Archivio mensile:aprile 2008

A noi piacciono i Sindaci come Rosario Crocetta

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Condannato a morte dall’omertà mediatica

di Alessandro Cisilin, Megachip – da Galatea – 29/4/08

A Gela c’è un uomo, un uomo nato a Gela cinquantasette anni fa. Rosario Crocetta è diplomato ragioniere e vive sotto scorta, una scorta raddoppiata proprio nel giorno del suo ultimo compleanno ai livelli delle più alte cariche dello Stato. La mafia ha deciso di farlo fuori. La motivazione è scontata. Fa il sindaco dal 2003 grazie al successo in due elezioni, la prima vinta dopo una sentenza del Tar siciliano che rovesciò l’esito del voto (gli furono inizialmente attribuite un centinaio di schede in meno mentre ne aveva oltre cinquecento in più), la seconda con un consenso di massa. E ha fedelmente rispettato la promessa delle sue campagne elettorali, sforzandosi ogni giorno di sottrarre la città al controllo politico-economico mafioso.

Semplice, dirompente, rivoluzionario per mero senso civico, prima ancora che per motivazioni di militanza nella sinistra radicale. Il risultato è che l’8 febbraio scorso viene convocato dal questore locale.

“Mi regalò un santino con San Michele Arcangelo inciso su pelle con la preghiera della polizia. Non finirò mai di ringraziare la vicinanza umana oltre che professionale delle forze dell’ordine. Tra l’altro credo nei simboli e capii il dono quando mi mandarono dal prefetto. La polizia e la Dda di Caltanisetta avevano scoperto che c’era un piano di Cosa Nostra per ammazzarmi tra gennaio e febbraio”.

Febbraio è passato.

“Le condanne a morte della mafia non vengono revocate, non sono a termine ”.

Ne ha avute delle altre in passato?

“E’ stato ad esempio sventato un attentato delle cosche locali nel 2003”.

Minacce?

“Spesso, al telefono, a me e al mio legale, sin da quando dichiarai in un’intervista alla Rai che mi stavo candidando per combattere la mafia. Ma non me ne curo, chissenefrega delle telefonate. Il piano comunicatomi è però stavolta ben altro, e il prefetto ha ritenuto di renderlo pubblico. Una decisione che crea qualche problema alle sue indagini per il venir meno del segreto investigativo, ma che serve a darmi una protezione in più, per l’attenzione stessa suscitata dalla notizia .”

E l’attenzione mediatica aiuta?

“In realtà a volte non capisco da che parte stiano i media. Blindato come oramai sono, a casa e in municipio, i modi per farti fuori sono solo due: o ti fanno saltare in aria o ti sparano a distanza durante un’uscita pubblica. Ed è successo che, con ore di anticipo rispetto alla mia partecipazione alla processione del venerdì santo, è spuntata una notizia di agenzia che forniva i dettagli dei miei movimenti e dei giubbotti antiproiettile che avrei portato assieme agli uomini della scorta ”.

Alla stampa però lei rimprovera spesso i silenzi, come sul caso di una sentenza di mafia scritta con quasi otto anni di ritardo.

“Si hanno sei mesi per depositare le motivazioni di una sentenza. Il giudice Edi Pinatto ci ha messo anni facendo uscire gente del calibro di Carmelo Barbieri, considerato il postino di Madonia e Provenzano, il cognato Giuseppe Lombardo, la moglie di Madonia Maria Santoro, la sorella Stella, sposata con Lombardo, e il cugino Augello. Praticamente i vertici di una cosca pericolosissima, con condanne da dieci a ventiquattro anni. Il ritardo ha fatto scadere i termini di carcerazione preventiva e poi anche il periodo di soggiorno obbligato. Sono tornati a Gela da tre anni ”.

Ora finalmente, dopo le sue denunce e l’intervento di Napolitano, la sentenza è stata scritta.

“Sì, ma il ritardo ha determinato nodi procedurali tuttora da risolvere, sicché mi sono ritrovato Barbieri con moglie e figli a marciare in quella stessa processione. La mia denuncia stata ripresa solo di recente da un’agenzia, facendo scoppiare il clamore. Ma erano anni che ne parlavo ai massimi organi competenti, dal parlamento alla magistratura”.

E ai giornalisti?

“Certo, a chiunque, anche con interviste mai pubblicate”.

Nomi, testate?

“C’è stata una disattenzione generalizzata dei mezzi d’informazione di massa, farei un torto a quelli che non cito. Preferisco ricordare i pochi che ne hanno parlato, come Diario di Deaglio, che sono però media di nicchia”.

Dopo lo scandalo è cambiato qualcosa nell’atteggiamento della stampa nazionale?

“Alla Rai, quando si seppe della mia condanna a morte, i giornalisti decisero di dedicarmi per solidarietà la puntata di un programma di approfondimento. Un paio di giorni dopo arrivai in redazione a Roma, e appresi che l’intervista era stata bloccata dal vice direttore generale Leone per un problema di “par condicio”. Io non ero nemmeno candidato ed eravamo ancora lontani dal mese pre-elettorale”.

Par condicio con la mafia…

“Veramente i mafiosi hanno un’attenzione superiore. Quando lamentai la presenza di Barbieri in piazza per i riti pasquali, i media hanno integralmente pubblicato una sua lettera di protesta, e all’indomani venne lungamente intervistata la moglie”.

Si parla troppo di mafia e poco di antimafia?

“Sì, l’antimafia non fa notizia in Italia. Perfino i grandi blitz della polizia diventano fatti marginali in poche ore”.

E allora parliamone. Racket, armi, droga, rapporti con la politica, qual è il settore chiave che va prioritariamente colpito?

“Non sono nodi scindibili. La mafia non è un fenomeno di devianza, non si può nemmeno parlare di mafia senza la coesistenza di tre fattori: un’organizzazione criminale, la presenza di interessi economici rilevanti e i rapporti con la politica. La battaglia va combattuta a tutto campo. Si tratta solo di scegliere se farla o meno. Per dirla con Machiavelli, la politica potrebbe essere l’architetto di una nuova società. Il paradosso è che ci sono voluti centoventidue anni dall’unità d’Italia per arrivare, col 416 bis, a una legislazione che riconosca specificamente il fenomeno mafioso. E chi la fece, ossia La Torre, è stato poi ammazzato, così come chi tecnicamente la scrisse, ossia Falcone e Borsellino”.

A Gela la battaglia si fa.

“E’ stata la prima amministrazione ad aver concretamente posto l’antimafia come massima priorità, e sta demolendo il controllo mafioso degli appalti e del territorio, quel controllo che è tra l’altro responsabile della mancata crescita economica della regione. E il cambiamento è reale. Con i suoi ottantamila abitanti è divenuta la città in Italia col maggior numero di denunce per estorsione, superando l’intera provincia di Palermo. E’ la dimostrazione che si può. Oggi pochissimi qui pagano il pizzo. E da Gela, da questo lembo della Sicilia occidentale tradizionalmente sotto il controllo incontrastato della mafia, il vento è soffiato anche sul resto dell’isola, con la prolificazione delle associazioni antiracket e la rivolta degli imprenditori in Confindustria”.

Le minacce mafiose sono allora comprensibili…

“Questa lotta senza precedenti ci sovraespone, e chiedo ora più che mai la massima attenzione allo Stato. Quando decidono che è il momento di far fuori qualche uomo delle istituzioni, sono decisioni che non vengono prese dal piccolo clan locale, bensì dai vertici mafiosi. Vuol dire che c’è un cambio di strategia, e sarebbe gravissimo, oppure che si mira a dare un colpo esemplare all’antimafia”.

Lei però sembra un uomo che non ha paura.

“Si dice che il coraggio venga dal cuore. Per quel che mi riguarda viene dalla testa e dalle scelte più che da un moto emotivo. Al coraggio ci si educa. Quando alla mia prima campagna elettorale mi arrivavano le prime richieste mafiose di favori, dicevo no ma la paura era tanta. Poi è giunta la responsabilità verso una città devastata dalla mafia e vogliosa di uscirne, e la mia forza interiore arriva tutta da lì, dalla consapevolezza che non puoi permetterti di non averla”.

Lei però l’emotività la usa, anche politicamente, essendo stato il primo uomo delle istituzioni, in Sicilia e in tutta Italia, a fare outing della propria omosessualità.

“Non ne posso più con ‘sta storia del gay […ride…] F inirà che farò una dichiarazione di eterosessualità e mi costringerete a sposarmi”.

I sentimenti comunque li espone pubblicamente, scrivendo poesie. Che ruolo ha la cultura nell’antimafia?

“Senza la cultura non si costruisce nulla, neanche un percorso politico. Così come non serve necessariamente una penna per scrivere una poesia, la si produce anche nel moto di una scelta concreta. Nella mia condizione blindata, poi, i versi arrivano spesso per censurare il sacrificio dei sentimenti. Altro che outing , è disperazione interiore, scritta su un corpo negato all’amore e agli abbracci”.

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L’informazione senza informazione

volantino_v2-dayA Molfetta, come in tutto il Paese, la nuova censura controlla l’informazione senza informazione.
Il principio di base della censura moderna è di mischiare le informazioni essenziali con una miriade d’informazioni insignificanti.
Questo permette alla nuova censura di conservare le apparenze della diversità e della pluralità d’informazione.
Questa strategia di diversità si applica innanzi tutto ai telegiornali, prima fonte pubblica dell’informazione.
Ma la nostra informazione locale non è da meno.
Ci sono molte “testate giornalistiche” che, oltre a censurare tutto ciò che a parer loro non è notizia, fanno informazione senza informare come si è detto, pur ritenendo di avere il primato dell’informazione locale.
La crisi politica che vive tristemente la nostra città come tutta l’Italia è da addebitare anche all’informazione che non c’è e che qualcuno sapientemente gestisce traendo grandi profitti.
Se vogliamo contribuire a cambiare qualcosa aderiamo al V2Day e firmiamo per i referendum promossi da Beppe Grillo nella città più vicina.

Il nostro “voto di scambio"

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In questi ultimi giorni di campagna elettorale sono in molti a spulciare i voti del primo turno, sezione per sezione, per poter ritrovare e controllare il “voto promesso”, e mentre tutti gli ultimi non eletti sperano in un ripescaggio grazie all´esito del ballottaggio, il LIBERATORIO POLITICO vuole ribadire la propria posizione su ogni impraticabile alleanza e sostegno diretto ad una qualsiasi coalizione.

Da molte parti ci chiedono di schierarci comunque e “sporcarci le mani” e noi rendiamo pubbliche le nostre condizioni in modo che il nostro “voto di scambio” avvenga alla luce del sole.

Le deleghe in bianco per noi non esistono e gli impegni concreti sul piano etico e della legalità, trasparenza e partecipazione non possono bastare per convincerci a votare, perché l´accesso agli atti amministrativi e gli strumenti della partecipazione ce li siamo conquistati quotidianamente sul campo a prescindere dai Sindaci e dal colore delle amministrazioni comunali.

Non ci interessano le poltrone, posti di sottogoverno, presidenze o assessorati ma semplicemente chiediamo risposte chiare su alcuni fondamentali argomenti d´interesse collettivo.

Il voto non può valere 50 euro o un buono di benzina. Il nostro prezzo è molto più alto:

1) Nel primo Consiglio Comunale utile si discuta dell´opportunità di costruire la centrale Powerflor nel territorio agricolo di Molfetta e si mettano in atto tutti gli strumenti giuridici e amministrativi per coinvolgere i cittadini nella scelta di questo insediamento industriale ed altri.

2) Nell´immediato, prima come semplice elettore e poi come primo cittadino, il futuro Sindaco si costituisca parte civile nei procedimenti penali in corso per voto di scambio ed altri reati che vedono imputati impiegati comunali e politici.

3) Si metta da subito mano al piano delle coste, prima dell´estate, smantellando tutto ciò che di abusivo è stato costruito fino ad oggi dalla prima Cala a Torre Gavetone.

4) Si chieda al Governo di poter interrompere i lavori del porto e di utilizzare i finanziamenti già stanziati per risanare lo specchio d´acqua del litorale di levante per liberarlo dalle migliaia di bombe all´iprite che stanno minacciando seriamente la nostra vita e quella delle nuove generazioni. A che servirebbe un nuovo porto commerciale a Molfetta se la vita dei suoi cittadini e la sua economia è ad alto rischio per la morte del proprio mare?

5) Revisione del Piano Comunale per la Disciplina del Commercio su aree pubbliche, nella parte riguardante le autorizzazioni ambulanti e l´occupazione del suolo pubblico. Eliminare la presenza di ambulanti nel Centro Urbano in un quadrilatero delimitato dalle vie Grittani, Calabrese, Amato, Cozzoli, Mezzina, Pomodoro, Baccarini, P.zza A.Moro, L.da Vinci, Fornari, Balice, Cagliero, G.De Candia, Viale Giovanni XXIII, S.Francesco d´Assisi, Vico 14° M.dei Martiri;Promuovere nella restante parte della città e nelle zone d´espansione nuovi spazi urbani destinati al commercio fisso e itinerante con un costante controllo e repressione dell´abusivismo.

6) L´amministrazione si costituisca parte civile nell´eventuale procedimento penale a carico dei presunti usurai arrestati nei giorni scorsi per il grave danno d´immagine che la nostra comunità ha subito.

7) Blocco del procedimento per la costruzione del parcheggio interrato in Piazza Margherita di Savoia ed utilizzo dei fondi per la costruzione di parcheggi all´entrata della città con servizi di navette veloci che collegano il centro urbano e la periferia. In questo modo si allontanerà il pericolo di aumentare l´inquinamento, già alto, da polveri sottili.

8)
Condivisione e attivazione della pratica di riconoscimento di Gianni Carnicella come vittima di mafia e della riapertura del processo contro il suo assassino.

9) Utilizzo dei beni immobili confiscati ai mafiosi nostrani, e già assegnati al Comune nel 2001, per finalità sociali con bandi pubblici per la loro gestione.

10) Denunciare chi ha utilizzato fondi statali destinati alla costruzione di opere pubbliche, per la costruzione di case private sul prolungamento di Via Aldo Fontana.

Rispetto della volontà degli elettori con divieto assoluto a qualsiasi consigliere eletto di dimettersi per altri incarichi presso municipalizzate, società a partecipazione comunale, altri enti pubblici e/o incarichi istituzionali, perché solo in questo modo si restituirà il valore etico della politica.

Molfetta, 22.04.2008

L´assemblea del LIBERATORIO POLITICO

In ricordo di Don Tonino Bello

Nel 15° anniversario della sua scomparsa vogliamo ricordare Don Tonino Bello con una delle sue più straordinarie omelie che a distanza di tanti anni sembra essere ancora attuale.

OMELIA PER LA MESSA ESEQUIALE DEL
SINDACO DI MOLFETTA GIOVANNI CARNICELLA
* * *

Un delitto atroce. Assurdo. Sproporzionato (se mai ci può essere proporzione quando uno dei due termini del rapporto è la vita umana) nel movente e nell’esecuzione.
È la città che rimane sgomenta, mentre ripercorre all’indietro la sua storia, e vede per la prima volta le pagine della sua civilissima vicenda millenaria macchiate da un così funesto sfregio di sangue.
Incredibile. Un permesso negato, per oggettive ragioni di sicurezza, all’ambigua manifestazione del cantante di turno. La minaccia intimidatoria dell’organizzatore, sui gradini di una chiesa. La resistenza ferma e dignitosa del sindaco. Poi il fucile a canne mozze che, a distanza ravvicinata, ha chiuso il discorso. Ma ne ha aperto un altro. Inquietante e amaro.
È il discorso sul malessere della città. Un malessere che, in modo spesso maldestro, vogliamo rimuovere dalla nostra coscienza e del quale facciamo fatica a prendere atto, forse perché troppo fieri del prestigio del nostro passato. Un malessere che si costruisce su impercettibili detriti di illegalità diffusa, sugli scarti umani relegati nelle periferie, sui frammenti di una sottocultura della prepotenza non sempre disorganica all’apparato ufficiale.
È il discorso sulla rete sommersa della piccola criminalità che germina all’ombra di un perbenismo di facciata. Sulle connivenze col mondo della droga che ormai non risparmia nessun gonfalone. Sui rigagnoli sporchi che inquinano le falde sane di una economia costruita dalla proverbiale laboriosità dei nostri antenati, i quali hanno onorato Molfetta in tutti gli angoli del mondo.
Quello aperto dal fucile a canne mozze è il discorso sulla rimonta dell’idolo del profitto che, alla borsa dei valori, stravince perfino sulla sacralità della vita.
È il discorso sulla quota di violenza, inarrestabile nelle sue diramazioni sotterranee e clandestine, che, riportandoci più indietro della legge del taglione, ci conduce alla barbarie primitiva di Lamech, di cui parla la Genesi: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un livido».
È il discorso sulla ineluttabilità di certi gesti, che sono l’epilogo naturale di una temperie di disagio. Come un fiammifero, acceso sulla caldaia di una miscela esplosiva. Sì, questa è la vera tragedia: che chi ha sparato non è un mostro. Oh, come vorremmo che fosse un mostro, per poter scaricare unicamente sul parossismo della sua barbarie le responsabilità di questo assassinio! Ma chi ha sparato non è un mostro, e neppure un pazzo e forse neppure un criminale nel senso classico del termine. Non è un mostro. » un nostro! » un nostro concittadino, che, come ultima miccia, ha dato fuoco alle polveri di cui, almeno un granello, ce lo portiamo tutti nell’anima.
Ecco perché quel fucile a canne mozze apre un discorso alla cui logica nessuno di noi può sottrarsi, dichiarando ipocritamente la sua estraneità.
È il discorso del cuore di sasso che ci portiamo al petto, forse l’unica reliquia che ci è rimasta dell’età della pietra, e che, a dispetto dei progressi di cui meniamo vanto, ancora non è stato trapiantato con un vero cuore di carne.
È il discorso sulla rifondazione di un metodo educativo più serio e diuturno che dovrebbe vedere impegnate tutte le istituzioni, dalla scuola alla famiglia, nella creazione di argini che ci preservino dagli smottamenti verso la cultura dei cavernicoli.
È il discorso sul ruolo della Chiesa, dalle cui sedi catechistiche oggi passano tutti, senza purtroppo, portarsi nell’anima le stigmate benefiche di una cultura di nonviolenza e di pace. Ecco perché a Gianni voglio chiedere perdono anch’io, vescovo di questa città, responsabile di una Chiesa forse un po’ troppo attardata in una pastorale di contenimento e di conservazione, che stenta a uscire dai perimetri rassicuranti delle sagrestie per compromettersi con gli ultimi, ritrovando audaci cadenze missionarie, ed è ancora ben lontana dall’essere «testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo».
Ma il fucile a canne mozze apre anche un altro discorso.
È il discorso sulla facilità con cui oggi si impallina la gente col sospetto sistematico, con la gratuità delle accuse, con la semina irresponsabile del dubbio. L’altra sera in ospedale ho visto la lastra del bacino del povero Gianni: sembrava un colabrodo. Ma non si riduce ugualmente l’uomo a un colabrodo quando gli si spara addosso la raffica del discredito, senza provatissime ragioni e per il gusto corrosivo della demolizione? O forse il piombo della lupara intellettuale, che colpisce le persone rimbalzando dalla carta dei giornali, è più aristocratico dei bossoli sparati dal rozzo fucile dei poveri, che rivendicano il diritto di uccidere anch’essi a modo loro?
È chiaro che qui il discorso cade sulla irresponsabilità di tanti chierici che, con criminale leggerezza e senza il supporto di verità saldamente provate, alimentano la protervia di chi, di fronte allo spettacolo del degrado istituzionale, si ubriaca del mito perverso della giustizia sommaria. È impossibile che, quando in alto si logora la fiducia nello stato di diritto, l’uomo della strada non si senta legittimato a pareggiare, con prepotenza plebea, la prepotenza in doppiopetto di certi politici corrotti, sparando nel mucchio.
Sì, l’omicida di Molfetta, sia pure a distanza ravvicinata e con un bersaglio preciso, ha sparato nel mucchio.
Resta la consolazione che a cadere sia stato un uomo onesto. Un amministratore coraggioso che stava dando chiari segni di inversione di marcia su certe arroganze consolidate. Un servo della città, alle cui leggi non ha voluto disobbedire.
Noi non vogliamo fare del nostro sindaco né un eroe né un martire. Sarebbe un distorcimento d’immagine per lui, e un sintomo pericoloso di fuga per noi. Ma vogliamo farne un segno. Questo, si. Il segno stradale di una conversione comunitaria che tutti insieme dobbiamo intraprendere con grande speranza.
Verranno tempi migliori. Lo sentiamo. La Parola del Signore ce lo ripete: «Non sia turbato il vostro cuore»! La legge della giungla ha le ore contate. La barbarie è giunta al suo ultimo crepuscolo. E il vecchio mondo è già entrato in agonia.
Ma perché nasca un nuovo ordine di giustizia e di pace, che veda il lupo pascolare insieme con l’agnello, dobbiamo accendere due lampade attingendo al Cero della Pasqua di Risurrezione.
La prima è la lampada della pietà. Che significa ebbrezza di vivere e di far vivere, rispetto assoluto dell’altro, riconoscimento della insubordinabile grandezza dell’uomo, culto della sua intangibile santità. E ci faccia gridare al sacrilegio ogni volta che alla vita si attenta col sopruso in piccolo o con la guerra in grande, con i fantasmi ricorrenti della pena di morte o con la cultura dell’aborto, con gli eccidi di Bagdad o con lo sterminio di Saraievo, coi rifiuto dei diseredati o con l’esclusione di tutti i Sud della terra che bussano alla nostra opulenta sala da pranzo.
 La seconda è la lampada della politica, intesa come maniera esigente di vivere l’impegno umano e cristiano al servizio degli altri. Una politica sottratta alla lussuria del dominio. Preservata dall’adulterio con i corrotti. Inossidabile alle esposizioni lusingatrici del denaro. Restituita finalmente alla simpatia della gente. E resa oggetto di una reverenza quasi sacerdotale, se è vera l’ardita intuizione di Giorgio La Pira che affermava: «La politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio».

* * *

Cattedrale, 9 luglio 1992

La strada è lunga,
ma non esiste che un solo mezzo
per sapere dove può condurre,
proseguire il cammino.

(da “ Alla finestra la speranza”) di Antonio Bello.

"Dopo la sconfitta, uniti nel fronte antimafia"

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di Roberto Morrione

Se affermassimo che il risultato elettorale non avrà rilevanza sui percorsi che si prefigge Libera Informazione, diremmo una grande bugia. Ha vinto uno schieramento che si identifica in un signore che per la seconda volta, quindi con un progetto elaborato e concretamente realizzato, ha cercato, insieme a uno dei più stretti collaboratori già condannato per mafia, di fare di un mafioso come Mangano un eroe "civile". Con ogni evidenza – anche secondo una stampa che con poche eccezioni si è vilmente guardata dal porre seri interrogativi – allo scopo di raccogliere con parole d’ordine omertose il favore elettorale di un potere illegale, immorale e di sopraffazione, ben presente in vaste zone d´Italia.

Fra le tante constatazioni su Berlusconi, sui suoi cinque anni di pessimo governo, sulle ciniche "uscite" e "ritirate", sugli impresentabili alleati della Lega, sul gigantesco conflitto d´interessi, basterebbe questo fatto per comprendere quale arduo cammino sia di fronte all’Italia, che pure ha liberamente scelto nelle urne di affidarsi ancora al "grande venditore". E anche su quest’ultimo elemento, sul perchè sia diventata così gran parte d’Italia, c’è veramente molto da riflettere. Una vittoria che cambia la geografia politica del Paese, nella certezza che aprirà enormi problemi e drammatiche questioni sul piano interno e internazionale. Non è questa evidentemente la sede di un’analisi politica, che dovrebbe abbracciare altre novità dirompenti, fra cui l’affermarsi di un nuovo bipolarismo, il consolidarsi dell’alternativa di governo del PD, la dolorosa quanto storicamente grave scomparsa della Sinistra addirittura dalle scena parlamentare.

Certo l’idea che nel Parlamento della Repubblica debba sedere nella prossima legislatura un personaggio inquietante come Totò Cuffaro e non una persona onesta come Francesco Forgione, non induce all’ottimismo, né porta a considerazioni meno amare la regressione in Sicilia di uno schieramento guidato da Anna Finocchiaro e Rita Borsellino nel dilagare dell’autonomismo assistenzialista intriso di clientelismo e voto di scambio di Raffaele Lombardo.

Ciò che vogliamo però ribadire con forza e convinzione in questo momento, al di là della preoccupazione generale, è che ciascuno dei soggetti che hanno scelto la via della legalità, dei valori etici e civili, non solo resterà al proprio posto, ma dovrà moltiplicare se possibile l’impegno di sempre. Che cosa significa infatti l’avanzata elettorale a destra, intrisa di segnali antistato, secessionisti e del peggiore voto di scambio, se non che il prevalere di tutti gli elementi che combattiamo ogni giorno arrivi ormai a investire la stessa nostra Costituzione e la struttura della democrazia, con una ulteriore frammentazione del Paese e la sua deriva dall´Europa? E’ contro questa devastante prospettiva che siamo chiamati tutti a esaminare criticamente gli errori commessi, i cedimenti, le assurde contrapposizioni interne, i personalismi che hanno certo pesato, a ogni livello di responsabilità. E a rilanciare con più forza, continuità, visione unitaria l´azione già avviata sul piano nazionale come in ciascun territorio.

A partire dalle battaglie che si delineano nel nuovo Parlamento, in condizioni più difficili, per portare in porto innanzi tutto i nuovi provvedimenti antimafia, avviati faticosamente dal governo Prodi e bloccati a mezz’aria dalle elezioni anticipate. Ricostituire rapidamente, con la massima pulizia nelle scelte, la Commissione Parlamentare Antimafia, portando a compimento gli obiettivi legislativi e operativi delineati, resta un punto fondamentale al quale è chiamato il PD, con l’aiuto dell’Italia dei Valori e senza rinunciare, nei modi che dovranno essere individuati, all´apporto di componenti della Sinistra oggi escluse dai banchi parlamentari, ma della cui generosa esperienza sul campo non è possibile fare a meno.

Sui suoi impegni di battaglie civili e culturali, Libera come sempre non si tirerà indietro, seguendo l´esempio di Don Luigi Ciotti e rilanciando ovunque la forza delle idee e i valori della partecipazione.
Da parte nostra, come Libera Informazione, intendiamo perseguire con ancora maggiore determinazione il collegamento e l´aggregazione di tutti coloro che nei territori ad alta densità mafiosa e dovunque si espanda l’illegalità, mantengono accesa la luce della memoria e della conoscenza critica. Mai come oggi, di fronte ai devastanti effetti almeno in parte prodotti o favoriti dai conflitti d´interesse, dall´indifferenza e dalle deviazioni di un sistema dei media drogato e condizionato, avvertiamo la necessità di segnali nuovi e di aria più pulita nelle redazioni e nell´etere.

Roma, 16.04.2008

Amministrative 2008 – La nota del Liberatorio

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Dopo il risultato negativo delle consultazioni politiche nazionali, che passerà certamente alla storia, registriamo in controcorrente, l´ottimo risultato della lista La Sinistra-l'Arcobaleno a Molfetta.

Un risultato che certamente esprime e rappresenta i malumori di quegli elettori che non hanno gradito la scelta del candidato sindaco Salvemini di mettere insieme nella sua coalizione singoli candidati e partiti che non hanno nulla in comune con un progetto che vuole definirsi politico, e che sono stati corresponsabili del degrado politico e morale in cui versa la nostra città dopo l'esperienza di governo di destra.

La Sinistra-L'Arcobaleno senza dubbio ha intercettato anche il voto di centinaia di elettori che alle politiche hanno votato scheda bianca o altri partiti della sinistra radicale, ed è proprio questo il messaggio che giunge dal voto amministrativo, un indirizzo di lavoro che indica la strada giusta per ricominciare a fare politica lontano dai tavoli di contrattazioni e formule di pura alchimia algebrica che fino ad oggi ha contraddistinto la vita politica molfettese e nazionale.

Il contributo del Liberatorio sicuramente è stato determinante per l'affermazione del candidato sindaco Zaza e della sua lista; vogliamo dichiarare sin d'ora che i cinque candidati del Liberatorio e il movimento che loro rappresentano non intendono fare alcun accordo con Mino Salvemini, e tanto meno con Antonio Azzollini, per il ballottaggio.
Una sana e responsabile opposizione con obiettivi a lunga scadenza permetterà al tessuto sociale sano di questa città di costruire un progetto politico alternativo ad entrambi gli schieramenti.

Ringraziamo gli elettori che ancora una volta hanno dato fiducia al lavoro svolto in città dal LIBERATORIO POLITICO e rimandiamo tutti ad un prossimo comunicato stampa per un´analisi politica più approfondita.

L'Assemblea del Liberatorio e i candidati al consiglio Comunale
Aurora Nicolò, Caputo Annamaria, d´Ingeo Matteo, Jacono Michele, Poli Nicola

Molfetta,15.04.2008

Grandi centrali a biomasse? NO GRAZIE!

Vi proponiamo un interessante e divertente video prodotto dal Meetup Matera 2 di Beppe Grillo sulla probabile costruzione di un inceneritore proprio nel territorio di Matera. Crediamo che ci siano molte cose in comune con la battaglia che stiamo sostenendo a Molfetta.
Immaginatevi in quella conferenza al posto dei “millantatori”, così come gli hanno chiamati,  ci fossero stati gli interventi della Dott.ssa Gentilini e del Prof. Tamino che per la costruzione di una centrale a biomasse/inceneritore nel Comune di Russi (provincia di Ravenna) si sono già espressi in questi termini:
– Premesso che in questa centrale si bruceranno annualmente 270.000 tonnellate di pioppo e canna, ma la legge vigente consente che possano essere utilizzati rifiuti animali, industriali, residui agricoli e rifiuti urbani, la dott.ssa Gentilini, onco-ematologa, sostiene che il processo di incenerimento provoca l’emissione di polveri fini (PM10) e ultrafini (trasportate dal vento anche a distanza di 50/60 km), potrebbe causare tumori, ictus, infarto e malformazioni ai neonati. La fuoriuscita di diossine, potrebbe causare linfomi, indebolire il sistema immunitario, ridurre la fertilità maschile e femminile, aumentare il rischio di aborti spontanei, provocare malformazioni, ridurre lo sviluppo neurologico dei feti e incrementare il rischio di diabete. Le diossine in particolare entrano nel ciclo alimentare e soprattutto nel latte materno e non esiste alcun filtro in grado di trattenerle.

Il prof. Gianni Tamino, docente di biologia e di diritto ambientale all’Università di Padova, esperto di fama internazionale e già consulente del ministero dell’Agricoltura afferma che una centrale a biomasse di grandi dimensioni non può essere alimentata solo con materie prime delle zone limitrofe e sarebbe quindi necessario importare materiale da fuori con un conseguente aumento dell’inquinamento, facendo venire meno uno dei principi fondamentali per cui una centrale a biomasse può esistere,  mantenere  a zero il rapporto tra i valori della CO2 (anidride carbonica) emessa con quella sintetizzata dalle piante bruciate.
Prevedere di utilizzare cippato di canna comune  e pioppo rappresenta un problema tecnico rilevante perché hanno una scarsa resa energetica e richiedono l’apporto di migliaia di m3 di metano per garantire l’efficienza del forno con una resa energetica comunque molto bassa, circa il 25%!
A Russi si è ribaltata la logica in quanto prima si è programmata la potenza della centrale e poi si sta cercando la materia prima che servirebbe a mantenerla. Invece è sulla base della materia prima disponibile che va calibrata la potenza delle centrali. Un danno economico e alla salute, insieme, verso i cittadini.
E a Molfetta cosa accadrà? Lo chiederemo a breve direttamente ai due illustri esperti.

Il supermarket del voto (il giorno dopo…)

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Mentre Marco Travaglio e Peter Gomez ci fanno conoscere l’elenco dei 100 condannati, prescritti, indagati e rinviati a giudizio che verranno eletti in Parlamento, a Molfetta seguiamo le novità del supermarket del voto il giorno dopo.
In Via Campanella 57 è scomparso Mino Salvemini e sono salite le quotazioni di Pino Amato a discapito (e questo ci sembra una buona metafora) del "Movimento dei Valori Cittadini" (evidentemente non più necessari) e dell’ "ARIA PULITA" che nel prossimo futuro, temiamo, respireremo sempre meno (capisci a me!).

Il supermarket del voto

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Forse è giunto il momento di spendere qualche parola su questa strana campagna elettorale, combattuta, almeno tra due dei tre candidati sindaci, a colpi di faccioni sconosciuti o “rifatti” per l’occasione.
Le plance elettorali si sono trasformate in una sorta di album fotografico in cui abbiamo rivisto volti e sorrisi che credevamo facessero parte ormai della preistoria politica molfettese, ed invece no, loro erano lì a rappresentare il “nuovo che avanza” o le “energie migliori” tra rinviati a giudizio, inquisiti,  vecchi e nuovi responsabili del sacco di Molfetta, artatamente occultati nei due grandi schieramenti.
E la questione morale? E’ solo un optional per i salotti buoni? L’Assessore Regionale alla trasparenza e legalità Minervini, insieme al suo coordinatore regionale Emiliano, predicano bene e razzolano male; lontano dalla nostra città siedono accanto a Don Ciotti e Giancarlo Caselli per gridare al popolo antimafia che non è moralmente accettabile candidare gli inquisiti e i rinviati a giudizio, in particolare per voto di scambio.

Ma a Molfetta le regole non valgono e la questione morale è un problema d’altri, come quello della mafia o dei beni confiscati ai mafiosi nostrani che pure esistono.
 
Le posizioni del candidato sindaco-senatore le conosciamo bene e rispecchiano i criteri nazionali per la scelta dei candidati del Popolo della Libertà, più si è  inquisiti e condannati, più sono alte le quotazioni di mercato; mentre ci si aspettava da parte del candidato del centro-sinistra-destra un maggior rigore nel rispettare il codice etico. E invece no, Salvemini ha dichiarato pubblicamente: “che il suo appello etico è stato accolto da cinque liste su sei. L’Udc si è assunta in pieno la responsabilità di inserire Amato tra i candidati consiglieri in nome del diritto di elettorato passivo costituzionalmente garantito, e non ha accettato la raccomandazione, e lui ne ha preso atto”.
Questa rinuncia nell’esercitare l’autorevolezza di un candidato Sindaco che deve decidere per la composizione delle liste della propria coalizione, con codice etico alla mano, mi lascia già presagire di come andranno le cose se malauguratamente dovesse vincere questa coalizione.
Ci sono altre dichiarazioni del Salvemini che dovrebbero farci riflettere.
Alla domanda di un giornalista sul perché un cittadino che ha sempre votato centro-sinistra, dovrebbe parteggiare per lui e non per Antonello Zaza, Salvemini risponde che quel cittadino dovrebbe votare per lui per un motivo semplicissimo: “la sua coalizione ha  deciso di affrontare la sfida del governo, in questa città, non rinchiudendosi nella mera conservazione della propria identità, ma aprendosi e confrontandosi con mondi e realtà magari diverse da loro, ma che rappresentano uno spaccato rilevante e molto importante della società molfettese. Loro non hanno confuso i sogni con la realtà, ma hanno costruito le condizioni per tornare ad amministrare la città, per riscattarla dalla condizione di degrado in cui l’ha lasciata il sindaco uscente”.

Purtroppo, credo che Mino Salvemini, con tutto il bene che provo per lui, l’identità l’abbia persa nel momento in cui ha accettato di fare il candidato sindaco non di una coalizione politica ma di un “guazzabuglio elettorale” (checché ne dica anche il suo segretario politico Abbattista), mascherato da “emergenza democratica”, mai creato prima d’ora nella storia politica della nostra città.
Ma c’è di più, Salvemini quando dichiara di voler riscattare la città dal degrado in cui l’ha lasciata il sindaco Azzollini, dimentica di avere nella sua coalizione parecchi responsabili del degrado della città nell’ultimo decennio se non di più.

Ma qual’ è “lo spaccato rilevante e molto importante della nostra società” che sostiene Salvemini? De Cosmo che vorrebbe rappresentare il nuovo? Lillino di Gioia che ancora non ha spiegato ai suoi elettori perché si è dimesso da Consigliere Comunale e nel giro di poche settimane ha cambiato più casacche perché gli andavano tutte strette?
 
In queste ultime ore le due notizie di cronaca che riguardano gli arresti di cinque molfettesi che avevano creato una vera e propria holding famigliare dell’usura e la decisione dal Tribunale Civile di Trani su proposta della Camera di commercio di Bari, di reintegrare sei ex soci della cooperativa edilizia Antares esclusi illecitamente dal Cda della stessa, la dice lunga del degrado morale, amministrativo e politico in cui versa la città che ci ha lasciato in eredità Antonio Azzollini e molti corresponsabili presenti nelle liste di Mino Salvemini.

Ma l’usura, l’abusivismo dilagante, i commercianti di ortofrutta che espongono per strada (naturalmente abusivamente) i manifesti elettorali di certa parte politica, le casette costruite nel fondo lama proprio in questi giorni, gli stabilimenti balneari abusivi, lo spaccio di droga, l’uso di pass per invalidi falsificati o intestati a cittadini defunti, atti estorsivi e bombe carta che esplodono in città con maggiore frequenza, centrali elettriche costruite in zone agricole, trasparenza amministrativa e partecipazione negata, speculazione edilizia, la città sporca e tanto, tanto ancora, sono lo specchio di un  Palazzo di Città disabitato da molto tempo, e della mancanza autorevole di una guida politica fondata esclusivamente sulla difesa del bene comune e costruita su basi di indiscutibile moralità.

Che modello politico è stato offerto ai giovani in questi anni? Solo quello del voto di scambio. E quando c’era da costituirsi parte civile nei processi per voto di scambio e corruzione il Comune non c’era, anzi, ha fatto di meglio, ha offerto gli avvocati ai dipendenti e dirigenti che dovevano difendersi, questo è il modello.

Ricordo all’Azione Cattolica, ad altri benpensanti d’occasione e a Mino Salvemini che è possibile ancora costituirsi parte civile nei due processi per voto di scambio, almeno mi faranno compagnia, dal momento che su decine di migliaia di elettori sono stato l’unico a farlo; perché poi se è vero che non ci devono pensare i giudici a tenere fuori dalle liste i rinviati a giudizio che lo faccia almeno l’etica politica.

Vorrei concludere queste riflessioni di fine campagna elettorale con un’immagine emblematica che racchiude in se quell’aria di  “guazzabuglio” che si respira nei due grandi schieramenti.

L’immagine di un comitato elettorale sito in Via Campanella n.57, che nessuno dei due candidati Azzollini e Salvemini ha chiesto di chiudere, e che rende bene la misura della grande confusione che regna nel paese, e allo stesso tempo del degrado che ci circonda.

Certo è che in questo supermarket elettorale non si venderanno mai “valori veri”.

Il "Comitato NO CENTRALI" aveva ragione

Il “Comitato NO CENTRALI” esprime grande soddisfazione per la decisione del Comitato Regionale di V.I.A. (Valutazione di impatto ambientale) che, nella seduta del 19.02.2008, valutati gli atti tecnico-amministrativi dell’istante POWERFLOR srl di Molfetta per la variante al progetto, ha dichiarato che: “trattandosi di un incremento di potenza di circa 3 volte superiore a quello autorizzato e quindi di una variazione significativa dell’opera, ritiene che la richiesta debba essere sottoposta ad uno studio di Valutazione di Impatto Ambientale che evidenzi l’entità degli impatti sulle componenti ambientali più coinvolte dal progetto, anche al fine di coinvolgere la conoscenza del pubblico all’argomento”.

La notizia conferma le perplessità avute in tutti questi mesi anche sulle dichiarazioni del responsabile della società che sul Corriere del Mezzogiorno del 13 novembre 2007 ha dichiarato che “la V.I.A. è obbligatoria solo per impianti che superano i 300 MW termici e non è questo il caso”. Le stesse argomentazioni sono riportate sul sito della Powerflor srl (http://www.powerflor.it/chi_siamo.php).

Il compito del Comitato è stato e sarà sempre quello di informare correttamente i cittadini sulla vicenda e sulle modalità di intervenire nel procedimento amministrativo in itinere, per evidenziare la circostanza che la costruzione di quella centrale non può essere autorizzata in una zona agricola di grande pregio produttivo.
Per queste ragioni stasera il Comitato No Centrale sarà al Corso Umberto (altezza galleria Patrioti Molfettesi) dalle 19.00 alle 21.00 con un presidio informativo.

Inoltre respingiamo qualsiasi tentativo atto a screditare l’attività del Comitato e la corretta informazione sulla vicenda di alcuni organi di stampa locali.

Il "Comitato NO CENTRALI" – Molfetta
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