Archivio mensile:novembre 2009

Processo “Amato + 5”, il silenzio dell’ex assessore

Nell’udienza di ieri gli imputati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Ha deposto solo l’ex dirigente De Michele

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Tutti gli imputati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, ad eccezione dell’ex dirigente comunale del settore Attività Produttive e Commercio Vincenzo De Michele.

Nell’udienza di ieri del processo “Amato + 5” ha prevalso la linea del silenzio, dietro la quale si sono trincerati Pino Amato, Pasquale Mezzina, Girolamo Scardigno, Gaetano Brattoli, Vito Pazienza e Giovanna Anna Guido. Gli imputati sono accusati, a vario titolo, di concussione, voto di scambio, abuso d’ufficio e falso ideologico.

Nel processo si sono costituiti parti civili Matteo d’Ingeo e il Comune di Molfetta, rappresentati rispettivamente dagli avvocati Bartolo Morgese e Maurizio Masellis.

Secondo la Procura della Repubblica di Trani rappresentata dal Pubblico Ministero Giuseppe Maralfa, il principale imputato Pino Amato, all’epoca dei fatti Assessore alla Polizia Municipale, avrebbe abusato della sua funzione di pubblico ufficiale attivandosi per mettere in piedi, insieme agli altri imputati, una rete di contatti atta a creare un serbatoio di voti per sé e per altri.

Tale serbatoio di voti sarebbe stato utilizzato per sé durante le Elezioni Amministrative del 2006 (che l’hanno visto trionfare con il record di 999 suffragi) e nelle Elezioni Regionali 2005 in favore del candidato di Forza Italia Massimo Cassano (eletto con 10.835 voti, 1.707 dei quali ottenuti a Molfetta).

Proprio Cassano avrebbe dovuto testimoniare ieri in aula, ma è risultato assente per motivi di salute.

Ha prestato consenso all’audizione solo De Michele. In mancanza di una deposizione, il collegio giudicante composto da Cesaria Carone (presidente) e dai giudici Lorenzo Gadaleta e Francesco Messina (a latere) ha acquisito ai fini della decisione finale le dichiarazioni rese negli interrogatori con le forme e le garanzie previste dalla legge. Tra queste una dichiarazione a firma dello stesso Amato risalente all’epoca delle indagini preliminari.

L’ex dirigente comunale del settore Attività Produttive e Commercio De Michele ha quindi reso una deposizione fiume, prima sotto forma di dichiarazione spontanea e poi prestando consenso al proprio esame. È stato descritto l’iter per il rilascio delle autorizzazioni temporanee o definitive per l’occupazione di suolo pubblico.

Nell’esame è emerso che più volte il documento autorizzativo veniva rilasciato a sua firma anche in assenza del previsto parere di viabilità (ex art. 20 del Codice della Strada sull’occupazione della sede stradale da parte di chioschi, edicole o altre installazioni) richiesto dalla Polizia Municipale.

De Michele in aula, ricordando il prodigarsi di Amato a favore della gente l’ha definito un «animale politico», mentre ha bollato come «coniglio» un dipendente comunale per via delle annotazioni delle disposizioni sue e di Amato sui fascicoli dei richiedenti.

L’udienza è stata aggiornata al 3 dicembre. Saranno ascoltati i primi dieci testimoni della difesa.

 

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Multe e voti di scambio l’assessore non parla

Nel processo a Trani colpo di scena: dopo il silenzio, il PM produce una dichiarazione di Amato

 
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di Antonello Norscia  – La Gazzetta del Mezzogiorno, 24 novembre 2009

  Al processo dinanzi al tribunale collegiale di Trani sull’allegra gestione delle «multe» e sul voto di scambio in previsione delle elezioni amministrative 2006, ieri è stata la volta dell’interrogatorio dei principali imputati.

Ma se il dirigente dell’ufficio commercio del Comune di Molfetta Vincenzo De Michele si è sottoposto alle domande ed ha prodotto una memoria difensiva per respingere le accuse, l’ex assessore all’annona Pino Amato si è avvalso della facoltà di non rispondere.

A quel punto il pubblico ministero Giuseppe Maralfa ha depositato agli atti del dibattimento una dichiarazione, ritenuta eloquente, che lo stesso Amato il 3 marzo 2007 allegò ad un’istanza di revoca della sua misura cautelare.
«Non ho mai negato di essermi interessato – scrisse Amato – perché ad alcuni cittadini indigenti fossero ridotte le multe loro praticate, ma altrettanto fermamente ribadisco d’aver fatto ciò in perfetta buona fede. La mia esperienza, la sostanziale incompetenza delle funzioni assessorili e l’ignoranza della specifica normativa, che sapevo soltanto vagamente prevedere la possibilità di riduzione delle contravvenzioni senza però conoscerne i meccanismi e la titolarità,
  sono state purtroppo ulteriormente fuorviate dal sistema. Oggi posso dire distorto ma all’epoca ritenevo fisiologico in cui la gestione era in tali sensi e nel quale io mi sono inserito, senza  evidentemente avere l’esperienza ed i mezzi culturali per apprezzarne le anomalie. Se il mio comportamento, che tuttavia intendo ribadire giammai è mai stato teso a conseguire un utile sul piano personale ma ad aiutare anche in altre vicende ancorché con mezzi pedestri i cittadini bisognosi, può aver, mio malgrado, comportato una   distorsione delle funzioni pubbliche da me esercitate, ne faccio ammenda impegnandomi per il futuro a non reiterare tali condotte. Per quanto riguarda poi le altre vicende in cui mi si accusa di aver strumentalizzato la mia funzione pubblica per ottenere il consenso elettorale, riservandomi di offrire, come del resto ho già fatto nel corso dei due interrogatori, un più analitico esame delle predette vicende, mi preme sottolineare il contesto ambientale ancor oggi presente, non solo a Molfetta ma in ogni realtà italiana,   nel quale mi sono trovato ad operare e che non consentiva in alcun modo di apprezzare il disvalore di un’esasperata ricerca del consenso».

A vario titolo sul banco degli imputati siedono anche il maresciallo Pasquale Mezzina, l’esponente di Forza Italia, Girolamo Antonio Scardigno, nonchè Gaetano Brattoli e Vito Pazienza.Patteggiarono, invece, davanti al gup l’ex comandante facente funzioni della polizia municipale Vincenzo Zaza e l’agente Gianfranco Piccolantonio.

No alla vendita dei beni confiscati

FIRMA L’APPELLO: NIENTE REGALI ALLE MAFIE, I BENI CONFISCATI SONO COSA NOSTRA

Fonte: www.libera.it/…

 

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/11/nienteregali_banner.gifTredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell ‘impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E’ facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l’azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S’introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele

 


Tra i primi firmatari:  Andrea Campinoti, presidente di Avviso Pubblico – Paolo Beni, presidente Arci – Vittorio Cogliati Dezza, presidente Legambiente – Andrea Olivero, presidente ACLI – Guglielmo Epifani, segretario CGIL – Raffaele Bonanni, segretario generale CISL – Luigi Angeletti, segretario UIL – Francesco Miano, presidente Azione Cattolica – Filippo Fossati, presidente UISP – Marco Galdiolo – presidente US Acli, Paola Stroppiana e Alberto Fantuzzo, presidenti del comitato nazionale Agesci – Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace – Loretta Mussi, presidente di "Un ponte Per" –  Michele Curto, presidente di FLARE (Freedom, Legality and Rights in Europe) – Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom-Cgil – Giuseppe Gallo, segretario generale FIBA Cisl – Carla Cantone, segr. generale SPI-CGIL – Michele Mangano, presidente Auser –  Doriano Guerrieri, presidente nazionale CNGEI – Gianpiero Calzolari, Presidente di "Cooperare con Libera Terra" – Oliviero Alotto, presidente di Terra del Fuoco –  Don Nandino Capovilla, coordinatore Pax Christi – Giuliana Ortolan, Donne in Nero di Padova – Giulio Marcon, portavoce campagna Sbilanciamoci – Aurelio Mancuso, presidente Arcigay – Lucio Babolin, presidente CNCA – Fabio Salviato, presidente di Banca Etica – Mario Crosta, Direttore Generale di Banca Etica, Giuseppe Gallo, segretario generale FIBA Cisl – Tito Russo, coordinatore nazionale UDS (Unione degli Studenti), Claudio Riccio, referente Link-coordinamento universitario, Luca De Zolt, rete studenti medi – Sara MartiniEmanuele Bordello – presidenti FUCI, Giorgio Paterna, coordinatore Unione degli Universitari – Umberto Ronga, Movimento Eccesiale di Impegno Culturale.
 
E inoltre: Nando Dalla Chiesa, Salvo Vitale, Rita Borsellino, Sandro Ruotolo, Roberto Morrione, Enrico Fontana, Tonio Dell’Olio, Pina Picerno, Francesco Forgione, Luigi De Magistris, Raffaele Sardo, David Sassoli, Francesco Ferrante, Rita Ghedini, Petra Reski, Esmeralda Calabria, Vittorio Agnoletto, Vittorio Arrigoni, Giuseppe Carrisi, Jasmine Trinca, Yo Yo Mundi, Sergio Rubini, Modena City Ramblers, Gianmaria Testa, Libero De Rienzo, Livio Pepino, Elio Germano, Subsonica, Vauro, Claudio Gioè, Roberto Saviano, Daniele Biacchessi, Giulio Cavalli, Elisabetta Baldi Caponetto, Moni Ovadia, Ottavia Piccolo, Giancarlo Caselli, Ascanio Celestini, Alberto Spampinato, Salvatore Borsellino, Federica Sciarelli, Haidi Giuliani, Fausto Raciti, Francesco Menditto, Antonello Ardituro, Benedetta Tobagi, Il Coro dei Minatori di Santa Fiora, Simone Cristicchi, Roberto Natale, Agnese Moro, Tana De Zuleta, Lella Costa, Armando Spataro, Maurizio Ascione, Nicola Tranfaglia, Franco Cassano, Marco Delgaudio, Carlo Lucarelli, Alex Zanotelli,  Marcelle Padovani, Andrea Occhipinti, Johnny Palomba …


SUPERATE 20.000 FIRME ON LINE

 
 
 
 
 
 

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La informiamo, ai sensi dell’art. 13 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (recante il "Codice in materia di protezione dei dati personali" nel prosieguo, per brevità , il "Codice"), che i dati personali forniti nell’ambito dell’Iniziativa denominata " Niente regali alle mafie: i beni confiscati sono cosa nostra" saranno raccolti e registrati dall’associazione "Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie". – su supporti cartacei, elettronici e/o informatici e/o telematici protetti e trattati con modalità idonee a garantire la sicurezza e la riservatezza nel rispetto delle disposizioni del Codice. La informiamo che i dati fornitici verranno utilizzati unicamente per finalità strettamente connesse e strumentali all’Iniziativa. A tal fine, nell’ambito dell’Iniziativa, i suoi dati potranno essere pubblicati on line mentre i dati non pubblicati verranno immediatamente cancellati e distrutti. Il conferimento dei dati, è necessario al fine di poter partecipare all’Iniziativa. L’indicazione del proprio indirizzo e-mail ci permetterà di richiederele eventuali chiarimenti in relazione all’intervento pubblicato. La informiamo che potrà esercitare i diritti previsti dall’art. 7 e seg. del d.lgs. n. 196/2003 (tra cui, a mero titolo esemplificativo, i diritti di ottenere la conferma dell’esistenza di dati che la riguardano e la loro comunicazione in forma intelligibile, la indicazione delle modalità di trattamento, l’aggiornamento, la rettificazione o l’integrazione dei dati, la cancellazione) mediante richiesta rivolta senza formalità al Titolare del trattamento dei dati. Titolare del trattamento dei dati è l’associazione "Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" con sede legale in Roma, via IV Novembre n. 98. L’elenco aggiornato recante i nominativi dei Responsabili del trattamento dei dati è conservato presso gli uffici della predetta sede legale.

 
 
 

Le mani su Cose nostre. Se la mafia ricompra i beni sequestrati

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di Maria Zegarelli (www.unita.it/…)

Si chiama «Verbuncaudo», c’è chi dice si estenda per 150 ettari e chi ne aggiunge altri 90 del terreno confinante. Si trova vicino a Polizzi Generosa, Palermo, Sicilia. Michele Greco, il «Papa» di Cosa nostra, lo acquistò dalla società Sat: un colpaccio perché quel feudo era il simbolo, l’ennesimo, dello strapotere del boss dei boss. C’era un’ipoteca, importante, e la questione andava risolta. Subito. La pratica fu seguita direttamente dal clan dei Croceverde che chiamarono i Salvo e detto fatto ne ottennero in quindici giorni la sospensione, con decreto del ministero delle Finanze.
Poi, quando il «Papa» fu arrestato, il potere temporale sui suoi beni andò a farsi benedire e Verbuncaudo fu confiscato. E assegnato al Comune di Polizzi nel 2007, che lo accettò a patto che venisse destinato ad un’associazione impegnata nel sociale. Si individuò la Cooperativa «Placido Rizzotto Libera Terra», ma ecco che rispunta l’ipoteca. La cooperativa non può pagarla, il Comune neanche. Verbuncaudo rischia di essere venduto, malgrado sia stato assegnato perché mancano i soldi per l’ipoteca. C’è già chi è pronto ad acquistarlo, gente potente. Si tratta dei familiari di Greco. Sono cinque anni che fanno pressione con i loro avvocati. Ma se alla Camera non viene cassato l’emendamento alla Finanziaria votato al Senato – presentato da Maurizio Saia, (ex An) quello che Gianfranco Fini definì «un imbecille», quando accusò di lesbismo Rosy Bindi ministro della Famiglia – sono 3213 i beni confiscati alla malavita e non ancora assegnati che rischiano di finire sul mercato. Le cosche sono pronte. Perché rimettere le mani su quella «robba» attraverso prestanome è facile, e perché farlo equivale a confermare che i tentacoli si spezzano ma sono pronti a ricrescere.
E dove non arrivano le casse dello Stato e degli enti locali arrivano quelle di Cosa nostra. Il «cassiere» della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti, a Monte San Giovanni, nel Frusinate, possedeva un fabbricato a cui tiene ancora parecchio. È la casa natale dei genitori, legami affettivi che non si spezzano mai. Anche quello potrebbe tornare sul mercato. Idem per l’azienda bufalina con terreno, 8 ettari e oltre 2000 capi di bestiame fino al 2005, a Selvalunga, nel Grazzanise, dove Walter e Francesco Schiavone (Sandokan, boss dei Casalesi) hanno fatto il bello e il cattivo tempo.
Don Luigi Ciotti ha l’elenco pronto di tutti gli immobili. «a rischio»: li venderà simbolicamente martedì mattina a Roma alle ore 11 presso la Bottega della legalità «Pio La Torre» in via dei Prefetti 23. Batterà lui stesso l’asta, perché a volte devi ricorrere a questi gesti simbolici se vuoi scuotere coscienze che basta troppo poco per riaddormentarle. Saia con il suo emendamento al Senato ha fatto sì che se passano 90 giorni dalla confisca senza assegnazione tutto torna sul mercato. «Con l’approvazione di questo emendamento è tradito l’impegno assunto con il milione di cittadini che nel ’96 firmarono la proposta di legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia – dice Don Ciotti -.
Se la Camera confermasse la decisione di vendere all’asta gli immobili sarebbe enorme il rischio di restituirli alle stesse organizzazioni criminali». Virginio Rognoni, cofirmatario della legge Rognoni-La Torre è incredulo: «Venderli è una sconfitta per lo Stato, l’emendamento è un atto molto grave che non ha giustificazioni». Nella sua relazione presentata al governo nel novembre 2008 il commissario straordinario, Antonio Maruccia, magistrato di Cassazione, diceva, tra l’altro: «Le proposte conclusive del Cnel si sono concentrate, avuto riguardo alla destinazione dei beni, nella indicazione della necessità di vietare la vendita dei beni, per evitare che possano essere nuovamente acquistati, tramite prestanomi, dagli stessi soggetti a cui sono stati sottratti».
Inoltre, il Cnel, nelle «osservazioni e proposte» del 29 marzo 2007 ribadiva la necessità di «affidare a una nuova struttura, specializzata ed avente solo tale funzione, il compito di gestire il transito dei beni dalla confisca alla collettività, dotando la stessa di poteri, finanziamenti e personale tecnico e specialistico necessario».
Stesse conclusioni nella Relazione approvata all’unanimità dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie nel novembre 2007, relatore Giuseppe Lumia, che si occupò proprio dei beni confiscati.
Si legge: «Il punto critico attiene proprio alla particolare origine dei beni, che sono divenuti demaniali per effetto dell’azione di prevenzione; tale origine determina la continua pressione della criminalità destinataria dei provvedimenti, tesa al recupero dei beni o, quantomeno, a renderli inutilizzabili, in un’ottica che suona come aperta sfida alle istituzioni incaricate di affermare la sovranità delle ragioni democratiche».
Per questo, secondo la Commissione, è necessario non far rientrare la gestione e la destinazione di quei beni alle competenze generali dell’Agenzia del Demanio. Sarebbe molto più indicata un’ Agenzia centrale, ribadisce il documento, anche sulla base di tutte le audizioni effettuate durante l’indagine. Ma l’Agenzia centrale non è mai nata. L’emendamento, invece, sta lì, in attesa di essere definitivamente licenziato alla Camera.

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Verso la conclusione il processo "Amato + 5"

Ieri in aula altri quattro testi. Nella prossima udienza saranno ascoltati gli imputati

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Ultime battute per il processo "Amato + 5". Stando al calendario delle udienze, il procedimento contro l’ex assessore Pino Amato, Pasquale Mezzina, Vincenzo de Michele, Girolamo Scardigno, Gaetano Brattoli, Vito Pazienza e Giovanna Anna Guido dovrebbe concludersi non più tardi del prossimo gennaio. I sei sono accusati, a vario titolo, di concussione, voto di scambio, abuso d’ufficio e falso ideologico.
Nel processo si sono costituiti parti civili Matteo d’Ingeo e il Comune di Molfetta, rappresentati rispettivamente dagli avvocati Bartolo Morgese e Maurizio Masellis.
Nell’udienza di ieri sono stati ascoltati gli ultimi testi del Pubblico Ministero Giuseppe Maralfa: Vittorio Abbatiscianni, Mauro Sancilio e Gianluca Camporeale e Domenico Lopopolo per la difesa di de Michele. Il primo è comparso dinanzi al collegio giudicante presieduto da Cesaria Carone e dai giudici a latere Lorenzo Gadaleta e Francesco Messina per un episodio accaduto all’epoca dei fatti contestati. Venditore ambulante di ricci, fu sottoposto a un controllo di Polizia Municipale da cui non scaturì l’elevazione di alcun verbale.
Stando a quanto dichiarato in aula, un agente gli avrebbe detto di rivolgersi ad Amato. Mauro Sancilio si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il secondo teste convocato dalla Procura era stato indagato nello stesso procedimento che è poi approdato in tribunale, ma la sua posizione era stata archiviata. Più lunga la deposizione del geometra Gianluca Camporeale, il quale ha dichiarato di aver avuto rapporti con la Edil Amato. In una conversazione intercettata su un’utenza nella disponibilità dell’ex assessore, Camporeale avrebbe discusso con l’imputato non solo di alcuni lavori in un condominio, ma anche circa il suo interessamento nei confronti di «un carissimo amico» del teste, che però in aula non è riuscito a identificare.
Terminata l’audizione, il Pm ha chiesto la trasmissione agli atti del suo ufficio per falsa testimonianza: il Tribunale si è riservato di decidere al momento della sentenza. Con Camporeale si sono esauriti i testi della Procura. Il processo prevede, terminata questa fase dibattimentale, l’audizione di quelli “a discarico”, sentiti su indicazione delle difese. Dopo le rinunce dei legali di alcuni imputati, dal difensore di Vincenzo de Michele è stato chiamato a testimoniare il dott. Domenico Lopopolo, dirigente dell’Ufficio Tributi, che ha riferito sulle modalità di rilascio delle autorizzazioni temporanee di occupazione di suolo pubblico.
L’udienza è stata aggiornata al 26 novembre. Saranno ascoltati gli imputati che presteranno il consenso (in caso contrario saranno acquisiti i verbali degli interrogatori) e una decina di testi della difesa di Amato.

Il vento di Sardegna

Parchi eolici, investimenti e progetti sulle coste dell’isola si incrociano con le inchieste siciliane

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di Chiara Maria Orrù  (www.liberainformazione.org/…)

I sospetti che agitano la società e la politica sarda riguardo gli affari dell’eolico sembrano trovare conferma alla luce degli arresti dei cosiddetti “Signori del vento”. Il parco eolico di Ploaghe è stato posto sotto sequestro giudiziario, proprietà anch’esso della Ivpc, di cui era appunto amministratore Oreste Vigorito.
L’Ivpc sbarca in Sardegna nel 2001, con la realizzazione dell’impianto eolico di Bortigiadas che si estende lungo la montagna che da Tempio degrada verso la costa sino ai territori di Trinità d’Agultu e Viddalba. I suoi affari si sono poi estesi con la realizzazione del parco di Ploaghe, oggi sotto sequestro.
Le preoccupazioni che hanno portato ad una serie di proteste, manifestazioni ed interrogazioni parlamentari sono legate alla realizzazione di parchi eolici off-shore lungo le coste sarde. Si tratterebbe di una vera e propria corsa ad accaparrarsi fette di costa. Al centro della cronaca soprattutto il progetto di Is Arenas, che ha provocato delle vere e proprie sollevazioni popolari.
Tutte le amministrazioni comunali e quella provinciale dell’Oristanese, sostenute da centinaia di semplici cittadini, si sono opposte al progetto portato avanti da due società della Penisola per realizzare un parco eolico marino nel tratto di costa tra Cuglieri e San Vero Milis. I timori che l’impatto ambientale fosse insostenibile per il territorio ma soprattutto per l’economia turistica si sono accompagnate ai dubbi avanzati da alcuni parlamentari sardi circa la regolarità delle società che hanno presentato i progetti. In particolare l’ex presidente della regione Mauro Pili e il collega Bruno Murgia, hanno interessato del problema il Vicepresidente della Commissione bicamerale Antimafia, Fabio Granata.
Secondo i tre parlamentari esistono delle forti analogie tra quanto sta accadendo in Sicilia e ciò che si progetta di fare in Sardegna. Le società promotrici dei progetti hanno tutte sede in paradisi fiscali che vanno dal Lussemburgo a Montecarlo, il solito sistema delle scatole cinesi impedisce la reale identificazione di chi sta alla base di questi finanziamenti. In particolare Pili fa riferimento ad una serie di articoli apparsi su Repubblica e il Corriere della Sera nel giugno 2006 riguardanti il presunto tesoro di Vito Ciancimino.
Pili, citando l’ articolo di Repubblica “Ciancimino jr inguaia due soci” del giugno 2006, sostiene : «Nell’estate 2004, Ciancimino (figlio dell’ex sindaco di Palermo, condannato per mafia) investì un milione e 900 mila euro sulla Kaitech Spa, con sede a Milano, attraverso un finanziamento alla società lussemburghese Camtech, controllata dalla famiglia dell’ex sindaco di Palermo Stefano Camilleri».
Sempre secondo tale articolo Ciancimino stava anche dietro la Kaitech, che secondo l’interrogazione parlamentare presentata da Pili, Murgia e Granata, si ricollegherebbe attraverso un intricato sistema di scatole cinesi alla IARE (Is Arenas Renewable Energies), promotrice della realizzazione del parco eolico a Is Arenas. In base alla ricostruzione di Pili il legale rappresentate della IARE risulta essere Stefano Rizzi, che secondo il registro delle imprese di Bergamo, risulterebbe titolare di quote nominali per 490 mila euro della Xeliox.
La Xeliox è a sua volta proprietà per metà della Tolo Energia Srl, posseduta al 100% dalla Krenergy, che a sua volta è per il 69% proprietà della Euroinvest, società a partecipazione del 25% della Kaitech Spa.
Davanti alla presentazione di progetti di parchi eolici sul mare sardo per oltre 700 megawatt, appare preoccupante la possibilità che l’energia pulita sia in realtà la nuova frontiera degli investimenti mafiosi.
Oltre ad Is Arenas sono stati, infatti, presentati progetti per parchi eolici nel Golfo degli Angeli (tra Sarroch e Pula), nel Golfo di Palmas (Sant’Antioco), sempre nel Sulcis a San Giovanni Suergiu, e infine a largo di Arbus. I dubbi avanzati da Pili, Murgia e Granata sono stati presentati in Commissione Trasporti ed è stato chiesto l’intervento di Pisanu, Presidente della Commissione Antimafia e del ministro per lo Sviluppo Economico, Scajola.
Intanto l’assessore regionale dell’Ambiente Giorgio Oppi ha formalizzato la decisione, già ribadita dal Presidente della Regione Ugo Cappellacci, contro la realizzazione di parchi eolici off-shore sulle coste, in particolare in riferimento al parco che doveva nascere ad Is Arenas.

Rifiuti, il sistema Cosentino

Dall’ordinanza di custodia cautelare il racconto degli interessi criminali ed economici dietro il ciclo dei rifiuti in Campania

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Cosentino

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Cosentino

Nicola Cosentino

di Redazione (www.liberainformazione.org/…)

Il Duemila riempie la Campania di spazzatura e di soldi, se  ne spendono a profusione, eppure nel 2008 nella sua relazione al Parlamento Bertolaso denuncia un buco di un miliardo e duecento milioni nelle casse di quello che era stato il commissariato di governo. Per otto anni la politica discute su come risolvere quella che diventa sempre più un’emergenza infinita. Le cronache di quei giorni raccontano un giro vorticoso di ordinanze e di stanziamenti, di proteste e di nuovi accordi. La battaglia delle ecoballe, il dibattito infinito sui siti da scegliere, riempiono le pagine dei giornali. Ma la guerra vera si sta combattendo altrove. Gli accordi decisivi non hanno nemmeno bisogno di una firma. Ora, dopo una via crucis lunga nove anni, l’ordinanza del Gip Raffaele Piccirillo racconta un fuori-scena da brivido. La voce narrante è quella del manager dei rifiuti, Gaetano Vassallo. I protagonisti sono i boss, i politici e i funzionari (corrotti) dello Stato. La procura di Napoli chiede l’arresto del sottosegretario all’economia, Nicola Cosentino, ma i leader e gli amministratori coinvolti sono molti di più. Per capire che cosa sia successo bisogna fare un passo indietro e tornare al 2000 quando l’allora commissario per l’emerg enza rifiuti, Antonio Bassolino, affida il ciclo di smaltimento della spazzatura a un consorzio di ditte formato da cinque imprese associate alla Impregilo (Impregilo International, Fibe, Fibe Campania, Fisia Impianti, Gestione Napoli).

Toccherà a loro il compito di realizzare due termovalorizzatori e sette impianti di combustibile da rifiuti, le cosiddette ecoballe. Ma appena terminati i cdr ci si accorge che producono solo spazzatura impacchettata. Intanto l’impregilo ha deciso di realizzare ad Acerra il termovalorizzatore: decisione contestata duramente dalla popolazione locale. Così mentre il piano Impregilo naufraga gli interessi intorno alla ”monnezza” continuano a crescere e gli spazi per l’imprenditoria locale (e per i boss) si allargano. Al gruppo di Romiti toccava provvedere allo smaltimento dei rifiuti (e anche questo capitolo è finito nel mirino dei magistrati con un’inchiesta dei Pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo), ai Comuni spettava la raccolta e il trasporto della spazzatura. Si formano i cosiddetti consorzi di bacino che assumono gli ex lsu, i dipendenti delle ditte che gestivano le discariche, e poi amici, parenti, conoscenti e portaborse di amministratori e politici vari. Si arriva a più di dodicimila persone. E poi ci sono gli accordi con le ditte esterne, molte vicine ai boss. Tanto che molte amministrazioni (da Crispano  a Casoria, da Pozzuoli a Castel Volturno) vengono scolte anche a causa di questi appalti giudicati disinvolti dalle  prefetture di Napoli e Caserta.
Come se non bastasse questo spreco infinito nel 2002 due consorzi di Napoli (il primo e il terzo) e uno di Caserta (il quarto) decidono di formare un super consorzio che chiamano Impregeco. Al vertice sistemano Giuseppe Valente (in quota Fi) che è anche presidente di Ce 4; il vice presidente è Michele Caiazzo e l’amministratore Giacomo Gerlini (entrambi in quota Ds). Che cosa siano Impregeco e il Ce 4 lo hanno poi spiegato ai magistrati il pentito Gaetano Vassallo e lo stesso Valente provocando quella valanga giudiziaria che rischia di travolgere il sottosegretario Nicola Cosentino. Ce 4, in verità, era già stata al centro di inchieste giudiziarie e di delitti. Il consorzio, infatti, era diventato la camera di compensazione tra gli interessi dei politici e quelli dei casalesi: è questa l’ipotesi dei magistrati che hanno indagato (tra gli altri anche Raffaele Cantone). I fratelli Michele e Sergio Orsi, secondo gli inquirenti, rappresentavano gli interessi di Francesco Bidognetti prima e di Francesco Schiavone poi. Con la loro Flora Ambiente attraverso una gara truccata “fecero fuori” la Ecocampania di Nicola Ferraro (altra impresa che secondo i magistrati era legata ai casalesi) e formarono una società mista con il Ce 4: la Eco 4 che riuscì a monopolizzare la raccolta e lo smistamento dei rifiuti in diciotto comuni.  Secondo Vassallo dietro la Eco 4 c’era l’onorevole Cosentino: «La società Eco4 era controllata dall’onorevole Cosentino e anche l’onorevole Mario Landolfi vi aveva svariati interessi. Presenziai personalmente alla consegna di cinquantamila euro in contanti da parte di Sergio Orsi a Cosentino, incontro avvenuto in casa di quest’ultimo a Casal di Principe. «Ricordo che l’onorevole ebbe la somma in una busta gialla e Sergio mi informò del suo contenuto», racconta.  E poi: «Cosentino si espresse, con riferimento proprio alla ECO4, dicendo “quella società song’ io”».
Ma i progetti del sottosegretario, è sempre l’ipotesi dei Pm che hanno indagato, erano più vasti. Sostiene Valente in un’interrogatorio riportato nell’ordinanza: «Nicola Cosentino voleva che “tutto quel che si faceva doveva passare attraverso di lui”». E lo strumento per riportare tutto l’affaire rifiuti nelle mani dei politici e degli imprenditori locali (e soprattutto dei boss) sarebbero state proprio Eco 4 e Impregeco. L’idea era quella di concentrare nei consorzi non solo la movimentazione, ma anche la stabilizzazione e la trito vagliatura dei rifiuti realizzando perfino un termovalorizzatore a Santa Maria La Fossa alternativo a quello della Fibe. Il tutto in accordo con il commissariato all’emergenza rifiuti e soprattutto con il sub commissario Giulio Facchi. Un piano ambizioso che richiedeva un accordo trasversale. E infatti spiega Valente: «Nessuno si interessò al fatto che il nuovo ente era di natura politica trasversale, trattandosi peraltro di fatto indifferente, nella norma, per i politici».

Un piano che si scontra con le indagini della magistratura che nel 2007 investono Flora Ambiente. I fratelli Orsi vengono arrestati, cominciano a raccontare. Ma non sono pentiti, non hanno protezione. Il primo giugno Michele viene ucciso davanti al Roxy bar. E già dal primo aprile Gaetano Vassallo si è messo sotto la protezione dello Stato.

 DOCUMENTI:

Ordinanza arresto Nicola Cosentino

Processo "palazzine Fontana", acquisiti tutti i documenti della Procura

Su accordo delle parti si è proceduto alla rinuncia all’esame in aula dei numerosi testimoni. Acquisiti, assieme agli atti, la relazione dei Carabinieri, alcuni esposti e articoli di stampa. 

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di La Redazione – (www.molfettalive.it/…)

Prosegue nel Tribunale Penale di Molfetta il processo a carico di Giuseppe Calò e Leonardo De Gennaro, rispettivamente responsabile e direttore dei lavori della ditta Italco, imputati del reato di crollo delle palazzine del Prolungamento di Via Aldo Fontana.
Per la Procura della Repubblica di Trani gli imputati, in concorso fra loro, avrebbero causato imponenti dissesti statici degli edifici sino a provocarne il crollo in itinere, a causa della profonda ossidazione dei ferri strutturali ed altri fenomeni di compromissione statica delle costruzioni, per l’uso di materiale non idoneo e senza procedere al collaudo dei materiali stessi.

Nell’udienza di ieri sono comparsi davanti al giudice dott. Lorenzo Gadaleta alcuni testimoni del titolare dell’inchiesta, il Pubblico Ministero dott. Antonio Savasta, sostituito nel dibattimento da un Pm onorario.
Tra questi, anche gli agenti di Polizia Municipale addetti al settore edilizio, i militari che all’epoca dei fatti svolsero le indagini di Polizia Giudiziaria, fra i quali il Ten. Col. dei Carabinieri Paolo Vincenzoni, all’epoca dei fatti comandante della Compagnia dei Carabinieri di Molfetta e alcuni politici (Matteo d’Ingeo e Mauro De Robertis). Su accordo delle parti (avv. Annamaria Caputi difensore di De Gennaro, Marcello Magarelli per le parti civili) si è proceduto alla rinuncia all’esame in aula dei numerosi testimoni dell’Accusa e all’acquisizione dei documenti e degli atti delle investigazioni preliminari svolte dal pubblico ministero, con notevole accorciamento dei tempi del processo.
«Sono stato io – ha commentato l’avv. Bepi Maralfa, difensore dell’imputato Giuseppe Calò – a chiedere con una nota scritta che si rinunziasse ai testimoni per accorciare i tempi del processo, perché il Calò non ha alcun interesse alla prescrizione del reato ma al raggiungimento della verità storica e processuale per dimostrare la propria innocenza rispetto al gravissimo reato che gli viene contestato».

In particolare, è stata acquisita la relazione riepilogativa a firma dell’allora Capitano Vincenzoni, nella quale è scritto – secondo quanto riferito dalle fonti informative – che il calcestruzzo utilizzato nella costruzione delle palazzine non era stato fornito da centrali di betonaggio autorizzate, ma prodotto in cantiere. Dalle indagini, in particolare secondo quanto emerso dal geologo dott. Michele Mezzina, è emerso tuttavia che il sito dove le palazzine furono realizzate era già stato in precedenza, nel 1991, oggetto di altro studio da parte del geologo il quale aveva già valutato la particolare geologia della zona.
Le prove geologiche avevano anche evidenziato come alcune di quelle palazzine erano state edificate su siti su cui era rilevata la presenza di formazione alluvionale. Sono stati acquisiti, inoltre, gli esposti di Matteo d’Ingeo, Mauro De Robertis e Salvatore De Musso (residente in uno degli stabili abbattuti) e alcuni articoli della stampa dell’epoca dei fatti (2004). La prossima udienza è stata fissata per il 22 dicembre, data in cui saranno chiamati a deporre componenti della Pubblica Amministrazione di quegli anni, fra i quali Guglielmo Minervini, Maria Sasso e Francesco Cives. Il 9 febbraio sarà la volta dei tecnici.

NATO: colpito e affondato. La tragedia insabbiata del Francesco Padre

(Un libro di Gianni Lannes in libreria dal 9 novembre 2009).
Prefazione di Andrea Purgatori

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/11/copertina_libro.jpgC’è un filo rosso e oscuro che attraversa la storia di questo Paese, un filo al quale restano appesi come fantasmi i misteri che avvelenano la memoria e impediscono di definirci una democrazia matura, ragionevole, compiuta. Dalla morte di Salvatore Giuliano alla rendition di Abu Omar, passando attraverso la stagione dei golpe, delle stragi, del sequestro Moro, di Ustica, della P2, del braccio di ferro (o della trattativa segreta) con Cosa Nostra, dal dopoguerra a oggi non c’è decennio che non si sia consumato tra veleni e sospetti, e non c’è affare sporco che non abbia prodotto conseguenze nefaste nella vita politica e sociale.
Questo è il Paese della giustizia negata, delle verità inafferrabili, dei segreti di Stato. Il Paese nel quale la partita globale della Guerra Fredda è costata un tributo pesante di vittime innocenti. Un Paese dalla sovranità molto limitata.
La tragedia insabbiata del Francesco Padre è un paradigma, uno dei tanti, nei quali ci si imbatte sfogliando la cronaca, anzi la storia ormai, dell’Italia più recente. Una storia di semplici marinai e di malintesa ragion di Stato (di tanti stati, talvolta). Di segreti apposti dall’alto o semplicemente applicati in base alla consegna militare del silenzio, che ha quasi sempre impedito di penetrare il coverup applicato a molti pasticci che avrebbero potuto mettere in discussione la sudditanza delle nostre forze armate (e dei nostri governi) rispetto a strutture sovranazionali come l’Alleanza Atlantica.
Non è un caso che gli snodi impossibili dell’indagine sulla fine del “Francesco Padre” ricordino in modo impressionante la tecnica del muro di gomma che da trent’anni impedisce di svelare il retroscena della strage di Ustica. E di accertare le responsabilità dirette o indirette di alcuni nostri alleati o partner commerciali nello scenario di guerra di quella notte. Anche la notte del 4 novembre 1994, non era una notte qualsiasi.

Come il DC-9 Itavia con 81 italiani a bordo nel cielo di Ustica, anche il peschereccio di Molfetta col suo equipaggio non navigava in un mare deserto. A dare l’allarme per l’esplosione che lo fece colare a picco davanti al Montenegro fu un velivolo nordamericano. A raggiungere per prima la zona dell’affondamento fu una fregata spagnola. A poche decine di miglia in linea d’aria da quel punto, la Jugoslavia in rapido disfacimento era sottoposta ad embargo da parte della Nato e tutte le vie di comunicazione, per terra, cielo e mare, erano sotto lo stretto controllo militare dell’Alleanza.
Eppure, nessuna unità italiana o straniera, nonostante le orecchie elettroniche fossero pienamente attivate e perfettamente funzionanti, fu in grado di spiegare cosa potesse essere successo. Di più. Contro ogni logica e contro ogni evidenza, l’inchiesta si concluse affibbiando a quei cinque pescatori l’onere della loro stessa morte perché, ipotizzarono i magistrati, trasportavano esplosivo. Da dove, come, per chi, nessuno lo spiegò alle famiglie.

E i pochi resti dell’imbarcazione recuperati in mare furono distrutti. Esattamente come l’Aeronautica militare italiana chiese (ma non ottenne) di affondare i rottami del Mig 23 libico precipitato sulla Sila e quasi certamente coinvolto nella strage di Ustica, che il Governo aveva dichiarato in Parlamento di aver già restituito a Gheddafi. Costanti e bugie. Come le carte manipolate o mai consegnate, sempre in nome di quella oscura ragione militare sovranazionale che pur se non dichiarata si sovrappone alla ragion di Stato e insabbia tutto. Cosa sono le vite di cinque pescatori di Molfetta di fronte al bene supremo dell’Alleanza Atlantica da preservare ad ogni costo? Scheletri in fondo al mare. E che lì rimangano per sempre.

La truffa consumata a Villa Giustina

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/11/villagiustina.jpg

da Redazione (www.ilfatto.net/…

Molfetta- Bastava sostituire qualche codice qua e là ed il gioco era fatto. I rimborsi dovuti dal servizio sanitario lievitavano a più non posso così come i guadagni illeciti di chi aveva organizzato la truffa. Almeno nel 2006, funzionava così secondo quanto accertato dagli inquirenti, nella casa di cura "Villa Giustina" di Molfetta.
Emergono nuovi particolari sull’indagine condotta dal pubblico ministero della Procura di Trani, Antonio Savasta e dagli uomini della Guardia di Finanza che ha portato alla emissione di cinque informazioni di garanzia a carico di altrettante persone tra cui tre medici.
I finanzieri hanno verificato che all’interno della struttura sanitaria convenzionata, capitava spesso che venissero abbinate alle prestazioni mediche dei pazienti codici per interventi più remunerativi. Un "gioco" che ha fruttato alla casa di cura oltre 1milione e 200mila euro. Molto di più dei circa 450mila euro che effettivamente avrebbero dovuto essere erogati dalla Regione.
In cinque indagati sono Antonia Zannella, amministratrice della casa di cura, suo marito Pasquale Leonardo Risolo, dipendente della struttura e i medici Sergio Petronelli, primario del reparto di radiologia del "Miulli" di Acquaviva, Luigi Giovanni Lupo, in servizio nel Policlinico di Bari e il capitano medico dei carabinieri Nicola Pansini. Tutti rispondono, a vario titolo, di truffa, falso, abuso d’ufficio e appropriazione indebita.

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