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Giovanni Falcone e il suo pensiero.

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Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società.

Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.

Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell'esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere

La mia grande preoccupazione è che la mafia riesca sempre a mantenere un vantaggio su di noi.

Il coraggioso muore una volta, il codardo cento volte al giorno.

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe dei grandi uomini. 

Il ricordo di Falcone.
Le ipocrisie del governo.

Falcone e Borsellino

Falcone e Borsellino

di Roberto Morrione (Liberainformazione)

Da 18 anni, il 23 maggio,il grande albero davanti a casa Falcone a Palermo si riempie di messaggi rivolti all’uomo che, insieme con Paolo Borsellino, più rappresenta nell’immaginario degli italiani il sacrificio di chi è morto in nome dello Stato per difendere la democrazia dal potere criminale. La strage di Capaci, come due mesi dopo quella di Via D’Amelio, sono al centro di cerimonie, testimonianze, manifestazioni sincere e commosse di tanti giovani e giovanissimi, chiamati a conoscere e a non dimenticare da associazioni civili, magistrati, forze di polizia, amministratori pubblici, artisti, operatori dell’informazione. Come è giusto nei confronti di chi ha dedicato la propria vita, fino a perderla, per cercare di costruire un’Italia pulita, omaggio di chi cerca ogni giorno di tenere viva la memoria di quegli uomini, caduti insieme con le loro generose scorte per difendere la libertà e l’eguaglianza sancite dalla Costituzione.

Dopo le cerimonie molti ritorneranno nelle scuole, nei municipi, nelle assemblee elettive grandi e piccole, nelle strade delle città e nei territori ancora dominati dal sistema mafioso e dagli interessi di varia natura che lo sorreggono, per continuare a combattere la stessa guerra un po’ più ricchi dentro, più consapevoli. Quella data è dunque un’icona, che è però intrisa anche di ufficialità governativa pseudo-istituzionale, dell’effimera presenza di personalità oggi al potere che con quelle battaglie non hanno alcunché da spartire, che a quegli ideali non credono. Nella disattenzione o nella voluta indifferenza dei giornali e dei notiziari radiotelevisivi aggregati al circo mediatico di Palazzo Chigi, le frasi retoriche pronunciate dinanzi a una lapide saranno rapidamente rimpiazzate da corposi interessi , volti a proteggere in Parlamento e nel Paese un sistema di affari illeciti, di corruzione, di privilegi, un sottopotere privo di regole e di etica, demolendo proprio alcuni dei pilastri di quella Costituzione per la quale Giovanni Falcone e con lui tanti veri servitori dello Stato furono massacrati. 

 
Dobbiamo dirlo con forza, per onestà morale verso chi è caduto per mano mafiosa e per rispetto ai tanti concittadini che alla nostra Costituzione non intendono rinunciare. Quelle frasi di circostanza, frammiste artatamente a tante sincere e in buona fede, non si possono conciliare con il dilagare delle mafie, con l’espansione nel centro-nord e nel mondo di interessi finanziari di origine criminale che le positive operazioni di magistrati e investigatori non possono intaccare.

Nè con le leggi “ad personam” d’impronta incostituzionale a protezione dei guai giudiziari del premier, né tanto meno con il disegno di legge sulle intercettazioni portato avanti a ogni costo dal governo, fino a sedute notturne della commissione Giustizia in un Parlamento privo di lavoro legislativo, paralizzato dall’incuria di un Esecutivo volto solo all’obiettivo di limitare pesantemente l’autonomia giudiziaria dei PM contro il crimine, in prima linea quello mafioso e il diritto-dovere della libertà di stampa a tutela della sicurezza dei cittadini, del loro diritto a conoscere tutti gli aspetti della realtà in cui vivono. Possono essere credibili, nel ricordo di Giovanni Falcone, i rappresentanti di un governo che ha al suo interno un sottosegretario di cui è stato inutilmente chiesto l’arresto per documentate complicità con clan della camorra o che nonha sciolto il Comune di Fondi dominato dalle mafie, come richiesto dal Prefetto (peraltro poi rimosso) o che ha dato il via a uno scudo fiscale senza reali controlli della provenienza di capitali illegali portati all’estero? Né possono essere ignorate le ripetute invettive del premier contro le Procure che tengono accese le luci sulle stragi degli anni ‘90 e sull’oscura trattativa che avvolse allora i capi di Cosa Nostra e settori deviati dello Stato, né gli attacchi che di tanto in tanto, come una sorta di “moto dell’anima”, rivolge agli intellettuali che scrivono o realizzano prodotti televisivi sulla mafia, a partire da Roberto Saviano.

Di fronte, ironia del destino, proprio alle fiction su Falcone e Borsellino realizzate da Mediaset, come gli ricordò sarcasticamente Michele Placido, protagonista della vituperata “Piovra”…E cosa fa infine il governo di fronte all’intensificarsi di rivelazioni ed indizi che confermano la non casuale né accessoria presenza di mani e menti dei servizi segreti in oscure vicende, a partire dal fallito attentato dell’Addaura, che sfociarono nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio ? E’ certo un pensiero maligno, ma alcune ipocrite commemorazioni ricordano un po’ ciò che accadeva dopo delitti di mafia nella sanguinosa guerra che ha seminato di morti la Sicilia e altre regioni del Sud, quando – e ci sono su questo precise testimonianze – fra le prime telefonate di cordoglio c’era immancabilmente quella del mandante. 

 
A volte mi chiedo cosa avrebbe fatto Giovanni Falcone con il suo genio investigativo, la sua capacità organizzativa, la sua conoscenza di uomini e cose, se non fosse stato dilaniato a Capaci con la moglie e gli agenti di scorta. Come avrebbe portato avanti, nonostante le ostilità, i pregiudizi, le diffamazioni, le gelosie corporative di cui fu costantemente vittima, quella riforma che , in pochi mesi e dopo lo straordinario smantellamento dell’impero di Cosa Nostra al maxi-processo di Palermo, portò alla Procura Nazionale Antimafia, alle Procure Distrettuali, alla decisione dello scioglimento dei comuni infiltrati, a norme sul riciclaggio, ai primi accordi di cooperazione internazionale contro il crimine organizzato…E con quali strumenti giuridici avrebbe reagito alla crescente deriva etica, cioè al dilagare della corruzione che oggi avvelena l’Italia e in cui le mafie in doppio petto e colletto bianco nuotano a proprio agio…Domande evidentemente illusorie, un po’ come chiedersi cosa sarebbe avvenuto in Europa se Napoleone avesse vinto a Waterloo o Che Guevara avesse fatto la rivoluzione in Bolivia, ma forse non prive di senso, anche se la Storia è andata in un’altra direzione.
Resta infatti la realtà del tanto che ha saputo seminare e di cui tutti noi abbiamo oggi e avremo presto ancora di più un grande bisogno: la voglia di libertà, l’onestà intellettuale, la capacità di respingere ogni ipocrisia. Così scriveva Giovanni Falcone insieme con Marcelle Padovani in “Cose di Cosa Nostra”, sei mesi prima di morire: «Non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non si siano alleati a Cosa Nostra – per un’evidente convergenza di interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi».

 

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A Roma il No B-Day "Siamo più di un milione"

Il corteo in piazza San Giovanni

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di Giovanni Innamorati (www.ansa.it/…)

ROMA – I partiti di opposizione scavalcati dalla piazza, dove si vedono tantissimi giovani che invece sono sempre piu’ rari nelle sedi dei movimenti politici. Questo l’aspetto piu’ vistoso del ‘No B Day’, la prima manifestazione mai convocata in Italia via web, senza l’appoggio di apparati organizzativi di partiti o sindacati. Una manifestazione con un unico messaggio espresso insieme con rabbia e allegria: ”Berlusconi vada a casa”. Proprio il manifesto lanciato su Facebook a ottobre per convocare la manifestazione mostra tutto l’approccio impolitico dell’iniziativa: ”non ci interessano le conseguenze delle dimissioni di Berlusconi; l’importante e’ che si dimetta subito”.

Ed ecco che i partiti di opposizione oggi si sono dovuti accodare. Gli organizzatori hanno parlato di oltre un milione di presenti. la Questura di 90 mila. Quel che e’ certo e’ che hanno riempito piazza San Giovanni. I manifestanti hanno applaudito tutti quelli che hanno sfilato nel corteo con loro, da Di Pietro a Rosy Bindi, da Paolo Ferrero a Oliviero Diliberto, da Nichi Vendola ad Angelo Bonelli dei Verdi. Le polemiche per la mancata presenza ufficiale del Pd, sollevate da Idv e dagli altri partiti di sinistra, si e’ vista quindi solo nel retropalco piu’ che nella piazza, che aveva solo voglia di gridare assieme ”Berlusconi dimettiti” come e’ stato ritmato piu’ volte. Pier Luigi Bersani, alla fine, ha inviato la ‘pasionaria’ Rosy Bindi, festeggiatissima dai manifestanti: ”abbiamo perso tre settimane a litigare con Di Pietro – sospira Pippo Civati – e a dividerci tra noi sul nulla”. Di Pietro, sempre attorniato dalle telecamere, ha attaccato il governo a testa bassa (”e’ mafioso, fascista e piduista”) ma non e’ riuscito a monopolizzare l’iniziativa. Paolo Ferrero analizza cosi’ la paura del Pd per questa piazza: ”hanno una concezione vecchia, in cui i partiti hanno il monopolio della politica. Ma ormai non e’ piu’ cosi’, e il primo compito dei partiti e’ ascoltare la societa”’.

Cosi’ in molti hanno evitato di fare dichiarazioni, sottolineando piuttosto di voler ascoltare la piazza: da Dario Franceschini a Fausto Bertinotti. La prima sfida per il centrosinistra consiste ora nel proporre a questa piazza un’offerta politica adeguata. La seconda sfida e’ costituita dalla massiccia presenza di giovani in quella che Ferrero ha definito ”una manifestazione generazionale, convocata con mezzi generazionali”. Sono passati solo otto anni dal 2001 e i Girotondi sono gia’ archeologia.

S.BORSELLINO,BERLUSCONI E SCHIFANI SONO VILIPENDIO
"Il vero vilipendio è che persone come Schifani e Berlusconi occupino le istituzioni. Schifani non vuole chiarire i rapporti avuti con la mafia nel suo studio professionale". Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in un intervento alla manifestazione del No B Day, interrotto più volte dall’ovazione della folla.

MONICELLI, MANIFESTAZIONE BELLA E GIOVANE
"Questa è una manifestazione bella perché è giovane, non c’é cupezza, non c’é aria di sconfitta", ha detto Mario Monicelli, giaccone bianco, sciarpa viola e coppola, intervenendo sul palco. "Tenete duro, viva voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva il lavoro" ha aggiunto. Secondo il regista, "dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che sono cose diverse dalla libertà".

LA DIRETTA SULLA TV DANESE – Il No B day trasmesso in diretta dalla Tv danese, oltre che da Rainews 24, Sky Tg24, Red Tv e You Dem. "Possiamo essere soddisfatti – ha detto Gianfranco Mascia, uno degli organizzatori – del fatto che ci sarà la diretta di una rete televisiva pubblica nazionale: quella Danese. Infatti abbiamo saputo che il canale televisivo pubblico della Danimarca ha deciso di mandare in onda non solo P.zza San Giovanni, ma seguirà tutto il corteo. Una bella dimostrazione di democrazia nei confronti di chi – alla RAI – ha preferito non concedere la diretta TV".

Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato

Maurizio Torrealta: le  stragi  erano  state  annunciate


di
Norma Ferrara 
(www.liberainformazione.org/…)

 

Strage di via dei Gergofili
Strage di via dei Gergofili
Solo pochi giorni fa ai microfoni di Annozero Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l’allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di  una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vtio Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il  giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24  descrive attraverso il racconto del capitanoUltimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato "La Trattativa" , il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di  Capaci e via d’Amelio. 

 
Dopo aver scritto dell’arresto di Riina lei pubblica nel 2002 "La Trattativa". Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?

Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e il suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L’inchiesta nonostante fosse una richiesta di archiviazione conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre accadevano.

Quali elementi?

Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa,Repubblica,  vicina ai Servizi segreti. A scriverlo fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scriverà dopo intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. A questi seguirono una serie mai vista di episodi: attentati contro palazzi fiorentini e romani, fatti in luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo del potere, delle istituzioni e della massoneria.

Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?

Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all’epoca sconosciuti. All’inizio degli anni ’90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e l’interesse a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l’Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per cancellarli dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.

Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de La Trattativa, ad oggi?

La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state  inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia che raccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti.  Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza…

Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…

Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.

Prima ricordava della rilettura di Via d’Amelio… qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?

Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d’Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.

I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?

A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l’allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro dell’industria” senza episodi specifici che giustificassero questo cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli inquirenti chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.

In questi ultimi anni l’attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso a l’uso di registratori… ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al "papello"?

Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l’ultima cosa di cui parlerei sino a quando non giungerebbero in un’ aula di tribunale. Credo comunque che il filone del Papello avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente….

Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura  questa verità?

Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti  esterni di una strage.

 

In ricordo di Giovanni Falcone

di Emilio Fabio Torsello (www.dirittodicritica.com/…)

Il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta furono uccisi da una cricca di vigliacchi mafiosi. A distanza. Con 500 chili di tritolo posti sotto un tunnel dell’autostrada A9, all’altezza dello svincolo per Capaci, a pochi chilometri da Palermo. Erano le 17:58 del 23 maggio 1992. Poco tempo dopo, il 19 luglio dello stesso anno, furono trucidati in via D’Amelio anche il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Sempre la solita cricca di vigliacchi, sempre mafiosi, sempre una bomba. Tra i primi ad accorrere sul luogo dell’attentato c’è anche un giovane poliziotto, Gioacchino Genchi. E’ l’epoca delle stragi, della somma codardia. Una codardia interna non solo alla mafia ma anche alla magistratura che, all’epoca, spinse Giovanni Falcone – come racconta Francesco La Licata nel libro “Storia di Giovanni Falcone” – a dire: «E’ penoso quello che ho dovuto ascoltare nei corridoi di questo palazzo, constatare che tutti sono contenti per il fatto che me ne sto andando». E Falcone, in quei mesi stava per lasciare Palermo alla volta di Roma, nella speranza di poter migliorare la lotta alla mafia attraverso un’azione diretta sulle istituzioni. Mentre tutti, alle spalle, lo accusavano di tradimento. «Qui lavorare è impossibile – aveva detto qualche giorno prima a La Licata – : un passo avanti e tre indietro, questa è l’andatura della lotta alla mafia». Ed era lo stesso Falcone che sosteneva ironicamente di sembrare «come uno di quei mafiosi che dicono ai ‘loro’: se mi ammazzano, per capire da dove viene la mano, cerca di capire da che parte arriva la prima corona di fiori».

E i segnali di morte non erano mancati. Del fallito attentato all’Addaura, ad esempio, la sorella Maria racconta: «è stato uno dei periodi più tristi della vita di mio fratello, il momento peggiore. Quella volta capì che non si trattava più delle solite maldicenze. Ebbe chiaro che la decisione di farlo fuori era stata presa e ad altissimo livello. Lo vidi come non l’avevo mai visto: era teso come una corda, aveva i nervi a pezzi. Eppure non poteva rivolgersi a nessuno, non si fidava ed era costretto a riflettere da solo» «Capii anche – continua la sorella – perché non aveva voluto figli. Lo aveva detto a noi e anche a Francesca: “Non voglio mettere al mondo degli orfani“». E sui possibili mandanti di quel fallito attentato, «solo una volta fece un vago riferimento ai ‘Servizi’, ma come a un’ipotesi che non era nata nella sua mente, come se la cosa gli fosse stata suggerita o raccontata. E in ogni caso assolutamente priva di conferme», conclude Maria.

E le infamie erano quasi quotidiane. Famoso l’attacco da parte di Totò Cuffaro durante una trasmissione di Maurizio Costanzo, alla presenza dello stesso Giovanni Falcone (minuto 3.11). Lo stesso Cuffaro che sarà condannato a cinque anni per favoreggiamento semplice e che diventerà poi senatore della Repubblica e membro della Vigilanza Rai. E a quanti accusavano ogni giorno Falcone, anche nella magistratura, il magistrato Ilda Boccassini dirà: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».

Ad oggi, purtroppo, la mafia non è ancora sparita dalla circolazione, anzi, si è evoluta: non spara più, ha imparato a fare politica. Si tratta di una piovra vigliacca da 900 miliardi di fatturato annuo a livello nazionale, come riporta la relazione dell’ultima Commissione bicamerale antimafia. Ma resta, comunque, un fenomeno umano e come tale – aveva ragione Falcone – un giorno si esaurirà. Sempre che una mentalità basata su un’impunità diffusa, non diventi parte integrante del nostro vivere civile.

Il boss Gambino è arrivato in Italia

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 (www.guidasicilia.it/…)

Dopo il mancato arrivo di ieri legato a problemi di salute, l’esponente della mafia Rosario Gambino, espulso dagli Stati Uniti, è giunto questa mattina in Italia. Accompagnato da quattro funzionari del Servizio Centrale Operativo (Sco), appositamente recatisi negli Usa, Gambino, indagato dal giudice Giovanni Falcone e coinvolto in Italia nello storico processo "Pizza Connection", è arrivato con un volo di linea dell’Alitalia proveniente da Miami, atterrato all’aeroporto di Fiumicino alle 8.47. 
L’arrivo è avvenuto proprio nel giorno del diciassettesimo anniversario dell’attentato in cui morì il giudice Falcone.



Come detto, l’arrivo di Gambino era atteso per ieri, venerdì 22 maggio, ma come già accaduto in passato, il suo trasferimento è stato rinviato all’ultimo momento. In un primo momento si era pensato che, dietro questo ennesimo rinvio, ci fosse la battaglia che i legali di Gambino stanno conducendo adesso in Italia, cercando di annullare l’ordine di cattura firmato ventinove anni fa dall’allora giudice istruttore Giovanni Falcone. Negli ultimi mesi, la difesa del boss ha fatto ricorso anche alla Cassazione, che ha disposto una nuova pronuncia del tribunale del riesame di Palermo: l’udienza si è già tenuta lunedì, adesso è atteso il responso.

Su Rosario Gambino, cugino del padrino Carlo Gambino e coinvolto nel presunto sequestro di Michele Sindona, che negli Usa è stato detenuto in un centro di raccolta per immigrati, pende comunque una condanna della corte d’appello di Palermo, a 14 anni, per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Il processo, concluso negli anni Ottanta, è proprio quello basato sulle indagini di Giovanni Falcone. All’epoca, il magistrato aveva scoperto che dalla Sicilia partivano carichi di droga diretti a New York: gli esponenti del clan Gambino-Inzerillo nascondevano i pacchetti di polvere bianca in contenitori metallici, "apparentemente contenenti dischi di musica – spiegava Falcone nel suo provvedimento – i pacchi venivano spediti all’indirizzo di un fantomatico Centro italiano Nastri Eighteenth Ave Brooklyn New York 11204 USA".

Gambino conserva anche il segreto del fiume di soldi che dagli Stati Uniti tornavano in Italia e venivano poi riciclati. Quel tesoro Giovanni Falcone non aveva mai smesso di cercare.
Ecco perché i segreti di Gambino sono ancora attualissimi: negli ultimi anni gli investigatori del Servizio centrale operativo della polizia e della squadra mobile di Palermo hanno notato strani viaggi a Palermo di mafiosi italo americani e dei loro parenti. Fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile, perché sui Gambino-Inzerillo, gli "scappati", i perdenti della guerra di mafia del 1981, pendeva una condanna all’esilio imposta da Riina e Provenzano. Ma da quando la parabola dei corleonesi volge verso il basso, tante cose sono cambiate nell’universo mafioso. E i perdenti di un tempo tornano in Sicilia da imprenditori che hanno fatto fortuna oltreoceano.  
Nel febbraio 2008, polizia italiana ed Fbi hanno arrestato 90 boss che fra Palermo e New York organizzavano affari (LEGGI). Ma questa volta non si è trovato un solo grammo di droga. Cosa stanno organizzando dunque i nuovi padrini italo-americani?

Il figlio di Rosario Gambino, Tommaso, non ha mai smesso di viaggiare fra Los Angeles, dove risiede, e Palermo. Ufficialmente, solo per fare visita ad alcuni parenti. Ogni volta che è sbarcato in Italia è stato seguito con cura dagli investigatori. Così sono emerse delle telefonate con Claudio Lo Piccolo, il rampollo del potente gruppo di mafia che ha ereditato il potere dopo l’arresto di Provenzano. Ma anche Claudio, come Tommaso, è stato solo sfiorato dalle indagini. Seguendo Gambino junior, gli investigatori sono però arrivati a un insospettabile imprenditore palermitano, che gestiva un bar all’interno della sala Bingo Las Vegas, una delle più grandi d’Europa. Quella struttura è stata sequestrata nei mesi scorsi dal Tribunale Misure di prevenzione di Palermo, perché ritenuta un investimento per Cosa nostra. Forse, il primo affare dei nuovi imprenditori italo-americani: una grande macchina ricicla soldi.

Già condannato in Italia, Gambino ha ottenuto, su istanza dei difensori, il processo di revisione. Nei suoi riguardi è stato emesso nel 1980 un mandato di cattura da parte del giudice Giovanni Falcone. Il provvedimento è oggetto in questi giorni di nuovo esame da parte del Tribunale del riesame di Palermo, dopo l’annullamento con rinvio da parte della Cassazione dell’ordinanza che ne dichiarava il persistere dell’efficacia.  


[La Siciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it]

-
 Gli Usa hanno espulso il boss Rosario Gambino (Guidasicilia.it, 03/04/08)

- L’espulsione del boss Gambino si tinge di giallo (Guidasicilia.it, 04/04/08)


Nel 17esimo anniversario della strage di Capaci, da Trapani la verità sull’omicidio del giornalista Mauro Rostagno

Delitto Rostagno, 21 anni dopo i nomi di chi lo ha ucciso

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(www.liberainformazione.org/…)

Era in mezzo ai lupi dice il capo della Mobile Giuseppe Linares ed i lupi lo hanno sbranato. A fare la parte dei lupi i mafiosi, ad essere ucciso da loro il sociologo e giornalista Mauro Rostagno. Il territorio quelloo di Trapani. A 21 anni dal delitto che risale al 26 settembre del 1988 del sociologo e giornalista che si occupava di lotta alla droga e raccontava ai cittadini dagli schermi di una tv locale, Rtc, le malefatte di politici e criminali di ogni genere, la procura antimafia di Palermo ha chiesto e ottenuto dal gip Maria Pino l’emissione di due ordini di cattura per il delitto Rostagno. Destinatari sono il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e il valdericino Vito Mazzara. Il primo mandante l’altro esecutore dell’omicidio. I sicari erano tre, due restano ignoti, c’è solo il verbale di un pentito che ne fa i nomi, insufficiente però potere procedere anche contro di loro. Virga e Mazzara sono già in carcere, a scontare condanne definitive all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidi. 

Ci sono una serie di coincidenze che oggi si rincorrono, ci sono dei fili che tornano ad unirsi. Intanto è il 23 maggio, 17 anni dopo la strage di Capaci e l’uccisione del giudice Giovanni Falcone. Rostagno torna oggi ad incontrarlo, ci piace immaginare che questo possa accadere là adesso dove loro si trovano, come fece un giorno andando ad incontrarlo alla procura di Palermo. Pare voleva parlargli di alcune strane cose che aveva scoperto, traffici di armi, gladio. C’è poi quella sorta di pacificazione tra gli organi dello Stato e chi nella metà degli anni ’60 quello Stato combatteva. Lotta Continua era il movimento dove Rostagno aveva scelto di stare con altri, in quegli anni l’omicidio del commissario Luigi Calabresi a Milano fu una conseguenza di quella tensione, così come la vicenda, successiva della morte dell’anarchico Pinelli. Come al Quirinale l’incontro tra le vedove di questi due uomini ha rappresentato la volontà di ristabilire una serie di verità, il lavoro condotto dalla Polizia e dagli specialisti del laboratorio della Scientifica di Palermo, eredi del commissario Calabresi, rivolto a far luce sul delitto Rostagno, riannoda le fila, tra la Polizia e quel Rostagno di Lotta Continua. Dicevamo il Quirinale: un anno e mezzo addietro cittadini, non solo di Trapani, 10 mila in tutto, firmarono una petizione che inviarono al Capo dello Stato, preoccupati che le indagini non andavano avanti per scoprire i chi e i perché dell’omicidio Rostagno. Oggi a Trapani arriva il presidente Napolitano, la coincidenza incredibile del deposito proprio ieri, 22 maggio, dell’ordinanza da parte del gip Maria Pino, ha fatto si che il Capo dello Stato, rappresentasse supremo della magistratura, venisse qui come a consegnare la risposta dello Stato a chi ha chiesto giustizia. 

L’artefice di questo è un sovrintendente di Polizia, un brigadiere, esperto mastino contro la criminalità organizzata, trovatosi a fare la scorta al dott. Giuseppe Linares, uno degli uomini più esposti nella lotta alla mafia in provincia di Trapani. Fu durante una discussione tra i due, una delle tante, tra un percorso e l’altro fatto insieme, che nacque l’intuizione di andare a controllare se nel fascicolo di indagine vi fosse la perizia balistica, ripetuta dopo la creazione della banca dati e l’impiego da parte del gabinetto di polizia scientifica di nuove sofisticate attrezzature. In effetti la perizia ultima era quella all’epoca del delitto. La più felice delle intuizioni. 

Indagando tra alcuni dei delitti commessi dopo l’omicidio Rostagno, come l’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, altri commessi durante la faida di Partanna, Valle del Belice, e l’eliminazione di delinquenti locali ammazzati per sgarri piccoli e grandi, la squadra mobile di Trapani e la polizia scientifica di Palermo hanno individuato una serie di coincidenze. Le modalità di esecuzione intanto. Poi le armi. A sparare sempre in tre persone, l’uso di una Fiat Uno per agire, la vettura usata puntualmente ritrovata bruciata. I poliziotti  non hanno trovato il fucile o le armi usate per uccidere, ma i proiettili si. I bossoli avevano le stesse caratteristiche, dalle striature lasciate durante l’esplosione e il sovraccaricamento. Unamafia troppo seriale che è stata così incastrata. Una firma che ha ricondotto a Vito Mazzara già riconosciuto killer della mafia trapanese, un ex campione di tiro a volo esperto di armi. Condannato per i delitti risultati in tutto sovrapponibili a quello di Mauro Rostagno. Poi nelle indagini le dichiarazioni dei pentiti, Milazzo, Patti, Sinacori, Brusca, Siino. Finalmente pieni di riscontri. 

Gli investigatori della Mobile hanno ricostruito il periodo storico del delitto. Il 1988 era l’anno in cui la mafia a Trapani stava vivendo una forte escalation, da potenza militare si trasformava in impero imprenditoriale. Nasceva il tavolino degli appalti dove sedevano mafiosi, politici e imprenditori, si formava quel sistema di complicità e connessioni ancora oggi attivo, sono cambiati alcuni protagonisti, ma la regia è quella di sempre dei Messina Denaro. Matteo, il super latitante ne è oggi il capo, erede di Francesco, il campiere del Belice che diede a Vincenzo Virga l’ordine di fare ammazzare Mauro Rostagno, come racconta il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori. Le parole ogni giorno pronunziate da Rostagno da quella tv era una sfida che Cosa Nostra non voleva più tollerare. Rostagno aveva toccato il boss dei boss trapanesi, il mazarese Mariano Agate, lo irrideva e ne indicava il malaffare che questi si lasciava dietro, e Lipari un giorno gli mandò un segnale preciso dalla gabbia del Tribunale dove si trovava per il processo sulla uccisione del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari: quel giorno c’era l’operatore di Rtc con la telecamera in aula, Agate gli fece segno e gli disse di dire a quello là con la barba, vestito di bianco, di non dire ancora minchiate.  

Gli scenari di allora, oggi sono quelli sotto processo con tutti i loro protagonisti, per alcuni di loro ci sono condanne definitive, per altri i dibattimenti sono in corso. Imputati mafiosi come Mariano Agate boss indiscusso di Mazara o anche politici, contro di tutti questi Rostagno dalla tv si scagliava, e quella stampa libera a Cosa Nostra e non solo a Cosa Nostra dava fastidio. e per questo la mafia liberò i lupi per quel pasto infame. Gli altri possibili scenari, come la scoperta di un traffico di armi nel trapanese da parte di Rostagno, che avrebbe ripreso con una tele camerina l’arrivo di un aereo sulla pista di quell’aeroporto ufficialmente chiuso di Kinisia, alle porte di Trapani, non emergono nell’ordinanza, ma non sono esclusi da chi ancora oggi indaga. Non si esclude che il delitto voluto da Cosa Nostra non fosse stato desiderato anche da soggetti esterni a Cosa Nostra.  

Le indagini sul delitto Rostagno non sono finite. Come hanno chiesto che sia quelle 10 mila persone che hanno inviato una petizione al presidente Napolitano circa un anno e mezzo addietro, perchè l’omicidio non restasse dimenticato. Non era così e così non è stato. 

Il comunicato stampa diffuso dalla Polizia di Stato.

Gli arrestati: Vito Mazzara, Custonaci, 61 anni, detenuto a Biella. Vincenzo Virga, 73 anni, detenuto a Parma. 

Lo sviluppo investigativo. La Squadra Mobile di Trapani, con nota n. 600/2007 del 16-10-2007, evidenziava al PM titolare delle indagini sull’omicidio di Mauro Rostagno (Torino 06.03.1943) avvenuto in contrada Lenzi di Valderice in data 26-09-1988,  che dall’analisi degli atti effettuati, nel corso degli anni, dai vari Organi di Polizia giudiziaria su mandato della Procura di Trapani, e, successivamente, di Palermo, sull’omicidio in argomento non si evinceva se il materiale balistico rinvenuto sulla scena del crimine fosse mai stato oggetto di accertamenti comparativi da parte della Polizia Scientifica di Palermo. 

Partendo la Squadra Mobile di Trapani richiedeva di voler autorizzare il prelievo presso l’ufficio corpi di reato del Tribunale di Trapani del reperto nr. 9146, contenente 3 bossoli cal. 12 e n. 3 cartucce inesplose cal. 12 provenienti dal delitto ROSTAGNO allo scopo di effettuare, con la collaborazione tecnica del Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica di Palermo le comparazioni balistiche con fatti di sangue già oggetto di analisi comparative con analoghi eventi criminosi commessi, con il medesimo modus operandi, nella provincia di Trapani (impiego di fucile cal. 12 e/o revolver cal. 38 ) e contenuti nella banca dati balistici della Polizia Scientifica.

La necessità di tali comparazioni balistiche era finalizzata a fornire elementi di riscontro e verifica alla possibilità che l’omicidio del sociologo Mauro ROSTAGNO sia stato materialmente attuato da soggetti organici o contigui  a propaggini di ‘cosa nostra’ trapanese, i quali, in seguito, sono stati arrestati e condannati con sentenza passata in giudicato per il loro coinvolgimento operativo in altri fatti di sangue commessi a partire dal 1989.


In effetti, in ordine temporale, successivamente alla soppressione di Mauro Rostagno in provincia di Trapani sono stati commessi numerosi omicidi, tutti di accertata matrice mafiosa, attuati con le medesime modalità operative impiegate per l’esecuzione del sociologo, ossia con l’utilizzo di fucile semiautomatico cal. 12 e pistola revolver cal. 38.  

Ciò a partire dal duplice omicidio di PIAZZA Giuseppe e SCIACCA Rosario avvenuto l’11 giugno 1990 in Partanna. Infatti, proprio il duplice omicidio partannese, già oggetto di giudicato penale, richiamava all’attenzione la figura del famigerato killer ed esponente di spicco del mandamento mafioso di Trapani, MAZZARA Vito, in atto detenuto in quanto raggiunto da varie Ordinanze custodiali e, successivamente, condannato alla pena dell’ergastolo poiché facente parte della locale consorteria mafiosa oltre che esecutore materiale di un spaventoso numero di omicidi.

La Corte dì Assise di Trapani aveva condannato alla pena dell’ergastolo il MAZZARA Vito unitamente altri, poiché ritenuto responsabile di associazione a delinquere di stampo mafioso e del duplice omicidio di PIAZZA Giuseppe e SCIACCA Rosario oltre che dei reati in materia di armi; condanna confermata dalla Corte di Assise di Palermo con sentenza n.20/200 I R.G. del 11-10-2002.


Va rilevato che proprio sulla ingerenza di “cosa nostra” e, in particolare, della famiglia mafiosa di Trapani, sia in ordine al ruolo avuto dal VIRGA Vincenzo quale mandante, sia dal MAZZARA
Vito quale autore materiale dell’omicidio del ROSTAGNO Mauro,  si sono univocamente espressi i collaboratori di giustizia SINACORI Vincenzo e MILAZZO Francesco, entrambi già blasonati capi mafia del trapanese, sulla cui attendibilità si è positivamente espresso il vaglio delle sentenze dibattimentali che hanno comportato la condanna del VIRGA e del MAZZARA per vicende omicidiarie tra cui il duplice omicidio PIAZZA – SCIACCA o la soppressione dell’Agente di custodia Giuseppe MONTALTO. 

Siffatte evenienze investigativecome sopra rappresentato sono state correlate all’esame delle risultanze della perizia balistica richiesta dalla Squadra Mobile al Gabinetto regionale di Polizia Scientifica di Palermo proprio sulle cartucce cal. 12 pertinenti al delitto ROSTAGNO.


Infatti, la disamina dell’evento omicidiario relativo al ROSTAGNO e le modalità operative impiegate per l’esecuzione del sociologo, ovvero l’utilizzo di fucile semiautomatico cal. 12. e pistola revolver cal. 38, nonché l’utilizzazione di una Fìat Uno da parte degli autori prospettano ìctu oculi l’evidente analogia con vari eventi omicidiari commessi a partire dal 1989 ovvero il duplice omicidio di PIAZZA Giuseppe e SCIACCA Rosario avvenuto l’l giugno 1990, l’omicidio dell’Agente di Custodia MONTALTO Giuseppe soppresso il 23 dicembre del 1995, l’omicidio di MONTELEONE Antonino soppresso in c.da Marausa il  
07-12-1990 per i quali veniva condannato alla pena dell’ergastolo il MAZZARA Vito, risultato nella disponibilità esclusiva e utilizzatore del medesimo fucile semiautomatico cal.  12, impiegato per l’esecuzione materiale degli stessi.


Dall’esame al microscopio comparatore di nuova concezione sono state trovate dalla Polizia Scientifica su uno dei tre bossoli dell’omicidio ROSTAGNO (contrassegnato in relazione tecnica con la sigla 111 2RB2), su uno dei quattro bossoli rinvenuti nel corso del duplice omicidio PIAZZA-SCIACCA, avvenuto a Partanna l’11-6-1990 (contrassegnati in relazione tecnica con sigle 996RB2 e 996RB4), e su uno dei quattro bossoli relativi all’omicidio PIZZARDI Gaetano, avvenuto a Trapani l’8-11-1995 (contrassegnato in relazione tecnica con sigla 2577RB4), alcune impronte identiche per dimensioni e forma, riferibili solamente al “cameramento” delle cartucce, dalle quali residuano i bossoli in esame, in un unico fucile semiautomatico.


Al riguardo si precisa che una cartuccia calibro 12, inserita nel serbatoio di un fucile semiautomatico, nel passaggio dal serbatoio alla canna subisce una serie di urti contro i congegni dell’arma che intervengono per far si che questa, che si trova alloggiata sotto la canna, venga prelevata e sollevata sino all’inserimento nella camera di cartuccia, ed è per tale ragione che sui bossoli è possibile rilevare “tracce d’improntamento” che si riferiscono al semplice “cameramento” in bianco ossia al caricamento della cartuccia e alla sua successiva espulsione senza esplosione.

La conclusione cui giunge la nuova relazione tecnica della Polizia Scientifica è pertanto che la presenza di tali impronte prospetta la elevata probabilità che le cartucce esamine ed appartenenti ai tre eventi omicidiari (ROSTAGNO, PIAZZA-SCIACCA, PIZZARDI), siano state camerate in uno stesso fucile.  

Sulla base di tale ricostruzione compendiata dalla Squadra Mobile di Trapani con Informativa di reato del 22 gennaio 2008 al PM dr. Ingroia, è stato possibile evidenziare in particolare :  

  1. Le riscontrate analogie fra il modus operandi del commando dell’omicidio ROSTAGNO, che usa per l’agguato una Fiat Uno rubata che poi tenta di bruciare, e quello adottato negli altri omicidi che si è accertato essere stati commessi dal MAZZARA, anch’essi eseguiti servendosi di una Fiat Uno rubata poi data alle fiamme;
  2. Le riscontrate analogie delle armi utilizzate dal commando del delitto ROSTAGNO, e cioè un fucile cal. 12 con l’ausilio di un revolver, verosimilmente utilizzato come arma di riserva quando il fucile, dopo l’esplosione di alcune sue parti dopo i primi colpi, divenne inservibile, con l’abitudine di MAZZARA Vito (accertata con sentenza definitiva) di usare un fucile cal. 12 e portare con sé un revolver come arma di riserva ;
  3. Le riscontrate analogie balistiche fra una cartuccia dell’omicidio ROSTAGNO con cartucce certamente utilizzate da MAZZARA Vito per uccidere PIAZZA-SCIACCA a Partanna e PIZZARDI Gaetano a Trapani, che consentono di affermare con certezza che tutte tali cartucce, comprese quelle utilizzate per uccidere ROSTAGNO, sono state “maneggiate” da una persona esperta con le armi per mettere in atto un’operazione inusuale (“cameramento in bianco”), posta in essere con un fucile diverso da quelli usati per gli omicidi, evidentemente allo scopo di confondere le tracce balistiche che avrebbero lasciato le armi al momento dell’esplosione di quelle cartucce, e così rendere più difficoltosa l’opera di comparazione dei periti balistici, secondo le possibilità e le conoscenze tecniche dell’epoca dei fatti;
  4. La circostanza accertata delle capacità tecniche e dell’intenzione di MAZZARA Vito di porre in essere specifici accorgimenti per rendere più difficoltosa l’opera dei periti balistici;
  5. L’assenza, nelle famiglie mafiose del trapanese, di altri esperti balistici, che all’epoca dei fatti svolgessero funzioni di “armieri”, e che possano pertanto avere provveduto – all’infuori di MAZZARA Vito – a siffatta procedura di mimetizzazione delle tracce balistiche. 

 

Le illustrate emergenze hanno consentito di riscontrare in modo decisivo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che da tempo avevano individuato con certezza la matrice mafiosa del delitto ed identificavano nella famiglia mafiosa di Trapani l’“epicentro” organizzativo ed esecutivo dell’omicidio. 

Ulteriori elementi accusatori derivano dalle dichiarazioni di Giovanni BRUSCA, PATTI Antonino e di Angelo SIINO che hanno pienamente confermato la ascrivibilità dell’omicidio a Cosa Nostra trapanese, sulla base di una notizia appresa da fonte più che qualificate, e cioè da AGATE Giovan Battista e RIINA Salvatore, indiscusso capo di Cosa Nostra all’epoca dei fatti, nonché legato da saldi vincoli a tutti gli esponenti di spicco delle famiglie trapanesi, far tutti i boss Mariano AGATE e MESSINA DENARO Francesco . 

La natura indiscutibilmente mafiosa delle modalità esecutive del delitto, accertata in base alle indagini tecnico-balistiche, e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che, in virtù dei rispettivi e talora diversi livelli di conoscenza, ne ascrivono la deliberazione e la realizzazione all’organizzazione mafiosa Cosa Nostra trapanese impongono una ulteriore puntualizzazione sugli elementi gravemente indiziari acquisiti in ordine al ruolo di mandante svolto da Vincenzo VIRGA.

Una manifestazione particolarmente eclatante di tale legame è emblematicamente costituita dalla ferocia stragista che il 2 aprile 1985 determinò l’eccidio di Pizzolungo, in cui morirono una giovane madre e due  suoi figli nel momento in cui il destinatario della micidiale carica esplosiva, il giudice Carlo PALERMO, stava transitando sul luogo. Per tale orrendo crimine Vincenzo VIRGA, da poco al vertice del mandamento trapanese, unitamente all’allora capo dello schieramento corleonese di Cosa Nostra, Salvatore RIINA, ed a Balduccio DI MAGGIO, sono stati condannati all’ergastolo con sentenza del Gup di Caltanissetta del 20 novembre 2002, ormai divenuta definitiva.

In tale sentenza – cosi come in quella del 4 maggio 1999 della Corte di Assise relativa anche all’omicidio dell’agente MONTALTO, già più volte menzionata a proposito delle risultanze balistiche –  sono state evidenziate le caratteristiche impresse dal VIRGA all’attività criminosa della famiglia trapanese, connotata, in primo luogo, da una elevatissima potenzialità “militare” sviluppatasi anche grazie alla collaborazione coi gruppi di fuoco di altri mandamenti trapanesi e della provincia di Palermo.

Il riconoscimento della responsabilità penale del VIRGA per tale omicidio e la sua condanna all’ergastolo – unitamente al noto MESSINA DENARO Matteo ed agli esecutori materiali MAZZARA Vito e MILAZZO Francesco, con la collaborazione organizzativa di BRUSCA Giovanni – se da lato comprova il pieno inserimento del medesimo e della famiglia trapanese nelle scelte strategiche dei massimi vertici di Cosa Nostra volte alla perpetrazione di " un vero e proprio attacco diretto nei confronti delle Istituzioni dello Stato e di quanti le rappresentano", dall’altro consente di evidenziare il particolare legame fiduciario instaurato dal VIRGA con il MAZZARA.

Il complesso accusatorio è stato ulteriormente definito con l’esito delle intercettazioni ambientali svolta dalla Squadra Mobile nei confronti del MAZZARA Vito, durante la detenzione, che hanno permesso di rafforzare sia gli elementi relativi al coinvolgimento del killer trapanese  nel fatto di sangue in argomento, sia di individuare un caveau occultato all’interno dell’abitazione del MAZZARA  per il quale, il detenuto, temendo l’attivazione di nuove indagini da parte dell’A.G. sulla propria persona, ha richiamato l’attenzione dei propri familiari svelandone l’esatta ubicazione per prelevare ed eliminare qualunque cosa vi fosse stata celata, non ricordandone l’esatto contenuto . 

Il contributo di conoscenza reso da Sinacori e Milazzo in ordine alla responsabilità di Virga Vincenzo nella commissione dell’omicidio del Rostagno ha pertanto trovato una importantissima conferma negli esiti delle indagini balistiche.  

Coniugando cronaca e denuncia, movendo forti ed esplicite accuse nei confronti di esponenti di Cosa Nostra e richiamando in termini di speciale vigore l’attenzione dell’opinione pubblica,  Rostagno aveva “toccato” diversi uomini d’onore e generato nell’ambito del contesto criminale in argomento un risentimento diffuso.

L’omicidio del Rostagno è stato deliberato in Cosa Nostra: l’ordine di provvedere, così come riferito da Sinacori e, altresì, fondatamente ritenuto da Milazzo, è stato dato dall’allora rappresentante provinciale Messina Denaro Francesco

Il mandato per la organizzazione e la materiale esecuzione è stato dal Messina Denaro conferito – per quanto dallo stesso affermato dinanzi al Sinacori e da quest’ultimo dichiarato – a Virga Vincenzo, odierno indagato.

L’indicazione accusatoria del Sinacori è precisa (“MESSINA DENARO Francesco davanti a me dice a Mastro Ciccio che ha dato l’incarico a Vincenzo VIRGA”). 

Dalla confluenza dei racconti del Sinacori e del Milazzo emerge con valore probatorio pieno che l’omicidio di Rostagno Mauro fu deliberato in Cosa Nostra, venne organizzato dal “capo mandamento” di Trapani Virga Vincenzo, personalmente investito dell’incarico dal rappresentante provinciale Messina Denaro Francesco, e fu realizzato dal “gruppo di fuoco” che all’epoca operava in quel territorio e che certamente comprendeva, per concordi indicazioni dei citati Sinacori e  Milazzo e, altresì, di Patti Antonio, l’odierno indagato Mazzara Vito.  o di Trapani. A 21 anni dal delitto che risale al 26 settembre del 1988 del sociologo e giornalista che si occupava di lotta alla droga e raccontava ai cittadini dagli schermi di una tv locale, Rrtc, le malefatte di politici e criminali di ogni genere, la procura antimafia di Palermo ha chiesto e ottenuto dal gip Maria Pino l’emissione di due ordini di cattura per il delitto Rostagno. Destinatari sono il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e il valdericino Vito Mazzara. Il primo mandante l’altro esecutore dell’omicidio. I sicari erano tre, due restano ignoti, c’è solo il verbale di un pentito che ne fa i nomi, insufficiente però potere procedere anche contro di loro. Virga e Mazzara sono già in carcere, a scontare condanne definitive all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidi. 

Il mandato per la organizzazione e la materiale esecuzione è stato dal Messina Denaro conferito – per quanto dallo stesso affermato dinanzi al Sinacori e da quest’ultimo dichiarato – a Virga Vincenzo, odierno indagato.

L’indicazione accusatoria del Sinacori è precisa (“MESSINA DENARO Francesco davanti a me dice a Mastro Ciccio che ha dato l’incarico a Vincenzo VIRGA”). 

Dalla confluenza dei racconti del Sinacori e del Milazzo emerge con valore probatorio pieno che l’omicidio di Rostagno Mauro fu deliberato in Cosa Nostra, venne organizzato dal “capo mandamento” di Trapani Virga Vincenzo, personalmente investito dell’incarico dal rappresentante provinciale Messina Denaro Francesco, e fu realizzato dal “gruppo di fuoco” che all’epoca operava in quel territorio e che certamente comprendeva, per concordi indicazioni dei citati Sinacori e  Milazzo e, altresì, di Patti Antonio, l’odierno indagato Mazzara Vito. 

 

Io so. Il video della manifestazione

28 gennaio, Piazza Farnese, Roma

Manifestazione per la Giustizia dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia a sostegno del Procuratore Capo di Salerno Luigi Apicella a cui hanno aderito, tra gli altri, i meet-up di Beppe Grillo e L’Italia dei Valori

https://i0.wp.com/www.liberatorio.it/IMG/io_so.jpg
Fonte: Radioradicale.it

Interventi

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Proiezione filmato
        09:34        (durata: 29′ 59")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Serenetta Monti
        10:04        (durata: 5′ 29")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Proiezione filmato
        10:09        (durata: 10′ 17")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Sonia Alfano
        presidente associazione familiari vittime della mafia
        10:19       (durata: 2′ 29")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Maria Angela Longo
        10:22       (durata: 2′ 28")
 
https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Emiliano Morrone / Francesco Saverio Alessio
        10:24        (durata: 20′ 40")
 
https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Sonia Alfano
        presidente associazione familiari vittime della mafia
        10:45       (durata: 2′ 16")
 
https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Salvatore Borsellino
        10:47        (durata: 21′ 18")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Angela Manca
        11:09        (durata: 4′ 8")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Sonia Alfano
        presidente associazione familiari vittime della mafia
        11:13        (durata: 3′ 6")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Giuseppe D’onufrio
        11:16        (durata: 1′ 19")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Domenico Cecere
        11:17        (durata: 6′ 53")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Sonia Alfano
        presidente associazione familiari vittime della mafia
        11:24        (durata: 18′ 59")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Antonio Di Pietro
        deputato (IDV)
        11:43        (durata: 20′ 7")
 
https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Marco Travaglio
        giornalista
        12:03        (durata: 30′ 56")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Carlo Vulpio
        giornalista, inviato del Corriere della Sera
        12:34        (durata: 17′ 50")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Beppe Grillo
 
       12:52        (durata: 14′ 45")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Francesco Pardi
        13:07        (durata: 14′ 22")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Sonia Alfano
        presidente associazione familiari vittime della mafia
        13:21        (durata: 3′ 8")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Diego Pascale
        13:24        (durata: 2′ 16")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Sonia Alfano
        presidente associazione familiari vittime della mafia
        13:26        (durata: 1′ 43")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Monia Lemini
        13:28        (durata: 8′ 52")

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/01/io_so.jpg Sonia Alfano
        presidente associazione familiari vittime della mafia

        Serenetta Monti
        13:37        (durata: 6′ 40")

Passaparola: Carnevale in Cassazione. Falcone e Borsellino al cimitero

"Buongiorno a tutti.
Oggi ringrazierò dei giornalisti perché qualcuno ce l’abbiamo ancora, per fortuna.
E meno male perché così non ci sentiamo inutili. Il primo giornalista che vorrei ringraziare è Milena Gabanelli.
Non soltanto per la splendida puntata di Report di ieri sera, in cui abbiamo visto crollare, alla seconda o terza domanda, il grande patriota Colaninno che doveva salvare l’Alitalia.
Ieri sera abbiamo appreso che ancora non c’è niente di deciso, che il prezzo che loro offrono per rilevare la parte sana dell’Alitalia è tutto da verificare.
Ma soprattutto abbiamo appreso che il famoso impegno a non vendere da parte dei sedici patrioti della cordata CAI in realtà è una balla.

Quando la Gabanelli ha messo il piano della CAI sotto il naso di Colaninno chiedendogli dove sta scritto l’impegno dei sedici soci a non vendere, Colaninno si è messo a ridere, come dire "lo sai anche tu che c’è!".
Però non è riuscito a trovarlo nemmeno lui.
Abbiamo anche appreso che la ragione sociale della CAI, fino a questo momento, è quella di trattare passamanerie, che non mi pare siano sinonimo di aerei.
Ma la Gabanelli va ringraziata soprattutto, insieme a Giovanna Bursier che curava il servizio sull’Alitalia, per avere scoperto ciò che nemmeno l’opposizione parlamentare aveva scoperto.
Voi direte: "beh, ci vuol poco… l’opposizione praticamente non esiste…".
Pensate che quando Di Pietro ha votato no alla costituzionalità del decreto Alitalia, il Partito Democratico non ha trovato di meglio che astenersi.
Si astengono addirittura sulla porcata Alitalia.
Bene, in questo decreto all’ultimo momento, come al solito, era stato inserito con il parere favorevole del governo – questo dice il resoconto stenografico dell’Aula – un emendamento che i giornali hanno chiamato salva-Tanzi, salva-Cragnotti, salva-Geronzi.
Il problema è che con tutti i governi ombra, tutti i cervelloni che ci sono all’opposizione, ma anche con tutti i cervelloni che ha Tremonti nella sua testa e intorno a se, nessuno si è accorto che il governo aveva dato via libera a questo emendamento che stabiliva il colpo di spugna su tutti i processi per bancarotta, anche fraudolenta.
Per essere penalmente responsabili quelli che hanno mandato in vacca le loro società o quelle che amministravano, bisogna che queste società vengano dichiarate in stato di fallimento.
Cosa che di solito non succede mai, soprattutto nei casi più gravi: c’è l’insolvenza ma poi non si arriva al fallimento perché ci sono pratiche di amministrazione controllata o concordata per cui, come Parmalat, la società viene ripresa per i capelli e salvata da commissari come Bondi o, come nel caso dell’Alitalia, da commissario Fantozzi.
Quando non c’è la dichiarazione di fallimento non si può procedere per bancarotta nei confronti degli amministratori che hanno portato al crack.
Questo era l’emendamento, clamoroso, che persino esponenti dell’opposizione, che sono i poveretti che voi vedete, avrebbero potuto notare se leggessero le leggi alle quali dovrebbero opporsi.
Invece passano le loro giornate a fare non si sa bene che cosa, pagati da noi, e non leggono nemmeno le leggi che noi li abbiamo mandati lì apposta per controllare e a cui dire di no, quando sono scandalose come in questo caso.
Per fortuna, una giornalista – Giovanna Boursier insieme a Milena Gabanelli – ha scoperto questo, hanno anticipato la notizia a Repubblica e questa legge è stata frettolosamente ritirata.
Pensate: se l’opposizione esistesse avrebbe avuto un’autostrada.
I suoi rappresentanti che vanno tutte le sere a infestare i programmi televisivi avrebbero potuto alzarsi e dire: "signori, noi con questa gente non vogliamo nemmeno più farci vedere nello stesso salotto televisivo, perché qualcuno potrebbe scambiarci gli uni con gli altri.
Sappiate che questi signori stanno cercando di salvare i responsabili dei crack Cirio, Parmalat, ecc".
Per non parlare del salvataggio preventivo del crack Alitalia, perché voi sapete che la procura di Roma sta lavorando sui bilanci degli ultimi anni dell’Alitalia e l’Alitalia, checché se ne dica, non esiste più.
E’ stata già dichiarata l’insolvenza.
Magari qualcuno potrebbe pagare ma questa legge salvava anche ex post gli amministratori dell’Alitalia, oltre a Tanzi, imputato per il crack Parmalat, a Cragnotti e i suoi per il crack Cirio.
E il banchiere Geronzi – che abbiamo visto entrare trionfalmente a Palazzo Chigi l’altro giorno per salvare la finanza italiana e forse quella mondiale, coccolato dal governo Berlusconi e Tremonti – imputato sia per la Cirio che per la Parmalat.
Oltre a essere già stato condannato per un terzo crack, quello dell’Italcase.
Si salvavano tutti.
Pensate che opportunità aveva l’opposizione per riguadagnare punti e screditare un governo così. Invece no: zitti, dormienti.
Ha scoperto tutto una giornalista.
Qualcuno ritiene che il silenzio non fosse così casuale. Qualcuno ha ritenuto che fosse un silenzio complice, che questi signori sapessero cosa stava facendo il governo.
Ma sapete com’è: Geronzi è uno che piace al centrosinistra perché prima ha sistemato i debiti di Fininvest-Mediaset, poi quelli dei DS.
Insieme alla famiglia Angelucci, quella proprietaria di cliniche nel Lazio, nell’Abruzzo, nella Puglia, spesso convenzionate con le regioni.
La famiglia Angelucci pubblica due giornali: Libero, di Vittorio Feltri, e il Riformista.
Sono giornali che paghiamo anche noi, perchè oltre che essere pagati dagli Angelucci hanno pure il finanziamento non perché siano organi di partito ma perché sono organi di finti partiti.
La famiglia Angelucci è legata mani e piedi al banchiere Geronzi.
Sarà un caso, ma dopo che l’altra sera ad Annozero abbiamo osato raccontare chi è il banchiere Geronzi, immediatamente, il giorno dopo, il Riformista ha sparato contro Annozero.
Il riformista di Angelucci in difesa di Geronzi.
C’è chi sostiene, dunque, che per questi rapporti trasversali che ha, tutto il Parlamento si sia messo a cuccia quando il governo ha deciso di salvare Geronzi, oltre a quelli di Alitalia, Parmalat e Cirio.
Anche perché il banchiere Geronzi è difeso dall’avvocato di D’Alema, l’ex senatore DS Guido Calvi, che fin che stava in Parlamento aveva lo stesso conflitto di interessi che hanno Ghedini, Pecorella e gli altri che si occupano di giustizia come legislatori e come difensori di imputati eccellenti.
Grazie a Milena Gabanelli, questa manovra è stata sventata.
Alla fine l’insipienza o la mascalzonaggine di alcuni esponenti del centrosinistra ha fatto sì che ad avvantaggiarsi della legge pro Tanzi, Geronzi, Cragnotti, pro distruttori di Alitalia fosse Tremonti.
Tremonti ha fatto un figurone perché lui, rappresentante del governo che aveva dato l’ok a questa porcata, ha detto: "o la ritirare o mi ritiro io".
Come se si rivolgesse ad altri e non alla sua coalizione e al suo governo.
Insomma, è sembrato che il vero avversario di questa porcata non fosse l’opposizione ma Tremonti, cioè il governo.
Pensate in che mani è l’opposizione in Italia.
Il tutto, comunque, è stato sventato grazie all’intervento di due giornalista come Giovanna Boursier e Milena Gabanelli e questo dimostra che, per fortuna, quando i giornalisti fanno il loro mestiere servono, molto.
Pensate, se fosse passata questa legge, che cosa ne sarebbe stato del processo che sta per concludersi a Milano a carico di Tanzi e delle banche americane che pilotavano la Parmalat per portarla sempre più nel gorgo del fallimento.
Va ringraziata un’altra giornalista: Liana Milella.
Questa mattina, su Repubblica, ci racconta della nuova legge ad personam.
Ormai la fabbrica delle leggi ad personam è quotidiana, sforna ogni giorno un prodotto sempre più mostruoso e deforme.
Cambia la "personam", nel senso che ogni giorno bisogna salvarne una tra gli amici degli amici, ma la formula è sempre la stessa.
C’è un problema da risolvere a Tizio, Caio, Sempronio? Si fa una legge e glielo si risolve.
Abbiamo avuto, in questa legislatura – proprio oggi si compiono i sei mesi dalle elezioni di Aprile – in questi sei mesi abbiamo già visto sei leggi ad personam tentate o approvate.
Si è partiti con la salva Rete4, la personam era Berlusconi mentre quella da danneggiare era Di Stefano, Europa7.
Subito dopo la blocca processi: bisognava bloccare il processo Mills e qui la personam da salvare era di nuovo Berlusconi.
Dato che poi i processi da bloccare erano 100.000, sapete che si è arrivati a un compromesso: blocchiamo solo quelli della personam e non quelli delle altre personas e si è fatta la legge Alfano.
Che qualcuno chiama "lodo", ma non lo è: il lodo è una soluzione concordata. Qui non c’è niente di concordato, viene imposta dall’alto: chiamiamolo "porcata Alfano" e firmiamo ai banchetti dell’Italia dei Valori e degli altri che l’hanno sostenuto, questa raccolta.
Più siamo meglio è: non lasciamoci fregare dal tetto delle 500.000 firme. Devono essere milioni, bisogna far capire che siamo milioni di persone, che ci teniamo all’uguaglianza dei cittadini e alla Costituzione. Terza legge.
Quarta legge: la legge pro Matteoli.
Voi sapete che è intervenuto l’avvocato Consolo con una norma che stabilisca che i ministri o gli ex ministri sotto processo non possano essere processati senza l’autorizzazione del Parlamento.
Oggi è così solo per i reati legati alle funzioni ministeriali, in futuro, secondo questa porcata, dovranno passare al vaglio del Parlamento anche i processi per fatti completamente estranei o addirittura precedenti alla carica ministeriale.
La quinta è la legge pro Tanzi, Cragnotti, Geronzi.
La sesta è quella che Liana Milella ci rivela questa mattina su Repubblica.
Qui, per fortuna, qualcuno dell’opposizione se n’è accorto.
Soprattutto due rarissimi parlamentari che se ne intendono: Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson, ex magistrati entrambi.
Che cosa hanno scoperto? Che l’altro giorno, infilato nella norma che incentiva i magistrati che si recano nelle sedi disagiate con aumenti di stipendio, hanno inserito un piccolo codicillo che abroga una norma approvata nel 2007 dal governo Prodi.
Cosa diceva quella norma? Che i magistrati non possono ricoprire incarichi direttivi oltre i 75 anni se sono stati reintegrati in base alla legge che consentiva ai funzionari pubblici, sospesi o dimissionari per processi o condanne, che poi venivano assolti e potevano essere reintegrati.
In caso di reintegro, comunque il magistrato non può ricoprire incarichi direttivi se ha compiuto 75 anni.
Uno dirà: "ma di chi stanno parlando? Fate nomi e cognomi!".
Chi è il magistrato che è stato reintegrato dopo che si era dimesso perché era stato condannato, poi era stato assolto ed è ritornato in carica e ha compiuto 75 anni? Non ce ne sono mica tanti: ce n’è uno.
Si chiama Corrado Carnevale.
E’ una vecchia conoscenza, soprattutto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lo consideravano l’avversario numero uno.
Subito dopo la mafia c’era colui che alla presidenza della prima sezione penale della Cassazione si incaricava di cassare, annullare, decine di sentenze di condanna emesse dai giudici di Palermo nei confronti dei capi mafia.
Ma non solo di quelle di Palermo: assolveva anche i clan processati e condannati a Torino, ad esempio.
Sempre con cavilli, virgole mancanti, timbri incompleti. Era il re del garbuglio. Lo chiamavano "l’ammazza sentenze".
Secondo alcuni testimoni, suoi colleghi in Cassazione e alcuni pentiti di mafia questo signore non annullava le sentenze perché andavano annullate ma perché era d’accordo con la mafia.
Si è fatto un processo, Carnevale è stato assolto in primo grado, condannato in appello e poi la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza.
Senza rinvio vuol dire che non ha disposto un nuovo processo in appello, come spesso avviene, ha annullato definitivamente stabilendo che le prove utilizzate dalla Corte d’Appello, quelle decisive, non erano più utilizzabili.
Come mai? Dei colleghi di Carnevale in Cassazione, che raccontavano di come lui facesse pressioni per ottenere l’annullamento delle condanne dei mafiosi anche quando non c’entrava niente perché non presiedeva il collegio – figurarsi quando lo presiedeva… c’erano racconti di suoi colleghi che dicevano: "quando eravamo in camera di consiglio lui ci diceva di annullare". Ma anche quando non era in camera di consiglio chiamava alcuni colleghi e diceva: "mi raccomando, annullate".
La Corte ritiene utilizzabili queste dichiarazioni nel senso che ritiene, come si era sempre ritenuto fino a quel momento, che se in camera di consiglio dove vige il segreto più assoluto – nessuno può rivelare cosa succede in camera di consiglio – si commettono dei reati, metti che il presidente malmena uno degli altri giudici, il giudice quando esce con l’occhio nero potrà dire "mi ha menato il presidente"… anche se la camera di consiglio è segreta, se si tratta di scoprire se sono stati commessi dei reati e chi li ha commessi si può divulgare cosa è avvenuto.
La Cassazione, sconvolgendo e ribaltando questa impostazione originaria, ha detto no: "non si può rivelare nulla della camera di consiglio, nemmeno quando si tratta di processare qualcuno per qualcosa fatto all’interno della camera di consiglio".
Quindi ha dichiarato inutilizzabili le dichiarazioni dei magistrati di cassazione che dichiaravano di aver subito pressioni in camera di consiglio da Carnevale.
Quindi, se la prova non vale più perché sono cambiate le regole durante la partita è evidente che a quel punto Carnevale, anche per questo motivo, è stato assolto.
La Corte non si è accorta di un altro fatto: alcuni colleghi di Carnevale, che lo accusavano, non raccontavano di pressioni avvenute dentro la camera di consiglio.
Raccontavano di pressioni che faceva quando non stava in camera di consiglio, perché non presiedeva il collegio.
Erano pressioni avvenute fuori e dovrebbero essere utilizzabili.
Han fatto un fritto misto, han messo tutto dentro, hanno detto che era tutto inutilizzabile e, anche per questo motivo, Carnevale è stato assolto.
A questo punto, dopo la condanna in appello, si era dimesso dalla magistratura, altrimenti il CSM l’avrebbe comunque sospeso o cacciato.
Dopo che la Cassazione lo ha assolto, lui ha ottenuto una legge per poter rientrare in magistratura dopo che si era messo in prepensionamento.
Legge che ha approvato la maggioranza di centrodestra nel 2003, con voti delle solite teste di cavolo di una parte del centrosinistra che quando si tratta di dare una mano nelle porcate non si tira mai indietro.
Questa maggioranza trasversale riportò Carnevale in magistratura, alla Cassazione, a presiedere una sezione della Cassazione.
Per il momento sezione civile, prima stava nel penale.
Ma non è che l’assoluzione della Cassazione cancella i fatti.
Per esempio, indagando su di lui i magistrati di Palermo l’avevano intercettato per un certo periodo e l’avevano sentito, subito dopo la morte di Falcone e Borsellino, parlare di loro con dei suoi colleghi.
Carnevale, in quelle telefonate intercettate, li chiamava – Falcone e Borsellino, i martiri dell’antimafia – "i Diòscuri", come se fossero Castore e Polluce.
Li prendeva in giro, da morti. Diceva che erano "due incapaci, con un livello di professionalità prossimo allo zero".
Chiamava Falcone "quel cretino", "faccia da caciocavallo" – cioè faccia da culo, detto molto chiaramente, è un modo di dire siciliano – e aggiungeva: "io i morti li rispetto, ma certi morti no".
Falcone e Borsellino manco da morti, li rispettava.
Aggiungeva: "a me Falcone non è mai piaciuto". Poi insinuava che Falcone avesse messo sua moglie, Francesca Morvillo morta anche lei a Capaci, nella corte d’Appello di Palermo per far confermare le condanne che Falcone otteneva in primo grado.
Lo accusava di aggiustare i processi, diceva al telefono, per "fregare qualche mafioso". Secondo lui condannare i mafiosi significava fregarli.
Questo lo diceva lui. Tant’è che quando l’hanno interrogato gli hanno chiesto: "ma lei conferma le cose che ha detto?" "Si si, io contro di loro ho un’avversione che non è venuta meno neanche dopo che la mafia li ha ammazzati".
Questo è il soggetto che in base a questa legge è tornato in Cassazione.
Ma c’era questa norma, fatta dal centrosinistra, che almeno ci metteva al riparto dalla beffa delle beffe. Carnevale è più vecchio di tutti proprio perché l’hanno reintegrato quando era over quota.
Il fatto che sia il più anziano degli altri lo pone in vantaggi in un’eventuale corsa alla presidenza della Cassazione.
Adesso un presidente c’è, si chiama Carbone, ma va in pensione nel 2010 e Carnevale lascerà la Cassazione nel 2013, quando avrà 83 anni.
Dagli 80 agli 83 anni, quando andrà in pensione Carbone, chi sarà il candidato unico, il più anziano, che ha più titoli per diventare primo presidente della Cassazione, il magistrato più importante d’Italia, quello che sta al vertice della piramide della magistratura sopra il quale non c’è più niente?
Sarà Carnevale.
In base a questa legge che stabilisce che anche se ha compiuto 75 anni ed è stato reintegrato, può diventare dirigente di un ufficio. Può diventare il primo presidente della Corte Suprema di Cassazione.
Così quando un famoso annullatore di sentenze come questo andrà a presiedere la Cassazione, tutti quelli che hanno delle sentenze che stanno per arrivare in Cassazione e che sperano che siano annullate, avranno buone speranze di ottenere il loro bravo annullamento.
Questa è la sesta legge ad personam che passa in Parlamento.
Vi preannuncio che ne avremo presto, probabilmente, una settima.
Adesso devono rinnovare la Corte Costituzionale perché c’è un membro che si è dimesso da un anno e mezzo. E’ un ex avvocato di Berlusconi, si chiama Vaccarella.
Era il civilista di Previti e Berlusconi. Si è dimesso un anno e mezzo fa, non l’hanno ancora sostituito ma ora c’è un pressing per sostituirlo.
Con chi lo sostituiranno? Il candidato favorito è il penalista di Berlusconi, l’avvocato Pecorella, che sta in Parlamento.
L’avvocato Pecorella è però imputato a Milano per favoreggiamento nei confronti di Delfo Zorzi, a sua volta imputato a Brescia per la strage di Piazza della Loggia.
Secondo l’accusa, Pecorella e l’avvocato di un pentito, Martino Siciliano, avrebbero pagato questo pentito per ritrattare le accuse a Zorzi sulle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia.
Di qui per entrambi, l’altro si chiama Maniacci, l’accusa di favoreggiamento nei confronti di un imputato di strage.
Non era mai capitato nemmeno in Italia che un imputato di favoreggiamento di un presunto stragista venisse promosso a giudice costituzionale.
Ma quando lo diventasse, pensate cosa succederebbe: avremmo un giudice costituzionale che ogni tanto va a un processo dove deve rispondere di favoreggiamento nei confronti di un presunto stragista.
A quel punto ricominceranno a dire che non solo per il capo del governo, dello Stato, per i presidenti di Camera e Senato ci vuole quella tranquillità, che sicuramente uno che ha dei processi non può avere per svolgere il suo mandato, ma anche per i giudici costituzionali bisogna prevedere l’immunità almeno durante l’esercizio delle funzioni.
Quindi si tornerebbe indietro, al lodo Schifani che diversamente dal lodo Alfano immunizzava anche il presidente della Corte Costituzionale e perché no, a quel punto, tutti i suoi membri, come inizialmente voleva fare Alfano.
Voi vedete come una legge ad personam ne figlia tante altre.
E’ come una smagliatura che se non viene immediatamente rammendata comincia a dilatarsi e diventa una voragine.
Ecco perché la smagliatura, cioè il Lodo Alfano, fa immediatamente ricucita con l’abrogazione o per via referendaria o per via del respingimento della Corte Costituzionale, perché a furia di fare una legge ad personam dopo l’altra alla fine le uniche "personas" che non otterranno mai giustizia saremo noi cittadini comuni.
Passate parola."

Il ricordo di Giovanni Falcone e delle sue parole

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"Credo sia giusto far sapere come si sono svolti certi fatti. La gente è abituata all’idea del super giudice, onnipotente, forse un po’ arrogante.

Che ne sa, la gente, delle piccole frustrazioni quotidiane, delle delusioni degli smarrimenti di un uomo che inspiegabilmente è stato osteggiato proprio da chi avrebbe dovuto amarlo di più? Che ne sa, la gente, della vita triste di Giovanni?"


| Parole di Maria Falcone, dal libro "Storia di Giovanni Falcone" |

"La testa del serpente mafioso è qui in Sicilia, soprattutto a Palermo". "Rimarranno solo i mafiosi qui in Sicilia". "Siamo noi siciliani i peggiori nemici della Sicilia"

| Parole di Giovanni Falcone |

"Tutti hanno fatto credere di essermi amici, poi me li sono trovati dall’altra parte: democristiani, socialisti, comunisti….tutti. Non ti sembra la prova più evidente che io cerco di rimanere sempre lo stesso, mentre gli altri cambiano a seconda dei loro interessi? Eppure i mie colleghi mi negano questo credito"

| Parole di Giovanni Falcone, dal libro "Storia di Giovanni Falcone" |

"Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni non le parole. Se dovessimo dar credito ai discorsi, saremmo tutti bravi e irreprensibili"

| Parole di Giovanni Falcone |

"Nessuno troverà mai un elenco degli appartenenti a Cosa Nostra né alcuna ricevuta dei versamenti delle quote. Il che non impedisce che le regole dell’organizzazione siano ferree e universalmente riconosciute"

| Parole di Giovanni Falcone, dal libro "Cose di Cosa Nostra" |

"E stato per noi come un professore di lingua che ti permette di andare dai Turchi senza parlare con i gesti". "La sua confessione è stata una chiave per decifrare il codice di Cosa Nostra"

| Parole di Giovanni Falcone, a proposito di Tommaso Buscetta, dal libro "Cose si Cosa Nostra" |

"La mia cultura progressista mi faceva inorridire di fronte alla brutalità, agli attentati ed alle aggressioni; guardavo a Cosa Nostra come all’idra dalle sette teste: qualcosa di magmatico, di onnipresente e invincibile, responsabile di tutti i mali del mondo"

| Parole di Giovanni Falcone, dal libro "Cose di Cosa Nostra" |

"Partecipare a un’azione violenta risponde generalmente a una logica rigorosa, quella che fa di Cosa Nostra l’organizzazione temibile che è. Sottolineo spesso questo concetto perché affrontando la mafia per quello che è un’associazione criminale seria e perfettamente organizzata saremo in grado di combatterla"

| Parole di Giovanni Falcone, dal libro "Cose di Cosa Nostra" |

"Quando saltano le regole ancestrali, quando lo stato decide di combattere sul serio la mafia, quando forze dell’ordine e magistrati fanno realmente e fino in fondo il proprio dovere, i comportamenti degli imputati cambiano"

| Parole di Giovanni Falcone, dal libro "Cose di Cosa Nostra" |

"La lotta alla mafia non può fermarsi a una sola stanza, la lotta alla mafia deve coinvolgere l’intero palazzo.All’opera del muratore deve affiancarsi quella dell’ingegnere.

Se pulisci una stanza non puoi ignorare che altre stanze possono essere sporche, che magari l’ascensore non funziona, che non ci sono le scale….. Io vado a Roma per contribuire a costruire il palazzo"

| Parole di Giovanni Falcone, da La Repubblica, 1 marzo 1991 |

"Ho deciso di collaborare solo con lei, perché fa parte di quelle pochissime persone temute da Cosa Nostra e ritenuto inavvicinabile e incorruttibile"

| Parole del pentito Marino Mannoia, su Historia, Novembre 1992 |

"A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini"

| Parole di Giovanni Falcone |

A Palermo si dice: "per dimostrare di essere onesti bisogna morire"

| Parole di Giovanni Falcone, dal libro "Cose di Cosa Nostra" |

"La furbizia di Cosa Nostra è sempre stata quella di essere l’associazione degli uomini d’onore, una cosa segreta e per pochi, ma di restare contemporaneamente collegata con la vita normale. Con le professioni e i misteri della gente. Dentro la mafia c’è di tutto."

La memoria ha un costo

Mercoledì 19 dicembre – ore 22.30 su LA7: "La memoria ha un costo" un film in presa diretta di Roberto Burchielli e Mauro Parissone – Prodotto da H24.

A 15 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio a che punto è la lotta alle mafie? Chi continua a restare tutti i giorni in prima linea? Roberto Burchielli e Mauro Parissone, i due autori e registi di H24 già vincitori del Premio Ilaria Alpi, tornano su LA7 con un docufilm in presa diretta sui luoghi che furono teatro della tragedia. Gli stessi luoghi dove oggi c’è però ancora chi riesce ad avere speranza: i ragazzi di "Libera" e di don Ciotti, ma anche i parenti che hanno perso i propri cari sotto i colpi di una vera e propria guerra che va avanti da troppi anni. Un film che testimonia la rinnovata vitalità della Chiesa (e non solo), e che, anche attraverso immagini inedite delle stragi del ’92 e di quella di Via Carini in cui perse la vita il generale Dalla Chiesa, compie un viaggio a ritroso alla ricerca di una memoria che sappia farsi collettiva.

L’irrinunciabile eredità di Borsellino e Falcone

Falcone e Borsellino

di Roberto Morrione

A 15 anni dall’ attentato di Via D’Amelio a Palermo, dove Paolo Borsellino fu ucciso insieme con i suoi agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, quale eredità è rimasta del magistrato che insieme con Giovanni Falcone portò al più alto livello la lotta dello Stato contro la mafia, fino a pagarne il prezzo con la vita? La risposta  richiede lucido realismo e soprattutto onestà, essendo una domanda che investe nodi vitali per la democrazia, il rapporto fra lo Stato e  situazioni secolari, sociali e di sviluppo in cui operano le mafie, interessi complessi quali quelli che si affiancano e si integrano con la criminalità organizzata.

continua…

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