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Clamoroso al processo Bufi, la Procura ricusa il presidente


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Avrebbe dovuto celebrarsi ieri dinanzi alla Corte di Assise d’Appello di Bari la nuova udienza per il processo dell’omicidio di Annamaria Bufi. Alla sbarra Marino Domenico Bindi, accusato della morte della 23enne molfettese. 

In apertura del dibattimento, però, l’ennesimo colpo di scena. Il sostituto procuratore generale della Corte d’Appello, Angela Tomasicchio (la pubblica accusa) ha presentato istanza di ricusazione del presidente della corte, Michele Tarantino

Quella di ieri era la prima udienza di Tarantino. Il giudice era infatti subentrato alla collega Giulia Pavese, nella prima udienza del 1 dicembre si era dichiarata incompatibile. Nel 1996, all’epoca della riapertura delle indagini, fu lei a disporre le intercettazioni a carico dell’imputato e già nel 2001, all’epoca della terza e decisiva indagine, dichiarò la propria incompatibilità. 

La richiesta di ricusazione di Tarantino si fonda su quanto accaduto in uno dei tanti procedimenti paralleli della vicenda che si trascina dal 3 febbraio 1992, giorno dell’uccisione della 23enne molfettese. In uno dei processi connessi a quello dell’omicidio, Tarantino svolge le funzioni di presidente e – secondo quanto si legge nell’istanza della Tomasicchio – avrebbe preventivamente manifestato indebitamente il proprio convincimento anticipando la propria decisione. Analoga richiesta di astensione e ricusazione è stata presentata dal legale della famiglia Bufi, l’avvocato Bepi Maralfa

Al nuovo processo di appello si è giunti dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione del 20 aprile 2011. Le sentenze di primo e secondo grado con cui il presunto assassino della ragazza era stato assolto erano state infatti annullate con una pronuncia che aveva sostanzialmente bocciato il metodo di valutazione della prova da parte delle corti pugliesi, dal movente dell’omicidio, all’alibi di Bindi. Fino alla confessione resa al di fuori del processo dallo stesso Bindi, il quale una sera, dopo un tentativo di fuga a piedi, raggiunto dall’amico Onofrio Scardigno gli avrebbe confidato: “Cosa ho fatto, cosa ho fatto ho ucciso Annamaria”. 

La frase era stata registrata durante una conversazione fra Scardigno e un testimone del processo. Nel processo il perito incaricato dalla Corte d’Assise di Trani per la trascrizione del nastro, Maria Tricarico, aveva però dichiarato di non averla mai ascoltata. 

La Tricarico, in seguito, era stata processata per il reato di falso e condannata alla pena di un anno di carcere. Lo scorso 6 dicembre, nel processo d’appello, la corte presieduta proprio da Tarantino ha deciso di ascoltare la cassetta in aula. Una circostanza che ha insospettito pubblica accusa e parti civili: questo nuovo atto istruttorio non era stato infatti richiesto neppure dalla difesa dell’imputata. 

Il sostituto procuratore generale Tomasicchio, nell’articolata istanza presentata ieri in aula, ha fondato i motivi di ricusazione del presidente Tarantino nella “violazione delle norme di imparzialità del giudice anche sulla base degli orientamenti della Corte Europea dei diritti umani, precisando che ogni persona ha diritto di essere giudicata da un tribunale indipendente ed imparziale, cosa che non sarebbe accaduta per l’omicidio Bufi, posto che il dott. Tarantino presiede i collegi della corte d’appello sia nel processo a carico del perito che in quello nei confronti del principale imputato di omicidio”. 

Decidendo di ascoltare in aula, nel processo a carico del perito, la cassetta che contiene la frase che inchioderebbe Bindi – come detto dalla Cassazione – alle sue responsabilità, “Cosa ho fatto, cosa ho fatto, ho ucciso Annamaria“, si sarebbe secondo la procura generale verificata indubbiamente una “prospettazione che appare indebito pregiudizio già formulato in altro processo prima di giudicare Bindi”. 

L’udienza è stata rinviata al 19 aprile, in attesa che un’altra sezione della Corte d’Appello di Bari decida se accogliere o meno l’istanza di ricusazione, procedendo quindi all’eventuale sostituzione del presidente della corte se ritenuto incompatibile.

Omicidio Bufi, a dicembre si torna in Appello. Parte IV – Nove anni dopo, la svolta

Proseguono le indagini parallele. Il fascicolo nelle mani di Woodcock e De Magistris. Nel 2000 la riesumazione del cadavere. Nel 2001 l'arresto di Bindi

di La Redazione – www.molfettalive.it


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4 febbraio 1992. Nel corso della perquisizione effettuata in casa Bindi sono rinvenute delle scarpe appartenenti all’indiziato del delitto Lo riferiscono almeno tre carabinieri e sua moglie. Le calzature presentano, a detta del militare autore del ritovamento, tracce di terriccio, proprio come sulle calzature diAnnamaria Bufi

Le scarpe, si è detto anche nella scorsa puntata, spariscono poi nel nulla. 
Anche due delle quattro bobine delle intercettazioni telefoniche effettuate sull’utenza domestica di Bindi si volatilizzano nel nulla. E quelle rinvenute sono – così dimostra la consulenza tecnica – manomesse. 

Già. Ma da chi e perché? 
Chi cancella porzioni dei nastri, però, omette di agire anche su quelle parti delle telefonate in cui si parla dei rapporti di amicizia fra Alessandro Messina. il magistrato che conduce le indagini, e il principale sospettato. Già. Ma perché? Perché chi manomette quei nastri, non elimina proprio la telefonata in cui si parla di tale amicizia? E perchè non elimina anche la registrazione in cui si parla dell’esistenza di una ragazza identificata in Eleonora, la conoscente di Annamaria che dieci anni dopo dichiarerà di aver visto la vittima intorno alle 20,30 della sera del delitto in Corso Umberto? 

Le indagini del 1992 finiscono sul tavolo del sostituto procuratore della Repubblica di Potenza. Non c’è da valutare solo le presunte responsabilità dei carabinieri, ma anche quelle del magistrato che nel 1992 aveva condotto le indagini. E non si può giudicare un magistrato nel tribunale in cui lavora. 

E così il pubblico ministero Henry John Woodcock mette sotto controllo il centralino dei carabinieri di Molfetta. Si indaga per favoreggiamento in omicidio e falso per occultamento di prove. Le telefonate intercettate inducono la magistratura potentina a iscrivere sul registro degli indagati anche due alti ufficiali dell’Arma, un generale (in seguito morto per una caduta da cavallo) e un colonnello, per i reati di favoreggiamento e rivelazione del segreto di ufficio. 

Il sostituto procuratore ipotizza anche il coinvolgimento di un magistrato potentino e così il fascicolo viene trasmesso per competenza alla procura di Catanzaro, al sostituto procuratore Luigi De Magistris. Valutate le accuse, i documenti tornano a Potenza. Woodcock è stato sostituito e ora un altro pm regge l’accusa. La linea cambia: la procura chiede l’assoluzione per i carabinieri indagati e il tribunale li assolve. La sentenza diventa definitiva: sono per sempre dichiarati innocenti. Non hanno commesso alcun reato. 

Ma l’indagine sull’insegnante di educazione fisica prosegue

Per escludere l’esistenza di piste alternative, i familiari della vittima propongono nel 2000 supplementi d’indagine nei confronti di altri soggetti. È il caso del guidatore della Golf beige. Il 4 febbraio 1992 era stata perquisita un’auto di quel colore appartenente a un amico di Annamaria. All’interno erano stati ritrovati un bastone e anche un capello. Entrambi mai sottoposti a esami. Si decide di riesumare il cadavere. Una scelta dolorosa. Ma necessaria per confrontare il dna della vittima con quello del capello. L’esito è negativo. 

Si riaprono le indagini anche su un tossicodipendente. Un altro tossico rivela agli inquirenti di aver raccolto le sue confidenze: sarebbe lui il killer. Accertamenti approfonditi, esito negativo, pista falsa. Si analizza anche un orecchino trovato nell’auto di un conoscente della vittima, che sembrerebbe essere stato da questa indossato. Nulla. Pista falsa. Anche questa. 

E si giunge così al 2001. Un istruttore di palestra, un ex socio di Bindi, rivela al legale della famiglia di avere cose molto importanti da dire agli inquirenti sull’omicidio. Si chiama Nicola Volpe. Si trova per altri motivi in un’aula del Tribunale di Trani, quando apprende che era in corso, contemporaneamente, la riesumazione del cadavere della ragazza. Pensa ai genitori: stanno per essere distrutti dall’ennesimo dolore, quello di sapere che la loro figliola non trova pace neppure sotto terra. E allora si pone a disposizione della giustizia ed è messo sotto torchio per ore. Ecco la rivelazione: Bindi, con il quale egli aveva avuto un rapporto di amicizia e di collaborazione professionale (per la gestione della palestra) gli avrebbe confidato, in preda ad una crisi e in un momento di sconforto, che stava soffrendo molto per un enorme peso che portava da anni sulla coscienza. «L’ho uccisa io», gli avrebbe detto. 

Volpe conferma la versione in tutte le sedi. Si apre l’inchiesta per la terza volta. E il testimone dichiara anche altro. Un giorno il sospettato, incontrandolo presso l’Ospedale di Terlizzi, gli avrebbe intimato: «Stai zitto, oppure ti faccio fare la stessa fine». 

Le indagini s’intensificano. Sono riascoltati i quattro testimoni che avevano sostenuto l’alibi dell’insegnante. Tre dichiarano di averlo visto alle 21.45 della sera del delitto. Non prima, non alle 20,30 e neppure alle 21. E, come si è detto, il tempo per raggiungere la palestra, all’ingresso di Bisceglie, è di appena 8 minuti. La ragazza è stata uccisa fra le 21 e le 22. Secondo il medico legale, quando è stata scaricata sulla 16bis la rigidità cadaverica era appena iniziata. Chi ha martoriato Annamaria l’ha poi scaricata subito sulla statale. 

Un quarto testimone racconta di avere mentito per lunghi dieci anni. Lui, Giuseppe Di Pierro, in palestra la sera del delitto non c’è mai stato e non può aver visto Bindi, come invece aveva dichiarato in precedenza. «Anzi – racconta – io dissi così perché era stato lo stesso Bindi a suggerirmi di dire agli inquirenti, se fossi stato ascoltato, che la sera del delitto lui era in palestra e stava facendo lezione, ma non è vero». 

Marino Domenico Bindi nell’ottobre 2001 è arrestato con l’accusa di omicidio volontario di Annamaria Bufi. Il Tribunale della Libertà conferma la gravità del quadro indiziario e la Corte di Cassazione respinge il ricorso di scarcerazione. Ma è passato molto tempo dall’epoca dei fatti e così la custodia cautelare è limitata a due mesi. 

Le indagini proseguono serrate e vengono fuori altre due circostanze. La prima. Un amico del sospettato, parlando con un conoscente, Michele Nanna, gli racconta un episodio avvenuto tempo prima, una sera. Bindi, in preda allo sconforto e all’alcool, aveva deciso di dirigersi a piedi a Bisceglie. Una volta raggiunto dal suo amico, gli avrebbe detto: «Cosa ho fatto, cosa ho fatto, ho ucciso Annamaria»

Quella frase «Cosa ho fatto, cosa ho fatto, ho ucciso Annamaria» viene incisa su di un nastro. Chi l’ha registrata è sentito al processo e lo conferma. Poi il nastro è sottoposto a perizia e la frase, come d’incanto, scompare. Non è più impressa su quel nastro. O meglio, c’è ancora, ma non viene trascritta. Si apre un altro processo nel processo. Il tecnico sarà condannato a un anno di carcere per falsa perizia. Perché ha omesso di trascrivere proprio quella frase? 

La seconda novità. Un’amica di comitiva dell’arrestato apprende della sua dipendenza dall’alcool. Lo apprende dalla cognata di Bindi. Il motivo sarebbe da ricercare nella morte della ragazza. Questo si raccontava in famiglia. 

Il processo è in corso, quando la vicenda si arricchisce di un altro colpo di scena: si procede all’arresto di tre donne. La prima – secondo l’accusa, confermata dal giudice per le indagini preliminari – avrebbe omesso di riferire agli inquirenti che sarebbe stata chiamata a soccorso dopo il delitto e si sarebbe trovata dinanzi al cadavere di Annamaria riverso per terra. La seconda e la terza donna, per la procura, avrebbero omesso di riferire che la ragazza sarebbe stata uccisa con una mazza da baseball poi sparita. 

Per una delle tre il Tribunale della Libertà conferma la gravità degli indizi e la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso per la scarcerazione. Sulle altre due piomba nuovamente quell’alone di mistero che ha contraddistinto il barbaro assassinio fin dalle prime ore. Quando gli atti vengono trasmessi al Tribunale della Libertà, si accerta l'assenza di un’intercettazione telefonica. La misura cautelare perde efficacia e le donne sono scarcerate per un vizio di forma. 
Il titolare delle indagini, Francesco Bretone, fa pervenire una nota al procuratore capo. Spiega che il fascicolo è partito da Trani in ordine e per dimostrarlo esibisce un indice degli atti: quando l’incartamento arriva a Bari tutto è al proprio posto, compresa quell’intercettazione. Un nuovo procedimento per furto di atti giudiziari, contro ignoti, è aperto dalla procura di Bari. Uno della lunga serie di indagini parallele. A oggi nessuna notizia. 

Bretone comunque non molla. Formula nei confronti delle tre imputate l’accusa per i reati di favoreggiamento del presunto assassino e non si è giunti ancora alla sentenza di primo grado. 

Si arriva al processo per il professore di educazione fisicaLa Corte di Assise di Trani lo assolve. Non è lui l’assassino di Annamaria. È innocente. Le prove non sono sufficienti. La Procura della Repubblica di Trani e i familiari della vittima propongono appello. E anche la Corte di Assise di Appello di Bari giudica Bindi innocente. 

La Procura Generale di Bari e la famiglia Bufi ricorrono per cassazione. Il padre della ragazza grida allo scandalo per la lunghezza della camera di consiglio. La Corte di Bari ha deciso il processo in meno di tre quarti d’ora. Allora fa disporre un’ispezione. Si scopre che i diciannove faldoni del processo per l’omicidio della ragazza non sono mai stati presi in visione dalla Corte che ha giudicato innocente Bindi. Si è praticamente celebrato un processo senza atti. 

Il 20 aprile 2011, a Roma, dinanzi alla Corte Suprema di Cassazione si discute l’innocenza dell’accusato e si rimettono in gioco tutte le anomalie: «Signori della Corte, mi auguro e vi auguro – così esordisce il procuratore generale presso la suprema corte – di non trovarvi mai più di fronte ad un processo del genere; è da indignazione». 

Le sentenze assolutorie del presunto assassino vengono annullate dalla Cassazione, per motivi specifici: tutto errato il ragionamento e la valutazione delle prove da parte dei giudici di primo e secondo grado. La Cassazione ordina che si rifaccia il processo di secondo grado: il primo e il secondo giudice – secondo quanto si legge nella sentenza della Corte di Cassazione – hanno valutato gli indizi a campione e non complessivamente. Non hanno valutato tanti elementi a carico dell’imputato che, laddove correttamente interpretati, avrebbero condotto il processo a ben altra conclusione. 

Ed ecco che oggi, primo dicembre duemilaundici, si torna in aula. 

Parte I – 3 febbraio 1992

Parte II – L’autopsia e l’alibi del sospettato

Parte III – Le scarpe, il luminol e i nastri

Omicidio Bufi, a dicembre si torna in Appello. Parte III – Le scarpe, il luminol e i nastri

 


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di La Redazione – www.molfettalive.it

Forse ci vorrebbero pagine e pagine per narrare tutto quanto accadde a livello investigativo nel solo 4 febbraio 1992. Sta di fatto che quei primi atti d’indagine si riveleranno, poi, importantissimi quando il processo sulla morte di Annamaria Bufi sarà riaperto per la seconda volta nel 2001 (la terza e ultima inchiesta che porta all’arresto del presunto assassino Marino Bindi). 

Da quanto sin qui narrato, è possibile dedurre che la ragazza conduceva una vita assolutamente normale, eccetto un solo mistero: l’amore per quell’uomo. Un amore – così raccontano i diari sequestrati dai carabinieri in casa Bufi all’indomani dell’omicidio – nato quando la ragazza aveva meno di sedici anni e proseguito sino al giorno della sua tragica morte. 

Annamaria, senza ombra di dubbio, esce di casa alle 20.15 di quel 3 febbraio 1992, si ferma a parlare sotto casa con il conducente di una Golf beige, sale, poi, a bordo della propria Dyane 6 celeste, la parcheggia nei pressi di viale Pio XI e si dirige a piedi in corso Umberto. Lì, nei pressi del negozio 012 Benetton (all’incrocio con via Felice Cavallotti, oggi occupato da un punto vendita di biancheria) è vista intorno alle 20.30 da Eleonora Sciancalepore. E se non fosse stato per intuizioni investigative del 2001, si sarebbe continuato a pensare erroneamente che si fosse appartata con il conducente di quella Golf. 

Di come verrà fuori il nome dell’ultima persona che, prima dell’assassino, vede in vita Annamaria se ne parlerà fra un attimo. Per ora basti sapere, circostanza che si rivelerà importantissima, che la vittima giunge al Corso alle 20.30 del 3 febbraio e che questo particolare era già noto agli inquirenti sin dal 1992, essendo emerso in un’intercettazione telefonica. Ma di esso non vi è traccia negli atti delle indagini del 1992: un particolare decisivo sparito nel nulla. Come tante altre cose. 

Secondo quanto afferma con certezza il medico legale, la ragazza è uccisa fra le 21 e le 22 del 3 febbraio 1992, mentre Bindi è visto in palestra (con tutti i limiti e le stranezze di cui si è parlato nella precedente puntata) solo alle 19 e poi nuovamente alle 21.45 del giorno del delitto. Le indagini successive portano ad accertare, attraverso le cronometrazioni degli inquirenti, che dal luogo della scoperta del cadavere (la statale 16 bis a cento metri dallo svincolo della zona industriale di Molfetta, da cui si accede alla strada statale 16 che porta a Bisceglie) per raggiungere la palestra di Bindi, all’ingresso di Bisceglie, occorrono 8 minuti

Altra circostanza praticamente svanita nel nulla nelle indagini del 1992 è il racconto dell'amica del cuore della vittimaRosanna. La quale afferma di essere stata da sempre a conoscenza della relazione fra Annamaria e Mino (Bindi); relazione per la 23enne, realmente innamorata, davvero importante. Bindi, secondo quanto narrato da Rosanna, aveva deflorato Annamaria quando era minorenne e lei nutriva per lui un amore profondo. Era disposta a tutto, soprattutto a incontrarsi con lui tutte le volte che l’uomo glielo chiedeva. 

Rosanna fa luce sugli incontri amorosi tra i due. Racconta che Bindi lasciava la palestra intorno alle ore 20, tornava a Molfetta, passava con l’autovettura dal corso Umberto, dove Annamaria era solita aspettarlo, le faceva un cenno d’intesa e la ragazza saliva sulla macchina. I due si appartavano in campagna e molto spesso Annamaria, dopo essersi incontrata con l’uomo, tornava al Corso intorno alle 21. E lì si ricongiungeva con gli amici, ignari di quanto fosse avvenuto. Mentre Bindi, dopo averla lasciata, ritornava a Bisceglie per chiudere la palestra intorno alle 22. 

Annamaria, prima di soccombere sotto i sei colpi inflitti con un corpo contundente al cranio che ne determinano la morte per gravi lesioni encefaliche, riceve dal suo assassino ben 18 colpi, con furia cieca, su tutto il corpo. È letteralmente martoriata, tanto è vero che in sede autoptica il medico legale rileva anche la frattura delle dita della mano, segno che aveva tentato invano di difendersi. 

Ma l’indagine iniziale nei confronti di Bindi, pur con gli elementi sopra rappresentati, inizia e finisce il 4 febbraio 1992. Dopo essere stato condotto in caserma nel pomeriggio di quel 4 febbraio – come abbiamo già detto – dapprima nega di conoscere la vittima, subito dopo ammette la relazione. La sua auto è trovata pulita, lavata e bagnata anche nel bagagliaio, circostanza della quale non si rinviene traccia negli atti delle indagini e che si apprende invece dalla viva voce del brigadiere del Carabinieri Rosario Avila. E la sua abitazione è sottoposta a perquisizione. Con esito apparentemente negativo. 

Si dice apparente perché nel 2001, all’epoca della seconda riapertura delle indagini, il brigadiere dei Carabinieri Antonio Caldarulo, ascoltato in aula, rivela di aver rinvenuto il pomeriggio del 4 febbraio, durante il controllo a casa Bindi, un paio di scarpe dell’uomo sporche di terra (ricordiamo che anche le scarpe della vittima presentavano la stessa particolarità e che i due erano soliti appartarsi in campagna). Ma di tali scarpe non si è mai saputo nulla. Nessuna traccia in atti. Sparite

Alcuni carabinieri di Molfetta furono per questi e altri motivi processati e assolti con sentenza definitiva, in quanto si scrisse che Caldarulo (morto a soli 41 anni per ictus cerebrale, dopo la sentenza definitiva) aveva potuto confondersi. Probabilmente aveva trovato quelle scarpe non a casa dell’indiziato ma altrove, e nel corso di un’altra indagine. Per dovere di cronaca è giusto dirlo. Come è giusto dire che Caldarulo non è l’unico a vedere quelle scarpe. Anche altri due colleghi le vedono. E anche la moglie di Bindi, ascoltata dal pubblico ministero Francesco Bretone all’epoca dell'ultima riapertura delle indagini, afferma che, dopo la perquisizione, i carabinieri avevano portato via dalla sua casa un paio di scarpe del marito. 

Nelle indagini del 2001 si chiederà al medico legale, il prof. Di Nunno, la modalità di trasporto e abbandono sul ciglio della strada del corpo della vittima. Secondo il consulente, il trasporto sarebbe avvenuto a bordo di un’auto familiare, una station wagon. La vittima – ricordiamolo – è  trovata con le braccia incrociate sotto il corpo, e a testa in giù, e questo fa supporre che il corpo, posto su un telo, sia stato srotolato dall’interno del bagagliaio di un’auto. 

L’assassino, quindi – sostiene il medico legale – stando all’interno dell’auto, avrebbe srotolato quel telo facendo cadere la ragazza per terra e facendola rotolare per qualche metro. A riscontro della sua tesi, il rinvenimento a circa mezzo metro dal corpo di una più grande chiazza ematica (come il segno della testa che aveva urtato per terra durante la caduta dall’auto) e diversi schizzi di materia cerebrale con alcune leggere impronte ematiche, lasciate dal rotolamento sull’asfalto. 

L’autovettura dell’insegnante di educazione fisica, una Renault Nevada 21, una station wagon, quella trovata pulita e bagnata il giorno dopo il delitto, viene venduta alcuni giorni dopo l’omicidiosenza passaggio di proprietà. Sarà trovata dieci anni dopo in Germania, all’epoca delle indagini di Bretone, dai marescialli dei Carabinieri e della Finanza della Procura di Trani Nicola Mannarini e Sergio Pisani. Riportata in Italia, proprio nel periodo in cui si addensano fortissimi sospetti intorno alle indagini del 1992, sarà sottoposta a perizia da un maresciallo dei carabinieri del Ris (Reparto investigazione scientifiche) di Roma con il test del luminol

Il luminol è un composto chimico che, mescolato con un agente ossidante, esibisce una luminescenza bluastra, rilevabile da un’apposita fonte luminosa. Viene cosparso su una superficie per rivelare la presenza di tracce biologiche (sperma, saliva) o ematiche (sangue). Ebbene, il maresciallo del Ris, una volta spruzzata la sostanza nell’auto di Bindi, constata la presenza di ben 13 aree violacee (soprattutto nel bagagliaio dell’auto). Ma successivamente afferma che, probabilmente, si era trattato di “falsi positivi”, non avendo alcuna certezza che si trattasse invece, come in un primo momento era parso, di tracce biologico-ematiche. 

Anche la Polizia Scientifica esaminerà la station wagon. L'immagine pubblicata su queste pagine si riferisce proprio a quella perizia, proiettata in aula nel corso del dibattimento, detta "esame spettrofotometrico", Una perizia che individuerà, per mezzo di una lampada Uv, aree violacee sempre nel portabagagli.

Torniamo all’alibi dell’indiziato. Era stato ritenuto attendibile dagli inquirenti del 1992: Bindi aveva dichiarato di trovarsi in palestra all’ora del delitto in compagnia di quattro amici, precedentemente indicati come (1), (2), (3) e (4). Come è stato scritto nella puntata precedente, solo uno di questi è ascoltato il giorno dopo il crimine, e per giunta al telefono, senza che neppure gli sia chiesto a che ora il sospettato fosse stato visto in palestra il giorno del delitto. Anche per questa ragione, dopo venti anni, la Corte di Cassazione, con sentenza del 20 aprile 2011 annullerà la sentenza assolutoria dell’insegnante. Chiarendo, risolvendo, una volta per tutte, la questione dell’alibi nel senso prospettato dall’accusa. Che cioè non fosse veritiero. 

Abbandonata la pista Bindi dopo un giorno, il presunto assassino viene improvvisamente “attenzionato” nell’estate del 1992, e si riprende con l’ascolto dei testimoni che potrebbero meglio consentire l’approfondimento delle ipotesi investigative. I Carabinieri coordinati dal pubblico ministero inquirente, Alessandro Messina, decidono di intercettare l'utenza telefonica del maggiore indiziato. 

Le telefonate intercettate, che per gli investigatori del 1992 sono di nessun rilievo, risulteranno invece decisive per Bretone nel 2001. 

In alcune di esse, un componente della famiglia dell’indiziato parlerebbe di rapporti di amicizia d’infanzia fra Bindi e Messina ed eventuali ripercussioni sulle indagini. Lo stesso pm subisce un procedimento disciplinare dinanzi al Consiglio Superiore della MagistraturaSarà assolto per insussistenza delle incolpazioni ascritte a suo carico (l’accusa aveva chiesto l’applicazione del provvedimento della censura nei suoi confronti).

Il magistrato sarà sottoposto a procedimento penale dinanzi al Tribunale di Potenza, ma la sua posizione sarà archiviata, mentre per i carabinieri incolpati si celebra un regolare processo. Che, come già detto, si conclude con sentenza definitiva di assoluzione. Per tutti, le accuse di falso per occultamento di prove e favoreggiamento dell’indiziato di omicidio, Bindi.

Quelle telefonate non potranno però essere utilizzate dalla Corte d’Assise, pur contenendo elementi importanti per l’accusa: il decreto che le disponeva viene ritenuto affetto da un vizio di forma

Per capirne il perchè bisogna tornare di nuovo al 1992. La sala intercettazioni della Procura è già occupata per indagini su altri processi e quindi si decide di eseguire le intercettazioni telefoniche nei confronti di Bindi all'interno della caserma dei carabinieri di Molfetta. Nel decreto che le dispone, a firma di Messina – lo stesso che sarà incolpato, processato e poi assolto per l’amicizia con Bindi – nel rigo dove si sarebbe dovuta indicare tale circostanza, il magistrato non dà atto di tale situazione logistica. L’omissione determina, pur se impercettibile vizio di forma, l’inutilizzabilità di tutte le telefonate intercettate nel 1992, comprese quelle che riguarderebbero lo stesso magistrato autore del decreto “viziato”. 

Si ripete che il pm è stato assolto sia in sede penale che disciplinare. Nel 2001, quando sarà chiamato dal nuovo titolare delle indagini a testimoniare in aula nel processo nei confronti di Bindi per aiutare la Giustizia a ricostruire i fatti, si avvarrà della facoltà di non rispondere. 

Altrettanto faranno i carabinieri processati a Potenza e poi assolti. Si avvarranno della facoltà di non rispondere, tranne uno. Anche Bindi, nel processo di omicidio a proprio carico, si avvarrà della facoltà di non rispondere. Come anche i suoi parenti. 

Le indagini riaperte da Francesco Bretone rivelano altri misteri attorno a quelle telefonate. I carabinieri, dopo aver ultimato le intercettazioni, depositano in Procura, a Trani, quattro bobine. Dagli atti, già nel settembre dello stesso anno, ne risultano solo due. Che ne è stato di quelle mancanti? 

Non basta. Delle due bobine rinvenute, non tutti i nastri sono integri. Da una consulenza tecnica ordinata da Bretone, numerose parti dei nastri ritrovati risultano manomessi. Qualcuno, cioè, su quei nastri, era intervenuto manualmente per cancellarne parti, come si può ascoltare.

Il magistrato avvia un’altra inchiesta, che getta ombre su ombre. «E' chiaro che chi ha manomesso i nastri doveva conoscerne il contenuto», afferma nella richiesta di archiviazione. Sul fascicolo cala infatti la prescrizione, essendo trascorsi ormai più di dieci anni. 

Chi ha cancellato parti dei nastri, però, ha omesso di agire anche su quelle parti delle telefonate in cui si evince che Eleonora aveva consentito di accertare che la vittima, così come faceva quando doveva incontrarsi con Bindi, anche la sera del delitto era giunta in corso Umberto, verso le ore 20.30, da dove poi era sparita. 

Eleonora, una goccia nell’oceano di atti che caratterizzano il processo Bufi, identificata e ascoltata da Bretone nel 2001, conferma la circostanza di essere stata l’ultima prima dell’assassino a vedere in centro Annamaria, la sera del delitto, poco prima della sua morte. Che, come detto, si verifica fra le ore 21 e le 22 del 3 febbraio 1992.

Parte I – 3 febbraio 1992

Parte II – L’autopsia e l’alibi del sospettato

Omicidio Bufi, a dicembre si torna in Appello. Parte II – L’autopsia e l’alibi del sospettato

Il corpo della 23enne, rinvenuto sulla 16bis è sottoposto a perizia medico-legale. Si analizzano le prime testimonianze. La vittima aveva un amante

 Redazione – molfettalive.it


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Il fascicolo del processo Bufi consta di circa 20mila pagine. La ricostruzione giornalistica pubblicata su queste pagine si basa solo su minima parte degli atti di indagine del 1992. 

Nella scorsa puntata si è detto di una prima ombra sinistra che cala immediatamente sul delitto. La giovane Annamaria viene rinvenuta cadavere all’1,30 della notte fra il 3 e il 4 febbraio 1992 sul ciglio della strada statale 16 bis, in direzione Molfetta-Bisceglie, a cento metri dallo svincolo per la zona Industriale, dal quale ci si immette sulla vecchia statale Adriatica.

Sono gli autori della scoperta, i Finanzieri della Tenenza di Molfetta, ad avvisare i Carabinieri. Il prof. Cosimo Di Nunno, dell’Istituto di Medicina Legale presso l’Università di Bari, giunge alle 3 di quella stessa notte. Dopo la sommaria ispezione esterna del corpo, il medico legale ne autorizza il trasporto all’obitorio del cimitero di Molfetta per eseguire l’autopsia, che ha inizio alle 12 del 4 febbraio

Il mattino del 5 febbraio 1992, in tutte le edicole, sono in vendita le copie del quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”. È del giornalista Gaetano Campione il primo resoconto del delitto, elaborato, come è ovvio, il giorno precedente, il 4 febbraio e in distribuzione dall’alba. “L’esame necroscopico – si legge – ha stabilito che l’assassino ha usato un corpo contundente”. 

Alle ore 9,15 del 6 febbraio 1992, l’appuntato dei carabinieri di Molfetta Antonio Caldarulo deposita alla Procura della Repubblica di Trani la notizia di reato redatta dagli inquirenti il giorno precedente, in cui si legge che “emergeva che la vittima verosimilmente era stata fatta oggetto di colpo di arma da fuoco”. 

Nove anni più tardi, nel 2001, il pubblico ministero Francesco Bretone dà il via alla terza e ultima indagine sull’omicidio. Il magistrato vuole vederci chiaro e accertare chi abbia diffuso la notizia della morte per arma da fuoco e per quale motivo, nella notizia di reato depositata in Procura il 6 febbraio, i carabinieri a questa causa avessero ricondotto la morte, nonostante l’uso del corpo contundente fosse noto dal 4 febbraio. 

Bretone il 29 ottobre 2001 ascolta il prof. Di Nunno, dal quale si apprende che le cause del decesso erano state accertate e diffuse non oltre il 4 febbraio 1992, giorno dell’autopsia. Si trattava di lesioni encefaliche da corpo contundente. Non solo. L’autore degli accertamenti dichiara di non aver mai accennato a un’arma da fuoco come causa della morte

Al momento del rinvenimento del cadavere, come si nota nella fotografia – pubblicata con l’esplicito consenso della famiglia Bufi – è ben visibile un pacco di fazzolettini sotto il ginocchio destro di Annamaria (mai repertatiné sottoposti a esamianzi spariti nel nulla) e un filo d’erba infilato nella tomaia della scarpa destra. Ciò farebbe supporre che la ragazza sia stata uccisa in un luogo diverso da quello in cui è stata ritrovata, come dimostrerebbero anche le macchie di terriccio presenti sugliindumenti e sulle scarpe (anche in questo caso non sottoposti a perizia). E in questa direzione vanno le ricerche, sin dal primo istante finalizzate a trovare tracce compatibili con quelle presenti sulle scarpe e sugli indumenti della vittima. 

Uno dei Finanzieri che scoprono il cadavere, così testualmente dichiara: «Ero sconvolto da quella scena, anche se nella mia carriera ne ho visti di cadaveri, però le circostanze come stava il corpo, era una cosa raccapricciante; come particolare, mi ricordo soltanto che aveva i jeans e la parte dei ginocchi tutti pestati colore verde di erba e sotto alle scarpe proprio dei fili di erba ancora attaccati e roba di terriccio, cioè era sporca di terreno, di campagna». 

Nel primo pomeriggio del 4 febbraio 1992 si presentano in caserma, dai Carabinieri di Molfetta, le cugine di Annamaria Bufi, Francesca e Annamaria. La prima riferisce di aver visto la sera del delitto, rincasando, la cugina defunta colloquiare sotto casa con il conducente di una Volkswagen Golf di colore beige (all’esterno della macchina). Sono le 20.15 circa. La seconda racconta di una relazione sentimentale allacciata tempo prima dalla vittima con un uomo sposato, di nome Marino Bindi

Michele Bufi, fratello della ragazza uccisa, riferisce, quel giorno stesso, che da parecchio tempo e sino ai giorni precedenti al delitto, a casa Bufi giungevano telefonate da parte di un uomo adulto, il quale, senza qualificarsi, chiedeva: “C’è Anna?”. Quando Annamaria era in casa – ricostruisce la testimonianza – parlava al telefono a bassa voce; quando invece non c’era, l’anonimo interlocutore, una volta ricevuta risposta negativa, riattaccava immediatamente. 

Nel primo pomeriggio del 4 febbraio, i carabinieri di Molfetta si recano al campo sportivo di Bisceglie, dove Bindi, insegnante di educazione fisica, tiene lezioni di atletica leggera. Lo identificano e gli mostrano una foto della vittima. Nega di conoscere la ragazza. Dice: “Questa qui non la conosco”. Durante il tragitto in macchina per raggiungere la caserma di Molfetta, come dichiarerà il brigadiere dei Carabinieri, Rocchini, l’uomo non chiede mai ai militari: “Scusate, volete dirmi cosa è successo a questa ragazza e che cosa c’entro io con questa ragazza; perché mi state portando in caserma?”. 

Il sospettato giunge al comando dei Carabinieri verso le ore 16. La sua auto, una Renault 21 Nevada, è ispezionata. Ma non viene redatto un verbale. Il brigadiere Avila, che controlla la vettura, la trova completamente pulita e, soprattutto, bagnata nel bagagliaio, come se fosse stata appena lavata. La station wagon non viene sottoposta a esami. 

Verrà ispezionata dai Ris dei Carabinieri e dalla Scientifica della Polizia solo nel 2001, dopo essere stata ricercata e trovata in Germania. È messa in vendita da Bindi pochissimi giorni dopo il delitto, senza passaggio di proprietà. Questo dimostrano le indagini del pubblico ministero Francesco Bretone, che portano nell’ottobre 2001 all’arresto dell'uomo. 

Torniamo al 4 febbraio. L'insegnante continua a negare di conoscere la ragazza. Gli contestano che la cugina della vittima – in quel momento anch'essa in caserma, nella stanza accanto – ha appena rivelato di essere a conoscenza di una sua relazione con Annamaria sin da quando la ragazza era minorenne.L’uomo, di fronte all’evidenza, finisce per ammettere il legame. È il turno dell’alibi. Gli inquirenti vogliono sapere cosa abbia fatto il giorno precedente, quello del delitto. 

Un piccolo passo indietro. Il medico legale prof. Di Nunno esegue l’autopsia il mattino del 4 febbraio 1992, indicando subito le cause della morte. L’orario del decesso viene reso noto solo molto tempo dopo, quando cioè il consulente, una volta concluse tutte le indagini medico-legali, consegna al pubblico ministero una lunga e dettagliata relazione scritta. 

Il 4 febbraio 1992, dunque, quando Bindi viene ascoltato, nessuno sa a che ora sia stata uccisa la 23enne. Eppure l'indiziato, nel rispondere alla domanda su cosa egli abbia fatto la sera del delitto, indica proprio il lasso di tempo in cui, come si scoprirà in seguito, è avvenuto l’omicidio. Nella relazione si legge che la morte si era verificata fra le ore 21 e le 22 della sera del 3 febbraio 1992. E Bindi, quando descrive la sua precedente giornata, racconta tutto ciò che ha fatto proprio dalle 7 alle 10 della sera: è stato nella propria palestra “Riccardi”, che si trova all’ingresso di Bisceglie, provenendo da Molfetta, in compagnia di quattro persone, che indicheremo come (1), (2), (3) e (4). 

I carabinieri non pensano di ascoltare queste quattro persone. O meglio, solo uno di questi, (1), viene interpellato al telefono. Gli si chiede: “Hai visto Bindi ieri sera in palestra?”. Risponde di sì. Ma non gli viene chiesto: “A che ora lo hai visto?”. 
Gli individui (2), (3) e (4) non sono ascoltati. 

L’indagine a carico di Bindi inizia il 4 febbraio e termina il 4 febbraio. 
Sarà riaperta nel successivo mese di luglio, come si evidenzierà nella prossima puntata. E dopo cinque mesi (da febbraio e luglio) saranno ascoltati (2) e (3). Confermano di avere visto l’uomo la sera del delitto non prima delle ore 21.45. Dopo cinque mesi. 

Che fine fa il soggetto (4)? Perché nessuno lo interroga? E perché nessuno interroga il soggetto (1) che era stato interpellato solo telefonicamente? 

Questa ricostruzione vuole evidenziare solo gli elementi delle indagini del 1992. Ma per dovere di cronaca è opportuno considerare ciò che accade nel corso del processo di primo grado. Il teste (4) dichiara di non avere mai visto Bindi in palestra la sera del delitto. E che, anzi, era stato proprio l’indiziato a chiedergli, in caso di domande, di riferire agli inquirenti di averlo visto lì. L’alibi del presunto assassino è dunque ritenuto dagli inquirenti del 2001 falso e preparato a tavolino. Gli altri testimoni – (1), (2) e (3) – precisano di averlo visto in palestra verso le 19 della sera del delitto (e, comunque, non oltre le 20) e poi di averlo rivisto solo alle 21.45 – 22. 

L’omicidio, come accertato dal medico legale, avviene fra le ore 21 e le 22. La ragazza è scaricata, subito dopo il crimine, a cento metri dallo svincolo della zona industriale di Molfetta, a pochi minuti (otto, come affermano i titolari delle indagini del 2001) dal luogo del ritrovamento e la palestra “Riccardi” di Bisceglie. 

Parte I – 3 febbraio 1992

Omicidio Bufi, a dicembre si torna in Appello. Parte I – 3 febbraio 1992

 

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Si terrà il 1 dicembre, dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Bari il nuovo processo a carico di Domenico Marino Bindi, accusato dell'omicidio della giovane Annamaria Bufi, assassinata a Molfetta il 3 febbraio 1992

Una vicenda che non ha risparmiato colpi di scena e che sembra davvero non volersi mai definitivamente sopire. 

Nel 2007, dopo tre riaperture delle indagini volute dai genitori della vittima, la Corte di Assise di Trani aveva assolto Bindi con formula del dubbio (prove non sufficienti e contraddittorie). Sentenza confermata dalla Prima Sezione della Corte d’Appello di Bari. Contro la seconda sentenza assolutoria aveva presentato ricorso per cassazione Angela Tomasicchio, procuratore generale di Bari e l’avv.Bepi Maralfa, legale della famiglia Bufi. 

Lo scorso 20 aprile, la Prima Sezione penale della Corte di Cassazione in Roma ha emesso una sentenza destinata a diventare storica: sono state annullate entrambe le assoluzioni di Bindi e “bacchettato” il metodo di valutazione delle prove dei giudici di primo e secondo grado. Prove che, a giudizio della Corte, erano state valutate in modo errato, a favore dell'imputato. E senza tener conto di numerosi elementi che, messi insieme, avrebbero fondato al contrario un giudizio di colpevolezza. 

A cominciare dall’alibi proposto da Bindi nell’immediatezza del delitto. L’imputato aveva dichiarato di essersi trovato in palestra all’ora del crimine (circostanza mai confermata da nessuno dei testi d’alibi da lui stesso nominati) e poi a casa in compagnia della sola moglie dalle ore 22 di quella sera del 3 febbraio (circostanza in un primo momento ritenuta veritiera, ma poi smentita secondo le valutazioni della Corte romana). 

Con l'annullamento delle sentenze assolutorie di primo e secondo grado, i nuovi giudici della Corte d’Assise d’Appello di Bari (non saranno quelli che hanno assolto Bindi) dovranno seguire tutte le istruzioni della Corte di cassazione. Sarà conferita dignità di prova alla nota intercettazione ambientale in cui un amico di Bindi raccontava a un'altra persona di un momento di disperazione del presunto omicida, che in preda a una crisi era fuggito via di casa. Una volta raggiunto, l'esclamazione: «Cosa ho fatto, cosa ho fatto, ho ucciso Annamaria». 

Ma l'enorme incartamento processuale (circa ventimila pagine) presenta altri numerosi aspetti controversi, che fanno dell’omicidio di Annamaria Bufi una vicenda di primo piano nazionale dal punto di vista giudiziario, storico e mediatico. 

Queste pagine si occuperanno della ricostruzione dei fatti storici, essendo quelli giudiziari riservati alle decisioni dei giudici, iniziando proprio dai primi momenti relativi al ritrovamento del cadavere della giovane molfettese. 

La notizia di reato 
Annamaria Bufi, 23 anni, esce di casa alle ore 20,15 del 3 febbraio 1992, parcheggia la propria auto (una Citroën Diane 6 di colore azzurro) nei pressi di viale Pio XI (dove viene in seguito rinvenuta) e si dirige verso corso Umberto. Lì è vista intorno alle 20,30 da una sua conoscente, Eleonora Sciancalepore

La donna, primo dato anomalo della vicenda, è l’ultima a vederla in vita prima dell’assassino, eppure per dieci lunghi anni non si sa neppure della sua esistenza. Nonostante la circostanza fosse contenuta in una telefonata intercettata dagli inquirenti nella prima indagine del 1992. Un elemento indiziario che poi diventerà di importanza assoluta nella ricostruzione della sera del delitto. Sta di fatto che i parenti di Bindi, parlando al telefono nel 1992, fanno riferimento all’esistenza di una ragazza (la Sciancalepore) che la sera del delitto ha visto la vittima. 

Per tanti anni invece si crederà che la vittima possa essere salita, appena uscita da casa, a bordo di una misteriosa Volkswagen Golf di colore beige, mai rintracciata, con il cui conducente è stata vista parlare. La scena è descritta, il giorno successivo al delitto, dalla cugina di Annamaria, e basta per far ipotizzare agli investigatori che quest'ultima sia necessariamente dovuta salire su quell'auto, essere condotta in campagna e poco dopo barbaramente massacrata. 

Invece no. Annamaria saluta il conducente della Golf, si mette a bordo della propria Diane 6 e da viale Martiri della Resistenza, dove abita con i genitori e il fratello, giunge sino all’enoteca Carlucci nei pressi di viale Pio XI, dove la sua auto viene trovata parcheggiata e regolarmente chiusa a chiave. 

Dopo le convulse ricerche, una pattuglia della Guardia di finanza di Molfetta, transitando lungo la statale 16 bis nella direzione Molfetta-Bisceglie, rinviene il cadavere della 23enne, a soli cento metri di distanza dallo svincolo che porta alla zona industriale di Molfetta. 

Il corpo è riverso per terra, perpendicolare rispetto all’asse stradale, con la testa vicino al guardrail e i piedi che appena superano la linea gialla, in posizione diritta, con le mani sotto il corpo. La Finanza allerta i Carabinieri di Molfetta, i quali il 4 febbraio del 1992 scrivono la seguente nota alla Procura della Repubblica di Trani “04.02.92, ore 01,30 circa in località Zona Industriale, agro Molfetta (BA) Militari Guardia di Finanza, in servizio pattuglia lungo SS 16 bis rinvenivano cadavere sesso femminile identificato in BUFI Anna Maria, nato Molfetta il 31.05.69, ivi residente, nubile, casalinga, la quale presentava grave ferita base cranica. Conclusione esame da parte medico legale est emerso che vittima est stata raggiunta da colpo fucile verosimilmente at canne mozze da sconosciuto resosi subito dopo irreperibile. Indagini in corso parte questo Comando che procede. Molfetta 04.02.92“.

Una prima ombra sinistra cala immediatamente sul delitto Bufi: il medico legale Cosimo di Nunno, docente dell’Università di Bari, giunto sul posto alle 3 di quella notte, immediatamente afferma alla presenza del magistrato di turno e dei carabinieri che la morte deve ricondursi a lesioni craniche da corpo contundente, ben visibili a causa delle condizioni del volto e del cranio, letteralmente sfigurati. Il medico legale, sentito nel corso delle successive indagini condotte nel 2001, all’epoca della terza e ultima riapertura del caso, dichiara inoltre di non avere mai affermato, né potuto affermare, che la morte sia stata determinata da un colpo di fucile, meno che mai a canne mozze. 

Il 4 febbraio 1992 il medico legale presenta le proprie conclusioni scritte, individuando le cause della morte in gravi lesioni cranio encefaliche da corpo contundente e la Gazzetta del Mezzogiorno il mattino del 5 febbraio 1992 (gli articoli di stampa vengono notoriamente scritti il giorno prima, quindi il 4 febbraio), conformemente al risultato dell’autopsia, pubblica il primo articolo sull'omicidio, attribuendone correttamente la morte della ragazza a un colpo di bastone, così come affermato dal medico legale. 

Eppure lo stesso mattino del 5 febbraio 1992, dai Carabinieri di Molfetta viene depositata la prima notizia di reato presso la Procura di Trani in cui la morte è ricollegata a un colpo d’arma da fuoco. 

Si dà quindi avvio alle prime indagini. Vengono eseguite le prove dello "stube" (guanto di paraffina usato per accertare la presenza di residui di polvere da sparo) sulle persone di Giovanni Pisani e Cosimo Minervini, rispettivamente zio e conoscente della vittima. Indagini che danno esito negativo. Ma intanto ore preziose sono già passate. 

Non di colpo di fucile si trattava, ma di omicidio commesso con un corpo contundente. Compatibile con il movente passionale del delitto, come vedremo nella seconda parte.

Omicidio Bufi, assoluzione nulla il primo dicembre si ricomincia

Delitto Bufi, un' attrazione fatale

 

 

DALLA "CITTA' ILLEGALE" ALLA "CITTA' ETERNA", STORIA DELL'UOMO CHE VOLLE IL "MERCATO DELL'ABUSO DIFFUSO". PROSPETTIVE FUTURE.

 

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Oggi alle 18.30  – Sala B. Finocchiaro  
Fabbrica San Domenico – Molfetta

relazioneranno:

Michele Altomare 

Matteo d'Ingeo
 

Il Movimento “Liberatorio Politico” torna ad incontrare la città per fare il rendiconto dell’attività svolta negli ultimi mesi e per informare, senza bavaglio, sulle vicende cittadine di ordinaria illegalità.
A sei anni dalla sua nascita e dopo un’attività incessante di controinformazione svolta attraverso il proprio Blog (http://liberatorio.splinde
r.com/), nonostante le minacce, intimidazioni più o meno palesi, tentativi di censure ed isolamento vuole lanciare un messaggio a tutti i cittadini in prospettiva di possibili elezioni comunali anticipate.

Sdegno in Cassazione : «Da rifare il processo su Annamaria Bufi»

 

Dopo due pronunce favorevoli all’imputato, la prima sezione penale della Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bari che assolse Domenico Marino Bindi dall’accusa dell’omicidio di Annamaria Bufi la 23enne molfettese con cui il professore d’educazione fisica aveva una relazione extraconiugale. Dopo oltre 4 ore di camera di consiglio i giudici romani, accogliendo le richieste del procuratore generale Francesco Mauro Iacoviello e del legale di parte civile, avv. Bepi Maralfa, ha annullato con rinvio la sentenza della Corte barese che il 25 settembre 2009 aveva ribadito l’assoluzione pronunciata, in primo grado, dalla Corte di Assise di Trani il 24 luglio 2007. 

Dunque, Bindi sarà nuovamente processato davanti ad una nuova sezione della Corte di Appello di Bari alla luce delle indicazioni che la Cassazione traccerà con le motivazioni della sentenza che saranno depositate nelle prossime settimane. Il nuovo processo di secondo grado non riguarderà Onofrio Scardigno, presunto favoreggiatore di Bindi, che fu accusato d’aver ostacolato le indagini a carico dell’amico. Per Scardigno, che nei primi 2 gradi di giudizio era stato assolto, è prevalsa la prescrizione. 

La sentenza dei giudici romani, al di là di quelle che saranno le motivazioni, rappresenta la prima pronuncia favorevole per la famiglia Bufi dopo un’annosa ed intricata vicenda giudiziaria che non ha risparmiato niente e nessuno e che è ancora aperta su più fronti. Il cadavere di Annamaria fu rinvenuto la notte fra il 3 ed il 4 febbraio ‘92 sul ciglio della S.S. 16 Bis nei pressi dello svincolo Molfetta Zona Industriale. 
Indagini ed archiviazioni si susseguirono finchè il sostituto procuratore della Repubblica di Trani, Francesco Bretone, formulò richiesta di rinvio a giudizio per Bindi, Scardigno e per sua moglie Emilia Toni, accusata di favoreggiamento. Furono, però, tutti assolti dalla Corte di Assise di Trani. Quella sentenza fu impugnata dalla parte civile, dal pm tranese Ettore Cardinali (subentrato al collega Bretone) e dall’allora procuratore presso la Corte di Appello di Bari Carlo Maria Capristo, oggi a capo proprio della Procura di Trani. Ma anche la Corte di Appello di Bari dichiarò l’innocenza di Bindi e Scardigno: l’impugnazione non aveva coinvolto la Toni. 
La nuova sentenza di assoluzione fu a sua volta impugnata in Cassazione sia dalla parte civile che dal procuratore generale presso la Corte di Appello di Bari, Angela Tomasicchio. Non è da escludere che l’omicidio Bufi possa esser riesaminato alla luce delle nuove tecniche investigative scientifiche. 

«Un processo come questo non può assolutamente morire qui» – ha sostenuto in Cassazione il pg Iacoviello, che non ha risparmiato strali: «Mi auguro e vi auguro di non trovarvi mai più in carriera di fronte ad un processo brutto come questo; mi sento indignato per come il tutto si è svolto. Annamaria Bufi non ha mai, sino ad ora, avuto giustizia». 
Diametralmente opposti gli umori delle parti. «E’ una sentenza che non ci attendevamo – ha commentato l’avv. Domenico Di Terlizzi, difensore di Bindi. «Le motivazioni ci diranno se l’annullamento si basa su un vizio procedurale; questa per noi è l’ipotesi auspicabile, fermo restando che riteniamo il quadro accusatorio assolutamente incapace per sentenziare la presunta colpevolezza di Bindi. L’assoluzione di Scardigno per prescrizione non muta nulla contro Bindi; la Corte non poteva che sentenziare così alla luce di quanto precedentemente emerso». 
L’avv. Maralfa pone, invece, l’accento su un inquietante profilo richiamato dal pg Iacoviello: «Si poteva celebrare un processo di secondo grado senza leggere le carte? Mai, infatti, il ponderoso incarto del fascicolo processuale è pervenuto alla Corte di Appello di Bari. Come fecero a decidere?».

Omicidio Bufi, la Cassazione: «processo da rifare» – www.molfettalive.it

Omicidio Bufi, parlano i carabinieri assolti in Cassazione


conferenza stampa(4)di Lorenzo Pisani – www.molfettalive.it

Il prossimo 20 aprile la Corte di Cassazione potrebbe chiudere il processo sull’omicidio diAnnamaria Bufi, la ragazza molfettese trovata morta il 3 febbraio 1992 sul ciglio della statale 16bis. 

Si saprà se a commettere l’omicidio fu o no Marino Domenico Bindi, professore di educazione fisica che con la vittima aveva intrecciato una relazione extraconiugale. 

Diciannove anni dopo, una prima sentenza definitiva c’è già. La stessa Cassazione, il 19 gennaio di quest’anno ha assolto “perché il fatto non sussiste” Vito Lovino,Luigi PolicastriAntonio Rosato e Pietro Rajola Pescarini, all’epoca dei fatti carabinieri di stanza nella compagnia di Molfetta. 

I quattro militari furono accusati, in un processo parallelo, di una serie di ipotesi di favoreggiamentonei confronti dell’imputato Bindi e di falso riferito alla compilazione di un verbale di perquisizione. 

L’episodio principale ormai divenuto celebre nelle cronache – anche nazionali – ruota attorno a un paio di scarpe. Secondo le dichiarazioni rese agli inquirenti da alcuni carabinieri, furono ritrovate dai militari durante una perquisizione a casa dell’imputato, sporche di terriccio e – secondo un militare che però non prese parte alla perquisizione – con una macchia rossiccia in corrispondenza dell’alluce, valutata dai suoi colleghi come macchia di vernice. Il reperto, sempre secondo quest’ultimo carabiniere in servizio nella caserma di Molfetta, non fu sottoposto a perizia e fu riconsegnato a Bindi. 

L’accusa di falso si riferisce, invece, all’apposizione della firma di un altro carabiniere nel verbale di una perquisizione compiuta a Bisceglie, nella palestra del sospettato, Perquisizione a cui però il militare negò di aver mai partecipato, specificando di aver preso parte invece a quella in cui furono rinvenute le scarpe. Ma nel verbale riferito a quest’ultimo caso la firma del carabiniere non compare. 

Dopo le sentenze assolutorie di primo e secondo grado, i militari sono stati assolti anche dalla suprema corte. Un processo durato undici anni, che ha lasciato in loro profonda amarezza, come hanno dichiarato lunedì (assente solo Rajola Pescarini) in una conferenza stampa tenuta nello studio dell’avvocato Giacomo Ragno alla presenza della collega Rosita Petrelli.

«Queste sentenze – è scritto in una nota distribuita per l'occasione – non restituiscono l’onore, il decoro, la moralità, la professionalità a quattro militari, ma a tutti i carabinieri appartenenti alla compagnia di Molfetta ed alla intera Arma che ha, dapprima subito l’umiliazione delle intercettazioni telefoniche e poi imputata per lunghissimi anni di gravi reati». 

I due legali non escludono richieste di risarcimento danni per la “non ragionevole durata del processo”. Se ne saprà di più alla lettura delle motivazioni dell’ultima sentenza. 

«Sta di fatto – continua la nota – che si è cercato, attraverso questa indagine e questo processo, di risolvere problemi processuali sorti in quello madre di omicidio, in sostanza, si è voluta risolvere una indagine con un’altra indagine». 

«Un processo enorme», come ha affermato l’avv. Ragno. In cui «si sono citati una quantità di testimoni e prove non tutti necessari per l’accertamento della verità». 

Ha ribadito, l’avvocato molfettese, di aver cercato, anche in Cassazione, di far celebrare il processo quanto più celermente. Ed è tornato sull’episodio legato alle scarpe: «Il problema delle scarpe ritengo che non sia stato affrontato e non verrà affrontato dalla Cassazione». «La Cassazione – ha aggiunto la collega barese – si occupa di legittimità e quindi sulle scarpe si è ormai pronunciato il giudice primo e secondo grado; questo attiene all’attendibilità più o meno dei testimoni, ma è un giudizio che è stato suggellato da due sentenze che non possono essere più su questo argomento toccate». «Quello delle scarpe – ha proseguito – è un falso problema o un problema inesistente». 

Sulla «sciatteria investigativa», evidenziata nella sentenza di primo grado, l'avvocato Petrelli ha preferito glissare: «Quello è un altro processo nel quale noi non siamo interessati, non abbiamo possibilità di interloquire». «È fuori dalla nostra competenza» 

«Se si dovessero guardare con la lente d’ingrandimento – è la considerazione personale di Ragno – tutte le indagini a distanza di dieci anni, a distanza di vent’anni forse qualcuno riuscirebbe a trovare un po’ di sciatteria investigativa». 

Uno degli aspetti più contestati dall’accusa è quello legato a una conversazione intercettata, in cui si sarebbe fatto riferimento alla «buona fede» dei militari. 

«La maggior parte delle intercettazioni telefoniche – ha commentato Ragno – non hanno fatto altro che avvalorare la tesi difensiva dell’assoluta estraneità e innocenza sia di Rajola Pescarini che di Lovino». «Infatti – ha continuato – nelle sentenze di merito vengono, alcune intercettazioni, portate ad esempio specialmente nella sentenza di appello per escludere la responsabilità, cioè per evidenziare la buona fede degli interlocutori di quelle telefonate». «Io parlerei anche di mancanza assoluta di dolo», ha chiosato Petrelli. 

«Nel processo Bindi io non ho fatto un atto di indagine. Sono stato chiamato in causa per la questione delle scarpe a distanza di dieci anni». Questo il commento di Vito Lovino – all’epoca dei fatti comandante della stazione dei carabinieri – che, come ha precisato la legale di Bari «non ha mai partecipato alla perquisizione» al centro dell’accusa di falso legata alla compilazione del verbale. «Verbale che, ad onor del vero, non era nemmeno firmato», ha terminato Ragno.

Omicidio Bufi, la battaglia si sposta in cassazione

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Avrebbe dovuto celebrarsi ieri l’udienza fissata dinanzi alla Prima sezione penale della Corte Suprema di Cassazione di Roma del processo per l’omicidio della 23enne molfettese Annamaria Bufi, trovata morta il 3 febbraio 1992. 

La discussione del ricorso è stata fissata per il prossimo 20 aprile a causa di un’istanza fatta pervenire dalla difesa dell’imputato, Marino Domenico Bindi.

Sempre più vicina, dunque, la fine della vicenda durata quasi vent’anni. Un processo che ha determinato l’apertura di numerosi procedimenti paralleli, una serie di processi nel processo, a carico di presunti favoreggiatori e presunti falsificatori. 

Imputato principale dell’omicidio, il molfettese professore di educazione fisica, che con la Bufi aveva intrattenuto, sin da quando la ragazza era 16enne, una relazione extraconiugale che secondo l’accusa sarebbe poi sfociata nel barbaro assassinio. 

La ragazza venne rinvenuta cadavere alle ore 1.30 del 3 febbraio di diciannove anni fa sulla statale 16 bis a pochi metri dallo svincolo che porta alla zona industriale di Molfetta, con il cranio fracassato da sei colpi di un corpo contundente e numerose lesioni su tutto il corpo, compresa la frattura delle mani. Secondo il medico legale, prof. Cosimo di Nunno dell’Università di Bari, la ragazza prima di soccombere aveva tentato disperatamente di difendersi dalla brutale aggressione del suo assassino. Le indagini accertarono che Annamaria era stata uccisa altrove per poi essere scaricata sul ciglio della strada. 

La svolta giunse nel 2001, quando Bindi venne arrestato. Era il mese di ottobre. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere resse al vaglio del tribunale della libertà e della corte di cassazione, che confermarono la gravità del quadro indiziario a carico del presunto assassino. A causa delle sue precarie condizioni di salute, il sospettato fu ricoverato in ospedale (ancora in stato di custodia cautelare) e successivamente ricondotto in carcere, per poi essere liberato allo scadere del termine delle indagini. 

Si è giunti al giudizio della suprema corte dopo l’assoluzione di Bindi nei processi di primo e secondo grado

Contro le sentenze si sono appellati la procura generale presso la corte di appello di Bari (ricorso a firma del procuratore generale Angela Tomasicchio) e la famiglia della vittima. Non condividono la valutazione delle prove e l’interpretazione dei fatti. Tra questi, la tempistica del delitto (compatibile con gli spostamenti di Bindi la sera dell’omicidio), l’alibi del presunto assassino e soprattutto il movente del crimine: per l’accusa da ricercarsi nella lunga relazione tra la 23enne e Bindi, sposato e con una figlia, e nei rischi che potesse divenire di dominio pubblico. 

Intanto, sempre nelle aule della cassazione, si è concluso il 19 gennaio con l’assoluzione il processo a carico di Vito LovinoLuigi PolicastroAntonio Rosato e Pietro Rasola Pescarini, quattro carabinieri di Molfetta accusati di favoreggiamento e falso.

Secondo l’accusa, avrebbero favorito il maggiore indiziato omettendo di avere ritrovato nell’abitazione dell’uomo, all’indomani del delitto, un paio di calzature sospette, poi scomparse. A conforto della teoria, le deposizioni di altri tre colleghi dell’Arma, tra cui l’autore del rinvenimento. Ma, soprattutto le dichiarazioni rese dalla moglie del principale sospettato (la quale affermò che i carabinieri durante la perquisizione portarono via da casa Bindi un paio di scarpe) e dello stesso Bindi, che confermò la circostanza nel corso dell’interrogatorio del giudice per le indagini preliminari in carcere all’indomani dell’arresto. 

I militari, tre dei quali ora in pensione e uno in altra sede, erano stati assolti anche in primo e in secondo grado: i fatti ipotizzati a loro carico erano stati ritenuti totalmente insussistenti.

La criminalità a Molfetta

Antiracket

“La criminalità a Molfetta è circoscritta a fenomeni fisiologici, che rientrano nelle normali dinamiche di un popoloso centro urbano… Quel che accade quotidianamente a Molfetta non è sicuramente sintomatico di una situazione di compromissione dell'ordine pubblico. I reati predatori, con l'aumento degli squilibri sociali ed economici è destinato ad aumentare, come è già accaduto in tutti i territori.”

Queste non sono parole di un alieno, di passaggio da Molfetta, ma sono la sintesi di alcune dichiarazioni, riportate dalla stampa locale, del presidente dell’Associazione provinciale antiracket, Renato De Scisciolo.
Noi non sappiamo dove vive il sig. De Scisciolo e che conoscenza abbia della situazione delinquenziale e criminale molfettese, invece i componenti del LIBERATORIO Politico vivono a Molfetta e ne sono a conoscenza.

Molti di noi hanno vissuto in "prima linea" negli anni ’90 e sanno cosa è accaduto in città grazie alla sottovalutazione dei fenomeni di micro e macrocriminalità, non solo da parte di certa parte politica, ma anche delle forze dell’ordine che ritenevano, allora, la situazione molfettese non allarmante rispetto a tanti altri comuni della provincia di Bari.
Noi dissentiamo completamente da questo pensiero e da questa analisi e riteniamo invece che Molfetta, come purtroppo è avvenuto in passato, viva un momento di grande degrado morale e civile dove trovano terreno fertile micro e macro-criminalità.
Pertanto invitiamo l’Associazione Antiracket Provinciale ad occuparsi della realtà molfettese organizzando conferenze pubbliche in orari più consoni alla partecipazione dei cittadini in modo che ci si possa confrontare pubblicamente sui temi della criminalità locale.