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In ricordo di “Vik”, la voce libera della pace e dei palestinesi a Gaza

vik_pirate-1di Roberto Morrione – www.liberainformazione.org

Quando nel tardo pomeriggio è arrivata nelle redazioni la notizia del sequestro e l’immagine di Vittorio Arrigoni legato, bendato, ferito, minacciato di morte, per ore non c’è stato TG o GR, della Rai o privato, che non abbia genericamente parlato di un “pacifista” o di un “volontario italiano a Gaza”. Corto circuito della memoria, incapacità di trarre un suono specifico dall’indistinto rumore di fondo che omogeneizza ormai la comunicazione, l’ennesimo segnale del male diffuso quanto subdolo che caratterizza l’informazione, anche quella solitamente motivata, più attenta al contesto e al valore delle notizie. 

Eppure, sarebbe bastato un clic su Internet per aprire “il mondo di Vik”, di una vita dedicata alla causa del popolo palestinese e ai diritti civili, che a Gaza sono ancora negati dallo spietato blocco israeliano a due milioni di bambini, donne, uomini, stretti in più dal potere integralista e autoritario di Hamas. Con l’associazione pacifista International Solidarity  Movement  Vittorio Arrigoni, “Vik per gli amici e per i tanti che ne hanno ascoltato il racconto su web radio o le cronache appassionate su “Il Manifesto” nei giorni dei bombardamenti israeliani nell’inverno 2008-2009, aveva più volte infranto il blocco navale israeliano, era stato ferito, arrestato, espulso, sempre pronto però a tornare a Gaza. In questa sua seconda patria era infatti soprattutto uno “scudo umano”, che aiutava con la presenza fisica e le sue denunce i pescatori di Gaza costretti a forzare il blocco navale per cercare il pesce di cui far vivere le proprie famiglie o i contadini a lavorare poveri orti nelle zone limitrofe ai confini, sorvegliati da truppe israeliane pronte ad aprire il fuoco. 
Durante la guerra e il tentativo di occupazione militare di Gaza da parte di Israele, nel dicembre 2008, Vik si era fatto giornalista, quando gli inviati da tutto il mondo erano costretti a osservare con il binocolo quanto accadeva a Gaza dall’alto di una collina, chiamata presto “del disonore”.

Su “Il Manifesto” e un suo blog, ripreso anche in voce da siti e radio pacifiste, per 22 giorni andarono le sue cronache, sincere e vere, fatte di testimonianze, storie, drammi che sapevano di morte, paura, fame,  crimini di guerra come l’uso di nuovi ordigni e del devastante fosforo bianco, cifre oggettive di feriti, distruzioni senza senso e limiti. Ogni suo pezzo si concludeva con un messaggio, “restiamo umani”, da cui si trasse anche un libro. Era un messaggio di speranza, ma anche la consapevolezza di quanto la disumanità, la ferocia, il cinismo della politica e degli interessi internazionali, avessero cancellato ogni valore esistenziale e civile. Per questa sua missione, Vittorio era stato più volte minacciato di morte, come da parte di un sito americano legato agli oltranzisti israeliani.  

A Vittorio Arrigoni, nell’ambito della giuria del Premio Sasso Marconi, fondato da Enzo Biagi insieme a quel comune dell’Appennino bolognese, feci assegnare un premio speciale. Vik era a Gaza e inviò un bellissimo video, in cui lo si vedeva allegro sui pescherecci o con i contadini al confine con Israele, sullo sfondo i tank e le sentinelle con i cannocchiali, ben vicini gli sbuffi di sabbia dei proiettili intimidatori sparati in mezzo a donne e uomini muniti solo di cesti destinati a restare vuoti. Venne a ritirare il premio e a parlare del figlio la mamma Egidia Beretta, una donna forte e intelligente, sindaco di Bulciago in provincia di Lecco, rieletta due volte per il suo forte  e limpido impegno amministrativo. Capimmo quella sera da chi e sulla base di quali valori civili  avesse attinto Vittorio Arrigoni. Con lui ebbi poi un complesso scambio di mail, che culminò in una lunga intervista per “Cometa”, trimestrale di critica della comunicazione diretto da Giulietto Chiesa.  

La documentazione sugli orrori dell’operazione “piombo fuso”, sulle responsabilità di Israele e internazionali, sugli errori e i soprusi autoritari di Hamas, ma soprattutto sulle sofferenze e le speranze di un popolo costretto a vivere un una sorta di lager, fu eccezionale e incontrovertibile.  Come la risposta che mi diede, al termine dell’intervista, alla domanda se avesse ancora speranze sul futuro del popolo palestinese: “La speranza sta tutta nella grande umiltà e dignità con cui questo popolo affronta da più di sessant’anni il peso della sua sofferenza. Senza capitolare e consegnare all’oppressore la propria resa. Per me vivere a Gaza è una quotidiana lezione di vita”. 

Ora non sappiamo e forse non sapremo mai in quali contesti e perché questi terroristi salafiti, probabilmente legati a Al Qaeda, più volte al centro di omicidi e attentati terroristici, abbiano preso di mira Vittorio e quale sia stato il ruolo di Hamas. Sappiamo però con certezza che è stato ucciso un “giusto”, un uomo generoso e limpido, che credeva in ideali veri.  Come Enzo Baldoni, massacrato a Najaf nel 2004 e di cui Governo, Parlamento, mondo dell’informazione, si sono ben presto dimenticati, nonostante la sua testimonianza, breve e stroncata in breve tempo da un’inspiegabile violenza, sia una pagina alta e creativa di libertà.  Prima di partire un anno fa con la “flottilla” decisa a rompere il blocco navale israeliano e poi sanguinosamente respinta, Vik mi chiese un aiuto organizzativo e di aggancio con europarlamentari, che cercai di dargli e mi promise “quando torno, ce ne andiamo in trattoria per bere in allegria e raccontarci le nostre storie…” 

Non avremo più questa possibilità, Vik, ma almeno farò di tutto perchè la tua storia, insieme con quella di tanti tuoi compagni sulle vie della pace, della giustizia, dei diritti umani e dei popoli, esca dal rumore di fondo che avvolge e stravolge chi costruisce e chi riceve le notizie, affinchè, almeno in questo modo, “restiamo umani”.

 

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BASTA CON I VELENI DI STATO. NASCE IL COORDINAMENTO NAZIONALE BONIFICA ARMI CHIMICHE

 Gavetone_210808_013_LR_MOD L’ITALIA VITTIMA DELLE ARMI CHIMICHE FA SENTIRE LA SUA VOCE, NASCE IL COORDINAMENTO DEI COMUNI CONTAMINATI DAGLI ARSENALI SEGRETI
 
 
Il conflitto in Libia rilancia l’allarme sullo spettro delle armi chimiche, accumulate da Gheddafi in grande quantità. Ma ci sono molti comuni italiani che da almeno settant’anni sono vittime degli stessi veleni. Dalla Tuscia alla Lombardia, dalle Marche alla Campania, dal Lazio alla Puglia, terreni, stabilimenti e discariche sottomarine continuano ad ospitare l’eredità del colossale arsenale di armi chimiche creato dal fascismo e nascosto da tutti i governi della Repubblica.
Adesso un gruppo di associazioni, comitati e movimenti ha deciso di riunirsi per chiedere che questa scia di morte venga spezzata, invocando che venga finalmente fatta chiarezza sui rischi di questa bomba ad orologeria sepolta nel mare e nel terreno del nostro paese.
E’ nato nella sede regionale di Legambiente Lazio il “Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche" per il monitoraggio e la bonifica dei siti contaminati da ordigni bellici chimici inabissati o interrati durante e dopo il secondo conflitto mondiale .

Il Coordinamento è formato dai rappresentati di alcune realtà operanti nelle zone più colpite in Italia: Lago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica. Presto entreranno a far parte del coordinamento nuove realtà in rappresentanza di altre aree  fortemente colpite in Lombardia, Piemonte, Lazio e Abruzzo. 

 
Il problema di questi residuati bellici ha origini lontane ma effetti ancora attuali. L’arsenale chimico venne creato dal regime fascista all’inizio degli anni ‘30 ed è stato il cuore di un programma industriale di armamento colossale, con impianti per distillare gas letali come iprite, arsenico e fosgene in decine di fabbriche costruite dalla Puglia alla Lombardia.
Durante la guerra a questa sterminata riserva di ordigni mortali, solo in minima parte usata nelle spedizioni coloniali di Libia ed Etiopia, si aggiunse una scorta mostruose di bombe chimiche trasferita in Italia dagli Alleati.
Alla fine del conflitto queste armi sono state nascoste e dimenticate, senza bonificare i siti dove si producevano o le discariche dove sono state sepolte. Una quantità colossale di ordigni è stata gettata in mare dagli americani davanti alle coste di Ischia e a quelle di Molfetta, dai tedeschi davanti a quella di Pesaro mentre l’esercito italiano ha continuato a custodire e sperimentare i gas letali nei boschi del Lago di Vico e persino nel centro di Roma, a pochi passi dalla Sapienza.
Quelle armi sono state progettate per resistere nei decenni e mantengono ancora oggi i loro poteri velenosi, soprattutto l’arsenico che si è disperso nei suoli come dimostrano le analisi condotte dalle forze armate nella zona del Lago di Vico o gli esami degli organismi sanitari a Melegnano (Milano).

Questa realtà è stata svelata nel volume-inchiesta “Veleni di stato” del giornalista Gianluca Di Feo, pubblicato da Rizzoli nel 2009, che porta a conoscenza documenti inediti e secretati e dà voce a denunce inascoltate e testimonianze dirette.
Grazie a questa pubblicazione, scrupolosa e mai smentita, molti comitati locali che avevano già iniziato un lavoro di ricerca e di denuncia sui danni ambientali e sulle conseguenze per la salute dei cittadini, hanno trovato la conferma a quanto sostenevano da tempo; ma soprattutto hanno preso coscienza del carattere nazionale di questo enorme problema, tuttora nascosto alla maggior parte delle persone, e hanno deciso di unirsi in unico Coordinamento Nazionale per rafforzare le azioni e le richieste di monitoraggio e bonifica portate avanti dalle singole realtà, tuttora eluse da laconiche risposte del Ministero della Difesa che continua a negare informazioni e collaborazione.

Molfetta è rappresentata nel coordinamento nazionale dal Movimento “Liberatorio Politico” che già dal luglio 2008 ha chiesto al Sindaco Senatore Antonio Azzollini informazioni ufficiali sullo stato di salute del nostro mare e dei report informativi sulla natura dei residuati bellici recuperati nelle acque del nostro mare. Non avendo ricevuto mai risposte, il Liberatorio Politico ha denunciato il Sindaco alla Procura di Trani, Carabinieri e Prefettura con un documentato esposto il 19 agosto 2009; ad oggi anche da loro nessuna risposta.
Il Coordinamento è aperto al contributo di tutti. Ha attivato un sito internet all’indirizzo www.velenidistato.it, che per ora si collega ad un blog. L’indirizzo mail generale è  info@velenidistato.it; inoltre è presente come “Veleni di Stato. No grazie!” su Facebook e su YouTube all’indirizzo www.youtube.com/user/velenidistato. In attesa di attivare l'indirizzo locale (molfetta@velenidistato.it) è possibile contattare per informazioni il coordinatore del Liberatorio Politico, Matteo d'Ingeo, all'indirizzo mattingo@libero.it  .

Gli allegati che sono stati presentati con l'esposto.

All. n. 1
http://liberatorio.splinder.com/post/17909967/La+salute+prima+del+porto

All. n. 2 – lettera del 13 agosto ma protocollata il 20 agosto 2008
http://liberatorio.splinder.com/post/18075328/Lettera+aperta+al+Sindaco+Azzo

All. n. 3 – lettera del 28 luglio e protocollata il 29 luglio 2009
http://liberatorio.splinder.com/post/21039310/Tra+bombe+chimiche+e+alghe+tos

All. n. 4 –   lettera Arpa del 25 agosto 2008
http://liberatorio.splinder.com/post/18170648/Presenza+bombe+all’iprite%2C+r

All. n. 5
http://www.molfettalive.it/news/news.aspx?idnews=6462

All. n. 6
http://www.marina.difesa.it/attivita/operazioni/bonificalitorale/index.htm

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Rassegna stampa e Blog:

Veleni di stato. Anche Molfetta nel "Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche"
http://www.molfettalive.it/news/Attualità/15279/news.aspx#main=articolo

“Via da Molfetta gli ordigni bellici”
http://www.barisera.net/site/“via-da-molfetta-gli-ordigni-bellici”-26806.html
 
BASTA CON I VELENI DI STATO. NASCE IL COORDINAMENTO NAZIONALE BONIFICA ARMI CHIMICHE
http://liberatorio.splinder.com/post/24362413/basta-con-i-veleni-di-stato-nasce-il-coordinamento-nazionale-bonifica-armi-chimiche
 
Nota del Liberatorio Politico sulle contaminazioni da armi chimiche
http://www.laltramolfetta.it/pages/news_zoom.asp?id_news=8337
 
MOLFETTA. Movimento "Liberatorio Politico": basta con i veleni di Stato
http://www.molfetta.ilfatto.net/index.php?option=com_content&view=article&id=9878:molfetta-movimento-qliberatorio-politicoq-basta-con-i-veleni-di-stato&catid=36:Politica&Itemid=57
 
Armi chimiche, anche Pesaro nel coordinamento  per la bonifica
http://www.ilrestodelcarlino.it/pesaro/cronaca/2011/03/29/481186-armi_chimiche_anche_pesaro.shtml
 
Ambiente: nasce coordinamento nazionale bonifica armi chimiche
http://napoli.repubblica.it/dettaglio-news/19:02-19:02/3942538
 
 
Nasce il coordinamento dei comuni colpiti dagli arsenali segreti, Pesaro tra i promotori
http://www.viverepesaro.it/index.php?page=articolo&articolo_id=288098

Bonifica armi chimiche, il coordinamento nelle Marche
http://www.7×4.it/index.php/pesaro/8345-bonifica-armi-chimiche-il-coordinamento-nelle-marche

ARMI CHIMICHE ABBANDONATE, NASCE IL COORDINAMENTO DEI COMUNI INQUINATI
http://blog.libero.it/massimocoppa/commenti.php?msgid=10052573&id=61845

Nasce il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche
http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/2011/03/28/bioregionalismo_e_
bonifica_amb.html

 
Legambiente Lazio aderisce a coordinamento per monitoraggio e bonifica di siti contaminati da ordigni bellici chimici
http://www.ontuscia.it/e107_plugins/content/content.php?content.4096

Arsenico, l'allarme di Legambiente: "La colpa è dei residuati bellici"
http://www.ilgiornaledellaprotezionecivile.it/?pg=1&idart=3089&idcat=1

Nasce il coordinamento dei Comuni contaminati dagli arsenali segreti. Pesaro tra i promotori
 http://www.cronacheanconetane.it/2011/nasce-il-coordinamento-dei-comuni-contaminati-dagli-arsenali-segreti-pesaro-tra-i-promotori/

Basta con i veleni di stato
http://www.gruppocinqueterre.it/node/763
 
E' NATO

http://www.listecivichemarche.it/lcm/index.php?option=com_k2&view=item&id=79:e-nato
 

Gheddafi, le bombe chimiche

jpg_2147635L'impianto nucleare dismesso di Tajoura, vicino Tripoli, dove sono stati abbandonati i container di uranio arricchito. Foto: courtesy Google Earth e Isis

Tonnellate di armi non convenzionali. Nascoste nel deserto. E i cablo rivelano che negli anni scorsi il Rais ha solo fatto finta di distruggerle. Invece sono ancora lì. E possono essere usate nel conflitto in corso

di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi – espresso.repubblica.it

Che ci siano è l'unica certezza. Da qualche parte nel deserto libico sono nascoste molte tonnellate di armi chimiche. Gheddafi non è in grado di scagliarle contro l'Italia o contro le navi occidentali: non ha missili a lunga gittata per minacciare la Sicilia o la flotta internazionale.

Ma nessuno può escludere che granate cariche di gas vengano sparate dai cannoni contro le truppe ribelli o contro installazioni petrolifere europee. O sparse nelle città della rivolta. Un terribile gesto dimostrativo, che provocherebbe danni limitati ma obbligherebbe le truppe della coalizione a fronteggiare lo spettro della guerra chimica, indossando tute integrali e sigillando gli scafi. Un gesto folle, che nemmeno Saddam Hussein hai mai osato. Ma proprio i file di WikiLeaks rivelano come il leader di Tripoli sia sempre pronto a iniziative lontane da qualunque logica.

Poco più di un anno fa lasciò sette container di uranio altamente arricchito sotto il sole micidiale della Libia. Un incubo, con rischi ambientali e pericoli di furto enormi. Quei materiali, residuati del delirio nucleare portato avanti dal dittatore fino al 2003, dovevano essere trasferiti all'estero in base agli accordi sul disarmo. Ma sono stati bloccati e volontariamente messi all'aria torrida nell'autunno 2009, provocando brividi tra scienziati e 007 americani. Perché? Un dispetto: un capriccio radioattivo.

I file dell'ambasciata americana spiegano che il capo della Jamahiria voleva vendicarsi per uno sgarbo subito durante la visita al palazzo dell'Onu di New York: gli era stato vietato di piantare la sua tenda beduina a Central Park. E come rappresaglia lui ha lasciato l'uranio altamente arricchito alla mercè di intemperie, ladri e terroristi: "C'era una sola guardia, armata di fucile e non si sa nemmeno se era carico…".  Advertisement

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Chi può escludere che una figura così imprevedibile, di fronte alla fine del suo impero, non possa essere tentata dall'usare i gas? L'intelligence statunitense ritiene che oggi Tripoli disponga di almeno dieci tonnellate di iprite: la sostanza più semplice da impiegare, che distrugge pelle e polmoni. Gran parte del veleno sarebbe stoccata in un bunker 500 chilometri a sud della capitale: l'ultima scorta di un arsenale che la Libia ha cominciato a distruggere dal 2004 in poi, dopo avere sottoscritto una serie di accordi per ottenere la fine dell'embargo.

Prima sono state smantellate 3.500 bombe d'aereo e proiettili da cannone con testate per i gas. Poi è stata la volta delle riserve di pozioni letali: hanno neutralizzato più di una tonnellata di nervino, il composto più moderno che uccide paralizzando il sistema nervoso, e almeno dieci tonnellate di iprite, spesso chiamata gas mostarda per l'odore che segnala la presenza del killer invisibile. L'operazione di pulizia doveva essere completata nel dicembre 2011. E i sospetti che il raìs possa avere barato – occultando agli ispettori stock di ordigni – sono forti.

I cablo della diplomazia americana – ottenuti da WikiLeaks e che "l'Espresso" pubblica in esclusiva – mostrano quanto siano state complicate le trattative sul disarmo, che il despota di Tripoli ha spesso trasformato in un suk. Negli anni Ottanta Gheddafi aveva avviato un ambizioso programma di impianti chimici e nucleari. Il simbolo era lo stabilimento di Rabta, costruito da aziende occidentali e soprattutto tedesche. Poi l'invasione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno convinto il Colonnello a rinunciare ai suoi cavalieri dell'Apocalisse, aprendo le porte agli ispettori internazionali e comiciando la distruzione dei gas.

I libici, maestri levantini delle contrattazioni, hanno chiesto che fosse l'Occidente a pagare il disarmo. L'operazione più complessa riguarda proprio la fabbrica di Rabta, dove si sarebbero distillate fino a 40 tonnellate di veleni mortali ogni mese. L'Italia vorrebbe trasformarla in uno stabilimento per confezionare farmaci. Ma dai cablo dell'ambasciata americana di Roma emerge come la Germania "avrebbe voluto vedere Rabta distrutta piuttosto che riconvertita perché quella struttura rappresenta un dilemma per i politici tedeschi" a causa dei loro "passati trasferimenti "illegali" di materiale e delle ricadute politiche". In pratica: radere al suolo i macchinari per ripulirsi la coscienza.

La voglia di disinnescare gli ordigni di Gheddafi apre un'asta tra le capitali per finanziare la bonifica. Ma i libici fanno i furbi e sfruttano ogni pretesto per prendere tempo e soldi. Nel 2007 i francesi rimangono interdetti: sapevano che la Libia aveva in ballo due proposte. Una da Washington, "costosa, ma in parte finanziata" dagli stessi americani; un'altra da Parigi che "prevedeva assistenza tecnica, senza alcun finanziamento". Invece Tripoli "aveva già deciso di scartare le proposte italiane e tedesche e sembrava mettere le offerte di Usa e Francia una contro l'altra cercando di ottenere l'accordo più vantaggioso".

Poi, però, i francesi scoprono che gli americani sono stati scaricati "a favore di un'azienda europea" e cominciano a sospettare delle manovre libiche: si chiedono se sia stato veramente firmato un contratto per cancellare le armi chimiche. "Dato lo scarso livello di sicurezza nel loro depositi la situazione è già preoccupante". Qualche mese dopo sono gli italiani a rimanere spiazzati, quando scoprono il gioco delle tre carte dei libici, che "si erano già assicurati i finanziamenti dagli Stati Uniti per lo stesso progetto". In pratica, si teme che Gheddafi si sia fatto pagare due volte per lo stesso lavoro, senza nemmeno completarlo. Nel 2008 il governo di Roma spiega di essersi impegnato "in due programmi: la conversione in azienda farmaceutica di un ex fabbrica di produzione di armi chimiche, a cui l'Italia lavora fin dal 2003-2004, e la costruzione di un impianto per la distruzione degli ordigni".

Quanto ad ambiguità, anche a Roma però non scherzano. Dichiarano di non essersi occupati dell'impianto che deve smontare bombe e granate: "Quest'ultima struttura, vede impegnata un'azienda privata italiana, senza alcun coinvolgimento del governo, che sa poco degli accordi tra la ditta e la Libia". Mentre l'ambasciata Usa è convinta che l'operazione sia stata gestita dalle autorità ministeriali e non sia affatto un affare privato.  Advertisement

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Ufficialmente, però, la buona volontà di Tripoli non viene messa in discussione. Nel luglio 2008 un team inglese visita Rabta e si dice "fortemente rassicurato… perché il governo libico era stato trasparente sulle sue attività di riconversione e distruzione". Sul nucleare invece Gheddafi sembra essersi calmato dal 2003, quando aveva tentato di acquistare altre centrifughe per arricchire l'uranio, ma un blitz dei servizi britannici e americani intercettò la spedizione nel porto di Taranto.

Nel maggio 2004 tutto è dimenticato. Il sottosegretario dell'amministrazione Bush, John Bolton, incontra il ministro degli Esteri del Vaticano, monsignor Giovanni Lajolo, e gli racconta: "Gheddafi ha collaborato pienamente e ha permesso agli Usa e all'Inghilterra di trasportare tutto l'equipaggiamento atomico negli States. Ha dimostrato come un Paese può abbandonare il suo programma nucleare e ricavare benefici dalla cooperazione con la comunità internazionale".

Ma allora come oggi, più di bombe chimiche e atomiche Roma teme un'altra minaccia "di massa" diretta contro le nostre coste: "L'Italia", registra un cablo, "è più preoccupata per l'immigrazione dalla Libia che per le armi di distruzione di massa".

La guerra partirà da qui

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di Gianluca Di Feo – espresso.repubblica.it

Poggio Renatico, provincia di Ferrara: sarà questa base dell'aeronautica il comando degli attacchi Nato alla Libia. Un grande bunker sotterraneo su tre livelli da cui la coalizione internazionale coordinerà i bombardamenti

 

Sarà una guerra in subappalto, la prima mai realizzata. Ci sono stati conflitti affidati a mercenari e contractors, ma non si era mai vista un'operazione bellica "per conto terzi". Eppure l'unica strada per continuare la campagna aerea sulla Libia sembra essere questa: delegare la gestione dei raid al comando Nato, che si comporterà come un service agli ordini di altri organismi politici tutti da inventare.Non sarà il vertice politico della Nato a guidare l'attività militare come accadde in Bosnia, nel Kosovo e come avviene ogni giorno in Afghanistan. E non saranno nemmeno gli americani, seppur integrati da alcuni alleati, come fu nel 1991 e nel 2003 contro l'Iraq. E non saranno neppure le Nazioni Unite come in Somalia nel 1992. 

In questi giorni si sta definendo una struttura inedita, che tenterà di mettere ordine nella confusione dell'armata occidentale, sfruttando le capacità tecniche dell'Alleanza atlantica. 

 

L'Italia spinge perché "l'appalto" venga affidato alla base ferrarese di Poggio Renatico: un grande bunker dove hanno sede il comando delle nostre forze aeree (Cofa) e lo stato maggiore Nato che coordina gli stormi sul fronte Sud dell'Alleanza, indicato con l'acronimo Caoc-5. In tal caso, la regia sarebbe in mano a un ufficiale italiano: il generale Carmine Pollice, che comanda entrambi gli organismi. 

 

Pollice è un pilota formato in Canada, che ha diretto strutture internazionali, ha preso parte alla pianificazione delle incursioni sulla Bosnia e oggi presiede il Consiglio superiore delle Forze Armate, che "consiglia" il ministro La Russa sulle questioni chiave: il profilo ideale per farsi carico della campagna. Agli americani, ansiosi di liberarsi della responsabilità di questa strana guerra, la soluzione piace: la base italiana verrebbe integrata nel dispositivo Nato di Napoli, dove la stanza dei bottoni è in mano a un ammiraglio statunitense. 

 

Le resistenze vengono da francesi e britannici, gelosi della loro leadership nelle operazioni contro Gheddafi, e da alcuni membri dell'Alleanza, come Turchia e Germania, che non vogliono essere coinvolti nel conflitto. Ma subappaltare al "Nato service" la gestione dei raid al momento è l'unica ipotesi concreta per evitare che le incursioni della coalizione si trasformino in un tiro al bersaglio senza coordinamento, con gli stormi di differenti nazioni che fanno a gara tra loro. 

 

Il cuore della base di Poggio Renatico è una centrale sotterranea su tre livelli, dove arrivano sugli schermi le informazioni raccolte dalle postazioni radar lungo le coste della Penisola, dalle navi della flotta nel Golfo della Sirte, dai grandi occhi elettronici volanti Awacs, dai satelliti e dagli aerei spia senza pilota. Praticamente tutto il cielo del Mediterraneo è sotto controllo ed è possibile collegarsi con qualunque unità aerea o navale coinvolta nell'operazione. 

 

Nei bunker lavorano insieme ufficiali di tutti i paesi della Nato, formando uno staff addestrato proprio per analizzare i dati sulle forze libiche, individuare i bersagli prioritari, decidere con quale mezzo attaccarli e quindi pianificare l'incursione. Il tutto dopo avere ricevuto il via libera dalle autorità politiche. Ai tempi del Kosovo, Poggio Renatico dipendeva dal vertice politico della Nato. Adesso si dovrà inventare un direttorio, designato dai governi che prendono parte all'iniziativa contro Gheddafi. 

 

Ci saranno rappresentanti americani, francesi, inglesi, italiani, spagnoli, belgi, danesi e canadesi con un equilibrio di poteri che deve essere ancora definita. Questo tavolo politico fornirà le indicazioni sul futuro della campagna. Perché la parte più difficile deve ancora cominciare. Missili e bombe hanno praticamente distrutto tutti gli obiettivi fissi del regime di Tripoli: hangar, radar, postazioni missilistiche fisse, depositi, caserme.

 

La no-fly zone è stata imposta su tutta la costa libica: il cielo è dominato dalle squadriglie della coalizione. Adesso bisogna dare la caccia ai mezzi corazzati e ai semoventi che sono appostati tra i palazzi delle città riconquistate dall'esercito fedele a Gheddafi e dai centri della Tripolitania più legati al colonnello. Una missione che obbliga i jet occidentali ad abbassare la quota, esponendosi al tiro di mitragliere e dei piccoli missili portatili a guida infrarosso. Ma che soprattutto aumenta i pericoli di danni collaterali alla popolazione, con il rischio di colpire quei civili che la risoluzione Onu 1973 ha chiesto di proteggere.
 

Dopo avere sopportato il peso della prima ondata, scagliando oltre 150 cruise e schierando un centinaio di aerei, oggi Obama vuole ridurre l'impegno del Pentagono. In primo piano ci saranno gli europei, soprattutto l'asse franco-britannico che attacca dagli aeroporti corsi, siciliani e ciprioti oltre che dalla portaerei De Gaulle. Accanto a loro gli italiani, con Tornado e gli Harrier a decollo verticale della portaerei Garibaldi; squadriglie di caccia spagnoli, danesi, canadesi e belgi. Unica componente esterna alla Nato sono i Mirage del Qatar, che hanno affiancato gli stormi francesi. Finora questa armata messa insieme di corsa ha preso ordini dagli Usa: un ammiraglio americano, affiancato da un vice britannico e uno francese, coordina le azioni dall'incrociatore statunitense Mount Whitney. I problemi non sono mancati, a partire dal primo assalto voluto da Sarkozy che ha spiazzato gli alleati. E la previsione di una lunga campagna, con gli aeroporti italiani sempre più in prima linea, adesso impone di rivolgersi alla Nato e al bunker ferrarese dell'Aeronautica 

Libia, l'assedio e le bombe

Ecco come gli americani e i francesi si stanno dividendo i compiti nell'attacco a Gheddafi: i primi bombardano attorno a Tripoli, i secondi in Cirenaica. Ma dal mare la coalizione può contare anche su navi italiane.

a cura di G. Di Feo

Il ruolo delle fabbriche di armamenti di Colleferro nella guerra libica

 

Foto La Repubblica 22 Marzo 2011

La Repubblica del 22 Marzo 2011(pp.10-11)

Le fabbriche di armamenti storicamente operanti a Colleferro hanno un ruolo da protagoniste anche nella guerra in corso in Libia?
È quanto ci sembra suggerire inequivocabilmente la foto che alleghiamo, con evidenziati i dettagli in questione, pubblicata su La Repubblica del 22 Marzo 2011(pp.10-11). In essi si legge chiaramente la sigla BPD e parzialmente SIMMEL(SIMM). In causa sarebbero, rispettivamente, BPD per le cariche di lancio delle munizioni di artiglieria da 155mm (1-16-84 verosimilmente indica la data del lotto di produzione; due anni prima del raid aereo americano su Tripoli); Simmel per il proiettile.
Il ruolo della Snia BPD di Colleferro, ora in amministrazione straordinaria, nell’aggiramento delle convenzioni internazionali sulle armi di distruzione di massa è stato evidenziato da G. Di Feo, Veleni di Stato, Milano 2009, BUR (in part. pp.47-48, 232-234). Vendita di armamenti, tra cui anche i 155mm all’Iraq di Saddam Hussein, poi modificati in loco grazie a disegni e test prodotti nei laboratori della Snia BPD, il tutto per costruire alcune delle più tristemente celebri armi chimiche, utilizzate poi dallo stesso dittatore nella guerra Iran-Iraq.
L’azienda madre di Colleferro aveva un mercato fiorente nel nord Africa, nel Mediterraneo
orientale e nella penisola arabica.
Come sarebbero arrivati i proiettili da 155mm in Libia?
Direttamente o tramite triangolazioni? Probabilmente in modo diretto nel periodo 1980-1986.
E anch’essi furono forniti con le modifiche e le istruzioni necessarie a trasformarli in vettori di gas chimici?
Essendo ormai accertato che la Snia BPD fornì all’Iraq proprio nei primi anni ’80 componentistica e tecnologia per assemblare armi in grado di alloggiare sostanze chimiche, è sensata la congettura che ciò sia avvenuto anche in altri paesi.
Come potrebbe essere verosimile anche la vendita di razzi Firos, come già avvenuto in Iraq, per lanciatori MLRS (Multiple Launch Rocket System), razzi con gittata dai 25 ai 30Km, anch’essi modificabili con gas chimici e oltremodo contenenti sub-munizioni che le identificherebbero come cluster bombs.
La stampa nazionale e internazionale dei giorni scorsi pullula di articoli sul cospicuo quantitativo di armi chimiche ancora in mano a Gheddafi, residuo di quanto non ancora distrutto in seguito all’intesa del 2003, quando la Libia riconobbe le proprie responsabilità civili per la strage di Lockerbie e terminò l’embargo stabilito dalla risoluzione 748/92 dell’ONU.
Per quanto riguarda la Simmel, sicuramente non si tratta dell’attuale formazione societaria, ma della vecchia azienda, fondata nel 1948 acquisita nel 1988dal gruppo Fiat con successivo passaggio societario alla Simmel Difesa SpA ora di proprietà Chemring Group PLC.
Gli armamenti che si riconoscono nella foto sono proiettili di artiglieria da 155mm con relative cariche modulari, fiore all’occhiello della produzione locale ed ancora nel catalogo on line alcuni anni fa (consultabile solo in area riservata dal 2004), in tre tipologie: standard range, long range, BCR (Bomblets Cargo Round ovvero Cluster Bombs).
Lo stesso dicasi per i razzi Firos dei quali 513 unità di ricambio sono state vendute dalla stessa Simmel Difesa SpA all’Arabia Saudita nell’anno 2006 (transazione bancaria su autorizzazione MAE 12457
).
Curioso che la legge 185/90, che regola il transito di armamenti, venne approvata proprio in seguito ad uno scandalo derivante dal coinvolgimento della filiale statunitense di una grande banca italiana nella vendita illegale di armi all’Iraq di Saddam Hussein.
Valuteremo l’opportunità di richiedere agli enti preposti che venga istruita un’indagine internazionale volta all’accertamento di eventuali arsenali di armi chimiche situati nei paesi che hanno usufruito della tecnologia bellica proveniente da Colleferro.
Ci auguriamo che i nostri concittadini aprano gli occhi sui perversi destini di morte e di ingiustizia potenzialmente o concretamente legati alle produzioni belliche cittadine.

RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO
 

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