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SU LA TESTA!

SI APRE UNA NUOVA PORTA SUL WEB di Gianni Lannes

14 novembre 2011. Si apre un'altra porta sul web. SU LA TESTA! di Gianni Lannes il nuovo blog in progress del giornalista investigativo, con una sezione speciale: "A FUTURA MEMORIA"

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LA BOMBA C’È MA NON SI DICE

Due interrogazioni parlamentari nate dall’inchiesta di Gianni Lannes per ’L’Indro’ Il Ministro della Difesa e il Sottosegretario agli Esteri non smentiscono la presenza di armi nucleari sul suolo italiano

L’11 febbraio 2011, L’Indro, nella pre-edizione di ‘cantiere’ (costruendo.lindro.it), aveva pubblicato una lunga inchiesta, a firma di Gianni Lannes, sulla presenza di ordigni nucleari nordamericani presenti in Italia da mezzo secolo e pronti all’uso, dal titolo ‘Bombe atomiche:Usa in Italia’. Pochi giorni prima, la Russia -Governo e Duma- aveva chiesto agli USA di “far rientrare negli Stati Uniti le proprie armi nucleari e smantellare le infrastrutture costruite per loro nelle basi in territorio straniero”.

Da quella inchiesta emergeva come in Europa vi siano 480 bombe nucleari dislocate in otto basi aeree in sei Paesi europei della Nato: 90 in Italia -oltre a 150 in Germania, 110 in Gran Bretagna, 90 in Turchia, 20 in Belgio e 20 in Olanda- per una potenza distruttiva, solo nel nostro Paese, pari a 900 volte l’effetto prodotto dalle bombe sganciate dagli USA su Hiroshima e Nagasaki.

Il successivo 15 febbraio, l’Onorevole Elisabetta Zamparutti, del Partito Democratico, con altri 5 parlamentari dello stesso partito, ha presentato una interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, per sapere: «se sia vero che nel territorio italiano vi sono armi nucleari americane; in caso affermativo, quale sia il numero e la tipologia; se sia vero che l’accordo Stone Ax regolamenta la presenza di armi nucleari americane in Italia; se esista un piano coordinato di emergenza tra autorità militari, protezione civile, prefettura ed enti locali ed, in caso negativo, se si intenda procedere per la sua adozione; se si intenda procedere nella restituzione delle armi atomiche agli Stati Uniti».

Il 4 luglio, il Ministero della Difesa ha delegato il Ministero degli Affari Esteri a rispondere. La risposta, scritta, è arrivata lo scorso 3 agosto, firmata dal Sottosegretario agli Affari Esteri Vincenzo Scotti.

Nel frattempo, il 2 marzo, si era aggiunta una seconda interrogazione parlamentare sul tema, quella a firma dell’Onorevole Caterina Pes, e di altri due co-firmatari, sempre diretta al Ministro della Difesa, nella quale i parlamentari chiedevano di sapere «se quanto apparso nell’articolo di Gianni Lannes corrisponda a verità, ovvero se nel territorio italiano vi siano armi nucleari americane; in caso di risposta positiva, quale sia il numero e la tipologia delle armi suddette».

Il Ministro della Difesa questa volta non delega ad altri Ministeri. Il 3 agosto è lo stesso La Russa a firmare la risposta all’interrogazione.

Dunque, il 3 agosto, il Ministero della Difesa, con il responsabile del dicastero, e il Ministero degli Esteri, con un Sottosegretario, rispondono, convergenti, ai parlamentari che chiedevano delucidazioni su quanto pubblicato da L’Indro.

Il Ministro Ignazio La Russa, premettendo che non ritiene opportuno «fare commenti su alcun documento o altra notizia, giunta da qualsivoglia fonte, che non sia ufficialmente adottato dall’Alleanza Atlantica nei consessi appropriati, e non sia stato reso pubblico dall’Alleanza stessa in conformità alle procedure in vigore», nega l’esistenza dell’accordo Stone Ax tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America, richiamando identica smentita del 2005 da parte dell’allora Governo Berlusconi II.

Sia il Ministro, sia il Sottosegretario Scotti, richiamano, poi, il summit dei capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Alleanza Atlantica, tenutosi a Lisbona il 19 e 20 Novembre 2010, per un verso, per sottolineare che l’appartenenza alla NATO impone «vincoli conseguenti a decisioni adottate in passato, ribadite, nel tempo e condivise, tra l’altro, dalla stragrande maggioranza del Parlamento», dall’altro verso per confermaresmentendoquanto sostenuto dall’inchiesta di GianniLannes, tanto è vero che l’Italia, dice La Russa, «ha concordato con gli altri Alleati sulla necessità di riesaminare la politica nucleare della NATO, con l’obiettivo di concorrere al raggiungimento dell’obiettivo condiviso di un mondo libero dalle armi nucleari, soddisfacendo, al contempo, le attuali e future esigenze di sicurezza e deterrenza e la necessità di conseguire, purtroppo, ancora un bilanciamento di postura con i più consistenti arsenali esistenti».

Scrive La Russa che «l’Alleanza Atlantica, ha costantemente riesaminato, nel tempo, la propria politica nucleare e i relativi dispositivi di forze[…] a partire dalla fine della guerra freddaha drasticamente ridotto il numero e la tipologia di armi nucleari […]». Armi nucleari dell’Alleanza basate a terra in Europa ci sono, « in quantitativi molto limitati» dice il Ministro, senza dire in quali quantitativi, «conservati in un numero ridotto di siti, in condizioni di massima sicurezza, senza alcuna possibilità che esse possano essere utilizzate accidentalmente o per errore». Tutto ciò secondo il principio della deterrenza. Le conclusioni del vertice di Lisbona, spiega Scotti, hanno ribadito «la necessità per l’Alleanza Atlantica di tenere in adeguata considerazione la dimensione del disarmo, nucleare e convenzionale […] dall’altro lato, è stata sottolineata la necessità di rendere la capacitàdideterrenza dell’Alleanza meno dipendente dal fattore nucleare».

La Russa sottolinea che in tale dichiarazione di Lisbona vi è un forte richiamo al «nuovo Concetto strategico Active Engagenment, Moderne Defence, approvato proprio a Lisbona, che richiama il coerente legame frail mantenimento di capacità di credibiledeterrenza ed una politica attiva di disarmo, controllo degli armamenti e non proliferazione».

Il nuovo Concetto strategico, afferma Scotti, «prospetta inoltre un’ulteriore riduzione degli arsenali nucleari della Nato in Europa», fermo restando, dice La Russa, «la deterrenzabasata su un appropriato insieme di capacità convenzionali e nucleari, rimane un elemento fondamentale della strategia complessiva dell’Alleanza». Per tanto, conclude La Russa, «i Paesi membri garantiranno che la NATO mantenga l’intero spettro di capacità necessarie a garantire ladeterrenza e la difesa da ogni minaccia alla sicurezza delle proprie popolazioni. Pertanto, fra l’altro, essi garantiranno la più ampia partecipazione possibile nell’attività di pianificazione di difesa collettiva in tema nuclearenella distribuzione delle forze nucleari in tempo di pace e nelle predisposizioni in tema di comando, controllo e consultazione».

 In quanto all’informazione in tema di armi nucleari, è La Russa a rispondere ai parlamentari autori delle due interrogazioni.

Le informazioni in tema di politica nucleare, scrive La Russa, «sono comunicate pubblicamente, nei documenti ufficiali […] e sul sito dell’Alleanza Atlantica […] l’Alleanza, pur mantenendo un atteggiamento assolutamente trasparente sulla propria strategia nucleare e sulla natura del proprio dispositivo in Europanon può però agire a discapito della sicurezza di questo dispositivo e della riservatezza che e assolutamente indispensabile mantenere in questa materia per quanto concerne i siti, la loro dislocazione in Europa ed i quantitativi di armamento in essi contenuti».Una riservatezza che, aggiunge il Ministro, «non può essere valutata unilateralmente da un singolo Paese dell’Alleanza, perché la deterrenza nucleare è un bene ed un onere collettivo che lega collegialmente tutti i paesi alleati. La tipologia e la qualità delle informazioni rilasciabili sugli armamenti nucleari è, quindi, una decisione politica collettiva ed unanime degli alleati, cui nessun Paese può sottrarsi, pena la violazione del patto di alleanza liberamente sottoscritto e del vincolo di riservatezza che da esso discende in alcune materie».

 Ministero della Difesa e Ministero degli Esteri, hanno confermato, dunque, che gli arsenali ci sono, che non è possibile dire dove sono, né quante testate nucleari contengono, che per ragione di Stato i vari Governi italiani non possono informare l’opinione pubblica, se non trasferire le sole informazioni autorizzate dalla NATO.

DOCUMENTI ALLEGATI

‘Francesco Padre’: recuperare per affondare?

Fermo immagine dal video del relitto del 'Francesco Padre' realizzato da Gianni Lannes

costruendo.lindro.it

Nato: colpito e affondato’, ovvero, come recita il sottotitolo, “la tragedia insabbiata del Francesco Padre”, a firma di Gianni Lannes, edito, nel 2009, da Edizioni La Meridiana. Il ‘Francesco Padre’ è un motopesca, che il 4 Novembre del 1994, nell’Adriatico orientale, a largo della Puglia, con cinque uomini a bordo (Giovanni Pansini, 45 anni, Luigi De Giglio, 56 anni, Saverio Gadaleta, 42, Francesco Zaza, 31 anni, e Mario De Nicolo, 28), che con il loro cane stanno pescando,affonda, sotto i colpi di “un attacco militare”, probabilmente prima mitragliato e poi colpito da un siluro, insomma un’azione di guerra partita dalle navi Nato. “Quella notte, in quelle acque, era in corso l’operazione della Nato ‘Sharp Guard’” scrive Lannes.

Una “tragedia insabbiata”, una vicenda che “rientra tra quelle su cui vige il segreto di Stato”. Le indagini non avevano portato a nulla ed erano state chiuse nel dicembre 1997.
Nell’autunno 2009 esce il libro di Lannes, e ‘Francesco Padre’ emerge dall’oblio. Nel febbraio 2010 la Procura della Repubblica di Trani riapre le indagini, e, in questi giorniè stato reso noto che la Procura manderà, nelle prossime settimane, sul luogo del disastro,una nave attrezzata con robot che dovranno esplorare il fondale marino a 230 metri di profondità dove giacciono i resti  del motopesca, e recuperare i resti che saranno rinvenuti,  di quella barca che “ora è un rantolo contorto”. Poco si potrà per “quei faticatori del mare, brandelli di umanità insepolta”  -solo un corpo venne recuperato-, ma certamente è un segnale, sta indicare che “qualche volta il giornalismo d’inchiesta può fare miracoli; che qualche volta il giornalismo può essere autenticamente servente il sistema Paese” dice Lannes.

Copertina diel libro inchiesta ‘Nato: colpito e affondato’ di Gianni Lannes, edito da Edizioni La Meridiana

L’autore però nutre dubbi: “Il recupero sarà compiuto dalla Marina Militare, la stessa che è parte in causa nel depistaggio di tutti questi anni. Questo mi preoccupa molto. Temo possa trasformarsi in un recupero che affonda  definitivamente il caso”.

Il libro è stato il frutto di un lavoro di anni di indagini di Lannes. In esso l’autore ripercorre a ritroso i fatti, fino ad arrivare al 12 giugno 2009, giorno in cui il Presidente del Consiglio firma un decreto, denominato “Determinazione nell’ambito dei singoli livelli di segretezza, dei soggetti con poteri di classifica, dei criteri di individuazione delle materie oggetto di classifica nonché dei modi di accesso nei luoghi militari o definiti di interesse per la sicurezza della Repubblica”, in cui all’articolo 2 si legge “Il presente decreto si applica a tutti i soggetti pubblici e privati che, per fini istituzionali o contrattuali, hanno necessità di trattare informazioni, atti, attività, documenti, cose e materiali classificati, sia nazionali che originati nel quadro del Trattato Nord Atlantico, dell’Unione europea e di qualunque altro accordo internazionale stipulato dallo Stato”. Nel libro Lannes riporta documenti, testimonianze, nomi di sommergibili, imbarcazioni militari, velivoli che quella notte erano sul posto. L’autore ha fatto immersioni subacquee che lo hanno portato a raccogliere filmati del relitto (alcuni dei quali presentati alla Camera dei Deputati lo scorso anno) sui quali poi ha lavorato nei mesi successivi. Soprattutto ha lavorato sui documenti ufficiali secretati della NATO, e sulle indagini autoptiche sull’unico corpo recuperato. Insieme Lannes ricostruisce la “versione ufficiale dell’accaduto inventata a tavolino dai responsabili dell’Alleanza Atlantica con il tacito accordo dello Stato Maggiore della Marina tricolore”, le “innumerevoli manomissioni di provesparizione e distruzione dei reperti, depistaggi”, “le menzogne dei militari rilanciate dai media”, le responsabilità dei consulenti tecnici e la “superficialità dei magistrati”.

C’è un filo rosso e oscuro che attraversa la storia di questo paese, un filo al quale restano appesi come fantasmi i misteri che avvelenano la memoria e impediscono di definirci una democrazia matura, ragionevole, compiuta…” scrive Andrea Purgatori, autore della prefazione, definendo “la tragedia insabbiata del Francesco Padre” un paradigma della storia più recente del Paese. Considerando la piega che sta prendendo questa vicenda -riapertura dell’indagine e decisione a far eseguire il recupero dei resti dell’imbarcazione- c’è da auspicare che il paradigma proposto da Purgatori si avveri. “Me lo auguro, è per questo preferisco preoccuparmi per la scelta della Procura di far eseguire i lavori alla Marina”.

LA NOTIZIA
nei giorni scorsi, dopo un vertice a Trani tra il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, il Pubblico Ministero Giuseppe Maralfa, l’ammiraglio di squadraAndrea Toscano, comandante in capo del Dipartimento Militare Marittimo dello Jonio, e il contrammiraglio Salvatore Giuffrè, comandante della Guardia Costiera di Bari, è stato deciso di procedere al recupero del relitto.
Alla somma necessaria per avviare le operazioni (un milione di euro) mancavano quasi 600mila euro fino alla scorsa settimana (300mila euro già stanziati dal Comune di Molfetta e 100mila dalla Regione Puglia), ora coperti dalla Marina Militare, che coordinerà anche il recupero dopo aver svolto un preliminare sopralluogo a 240m di profondità.

Se il mare diventa un campo minato

convegno(3)di Lorenzo Pisani – www.molfettalive.it

Un accordo tra i paesi aderenti alla Nato vieta ai caccia dell'aviazione di ritornare armati nelle basi. In caso di mancato bombardamento, ci penserà il mare a farsi carico degli ordigni. Nel solo Adriatico, da Grado a Otranto, sono state individuate 24 zone di “deposito”. A ogni conflitto, la storia si ripete. È successo nella guerra civile dell’ex Jugoslavia, negli anni Novanta, e forse sta accadendo anche oggi, con le operazioni militari in Libia.

«L’Italia portaerei americana». Quante volte l’abbiamo sentito. Ecco, sabato mattina, a Molfetta, qualcuno l’ha ribadito. Il giornalista Gianni Lannes, già conosciuto per il libro rivelazione sull’affondamento del Francesco Padre è tornato nella città che guarda al suo mare con sempre più sospetto. Ha raccontato delle sue ricerche, che presto saranno distribuite in un volume. Storie di mare e di veleni. Ha ascoltato altre storie. Di uomini, pescatori, che vanno al lavoro come un condannato al patibolo.

Una conferenza ha fatto il punto dell’inquinamento da residuati bellici nell’Adriatico. E ha rappresentato il debutto nella nostra città dell’Accademia Karol Wojtyla presieduta da Giuseppe Tulipani. Si è andati oltre la denuncia, provando a ipotizzare delle soluzioni.

Già, la denuncia. Quella ha le immagini dei fondali ricoperti dalle bombe del secondo conflitto mondiale e delle chiazze e le mutazioni al dna di scorfani e gronchi, l’ormai celebre filmato “Red Cod”.

«Questa eredità è il problema più complicato» ha sottolineato il pubblico ministero della procura di Trani Antonio Savasta. Al moderatore dell’incontro, il caporedattore della Gazzetta del Mezzogiorno Michele Marolla, che ha ipotizzato misure su balneazione e pesca, il magistrato ha anteposto la realizzazione di uno studio scientifico. Sembrerà assurdo, ma nella città che dal 1946 al 1966 ha registrato 233 casi di intossicazione, ancora non c'è. 

Ma ora qualcosa sembra muoversi. Sarà Tulipani, a fine convegno, a candidare la propria accademia a ente di coordinamento scientifico. I dati da raccogliere sono infiniti, in tutto l’Adriatico. Certo, venire in possesso di alcune analisi realizzate nel 2008 e mai mostrate ai pazienti, sarebbe già qualcosa. Il grido di Vitantonio Tedesco, presidente della Cooperativa piccola pesca, è andato oltre l’allarme. Si sentono abbandonati, i suoi soci. Tante promesse ma ancora «dolori allucinanti», «congiuntivite cronica» e «difficoltà respiratorie» ogni qualvolta si sale a bordo. Adesso, però, la misura è colma. «Questo incontro è la nostra ultima spiaggia», ha tuonato Tedesco, «al prossimo inconveniente, e alla fine accadrà, fermeremo la piccola pesca e chiederemo spiegazioni».

Il suo caso e quello dei suoi colleghi sono stati seguiti dal medico ricercatore Guglielmo Facchini. Lungo il suo elenco di sostanze venefiche presenti nei nostri mari: «Manca solo il gas nervino».

Ne ha parlato anche un’interrogazione parlamentare a firma di sei onorevoli del Pd. Dopo quattro solleciti oggi è ancora senza risposta.

Di domande senza risposta è costellato il blog di Matteo d’Ingeo, coordinatore del Liberatorio Politico e cofondatore del Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche, nato da una conferenza a Pesaro tra città colpite dal fenomeno. Lago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica già ne fanno parte, e l’elenco presto potrebbe ingrossarsi. Perché più tempo passa e più gli involucri delle bombe cominciano a corrodersi e rilasciare il loro contenuto.

“Veleni di stato” si chiama il blog del coordinamento, dal libro inchiesta del caporedattore dell’Espresso Gianluca Di Feo.

«Veleni di stato e di stati». Lannes ha esteso l’orizzonte e guardato alla storia dell’ultimo secolo, a segreti militari. A documenti riservati e patti diplomatici. Uno scenario inquietante, come la possibilità che proiettili all’uranio impoverito sganciati sul Kosovo siano finiti anche nelle famigerate 24 zone di deposito dell’Adriatico. Assieme alle cosiddette “navi della vergogna”, mercantili carichi di rifiuti tossici affondati misteriosamente davanti alle nostre coste.

Anche qui Molfetta può dir la sua, con l’Alessandro I. Ma l’attualità oggi è tutta per le bombe che brillano per la bonifica del porto. D’Ingeo ha portato a conoscenza la platea di altri documenti. Non c’è solo il misterioso cartello che al Gavetone fino allo scorso anno vietava la balneazione. Ma una lettera, datata 1960. Un cittadino di Bitonto raccontava all'allora sindaco di aver partecipato, tra il 1945 e 1946, allo sversamento in mare, nell’area attorno all’attuale diga Salvucci, di bombe «di tutti i tipi, e proiettili». È la cosiddetta “zona rossa”, oggi non ancora esaminata.

Non è dato sapere quando le operazioni di sminamento termineranno. Ultimamente il limite è stato spostato a oltre il 2015 e intanto dal mare emergono non solo ogive ma fusti di difosgene, un altro potente aggressivo chimico (otto ne sono stati recuperati finora). E solo lo scorso anno, a due metri dalla riva di Torre Gavetone, altre 4 bombe sono state messe in sicurezza. «In tutto questo, dov’è l’Arpa?», si è chiesto d’Ingeo. «All’agenzia regionale il Comune ha affidato la supervisione delle operazioni, ma ad oggi nessun report è stato pubblicato».

Barilla: ombre belliche di un “made in Italy”

14024di Gianni Lannes

Il marchio italiano non è solo pasta e tarallucci del mulino bianco, bensì una "magica unione" di finanziatori ed alleati, soprattutto produttori di armi: ad esempio il micidiale cannone 20 millimetri (Oerlikon) adottato con furore da Hitler e in seguito dai dittatori di mezzo mondo. Anda-Bührle e Barilla: una saga di famiglie d’altri tempi. Generazioni e identità accomunate dal senso della produzione e vendita al miglior offerente, ingraziandosi il consenso popolare mediante pubblicità dilagante sui mass media. Occhio, non è tutta d’un pezzo la proprietà: la ditta parmigiana in attività dal 1877 non è quotata in borsa, ma vanta un socio storico imbarazzante. Per dirla con uno spot che addomestica le coscienze: “scopri il mondo di casa Barilla, iscriviti e diventa protagonista”. Detto e fatto: gratta… gratta vai a fondo. L’accordo della serie latina “pecunia non olet”, risale al passato remoto, appena sbianchettato. Infatti, nell’anno 1979 Hortense Bührle (maritata Anda) – figlia del famigerato Emil Georg (al soldo di Hitler) e sorella del pregiudicato Dieter (responsabile della morte in Africa di milioni di innocenti, prevalentemente donne e bambini, come accertato dall’Onu) nonché madre dell’ingegnere Gratian investe 10 milioni di dollari per acquistare il 15 per cento della nota marca emiliana. La Barilla è a caccia di denaro fresco: ha bisogno di iniezioni in moneta sonante senza andare troppo per il sottile. Hortense (nata il 18 maggio 1926, originaria di Ilsenburg am Harz, ma naturalizzata a Zurigo nel 1937) ha sposato nel 1964 il pianista Géza Anda. Nel 1969 la gentildonna ha un figlio di nome Gratian, che in seguito diviene ingegnere elettronico, nonché consulente di direzione della McKinsey. Secondo il Dizionario Storico della Svizzera (Historisches Lexikon der Schweiz, Band, 1, 322) la signora è a tutti gli effetti:

«Coerede e grande azionista del gruppo industriale Bührle, dal 1956 ha fatto parte dei consigli di amministrazione della Oerlikon-Bührle Holding AG, della Bally International AG e della Ihag Holding AG».

Chi sono i Bührle-(Anda)? Scomodiamo a tal proposito, tra le innumerevoli fonti informative ben documentate a disposizione, proprio uno studioso elvetico (mai smentito), ovvero Jean Ziegler che nel 1997 per la casa editrice Mondadori ha pubblicato il saggio, La Svizzera, l’oro e i morti. Alle pagine 175-179 si legge:

«I fabbricanti d’armi svizzeri furono particolarmente preziosi per Hitler. La Svizzera è leader mondiale nella meccanica di precisione: i congegni di puntamento dei cannoni svizzeri, la precisione delle mitragliatrici e dei mortai, i cannoni antiaereo a tiro rapido erano (e restano) i migliori del mondo. Hitler ne ordinò decine di migliaia; l’addestramento degli artiglieri – sia dell’esercito sia delle SS – destinati a manovrarli si svolse sotto la direzione svizzera. L’industria bellica elvetica presentava un ulteriore vantaggio: poiché produceva in territorio neutrale, non veniva bombardata dagli Alleati. La fabbrica di armi di gran lunga più potente del paese, che era anche una delle maggiori del mondo, apparteneva a un figlio di emigrati del Wurtemberg: Emil Bührle. Le sue officine erano situate soprattutto a Zurigo-Oerlikon. I suoi affari con il Reich gli fruttarono guadagni considerevoli: tra il 1939 e il 1945 le sue entrate ufficiali passarono da 6,8 a 56 milioni di franchi svizzeri e il suo patrimonio personale da 8,5 a 170 milioni. Bührle era amico personale di Albert Speer, il ministro nazista degli armamenti e della produzione di guerra, nonché del barone von Bibra, un consigliere di legazione che fu forse l’intermediario più importante tra i dirigenti nazisti e gli industriali svizzeri. Bührle era un habitué delle cene offerte da Otto Carl Köcher, l’ambasciatore tedesco a Berna. A partire dall’estate del 1940 fino alla primavera del 1945, il gruppo Bührle fu quasi esclusivamente al servizio di Hitler. Nel 1941 offriva lavoro a 3761 persone, vale a dire tre volte di più che all’inizio della guerra. In origine, la Bührle-Oerlikon fabbricava macchine utensili, ma in seguito all’invasione della Polonia si riconvertì agli armamenti: nel 1940 le armi e le munizioni rappresentavano il 95 per cento di tutta la sua produzione. Il punto forte del suo catalogo era il cannone antiaereo da 20 millimetri, molto apprezzato da Hitler, in quanto abbatteva un gran numero di aerei alleati. Bührle era il caratteristico padrone da lotta di classe; aveva orrore dei sindacati, in special modo del coraggioso leader sindacale e deputato di Zurigo Hans Oprecht (…) Per la cronaca, bisogna sapere che la vittoria spiacevolmente rapida degli Alleati impedì a Bührle di smaltire tutte le sue scorte di cannoni; molte delle forniture ordinate dai nazisti restarono a Oerlikon dopo il 1945. Tuttavia, anche dopo il suicidio del suo miglior cliente, Bührle seppe trovare una soluzione: cominciò a esportare le sue armi di morte nel Terzo Mondo. La guerra del Biafra durò dal 1967 al 1970 (…) Le Nazioni Unite decretarono il blocco economico e militare nei confronti del Biafra e la Svizzera aderì alla proibizione di esportare armi. La guerra fece due milioni di vittime, principalmente donne e bambini. Il Biafra capitolò e nelle sue caserme gli ispettori dell’Onu trovarono dozzine di cannoni Bührle. Alcuni recavano ancora la croce uncinata e i numeri di serie tedeschi: si trattava delle forniture Oerlikon, già pagate dai nazisti e pronte a essere loro consegnate, che Bührle aveva rivenduto a Ojukwu. Per questo eccellente affare, Dieter Bührle – erede di suo padre Emil – fu condannato dal tribunale federale a una multa di 20.000 franchi svizzeri per non aver rispettato l’embargo (…) I fornitori svizzeri di Hitler facevano i loro affari in un ambito in cui i valori etici non avevano importanza».

Nel dopoguerra, la famiglia Bührle-Anda ha venduto armi a paesi sotto embargo e regimi notoriamente dittatoriali: Sudafrica, Nigeria, Indonesia, solo a citarne alcuni. Secondo il quotidiano spagnolo El Mundo, nel 1999 anche i bombardamenti con munizioni all’uranio impoverito (DU) in Kosovo, sono stati realizzati grazie alla produzione di questa benemerità famiglia elvetica di origini tedesche. L’European Network Against Arms Trade ha documentato con prove inequivocabili vendite di fucili d’assalto, razzi e missili contraerei all'Indonesia per 1,8 milioni di franchi svizzeri tra il 1982 e il 1993 attraverso la controllata Contraves, nonostante l'embargo in corso per violazione dei diritti civili. Sempre nel ‘93 grazie alle forti pressioni che la società bellica mise in atto per convincere il Parlamento Svizzero ad autorizzarle, furono venduti illegalmente armamenti per importi pari a 10 milioni di franchi. Nel 2000 il gruppo Oerlikon-Bührle si è inventato un nuovo profilo mutando il nome in Unaxis e diversificando gli investimenti in vari modi: ad esempio grazie ad un grazioso albergo sul fronte svizzero del Lago Maggiore. I Barilla, comunque, entrano personalmente in società con questi spietati mercanti di morte. Il denaro insanguinato che ha alimentato conflitti a danno degli esseri umani più inermi (senza valutare i defunti a causa della seconda guerra mondiale, solo in Biafra 2 milioni di vittime civili) – senza alcuna ombra di dubbio – è frutto della produzione e del traffico di armamenti in paesi in cui l’unica regola è la sopraffazione. Le armi, come noto, sono strumento essenziale di tutte le forme peggiori del saccheggio globale moderno impastato di violenza. Nel 1999 il gruppo Bührle passa di fatto a Gratian Anda. Il 10 ottobre 2001 (e-mail delle ore 15:57:58, acquisita integralmente e legalmente dal giornale Italia Terra Nostra), un dirigente aziendale di rilievo, tale Armando Marchi scrive:

sono il responsabile delle Relazioni Esterne del gruppo Barilla.
Mi permetto di osservare che, se si eccettua il periodo dal 1973 al 1979 (in cui è stata di proprietà della multinazionale Grace),
la Barilla è dal 1877, anno della sua fondazione,saldamente in mano alla famiglia Barilla,
che ha sempre vissuto dei frutti del lavoro in campo alimentare.
Il signor Gratian Anda, che tra l'altro non è nel Consiglio di Amministrazione del Gruppo Barilla,
rappresentava una quota di minoranza (il 15%) detenuta da una Società finanziaria olandese:
un investitore meramente finanziario, non un'industria bellica.
Non abbiamo mai utilizzato la correttezza come strumento di marketing,
e ritengo anche che non sia immeritata la trasparenza che ci viene riconosciuta dalla "Nuova Guida al consumo critico.


Incongruenze o sgangherate menzogne dalle gambe corte? Il nipote di Emil George Bührle nel 2000 ha ricoperto la carica di vice presidente della Barilla; attualmente è consigliere di Barilla Iniziative S.r.l., anche se nel Bilancio 2009 il suo nome non si legge addirittura. Prove? A iosa. Il documento ufficiale di casa Barilla denominato “Corporate Governance” indica – nella società a responsabilità limitata Barilla Iniziative S.r.l. – tra i consiglieri, vicino ad Emanuela Barilla (sorella del presidente Guido Maria) proprio il convitato di pietra, detto altrimenti Gratian Anda (nato a Zurigo il 22 dicembre 1969), in buona compagnia degli inseparabili Nicolaus Issenmann e Robert Singer. Lo stesso Issenmann (per gli amici semplicemente Nico) siede accanto a Guido Maria Barilla nella società controllata dal Gruppo, meglio detta Lieken AG. Se Pietro Barilla pagava tangenti miliardarie sotto spinta di Silvio Berlusconi attingendo da conti segreti svizzeri, il figlio Guido Maria, attuale presidente del Gruppo forse non ha mai sfogliato un libro di storia contemporanea o una rivista di cronache. A lui il giornale Italia Terra Nostra ha chiesto chiarimenti che però latitano. Il rampollo è troppo indaffarato negli Usa? Appunto la morale di facciata, o meglio, fuori tempo limite che scomoda addirittura Kant. Meno male che il consiglio di amministrazione della Barilla – in “zona Cesarini”, si fa per dire – il 4 marzo 2005 ha recuperato terreno almeno sulla carta, approvando un Codice Etico di 24 cartelle. Nel testo, a pagina 11 è inciso:

«Barilla considera come punti irrinunciabili nella definizione dei propri valori la Dichiarazione universale dei Diritti Umani dell’Onu».

Belle parole, o forse chiacchiere al vento, anzi fumo negli occhi degli ignari consumatori. Ma la sostanza? Magari un ravvedimento all'ultimo istante dei fratelli e sorella Barilla (Guido Maria, Luca, Paolo, Emanuela)? Nulla, per ora. Il dna parmense non tradisce il lauto business. Narrano le cronache del quotidiano Il Corriere della Sera (12 luglio 2008):

"La famiglia Barilla «premia» il socio svizzero Anda-Bührle. Accelera il riassetto del gruppo: più peso agli azionisti storici. La Finba Iniziative concentrerà altre attività e sarà partecipata all' 85% da Barilla Holding e al 15% dagli elvetici. Riassetto al vertice del gruppo Barilla che dopo molti anni ridefinisce i rapporti con il socio di minoranza storico (15%), la famiglia svizzera Anda-Bührle, entrata alla fine degli anni Settanta. Le modifiche nella governance e nelle relazioni partecipative stanno entrando in questi giorni nella fase esecutiva con la fusione in Barilla G e R Fratelli, la capogruppo industriale, di quello che fino a ieri è stato il veicolo societario dell' alleanza, la Relou Italia. Se i tempi saranno rispettati, già dalla settimana prossima la partnership dovrebbe trasferirsi nella nuova holding Finba Iniziative. Tuttavia non è solo un' operazione di facciata ma vi è la sostanza di un riassetto societario che accompagna una riorganizzazione industriale al termine della quale il 15% della famiglia Anda avrà più «peso». Nella nuova configurazione, infatti, rispetto al passato saranno concentrate sotto la società comune alcune attività che in precedenza erano fuori dall' area di influenza degli svizzeri. Secondo una versione che circola in Barilla, si tratta di una specie di premio fedeltà dopo un periodo di turbolenza finanziaria dovuta alla fallimentare acquisizione della Kamps, il gruppo tedesco del pane. Nel dicembre scorso si era conclusa consensualmente la burrascosa stagione di joint venture con la Banca Popolare di Lodi, entrata in Kamps a sostegno della Barilla subito dopo l' Opa del 2002. La cessazione del contenzioso ha portato il gruppo della pasta al 100% di Kamps e Harry' s (prodotti da forno) e contestualmente è stata delineata una nuova struttura di rapporti con gli Anda-Buhrle. Il passo successivo è stato, a marzo, l' annuncio che le «bakeries» della Kamps, cioè la rete di oltre 900 negozi (quindi non il business del pane industriale), erano in vendita. Poi un mese fa la vendita di GranMilano alla Sammontana e ora sono partite le operazioni più prettamente finanziarie. La prima è, appunto, la fusione «al contrario» di Relou in Barilla Fratelli. «Al contrario» perché Relou è socia al 49% di Barilla Fratelli che, lo ricordiamo, è la capofila industriale. E in questo modo viene di fatto smantellato il vecchio schema della partnership azionaria con i soci di minoranza. Il successivo step, che in questi giorni sta per essere messo a punto, è il contestuale trasferimento dell' alleanza in una nuova finanziaria, la Finba Iniziative, che sarà dunque partecipata all' 85% dalla Barilla Holding (100% famiglia) e al 15% dagli svizzeri. E qui, come aveva scritto «Il Sole 24 Ore» anticipando le linee della riorganizzazione, i due partner dovrebbero siglare un patto parasociale la cui principale materia da regolare sarà, quasi sicuramente, il meccanismo di prelazione sulle rispettive quote. Il gruppo emiliano, 18mila dipendenti, 64 stabilimenti in 11 Paesi, leader mondiale nel mercato della pasta e primo in Italia nei prodotti da forno (Mulino Bianco), ha chiuso il 2007 con 4,2 miliardi di euro di ricavi (+4,3%»)".

Allora chi controlla realmente la Barilla? E' in mano a industriali bellici? Nell’interrogazione parlamentare del 13 giugno 1985 (numero 3-00953) – focalizzata anche sulla Ferrero – dei senatori Bonazzi e Riva, indirizzata ai ministri del commercio con l'estero, dell'industria, del commercio e dell'artigianato e del tesoro, è scritto:

«Premesso: che il 71 per cento della Barilla G. e R. f.lli s.p.a. è posseduto da soggetti di nazionalità non italiana, e cioè per il 40 per cento dalla Financieringsmatschappy Relou N.V. di Amsterdam, per il 16 per cento dalla Pagra A.G. del Liechtenstein e per il 15 per cento dalla società svizzera Loranige S.A.; che 1'81,5 per cento della P. Ferrero e C.S.P.A. è pure posseduto da soggetti esteri, e cioè il 18,75 per cento dalla olandese Brioporte B.V. ed il 25 per cento, per ciascuna, dalle svizzere Nelgen A.G. e Creitanen A.G.; che diversi organi di stampa hanno dato notizia, non smentita, che le società estere che possiedono la maggioranza delle azioni delle due società farebbero capo a soggetti di nazionalità italiana, si chiede di sapere: se sia vero che le società estere che possiedono la maggioranza delle azioni della Barilla G. e R. f.lli s.p.a. e della Ferrero e C.S.P.A. fanno capo a soggetti di nazionalità italiana; come, in tal caso, è stato possibile realizzare tale situazione; se tutto questo sia compatibile con le vigenti norme valutarie e fiscali».

Scava e scava affiorano le maxi-tangenti di Pietro (padre di Guido Maria, Luca, Paolo, Emanuela), il caso Sme, il piduista Berlusconi Silvio (tessera gelliana numero 1816). E poi ancora il pregiudicato Cesare Previti, un esperto in materia di conflitto di interessi alla stregua del suo stesso padrone. Proprio il soldato Previti, relatore del disegno di legge di riforma che ha smantellato la legge 185 del 1990 (una norma che imponeva un controllo reale sul traffico di armi). Previti Cesare è stato anche il primo vice presidente dell’Alenia e ha continuato a sedere nel consiglio d’amministrazione dell’azienda bellica fino al 1994. In un altro libro, stra-documentato ed intitolato Mani Pulite, la vera storia, scritto dai colleghi Barbacetto, Gomez e Travaglio (Editori Riuniti, 2002), si rileva minuziosamente (pagg. 472-474):

«Allo scandalo Sme il pool arriva da solo, senza l’aiuto di Stefania Ariosto: indagando sui conti del finanziere Franco Ambrosio, e risalendo da questi ai conti di un imprenditore in affari con lui, Pietro Barilla (deceduto nel 1993, ndr) si imbatte nel conto zurighese usato da Barilla per pagare tangenti a Dc e Psi. Da quel conto il 2 maggio e il 26 luglio 1988, partono due bonifici di circa 800 milioni e 1 miliardo per l’avvocato Pacifico. Questi versa poi 200 milioni al giudice Verde, 850 a Previti e 100 a Squillante. Perché convocato dal pool, Guido Barilla, figlio del defunto Pietro, non sa spiegare perché mai suo padre avesse versato tutto quel denaro a due avvocati che non avevano mai lavorato per lui. Sembra una storia gemella dell’Imi-Sir (…) Intanto l’uomo di Arcore invita a cena in un ristorante di Broni due degli inserzionisti pubblicitari più affezionati delle sue tv, Pietro Barilla e Michele Ferrero. E li convince seduta stante a costituirsi in una nuova società, la Iar, che si propone di rilevare la Sme al prezzo di 600 miliardi. La nuova offerta viene ufficializzata dai Barilla e Ferrero nell’ultimo giorno utile, il 25 maggio: il ministro delle Partecipazioni statali Clelio Darida si assenta dalla stanza dove sta per avvenire la firma del contratto Prodi-De Benedetti per ricevere, al telefono, l’improvviso rilancio (…) La Sme resterà all’Iri. Ma Barilla e Ferrero sono contenti ugualmente: il loro scopo era semplicemente quello di impedire a De Benedetti di dare vita a un colosso alimentare che probabilmente li avrebbe schiacciati. Missione compiuta anche per Silvio Berlusconi».

Sempre per masticare la pasta dei Barilla, ovvero “la pubblicità dei buoni sentimenti”, sfogliamo un altro testo dei medesimi autori (brutti e cattivi, sic!), titolato Mani Sporche (Chiare Lettere, 2007); a pagina 63 è attestato senza tema di smentite:

«Il 2 maggio Barilla bonifica 750 milioni a Pacifico, che li preleva in contanti e li porta in Italia. Mentre la Cassazione esce con la sentenza definitiva, Verde comincia a depositare decine e decine di milioni cash sul suo conto italiano. Il 26 luglio, due settimane dopo il verdetto di Cassazione Barilla – capocordata della Iar – riapre il rubinetto svizzero e accredita un’altra provvista, stavolta di 1 miliardo, a Pacifico. Il quale la suddivide fra Previti (850 milioni) e Squillante (100 milioni), stavolta per bonifico bancario, riservando a se stesso appena 50 milioni. Perché mai il socio di Berlusconi nell’affare Sme dovrebbe pagare un miliardo e 750 milioni a due avvocati di Berlusconi che neppure conosce e a un giudice di Roma, anch’egli a lui sconosciuto, se nella causa Sme fosse tutto regolare? (…) L’accusa non ha dubbi: corruzione in atti giudiziari per compravendere la sentenza Sme che consentì a Berlusconi di sconfiggere De Benedetti. Esattamente come avvenne poi nel 1991, con la sentenza Mondadori».

Dunque, soci ed alleati finanziari in realtà produttori e trafficanti di armi ed ordigni di primo livello. Nel 2002 la multinazionale alimentare italiana si è allargata al mercato tedesco acquistando, per un miliardo di euro, la Kamps, produttrice di pane e crackers. L’anno successivo ha comprato per 517 milioni, la Harrys, azienda francese dello stesso comparto. I soldi necessari alla Barilla sono stati elargiti dalla Banca Popolare di Lodi  attraverso cui passano transazioni finanziarie per la compravendita di armi anche a nazioni in guerra o prive di democrazia in barba alla legge 185/1990 s.m.i. (vedi:Relazioni al Parlamento italiano)  che ha costituito una nuova società, la Finba Bakery, e poi in marzo ha girato il 17 per cento della capitale della Finba a vecchie conoscenze della Barilla: tramite la solita finanziaria anonima, la Gafina, la quota è passata nelle mani della famiglia Anda-Bührle, presente nel capitale Barilla con una partecipazione del 15 per cento dal 1979. Ecco la sorpresa. Nel Memorial Journal Officiel du Grand-Duché de Luxembourg (edizione del 4 maggio 2004 – C n° 469) riaffiora una società anonima: Bakery Equity S.A. (capitale sociale: di 337.139.060 euro, suddivisi in 33.713.906 azioni aventi un valore pari a 10 euro cadauna), costituita dinanzi al notaio Paul Frieders il 3 dicembre 2002. In qualità di amministratore spicca il faccendiere Gratian Anda accanto agli italiani Francesco Mazzone e Fabio La Bruna. L’oggetto principale è l’acquisizione e il controllo di interessi in Finbakery, Partner G, Finbakery Netherlands e Gibco. All’interno di questo calderone ribolle un minestrone finanziario: Barilla Holding (Parma), Finba Bakery Holding (Dusseldorf), Finbakery Netherlands (Amsterdam), Banca Popolare di Lodi (Lodi), Finbakery Europe (Dusseldorf), Gafina (Rotterdam), Gibco o più dettagliatamente Lombok Limited (Gibilterra, un paradiso fiscale), Harrys, Kamps, Ramisa (Convention principale d’investissement et d’actionnariat reformulée et amendée, siglata il 4 novembre 2002 da Bpl, Azionariato industriale e Barilla Holdind S.p.a.), Dutch Foundation (Stichting Bakery Finance di Amsterdam), Finba Luxembourg. In Bakery Equity Luxembourg S.A. figura anche una vecchia conoscenza di casa Barilla (attuale consigliere di Barilla G. e R. Figli S.p.A. nonché Lieken AG) Nicolaus Issenmann (nato a Zurigo il 6 maggio 1950). Ovvio, non è tutto. Dopo una girandola di fusioni, apparentamenti, coperture, scatole vuote, capitalizzazioni e trasferimenti di capitali urgono gli approfondimenti al di là delle Alpi. Il 30 aprile 2009 Ticino Finanza affonda il bisturi nella piaga purulenta:

«E buonanotte ai suonatori… Arrivano Spagnoli e Italiani e se ne vanno gli Elvetici. Infatti, se aprono CMB e Santander, esce dal mercato luganese la banca zurighese IHAG. Al 31 dicembre 2008 il profitto operativo lordo di IHAG Privatbank era di 21.6 mio CHF e il profitto netto 14.6 mio. La banca impiega circa 93 dipendenti. Il personale che operava a Lugano è stato assorbito da altri Istituti, tra cui quelli aperti di recente sulla nostra piazza finanziaria. La banca, presieduta da Gratian Anda, nipote di Emil Georg Bührle, ha partecipazioni in Privatbank IHAG Zürich AG, AdNovum Informatik AG, la fabbrica d'aerei militari e civili Pilatus Flugzeugwerke AG, Hotel Castello del Sole, Hotel zum Storchen, Stockerhof Immobilien, Terreni alla Maggia SA, Private Equity Beteiligungen, Tenuta di Trecciano SA. IHAG rimane dunque in Ticino con un albergo, vini, polenta e la produzione del riso che cresce alla latitudine più settentrionale d'Europa, nel delta della Maggia. Gratian Anda siede inoltre nel CdA della Holding Barilla, in Italia che per il 15% fa capo alla sua famiglia, mentre l'azienda d'armi storica di famiglia Oerlikon-Bührle è stata ristrutturata, vendendo alcune attività e nel 2000 cambiando il nome in Unaxis. IHAG Privatbank dichiara di essere composta da banchieri "denen Sie Ihr Vertrauen schenken können" ovvero in cui possiamo credere e che è caratterizzata da uno spirito di famiglia "das Familiäre kennzeichnet unsere Bank". Per famiglia, si intendono forse i signori Bührle e Anda che spendono cifre considerevoli nella sponsorizzazzione di mostre d'arte della Foundation E. G. Bührle Collection nella Zollikerstrasse (Emil Georg Bührle, 1890-1956, è stato il noto produttore di armi nella Oerlikon-Contraves e fondatore della banca IHAG) e di concerti e concorsi musicali come il Concours Géza Anda. Con i tempi che corrono per il Private banking, e visti i risultati concreti di marketing e immagine di una forma obsoleta di comunicazione quale ormai è la sponsorizzazione, forse certe banche dovrebbero smettere di sviolinare e di farsi suonare da improbabili pifferai magici e mettersi a fare banca un po' sul serio… Le banche svizzere si sono buttate a tagliare in maniera decisa i costi a causa dell'attesa contrazione di quest'anno per la crisi economica globale, il che si è tuttavia tradotto solo in chiusure e licenziamenti "diversamente confezionati", ma sarebbe ora che si affrontasse in maniera professionale competente quella che viene chiamata da tutti ‘crisi' che è in realtà un profondo cambiamento strutturale che esige una strategia chiara e illuminata e una politica forte. E quanto a questo, abbiamo visto come è finita con il segreto bancario…».

L’11 maggio 2009 appare sul Corriereconomia la precisazione Barilla:

«Nella tabella pubblicata a corredo dell’articolo del 4 maggio su “Barilla, cambio al vertice e ritorno all’industria”, si attribuisce alla famiglia Anda-Bührle, azionista di gafina BV, anche la proprietà della F. Relou BV. Il dato non è corretto. La catena di controllo dle gruppo è infatti la seguente: Barilla Holding e Gafina detengono, rispettivamente, lo 85% e il 15% del capitale di Finba Iniziative (in futuro chiamata Barilla Iniziative), la quale controlla direttamente o indirettamente il 100% della Barilla G. e R. Fratelli S.p.A. Più in particolare, Barilla Iniziative detiene il 50,62% del capitale della Barilla G. e R. Fratelli e il 100 % della Finanziaria Relou BV, che a sua volta detiene il 49,38% della stessa Barilla G. e R. Fratelli».

Veline? Ecco un comunicato stampa aziendale:

«Barilla, prima azienda italiana al mondo per reputazione. Il Reputation Institute assegna a Barilla il primato per la reputazione tra le aziende italiane e la prima posizione in assoluto nel settore alimentare. Parma, 25 maggio 2010. Secondo una ricerca del Reputation Institute di New York, condotta tra le 600 aziende più importanti al mondo, classificate per fatturato, Barilla si aggiudica la diciannovesima posizione tra quelle con la migliore reputazione, prima tra le italiane e prima in assoluto nel settore alimentare. I risultati della ricerca, pubblicati sul sito della rivista Forbes, sono stati ottenuti attraverso la consultazione diretta dei consumatori in 24 paesi nei diversi continenti». 

Nell'ultimo bilancio ufficiale (anno 2009), il presidente Guido Maria Barilla certifica euforicamente:

"Il fatturato consolidato 2009 del Gruppo Barilla che comprende Barilla G. e R. Fratelli e Lieken e opera principalmente in Italia, Stati Uniti, Francia Germania e Nord Europa, si è attestato a 4.171 milioni di euro (…) il risultato netto evidenzia una perdita netta di 101 milioni di euro (…) il Gruppo ha confermato l'ottima solidità finanziaria derivante da una costante generazione di cassa e dal consolidamernto del debito che rimane stabile a 877 milioni di euro (…) In Italia continuiamo a mantenere un comportamento virtuoso".

E nel resto del mondo, invece? «Lo stile – come sosteneva Pietro Barilla – è un modo di comportarsi che “implica tante cose”. Tutto ciò significa soprattutto ispirarsi a principi e valori condivisi che si richiamano al consenso». A pagina 12 del Codice Etico aziendale è specificato:

«uno degli aspetti centrali che qualificano la condotta di Barilla è costituito dal rispetto dei principi di comportamento intesi a garantire l’integrità del capitale sociale».

Appunto, i soldi, ricevuti dalla produzione e vendita di armamenti; utili poi investiti dai soci elvetici in strumenti di morte. Armi: un’offerta di qualità che aiuta a vivere meglio dentro e fuori casa Barilla. Consigli per gli acquisti: infarinare bene le carte e negare l'evidenza. Complimenti e buon appetito.

Dove c’è Barilla c’è…. amianto!

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di Helene Benedetti – reportonline.it

E’ più facile e veloce bonificare uno stabilimento di  9,58 ettari pieno di amianto o tappare la bocca ad un giornalista scomodo corrompendo Aruba per fargli chiudere il sito?

Per la Barilla evidentemente la seconda ipotesi è stata più conveniente. Forse pensavano che tappando la bocca ad un giornalista non ci sarebbe mai stata una cassa di risonanza… e qui si sbagliavano di grosso perché adesso metteremo in moto la macchina del fango.

La nota holding Barilla, produttrice di deliziose merendine, pasta, fette biscottate, snack, pani morbidi, sfoglie e merende varie, ha uno stabilimento a San Nicola di Melfi, in Basilicata. Lo stabilimento è pieno di amianto, ha il tetto fatto di eternit nonostante la legge 257 del 27 marzo 1992 che obbliga alla bonifica.

Con tutti i soldi che ha la Barilla, invece di bonificare lo stabilimento, preferisce pagare costose pubblicità che presentano le merendine più “sane” e belle d’Italia.

Il problema dell’eternit è che a lungo andare, si sfibra dando origine a piccolissime scaglie invisibili all’occhio umano. I frammenti volatili, possono, una volta respirati, provocare tumori alle vie respiratorie anche a distanza di anni. In questo stabilimento lavorano oltre 500 persone per un totale di 65 mila tonnellate annue di prodotto alimentare smistato nel nostro Belpaese.

Buone le Nastrine vero? Quello è l’unico stabilimento che le produce, quindi se avete mangiato le Nastrine in vita vostra, sappiate che provenivano da uno stabilimento con tetto in eternit e con moltissime probabilità, il tetto vecchio del 1987, sta già facendo svolazzare le piccolissime scaglie di amianto.

Queste non sono mie inchieste, sono inchieste del giornalista Gianni Lannes, un giornalista con la schiena dritta che lavorava per La Stampa. Il suo lavoro è stato bloccato da mazzette e intimidazioni, quindi ha deciso di continuare aprendo un sito tutto suo, un sito libero dove pubblicare le sue inchieste: http://www.italiaterranostra.it/

Mi sono occupata spesso di divulgare i contenuti del sito di Lannes, perché provo una grande stima per il suo lavoro, perché ci conosciamo un pochettino e perché ci siamo sentiti spesso per motivi di “divulgazione”…

Negli ultimi tempi ho trovato il suo sito “spento”, pensavo che forse lo stavano spostando, o stavano facendo modifiche. Ho aspettato, forse troppo. Questa mattina mi sono decisa a prendere il telefono e a chiamarlo; una persona sotto scorta non può sparire per tutto questo tempo, e con amara sorpresa, ho saputo che il sito è stato rimosso illegalmente. Qui sotto le parole di Gianni Lannes:

“La Barilla dei noti fratelli delega il professor avvocato Vincenzo Mariconda con studio a Milano per il lavoro sporco. Invece di rimuovere l’amianto fuorilegge (legge 257/1992) che imbottisce lo stabilimento di merendine e biscotti a San Nicola di Melfi in Lucania, tentano illegalmente di far cancellare il sito del giornale online ITALIA TERRA NOSTRA. Invece di denunciare alla magistratura per l’eventuale reato di diffamazione a mezzo stampa, tutto da dimostrare o citarci in giudizio in sede civile per un risarcimento danni, chiedono ad Aruba di oscurarci. Questa è la democrazia di chi è socio degli Anda-Buhrle (dall’anno 1979), noti soggetti trafficanti a livello internazionale di armi e ordigni. Se si tiene ad una voce libera è il momento di agire nel solco della legalità per rivendicare concretamente il diritto alla libertà di espressione. Tra l’altro sul caso sono state presentate diverse interrogazioni ancora senza risposta dal governo Berlusconi. BOICOTTIAMO LA BARILLA. SOS: pubblicate sul web e diffondete le inchieste di ITN sull’amianto alla Barilla di San Nicola di Melfi.”

Intanto quest’articolo girerà il web in lungo e in largo, mi occuperò personalmente  con tutte le mie forze di divulgarlo quanto più riuscirò tramite amici, blogger, resistenti, Agende Rosse, siti e testate giornalistiche. Non è una minaccia, è un avviso. Consiglio alla Barilla di bonificare al più presto perché Gianni Lannes non è solo, e nemmeno io sono sola. La rete fa rete, e sulla Barilla c’è ancora talmente tanto da dire che l’unico modo per tappare le bocche è quello di mettersi in regola!

Buona colazione a tutti.

STABILIMENTO di San Nicola di Melfi (PZ)

Vogliamo rendervi partecipi delle ragioni che ci hanno portato a chiedere la rimozione di alcuni contenuti apparsi sul sito http://www.italiaterranostra.it. Riteniamo le informazioni relative al nostro stabilimento di Melfi, che sono state riportate dal sig. Lannes in più occasioni su tale sito e già smentite, totalmente destituite di fondamento e denigratorie. Non c'è alcun rischio amianto per le persone e per i prodotti, così come dimostrato da verifiche effettuate periodicamente, da rilevazioni dell’autorità preposta al controllo (l’ASL 1 di Venosa) e recentemente confermate da tecnici competenti in materia. Per salvaguardare il lavoro di tutte le persone che nello stabilimento di Melfi lavorano con passione per fare prodotti sani e di alta qualità e proteggere la reputazione della nostra società, da sempre attenta a garantire la salute dei lavoratori, abbiamo deciso di difenderci nelle sedi opportune, procedendo per vie legali nei confronti di chi ci denigra.

Vi invitiamo, inoltre, a prendere visione dei documenti scaricabili

– Stabilimento di San Nicola di Melfi (PZ) – Posizione Barilla 15/12/2010

– Stabilimento di San Nicola di Melfi (PZ) – Posizione Barilla 03/02/2011

che raccolgono alcune informazioni che vi consentiranno di farvi un'opinione basata su fatti concreti.

Ufficio Legale Barilla
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La verità sull’ ”oscuramento” di Italiaterranostra. Prove alla mano! (per usare un’espressione tanto cara a qualcuno!)

In seguito ai numerosi articoli apparsi in questi ultimi mesi su vari siti e blog credo sia arrivato il momento di cominciare a far luce sulla chiusura (illegale a detta di coloro che sono all’oscuro della vicenda) del sito italiaterranostra.it.


continua a leggere su… http://www.italiaterranostra.it/?p=8660

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