Archivio mensile:marzo 2009

Bari come Catanzaro. Il Ministro Fitto indagato e Alfano invia gli ispettori in Procura

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di Redazionewww.lagazzettadelmezzogiorno.it/…

Un’ispezione ministeriale è in corso nella Procura della Repubblica presso il tribunale di Bari. Secondo fonti giudiziarie baresi, l’ispezione è stata disposta dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare eventuali irregolarità compiute dai magistrati inquirenti nella conduzione di due inchieste nelle quali è imputato l’attuale ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto. I fatti contestati dalla procura a Fitto fanno riferimento agli anni scorsi quando egli era presidente della Regione Puglia. Gli ispettori giunti a Bari sono guidati dal vice direttore dell’ufficio ispezione, Gianfranco Mantelli.

Le inchieste sulle quali sono in corso verifiche con l’acquisizione di atti – a quanto si è appreso negli ambienti giudiziari baresi – sono quelle note come Cedis e La Fiorita. Per la prima, Fitto è già stato rinviato a giudizio per concorso in turbativa d’asta e interesse privato del curatore nella procedura di amministrazione straordinaria della società Cedis; per l’altra indagine, pende dinanzi al gup di Bari una richiesta di rinvio a giudizio per Fitto (per associazione per delinquere, concorso in corruzione, illecito finanziamento ai partiti, falso e peculato) e per una settantina di altri imputati, tra cui l’editore ed imprenditore romano Giampaolo Angelucci. L’ispezione – secondo le fonti giudiziarie baresi – nasce da diversi rilievi fatti dai legali di Fitto, durante e dopo l’indagine, a proposito della presunta ritardata iscrizione nel registro degli indagati del nome dell’attuale ministro e sull’irritualità con cui sono state disposte le intercettazioni telefoniche a suo carico. Entrambe le indagini sono state coordinate dai pm Roberto Rossi, Renato Nitti e Lorenzo Nicastro e coordinate dal procuratore aggiunto Marco Dinapoli.

ROSSI, NITTI E NICASTRO SCRIVONO AL CSM
Hanno scritto una lettera al Csm chiedendo attenzione per la vicenda oggetto dell’inchiesta ministeriale sul loro operato i tre sostituti procuratori del tribunale di Bari – Roberto Rossi, Renato Nitti e Lorenzo Nicastro – che hanno indagato sull’ex presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, ora ministro per gli Affari Regionali. La lettera – il cui contenuto è riservato – è stata anche consegnata al procuratore facente funzioni di Bari, Emilio Marzano, che stamani ha ricevuto gli ispettori e che ha comunicato formalmente ai colleghi l’avvio dell’inchiesta amministrativa.

Secondo quanto si apprende da fonti giudiziarie, l’ispezione riguarderebbe la presunta ritardata iscrizione del nome di Fitto nel registro degli indagati; il fatto che la procura avrebbe avviato le intercettazioni a carico di Fitto in base a fatti datati, e quindi li avrebbe riciclati per utilizzarli a carico dell’allora presidente; e, infine, il difficile accesso alle conversazioni intercettate per la difesa del ministro. Nei processi in corso a Bari il ministro è difeso dal presidente della commissione Giustizia alla Camera, Giulia Bongiorno, e dal deputato del Pdl e componente della stessa commissione, Francesco Paolo Sisto.

ANM BARI: ISPEZIONE DESTA PERPLESSITA’

Per la Sezione di Bari dell’Associazione magistrati (Anm), “desta serie perplessità la decisione, pur rientrante nell’autonomia del ministro, di assumere” l’iniziativa di una ispezione ministeriale alla Procura di Bari “in un momento oggettivamente inopportuno, essendo in corso un passaggio processuale assai delicato con imminente valutazione del Gup sulla richiesta di rinvio a giudizio del ministro Fitto, in concorso con altri imputati, per i reati di associazione per delinquere, concorso in corruzione, illecito finanziamento ai partiti, falso e peculato”. Lo si afferma in una nota della sezione barese dell’Anm nella quale si spiega che “il ministro Alfano, aderendo a nuova sollecitazione del ministro Fitto, ha inteso inviare alla Procura di Bari i suoi Ispettori” e che “non sono ancora ufficialmente note le ragioni e il perimetro entro il quale si muove l’inchiesta amministrativa degli Ispettori ministeriali”.

“Non può omettersi di rimarcare, quanto all’operato dei colleghi della Procura, che la loro attività professionale – si aggiunge nella nota – è stata già sottoposta ad attento vaglio da parte del Consiglio Superiore della Magistratura proprio sulla base di altro precedente esposto dello stesso ministro Fitto, che lamentava in un passato recente scorrettezze e intollerabili abusi. Ebbene, esaminando i rilievi del ministro, il Consiglio Superiore della Magistratura con voto unanime sia dei membri laici che togati ebbe a deliberare che, nel caso di specie, l’autorità giudiziaria aveva scrupolosamente rispettato i dettami costituzionali che stanno a protezione della libertà della funzione parlamentare”.

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Caparezza e la “Terra dei Miracoli”

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Domenica sera Molfetta è stata la terra dei miracoli. Il forte vento di scirocco improvvisamente s’è placato, le nuvole sono riuscite a trattenere la pioggia e la terra ha tremato ogni volta che Michele Salvemini, in arte Caparezza, faceva saltare il suo pubblico venuto anche da molto lontano.
Non è stato un semplice concerto musicale o un’opera d’arte, come qualcuno l’ha chiamata,  è stata una grande festa della cultura che ha visto incontrarsi generazioni lontane, dagli adolescenti che conoscevano a memoria tutti i testi delle sue canzoni agli ex sessantottini che ballavano con i loro figli. Famiglie intere che hanno cantato e ballato la storia di questa città.
A memoria d’uomo, non credo ci sia stato mai un evento con degli artisti molfettesi  che abbia messo insieme tanta bella gente e tanto talento genuino, fatto in casa.
Non eravamo nel fantastico mondo di Miragica, a sbavare di fronte al seno prorompente di Manuela Arcuri, non eravamo nella “Terra dei Giganti” a scaricare adrenalina lanciandosi giù da 47 metri dalla “Torre di caduta”; o a fare un giro sui tronchi del “Fiume Ride” o azzardare una discesa sulle turbolente finte “Rapide” (fatte con l’acqua che ci toglieranno dalle nostre case).
No, cari amici molfettesi, domenica sera eravate di fronte a giovani artisti più o meno affermati, nati e cresciuti in questa terra. Caparezza ha voluto lasciare spazio ad una piccola rappresentanza di un vasto mondo artistico, culturale e d’impegno civile che in questa città esiste indipendentemente dalle elemosine che il nostro Sindaco Senatore elargisce senza criteri a questa o quella associazione amica.
Alla Secca dei Pali non abbiamo assistito ad un semplice spettacolo, abbiamo partecipato alla presentazione di un progetto culturale. Michele Caparezza ha voluto lanciare una forte provocazione ad una amministrazione che non ha mai avuto né un assessore alla cultura e né una programmazione culturale.
Caparezza e gli artisti che erano sul palco con lui si sono autotassati quasi in segno di protesta nei confronti di una amministrazione che è stata sorda alle richieste, che nell’ultimo anno, sono venute da più parti per l’organizzazione di un evento simile a quello che si è tenuto domenica.
I nostri amministratori preferiscono finanziare Fondazioni e cooperative fantasma per poter distribuire posti, poltrone e visibilità agli amici e parenti degli amici e politici.
Ma la cosa più ripugnante è che i soldi, per la stragrande maggioranza delle loro manifestazioni “culturali”, provengono dalla Fashion District e  Mongolfiera (Ipercoop).
I signori della finanza bresciana, vicini a Gnutti e ai furbetti del quartierino, hanno prima occupato il territorio, distrutto la nostra economia e poi aiutano con l’elemosina il Sindaco Senatore ad offrirci dei surrogati culturali che offendono la dignità e la storia dell’autentica tradizione culturale molfettese.

Il messaggio di Caparezza è stato chiaro; Molfetta non ha bisogno di mecenati colonizzatori della cultura, non ha bisogno di “miragiche cittadelle” dei divertimenti che non hanno nulla a che spartire con le nostre tradizioni, che illudono i giovani e le loro speranze, che mortificano la nostra già debole economia e che devastano il nostro territorio.
E’ giunto il momento di affermare la nostra identità, di parlare con il nostro orgoglio culturale, di valorizzare il nostro patrimonio artistico e culturale, di dimostrare le nostre capacità creative di fronte ad un’arrogante e miope classe dirigente che ha svenduto per pochi danari la nostra terra al miglior offerente solo per prebende elettorali o tornaconti personali.
La rinascita di questa città deve necessariamente ripartire dalla cultura e dalle centinaia di artisti molfettesi giovani e non più giovani, associazioni culturali e movimenti che devono mettersi insieme per dar vita ad un progetto culturale di forte identità che serva a ridare dignità a questa città,  alla sua storia e soprattutto a quei cittadini che non vogliono essere servi di nessuno.
Grazie ancora Caparezza,  ora tocca a noi.

Ancora una volta si vuole limitare il diritto di cronaca

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Apprendiamo con stupore e sconcerto la decisione, da parte del presidente del Consiglio Comunale,  di concedere alla redazione de “il Fatto” la ripresa dell’odierna seduta del consiglio Comunale nelle modalità che la stessa emittente ci ha fatto conoscere attraverso un comunicato stampa.
Si legge, nella nota,  che "in esito alla consultazione dei capi gruppo consiliari avuta durante la riunione della Commissione Affari Istituzionali, detta autorizzazione si intende rilasciata con prescrizione di allocare la videocamera ed il microfono nell’area retrostante lo spazio riservato per i posti a sedere del pubblico".

Il Liberatorio Politico denuncia ancora una volta (l’aveva fatto già il 20 marzo scorso) l’atteggiamento arrogante di questa amministrazione tendente a limitare e a censurare l’informazione.

Il presidente del consiglio comunale o una qualsiasi conferenza di capigruppo o commissione consiliare non può sostituirsi alle prerogative che solo un consiglio comunale ha ricevuto da una consultazione elettorale.
Il consiglio comunale, e nessun altro organo può decidere e deliberare su materie che riguarda le attività da svolgere nell’aula del consiglio comunale.
Non tutte le forze politiche elette sono rappresentate in una “conferenza di capigruppo” e le commissioni consiliari hanno per legge, solo un parere consultivo e mai deliberativo.
A questo proposito denunciamo anche uno spreco di gettoni da pagare a consiglieri comunali che non sono tenuti ad occuparsi di  certe materie di competenza esclusiva della massima assise.
Pertanto invitiamo anche la silenziosa opposizione a manifestare oggi pomeriggio il proprio dissenso a questa inopportuna decisione del Presidente Camporeale, ponendo la questione come fatto grave e pregiudiziale all’avvio dei lavori del consiglio Comunale.
Siamo di fronte ad una grave violazione del diritto di cronaca anche rispetto al regolamento del consiglio comunale che all’art.15 ammette i rappresentanti della stampa nell’emiciclo dei consiglieri con una propria postazione e con un apposito tavolino.

Intervista a Gioacchino Genchi: “Adesso parlo io”

Trascrizione integrale dell’audio rilasciato da Pietro Orsatti giovedí 12 marzo 2009. L’intervista a Gioacchino Genchi è stata realizzata il 7 marzo.

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di Pietro Orsatti

Leggi il servizio Pubblicato da Left

Pietro Orsatti (PO): “Il tuo lavoro non é quello di intercettare qualcuno?”
Gioacchino Genchi (GG): “No, assolutamente.”

PO: “Tu non hai mai messo una microscopia?”
GG: “No, assolutamente no. Guarda, io ho fatto una sola intercettazione telefonica in vita mia. Quando abbiamo cambiato casa ed avevo il telefono nello studio, in cucina ed in camera da letto. Io ero nello studio, dovevo fare una telefonata, ho alzato il telefono, ed ho sentito mia moglie che parlava con sua madre. Peró non ci ho capito nulla perché parlavano in sloveno. Questa é stata l´unica intercettazione fatta in vita mia. Ho chiamato subito il tecnico ed ho fatto cambiare l´impianto di modo che, anche a casa mia, se uno alzava il telefono, gli altri dovevano stare isolati.  Se quella é un´intercettazione quella si l´ho fatta, ma comunque non ci ho capito nulla perché parlano in sloveno, perché mia moglie é di origine della minoranza slovena di Gorizia”.

PO: “Tu ti sei ritrovato a dover fare un incastro fondamentalmente di dati telefonici ed utenze e questo tu non lo fai solo per WHY NOT, tu lo fai da decenni.”
GG: “Si da sempre. È molto semplice, te lo riepilogo in due battute. Parliamo di WHY NOT ovviamente e non di altre indagini di de Magistris, perché io questo lavoro a Catanzaro lo facevo giá da diversi anni prima in processi di mafia ed omicidio con sentenze che hanno dato ergastoli per stragi, facendo esattamente le stesse cose, anzi forse facendo qualcosa di molto di piú in termini di acquisizione di dati e di intercettazioni.
L´indagine WHY NOT non aveva nessuna intercettazione. De Magistris non ha fatto intercettazioni né sapeva di disporne tanto che quando mi ha conferito l´incarico – leggi bene la relazione che io ho fatto a Salerno sulla presunta acquisizione del tabulato del cellulare di Mastella – nel conferimento dell´incarico di de Magistris non é stato inserito di analizzare ed incrociare le intercettazioni ed i tabulati, perché de Magistris non sapeva quando mi ha dato l´incarico che avrebbe acquisito le intercettazioni.  Dopo che mi dato l´incarico, eravamo a fine marzo, de Magistris ha acquisito dalla procura di Lamezia, dei carabinieri si sono presentati da lui ed hanno detto “dottor de Magistris, anni fa noi abbiamo intercettato Saladino in un´indagine per delle minacce che aveva subito e ci sono delle intercettazioni importanti”.  Quindi il conferimento dell´incarico é giá il primo atto importante con i quesiti che sono gli stessi quesiti che da piú di vent´anni io ricevo da tutti i magistrati d´Italia, compresi i magistrati che siedono e si sono seduti al consiglio superiore della magistratura,. Quindi se de Magistris deve essere sanzionato perché quei quesiti sono debordanti, illeggittimi etc, bisogna annullare tutte le sentenze di ergastolo che sono state date sulla base di quegli incarichi e bisogna punire tutti i magistrati d´Italia, giudici, pubblici ministeri, presidenti di Corte d´Assise, magistrati che sono ancora in Cassazione e che sono pure alla Procura Generale della Cassazione e che mi hanno dato lo stesso identico quesito e lo stesso identico incarico. L´incarico ripeto non prevedeva di analizzare le intercettazioni telefoniche perché le intercettazioni di Saladino sono sopravvenute al processo WHY NOT, sono arrivate dopo. Le intercettazioni di Saladino mi sono state consegnate da de Magistris quando é venuto a Palermo ed abbiamo avuto una riunione di due giorni (19-20 aprile 2007) a venti-trenta giorni dal conferimento dell´incarico, ed abbiamo fatto una riunione operativa in cui dovevamo trattare altri temi ed alla quale hanno partecipato Woodcock, un ufficiale di polizia giudiziaria di Woodcock,  il dottor de Magistris ed il consulente finanziario, il dott. Sagona, un ispettore in pensione della Banca d´Italia. Abbiamo parlato di tutto tranne che di Mastella, di Saladino e dell´indagine WHY NOT perché la riunione atteneva ad altri ambiti di collegamento investigativo con le indagini di Woodcock sulla massoneria in particolare.  Questo é forse il punto che ha preoccupato.  Di questo comunque ne parliamo dopo.
Quando é venuto de Magistris mi ha portato queste intercettazioni che noi abbiamo trattato nelle settimane successive. Quando abbiamo acquisito i tabulati io ho scritto fino alla noia nelle relazioni successive che bisognava chiedere l´autorizzazione al parlamento per le intercettazioni e per i tabulati dei parlamentari di cui frattanto erano state individuate le utenze. Noi potevano individuare le utenze dei parlamentari che avevano un telefono intestato a loro. Per esempio Prodi aveva un telefono intestato a Romano Prodi che non é stato acquisito perché Prodi era parlamentare.  Il senatore di Pietro aveva un telefono intestato ad Antonio di Pietro di cui non si potevano certamente acquisire i tabulati.
Ma se un parlamentare utilizza dei telefoni che saltano da una societá ad un ente ad un ministero e poi un altro ministero e poi alla Camera e poi al Senato, se un parlamentare non utilizza i telefoni a sé intestati e cambia sedici apparecchi con la stessa SIM e la stessa SIM la cambia sei volte intestandola da una parte all´altra, come si fa a stabilire che é un parlamentare? Aggiungo che se un parlamentare attiva a nome proprio decine di schede come é successo per un altro parlamentare di cui sono stati acquisiti i tabulati e le proprie schede vengono date a diverse persone e magari le stesse schede le troviamo in una dinamica di un duplice omicidio, la protezione va a quel parlamentare ma non puó essere estesa a tutti i soggetti, i portaborse, i colleghi di studio, gli avvocati – e forse anche non avvocati – dello stesso parlamentare che ricevono le schede ed usano le schede intestate al parlamentare.
Poi si dice nel rapporto del ROS falsamente che la scheda era intestata alla Camera dei deputati mentre non é vero. La scheda era intestata al dipartimento dell´amministrazione penitenziaria e non solo era cambiata l´intestazione ma era pure cambiata l´azienda telefonica da TIM a WIND e poi da WIND a TIM di nuovo, quindi era una confusione ed era impossibile stabilire se non si faceva il tabulato di chi era quel cellulare che é stato acquisito per ragioni assolutamente diverse. É stato acquisito perché risultavano dei contatti telefonici nel range delle intercettazioni, quando giá sapevamo solo il periodo delle intercettazioni, mentre il cellulare di Saladino si muoveva a Roma ed aveva altri tipi di contatti telefonici prima e dopo che erano giá stati rivelati come di interesse. Quindi si é acquisito immediatamente il tabulato per non perdere il tempo pregresso. Perché qual é il punto di partenza? La test dott.ssa Caterina Merante ha riempito decine di pagine di verbali in cui ha fatto tutta una serie di dichiarazioni che riguardavano una serie di soggetti e di fatti molto gravi con collusioni istituzionali che andavano dai servizi di sicurezza alla politica al giornalismo al mondo degli affari, dell´imprenditoria, della finanza, delle forze di polizia, della guardia di finanza, della polizia di Stato, del ministero dell´interno. Queste dichiarazioni dovevano essere riscontrate. Le dichiarazioni della Merante sono della primavera del 2007 – iniziano a fine marzo – e riguardano fatti precedenti risalenti ai primi anni 2000. Quindi noi avevamo 24 mesi di tempo per prendere i tabulati. Ecco quindi l´esigenza di acquisizione immediata dei tabulati senza poter eseguire quelle verifiche che, quand´anche fossero state fatte, le acquisizioni sarebbero state legittime. Il ROS dice “Genchi si doveva fermare – e lo stesso dice Rutelli – perché quel cellulare era intestato alla Camera dei deputati”. Ma il ROS non dice che fra le stesse acquisizioni diversi mesi dopo, quando io avevo giá individuato che quel cellulare era di Mastella ed avevo scritto al Pubblico Ministero che bisognava chiedere l´autorizzazione al Parlamento. Ma non solo, avevo anche scritto che bisognava chiedere l´autorizzazione al Parlamento anche per le intercettazioni indirette perché cosí diceva la legge Boato. Io non sapevo che di lí a qualche settimana la Corte Costituzionale avrebbe dichiarato illegittime quelle norme della legge Boato che prevedevano l´impossibilitá di utilizzare le intercettazioni indirette dei parlamentari. Quindi (questo era, ndr) il mio scrupolo, il mio zelo istituzionale e la mia perfetta conoscenza delle norme e tutela del mio lavoro e del lavoro del PM. Basta leggere le relazioni che il ROS guarda caso non ha citato. Perché ha dato alla procura generale, che se l´é chiesto perché era su commissione il lavoro fatto, e poi al COPASIR e poi alla procura di Roma, una rappresentazione totalmente alterata della realtá”.

PO: “Ma perché il ROS ha puntato te e perché su WHY NOT?”
GG: “Probabilmente si sono voluti pulire il coltello perché io dal 1989 mi imbatto in delle porcherie fatte dal ROS”.

PO: “Quindi é qui la vicenda, chiamiamola il conflitto tra una parte dello Stato ed un´altra.”
GG: “Io ritengo che abbiano voluto colpire me ben oltre la mia funzione di consulente dell´autoritá giudiziaria per quello che io rappresento, ho rappresentato, per quello che io ho fatto in passato e per quello che é stato il mio ruolo anche all´interno della Polizia di Stato.”

PO: “Tu rappresenti te stesso ed il tuo lavoro.”
GG: “Io rappresento me stesso, il mio lavoro ed una massa enorme di persone per bene con le quali io ho lavorato, compresi ufficiali e sottoufficiali del ROS, magistrati e funzionari di Polizia.”

PO: “Raccontiamola questa storia”.
GG: “Nell´89 c´é l´attentato all´Addaura ed iniziano una serie di sospetti”.

PO: “L´attentato all´Addaura é quello della bomba che poi dicono che non era una bomba.”
GG: “I sospetti si materializzano poi nel ´92 allorché viene riferito ai magistrati di Caltanissetta e prima ai magistrati di Palermo da un maresciallo dei carabinieri, un artificiere, che il congegno esplosivo sarebbe stato consegnato a un funzionario di polizia che si trovava presente sul posto. Io immediatamente con La Barbera svolgo degli accertamenti che riguardavano questo funzionario di polizia che giá per la veritá era indicato per la sua amicizia con Contrada e per alcuni suoi rapporti che aveva avuto a Palermo con (qualcuno, ndr) di molto sospetto e dimostro che quel funzionario di polizia non avrebbe mai potuto ricevere quel congegno che viene maldestramente fatto eplodere e brillare e non consente di stabilire chiaramente come era stato congegnato effettivamente quell´attentato e se si trattava di un vero attentato o se voleva essere solo un´intimidazione. Io dimostro che quel funzionario si trovava in tutt´altra sede in quel momento. Questo maresciallo dei carabinieri é stato condannato per false dichiarazioni al pubblico ministero.
Poi le occasioni per aver lavorato sulla trattativa e per essere stato messo anche da parte, io e La Barbera, quando stava per arrivare l´onnipotenza, diciamo, del ROS a Palermo che avrebbe assicurato, come ha assicurato, grandi successi, come li ha fatti i successi. Sicuramente la cattura di Riina é stato un grande risultato. Peró se si fossero fatte pure le indagini sul covo di Riina, io mi preoccupo di piú di come ci si é arrivati alla cattura di Riina e possibilmente del fatto stesso che Riina sia stato reso latitante per tanti anni. Perché vedi le catture sono certamente un successo dello Stato ma sono allo stesso tempo un successo dello Stato che dimostra l´insuccesso o le connivenze dello Stato per tutto il tempo in cui i latitanti, poi catturati, sono rimasti tali. Plaudire a chi ha catturato Provenzano quando ormai si trovava in uno stato quasi larvale é certamente giusto perché é il risultato di un´attivitá di intelligence di poliziotti che hanno dato la vita e sacrificato affetti”.

PO: “É la fine di un percorso diciamo”.
GG: “Peró io mi chiedo se in uno Stato che si rispetti e che si chiami tale con la S maiuscola possa essere consentito che un soggetto di quel genere possa restare per piú di quarant´anni latitante. E´ veramente un assurdo pensare a questo e che poi venga trovato sotto casa a mangiare ricotta e cicoria solo perché si seguono un paio di mutande. Io non penso che Provenzano si sia cambiato le mutande solo quella volta negli ultimi quarant´anni. Penso che se le sia cambiate altre volte o qualcuno gliele lavava pure queste benedette mutande, no?”

PO: “Ti faccio una domanda. Ritorniamo al ´92. Il ´92 é un anno cruciale per la Repubblica italiana. Sei d´accordo?”
GG: “Si, peró le cose cruciali del ´92 nessuno le dice. Tutti parlano di quello che c´é dopo le stragi e nessuno dice quello che c´é prima. Nel ´92 ci sono due attacchi concentrici al sistema politico: uno viene (dalle inchieste su, ndr) tangentopoli e dalla procura di Milano e da altre autoritá giudiziarie che seguono, alcune bene altre meno bene alcune addirittura male, l´esempio ed il metodo investigativo della procura di Milano ed (un altro, ndr) che viene da un Presidente della Repubblica che inizia a picconare il sistema di cui aveva fatto parte e che lo aveva generato e che si chiama Francesco Cossiga. Si tratta di un Presidente della Repubblica che é giunto al limite del suo mandato ed inizia a togliersi tutti i sassolini dalle scarpe e che fa, oggi si direbbe, “outing”. Un Presidente della Repubblica che viene attaccato concentricamente e viene messo pure in stato di accusa con l´impeachment ed é costretto a dimettersi. Ed é costretto a dimettersi perché c´é un qualcuno che in Italia vuole accelerare, c´é un qualcuno che probabilmente giá studiava od era in pantaloncini corti e si allenava, come accade per i giocatori che sono in panchina, per prendere le redini dell´Italia. E magari per prendere le redini dell´Italia avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell´autoritá giudiziaria, strumentalizzare alcune inziative ed inchieste giudiziarie.  Ma é ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un Presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l´elezione del Capo dello Stato interrompendo quello che é il corso che quel Parlamento di inquisiti e tutto quello che vogliamo, comunque un Parlamento eletto, si stava dando con la proposta di un altro ben diverso Presidente della Repubblica. Questi sono i fatti di cui pochissimi parlano”.

PO: “Nello stesso momento ci sono alcune aziende che cominciano a muoversi”.
GG: “Di questo non voglio parlare”.

PO: “Peró tu ti ritrovi in quel momento ad essere vice-questore a Palermo.”
GG: “No io in quel momento ero appena appena commissario. Io sono entrato in polizia nel marzo dell´86 e nel ´92 ero commissario capo da poco.  Dirigevo la zona telecomunicazioni per la Sicilia occidentale ed in concomitanza delle stragi Parisi mi volle affiancare un ulteriore incarico operativo di direzione del nucleo anticrimine, cioé un gruppo di una sessantina di poliziotti dotati di autovetture velocissime, di armamento e di equipaggiamento per eseguire immediatamente dei blitz e dei controlli, quindi un´attivitá operativa. Infatti sono stati i miei ragazzi a trovare nella collinetta di Capaci il famoso bigliettino con il numero del telefonino del responsabile SISDE di Palermo “NECP300 portare in assistenza”. Vedi caso NECP300 é lo stesso telefono che noi trovammo poi clonato ad Antonino Gioé e La Barbera nel covo di via Ughetti dopo la cattura che fu fatta grazie ad un´operazione di intelligence della Procura della Repubblica di Palermo, dai magistrati Lo Voi e Pignatone.”

PO: “Quindi il 19 luglio tu ti ritrovi un paio di ore dopo?”
GG: “No, un po´ prima.  Sono andato in via D´Amelio con il mio autista che ancora si ricorda, ci guardiamo mentre ancora le macchine erano in fiamme,  Borsellino ancora fumava per terra, i pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall´intonaco del palazzo, e certamente lá era scoppiato un ordigno che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque…”

PO: “Sarebbe stato come minimo ferito o mutilato”
GG: “No, sarebbe stato un attentato kamikaze e lá non erano stati trovati dei morti se non dei poliziotti e Borsellino.  É da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall´onda d´urto. Le modalitá dell´acceleramento nella posa della macchina hanno pure escluso che ci potesse essere un effetto ritardato, cioé che si preme e scatta dopo 5 secondi, perché c´é stata l´osservazione diretta di Paolo Borsellino che é uscito dalla macchina, si é avvicinato al citofono e la macchina era messa proprio all´ingresso del cancelletto di via D´Amelio e quindi é stata quasi collegata all´impulso del citofono.”

PO: “C´é un unico punto.”
GG: “Guardando e considerando che tutta la parte montuosa dell´altura di Monte Pellegrino é inaccessibile eccetto le strade, da cui non si poteva certamente mettersi sul ciglio della strada ed aspettare che Borsellino arrivasse, ho realizzato due ragionamenti. Uno deve essere stato fondamentale l´elemento informativo,  quando Borsellino sarebbe andato lá, perché tieni conto che non ci si puó appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivi Borsellino,  qualcuno te lo deve pure dire quando Borsellino sta arrivando. Due ci vuole un punto di osservazione: siccome in via D´Amelio era stata fatta anche l´intercettazione del telefono dell´abitazione per carpire questi elementi informativi e siccome l´intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, doveva necessariamente essere eseguita da un ambito molto ristretto – allora abbiamo ipotizzato a questo punto che ci fosse un´unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento.  Poi abbiamo anche riflettuto su una cosa importante: Borsellino andava da decenni a villeggiare a Villagrazia di Carini, dove si poteva uccidere pure con la fiocina di un fucile subacqueo perché andava lá e prendeva il bagno. Infatti aveva il costume blu da bagno di TERITAL nella borsa che si é sporcata per l´incendio della macchina ma che era intatta.  Si trattava di una borsa in pelle marrone al cui interno c´erano il costume e la batteria di un cellulare MICROTAC, la batteria quella doppia, batteria che poi i familiari donarono al fidanzato della figlia e che ha utilizzato fino a qualche anno fa. Per dire come quell´incendio non ha distrutto la macchina di Borsellino, non ha distrutto la borsa, non ha distrutto la batteria che é di per sé infiammabile. L´unica cosa che si é infiammata forse perché era rossa é l´agenda che non si é piú trovata. ”

PO: “Ma questa borsa che passeggia per via D´Amelio (incomp) in quei momenti… quel video é impressionante.”
GG: “Certamente quel video c´é. Magari forse la contestazione di furto mi é sembrata pure a me un po´ eccessiva, peró insomma io non so se le cose che ha detto l´ufficiale – io non le ho lette, non conosco gli atti – siano perfettamente aderenti al vero. Quindi probabilmente la contestazione di furto non ci sta come é stato correttamente osservato anche dalla Cassazione, peró certamente c´é una grossa discrasia di una borsa che conteneva un´agenda e di un´agenda che non si é piú trovata. Non solo, é tutto l´elemento acceleratore della strage dietro questa agenda che sparisce con il tentativo di cancellare gli ultimi giorni di vita di Borsellino. Se poi vai a considerare quando é stata rubata la macchina, la 126 utilizzata per la strage,…”

PO: “Tu ad un certo punto ti ritrovi lí, Castello Utveggio, capisci che sono circolate…”
GG: “Guardo io ti leggo quello che ho giá dichiarato in un´intervista che poi é stata per esigenze (tecniche, ndr) tagliata a proposito della vicenda Castello Utveggio e della vicenda Spatuzza. Tieni presente che dopo la creazione dei gruppi Falcone-Borsellino io li lascio a maggio 2003.”

PO: “Lasci o te li fanno lasciare?”
GG: “No no lascio (incomp). Sono stato io ad andarmene, non é assolutamente vero che mi la fanno lasciare, sono stato io volontariamente ad andarmene. Questo risulta nei processi, non é stato smentito, c´é la mia nota con la quale io rientro in servizio.”

PO: “Perché c´é un po´ di pubblicistica che dice che sei stato allontanato, tu sei stato trasferito un periodo.”
GG: “No, io sono stato trasferito nell´ottobre precedente quando ci fu il tentativo di allontanare me e poi La Barbera. Anche La Barbera fu trasferito. Ed i gruppi nascono perché la dott.ssa Boccassini ed il dott. Cardella in particolare si impongono sul ministero dell´interno e devo dire anche Tinebra, perché queste risorse investigative e queste persone – in particolare il dott. La Barbera, io e basta – potessimo rioccuparci delle indagini. Perché dopo che apriamo il fronte sui servizi, in particolare dopo che apriamo il fronte su Contrada perché sia chiaro, noi siamo stati trasferiti. Ma non era tanto un trasferimento mio e di La Barbera ma lo smantellamento di una struttura della Polizia di Stato perché tutto doveva passare in mano al ROS. Questo é il disegno ancora piú perfido di questa scelta che in quel momento fu fatta”.

PO: “Ma che cosa gli hai fatto ai ROS, che cosa gli hai toccato? C´é un pezzo del ROS che comunque ti ha puntato.”
GG: “Si sicuramente”

PO: “Non del ROS, dell´arma dei carabinieri.“
GG: „No guarda l´arma dei carabinieri lo escludo tassativamente perché l´arma dei carabinieri é fatta di persone serie. Il pericolo é fatto da persone che entrano ed escono dai servizi di sicurezza e dal ROS e che in questi vari passaggi si dimenticano intanto di essere dei carabinieri. Perché é normale e fisiologico che una persona della Polizia possa andare nei servizi di sicurezza, alla DIGOS, all´UCIGOS, allo SCO e poi rientrare e fare il questore o qualunque cosa. Peró la cosa importante é che questo poliziotto o carabiniere che transita che possa andare pure al RIS, alla territoriale, comandare una compagnia, poi comandare un reparto operativo, poi andare al ROS etc, ´sto carabiniere o ufficiale dei carabinieri non deve mai dimenticare di essere un carabiniere e di avere giurato fedeltá allo Stato in quanto carabiniere. Perché se dimentica questo allora comincia ad essere molto pericoloso”.

PO: “Ma é una questione politica?”
GG: “Eh sí, é una questione politica. Io mi occupo di queste indagini con de Magistris e tolgono de Magistris, tolgono me ed affidano tutto al ROS ed il ROS combina il pataracchio che ha combinato secondo me anche in danno dei magistrati di Catanzaro perché Iannelli non é colui che ha avocato l´indagine. Iannelli é colui a cui é stata prospettata una rappresentazione totalmente falsa di quelle indagini illegali che il ROS ha fatto su de Magistris e su di me. Io vado da Mentana e Mentana subito dopo la mia trasmissione viene cacciato. Viene messo un nuovo conduttore di MATRIX che la prima trasmissione che fa é con Mori del ROS.  Un bravo giornalista, Nicola Biondo, fa un´inchiesta sul ROS sull´Unitá e qualche giorno dopo stavano per chiudere l´Unitá. Io adesso non vorrei peró comincia ad esser molto preoccupante. Qui il vero problema ed io l´ho scritto nel mio blog é l´attuazione della direttiva Napolitano. Io mi augurerei che Napolitano, che ha fatto quella splendida circolare che voleva evitare concentramenti di potere e di informazione su questi organi di Polizia che operano all´esterno dell´ambito istituzionale e giurisdizionale dello Stato, se non ha avuto la forza di farla valere come ministro dell´interno quantomento abbia la forza di farla valere come Presidente della Repubblica”.

PO: “Prima facevi un accenno alla massoneria.”
GG: ”La massoneria oggi bisogna porla in una dimensione diversa da come siamo stati abituati. Io mi sono occupato in numerosissime occasioni di indagini sulla massoneria ed ho realizzato una conclusione. Sono state fatte intercettazioni, sono state fatte perquisizioni e per i ricordi che ho io tutti i soggetti a cui sono stati trovati i paramenti massonici, i grembiulini, sono stati sempre prosciolti alla fine delle indagini. Magari c´erano condotte riprovevoli dal punto di vista morale e politico peró di reati nemmeno l´ombra. Il vero problema é invece quando i grembiulini non si trovano, i cosiddetti affiliati all´orecchio. I veri problemi non sono le singole logge,  che poi tra l´altro sono sempre in lite tra di loro, i veri problemi sono quando queste logge vengono aggregate e si autoaggregano anche senza volerlo per la sola volontá di chi sta facendo le indagini. Ritengo che in questo de Magistris e nel mio piccolo forse anche io abbiamo avuto il primato di aggregare delle logge e delle consorterie massoniche o paramassoniche che possono poi anche chiamarsi Compagnia delle Opere o Opus Dei. Qualcuno quando pensa alla massoneria pensa solo ai compassi, solo a Gelli, pensa solo ad una cosiddetta massoneria laica. Io vi invito a leggere il libro di Pinotti, quello che c´é sull´Opus Dei e vi assicuro che esce fuori un quadro di Gelli persino quale campione di democrazia al cospetto di quelle che emerge dall´Opus Dei, se sono vere le cose che sono scritte in quel libro”.
PO: “Quindi questa componente continua ad esistere, si parla addirittura di nuove possibili logge coperte.”
GG: “Sí sono tutta una serie di aggregazioni e sub-aggregazioni che ormai utilizzano internet e non utilizzano piú le regole della tessera, del numero e del codice e che utilizzano un sistema di accordi trasversali specie con la frantumazione dei partiti e delle ideologie, con il valere degli accordi trasversali dei sistemi degli inciuci che partono dal mondo della politica per arrivare a quello della finanza passando e controllando totalmente il mondo dell´informazione. È evidente che in una situazione di questo genere specie se questi soggetti apparentemente disgiunti vengono attaccati contemporaneamente é chiaro che si uniscano. Infatti l´unisono anche parlamentare degli attacchi che si sono avuti all´attivitá ed al lavoro del dottor de Magistris ed in particolare al mio con una mistificazione di numeri e nomi senza uguali che ha lasciato persino di stucco alcuni parlamentari. Io ovviamente non posso dire chi ma io sono stato contattato da diversi parlamentari che sono rimasti assolutamente stupiti di quello che é accaduto. Non riuscivano a capire il come ed il perché. Il come ed il perché sta nel fatto che pochi ma buoni si sono uniti ed hanno orchestrato l´inciucio”.

PO: “Davvero pochi?”
GG: “Fortunatamente si, sono pochi ma buoni nel senso di peggiori“.

PO: „Cioé che controllano comunque il sistema informativo“.
GG: “Si, controllano il sistema informativo ed hanno cercato di controllare il sistema parlamentare. Peró secondo me non ci sono riusciti.”

PO: “Dici che qualche anticorpo c´é ancora?”
GG: “Si io credo che il nostro Parlamento e la nostra politica abbiano dei grossi anticorpi.”

PO: “Ma Mentana si é auto (incomp.)? Aveva giá lanciato dei segnali. ”
GG: “Mentana é stato un incontro-scontro interessante. Io non conoscevo Mentana, mi trovavo alla redazione della Sciarelli, a CHI L`HA VISTO, e stavamo per andare in trasmissione. Mi ha chiamato un mio amico che é un regista della Sciarelli dicendomi che un suo amico che é un regista che lavora con Mentana voleva contattarmi e voleva sentirmi perché Mentana voleva fare una puntata di MATRIX con me. Contemporaneamente mi é giunto un messaggino di Mentana sul cellulare. Ci siamo sentiti, io gli ho dato la disponibilitá e gli ho detto se aveva bisogno di qualche argomento. Mi ha detto che pensava a tutto lui e che stava organizzando. Gli ho chiesto allora di sapere cosa stava organizzando anche per prepararmi e mi ha detto che era tutto a sorpresa e non poteva dirmi nulla. Io non ho insistito anzi ho apprezzato la serietá di un giornalista che voleva lavorare sull´elemento sorpresa anche per animare la trasmissione. Quindi mi ha invitato per il pomeriggio successivo per andare agli studi e registrare la trasmissione. A questo punto ho detto no: io vengo con piacere ed accetto qualunque tipo di sfida con lei visto che sará certamente una sfida da come si sta palesando peró io vengo in trasmissione solo a condizione che la trasmissione sia in diretta. Mi ha detto: “Ma dai che facciamo tardi, cosí poi la vediamo in TV e magari stiamo assieme la sera.” Io ho detto: “No, mi dispiace Mentana, ma io non vado in trasmissioni registrate.”

PO: “E lui ha accettato?”
GG: “Lui ha accettato ed ha detto “non c´é problema. Anzi cosí abbiamo pure un po´ piu´ di tempo per preparare i servizi e lavoriamo meglio anche nel pomeriggio”. Io non so che tipo di permessi abbia chiesto lui peró certamente lui voleva fare una trasmissione per rilanciare il presidente del consiglio.  Lui probabilmente era andato sotto con l´intervista a Di Pietro e Saviano ma con la mia si voleva riprendere perché c´era un cartellone enorme che mi sono sentito male quando sono entrato in quello studio e nel vedere quella gigantografia con le dichiarazioni del presidente del consiglio. Tra l´altro mi ha anche fatto dire prima quello che io avevo giá anticipato e cioé che secondo me Berlusconi era stato probabilmente depistato quando ha detto “il piú grande scandalo” perché io l´ho sentito quando lui in un´intervista per strada aveva detto “se sono vere le cose che riportano i giornali”, perché lui non era stato in consiglio dei ministri o al copasir e non aveva sentito i servizi, ma si trovava in Sardegna dove forse qualche entitá dei servizi c´é pure quantomeno quelli che stavano costruendo alla Maddalena e di cui mi stavo occupando, peró Berlusconi non aveva modo di avere informazioni in tempo reale ed ha rilasciato una dichiarazione di assoluta gravitá. Ma io che non ritenevo di avere un fatto personale con Berlusconi anche perché devo dire con tutta onestá che dall´indagine WHY NOT Berlusconi non era assolutamente emerso e forse questo é stato questo il guaio perché se fosse emerso avremmo trovato piú solidarietá quantomeno nella magistratura associata ed invece questo non c´é stato. Quindi il presidente Berlusconi si é scagliato diciamo contro di me. Allora Mentana dopo che io difendo il presidente Berlusconi nel senso di dire “secondo me il presidente Berlusconi é stato informato male”, io non posso prendermela con chi ha solo avuto la leggerezza nel riferire al presidente del consiglio un´informazione appresa dalla stampa – infatti io sono un uomo dello Stato e mi tocca difendere il presidente del consiglio indipendentemente dal fatto se l´ho votato o meno – e Mentana mi lancia subito dopo il servizio di Berlusconi che non parlava per strada con gli stessi giornalisti a cui aveva detto le cose che avevo sentito io ma il comizio che aveva fatto dentro un teatro nel quale non aveva assolutamente parlato dei giornali e se sono vere le cose che hanno riportato i giornali ma ha dato per scontato che io avevo intercettato tutti gli italiani. Quindi tra l´altro se avessi intercettato tutti gli italiani avrei intercettato lui e quelli e quelle che parlavano con lui. Quindi avrei avuto quelle famose intercettazioni che molti mi hanno chiesto quando lui ha detto “se esce una mia intercettazione io lascio l´Italia” io sono stato tempestato di telefonate “Genchi tira fuori le intercettazioni di Berlusconi perché cosí facciamo bingo”. Io ho detto mi dispiace ma con tutta la buona volontá io il presidente Berlusconi non l´ho intercettato ma non solo: io non ho intercettato nemmeno le gentili signorine che si sarebbero intrattenute al telefono con il presidente Berlusconi. Con tutto quello che posso fare per l´Italia io vi posso portare intercettazioni mafiose, di assassini, di criminali, degli amici di Saladino che sono in Parlamento ma il presidente Berlusconi purtroppo in questo non c´entra perché se ci fosse entrato forse i destini della nostra indagine forse sarebbero stati diversi. Peró Berlusconi insomma certamente non devo insegnargli io come fare il presidente del consiglio, lui si avvale delle sue fonti informative ed io gli auguro di avere buoni risultati. Peró io devo dire una cosa: devono stare molto attenti a queste sirene che girano attorno ai palazzi. Un grande generale scrisse che un esercito che fonda le sue forze sull´arruolamento dei traditori vincerá le prime battaglie ma perderá sicuramente la guerra”.

"In cammino 365 giorni all'anno"

L’appello di Luigi Ciotti sul palco a Napoli: nessuno usi la legalità per calpestarla

«Voi l’avete capito che questo non è un evento, non è una manifestazione, non è un corteo qualsiasi. Questo è stato ed è un camminare insieme, per impegnarci di più tutti; tutti per costruire legalità diritti pace, verità e giustizia nel nostro paese. E avete sentito che ad aprire questo camminare insieme centinaia, centinaia di familiari delle vittime della violenza criminale delle mafie. Ma vogliamo anche ricordare qui tutte le vittime del dovere e le vittime del terrorismo non ci sono morti di seria “A”, di serie “B”, di serie “C”.  Sono tutti morti per la democrazia per la giustizia, per il bene del nostro paese e noi vogliamo ricordarli tutti, sempre e sempre di più. E allora non è un evento perché  le persone che sono venute qui, sentono prepotente dentro di loro che ci si deve impegnare 365 giorni all’anno.

Questi amici, questi familiari chiedono coerenze, credibilità e soprattutto la continuità delle nostre scelte e dei nostri impegni, è questo il senso di esserci qui. Esserci, camminare insieme per cambiare: la normalità del bene ed il coraggio dovrebbe essere la vera ossatura di tutta la nostra società. E allora aveva ragione Pippo Fava quando diceva: «A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare». Già, a che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare, ognuno per la propria parte, per il proprio ruolo, per le proprie competenze. Noi chiediamo allo Stato e alle istituzioni che facciano il loro dovere fino in fondo. Noi vogliamo essere una spina propositiva al fianco delle istituzioni per chiedere quello che è giusto: la verità, i diritti, la giustizia sociale che guarda caso incomincia con quell’articolo 1 della Costituzione che dice che questa è una repubblica fondata sul lavoro: lotta alla mafia incomincia dal lavoro, dalla dignità delle persone, dal creare quelle condizioni affinché le persone non devono essere private della loro libertà e della loro dignità. Abbiamo bisogno che i diritti non siano scritti solo sulla carta, non siano solo enunciati ma che i diritti siano carne, siano vita. Abbiamo bisogno di creare queste condizioni come ci ricordava Carlo Alberto dalla Chiesa: che lo Stato dia come diritto ciò che le mafia danno come favore.

Allora questo è il grido che noi ancora lanciamo e lo abbiamo lanciato pochi giorni fa a Casal di Principe camminando per quelle strade dove qualche anno fa, quando camminavamo nel ricordo di don Peppino Diana, le finestre erano chiuse e anche le porte. Ma l’altro giorno le finestre erano aperte e le porte erano aperte grazie a voi, grazie a tutti voi, nessuno escluso. Quando civiltà e coerenza è possibile cambiare allora non dobbiamo arrenderci, non dobbiamo abbassare la testa, dobbiamo ancora continuare a camminare insieme dobbiamo essere cittadini in cammino 365 giorni all’anno. Poi abbiamo scelto: che ci sia un giorno, il giorno della memoria e dell’impegno, meglio dell’impegno e della memoria. Il primo giorno di Primavera per fare in modo di potervi abbracciare tutti e di ricordare a voce alta alle nostre coscienze. Ma anche un pugno nello stomaco a quelli che stanno alla finestra a guardare e che godono di tutto questo, che quei nomi non ci abbandoneranno mai, ed essere un richiamo delle nostre coscienze ad essere persone che si devono sporcare tutti i giorni le proprie mani per costruire questi percorsi.

Allora forza amici, forza dobbiamo essere più responsabili tutti, meglio, corresponsabili perché noi chiediamo si alle istituzioni di fare la loro parte ma per piacere, per piacere, per piacere, non chiediamo alle istituzioni di fare la loro parte se noi non facciamo innanzitutto la nostra parte fino in fondo con coerenza. Dobbiamo noi essere credibili innanzitutto. E quando chiediamo non ci sia solo la denuncia, giusta doverosa sempre seria e documentata. Ma ci sia sempre anche la proposta. E vi devo dire cari amici che io faccio sempre fatica a guardarvi in faccia e vorrei che tutti sappiano guardarvi nella profondità dei vostri occhi perché quegli occhi parlano. Di fronte a voi credo che dobbiamo stare muti e commossi perché conosco la profondità delle vostre ferite e del vostro dolore. Ma so anche che avete compiuto il faticoso percorso che muove dal dolore e approda all’impegno. Grazie perché siete stati capaci dal dolore dalla sofferenze, vi siete messi in gioco in forme dense e convinte di cittadinanza attiva e di attività sociale culturale. Avete offerto la vostra disponibilità, avete in comune l’esperienza del dolore a portare a nudo le ferite ed i percorsi più faticosi e più intimi. Siete voi i primi testimoni di strema generosità personale e di grande disponibilità sociale.

Hanno camminato con voi nelle prime file gli amici del FAI che Tano Grasso fondò anni fa. Oggi non è qui con noi perché ha avuto un piccolo intervento chirurgico. Vi manda a salutare tutti e noi salutiamo tutti i commercianti, gli imprenditori tutti colore che hanno avuto la forza di dire no di rifiutarsi di pagare il pizzo che con coraggio hanno messo in gioco la loro vita, e allora abbiamo veramente camminato insieme. Nando Dalla Chiesa, figlio di Carlo Alberto ha detto: «mio padre è stato ucciso perché non si è girato dall’altra parte». Noi tutti non dobbiamo mai girarci dall’altra parte, incominciamo dalle piccole cose ma qualche mese fa a Casal di Principe a raffaella, 19 anni, in occasione della festa della polizia, non a caso a Casal di Principe, ha detto: «Noi siamo casalesi e siamo stanchi di doverci vergognare di questo aggettivo; casalesi è il nome di un popolo e non di un clan». E questo vale per Napoli, per la Campania, siamo un popolo e non saranno certamente i mafiosi ad aver il sopravvento.

Ma i giovani che voi avete visto camminare a migliaia oggi per queste vie non sono il futuro come qualcuno dice ma sono il nostro presente e ci chiedono oggi che si facciano delle politiche per le famiglie e ci chiedono che si creino le condizioni di un sano protagonismo e una sana partecipazione. Ci chiedono che oggi questa società li aiuti nel concreto  a vivere il passaggio dal sogno al progetto, dall’apprendimento al senso di responsabilità. E allora sono stupendi questi ragazzi che sono venuti da tutte le parti di Italia e da trenta paesi d’Europa. Sono venuti qui a Napoli con la loro passione ed entusiasmo e chiedono agli adulti di essere credibili e dare l’esempio.

E un’altra cosa sì: amici non girarsi dall’altra parte. La Costituzione è il testo fondamentale che ci insegna le regole dell’essere cittadino e che nessuno tocchi quella prima parte della Costituzione italiana, nessuno la tocchi e la nostra Costituzione dobbiamo fare in modo che diventi sempre di più cultura e costume e soprattutto qualcuno non confonda la giustizia con la legalità. La giustizia cioè la realizzazione effettiva dell’uguaglianza dei diritti e le opportunità dei doveri per le persone viene troppo spesso confusa con  la legalità, il concetto di legalità tanti lo usano, sono troppi quelli che lo piegano a facili strumentalizzazioni e per legittimare misure e provvedimenti che vanno in direzione contraria a quella della giustizia sociale. Nel nome della legalità c’è chi la calpesta tutti i giorni. Allora aiutiamoci, aiutiamo quei giovani in modo propositivo a distinguere le buone leggi, quelle che promuovono i diritti di tutti i cittadini da quelle cattive fatte nell’interessi di pochi o incapaci di trovare il giusto equilibrio tra sanzione ed esclusione, tra penale e sociale. Non girarsi dall’altra parte deve essere l’impegno di tutti.

L’altro giorno un tuo assessore di nome Scotti (rivolto al sindaco Iervolino, ndr) ci ha detto no alla legalità sostenibile, quella fatta di mediazioni continue tra lecito ed illecito perché ci sono troppi che nella loro testa pensano che si possa usare la legalità come “bandiera” da sbandierare ma poi si fa l’occhiolino all’illegalità e questo, è il viatico alla camorra e delle mafie. All’apertura dell’anno giudiziario molti presidenti delle corti d’Appello ci hanno ricordato la crescita negli ultimi tempi della criminalità dei colletti bianchi. Scusate, per un prete, è giusto che si chiamino i colletti neri, perché sono nere quelle persone nel senso che veramente calpestano la legalità. Allora forza amici noi abbiamo due nemici: la violenza, la criminalità, le mafie, la corruzione, le illegalità, ma anche la burocrazia e aspettiamo anni per avere la verità. L’ Italia è al 156° posto su 181 paesi del mondo per la lentezza della giustizia nel nostro paese, e che i beni possano essere confiscati in modo veloce. Il 36 per cento sono sotto ipoteche bancarie: che le banche cancellino subito queste ipoteche. Noi stiamo dando una mano alle banche, bene le banche cancellino perché tutti i beni devono essere usati e restituiti alla collettività.

 Soprattutto il parlamento italiano, chi fa politica lo faccia, trovi una normativa, se la inventi non porti scuse perché questi familiari hanno trasformato il loro dolore in impegno. Si prendono le ferie, se le bruciano tutte, non hanno più giorni di riposo, ma non lo dico in modo retorico, perché vanno nelle scuole e nelle associazione vanno a portare la loro testimonianza sofferta ma anche per stimolare i nostri ragazzi, e la gente a mettersi in gioco a capire che si può voltare pagina, che è possibile. Allora si riconosca quell’impegno e che uno non debba bruciarsi tutte le vacanze ma sia riconosciuto. E chiedo che tutti i signori deputati del parlamento italiano vadano ad ascoltarli, uno per uno per piacere, perché solo guardandoli in faccia si capisce la violenza criminale e mafiosa nel nostro paese, perché se no parliamo tutti a vuoto. E allora è finito il tempo delle promesse, grazie lo voglio dire ai magistrati e alle forze dell’ordine grazie a quella politica trasparente e diamo insieme una bella pedata a quelli che sono dei mascalzoni e non fanno fino in fondo la loro parte.

E l’ultima cosa la rivolgo a chi è nel crimine a chi è nelle mafie e nella camorra, lo dico a nome di tutti questi familiari, a chi vive nella violenza e nel crimine: fermatevi. Ma che vita è la vostra; ma ne vale la pena? Perché avete carcere che vi aspetta, clandestinità, troppe morti. Se avete dei beni, prima o poi noi ve li confischiamo tutti, ve li portiamo via tutti, fermatevi. Alla fine che cosa vi resta? E soprattutto vi chiedo: fermatevi a riflettere dentro. Non basta ogni tanto pentirsi ma bisogna convertirsi, cambiare dentro. Come giustificate il male che fate agli altri e a voi stessi? la vostra è una condanna alla vita, condannate già la vostra vita, questa non può essere la vita.

Molti di questi familiari vanno nelle carceri minorili consapevoli che bisogna anche saper porgere la mano e costruire le condizioni perché questi ragazzi si possano e riescano a sottrarsi al crimine. Rita Atria, gli hanno ucciso il padre ed il fratello.  In un tema d’esame scrisse:  “l’ultima speranza è non arrendersi mai, rendere coscienti i ragazzi, che vivono tra la mafie, che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplice ma belle, di purezza. Un mondo nel quale sei trattato per quello che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona. Forse un mondo onesto non esisterà mai ma chi ci impedisce di sognare? Forse se ognuno di noi prova a cambiare forse ce la faremo, ce la faremo insieme”.»

In 150mila contro le mafie e per i diritti

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di Libera Informazionewww.liberainformazione.org…

È il popolo degli onesti a scendere in piazza a Napoli. Sfilano in 150mila alla quattordicesima giornata della memoria e dell’impegno, tanti giovani, tante famiglie, insieme ai migranti campani, ai volontari dell’antimafia sociale, ai familiari delle vittime delle mafie. In marcia contro la criminalità organizzata, ma soprattutto in marcia per la giustizia e per i diritti.
Il 21 marzo di Libera e Avviso Pubblico si trasforma quest’anno in un rito civile ancora più carico di significati, per dire no alle cosche e al terrorismo, per onorare la memoria di chi è stato ucciso perché si è opposto ma anche delle “vittime del dovere”, per riscattare la bellezza di un paese assediato dai clan e dalla corruzione. Nel primo giorno di primavera il lungomare partenopeo è un simbolo, è il chilometro più bello d’Italia.
 
E Napoli ritrova un altro simbolo: Roberto Saviano sale sul palco in piazza Plebiscito, accanto a don Luigi Ciotti e Ilya Politkovskij, il figlio di Anna Politkovskaja, accanto ai familiari delle vittime delle mafie e ai tanti rappresentanti delle istituzioni. Arriva a sorpresa e la sua voce ricorda i nomi dei sei immigrati africani uccisi a Castelvolturno, della giornalista russa, delle vittime della faida di Scampia e di Annalisa Durante, uccisa a Forcella a soli 14 anni. È un messaggio ai camorristi, che il fondatore di Libera sfida e ammonisce: “Che vita è la vostra? Vi aspetta il carcere, la clandestinità, la morte. I vostri beni li confischeremo tutti. Fermatevi”. Ma è anche un messaggio alle istituzioni: “Saremo una spina nel vostro fianco, con le nostre idee e il nostro impegno” dice don Ciotti. Perché “bisogna dare vita ai diritti”, a quei diritti affermati dall’articolo 1 della Costituzione “che nessuno può mettere in discussione”, nel rispetto della giustizia sociale e della legalità, “un concetto che troppo spesso si piega a facili strumentalizzazioni per legittimare provvedimenti che vanno in direzione opposta”. Un messaggio alla politica “che calpesta tutti i giorni la legalità e la giustizia”.
 
Il corteo. Sono arrivati da tutt’Italia e da 30 paesi europei, con due navi e decine di treni, con 800 bus e centinaia di auto. Un fiume di gente, gioioso e composto. In testa i 500 familiari delle vittime, che portano le foto dei loro cari e aprono la marcia con le parole di Mameli. Sfila il popolo dell’antimafia, mentre dagli altoparlanti risuonano i nomi dei tanti caduti per mano delle mafie. Sono più di ottocento, ogni nome è un esempio. Chi si è opposto al pizzo e chi ha detto no, chi è morto perché ha fatto il proprio dovere, con la toga o con la divisa. È la memoria che si rinnova e si rafforza con i nomi delle vittime del terrorismo. La memoria che si fa globale con i dieci nomi delle vittime delle mafie europee.
 
I colori. Un corteo gioioso e festoso. I ragazzi delle scuole medie campane si vestono da clown, quelli di Lucca hanno il volto coperto da fazzoletti bianchi, perché “vogliamo guardare con altri occhi”. Dietro uno striscione giallo ci sono gli africani del Movimento dei migranti e rifugiati di Caserta, che marciano “Contro la camorra e il razzismo”. Magliette bianche con un codice a barre e un uomo con il cappio al collo ricordano che “La mafia ha un prezzo”.  “Vivo in mezzo alla mondezza, la vogliamo spazzare sta camorra o no?” dice ridendo Ugo, un bambino di Scampia. Gli studenti dell’Uds e dell’Udu cantano e ricordano che l’antifascismo è un valore. Dal camioncino parte un pezzo storico dei 99 Posse, “il sole splende forte a piazza Plebiscito”.
 
La denuncia e la speranza.
Ma quello di Napoli è anche un momento di protesta. Mario Congiusta – il padre di Gianluca, ucciso a Siderno dalla ‘ndrangheta – alza le mani coperte da guanti bianchi con una scritta che è un’invocazione: “Certezza della pena”. Claudio Fava dice secco a un cronista che lo interroga sul caso del sottosegretario Cosentino: “Non è vero che il governo non ci dà risposte, il silenzio è già una risposta". E Rita Borsellino parla con dolcezza ai ragazzi che la fermano e la salutano: “Avete visto in quanti siamo. Dobbiamo crederci, se ognuno di noi porta anche solo un’altra persona allora ce la possiamo fare”.

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Concedere le riprese audiovisive in consiglio comunale vuol dire essere trasparenti

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Nelle ultime settimane ha fatto discutere molto la decisione del presidente del Consiglio Comunale, Nicola Camporeale, di vietare le riprese audiovisive dei lavori dello stesso consiglio e ci dispiace che tale decisione, tranne qualche isolata protesta, non sia stata contrastata con convinzione da parte dell’opposizione con atti ed iniziative eclatanti. A nostro avviso la scelta del Presidente potrebbe configurarsi in un vero e proprio “abuso di potere”, in quanto, in mancanza di un regolamento apposito che disciplina la materia, la decisione dovrebbe essere presa dal Consiglio Comunale.
Per spiegare meglio la natura del problema riportiamo di seguito alcuni articoli del regolamento vigente del Consiglio Comunale di Molfetta risalente al 1975.

Art. 2 – Attribuzioni e poteri del Presidente 

Il Presidente rappresenta il Consiglio e assicura il buon andamento dei suoi lavori e dell’amministrazione interna, facendo osservare il Regolamento. Il Presidente concede la facoltà di parlare, dirige e modera la discussione, mantiene l’ordine, giudica la ricevibilità dei testi delle mozioni e delle altre proposte fatte al Consiglio, pone le questioni, stabilisce l’ordine delle votazioni, chiarisce il significato del voto e ne annunzia il risultato.
I poteri di polizia del Consiglio sono esercitati dal Presidente che impartisce gli ordini necessari, in relazione all’art297 della L.C.P., n. 148 del 4.2.1915.
Qualora sorga tumulto nel consiglio, il Presidente si alza: è allora sospesa la discussione. Se il tumulto continua, il Presidente sospende la seduta per un dato tempo, o, secondo l’opportunità, la scioglie.

Art. 5 – Sedute pubbliche

Le sedute del Consiglio sono pubbliche, eccetto i casi seguenti:
a) quando trattasi di questioni concernenti persone;
b) quando per un determinato argomento su richiesta di almeno 1/3 dei presenti il Consiglio comunale lo statuisca con deliberazione motivata a maggioranza dei voti.

Art. 6 – Disciplina sedute segrete
Si considerano questioni concernenti persone ai sensi e per gli effetti dell’art.295 della Legge e comunale e provinciale, n.148 del 4.2,1915, le nomine degli impiegati, le promozioni, le sospensioni, le destituzioni, i provvedimenti disciplinari, il conferimento di assegni a gratificazioni personali, il licenziamento ed in genere tutte le questioni la cui soluzione possa dipendere da apprezzamenti delle qualità personali, fisiche e morali dell’individuo.

Art. 15 – Ammissione del pubblico
Nessuna persona estranea al Consiglio od ai servizi relativi può introdursi nella sala ove siedono i Consiglieri.
Il pubblico può assistere alle sedute pubbliche nell’apposito spazio ad esso riservato.
Le persone ammesse nei settori appositamente riservati devono essere correttamente vestite, stare a capo scoperto e in silenzio, astenendosi da ogni segno di approvazione o di disapprovazione.
Durante le sedute pubbliche saranno ammessi i rappresentanti della stampa, assegnando ad essi un apposito tavolino. I vigili urbani saranno incaricati dell’osservanza dei regolamenti e, in seguito all’ordine del Presidente, faranno uscire immediatamente chiunque abbia turbato l’ordine.

Orbene, nessuna di queste norme, dello Statuto Comunale o del D.L. 267/2000 vietano esplicitamente una qualsiasi forma di registrazione audiovisiva di una seduta di Consiglio Comunale.
Al contrario le disposizioni di legge, in linea generale, consentono al pubblico di assistere alle sedute consiliari dalla postazione riservata al pubblico.
Si consideri, anche, che l’attuale regolamento del C.C. è stato approvato nel 1975 e quindi non ha potuto recepire le successive disposizioni di legge in materia di trasparenza e accesso ai documenti amministrativi contenute nella legge n. 241/’90 e successive modificazioni.
La verbalizzazione della discussione di una delibera approvata da un Consiglio Comunale è parte integrante dell’atto amministrativo che ne deriva e quindi una ripresa audiovisiva non è altro che un documento che riporta fedelmente tutto ciò che ha contribuito a formare l’atto deliberativo licenziato dal Consiglio Comunale.
Le eventuali limitazioni alle riprese potrebbero essere giustificate dalla eventuale mancata attivazione, da parte dell’amministrazione comunale, di un autonomo sistema di registrazione, stante l’esigenza di escludere che l’unico supporto audiovisivo di documentazione dello svolgimento dei lavori consiliari resti nella disponibilità esclusiva di soggetti estranei all’amministrazione, fuori dalle necessarie garanzie di autenticità.
A Molfetta questo non potrà mai accadere perché da molti decenni le riunioni di consiglio comunale e le relative verbalizzazioni sono registrate su supporti magnetici che ditte specializzate trasformano in testi scritti e vengono puntualmente approvati dal C.C. e archiviati.
Riteniamo quindi che le riprese audiovisive di un qualsiasi soggetto privato presente nello spazio riservato al pubblico non possa essere vietato, e ci sembra anche superflua la presentazione di una richiesta preventiva da presentare al Presidente del Consiglio Comunale, perché la stessa non potrà mai essere rigettata, se non nei casi previsti per legge che rendono le sedute segrete.
Quindi pensiamo che la redazione de “Il Fatto” e/o qualsiasi altro soggetto privato debba continuare quel servizio d’informazione trasparente, di cui questa città ha molto bisogno, senza aggravi di cassa per l’amministrazione comunale.

Don Peppino, eroe in tonaca ucciso dal Sistema dei clan

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di Roberto Saviano, la Repubblica

La mattina del 19 marzo del 1994 don Peppino era nella chiesa di San Nicola, a Casal di Principe. Era il suo onomastico. Non si era ancora vestito con gli abiti talari, stava nella sala riunioni vicino allo studio. Entrarono in chiesa, senza far rimbombare i passi nella navata, non vedendo un uomo vestito da prete, titubarono.
Chi è Don Peppino? Sono io…

Poi gli puntarono la pistola semiautomatica in faccia. Cinque colpi: due lo colpirono al volto, gli altri bucarono la testa, il collo e la mano. Don Peppino Diana aveva 36 anni. Io ne avevo 15 e la morte di quel prete mi sembrava riguardare il mondo degli adulti. Mi ferì ma come qualcosa che con me non aveva relazione. Oggi mi ritrovo ad essere quasi un suo coetaneo. Per la prima volta vedo don Peppino come un uomo che aveva deciso di rimanere fermo dinanzi a quel che vedeva, che voleva resistere e opporsi, perché non sarebbe stato in grado di fare un’altra scelta.

Dopo la sua morte si tentò in ogni modo di infangarlo.
Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan. Appena muori in terra di camorra, l’innocenza è un’ipotesi lontana, l’ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. Persino quando ti ammazzano, basta un sospetto, una voce diffamatoria, che le agenzie di stampa non battono neanche la notizia dell’esecuzione. Così distruggere l’immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale. Don Diana era un camorrista titolò il Corriere di Caserta. Pochi giorni dopo un altro titolo diffamatorio: Don Diana a letto con due donne.

Il messaggio era chiaro: nessuno è veramente schierato contro il sistema. Chi lo fa ha sempre un interesse personale, una bega, una questione privata avvolta nello stesso lerciume. Don Peppino fu difeso da pochi cronisti coraggiosi, da Raffaele Sardo a Conchita Sannino, da Rosaria Capacchione, Gigi Di Fiore, Enzo Palmesano e pochi altri. Ricordarlo oggi – a 15 anni dalla morte – significa quindi aver sconfitto una coltre di persone e gruppi che pretendevano di avere il monopolio sulle informazioni di camorra, in modo da poterle controllare. Ricordarlo è la dimostrazione che anche questa terra può essere raccontata in modo diverso da come è successo per lungo tempo. Come dice Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe e amico di don Peppe, "è sempre complicato accettare l’eroismo di chi ci sta vicino, perché questo sottolineerebbe la nostra ignavia". Don Peppino fu ucciso nel momento in cui Francesco Schiavone Sandokan era latitante, mentre i grandi gruppi dei Casalesi erano in guerra e i grandi affari del cemento e dei rifiuti divenivano le nuove frontiere dei loro imperi. Don Peppino non voleva fare il prete che accompagna le bare dei ragazzi soldato massacrati dicendo "fatevi coraggio" alle madri in nero. A condannarlo fu ciò che aveva scritto e predicato. In chiesa, la domenica, tra le persone, in piazza, tra gli scout, durante i matrimoni. E soprattutto il documento scritto assieme ad altri sacerdoti: "Per amore del mio popolo non tacerò". Distribuì quel documento il giorno di Natale del 1991. Bisognava riformare le anime della terra in cui gli era toccato nascere, cercare di aprire una strada trasversale ai poteri, l’unica in grado di mettere in crisi l’autorità economica e criminale delle famiglie di camorra.

"Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della Camorra. – scriveva – La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone con violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario, traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti… ".

La cosa incredibile è che quel prete ucciso, malgrado tutto, continuò a far paura anche da morto. Le fazioni in lotta di Sandokan e di Nunzio di Falco cominciarono a rinfacciarsi reciprocamente la colpa del suo sangue, proponendo di testimoniare la loro estraneità a modo loro: impegnandosi a fare a pezzi i presunti esecutori della banda avversaria. Oltre a cercare di diffamare Don Peppino, dovevano cercare di lanciarsi dei messaggi scritti con la carne, per togliersi di dosso il peso dell’uccisione di quell’uomo. Così come era stato difficile trovare i killer disposti a farlo fuori. Uno si ritirò dicendo che a Casale lo conoscevano in troppi, un altro accettò ma a condizione partecipasse pure un suo amico, come un bambino che non ha il coraggio di fare da solo una bravata. Nel corso della notte prima dell’agguato, uno dei killer tormentati riuscì a convincere un altro a rimpiazzarlo, ma il sostituto, l’unico che non sembrava volersi tirare indietro, era l’esecutore meno adatto. Soffriva di epilessia e dopo aver sparato rischiava cadere a terra in convulsioni, crisi, bava alla bocca. Con questi uomini, con questi mezzi, con queste armi fu ucciso Don Peppino, un uomo che aveva lottato solo con la sua parola e che rivoluzionò il metodo della missione pastorale. Girava per il paese in jeans, non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi né andava confortando donne tradite. Aveva compreso che non poteva che interessarsi delle dinamiche di potere. Non voleva solo confortare gli afflitti, ma soprattutto affliggere i confortati. Voleva fare chiarezza sulle parole, sui significati, sui perimetri dei valori.

Scrisse: "La camorra chiama "famiglia" un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di "famiglia", strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per "famiglia" si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime (…) Non permettere che la funzione di "padrino", nei sacramenti che lo richiedono, sia esercitata da persone di cui non sia notoria l’onestà della vita privata e pubblica e la maturità cristiana. Non ammettere ai sacramenti chiunque tenti di esercitare indebite pressioni in carenza della necessaria iniziazione sacramentale…".

Questo è il lascito di Don Peppino Diana, un lascito che ancora oggi resta difficile accogliere e onorare. La speranza è nelle nuove generazioni di figli di immigrati, e nuovi figli di questo meridione, persone che torneranno dalla diaspora dell’emigrazione, emorragia inarrestabile. Il pensiero e il ricordo di Don Peppino sarà per loro quello di un giovane uomo che ha voluto far bene le cose. E si è comportato semplicemente come chi non ha paura e dà battaglia con le armi di cui dispone, di cui possono disporre tutti. E riconosceranno quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. Realmente, non come metafore. Una parola che è sentinella, testimone, così vera e aderente e lucida che puoi cercare di eliminarla solo ammazzando. E che malgrado tutto è riuscita a sopravvivere. E io a Don Peppino vorrei dedicare quasi una preghiera, una preghiera laica rivolta a qualunque cosa aiuti me e altri a trovare la forza per andare avanti, per non tradire il suo esempio, offrendogli le parole di un rap napoletano. "Dio, non so bene se tu ci sei, né se mai mi aiuterai, so da quale parte stai".

A Molfetta c’è una piccola “casta” con privilegi in punto di morte

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Dopo le macabre rivelazioni dell’ex-necroforo, Raffaele Petruzzella, il camposanto di Molfetta sembra dover ancora svelare tanti segreti.
Oltre i segreti e i misteri irrisolti, ci sono fatti certi che la magistratura e gli stessi amministratori comunali non hanno voluto approfondire anche dopo lo scandalo dei loculi cimiteriali che ebbe il suo epilogo con la condanna dell’ex custode Carmine de Rossi.
Un particolare, che le indagini portarono alla luce e su cui non si è indagato abbastanza, riguardava una pratica ormai consolidata nel tempo che permetteva a dipendenti comunali, assessori e consiglieri comunali di prenotare, illegittimamente, loculi in seconda fila per se stessi o per un possibile tornaconto elettorale.

Ma, i privilegi, anche in punto di morte al Comune di Molfetta, venivano da più lontano.
Solo per caso abbiamo appreso da una delibera di giunta comunale dello scorso novembre 2008 che, nella nostra città  (forse l’unica in Italia) esistono dei cittadini “privilegiati” rispetto ad altri.

In seguito al decesso di un dipendente comunale, marito di un ex assessore, si è saputo che “per i dipendenti comunali deceduti in servizio verrà assegnato gratuitamente un loculo cimiteriale possibilmente in 3^ fila”.
Così recita l’ultimo comma dell’art. 144 del “Regolamento Generale sullo Stato Giuridico ed Economico dei Dipendenti Comunali”, adottato con provvedimento di Consiglio Comunale n. 325 in data 3 settembre 1981.
Quindi esiste una “casta” di lavoratori privilegiati rispetto a tanti altri che in caso di decesso in servizio hanno il loculo assicurato.
Ma, per aver accesso a questo privilegio bisogna essere molfettesi d.o.c. ed essere residenti nel comune di Molfetta? Altri dipendenti provenienti dai comuni limitrofi possono usufruire dello stesso privilegio?
Nasce naturale una domanda. Com’è possibile che nel 2009 possano esistere ancora certi privilegi?
Ma non è tutto. L’articolo n.144 dice altro: “In caso di decesso del dipendente in attività di servizio o in aspettativa per malattia o indisponibilità, è corrisposta al coniuge, non separato legalmente, o in sua mancanza i figli o, in mancanza di questi, agli eredi, secondo le norme di legge in materia di successione, l’intera mensilità del trattamento economico spettante alla data del decesso.
Inoltre nel caso che eredi siano il coniuge o i figli vengano corrisposte due intere mensilità aggiuntive”
.

Non vogliamo commentare l’articolo del regolamento comunale ma chiediamo al Sindaco e al consiglio comunale di annullare subito l’art. 144 del “Regolamento Generale sullo Stato Giuridico ed Economico dei Dipendenti Comunali”, adottato con provvedimento di Consiglio Comunale n. 325 in data 3 settembre 1981, perché palesemente discriminatorio.
In una comunità non possono esserci lavoratori di serie A ed altri di serie B. Non abbiamo bisogno di altre caste protette perché sono già tante quelle che abbiamo a Roma.

Documenti
Delibera della Giunta Comunale: Concessione gratuita cassettone al dipendente comunale Raffaele Grieco deceduto in servizio.  (28/11/2008)

Sgominata la «Spa» delle truffe d’auto. In carcere Pietro Sorrenti

di Antonello Norscia  (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Tanto tuonò che piovve. Le numerose querele sono sfociate nelle manette. Motore delle truffe, le auto.
Del contratto d’acquisto restavano solo le rate da pagare alla finanziaria. Nonostante acconti, permute, promesse d’immediata immatricolazione e giustificazioni per guadagnar tempo, la consegna delle vetture non è mai avvenuta.
Svariate truffe che avrebbero avuto il crisma dell’associazione per delinquere secondo il sostituto procuratore della Repubblica di Trani, Mirella Conticelli che ha chiesto ed ottenuto l’arresto del 47enne molfettese di origini tranesi, Pietro Sorrenti, amministratore della concessionaria «Dinauto Srl» di Molfetta. Società collegata all’autoconcessionaria «Autoclub Srl» di Bari che però già da un anno aveva preso le distanze da Sorrenti per lo stato d’insolvenza. Tanto da richiedergli i 600mila euro di credito, recuperati – secondo quanto dichiarato dall’amministratore dell’Autoclub – attraverso la compensazione di un immobile sito a Trani e l’iscrizione di un’ipoteca su altri beni.
Ma per «la commissione di un numero indeterminato di truffe aggravate» Sorrenti avrebbe avuto una serie di complici. A cominciare – secondo le indagini condotte dalla Guardia di Finanza che ha anche eseguito l’arresto – da Michele Pascazio, 29enne barese, responsabile della finanziaria Compass di Molfetta.
Il pm Conticelli aveva invocato anche il suo arresto ma il gip del Tribunale di Trani, Roberto Oliveri Del Castillo è stato di diverso avviso. L’inchiesta conta altri 6 indagati: Maria Roberta Lobasso, Cecilia Calò (entrambe di Molfetta), Paolo Ferrucci (di Corato), tutti dipendenti della «Dinauto» nonchè 3 giovani collaboratori della Compass, Luigi Ronzulli (di Bitetto), Alessandra Ruggieri (di Molfetta), Francesco D’Ambrosio (di Bisceglie).
I cervelli delle truffe sarebbero stati da un lato Sorrenti e dall’altro Pascazio. All’ignaro cliente veniva proposta la vendita di un’auto esposta nell’autosalone. Poi si passava alla redazione del contratto e, a volte anche grazie ad artifizi e firme false, veniva attivato un finanziamento con la Compass, che in tempi brevissimi consentiva a Sorrenti d’incassare la relativa somma.
Nonostante le promesse di pronta consegna le auto non sarebbero mai state consegnate. Un modus operandi che si sarebbe protratto da dicembre 2007.
Pascazio ed i suoi collaboratori – ritenuti una «struttura parallela» – sarebbero stati «ben consapevoli della compravendita truffaldina e dell’inaffidabilità della Dinauto», ma avrebbero comunque attivato il finanziamento (anche sulla base di pseudo contratti talvolta neppure firmati e sempre senza l’immatricolazione dell’auto) lucrando su interessi e provvigioni.
Tra le numerose vittime anche la famiglia di un disabile molfettese che aveva immediato bisogno di un’auto per accompagnare quotidianamente il figlio in un’apposita struttura.
Sorrenti, assistito dall’avv. Maurizio Masellis, comparirà dinanzi al gip per l’interrogatorio di garanzia. L’arresto – evidenziano gli investigatori – prescinde dalle segnalazioni giunte ad un’emittente televisiva: l’inchiesta è precedente ed indipendente.

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