Archivi categoria: finanziamenti pubblici

Il re dei fiori, Corrado Ciccolella, si difende attraverso una nota del suo ufficio stampa


fb6234882420f2347419e28222094215_mediumCOMUNICATO STAMPA

 

L’autorità giudiziaria di Crotone ha notificato un’ordinanza di misura cautelare ai domiciliari nei confronti di Corrado Ciccolella, amministratore unico di Ali.Bio S.A. a r.l. (società fuori del perimetro di quotazione della Ciccolella). La società Ali.Bio è sorpresa per questa misura restrittiva adottata della Magistratura conseguente la vicenda Consorzio Eurosviluppo per la mancata realizzazione del contratto di programma della filiera energetica nel Comune di Scandale (Crotone).
La vicenda riguarda fatti accaduti alcuni anni fae che la società credeva definitivamente chiarita, avendo collaborato pienamente con l’autorità giudiziaria e avendo restituito da tempo, con relativi interessi e rivalutazioni, alla Regione Calabria e al Ministero dello Sviluppo Economico, le somme del contratto di programma anticipate per l’investimento in provincia di Crotone, oggetto dell’attuale controversia.
In pratica, oggi la società è addirittura creditrice nei confronti del Ministero. Quest’ultimo, infatti, per un errore di calcolo commesso nei suoi rapporti con Equitalia, aveva chiesto una somma superiore di oltre 2 milioni di euro rispetto al dovuto, dei quali un milione e 600mila euro sono stati restituiti alla società Alibio, mentre dovranno essere rimborsati ancora 400mila euro dal Ministero.
L’impegno della società Ali.Bio in Calabria è venuto meno a causa delle lungaggini autorizzative  e delle condizioni tecniche che hanno reso impossibile l’investimento, per il quale,pertanto, era stata chiesta da tempo la delocalizzazione in Puglia, anche perché la Centrale elettrica realizzata a Scandale non ha la rete di teleriscaldamento, condizione indispensabile per realizzare le serre per la produzione di fiori, oggetto dell’investimento.
Ecco perché la società è tranquilla e fiduciosa nella Magistratura ed è sicura che l’equivoco verrà presto chiarito, scagionando completamente dalle accuse che gli vengono mosse l’amministratore della società, anche perché, dalla lettura degli atti notificati, la posizione di Corrado Ciccolella nell’intera vicenda Eurosviluppo appare assolutamente di secondo piano. A riprova di ciò, il Gip, preso atto della restituzione, già fatta a suo tempo, delle somme al Ministero, nella sua ordinanza ha escluso sia il sequestro patrimoniale, sia l’imputazione di associazione per delinquere, adottate, invece, nei confronti degli altri indagati.

Dott. Felice de Sanctis
External & Media Relations Manager
"CICCOLELLA S.p.a."

559a52493549b886aeb2dc7260b8c626_medium

ALI.BIO. SOCIETA' AGRICOLA S.P.A.

Verbale assemblea ordinaria Pagina 1

Registro delle Imprese di Crotone 02554320792

C.C.I.A.A. di KR Rea 162038

ALI.BIO. SOCIETA' AGRICOLA S.P.A.

Sede in Via C. Amatruda, 13/B – 88900 CROTONE (KR) Capitale sociale Euro 9.817.500,00 i.v.


                                                     Verbale assemblea ordinaria
 

L'anno duemilasei, il giorno ventitre, del mese di maggio, alle ore 16.30, in Molfetta (Ba) alla Via Patrioti Molfettesi n. 8, si è tenuta l'assemblea generale ordinaria in seconda convocazione della società ALI.BIO. SOCIETA' AGRICOLA S.P.A. per discutere e deliberare sul seguente ordine del giorno:
 

– deliberazione ex art.2364 C.C. – approvazione bilancio esercizio 2005;

– approvazione della relazione del Collegio Sindacale del Bilancio chiuso al 31.12.2005;

– varie ed eventuali.
 

Nel luogo e all'ora indicata risulta presente il signor Ciccolella Corrado, nella sua qualità di Amministratore unico, il quale, constata e dà atto che, pur fuori della sede sociale, l'assemblea è regolarmente costituita e può quindi, validamente deliberare essendo presente, oltre l'organo amministrativo, in persona di esso costituito, l'intero capitale sociale rappresentato dal medesimo Ciccolella Corrado in rappresentanza della società "CICCOLELLA HOLDING S.P.A.", nonché l’intero Collegio Sindacale.
 

Assume la Presidenza della riunione l’Amministratore Unico, Sig. Ciccolella Corrado, il quale, constatato che l’assemblea è regolarmente costituita e può quindi validamente deliberare, chiama a fungere da segretario il Sig. Ciccolella Antonio.

Il Presidente legge il bilancio d'esercizio al 31.12.2005, composto da Stato Patrimoniale, Conto Economico e Nota Integrativa, e fornisce tutti i chiarimenti richiesti dall'assemblea proponendo di riportare a nuovo la perdita di esercizio.

Per quanto riguarda il secondo punto all’ordine del giorno, prende la parola il presidente del Collegio Sindacale, il quale legge la relazione dell’organo di controllo riferita al bilancio al 31.12.2005.

Dopo breve discussione, l'assemblea delibera all'unanimità di approvare il bilancio d'esercizio al 31.12.2005, così come predisposto dall'organo amministrativo, e di approvare la relativa relazione del collegio sindacale e di riportare a nuovo la perdita d’esercizio.

Non essendovi null'altro su cui deliberare, e nessun altro chiesto la parola, la seduta è tolta alle ore 17.00, previa redazione, lettura ed unanime approvazione del presente verbale.

 

Il Segretario                                    Il Presidente

Ciccolella Antonio                     Ciccolella Corrado

Immagine 1
Leggi:

Truffa sull'energia, arrestati sei imprenditori. Corrado Ciccolella ai domiciliari

 

 

Rose, spine e scatole cinesi. L’associazione per delinquere dell’energia pulita

 

 

Annunci

Mafia, infiltrazioni sul fotovoltaico e truffe: 20 indagini della Gdf

 

campo-fotovoltaico

www.liberainformazione.org

Infiltrazioni mafiose nell'acquisto dei terreni per futuri impianti. Truffe dietro le autorizzazioni, rivendute con plusvalenze milionarie. E' lo spaccato che emerge da un'inchiesta di Storiacce di Raffaella Calandra – in onda su Radio 24 ogni sabato alle 13.15. In Sicilia, Cosa Nostra sta comprando ampi suoli, per l'istallazione di pannelli solari: indagano piu' procure e un monitoraggio e' in corso anche da parte della Procura Nazionale Antimafia.

''La mafia punta alla gestione diretta dei terreni per l'istallazione dei pannelli fotovoltaici, come avvenuto durante il sacco di Palermo'', avverte Maurizio De Lucia, sostituto procuratore della Procura Nazionale Antimafia, secondo cui ''le inchieste sull'eolico hanno fatto spostare i clan verso il fotovoltaico, richiamate anche dagli incentivi statali. Sono favorite le organizzazioni con piu' addentellati nella macchina pubblica''. ''Trapani, ma anche Agrigento e Enna'' le province su cui Beppe Lumia, Pd, in Commissione Antimafia ha segnalato maggiori rischi, anche se ''sul fotovoltaico- ha detto a Radio 24- la situazione non e' ancora compromessa come sull'eolico''.

Nel Siracusano, la Guardia di Finanza ha gia' sequestrato un centinaio di pannelli di tre impianti ammessi a finanziamenti pubblici, per 10 milioni di euro, ma mai entrati in funzione. Una ventina le indagini sul fotovoltaico, ancora aperte solo dalle Fiamme Gialle nel centro Sud, per una presunta truffa complessiva allo Stato di circa 50 milioni di euro. ''Oltre a truffe, evasioni e false fatture, abbiamo scoperto anche irregolarita' sulla proprieta' dei terreni e l'effettiva destinazione'', riferisce a Radio 24 il colonnello Fabrizio Martinelli, del Comando Generale della Guardia di Finanza.

In Puglia, c'e' stato un boom delle energie rinnovabili e delle inchieste, sia su eolico che fotovoltaico. Una decina tuttora aperte solo nel Salento. ''Stiamo valutando sia il rischio di infiltrazioni malavitose che il danno ambientale'', dice a Radio 24 il procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta, secondo cui ''ampie zone della provincia sono coperte da pannelli, messi senza criteri. Manca un'effettiva regolamentazione e senza regole puo' accadere di tutto, ne abbiamo parlato anche con gli amministratori regionali'', riferisce. ''Cosi' non si puo' piu' andare avanti, rischiamo di trovarci tra 20 anni con colline piene di pannelli non piu' utilizzati, che hanno prodotto solo danno ambientale''.

Porto, d’Ingeo: «Il comune sapeva delle bombe, ecco le prove»

Per il coordinatore del Liberatorio Politico, il Palazzo di Città era al corrente della presenza dei residuati bellici ma è andato avanti lo stesso con la gara d'appalto

http://www.molfettalive.it/imgnews/Molfetta%201(2)(6).jpg

di La RedazioneMolfettalive.it

Matteo d’Ingeo interroga Antonio Azzollini sui rallentamenti dei lavori del nuovo porto, con una tesi che non mancherà di suscitare clamore: per il coordinatore del Liberatorio Politico, il Comune di Molfetta era al corrente della presenza dei residuati bellici, ma è andato avanti lo stesso.

Lo aveva già sostenuto cinque mesi fa e lo ripete oggi, commentando alcune dichiarazioni rese da Azzollini al mensile l’altra Molfetta.

«Perché allora si scelse di inaugurare e avviare i lavori prima di bonificare le acque? Fu un escamotage in vista delle elezioni?», ha chiesto il giornale. «Ne dubito – ha risposto Azzollini -. Il problema è che se non c’è un’opera in corso non danno credito alla richiesta di un’amministrazione comunale di effettuare una bonifica. In caso di lavori di bonifica a vuoto chi paga? Solo con il ritrovamento effettivo degli ordigni a lavori iniziati abbiamo potuto convincere lo Stato Maggiore della Difesa (unico ente autorizzato per l’esecuzione di questo tipo di lavori) ad effettuare la bonifica».

«Azzollini non ha il tempo di leggere le carte o fa finta di non conoscerle», replica d’Ingeo, che elenca una lunga serie di date e documenti.

Si parte dal 28 dicembre 2001, L’articolo art.52, comma 59, della Legge Finanziaria finanzia un piano di risanamento ambientale delle aree portuali del Basso Adriatico. Il 10 marzo 2006 i ministeri dell’Economia e dell'Ambiente individuano chiaramente la regione del "Basso Adriatico" come l'area marittima compresa tra il faro di Vieste e Capo d'Otranto. Tale Piano prevede la bonifica dei fondali dagli ordigni individuati nelle aree ricomprese nella fase I (Porto Vecchio di Manfredonia, Porto di Molfetta, Porto nuovo di Bari, area costiera di Torre Gavetone ed isolotto di Sant'Emiliano).

«Tra questi interventi avevano priorità assoluta il porto di Molfetta e l’area antistante Torre Gavetone, non perché – riporta il Liberatorio – era in atto il progetto per la costruzione del nuovo porto, come afferma il sindaco, ma perché in seguito a numerose interpellanze parlamentari trasversali agli schieramenti politici, e nessuna del Senatore Azzollini, era stato chiesto l’intervento di bonifica a causa del potenziale pericolo che le bombe chimiche e convenzionali potevano rappresentare per i cittadini, i lavoratori del mare e per l’ambiente.

E’ strano che il senatore Azzollini non sia a conoscenza dei fatti pur facendo parte della commissione bilancio, ed essendo lui presidente della stessa, dal lontano 26 giugno 2001».

«Caro sindacosenatorepresidente Azzollini, lo sminamento del porto di Molfetta era stato già programmato e finanziato ancor prima che cominciassero i lavori del suo ampliamento e prima ancora, e questo è ancor più grave, che cominciasse l’iter per procedere al bando di gara e del relativo capitolato d’appalto dei lavori stessi», dichiara d’Ingeo.

E continua nella sua raccolta di dati a supporto delle sue accuse. Già nel 1 luglio 2004 la giunta comunale nomina l’ing. Enzo Balducci responsabile del procedimento amministrativo. Nella delibera si approva il capitolato d’appalto per l’aggiudicazione del servizio di ricognizione e bonifica dei fondali marini con la seguente motivazione: «Ritenuto che tale operazione di indagine e bonifica del fondale marino dell’area portuale, così come individuata negli elaborati di progetto, è indispensabile per poter dragare i fondali in tutta sicurezza, evitando spiacevoli inconvenienti dovuti alla presenza di ordigni bellici inesplosi presenti sul fondale».

L’approvazione del progetto esecutivo del servizio di monitoraggio e bonifica viene sancita il 25 novembre 2004; mentre il 28 dicembre dello stesso anno fu indetta l’asta pubblica per l’appalto, affidato il 25 gennaio 2005 all’associazione temporanea di imprese Lucatelli srl e Imdc di Trieste.

Anche la capitaneria di porto fornisce il suo contributo all’identificazione delle aree ricche a rischio per la presenza di residuati bellici. E' il comandante della capitaneria di porto in carica, Massimo Gasperini – continua la ricostruzione – a comunicare alla procura di Trani il 6 maggio 2005 la presenza, «non solo di una bomba al fosforo di 100 libbre a 30 metri dalla diga “Achille Salvucci”, ma di numerosi proiettili di medio e grosso calibro unitamente a varie cassette di munizioni per le quali la Prefettura di Bari doveva provvedere alla bonifica».

Circa sette mesi più tardi, il 2 gennaio 2006, l’Ati Lucatelli chiede la sospensione del servizio «essendo impossibilitata a proseguire avendo individuato una nuova zona particolarmente intasata, detta “zona rossa”, georeferenziata di superficie mq.118.000 circa», ricca di ordigni esplosivi e richiede l’intervento del nucleo dei palombari della Marina Militare, lo Sdai.

Più di un anno dopo, siamo giunti al 2 marzo 2007, l’Ati Lucatelli «propone di chiudere l’appalto per l’impossibilità a procedere, senza richiedere maggiori oneri, ma, contabilizzando il servizio svolto sino al momento del rinvenimento della “zona rossa”» a causa della mancata rimozione e brillamento degli ordigni rinvenuti per carenza di fondi.

Intanto, l’iter burocratico per la definizione dell’appalto è andato avanti: dopo aver approvato il progetto definitivo il 25 giugno 2006 e il bando di gara, il 17 ottobre dello stesso anno viene varato il disciplinare di gara definitivo e indetto l’appalto integrato.

Due provvedimenti – fa notare d’Ingeo – varati nonostante fosse nota la presenza sui fondali del porto delle bombe.

«La fretta è già costata alle casse pubbliche circa 8 milioni di euro, come risarcimento all’impresa che, pur avendo vinto una gara d’appalto, non può procedere ai lavori. Questa è la nostra verità – conclude – sui lavori del nuovo porto di Molfetta e passando la parola al sindaco per smentirci, vogliamo solo ricordargli che un buon amministratore non avrebbe dovuto far partire un bando per l’appalto dei lavori del nuovo porto pur essendo consapevole del rischio di trovare i fondali pieni di bombe».

Rose, spine e scatole cinesi. L’associazione per delinquere dell’energia pulita

Immagine 2

Mentre la stampa locale, distratta dalle veline dell’ufficio stampa dell’azienda Ciccolella, ci informava che Vincenzo Ciccolella era onorato e soddisfatto di aver ospitato nelle sue serre rappresentanti cinesi che hanno dichiarato di aver avuto conferma di una realtà imprenditoriale d’eccellenza e in grande crescita, abbiamo appreso da varie fonti giornalistiche, “il Crotonese, La Gazzetta di Modena, La Gazzetta del Sud/On-Line, notizie molto allarmanti che riguardano alcune società collegate all’azienda “CICCOLELLA”.

Sembrerebbe che il sostituto procuratore della Repubblica di Crotone Pierpaolo Bruni abbia esteso la sua complessa inchiesta che ruota intorno alla costruzione della centrale per la produzione di energia elettrica a turbogas di Scandale e, soprattutto, sui milioni di euro destinati dallo Stato alla ricostruzione dell’apparato produttivo crotonese che invece avrebbero preso tutt’altra strada.

Oltre a iscrivere sul registro degli indagati nuovi nomi ipotizzando il reato di bancarotta fraudolenta, la Procura della Repubblica ha chiesto anche il fallimento di alcune società attraverso le quali sarebbero stati distratti i fondi pubblici. Si tratta della “Eurosviluppo Industriale”, la Spa di cui è amministratore l’imprenditore Aldo Bonaldi che, grazie ai 72 milioni di euro stanziati con un apposito contratto di programma, avrebbe dovuto realizzare la reindustrializzazione dell’area crotonese, e la “Alibio”, società del gruppo imprenditoriale pugliese Ciccolella che faceva parte del Consorzio Eurosviluppo, appositamente costituito per creare nuove iniziative industriali collegate alla centrale di Scandale.
La “Alibio”, in particolare, avrebbe dovuto realizzare delle serre utilizzando il vapore della centrale, ma l’impianto venne stranamente delocalizzato a Simeri Crichi e successivamente in Puglia. Proprio per acquisire documentazione utile a corroborare la loro tesi investigativa, nei giorni scorsi i militari del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Crotone sono giunti a Molfetta dove hanno perquisito gli uffici dell’imprenditore 54enne Corrado Ciccolella e quelli della società “G.C. Impianti” che fa capo allo stesso Ciccolella.

All’imprenditore di Molfetta il pm Bruni contesta l’accusa di bancarotta fraudolenta perché, dopo aver intascato la prima tranche del contratto di programma per oltre sette milioni di euro attraverso la “Alibio”, avrebbe provocato con una serie di operazioni quanto meno sospette uno stato di forte insolvenza della stessa società, senza peraltro realizzare le opere previste dal finanziamento pubblico; tanto è vero che lo stesso ministero dello Sviluppo industriale ha revocato il finanziamento e ne pretende la restituzione. Solo che quei soldi – secondo quanto accertato dagli inquirenti – nelle casse della “Alibio” non ci sono più; finiti, a quanto pare, nei conti della “G.C. Impianti” dello stesso Ciccolella e della “Eurosviluppo Industriale” di Bonaldi. La Procura della Repubblica, pertanto, il 15 luglio scorso ha chiesto il fallimento della società “Alibio”.

L’identico meccanismo – sostengono ancora gli inquirenti – sarebbe stato messo in atto da Aldo Bonaldi per ‘svuotare’ la società “Eurosviluppo Industriale”, che, al pari della Alibio, si è vista revocare il finanziamento ottenuto in precedenza dal ministero dello Sviluppo economico. Anche per “Eurosviluppo Industriale” la Procura, nel maggio scorso, ha chiesto il fallimento a causa della grave situazione debitoria in cui la società si è venuta a trovare. Uno stato di insolvenza provocato – secondo gli inquirenti – da Aldo Bonaldi 51 anni, di Cremona; dai suoi consulenti di fiducia Giuseppe Carchivi, 48 anni di Isola Capo Rizzuto e Roberto Baroni, 57 anni di Pavia; dal modenese Michelangelo Marinelli, 39 anni, esperto in fonti energetiche rinnovabili, ma anche alla guida di un fondo internazionale specializzato in investimenti nel settore delle energie rinnovabili; Roberto Mercuri 39 anni di Lamezia Terme; Annunziato Scordo 64 anni di Bovalino.A tutti, come a Corrado Ciccolella 56 anni, viene contestata la bancarotta fraudolenta. A Bonaldi, Mercuri, Marinelli e Scordo anche il falso e la truffa aggravata; a Bonaldi, Baroni, Mercuri, Marinelli e Scordo la malversazione a danno dello Stato.

Tutti e sette, infine, sono accusati di associazione per delinquere. Per gli inquirenti, infatti, si tratta “di un gruppo di soggetti, costituito da imprenditori di primo piano a livello nazionale ed internazionale, che hanno costituito e gestito società utilizzate in modo precipuo per accaparrarsi contributi pubblici e, in particolare, quelli del contratto di programma di Scandale, non realizzando le relative opere e polverizzando, anche attraverso il trasferimento all’estero, le provvidenze pubbliche indebitamente percepite o trattenute. Ciò ha determinato un’allarmante situazione in capo alle società e, in modo particolare, in capo ed a danno dei creditori, primi tra tutti il ministero dello Sviluppo economico e la Regione Calabria.

L’esistenza di un sodalizio che presenta i connotati di un’associazione per delinquere – sostengono ancora gli inquirenti si dimostra ulteriormente anche sulla scorta di operazioni di trasferimento fondi quali, ad esempio, 2,5 milioni di euro che la società “G.C. Impianti” trasferisce nel periodo maggio/giugno 2007 sui conti della “Sfc S.A.” per finire nella loro interezza ancora sui conti del Bonaldi”.
Dagli atti di indagine, inoltre, è emersa “l’esistenza di un notevole numero di assegni, anche di importo molto elevato, pare anche di centinaia di migliaia di euro, i cui beneficiari sono ad oggi sconosciuti.

DSC3763cp (Powerflor 4:11:07)In questo primo comunicato stampa riferiamo solo una parte delle notizie che ci giungono dalla Calabria e, rimandando i cittadini ai prossimi interventi per gli opportuni aggiornamenti, ribadiamo ancor più le nostre perplessità sulle procedure politico-amministrative con cui è stata autorizzata la costruzione della “Powerflor srl” di Molfetta.

Nuova capitaneria, il 29 settembre prima udienza risarcimento

Il comune è stato citato per presunti ritardi e rallentamenti dei lavori.
Chiesto dall'associazione temporanea di imprese circa un milione di euro.

di Giuseppe Pansini (Molfettalive)

 

Si terrà il prossimo 29 settembre nella quarta sezione del tribunale civile di Bari, l'udienza per la richiesta di risarcimenti danni per i lavori della nuova capitaneria di porto sulla banchiba San Domenico. 

A citare in giudizio il comune, l'associazione temporanea di imprese che a breve dovrebbero consegnare il manufatto.

Circa un milione di euro (per la precisione 995.875,27 euro) la richiesta, motivata dai ritardi e alle sospensioni che il Comune di Molfetta avrebbe imposto con alcune ordinanze. Atti che avavano dato il via a uno scontro tra comune e ministero delle Infrastrutture, chiuso dalla sentenza del Tar del 3 aprile 2009.

L'amministrazione comunale ha nominato due legali per affrontare il giudizio. Sono entrambi molfettesi: gli avvocati Nicola Michele Bufi e Giovanni Minervini. 

Ancora una volta il comune potrebbe essere chiamato a versare un risarcimento. Che si aggiungerebbe a uno, deliberato di recente, pari a 48mila euro. Ma queste della nuova capitaneria sono altre cifre.

Processo "palazzine Fontana", acquisiti tutti i documenti della Procura

Su accordo delle parti si è proceduto alla rinuncia all’esame in aula dei numerosi testimoni. Acquisiti, assieme agli atti, la relazione dei Carabinieri, alcuni esposti e articoli di stampa. 

http://molfettalive.it/imgnews/01(21)(4).jpg

di La Redazione – (www.molfettalive.it/…)

Prosegue nel Tribunale Penale di Molfetta il processo a carico di Giuseppe Calò e Leonardo De Gennaro, rispettivamente responsabile e direttore dei lavori della ditta Italco, imputati del reato di crollo delle palazzine del Prolungamento di Via Aldo Fontana.
Per la Procura della Repubblica di Trani gli imputati, in concorso fra loro, avrebbero causato imponenti dissesti statici degli edifici sino a provocarne il crollo in itinere, a causa della profonda ossidazione dei ferri strutturali ed altri fenomeni di compromissione statica delle costruzioni, per l’uso di materiale non idoneo e senza procedere al collaudo dei materiali stessi.

Nell’udienza di ieri sono comparsi davanti al giudice dott. Lorenzo Gadaleta alcuni testimoni del titolare dell’inchiesta, il Pubblico Ministero dott. Antonio Savasta, sostituito nel dibattimento da un Pm onorario.
Tra questi, anche gli agenti di Polizia Municipale addetti al settore edilizio, i militari che all’epoca dei fatti svolsero le indagini di Polizia Giudiziaria, fra i quali il Ten. Col. dei Carabinieri Paolo Vincenzoni, all’epoca dei fatti comandante della Compagnia dei Carabinieri di Molfetta e alcuni politici (Matteo d’Ingeo e Mauro De Robertis). Su accordo delle parti (avv. Annamaria Caputi difensore di De Gennaro, Marcello Magarelli per le parti civili) si è proceduto alla rinuncia all’esame in aula dei numerosi testimoni dell’Accusa e all’acquisizione dei documenti e degli atti delle investigazioni preliminari svolte dal pubblico ministero, con notevole accorciamento dei tempi del processo.
«Sono stato io – ha commentato l’avv. Bepi Maralfa, difensore dell’imputato Giuseppe Calò – a chiedere con una nota scritta che si rinunziasse ai testimoni per accorciare i tempi del processo, perché il Calò non ha alcun interesse alla prescrizione del reato ma al raggiungimento della verità storica e processuale per dimostrare la propria innocenza rispetto al gravissimo reato che gli viene contestato».

In particolare, è stata acquisita la relazione riepilogativa a firma dell’allora Capitano Vincenzoni, nella quale è scritto – secondo quanto riferito dalle fonti informative – che il calcestruzzo utilizzato nella costruzione delle palazzine non era stato fornito da centrali di betonaggio autorizzate, ma prodotto in cantiere. Dalle indagini, in particolare secondo quanto emerso dal geologo dott. Michele Mezzina, è emerso tuttavia che il sito dove le palazzine furono realizzate era già stato in precedenza, nel 1991, oggetto di altro studio da parte del geologo il quale aveva già valutato la particolare geologia della zona.
Le prove geologiche avevano anche evidenziato come alcune di quelle palazzine erano state edificate su siti su cui era rilevata la presenza di formazione alluvionale. Sono stati acquisiti, inoltre, gli esposti di Matteo d’Ingeo, Mauro De Robertis e Salvatore De Musso (residente in uno degli stabili abbattuti) e alcuni articoli della stampa dell’epoca dei fatti (2004). La prossima udienza è stata fissata per il 22 dicembre, data in cui saranno chiamati a deporre componenti della Pubblica Amministrazione di quegli anni, fra i quali Guglielmo Minervini, Maria Sasso e Francesco Cives. Il 9 febbraio sarà la volta dei tecnici.

In tribunale la vicenda delle palazzine Fontana

«Materiale non idoneo e riduzione dolosa dei copri ferro»: l’accusa del Pm Savasta ai due imputati, Giuseppe Calò e Leonardo De Gennaro

http://www.molfettalive.it/imgnews/02(20)(2).jpg

di Lorenzo Pisani (www.molfettalive.it/…)

Edifici costruiti con tecnologia sperimentale antisismica abbattuti pochi anni dopo la loro realizzazione: il caso delle palazzine in via Prolungamento Aldo Fontana non mancò dieci anni fa di far discutere. 


E ancora oggi, quando manca poco alla consegna dei nuovi stabili, le polemiche non mancano, gli interrogativi restano.

Adesso degli aspetti penali della vicenda si occuperà il Tribunale di Trani: a seguito dell’udienza preliminare dello scorso 15 giugno il Gup Schiralli ha rinviato a giudizio in due: Giuseppe Calò, titolare dell’impresa Ital.Co. e Leonardo De Gennaro, direttore dei lavori e incaricato del rilascio di collaudo finale.

Secondo il Pubblico Ministero dott. Antonio Savasta, i due, in concorso tra loro, avrebbero causato «dissesti statici di notevole entità causati dalla profonda ossidazione dei ferri strutturali delle solette dei balconi e dei solai intermedi e di copertura con corrosione delle strutture metalliche e conseguente disgregazione delle parti». La causa dei danni che spinsero i tecnici a disporre l’abbattimento sarebbe da ricercare secondo la Procura nell’impiego «di materiale inidoneo a creare calcestruzzo di buona qualità, oltre alla riduzione dolosa di spessori copri ferro al di sotto dei valori prescritti dalla legge senza procedere neppure al collaudo dei materiali».

La prima udienza del processo si terrà nella sezione staccata del Tribunale a Molfetta il 22 settembre. Ad oggi solo cinque famiglie sulle cinquanta coinvolte hanno deciso di costituirsi parte civile; saranno rappresentate dall’avv. Marcello Magarelli. L’imputato Calò sarà difeso dall’avv. Bepi Maralfa.

Cinque sono le palazzine protagoniste involontarie di questa storia, costruite anche grazie al contributo destinato dal Ministero dei Lavori Pubblici all’edilizia sperimentale (circa un miliardo e mezzo per l’utilizzo di tecnologia antisismica). Nel 1999 comincia il calvario: in uno degli edifici, il n° 13, cominciano ad avvertirsi le prime crepe e fessurazioni. E cominciano le perizie tecniche, di cui la vicenda è particolarmente ricca.

Duilio Maglio (l’accertamento tecnico preventivo che per primo dà una stima dei danni), l’ing. Di Paola del Politecnico, il collega prof. Mezzina. Tra le ipotesi della corrosione, il possibile utilizzo di acqua salmastra nell’impasto del cemento.

Nel frattempo l’Ital.Co. dichiara fallimento e prende corpo la causa civile. Imputati gli stessi Calò e De Gennaro, la curatela fallimentare e le altre aziende che hanno collaborato alla realizzazione degli edifici.

A dieci anni dai primi segnali di cedimento, dopo lo sgombro e la successiva ricostruzione, le cinquanta famiglie – ospitate nel frattempo in alloggi comunali o privati con contributi comunali – potranno tornare nelle loro abitazioni. Non senza aver versato un’ulteriore somma che è andata a integrare il contributo versato dallo Stato. Contributo sul quale in questi anni in più di un’occasione il coordinatore del Liberatorio Politico Matteo d’Ingeo ha avanzato dubbi: dieci in tutto, compresi anche quegli sugli altri aspetti della storia. Dieci domande che al momento non hanno avuto risposta.


COLLEGAMENTI

• Fatta la legge, trovata la calamità

• A Molfetta tutto finisce a… “tarallucci e vino” con “bolla” Vescovile

Questa volta il Sindaco/Senatore/Presidente non può fare campagna elettorale con il Vescovo che benedice un cantiere fantasma

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/05/200861416430_molfetta.jpg

Due inchieste per il porto di Molfetta

di Massimiliano Scagliarini (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Il progetto per il nuovo porto commerciale di Molfetta prevede la realizzazione di due banchine per lo scarico contemporaneo di 5 navi lunghe fino a 170 metri, con l’obiettivo di arrivare a 750 attracchi/anno. È prevista una bretella stradale per collegare il retroporto con la zona Asi, la statale 16 e la ferrovia, a poche centinaia di metri dall’autostrada. Il cantiere è stato consegnato il 26 marzo 2008, la previsione iniziale era di 3 anni e 10 mesi di lavori. A oggi il ritardo accumulato, secondo l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, è superiore a un anno. Sotto i riflettori di giudici penali e contabili l’obbligo dell’impresa partecipante di possedere una triturarocce: sono 3 nel mondo

MOLFETTA – Tutto nasce per una draga, una enorme macchina che scava le rocce. La draga che allarga il mare potrebbe far affondare in un lago di melma i lavori per il nuovo porto commerciale di Molfetta, la più importante opera pubblica pugliese degli ultimi due anni. «Il mio sogno – diceva due anni fa il sindaco Antonio Azzolliniè che venga a inaugurarlo Berlusconi ». Dovrà aspettare: i lavori, se va bene, finiranno nel 2013, con quasi due anni di ritardo. E nel frattempo il sindaco si è preso due denunce, alla procura della Repubblica e alla Corte dei conti: il maxiappalto da 70 milioni, dice l’Authority sui contratti pubblici, potrebbe prosciugare le casse dell’amministrazione comunale. Una brutta storia.

L’Autorità, nella delibera numero 3 del 15 gennaio scorso di cui la «Gazzetta» è entrata in possesso, traccia un quadro disarmante della situazione. Già un anno prima, il 23 gennaio 2008, il garante aveva dichiarato «l’illegittimità del bando di gara» a proposito della famosa draga: al mondo ne esistono soltanto tre, e il bando chiedeva di possederne una come requisito per partecipare alla gara. Una clausola, secondo il garante, «fortemente limitativa della concorrenza (come in effetti è accaduto)»: il gruppo che ha vinto l’appalto, in altre parole, ha potuto offrire un ribasso minimo (il 10%, contro il 25% medio in questa tipologia di opere) ben sapendo di essere in monopolio.

Ma c’è molto di più. La vicenda della draga ha infatti indotto l’Autorithy a vederci chiaro: nel 2008 ha disposto il monitoraggio delle procedure, tracciando uno scenario che adesso preoccupa chi sotto quegli atti ci ha messo la firma. L’ispezione della Finanza, a settembre scorso, ha accertato «che a causa delle attività di bonifica dei fondali dagli ordigni bellici, i lavori di dragaggio non hanno ancora avuto un concreto inizio». Il cantiere, insomma, era fermo e lo è tuttora. Per tentare di far presto, il Comune ha fatto partire i lavori «in assenza della completa disponibilità delle aree», ovvero dei 5.400 metri quadri interessati dalla bonifica. La colpa, dice l’Autorità, è della «non completa definizione del progetto esecutivo» e della mancanza «delle approvazioni ed autorizzazioni, necessarie alla immediata cantierabilità del progetto».

Qual è il problema, in termini pratici? Che non potendo accedere al tratto di mare interessato dalla bonifica, l’impresa tiene gli operai con le mani in mano: ha già presentato le cosiddette riserve, relazioni in cui denuncia al Comune che sta subendo danni economici «per fermo cantiere ed inutilizzo dei macchinari». Significa decine di migliaia di euro per ogni giorno di ritardo. Per questo l’Autorità parla di «profili di potenziale danno erariale» per le casse del Comune, e per questo ha segnalato il sindaco alla Corte dei conti. Ma a marzo del 2007 il garante aveva avvertito il responsabile del progetto: non firmare il contratto, perché la situazione è scivolosa.

Il Comune è andato avanti lo stesso: questo spiega la denuncia alla procura. Il sindaco Antonio Azzollini non è uno qualunque. È senatore, presidente della commissione Bilancio. È stato il relatore del disegno di legge sul federalismo, la più importante riforma degli ultimi vent’anni. È uomo potente, autorevole, rispettato. Molfetta è il primo caso in Italia in cui la costruzione di un nuovo porto venga gestita direttamente da un Comune. Azzollini è così sicuro del fatto suo da bloccare per tre volte i lavori della nuova Capitaneria di porto per indurre l’impresa a spostarla di qualche centinaio di metri, salvo essere smentito per tre volte dal Tar, incassare un’altra segnalazione alla Corte dei conti e rischiare di pagare un milione di euro di danni.

A proposito di danni, torniamo alla draga. L’Autorità ha accertato che in un anno di lavori, la macchina triturarocce a Molfetta non si è mai vista. Ed ha sottolineato un altro particolare. L’appalto valeva 63,8 milioni, e l’impresa (una Ati tra Cmc, Società italiana dragaggi e Pietro Cidonio) ha offerto un ribasso del 10,111% portando il valore di contratto a 57,6 milioni. Sei mesi dopo, una volta presentato il progetto esecutivo, il costo lievita a 69,4 milioni: il 20% in più. Il Comune fa stralciare le opere per la diga foranea, e il totale scende a 61,4 milioni: per avere, forse, meno di quanto avrebbe dovuto, l’amministrazione spenderà 3,6 milioni in più. Grazie a questo meccanismo, scrive l’Autorità, l’impresa «recupera di fatto il ribasso offerto, oltre ad un ulteriore maggiore importo del 10%». Questo perché, dice il garante, il bando di gara ha messo l’impresa nelle condizioni di sentirsi forte: solo lei possiede la famosa draga.

Sarebbe bastato, secondo l’Autorità, prevedere che l’obbligo di usare la draga (solo usarla, non possederla), per far sì che alla gara partecipassero più imprese, che si innescasse una vera concorrenza sul prezzo dei lavori. La questione sarà discussa a dicembre al Tar di Bari, su ricorso dell’impresa Salvatore Matarrese. La pronuncia dell’Autorità, che ha dichiarato illegittimo il bando, rischia di mettere una ipoteca sull’esito della vicenda e apre la strada al risarcimento dei danni: in casi come questi è prassi riconoscere il 10% del totale. Se così fosse, sarebbero circa 6 milioni, da aggiungersi ai 2-3 di danni che chiederà l’appaltatore, il tutto da sommare al milione già chiesto dall’impresa esecutrice dei lavori alla Capitaneria. Se dovesse davvero pagare 10 milioni di risarcimenti, il Comune di Molfetta rischia di sprofondare. Tutto per una maledetta draga.

Il sindaco di Molfetta: va tutto meravigliosamente

di Massimiliano Scagliarini (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

«È una cosa vecchia, di tre mesi fa. Qui va tutto benissimo». Il sindaco di Molfetta, il senatore Antonio Azzollini (Forza Italia-Pdl), minimizza la denuncia dell’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici: «Quell’Autorità – dice – sta spendendo un sacco di soldi inutilmente, io sto in Senato e so bene quanto costa».
Cosa sta succedendo al porto di Molfetta?
«Va tutto meravigliosamente. Abbiamo completato la più grande bonifica di ordigni bellici del dopoguerra, grazie a una straordinaria sinergia tra organi militari, prefettura, Regione e Comune. Siamo alle ultime battute: è un’opera di cui tutta la comunità sentiva l’esigenza».
Ma l’Authority dice che siete in grave ritardo.
«Non siamo in ritardo. Finiremo comunque in un tempo record rispetto a quanto accade in Italia con le opere pubbliche».
E a proposito del rischio di dover risarcire le imprese per la mancata consegna delle aree?
«Al momento non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di danni».
Però l’Authority l’ha segnalata alla procura della Repubblica e alla Corte dei conti.
«Evidentemente rientra nei suoi compiti. Ma i porti, in Italia, non li fanno né le procure né la Corte dei conti, li fanno gli ingegneri e gli operai. Vengano a vedere il cantiere dove stiamo realizzando la più importante opera portuale dell’Adriatico».
Due anni fa lei si augurava che fosse Berlusconi a inaugurare il porto. Lo spera ancora?
«Visto che siamo al governo, confido che venga».

Salerno: "Why Not" avocata per bloccare De Magistris

di Chiara SpagnoloLiberainformazione

Un’attività finalizzata a bloccare le inchieste “Poseidone” e “Why not” e a “disintegrare” professionalmente il sostituto procuratore Luigi de Magistris. Un complotto bello e buono, secondo la Procura della Repubblica di Salerno, ordito da una parte della magistratura catanzarese in concorso con politici e imprenditori, con l’obiettivo di fermare le indagini più scottanti che la Calabria ricordi da anni. La bomba è scoppiata all’alba di martedì.

Da Salerno sono arrivati nel capoluogo calabrese oltre cento uomini, tra carabinieri e agenti della Digos, insieme ad un pool di magistrati capeggiato dal procuratore capo Luigi Apicella e dai sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Hanno perquisito per ore. Dalla mattina fino a notte fonda, consegnando di persona  gli avvisi di garanzia ad indagati più che eccellenti. I vertici della Procura della Repubblica di Catanzaro, colpita al cuore da un’operazione che per tutta la giornata di martedì è stata accompagnata da un imbarazzante silenzio istituzionale.

Le informazioni di garanzia sono state notificate al procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli, all’ex procuratore capo Mariano Lombardi, all’aggiunto Salvatore Murone. E poi ai sostituti pg Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, e al sostituto Salvatore Curcio, i primi due coassegnatari dell’inchiesta “Why not” e l’ultimo anche dell’indagine “Poseidone”. E, ancora, all’avvocato generale dello Stato, Dolcino Favi, che – nel novembre 2007 – nella sua qualità di procuratore generale facente funzioni tolse “Why not” al pm de Magistris. Intorno all’avocazione di “Why not” e alla revoca di “Poseidone”, del resto,  ruota una parte importante dell’indagine della Procura campana.

L’ipotesi a sostegno delle perquisizioni è devastante: alcuni magistrati catanzaresi, a partire dai vertici degli uffici, avrebbero agito illecitamente con l’obiettivo di togliere le indagini a de Magistris. In cambio di favori, dice la Procura di Salerno, avrebbero cercato di tutelare alcuni indagati eccellenti, fermando quelle inchieste che stavano per trasformarsi in un terremoto senza precedenti per il mondo politico-imprenditoriale calabrese. Nell’essenza di “Why not” e  “Poseidone”, del resto, sta il segreto della loro pericolosità. In entrambe il pm Luigi de Magistris aveva ipotizzato l’esistenza di comitati d’affari, che  agivano tramite un radicamento trasversale nei livelli più alti delle istituzioni, con l’obiettivo di distrarre fondi europei dagli obiettivi prestabiliti e di utilizzarli illecitamente.

In parole povere, secondo il magistrato napoletano, i soldi che avrebbero dovuto essere utilizzati per lo  sviluppo della Calabria sarebbero serviti solo per ingrossare alcuni conti correnti. Nella concretizzazione di un sistema di illegalità diffusa, che avrebbe goduto di coperture eccellenti, comprese quelle messe in atto da una  parte della magistratura. Ipotesi evidentemente devastanti, per quei sistemi di potere che in Calabria, da anni, si spartiscono amichevolmente la golosa torta dei fondi comunitari. Ipotesi investigative che – secondo l’interpretazione dei pm di Salerno – andavano bloccate sul nascere, togliendo le inchieste “incriminate” dalle mani di de Magistris. E allontanando per sempre quel magistrato scomodo da Catanzaro.

Da qui l’avvio di una guerra aperta e senza  esclusione di colpi, che si è conclusa con il trasferimento del pm campano disposto dal Csm e poi confermato dalla Cassazione. Via de Magistris da Catanzaro, però, i riflettori non si sono spenti sulla Procura più importante della Calabria. Mesi e mesi di indagini, del gruppo coordinato dal procuratore Apicella, e ieri è partito il primo atto ufficiale con le perquisizioni a tappeto, nelle abitazioni e negli uffici dei vertici giudiziari. Gli indagati sono numerosi e le ipotesi di reato tante e molto gravi. Rese ancora più gravi dal fatto che molte fattispecie sono attribuite a dei magistrati.

Di concorso in corruzione in atti giudiziari, per esempio, sarebbero chiamati a rispondere l’ex procuratore Lombardi e l’aggiunto Murone, in riferimento alla revoca dell’ indagine Poseidone del marzo 2007, ritenuta illegittima dalla Procura di Salerno. Così come illegittima è stata considerata l’avocazione di “Why not”, dalla quale discende il coinvolgimento di Dolcino Favi e la stessa accusa di  concorso in corruzione.

Le avocazioni, in sostanza, sarebbero servite solo a  bloccare l’attività investigativa e, per “Why not”, tale scelta sarebbe stata presa in seguito al coinvolgimento nell’inchiesta dell’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Proprio sulla figura del guardasigilli, i magistrati salernitani scrivono un capitolo molto chiaro nel decreto di perquisizione, evidenziando che l’attività di de Magistris nei confronti del  ministro era assolutamente legittima, che la sua iscrizione nel registro degli indagati era doverosa e che, al contrario, la veloce archiviazione disposta dai nuovi titolari di “Why not” sarebbe stato un atto non dovuto. Tanto che al pg Iannelli e ai sostituti Garbati e De Lorenzo, la Procura di Salerno contesta i reati di concorso in abuso d’ufficio, favoreggiamento, falso ideologico e calunnia, proprio in riferimento alla richiesta di archiviazione.

Altre ipotesi di reato riguardano, invece, i provvedimenti di stralcio e le richieste di archiviazione effettuate nell’ambito del procedimento “Poseidone” e che i giudici di Salerno considerano illegittimi. In particolare, i provvedimenti che hanno consentito l’uscita dall’inchiesta del deputato Giancarlo Pittelli, dell’ ex sottosegretario Pino Galati, del generale della guardia di finanza Walter  Cretella Lombardo, del segretario dell’Udc Lorenzo Cesa e dell’ex presidente  della Regione, Giuseppe Chiaravalloti. Personaggi su cui, ha ripetutamente denunciato de Magistris, è praticamente proibito indagare. Gente da tenere fuori dalle inchieste a tutti i costi, ha  affermato il pm davanti ai colleghi di Salerno, dando l’input per una serie di verifiche che, ieri, si sono abbattute come un ciclone su quegli stessi personaggi.

Non è un caso che, tra le persone iscritte nel registro degli indagati dai pm Nuzzi e Verasani compaia anche l’ex coordinatore calabrese di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, che non è stato oggetto di alcuna perquisizione in quanto protetto dall’immunità parlamentare. Anche nei suoi confronti vengono avanzate ipotesi di reato molto gravi, dal momento che – secondo la ricostruzione salernitana – proprio Pittelli sarebbe stato uno dei principali registi dell’attività finalizzata alla delegittimazione del pm Luigi de Magistris.

Tale attività, si legge nel decreto di perquisizione, si sarebbe concretizzata anche con una serie di atti, trasmessi alla Procura generale presso la Corte di Cassazione e al Csm, finalizzati ad influire sul procedimento disciplinare in atto davanti al Consiglio superiore e ad arrivare al trasferimento del magistrato che indagava su politici e imprenditori. Trasferimento doveva essere, insomma, e trasferimento è stato. Luigi de Magistris oggi è in servizio al Tribunale del Riesame di Napoli e le sue indagini sono state affidate ad altri magistrati. Gli stessi che – dice la Procura di Salerno, in un atto d’accusa senza precedenti – le stanno disintegrando pezzo per pezzo.

Ecco perché le perquisizioni di martedì sono state accompagnate anche dal sequestro di tutti i faldoni di “Poseidone” e “Why not”, sottratte alla competenza della Procura di Catanzaro e passate a quella di Salerno. L’obiettivo è cercare di ricostruire quelle indagini o quel che ne è rimasto. Chi credeva che, con il trasferimento di de Magistris, sarebbero state sepolte per sempre, con tutta probabilità, dovrà ricredersi.

A Molfetta tutto finisce a… “tarallucci e vino” con “bolla” Vescovile

palazzine fontana1 MOD

Abbiamo appreso dalla stampa locale che, ancora una volta, il Sindaco–Senatore Azzollini e il Vescovo Mons. Martella hanno festeggiato i lavori di un’opera “pubblica” nella nostra città, le “ricostruende” Palazzine “A. Fontana”. In un precedente festeggiamento, nel giugno 2007, durante la cerimonia di riapertura della Chiesa del Purgatorio, il Vescovo aveva ringraziato il Senatore Azzollini per i fondi che era riuscito a “dirottare” a Molfetta per il restauro delle chiese con la Legge n. 291 del 2003 (“Disposizioni in materia di interventi per i beni e le attività culturali”). Però, leggendo sul sito del Parlamento la legge citata, non siamo riusciti ad individuare il capitolo dedicato al restauro della Chiesa del Purgatorio o di qualsiasi altra chiesa molfettese. Abbiamo trovato invece riferimenti alla ristrutturazione delle chiese della diocesi di Bisceglie e Terlizzi. Rimane il dubbio sulla provenienza di quei fondi. Comunque se il Vescovo pubblicamente ha ringraziato il Senatore vuol dire che almeno lui sa da dove provengono.
La settimana scorsa, durante la sua visita pastorale sui cantieri delle nuove palazzine Fontana, Mons. Martella ha ringraziato nuovamente il Senatore Azzollini per l’impegno profuso verso le 50 famiglie rimaste senza casa “dirottando” ancora, verso Molfetta, un contributo statale  di 4 milioni e 500 mila euro, che sono serviti per la demolizione e ricostruzione delle palazzine. Peccato che quei contributi facevano parte di una legge dello Stato, la 376/2003, destinata a costruire opere pubbliche.
Anche in questo caso con la benedizione del Vescovo, il Senatore è stato assolto, ma solo dalla chiesa.

Il Senatore e molti altri amministratori e dirigenti comunali devono rispondere ai cittadini e alla giustizia su tutta la vicenda delle “Palazzine Fontana”. Per rinfrescare la memoria a chi oggi festeggia e brinda alla beffa, vogliamo ricordare le dieci domande a cui, ancora oggi, il Ministro Di Pietro, il Prefetto, la Procura di Trani e il Sindaco Senatore non hanno risposto.

1) Può lo Stato finanziare due volte la stessa opera, con finalità diverse?
Nel primo caso il Ministero dei Lavori Pubblici concede alla ditta ITALCO di Molfetta un contributo di circa 1.450.000.000 di Lire nel 1988 per la realizzazione di 50 alloggi di edilizia residenziale sperimentale.
Nel secondo caso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in attuazione dell’art. 2 della legge del 29 dicembre 2003 n. 376, recante "Finanziamento di interventi per opere pubbliche" ha previsto uno stanziamento a favore del Comune di Molfetta di €. 1.500.000,00 per ciascuno degli anni 2003, 2004 e 2005 per la realizzazione dell’intervento  Palazzine " A. Fontana".

2) Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è a conoscenza del tipo di intervento che ha finanziato con la legge 376/2003, sotto il nome di Palazzine "A. Fontana "?
Le Palazzine "A. Fontana" sono cosa diversa dalle "palazzine 13-15-18-22 e 23 sul prolungamento di via A. Fontana", e sicuramente non sono opere pubbliche così come tutte le opere finanziate dalla legge 376/2003.
Nel disciplinare n. B3/7165 del 3.6.2004 stipulato tra Ministero e Comune di Molfetta per la gestione dei finanziamenti, all’art. 3 (Condizioni specifiche) il Comune assicura "che non sussistono impedimenti di sorta all’esecuzione delle opere anche ai fini della dichiarazione di pubblica utilità…". Invece gli impedimenti ci sono, perché le palazzine sono di proprietà di 50 famiglie che hanno acquistato dall’ITALCO i loro appartamenti e quindi non si tratta di abbattere e ricostruire un’opera di pubblica utilità ma di un’opera privata che non ha nulla a che fare con la legge 376/2003.

3) Il Senatore Antonio Azzollini, in qualità di Presidente della Commissione Bilancio del Ministero, quando ha esaminato il provvedimento riguardante la legge 376/2003 era consapevole che le Palazzine "A. Fontana" non erano un’opera pubblica da poter finanziare?
Infatti il Sen. Antonio Azzollini era già assessore nel 1994, quando la sua Giunta Comunale con il Sindaco Annalisa Altomare, accolse la richiesta dell’ITALCO di modificare l’atto di convenzione già intercorso, prevedendo l’aumento del prezzo degli alloggi. La delibera in questione n. 532 del 12.5.1994, modificava l’atto di convenzione n. 7680 del 4.12.1992.
La richiesta avanzata dall’ITALCO, di aumento del costo degli alloggi, era dovuta allo straordinario ed imprevisto costo delle fondamenta, che dovevano sorgere in un fondo lama "argilloso e siltoso" che una relazione geologica aveva evidenziato, solo dopo la scelta del sito edificatorio.

4) Con delibera n. 224 del 5.6.2003, la Giunta Comunale, chiedendo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con riferimento ai fabbricati dei civici nn. 13, 15, 18, 22 e 23 di Prolungamento di Via A. Fontana, la dichiarazione dello stato di emergenza, ai sensi e per gli effetti di cui agli artt 2 (lett. c) e 5 (1° comma) della legge 24.02.1992 n.225, dichiara il vero o il falso?
I fenomeni di assoluta eccezionalità e straordinarietà mai osservati prima in nessuna parte del mondo" e "l’invecchiamento" precoce che ha interessato le palazzine, così come dichiara il Sindaco, non possono giustificare la richiesta della dichiarazione dello stato d’emergenza e considerare gli eventi delle palazzine una catastrofe o calamità naturale. Il Sindaco gli assessori, il Senatore Azzollini, il segretario comunale e gli inquilini stessi sanno bene che i veri responsabili dell’incidente in corso alle palazzine sono i costruttori, il direttore dei lavori e chiunque abbia contribuito a sottacere le vere cause dell’evento connesso all’attività umana. Oppure, se qualche responsabilità la si vuole attribuire alla natura, si dovrebbe indagare sul fatto che le palazzine non potevano essere costruite sul fondo di una lama costituito da terreno argilloso e siltoso, attraversato da solchi erosivi carsici che si ingrossano in concomitanza di significativi eventi alluvionali, poco idoneo alla costruzione.

5) Il Sindaco T. Minervini e la Giunta Comunale come hanno potuto chiedere l’intervento Governativo, con la delibera n. 224 del 5.6.2003 e la nota n. 29108 del 30.6.2003, senza essere proprietari degli alloggi di cui si chiedeva l’abbattimento e la ricostruzione?

6) Perché, dopo aver ottenuto i finanziamenti governativi con la legge 376 del 29 dicembre 2003, il Comune di Molfetta acquisisce anche la consulenza scientifica del 26 luglio 2004 del Prof. Ing. M. Mezzina, Preside della Facoltà di Architettura dell’Università di Bari che "suggerisce" l’opportunità di procedere all’abbattimento ed alla ricostruzione degli edifici in oggetto?

7) Se la Procura di Trani, con la perizia del 30 luglio 2004 del Prof. Ing. Armando Albi-Marini, incaricato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trani, ha disposto lo sgombero delle altre tre palazzine, civici 22, 18 e 13, a cui si è dato seguito con giusta ordinanza del 7 ottobre 2004 nn. 43978 e 43980, come ha potuto il Comune di Molfetta deciderne l’abbattimento delle stesse già dal giugno 2003, senza averne la certezza tecnica?
 
8) Perché non sono state tenute in considerazione le relazioni e le segnalazioni dell’Ing. De Musso Salvatore, tecnico incaricato di monitorare mensilmente la palazzina n.13? Perché lo stesso Ing. Salvatore De Musso, proprietario di un immobile della palazzina 13,  non ha firmato la convenzione tra Comune di Molfetta e i proprietari delle abitazioni sul Prolungamento di Via A. Fontana, per abbatterle e ricostruirle con i fondi della Lg. 376/2003?

9) A quale titolo il Senatore Azzollini, insieme ad alcuni suoi uomini di fiducia, hanno presenziato in questi ultimi due anni, a riunioni condominiali delle palazzine in oggetto, "convincendo" i proprietari a firmare una convenzione in cui si autorizzava il Comune a procedere alla demolizione e ricostruzione delle palazzine?

10) Com’è stato possibile avviare la demolizione delle palazzine senza una vera e propria ordinanza sindacale?

In mancanza di risposte del Sindaco Senatore ci rivolgeremo in Curia per avere almeno, anche noi, l’assoluzione.

Annunci