolare per qualche metro. A riscontro della sua tesi, il rinvenimento a circa mezzo metro dal corpo di una più grande chiazza ematica (come il segno della testa che aveva urtato per terra durante la caduta dall’auto) e diversi schizzi di materia cerebrale con alcune leggere impronte ematiche, lasciate dal rotolamento sull’asfalto. 

L’autovettura dell’insegnante di educazione fisica, una Renault Nevada 21, una station wagon, quella trovata pulita e bagnata il giorno dopo il delitto, viene venduta alcuni giorni dopo l’omicidiosenza passaggio di proprietà. Sarà trovata dieci anni dopo in Germania, all’epoca delle indagini di Bretone, dai marescialli dei Carabinieri e della Finanza della Procura di Trani Nicola Mannarini e Sergio Pisani. Riportata in Italia, proprio nel periodo in cui si addensano fortissimi sospetti intorno alle indagini del 1992, sarà sottoposta a perizia da un maresciallo dei carabinieri del Ris (Reparto investigazione scientifiche) di Roma con il test del luminol

Il luminol è un composto chimico che, mescolato con un agente ossidante, esibisce una luminescenza bluastra, rilevabile da un’apposita fonte luminosa. Viene cosparso su una superficie per rivelare la presenza di tracce biologiche (sperma, saliva) o ematiche (sangue). Ebbene, il maresciallo del Ris, una volta spruzzata la sostanza nell’auto di Bindi, constata la presenza di ben 13 aree violacee (soprattutto nel bagagliaio dell’auto). Ma successivamente afferma che, probabilmente, si era trattato di “falsi positivi”, non avendo alcuna certezza che si trattasse invece, come in un primo momento era parso, di tracce biologico-ematiche. 

Anche la Polizia Scientifica esaminerà la station wagon. L'immagine pubblicata su queste pagine si riferisce proprio a quella perizia, proiettata in aula nel corso del dibattimento, detta "esame spettrofotometrico", Una perizia che individuerà, per mezzo di una lampada Uv, aree violacee sempre nel portabagagli.

Torniamo all’alibi dell’indiziato. Era stato ritenuto attendibile dagli inquirenti del 1992: Bindi aveva dichiarato di trovarsi in palestra all’ora del delitto in compagnia di quattro amici, precedentemente indicati come (1), (2), (3) e (4). Come è stato scritto nella puntata precedente, solo uno di questi è ascoltato il giorno dopo il crimine, e per giunta al telefono, senza che neppure gli sia chiesto a che ora il sospettato fosse stato visto in palestra il giorno del delitto. Anche per questa ragione, dopo venti anni, la Corte di Cassazione, con sentenza del 20 aprile 2011 annullerà la sentenza assolutoria dell’insegnante. Chiarendo, risolvendo, una volta per tutte, la questione dell’alibi nel senso prospettato dall’accusa. Che cioè non fosse veritiero. 

Abbandonata la pista Bindi dopo un giorno, il presunto assassino viene improvvisamente “attenzionato” nell’estate del 1992, e si riprende con l’ascolto dei testimoni che potrebbero meglio consentire l’approfondimento delle ipotesi investigative. I Carabinieri coordinati dal pubblico ministero inquirente, Alessandro Messina, decidono di intercettare l'utenza telefonica del maggiore indiziato. 

Le telefonate intercettate, che per gli investigatori del 1992 sono di nessun rilievo, risulteranno invece decisive per Bretone nel 2001. 

In alcune di esse, un componente della famiglia dell’indiziato parlerebbe di rapporti di amicizia d’infanzia fra Bindi e Messina ed eventuali ripercussioni sulle indagini. Lo stesso pm subisce un procedimento disciplinare dinanzi al Consiglio Superiore della MagistraturaSarà assolto per insussistenza delle incolpazioni ascritte a suo carico (l’accusa aveva chiesto l’applicazione del provvedimento della censura nei suoi confronti).

Il magistrato sarà sottoposto a procedimento penale dinanzi al Tribunale di Potenza, ma la sua posizione sarà archiviata, mentre per i carabinieri incolpati si celebra un regolare processo. Che, come già detto, si conclude con sentenza definitiva di assoluzione. Per tutti, le accuse di falso per occultamento di prove e favoreggiamento dell’indiziato di omicidio, Bindi.

Quelle telefonate non potranno però essere utilizzate dalla Corte d’Assise, pur contenendo elementi importanti per l’accusa: il decreto che le disponeva viene ritenuto affetto da un vizio di forma

Per capirne il perchè bisogna tornare di nuovo al 1992. La sala intercettazioni della Procura è già occupata per indagini su altri processi e quindi si decide di eseguire le intercettazioni telefoniche nei confronti di Bindi all'interno della caserma dei carabinieri di Molfetta. Nel decreto che le dispone, a firma di Messina – lo stesso che sarà incolpato, processato e poi assolto per l’amicizia con Bindi – nel rigo dove si sarebbe dovuta indicare tale circostanza, il magistrato non dà atto di tale situazione logistica. L’omissione determina, pur se impercettibile vizio di forma, l’inutilizzabilità di tutte le telefonate intercettate nel 1992, comprese quelle che riguarderebbero lo stesso magistrato autore del decreto “viziato”. 

Si ripete che il pm è stato assolto sia in sede penale che disciplinare. Nel 2001, quando sarà chiamato dal nuovo titolare delle indagini a testimoniare in aula nel processo nei confronti di Bindi per aiutare la Giustizia a ricostruire i fatti, si avvarrà della facoltà di non rispondere. 

Altrettanto faranno i carabinieri processati a Potenza e poi assolti. Si avvarranno della facoltà di non rispondere, tranne uno. Anche Bindi, nel processo di omicidio a proprio carico, si avvarrà della facoltà di non rispondere. Come anche i suoi parenti. 

Le indagini riaperte da Francesco Bretone rivelano altri misteri attorno a quelle telefonate. I carabinieri, dopo aver ultimato le intercettazioni, depositano in Procura, a Trani, quattro bobine. Dagli atti, già nel settembre dello stesso anno, ne risultano solo due. Che ne è stato di quelle mancanti? 

Non basta. Delle due bobine rinvenute, non tutti i nastri sono integri. Da una consulenza tecnica ordinata da Bretone, numerose parti dei nastri ritrovati risultano manomessi. Qualcuno, cioè, su quei nastri, era intervenuto manualmente per cancellarne parti, come si può ascoltare.

Il magistrato avvia un’altra inchiesta, che getta ombre su ombre. «E' chiaro che chi ha manomesso i nastri doveva conoscerne il contenuto», afferma nella richiesta di archiviazione. Sul fascicolo cala infatti la prescrizione, essendo trascorsi ormai più di dieci anni. 

Chi ha cancellato parti dei nastri, però, ha omesso di agire anche su quelle parti delle telefonate in cui si evince che Eleonora aveva consentito di accertare che la vittima, così come faceva quando doveva incontrarsi con Bindi, anche la sera del delitto era giunta in corso Umberto, verso le ore 20.30, da dove poi era sparita. 

Eleonora, una goccia nell’oceano di atti che caratterizzano il processo Bufi, identificata e ascoltata da Bretone nel 2001, conferma la circostanza di essere stata l’ultima prima dell’assassino a vedere in centro Annamaria, la sera del delitto, poco prima della sua morte. Che, come detto, si verifica fra le ore 21 e le 22 del 3 febbraio 1992.

Parte I – 3 febbraio 1992

Parte II – L’autopsia e l’alibi del sospettato

Sito web scomodo. Minacce all'ideatore



di ALDO LOSITO – www.lagazzettadelmezzogiorno.it
 

«Chiudi Andria- Spia altrimenti ci vendicheremo su di te, sulla tua compagna e sulla bella bambina che hai». Sono inquietanti le parole della doppia lettera minatoria, inviata a Paolo Nugnes, consulente informatico di Trani ma con i suoi più cari affetti ad Andria. 

LE LETTERE – La prima missiva è arrivata venerdì all’ufficio tranese di Paolo Nugnes, e oltre al testo conteneva le foto della sua automobile, della sede lavorativa e dell’ingresso dell’appartamento. Ieri, invece, la seconda lettera è giunta alla casa: stesso testo ma con allegate le foto della compagna di Nugnes e della loro piccola bambina. Immediata la denuncia al commissariato di Polizia di Trani. 

COS’È ANDRIASPIA – Dallo scorso agosto Paolo Nugnes è amministratore del gruppo «AndriaSpia» che ha costituito sul social network Facebook. Il gruppo è una maniera simpatica e concreta per mettere insieme un po’ di persone che parlino dei problemi in città. «AndriaSpia» è un gruppo aperto, ovvero gli interventi possono essere letti da tutti, ma per commentare bisogna iscriversi. Gli argomenti maggiormente dibattuti sono stati uno striscione contestato al festival Castel dei Mondi, la guerrilla marketing e una variante al piano regolatore. «Lo scopo di AndriaSpia – dice Paolo Nugnes – è quello di far accrescere la coscienza civica per combattere il malcostume». 

LA MINACCIA – L’aspetto più preoccupante è che l’autore della minaccia non si sia limitato a scrivere. Le foto inviate con il testo, stanno ad indicare come si sia andato a scavare nella vita personale di Paolo Nugnes, che ha la sola colpa di coordinare gli interventi degli oltre trecento utenti iscritti. Il consulente informatico, infatti, non ha mai preso posizione su alcuna discussione ma ha solo dato la possibilità agli andriesi di esprimere le proprie idee. 

L’ULTIMATUM – Nella lettera è chiaramente scritto che «AndriaSpia » dovrà essere chiuso entro le ore 12 del 30 novembre, altrimenti si passerà dalle parole ai fatti. «Spavento e rabbia sono le sensazioni che si alternano dentro di me – spiega Paolo Nugnes -. Non voglio esporre la mia famiglia, per questo motivo un’ora prima dell’ultimatum mi dimetterò da amministratore. Ma il gruppo continuerà ad operare perché su Facebook non è possibile chiuderlo». Intanto il numeroso popolo di internet ha espresso solidarietà a Nugnes e ha avviato una vera e propria indagine sociale per scoprire l’autore di questo vile gesto

https://www.facebook.com/groups/andriaspia

Concussione e truffa, nei guai 8 ispettori dell'Agenzia delle Entrate


Foto: ©

Il meccanismo era collaudato: gli ispettori dell’Agenzia delle Entrate si presentavano nelle sedi di piccole e medie imprese e facevano intendere che i controlli che stavano per eseguire avrebbero potuto portare a conseguenze pesantissime nei loro confronti. Meglio pagare: con denaro contante, con beni materiali e persino con la promessa di assunzione di loro congiunti da parte degli imprenditori. Una volta ottenuto quanto richiesto, i controlli si risolvevano in nulla di fatto, o con multe irrisorie rispetto al valore delle infrazioni commesse e non rilevate. 

Sono già 9 i casi accertati ed altri sono oggetto, in questi giorni, di ulteriori approfondimenti da parte della Procura di Trani e della Guardia di finanza di Barletta con l’ausilio ed il supporto tecnico della stessa Agenzia delle entrate. 

Nel frattempo, questa mattina sono scattate le manette ai polsi di 4 ispettori dell’Agenzia, mentre per altri 4 sono state eseguite delle ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari. Gli otto sono equamente distribuiti tra le Agenzie di Bari e di Barletta. 

E’ il frutto di un complesso lavoro di controllo della compagnia di Barletta della Guardia di Finanza coordinato dal sostituto procuratore Michele Ruggiero. Ad illustrare i particolari dell'inchiesta è stato lo stesso procuratore capo di Trani, Carlo Maria Capristo

Le indagini, partite dalle operazioni “Work Market 1 e 2” del 2009 e che portarono all’arresto di una trentina di persone, sono state ricomprese nell’operazione di oggi. 

L’inchiesta si è avvalsa di intercettazioni telefoniche ed ambientali, acquisizione di dichiarazioni, riscontri documentali e controlli su verifiche fiscali eseguite dall’Agenzia delle entrate ed hanno fatto luce su un sistema criminoso radicato e continuativo perpetrato da alcuni funzionari dell’agenzia delle entrate di Barletta e di Bari in danno di imprenditori del Nord barese. 

In particolare, le 9 ispezioni finite al centro dell’inchiesta riguardano imprese operanti ad Andria, Barletta, Canosa, Molfetta e Trani. 

L’operazione della Finanza, come detto, ha portato all’emissione di una ordinanza di custodia cautelare delle 8 persone per i reati di concussione, millantato credito, truffa e rivelazione del segreto d’ufficio. 

In carcere sono finiti Pietro Pappolla, di 65 anni di Trani; Antonio Di Leo, di 52 anni, di Barletta; Michele De Cesare di 55 anni, di Bari; Giuseppe Rizzi di di Ceglie del Campo, di 46 anni. Ai domiciliari, invece, sono finiti Luca Lerro, di 53 anni di Bari e la sua convivente Nunzia Ciminiello di 48, di Bari; Saverio D’Ercole, di 50 anni di Andria e Luigi Pesce, di 50 anni, Andria. 

«La Direzione Regionale della Puglia ha prestato la massima collaborazione agli inquirenti, nell’ambito dell’indagine della Procura di Trani che ha portato all’arresto di otto dipendenti in servizio presso gli Uffici delle Direzioni provinciali di Bari e Barletta-Andria-Trani», riferisce un comunicato dell'Agenzia delle Entrate

«L’Agenzia, inoltre – si legge -, attraverso il proprio servizio di audit interno, continuerà a collaborare con la Procura per fare piena luce sulla vicenda e adottare i provvedimenti sanzionatori necessari. Quello di vigilare sulla correttezza ed onestà dei propri dipendenti, infatti, resta un punto di cruciale e costante attenzione per l’Amministrazione finanziaria. 

Nel condannare con fermezza ogni comportamento illecito di cui si siano resi protagonisti alcuni dipendenti infedeli, la Direzione Regionale ribadisce anche che il rispetto dei principi di correttezza e integrità professionale è la regola alla quale si attiene la stragrande maggioranza dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate, nel quotidiano svolgimento dei compiti loro assegnati. Per quanto riguarda, infine, gli otto dipendenti raggiunti da misure restrittive della liberà personale, uno di essi era già stato licenziato l’anno scorso e due erano in pensione. Nei confronti degli altri cinque è già stato adottato il provvedimento di sospensione dal servizio».

Vendevano anche in Giappone falso olio italiano. Arrestati due imprenditori

Due imprenditori, i fratelli Pietro e Leonardo Luglio, di 50 e 53 anni, titolari di aziende olearie a Terlizzi Molfetta, sono stati arrestati dai militari della Guardia di finanza di Taranto per una presunta frode nel settore dei prodotti alimentari e si trovano ai domiciliari. 


I particolari dell'operazione sono stati resi noti nella giornata di ieri in una conferenza stampa.

Nel scorso marzo l'inchiesta aveva portato al sequestro nel porto jonico di 50mila litri di olio d'oliva confezionati nelle due aziende, stivati all' interno di tre container con destinazione finale Giappone e Taiwan. 

Tra il 2009 ed il 2011 – secondo gli inquirenti – avrebbero commercializzato ed esportato in Giappone circa 330mila litri di olio extravergine di oliva, traendo in inganno l'acquirente giapponese sull'origine e qualità del prodotto dichiarato italiano. 

L'olio è risultato di origine e produzione tunisina e – si è appreso nella conferenza stampa della Fiamme gialle – sarebbe stato acquistato da aziende calabresi e siciliane. 

Nessun dubbio sulla buona qualità dell'olio, piuttosto sulla tracciabilità del prodotto: si è accertato – si legge sul Corriere del Mezzogiorno -, a dispetto di quello che risultava dagli imballaggi e dalle etichette sulle bottiglie di olio, che si trattava in realtà di oli misceli e di provenienza comunitaria recanti false indicazioni con lo scopo di ingannare il consumatore finale. Infatti su di essi si richiamava la provenienza e origine del prodotto Italiano.

Processo Garofalo, nominato il nuovo Presidente di Corte D'Assise


www.liberainformazione.org

Sono ore concitate per il processo Lea Garofalo. Dopo la notizia ufficializzata mercoledì  23 in capo all'udienza che si sarebbe dovuta svolgere relativa al posto vacante di Presidente della Corte d'Assise a seguito della nomina del giudice Filippo Grisolia a capo di Gabinetto del ministro di Giustizia, arriva il nome del nuovo Presidente. Si tratta di Anna Introini – gip che sostituì Italo Ghitti ai tempi dell'inchiesta “Mani Pulite” e attualmente presidente della nona sezione del Tribunale di Milano – che è stata applicata alla Corte di Assise, garantendo di fatto lo svolgimento del processo. 

La notizia è stata ufficializzata dal Presidente del Tribunale meneghino Livia Pomodoro, che ha sottolineato la volontà di stilare un calendario fitto per le udienze (che sarà ufficializzato nella prossima udienza del primo dicembre) al fine di garantire che la sentenza di primo grado sia emessa entro il 28 luglio 2012, data in cui scadranno i termini di custodia cautelare degli imputati, che di fatto potrebbero tornare in libertà. Non solo. Dalla lettura della nota diramata emerge che “la presidenza si dichiara certa che si farà di tutto per evitare ulteriori sofferenze e disagi alle persone offese”. 

Il riferimento è soprattutto relativo a Denise Cosco, figlia della vittima e di uno degli imputati – Carlo Cosco – che in maniera coraggiosa ha già deposto, indicando nelle persone incarcerate presenti in aula i colpevoli del sequestro e della morte della madre Lea Garofalo, il cui corpo sarebbe stato sciolto nell'acido esattamente la notte di due anni fa. Una prova di forza notevole, alla quale la giovane sarà nuovamente chiamata a breve.

 

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Condono edilizio… d'argento e disin-volture urbanistiche… finanziarie

“Bocconcini” da Albo Pretorio, della serie “fatti salvi i diritti di terzi”….


Di sicuro due generazioni di molfettesi, almeno una volta nella vita, avranno commensato in allegre cerimonie familiari, o tra amici, a base di frutti di mare presso un ristorante… sul mare.
Non ci riferiamo al famigerato “Mare Chiaro” ma a quel ristorante-pizzeria  sugli scogli, ai piedi del “Lido Belvedere”….che, se non ricordiamo male, della scogliera  è… il RE. 
E’ proprio vero, il “Titolo abilitativo edilizio a  sanatoria”  giunge dopo ben 25 anni; complice di ciò, il palleggiamento amministrativo tra il Comune e l’Autorità “Paesaggistica” che, solo il 28/06/2011, dichiara maturati i termini del “silenzio assenso per non aver emesso alcun provvedimento di annullamento… del parere favorevole, per l’aspetto paesaggistico, rilasciato dal Dirigente Ufficio Tecnico…”. CHE  ZELO!
Pertanto tanti auguri al titolare del  Condono d’Argento! (  vedi   Albo Pretorio n. 2408 del 21/11/2011).

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Veniamo, poi, al bocconcino più gustoso, dal titolo “La voltura del permesso a costruire”  (vedi Albo Pretorio n. 2441 del 23/11/2011). Nel detto atto (sempre sottoscritto dal funzionario ad interim) si concede voltura del permesso a costruire n. 1625 rilasciato il 12-03-2010" in testa al Sig. Mastropasqua Sergio… legale rappresentante della Società Auto Diesel s.r.l., relativo alla realizzazione di un opificio industriale per esposizione e riparazione autovetture, sui lotti nn. 8 e 9 della maglia G della zona ASI…”.

Il titolare della suddetta società chiede di volturare il permesso a costruire (su suolo di quale concessionario o proprietario?) a favore della “Centro Leasing S.p.A." con sede legale in Firenze (e facente parte del “GRUPPO BANCARIO INTESA-SAN PAOLO”). 
Ci si chiede il motivo (non illustrato nel documento in pubblicazione) per cui il permesso edilizio, finalizzato alla realizzazione di una impresa con "attività di meccanica-esposizione auto” si trasformi in una (possibile
) concessione edilizia per la realizzazione di una sede di una “quotata” Società  finanziaria….”BOCCONIANA-PASSERIANA”?

"Difendiamo il nostro mare". La mobilitazione a dicembre

Dopo quella della Tremiti, il presidente della Regione annuncia una manifestazione a Monopoli contro lo spettro delle trivelle che minaccia le coste della Puglia. "L'intero territorio deve dare una risposta forte alle multinazionali e mandare un segnale al nuovo governo"


bari.repubblica.it

Tutti i pugliesi si incontreranno a Monopoli, a dicembre, dietro al Gonfalone della Regione Puglia, per ripetere "un no festoso e colorato, ma netto, al petrolio in Adriatico". La mobilitazione coinvolgerà istituzioni, enti locali, parlamentari, sindacati, organizzazioni professionali, associazioni, cittadini e tanti giovani. Lo ha reso noto oggi il presidente del Consiglio regionale pugliese Onofrio Introna, dopo aver incontrato a Bari, insieme con l'assessore regionale all'Ambiente, Lorenzo Nicastro, a consiglieri e assessori regionali, i rappresentanti di numerose associazioni ambientaliste impegnate nella battaglia ecologica.

IL CASO Petrolio, i comitati a terra ma c'è chi raggiunge la Princess

"Come il 7 maggio a Termoli – ha detto Introna – il Gonfalone sarà il simbolo dell'unità dell'intera Assemblea consiliare sulla tutela dell'ambiente marino, una posizione univoca sancita nell'articolo unico sottoposto dalla Puglia al Parlamento: la proposta d'iniziativa regionale alle Camere che prevede la totale esclusione di ogni attività nelle acque al largo della costa, per il prelievo di idrocarburi". Iniziativa, questa, che ha suscitato l'attenzione del Commissario europeo all'ambiente, disponibile a raccogliere i pareri delle autonomie in protocollo che metta al bando qualsiasi attività off shore nelle acque mediterranee.

FOTO La mappa dei permessi per le ispezioni in Adriatico

Il Consiglio regionale pugliese "è sempre stato presente e operativo nelle campagne ecologiste", ha ribadito Introna, rispondendo positivamente all'appello del movimento per una stretta sinergia tra la società reale e le istituzioni: "E' l'intero territorio – hanno insistito gli ambientalisti – che deve dare una risposta forte alle multinazionali e mandare un segnale al nuovo governo nazionale".

Introna ha confermato che a proporrà l'adozione di un documento a sostegno della moratoria in Adriatico in occasione della riunione plenaria della 'Calre', la Conferenza che all'Aquila, dal 24 al 27 novembre, riunirà 74 presidenti delle Assemblee legislative europee. Nella stessa occasione, Introna rinnoverà ai colleghi delle Regioni adriatiche l'invito a fare approvare dai rispettivi Consigli una proposta di legge alle Camere, sul modello di quella pugliese. Altra ipotesi: organizzare – ha ribadito introna – una Conferenza adriatica, allargata ai Balcani e alla Grecia.

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