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Ravenna – Scampati alla bomba, ma non ai guai

I due pescatori che la scorsa notte sono stati salvati dall’intossicazione provocata da un ordigno bellico emerso nella loro rete, si trovavano in un’area militare interdetta a pesca e navigazione.

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di Federico Spadoni (www.romagnanoi.it/…)

RAVENNA –
Salvati appena in tempo a bordo del peschereccio su cui stavano pescando, illegalmente e in una zona interdetta alla navigazione. Per due pescatori di Comacchio residenti a Porto Garibaldi, quella di ieri è stata un’uscita in mare iniziata male, poichè contro le regole, e finita decisamente peggio, con un’intossicazione provocata dalle esalazioni di una bomba al fosforo, emersa in superficie dopo essere finita nella loro rete. Per i due, capitano e macchinista di 51 e 50 anni, si prospettano ora severe sanzioni amministrative e penali contestate dalla capitaneria di porto di Ravenna, dopo aver trascorso la notte in ospedale.

La zona proibita. Di certo non doveva solcare quello specchio di mare l’imbarcazione battezzata "Al Fra". A circa un miglio dalla foce del Reno, dove il fondale tocca appena gli otto metri, erano due i divieti ai quali si doveva attenere. Prima di tutto quello di navigazione: la zona si trova nell’area del poligono utilizzato per le esercitazioni militari. In poche parole, un tratto di mare che potrebbe essere soggetto a operazioni in cui vengono utilizzate armi vere e proprie. In secondo luogo, i due pescatori si trovavano a una distanza dalla costa non sufficiente per darsi alla pesca.

La bomba al fosforo. Era finita sul fondale dell’Adriatico durante la Seconda Guerra Mondiale. E lì sarebbe rimasto quell’ordigno bellico se non fosse stato per le reti dell’imbarcazione dei due comacchiesi che ieri sera l’hanno "agganciata" e trascinata fino in superficie, dove si è innescata la reazione chimica. Non una deflagrazione, bensì l’esalazione di un gas tossico scaturito dal contatto tra il fosforo e l’ossigeno, associato alle numerose scintille e fiamme provenienti dalla bomba. Un fumo che è si è alzato dalla rete della "Al Fra" creando seri problemi di respirazione ai due malcapitati pescatori. Che nonostante gli attimi di paura, sono riusciti a lanciare l’sos alla guardia costiera.

Il salvataggio. Sono così partiti gli uomini della capitaneria di porto in un’operazione coordinata dalla capitaneria, e affiancata anche dai mezzi di carabinieri e guardia di finanza. Raggiunta l’imbarcazione, hanno soccorso i due pescatori, trasportandoli attorno alle 24 al porto di Marina di Ravenna, dove sono stati affidati ai sanitari del 118. Passate alcune ore al "Santa Maria delle Croci", sono stati dimessi questa mattina attorno alle 3.30. La bomba invece è stata lasciata sul posto, opportunamente segnalata in superficie, in attesa degli artificieri che questa mattina l’hanno fatta brillare una volta per tutte. Scampato il pericolo, per capitano e macchinista del peschereccio si prospettano ora le sanzioni previste per essersi avventurati a pescare dove neppure potevano navigare.

La capitaneria sequestra cinque quintali di pesce infestato da parassiti

Operazione nella notte nel mercato ittico all’ingrosso. Un venditore ambulante fermato mentre prelevava acqua di mare dalla cala Sant’Andrea, interdetta alla balneazione.

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di La Readazione (www.molfettalive.it/…) – 9 giugno 2010

Nella notte fra martedì 8 e mercoledì 9 giugno, personale della Capitaneria di Porto di Molfetta ha effettuato controlli sul commercio all’ingrosso di prodotti ittici nel comune di Molfetta.

All’interno del mercato ittico all’ingrosso, funzionante peraltro solo per metà dato lo stato di agitazione dei pescatori ed il conseguente fermo dei motopesca, sono stati rinvenuti oltre cinque quintali di alici infestate da parassiti vermiformi.

Le analisi del servizio medico-veterinario sono tutt’ora in corso ma si tratta, verosimilmente, della nota specie Anisakis. Le larve infatti rimangono vive anche dopo la morte del pesce, nutrendosene e ricominciando il ciclo all’interno dell’uomo qualora ingerite senza una previa cottura o congelamento. Nemmeno il processo di marinatura è sufficiente a garantire la salubrità.

Durante l’operazione è stato inoltre fermato un venditore ambulante di prodotti ittici, mentre prelevava acqua di mare dal piccolo scalo sito nella zona retrostante la Capitaneria di Porto (Cala Sant’Andrea). L’acqua veniva utilizzata per scongelare diversi prodotti ittici prima del mattino successivo in modo da poter effettuare la vendita al dettaglio.

Il comportamento, che viola diverse prescrizioni di carattere sanitario, deve essere valutato anche alla luce della recente conferma del divieto di balneazione imposto dal Comune di Molfetta proprio in quella zona per motivi igienico-sanitari legati alla salubrità delle acque.

Brillano a Corato 43 bombe al fosforo rinvenute nelle acque di Molfetta.

Come un anno fa ultima tappa dello sminamento una cava

di La Redazione (http://www.molfettalive.it/news/news.aspx?idnews=12495

Le prime 60 bombe erano state fatte brillare esattamente un anno fa



Ora, trascorsi dodici mesi, il copione si ripete: da lunedì scorso e sino a venerdì prossimo a Corato – nella cava del "Gruppo Edile Leone" sulla Ruvo-Bisceglie – si stanno facendo brillare altri 43 ordigni fra quelli ritrovati nei fondali di Molfetta. 



Tutte bombe di aereo, mine antiuomo e anticarro, bombe a mano offensive e difensive, sversate in Adriatico alla fine della II Guerra Mondiale. 



Il punto in cui da lunedì sono partite le operazioni di "dispolettamento e brillamento" delle bombe – a cura degli artificieri dell'11° Reggimento Genio Guastatori dell’Esercito di Foggia – è stato evacuato nel raggio di 300 metri, definendo una "danger zone" in cui sono state adottate tutte le misure finalizzate a garantire la massima sicurezza. 



Secondo l'ordinanza sindacale, l'interdizione nella "danger zone" – che prevede l'allontanamento temporaneo di tutte le persone presenti, la sospensione di qualsiasi attività produttiva e l'interdizione veicolare – è prevista dalle ore 9,00 alle ore 16,00 e, comunque, fino a cessate esigenze e limitatamente alla percorrenza dell’autocolonna trasportante gli ordigni bellici ed al solo momento del brillamento degli stessi. 



Tutto sta andato come previsto, senza intoppi. 



Gli ordigni giungono a Corato perchè non è stato possibile bonificare le mine in mare, come avvenuto in altri casi, poichè le bombe al fosforo sono in grado di generare energia termica a livelli sufficienti per annientare la vita marina degli ambienti circostanti.

NATO: colpito e affondato. La tragedia insabbiata del Francesco Padre

(Un libro di Gianni Lannes in libreria dal 9 novembre 2009).
Prefazione di Andrea Purgatori

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/11/copertina_libro.jpgC’è un filo rosso e oscuro che attraversa la storia di questo Paese, un filo al quale restano appesi come fantasmi i misteri che avvelenano la memoria e impediscono di definirci una democrazia matura, ragionevole, compiuta. Dalla morte di Salvatore Giuliano alla rendition di Abu Omar, passando attraverso la stagione dei golpe, delle stragi, del sequestro Moro, di Ustica, della P2, del braccio di ferro (o della trattativa segreta) con Cosa Nostra, dal dopoguerra a oggi non c’è decennio che non si sia consumato tra veleni e sospetti, e non c’è affare sporco che non abbia prodotto conseguenze nefaste nella vita politica e sociale.
Questo è il Paese della giustizia negata, delle verità inafferrabili, dei segreti di Stato. Il Paese nel quale la partita globale della Guerra Fredda è costata un tributo pesante di vittime innocenti. Un Paese dalla sovranità molto limitata.
La tragedia insabbiata del Francesco Padre è un paradigma, uno dei tanti, nei quali ci si imbatte sfogliando la cronaca, anzi la storia ormai, dell’Italia più recente. Una storia di semplici marinai e di malintesa ragion di Stato (di tanti stati, talvolta). Di segreti apposti dall’alto o semplicemente applicati in base alla consegna militare del silenzio, che ha quasi sempre impedito di penetrare il coverup applicato a molti pasticci che avrebbero potuto mettere in discussione la sudditanza delle nostre forze armate (e dei nostri governi) rispetto a strutture sovranazionali come l’Alleanza Atlantica.
Non è un caso che gli snodi impossibili dell’indagine sulla fine del “Francesco Padre” ricordino in modo impressionante la tecnica del muro di gomma che da trent’anni impedisce di svelare il retroscena della strage di Ustica. E di accertare le responsabilità dirette o indirette di alcuni nostri alleati o partner commerciali nello scenario di guerra di quella notte. Anche la notte del 4 novembre 1994, non era una notte qualsiasi.

Come il DC-9 Itavia con 81 italiani a bordo nel cielo di Ustica, anche il peschereccio di Molfetta col suo equipaggio non navigava in un mare deserto. A dare l’allarme per l’esplosione che lo fece colare a picco davanti al Montenegro fu un velivolo nordamericano. A raggiungere per prima la zona dell’affondamento fu una fregata spagnola. A poche decine di miglia in linea d’aria da quel punto, la Jugoslavia in rapido disfacimento era sottoposta ad embargo da parte della Nato e tutte le vie di comunicazione, per terra, cielo e mare, erano sotto lo stretto controllo militare dell’Alleanza.
Eppure, nessuna unità italiana o straniera, nonostante le orecchie elettroniche fossero pienamente attivate e perfettamente funzionanti, fu in grado di spiegare cosa potesse essere successo. Di più. Contro ogni logica e contro ogni evidenza, l’inchiesta si concluse affibbiando a quei cinque pescatori l’onere della loro stessa morte perché, ipotizzarono i magistrati, trasportavano esplosivo. Da dove, come, per chi, nessuno lo spiegò alle famiglie.

E i pochi resti dell’imbarcazione recuperati in mare furono distrutti. Esattamente come l’Aeronautica militare italiana chiese (ma non ottenne) di affondare i rottami del Mig 23 libico precipitato sulla Sila e quasi certamente coinvolto nella strage di Ustica, che il Governo aveva dichiarato in Parlamento di aver già restituito a Gheddafi. Costanti e bugie. Come le carte manipolate o mai consegnate, sempre in nome di quella oscura ragione militare sovranazionale che pur se non dichiarata si sovrappone alla ragion di Stato e insabbia tutto. Cosa sono le vite di cinque pescatori di Molfetta di fronte al bene supremo dell’Alleanza Atlantica da preservare ad ogni costo? Scheletri in fondo al mare. E che lì rimangano per sempre.

Porto, il Ministero dei Beni Culturali chiede chiarimenti urgenti al Comune

Dubbi del Dicastero sul rispetto delle prescrizioni stabilite nel decreto di compatibilità ambientale del giugno 2005

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Un'opera faraonica e al tempo stesso controversa. Il nuovo porto commerciale di Molfetta continua a far discutere.

Prima il pronunciamento dell'Autorità di Vigilanza per i Lavori Pubblici con sede a Roma, nel quale l'operato dell'amministrazione comunale di Molfetta era fortemente censurato «per molteplici violazioni di leggi e regolamenti» e la conseguente «trasmissione di tutti gli atti alla Procura della Repubblica ed a quella della Corte dei Conti», poi due consigli comunali richiesti con urgenza dall'opposizione, in cui però la maggioranza si è sottratta alla discussione dell'argomento.

Adesso un altro capitolo, anche questo recante il timbro postale della Capitale. 

È il Ministero per i Beni e le Attività Culturali a chiedere stavolta al Comune di Molfetta con urgenza informazioni sui lavori in corso, in particolare sul rispetto delle prescrizioni stabilite nel Decreto di compatibilità ambientale n. 648 del 23 giugno 2005.

Lo rende noto il Circolo di Legambiente in una nota a firma del presidente Antonello Mastantuoni, nella quale sono elencate le tappe dell'iter che ha portato l'associazione ambientalista ad aver accesso agli atti della vicenda.

«Il 27 marzo scorso il Circolo cittadino di Legambiente – scrive Mastantuoni – aveva presentato al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, al Presidente della Regione Puglia, all’Assessorato Regionale dell’Assetto del Territorio, all’Assessorato Regionale dell’Ecologia, alla Soprintendenza per i Beni architettonici e per il Paesaggio per le Province di Bari e Foggia e, infine, al Sindaco del Comune di Molfetta una richiesta di accesso a informazioni di carattere ambientale relative ai lavori della nuova sistemazione del porto.

In particolare il Circolo chiedeva di accedere al “Progetto esecutivo” dei lavori di sistemazione dell’area portuale approvato con delibera di Giunta il 13 febbraio 2008.

Le ragioni di questa richiesta stavano nella sconcertante impressione di assistere alla inadempienza sistematica delle prescrizioni di VIA (la Valutazione di Impatto Ambientale) impartite dalla Regione Puglia, dal Ministro dell’Ambiente e dal Ministero per i Beni Culturali.

In particolare il Decreto di compatibilità ambientale n. 648 del 23 giugno 2005, con il quale si concludeva l’istruttoria di VIA, evidenziava l’intenzione di salvaguardare il water-front dell’area urbana Madonna dei Martiri–Borgo Vecchio, già soggetto a vincolo paesaggistico, puntando alla “riqualificazione degli attuali capannoni delle officine e cantieri ed in particolare quello della CINET, che viene destinato a “Museo del Mare”, mentre, com’è noto, sul sito in precedenza occupato dal Cantiere CINET sono in corso i lavori di realizzazione della nuova Capitaneria di Porto, essendo stato il vecchio fabbricato abbattuto per fare posto alla nuova costruzione.

A fronte di questo precedente – continua il comunicato -, la mancata pubblicizzazione del Progetto esecutivo impedisce di capire quale sorte venga prevista per la “Banchina Seminario” il cui ampliamento (lo sbandierato “lungomare di Ponente”) nelle prescrizioni viene stralciato, trattandosi di area sottoposta a vincolo paesaggistico; impedisce di capire se e in che modo avverrà la riqualificazione dell’area dei “Cantieri Navali”; non dà conto dei lavori di sistemazione idraulica delle aree di pertinenza ed annesse alle lame; non mostra in che modo verranno resi compatibili con i lavori le aree archeologiche presenti nelle aree interessate e quando e in che modo verranno eseguite le prospezioni archeologiche richieste dal Ministero del Beni Culturali e come si potrà eventualmente tenere conto dei loro risultati.

Gli unici riscontri alla richiesta di accesso agli atti, fatta ai sensi del D. Lgs. 195/2005 e dell’art. 28 del D. Lgs. n. 152/2006, erano stati, fino a pochi giorni fa, una mail con la quale il Ministero dell’Ambiente dichiarava di non essere in possesso dei documenti richiesti e, in data 13 maggio 2009, una nota del Ministero dei Beni Culturali con la quale veniva demandata alla Soprintendenza per i Beni Culturali di Bari l’acquisizione di notizie, dicendosi anche in questo caso il Ministero sprovvisto di qualunque documentazione.

Il 27 luglio è arrivata al Circolo una seconda nota da parte del Ministero dei Beni Culturali che, avendo a sua volta ricevuto dalla Soprintendenza per i beni archeologici della Puglia notizie dettagliate e preoccupanti sulla vicenda, chiede al Comune di Molfetta quanto sia stato fatto ad adempimento delle prescrizioni contenute nella V.I.A. e richiede che sia messo a disposizione delle Autorità competenti il famoso e, a questo punto sembra lo si possa dire, misteriosissimo “Piano esecutivo”.

Vale la pena riportare di seguito il testo della nota della Soprintendenza.

«Si rileva in proposito che, per quanto consti a questa Soprintendenza – è affermato nel documento -, non hanno avuto seguito di fatto le prescrizioni rilasciate nella nostra del 22.03.05, prot. n. 5321 in sede di esame del Progetto preliminare della nuova sistemazione portuale di Molfetta, benchè ritenute vincolanti nel parere prot. n. 07.08.408/4229. del 22.04.05 del Dipartimento per i Beni culturali e paesaggistici – Direzione generale per i Beni architettonici e il Paesaggio in merito alla richiesta di pronuncia di compatibilità ambientale, ex art. 6 l .349/1986, avanzata dal Comune di Molfetta.

Infatti, per quanto di competenza di chi scrive, ai sensi del D. 19s 22 gennaio 2004, n. 42, non è stato sottoposto a parere da parte dell'ATI incaricata (Cooperativa Muratori) il richiesto progetto esecutivo delle opere di realizzazione del parco a verde intorno all'area del complesso monunentale-archeologico della Madonna dei Martiri, in cui dovevano essere anche previsti gli oneri per l'assistenza alle opere di movimentazione terra, nonchè per l'eventuale recupero di contesti archeologici emergenti. Il progetto esecutivo peraltro è stato approvato dal Comune di Molfetta con deliberazione di G.M n: 68 del 13.2.08.

Si fa inoltre presente che non risulta, per quanto a noi noto, sia stato dato corso alla richiesta di prospezioni archeologiche subacquee preventive nello specchio d'acqua antistante il complesso monumentale citato, nè alle prospezioni geofisiche preliminari alla movimentazione terra, come espressamente richiesto dalla Direzione generale per i Beni archeologici con nota prot. n. 3931 del 15.04.05».

Da qui la decisione del Ministero di richiedere urgentemente al Comune informazioni «su quanto posto in essere al fine dell'adempimento alle prescrizioni previste».

«La richiesta che il Ministero – conclude Legambiente – ha inviato al Comune di Molfetta non sembra nei modi e nella sostanza troppo diversa da quella di chi con gentilezza chiede alla volpe notizie della gallina. Ma tant’è.

Il Circolo di Legambiente non può far altro, a questo punto e di fronte a questo incredibile pastrocchio che sempre di più rivela di essere la vicenda del porto molfettese, che trasmettere questa nota alla stampa attendendosi che ne dia il risalto che merita e alla magistratura perché valuti l’esistenza di comportamenti illeciti e produttivi di danni all’ambiente».

Buccanineer: E' giallo sul riscatto ai pirati per i marinai pugliesi

Tra i 16 membri complessivi di equipaggio che erano a bordo del rimorchiatore Buccaneer, sequestrato dai pirati nel Golfo di Aden l’11 aprile scorso, anche Ignazio Angione, direttore di macchina, iscritto alla Capitaneria di Porto di Molfetta (Bari) e Filomeno Troilo, cuoco, anch’egli iscritto alla Capitaneria di Porto di Molfetta

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(www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

BARI – Tra i 4 e i 5 milioni di dollari, questa la cifra che l’Italia avrebbe pagato per ottenere la liberazione del Buccaneer e del suo equipaggio (16 persone, 10 gli italiani di cui due pugliesi). A rivelare il "prezzo della libertà" sono stati gli stessi pirati (che com’è noto, si sono dotati pure di simil-portavoce e simil-ufficio stampa). Per la precisione, uno di loro avrebbe affermato: «Abbiamo preso un riscatto di quattro milioni e abbiamo liberato il rimorchiatore italiano che è già partito». Invece, Andrew Mwangura, coordinatore del gruppo marittimo regionale "East African Seafarers Assistance Programme" ha parlato di un riscatto di cinque milioni. «Ieri sera stavano contando i soldi» ha riferito.

Certo si tratta di soldi (pubblici) ben spesi, visto che l’incubo, durato quattro mesi, è finito e che i marinai – sequestrati dai pirati somali nel Golfo di Aden l’11 aprile scorso – sono liberi e stanno bene. Tra un paio di giorni, anche Ignazio Angione, direttore di macchina, iscritto alla Capitaneria di Porto di Molfetta (Bari) e Filomeno Troilo, cuoco, anch’egli iscritto alla Capitaneria di Porto di Molfetta, potranno tornare in Italia. Insomma, per Ferragosto saranno a casa.

La liberazione, ha annunciato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è avvenuta ieri sera dopo che «i pirati si sono ritirati». Lo stesso Frattini, in questi mesi ha sempre bloccato ogni ipotesi di riscatto o di blitz per la liberazione del rimorchiatore italiano e anche ieri, durante l’annuncio della buona notizia, ha sottolineato come questo risultato sia stato ottenuto grazie ad un lungo lavoro di contatti e una collaborazione delle autorità somale e della regione del Puntland. Frattini ha detto che il governo somalo ha esercitato una «forte pressione» per portare al ritiro i pirati ma ha smentito il pagamento di un qualunque riscatto.

Anche Silvio Bartolotti, general manager della Micoperi, l’azienda ravennate proprietaria del rimorchiatore, ha negato sia stata pagata alcuna cifra.

E allora perché i pirati somali si esporrebbero parlando di milioni di dollari? In quella terra travagliata, dove vige la legge del più forte, nessuno – a cuor leggero – direbbe d’avere in tasca una tale somma. Non lo direbbe nessuno manco in Italia. Figuriamoci in Somalia dove si uccide per molto, molto, meno.

Così, ipotizzando che non abbiano detto il falso, vien da chiedersi se la politica italiana del "pagare, pagare sempre", sia corretta. E’ vero che molti si sono regolati allo stesso modo. I sauditi, per esempio, lo scorso gennaio sborsarono tre milioni di dollari per riavere la loro superpetroliera Sirius Star (catturata il 15 novembre 2008). E pagarono bei soldi anche i norvegesi per riavere la Bow Asir. Ma altri hanno scelto di andarsi a riprendere la propria gente senza pagare un centesimo a queste bande di criminali. Gli americani, come è noto, hanno scelto un intervento armato. Il 12 aprile scorso, un commando di teste di cuoio americane salvò Richard Phillips, il comandante del mercantile Alabama. Il messaggio è stato udito "forte e chiaro" dai somali. Tanto che, per ritorsione, nei giorni seguenti hanno attaccato e danneggiato la Liberty Sun, una nave statunitense che trasportava aiuti umanitari in Africa.

Un paio di giorni prima, anche i francesi avevano scelto di non sovvenzionare i pirati e il sequestro del veliero "Le Tanit" si chiuse con un blitz delle testa di cuoio di Parigi. Uno dei cinque ostaggi rimase ucciso, così come due dei rapitori. Però le altre quattro persone finite nelle mani dei pirati – tra cui un bambino – rimasero illese e i tre sequestratori superstiti sono stati arrestati (e processati in Francia, non in Kenya come è capitato ai pirati arrestati dalla Marina militare italiana).

Anche l’Italia ha i suoi "specialisti". Si tratta di gente sulla cui formazione i contribuenti italiani hanno investito moltissimo. Gente così capace da essere stata in grado di avvicinarsi al Buccaneer – senza essere vista – e constatare addirittura lo stato di salute dei marinai sequestrati. L’ha detto Frattini ieri sera: «Le forze speciali della marina militare a bordo della nave San Giorgio ci hanno detto che si sono avvicinate al Buccaneer» e hanno riferito che i marinai «stanno bene».

Gli apologi del non intervento sostengono che un blitz metterebbe a rischio la pelle all’equipaggio. E’ la verità: c’è un rischio, ma è un rischio calcolato. Forse bisognerebbe spiegare loro che, per i sequestrati, il regime del rischio è deciso da tagliagole semisballati. Ogni giorno. Ogni ora. Per mesi.  
Inoltre, sarebbe ora di proiettare gli effetti della politica del "pagare, pagare sempre" sul futuro prossimo. Per esempio, sapendo che l’Italia paga e che francesi e americani sparano. Secondo gli "apologi" quali navi prederanno la prossima volta i pirati somali?

LE ATTIVITA’ ANTIPIRATERIA
Per il problema della pirateria in Somalia, che dall’inizio dell’anno ha messo sotto scacco una ventina di navi di varie nazionalità di passaggio nel golfo di Aden, sono in campo diverse missioni militari: dalle task force 150 e 151 guidate dagli Usa a quella dell’Unione europea (la missione "Atalante", cui partecipa la fregata Maestrale della Marina militare italiana), alle unità inviate autonomamente da singoli Paesi a difesa degli interessi nazionali.

https://i0.wp.com/www.lagazzettadelmezzogiorno.it/foto/30072_2.jpgCRONOLOGIA DEL SEQUESTRO
E’ stato liberato ieri in serata il mercantile Buccaneer, di proprietà della Micoperi Marine Constructors di Ravenna, sequestrato l’11 aprile scorso da pirati al largo della Somalia, con a bordo 16 membri di equipaggio tra cui dieci italiani.
Di seguito la cronologia della vicenda:
11 aprile: Il rimorchiatore Buccaneer con a bordo dieci italiani viene sequestrato da pirati nel Golfo di Aden. La Farnesina avvia un coordinamento interministeriale ed internazionale. La fregata Maestrale della Marina militare si dirige verso il luogo del sequestro, giunge il 12 aprile.
13 aprile: Sì alla trattativa ad oltranza e nessun blitz, se non come ultima ed estrema opzione. È la linea delle autorità italiane che lavorano ad una positiva soluzione del sequestro dell’equipaggio del Buccaneer.
15 aprile: La Farnesina si appella ai media affinchè evitino «la diffusione di notizie infondate e fuorvianti che possano interferire con un esito positivo della vicenda e porre in pericolo la sicurezza dell’equipaggio del Buccaneer». Con il telefono di bordo tutti i marinai sequestrati riescono a chiamare casa.
16 aprile: Il primo ministro del Governo somalo, Omar Abdirashid Ali Sharrmake dice all’ANSA che sono in corso trattative per arrivare alla liberazione dell’equipaggio.
19 aprile: Le autorità del Puntland accusano il Buccaneer di trasportare rifiuti tossici e affermano che il rimorchiatore italiano non è stato sequestrato dai pirati ma fermato dalla sicurezza locale. L’ipotesi è poi stata smentita.
24 aprile: La Farnesina smentisce di aver ricevuto un ultimatum per la liberazione degli uomini a bordo del Buccaneer, come avevano invece riferito parenti dei membri dell’equipaggio che con questi erano in contatto telefonico. L’armatore afferma inoltre che non vi è richiesta di riscatto. Il ministro degli Esteri Franco Frattini decide di inviare in Somalia il sottosegretario Margherita Boniver per facilitare la soluzione della vicenda.
28 aprile – Alcuni marinai dell’equipaggio del Buccaneer chiamano casa e chiedono di «fare presto» per la loro liberazione. «Stanno bene, ma stanno soffrendo».
2 maggio: Margherita Boniver arriva in Puntland, dopo una sosta a Nairobi dove ha avuto contatti con rappresentanti del governo somalo. Boniver ribadisce la linea italiana: evitare blitz militari e pagamento di riscatto.
3 agosto: In un colloquio telefonico, il ministro Franco Frattini riceve assicurazioni dal primo ministro somalo di «un impegno personale» nella trattativa per la liberazione del Buccaneer. Durante la conversazione Frattini conferma «il pieno sostegno dell’Italia al Governo di transizione somalo e la collaborazione per il rafforzamento delle istituzioni e delle forze di sicurezza».

Di alghe, bombe e iprite

Numerosi gli interrogativi posti dalla conferenza “Quale futuro per il nostro mare” organizzata ieri dal Liberatorio Politico

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di Lorenzo Pisani (www.molfettalive.it/…)

Capita a Molfetta che dei bagnanti di un giorno di festa vengano ricoverati per sospette infiammazioni nelle parti intime e girino tutta l’Italia in ospedale per capire come e perché ciò sia accaduto. Capita che poi attivisti e amici facciano una colletta per far analizzare il costume da bagno, unica prova tangibile dello sfortunato evento.

Capita, ancora, che dei pescatori usciti in mare con la loro barchetta svengano senza apparente motivo, che riportino sulle braccia e mani strane bolle, escoriazioni, che facciano fatica a respirare, a vedere. Che infine decidano di lasciare la loro attività che poi è quella di una cooperativa fondata addirittura nel 1893, quando ci si poteva fare il bagno nel porto. Provateci oggi, nel terzo millennio.

Capita che una nave s’inabissi al largo nel bel mezzo di una giornata di sole e trascini con sé il suo carico di sostanze chimiche. E che un peschereccio venga agganciato da un sommergibile Nato (e poi risarcito) e che un anno dopo esploda al largo, e che l'inchiesta venga archiviata.

Capitano davvero tante cose strane in quel di Molfetta. Piante acquatiche e alghe che scompaiono, fondali che si fanno deserti, polpi e ricci che si estinguono, concentrazioni di coliformi fecali che diminuiscono in città e aumentano fuori dalle zone urbanizzate.

Tutte cose che fanno pensare che qualcosa di strano, molto strano è avvenuto e sta avvenendo nelle nostre acque, nelle quali ci facciamo il bagno, dalle quali proviene il pesce che finisce sulle nostre tavole. Quello stesso pesce che presenta macchie e mutazioni del Dna. Non lo dicono voci di corridoio ma il Dott. Ezio Amato dell’Ispra (ex Icram), l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

Le immagini scorrono nel documentario Red Cod e sono di quelle che fanno male.
Molti presenti ne ignoravano la portata, molti passanti si fermano e osservano, in religioso silenzio. È stato solo uno dei momenti della conferenza che si è tenuta ieri presso la Gelateria Lena organizzata dal Liberatorio Politico e dedicata ai problemi che affliggono il nostro mare. Tra i relatori, oltre al coordinatore Matteo d’Ingeo, il giornalista e scrittore Federico Pirro e Pierfelice Zazzera, parlamentare e coordinatore regionale dell’Italia dei Valori.

La politica però non c’entra, ci tengono specificarlo, e manco a farlo apposta poco prima della conferenza giunge la notizia di un’interrogazione regionale presentata a Vendola a firma di un consigliere Pdl di An (Sergio Tedeschi, ndr) in cui è lodato l’operato di d’Ingeo. Quando si parla di salute gli steccati si abbattono. Con naturalezza.

C’è anche un altro filmato. È un raro documentario di guerra Rai, della serie Combat Film. Parla di iprite e della "Pearl Harbour italiana", ovvero del bombardamento degli aerei della Luftwaffe ai danni della flotta Alleata nel porto di Bari. Naviglio che nascondeva un enorme carico di bombe chimiche. Una catastrofe ambientale e umanitaria. Era il 2 dicembre 1943.

Terminato il conflitto, si procedette a bonificare il basso Adriatico dagli ordigni. Come? Incaricando spesso i pescatori di recarsi al largo (ordine talvolta non eseguito: le nostre coste ne sono la testimonianza) e sversare il carico di morte. Una soluzione solo temponanea; all'italiana, diremmo.

E allora in tempi recenti si è deciso di provvedere alla bonifica, individuando Molfetta come priorità. C’è un enorme porto commerciale da costruire e c’è un sito ricco di bombe ancora oggi. Così ricco che nel dopoguerra sorse lo stabilimento Stacchini & Gambardella, fabbrica di sconfezionamento delle bombe: dal produttore al consumatore. Tanta, tantissima gente fa ancora il bagno lì, a Torre Gavetone. L'ultima spiaggia dei molfettesi.

«Non vorremmo che il protrarsi della bonifica nel porto sottragga fondi al Gavetone» tuona d’Ingeo che accusa il sindaco di scarsa informazione a riguardo, di «omissioni».

«La salute viene prima del porto; a cosa servirebbe quest’opera in un mare che sta morendo?».

In questi giorni in cui le cronache sono piene di casi di intossicazione da Osteopsis Ovata, l’alga tossica che infesta i nostri mari, il Liberatorio non crede alla vulgata che ne motiva la proliferazione con le acque di zavorra trasportate dai mercantili esteri. «Alte concentrazioni sono state riscontrate anche nei laghi bombardati nei conflitti mondiali; lì non ci sono navi che giungono dal Mar Rosso».

«Non vogliamo pensare che anche in questo caso sia avvenuta una mutazione, come per i pesci. Siccome non vogliamo, qualcuno deve convincerci del contrario. Perché la concentrazione dell’alga è più alta proprio nelle nostre acque così ricche di ordigni?»

Nessuno finora è riuscito ad elaborare una teoria attendibile. Tra le tante cose che capitano qui a Molfetta, la più prevedibile.

31 luglio 2009

Il consigliere regionale Tedeschi interroga Vendola sul mare molfettese

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Il neo Consigliere Regionale coratino AN-PDL Sergio Tedeschi ha rivolto un’interrogazione urgente al Presidente della Regione ed all’Assessore alla Salute «per conoscere quali iniziative intendano intraprendere per verificare e rimuovere le cause delle numerose e gravi intossicazioni (febbre, problemi intestinali, bruciori alla gola e difficoltà respiratorie) che si stanno verificando in questi giorni tra i frequentatori del mare di Molfetta, bagnanti e non, probabilmente a seguito della proliferazione dell’alga “ostreopsis”».

A tal riguardo il Consigliere Tedeschi rammenta «che episodi sospetti di infiammazioni vaginali si erano già verificati lo scorso anno a danno di due donne, una delle quali addirittura costretta ad un delicato intervento chirurgico. Successivamente si sono anche verificati casi di piaghe sulle mani dei pescatori».

Tedeschi rileva che «sulla questione le analisi dell’Arpa si sono incentrate su una località (“Prima Cala” ) diversa da quella (“Torre Gavetone”, laddove la suddetta alga è più diffusa) in cui si è verificata la grande maggioranza dei casi di cui sopra, a partire da quelli delle due donne che colà avevano trascorso qualche ora in spiaggia” ed invita il governo regionale ad acquisire il dossier all’uopo predisposto e pubblicamente illustrato dal benemerito “Laboratorio politico” coordinato da Matteo D’Ingeo».

 

 

Torna l'alga tossica, è allarme malori tra i bagnanti di Molfetta


Repubblica — 01 agosto 2009   pagina 11   sezione: BARI

FEBBRE, dermatiti, bruciori alla gola, irritazioni e difficoltà respiratorie. Sono tutti i segnali del ritorno dell' alga tossica nel mare barese. L' allarme, il primo dell' estate, sulla diffusione dell' ostreopsis ovata, microrganismo di origine tropicale, parte dalle acque che bagnano Molfetta: è dalla costa del Nord barese che ieri sono arrivate le prime segnalazioni di malori. Bagnanti e cittadini che affollano il litorale hanno iniziato ad accusare i sintomi che da otto anni annunciano la proliferazione della microalga: quest' anno le temperature sotto la media delle acque ne hanno ritardato la diffusione sopra i livelli di guardia. L' Arpa, agenzia regionale di protezione ambientale, ha attivato da qualche settimana il monitoraggio dell' ostreopsis. Dai primi di giugno sono iniziatii controlli con frequenza quindicinale, che aumentano in caso di fioritura conclamata, di venti punti sensibili distribuiti sulla costa pugliesee considerati a rischio. L' ultima rilevazione, del 27 luglio, registra i primi segnali di presenza: una diffusione, se pure "modesta", è iniziata a Prima Cala (Molfetta) e a Baia d' Argento, nel Tarantino. «Non abbiamo ancora fioriture serie» rassicura il direttore del dipartimento di Bari Giampiero Bottinelli. Ma ieri il consigliere regionale An-Pdl Sergio Tedeschi ha rivolto un' interrogazione urgente al presidente ed all' assessore alla Salute «per conoscere quali iniziative intendano intraprendere per verificare e rimuovere le cause delle numerose e gravi intossicazioni tra i frequentatori del mare di Molfetta». Sulle stesse coste, la scorsa estate, si erano verificate altre intossicazioni che colpirono in particolare due donne, una delle quali sottoposta in seguito ad un delicato intervento chirurgico, e una serie di segnalazioni da parte di pescatori colpiti da piaghe alle mani. L' alga tossica, arrivata nel Mediterraneo dai Tropici, crea problemi ai bagnanti solo in caso di alte concentrazioni, e in particolare dopo le mareggiate che trasportano attraverso l' aerosol le tossine del microrganismo nell' aria. Per questo in caso di certificata fioritura bisogna evitare di stazionare lungo le coste e limitare il consumo di ricci.

Molfetta, il bagno a mare fa ancora paura

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di Lucrezia d'Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorno/…)

MOLFETTA – Il mare torna a fare paura. È di nuovo allarme ostreopsis, l’alga tossica che provoca febbre, problemi intestinali, bruciore alla gola e difficoltà respiratorie. Sono decine le persone rimaste intossicate nell’ultima settimana. La presenza dell’alga, secondo gli esperti, non è assolutamente riconducibile alla presenza, nei fondali del litorale molfettese, di ordigni di ogni tipo. Non lo è neanche la fioritura eccezionale dell’alga che provoca poi, per aerosol, problemi ai bagnanti e a quanti si fermano vicino al mare anche solo per passeggiare.

Sta di fatto che, solo per fare un esempio, ad oggi non si conoscono ancora le cause dell’infiammazione vaginale che, il 27 luglio dello scorso anno, ha costretto due donne a fare ricorso a cure mediche. Una delle due donne ha dovuto anche sottoporsi ad intervento chirurgico per asportare parte dei tessuti vaginali contaminati da una sostanza chimica non meglio definita. Quelle due donne avevano trascorso qualche ora in spiaggia, in località Gavetone, il tratto di mare negli anni scorsi sottoposto a bonifica di ordigni bellici, inserito nella mappa dei siti ancora da bonificare.

https://i2.wp.com/www.lagazzettadelmezzogiorno.it/foto/28125.jpgE non si conoscono ancora le cause delle piaghe che si aprirono sulle mani dei pescatori nell’autunno scorso. Anche in quel caso si parlò di ostreopsis. Questo significa che eccezionali fioriture possono anche provocare piaghe ai bagnanti. I dati diffusi dall’agenzia regionale per l’ambiente, in relazione alla presenza di ostreopsis, fanno riferimento ad analisi sulle acque effettuate fino alla prima metà di luglio in località Prima Cala. La presenza delle cellule di ostreopsis in quel tratto di mare è modesta. Nessuna campionatura di acque è stata fatta, almeno non risulta dai dati pubblicati sul sito dell’Arpa, nel tratto di mare tra Molfetta e Giovinazzo e in prossimità di Torre Gavetone.

Ed è proprio lì che si registra il maggior numero di persone colpite dall’alga killer. Sarà forse una coincidenza, ma le cose stanno così. Non tutti i bagnanti fanno ricorso ai medici del pronto soccorso. Molti si rivolgono al medico di famiglia, altri fanno da soli. Le segnalazioni di casi sospetti continuano ad aumentare e viaggiano anche su facebook, la piazza virtuale dove si può sapere tutto di tutti e le notizie corrono veloci.

Di mare, di ordigni, di alga tossica si discuterà venerdì, di fronte al porto, sulla banchina seminario. Sarà Matteo d’Ingeo, il coordinatore del Liberatorio politico, lo stesso che l’anno scorso investì l’Arpa dei problemi di salute delle due donne rimaste ustionate dopo essersi bagnate al Gavetone, ad illustrare gli aspetti principali di un dossier realizzato sulle condizioni nel mare a Molfetta. Tutto questo mentre è stata avviata la «fase due» del piano, di bonifica da ordigni bellici nel Porto di Molfetta.
La prima fase si è conclusa sabato scorso con il disinnesco e il brillamento di altri cinquanta ordigni bellici. Le operazioni di bonifica sono cominciate a luglio del 2008. Ad oggi sono stati recuperati e brillati 2500 ordigni, alcuni caricati con sostanze chimiche. Un particolare: gli involucri degli ordigni sono di metallo, spesso, lo ammette anche la Nato in documenti ufficiali, non superano i tre millimetri. Quegli ordigni sono in mare da oltre mezzo secolo. Da ingenui pensare che quegli involucri siano ancora integri.

L'appello del comandante della Buccaneer: «Liberateci o moriremo di stenti»

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di Massimo A. Alberizzi (www.corriere.it/…)

Drammatica telefonata con Mario Iarloi, comandante della Buccaneer, la nave italiana sequestrata l’11 aprile nel golfo di Aden dai pirati somali e ancorata al largo di Las Qorey, villaggio di pescatori nel Puntland, la parte settentrionale dell’ex colonia italiana. Le condizioni di vita sono tragiche, l’equipaggio del rimorchiatore d’altura (dieci italiani, un croato e cinque rumeni) si sente abbandonato, è ammalato e sta impazzendo e sei dei sedici marittimi sono stati portati a terra, probabilmente distribuiti in vari villaggi sulla costa, per nasconderli nel caso di un improbabile blitz delle teste di cuoio italiane. Sarà quindi più difficile recuperarli al momento del rilascio. Non si conoscono i loro nomi.

«Siamo inguaiati, stiamo male. Liberateci altrimenti chiederemo a loro di spararci – si dispera il comandante con una voce che sembra spezzata dalle lacrime – . Ci stiamo ammalando; molti soffrono di depressione e qualcuno di cuore. Non ci sono medicine. Tempo fa erano arrivati farmaci per il fabbisogno (di uno dei membri dell’equipaggio che soffre di cuore, ndr), ma in questa storia infinita sono quasi terminate. Io non sono un dottore; non ci sono dottori; non riesco a curare persone che non so neppure cos’hanno oppure a curarle solo guardandole in faccia. O guardando che danno i numeri. Non riescono più a parlare come persone ragionevoli. Tra l’altro non ragiono più neanche io. E’ una situazione assurda e non abbiamo la forza di andare avanti. C’è gente che si sta abbandonando a se stessa. Non c’è più da mangiare. Giusto qualcosa per sostenere il fisico; stiamo lavandoci con acqua di mare. Siamo oltre le nostre forze. Per favore liberateci da questa situazione, altrimenti chiederemo noi stessi che ci ammazzino. Anche loro sono nervosi e ogni tanto sparano. E’ successo anche oggi. Una pallottola mi ha sfiorato la testa. Non ce la facciamo più e vogliamo andare a casa; e vogliamo andarci subito. Stiamo facendo sei ore dentro la plancia senza aria condizionata (in quell’area il caldo è insopportabile e le temperature superano con grande facilità i 40 gradi, ndr)». Il comandante Iarloi durante la telefonata racconta che non c’è più acqua potabile (“beviamo acqua bollita”) e neppure cibo (“mangiamo riso e pane che ci cucina il cuoco”).

Ha poi smentito che siano stati consegnati i viveri che erano stati inviati con un camion partito da Gibuti (“Non abbiamo ricevuto niente”) e che invece era stato assicurato fossero arrivati a destinazione. A proposito delle trattative il comandante dice di non sapere nulla: «Non ci informano di questo. Se non ci sono delle trattative che le facessero, che telefonassero a questi signori. Si mettessero d’accordo e facessero quello che devono fare. Sono 51 giorni che lo devono fare». A questo punto irritatissimo Iarloi urla al telefono: «E ci siamo rotti le scatole di stare su ‘sta cazzo di barca. Non ce la faccio più e le passo la persona che è accanto a me», cioè il pirata che parla italiano. Proprio lui un paio di giorni prima in un’altra telefonata al Corriere aveva assicurato che non c’è nessuna trattativa in corso. «Questi – aveva dichiarato riferendosi agli ostaggi e manifestando un certo nervosismo – vogliono tornare a casa, ma nessuno si è fatto vivo con noi».

Ripercorriamo la storia:

• Il rimorchiatore con gli italiani rapiti getta l’ancora davanti a Adado (13 aprile)

• Somalia: si tratta per il rilascio della nave italiana sequestrata dai pirati (17 aprile)

• Buccaneer, negoziato in stallo (19 aprile)

• Buccaneer, negoziato in stallo (27 aprile)

• Il capitano della Buccaneer: qui va male (23 maggio)