Archivio mensile:Mag 2009

31-5-2009 Berlusconi a Bari: un altro punto di vista

…un passo avanti…un passo avanti…un passo avanti… Questo era l’ordine perentorio delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa per spingerci fuori zona…

Ci piacerebbe sapere quanto è costata alla comunità la mobilitazione di tutte le forze armate utilizzate oggi a Bari. C’erano poliziotti, carabinieri, guardie forestali, polizia municipale, polizia provinciale. Inspiegabile l’assenza delle guardie ecozoofile dell’ANPANA.

In attesa della bonifica di Torre Gavetone

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Mentre continua il trasferimento in cava e il brillamento delle 66 bombe ritrovate nell’area portuale, il Sindaco Senatore non risponde ancora alle nostre richieste:

• conoscere quanto prima i divieti di balneazione su tutto il nostro litorale con le relative motivazioni;
• conoscere lo stato di salute del nostro mare con i risultati delle analisi dell’acqua eseguiti dalla locale ASL e Arpa Puglia, in riferimento anche alla presunta presenza di sostanze tossiche provenienti dal materiale bellico a caricamento chimico presente nei nostri fondali;
• conoscere gli esiti degli esami tossicologici eseguiti dalle autorità preposte sul pesce pescato e venduto nel nostro territorio;
• conoscere il numero, la tipologia, il sito di ritrovamento e il tipo di caricamento degli ordigni ritrovati sui fondali del nostro mare durante l’operazione di bonifica in atto;
• conoscere i tempi e le modalità delle successive azioni di bonifica, in particolare quelle riguardanti lo specchio d’acqua antistante Torre Gavetone.

La guerra degli ambulanti, altro gazebo in fiamme

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di Lucrezia d’Ambrosio (www.lagazzattadelmezzogiorno.it/…)

Dall’inizio dell’anno su dieci incendi denunciati (anche se è ipotizzabile che ce siano almeno altrettanti non denunciati) la metà, secondo quanto stabilito dagli specialisti dei vigili del fuoco, è dovuta a cause accidentali.

Rientrano in questa casistica l’incendio di domenica scorsa al gazebo di frutta e verdura, all’angolo di via Achille Salvucci, le auto, una Hunday «Atos» e un’Audi «A6» in fiamme martedì scorso, parcheggiate in piazza Margherita di Savoia, l’incendio al gazebo di frutta e verdura di mercoledì sera, all’angolo di via Don Minzoni (nella foto) e qualche altro caso un po’ più datato. Non sono chiare le cause dell’incendio di una Renault «Megane» di ieri notte, in via Purgatorio.
Intorno all’1.30, le fiamme hanno avvolto la parte anteriore dell’auto. Non è possibile escludere il dolo per il gazebo all’angolo di via Don Minzoni. L’incendio, per fortuna, è stato domato quasi subito, tanto che il gazebo, in legno, è rimasto praticamente intatto. Chi ha dato fuoco voleva solo lanciare un avvertimento ed ha colpito intorno alle 22.30 lungo una strada molto trafficata.

A conti fatti il numero degli incendi accidentali è in aumento. Fa specie il fatto che negli ultimi quattro giorni gli incendi abbiano coinvolto più o meno direttamente ambulanti di frutta e verdura e loro parenti, una delle auto in fiamme martedì è intestata ad un fruttivendolo. Per questo ormai sembra chiaro: a Molfetta è in atto uno scontro tra ambulanti a posto fisso che utilizzano il fuoco per regolare i conti e dividersi gli spazi. Uno scenario che mesi addietro era stato preannunciato dal Liberatorio con una serie di denunce pubbliche.

A Molfetta manca un piano del commercio e la questione non è mai stata affrontata seriamente. Nel tempo sono state concesse una serie di autorizzazioni agli ambulanti che sono spuntati ovunque e che, a fronte di autorizzazioni per l’occupazione di suolo pubblico di pochi metri, hanno messo in piedi vere e proprie piazze in spregio a qualsiasi norma igienico sanitaria. Alcune concessioni sono state rinnovate. Ad alcuni il rinnovo è stato negato ma la stessa postazione è stata concessa ad altri. Questo probabilmente ha creato confusione ed ha esasperato gli animi.

E’ di queste ore l’ennesima nota del Liberatorio. «Crediamo sia giunto il momento che le forze dell’ordine presenti sul territorio, ognuna per le proprie competenze faccia piena luce su questo vero bubbone della nostra comunità – scrive Matteo d’Ingeo, responsabile del movimento – non è più accettabile l’arroganza di questi signori che spadroneggiano in città solo perché hanno qualche cognome e soprannome legato a famiglie degne di rispetto».
E ancora. «Rilanciamo la proposta già avanzata nel dicembre 2006 e chiediamo ancora di rivedere il Piano comunale per la disciplina del commercio su aree pubbliche, nella parte riguardante le autorizzazioni ambulanti e l’occupazione del suolo pubblico; eliminare totalmente la presenza di ambulanti nel centro urbano in un quadrilatero delimitato dalle vie Grittani, Calabrese, Amato, Cozzoli, Mezzina, Pomodoro, Baccarini, piazza Aldo Moro, via Leonardo da Vinci, corso Fornari, via Balice, via Cagliero, via De Candia, viale Papa Giovanni XXIII, via San Francesco d’Assisi, vico 14esimo Madonna dei Martiri; promuovere nella restante parte della città e nelle zone d’espansione nuovi spazi urbani destinati al commercio fisso e itinerante; far rispettare nella zona delimitata in precedenza, solo la possibilità di un espositore di tre metri quadri lineari, laddove il codice della strada può consentirlo». Tutto questo nella speranza che gli incendi dei gazebo di frutta e verdura nel frattempo si fermino.

Il sognatore dell’impossibile e la politica delle panchine

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In risposta al nostro comunicato stampa del 27.5.2009, oggi c’è stato un intervento da parte del consigliere comunale Giovanni Mezzina (PDL) in cui c’è un attacco personale al coordinatore del Liberatorio Matteo d’Ingeo che ha ritenuto di rispondere a titolo personale.

“Il significato di un uomo non va ricercato in ciò che egli raggiunge, ma in ciò che vorrebbe raggiungere”…, avrei potuto rispondere semplicemente con questo pensiero, di K. Gibran, all’intervento affrettato e scomposto del signor Giovanni Mezzina  ma, visto il “livore” che trasuda dalle sue parole, merita di più.
Intanto non sono solito confrontarmi politicamente con i soldati semplici di ultima fila ma, ahimé, il generale ci ha abituati a questo andazzo.
Il novello consigliere, non addestrato ancora alla “netiquette” (mi si consenta il termine) del confronto politico non ha ancora capito che Matteo d’Ingeo è solo il coordinatore del movimento Liberatorio Politico, e come tale firma tutti i comunicati per nome e per conto del movimento che rappresenta; pertanto il suddetto consigliere comunale se vuole intraprendere iniziative personali, e non a nome e per conto della sua maggioranza, impari a rivolgere giudizi e pareri al movimento e non alla singola persona.
Il nostro interlocutore è il Sindaco, non certo un consigliere che si improvvisa spesso promotore di iniziative a favore della comunità senza averne titolo. Quindi sono costretto a rispondere personalmente al signor Mezzina perché il suo intervento pubblico è rivolto al sottoscritto e non al coordinatore del Liberatorio.
In attesa di avere Mezzina al mio fianco, come lo scudiero e compagno di avventure Sancho Panza, il “cavaliere errante”, quale io sono, cercherà di trascinarlo nelle sue avventure con la promessa di lasciagli il governo del castello, del giardino e delle panchine del corso Umberto (se si comporterà bene anche quelle del lungomare).
Egregio signor Mezzina quando lei dice “… dalle tue parole solo accuse e denuncie, alcune nella sostanza condivisibili, altre assolutamente prive di reale fondamenta e tese unicamente a creare squilibri e falsi allarmi…” non si capisce a cosa si riferisce. Sarebbe interessante conoscere il suo pensiero su entrambe le tematiche ma, soprattutto, sapere di cosa sta parlando. Visto lo scarso rendimento dei consiglieri di maggioranza in termini di confronto dialettico, dubito che abbia argomenti su cui confrontarsi.
Poi aggiunge “… hai finanche criticato la scelta, che io personalmente ho portato avanti, di fare installare panchine in corso Umberto, ritenendola una azione di propaganda politica. Non ti sei fermato un istante a pensare quanti bambini, anziani, donne, cittadini di ogni età, grazie a quelle panchine oggi hanno riconquistato una fetta di territorio, sviluppando relazioni, riappropiandosi della loro città, contribuendo a rivitalizzare la principale strada cittadina e, non da ultimo, fungendo da "sentinelle" nei confronti di quanti alla cosa pubblica non ci tengono affatto."
Con questo ulteriore intervento conferma la sua attività di propaganda elettorale del suo partito e promozione della persona. Ma a quale titolo il signor Mezzina “ha portato avanti il progetto di installare panchine a corso Umberto”? Lei non è né un assessore, né un dirigente comunale, né un direttore dei lavori, è solo un consigliere comunale che fa parte di una commissione consigliare che non ha nessun potere deliberativo.
Il progetto di arredo di corso Umberto sarà sicuramente un progetto molto più ampio che prevedrà, anche, le panchine ma non solo. Spero che non sia stato lei a prevedere le panchine solo in una parte della strada e non sui marciapiedi all’ombra degli alberi.
E poi, non è certo quello il territorio da riconquistare. Non mi è parso di sentire mai un suo parere sull’abusivismo e violazione del codice stradale da parte di certi operatori dell’ortofrutta, quello sì che è territorio da riconquistare.  Ma lei non può capire perché non è sognatore, e non può pensare ad un progetto così rivoluzionario. A tale proposito le faccio dono di un pensiero di Oscar Wilde, “Sognatore è chi trova la sua via alla luce della luna… punito perché vede l’alba prima degli altri…”.
Le interpretazioni da dare a questo pensiero possono essere tante.
Quella più ricorrente, che a me piace, è quella di chi sostiene che… chiunque ami sognare, in questo mondo, deve scontrarsi con quelli, come lei, che gli dicono che sognare è una cavolata. Oppure che, Wilde, intendesse dire che un sognatore, seppur migliore delle altre persone (perchè vede l’alba prima), debba comunque subire il loro giudizio: anche se la strada percorsa dal sognatore porta buoni frutti, la gente normale ne avrà sempre a risentirsi, o per invidia, o per paura.
Lei lo fa per invidia o per paura?
Io e lei nelle ultime 24 ore abbiamo giocato una partita di democrazia, lei non si è accorto di nulla, ma la partita l’ho vinta io, e sa perché? Perché le lampade a basso consumo, per le strade del centro città, alle 16.30, non si sono accese; io ho realizzato il mio sogno e la comunità ha risparmiato energia. Mi accontento di poco.
Preferisco essere un sognatore e non uno yes man.

Matteo d’Ingeo

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Carissimo Sindaco Senatore, comprendiamo che in ogni campagna elettorale la sua propaganda necessita di più visibilità e s’inventa i consiglieri ambasciatori  di “pric-o-prac” e “cialletta” in Kenia, i consiglieri–assessori delle panchine al corso Umberto, i segretari candidati di partito che chiedono di non “svendere il voto” e la propria dignità, in cambio di una cena, un pranzo, un posto come rappresentante di lista, un buono benzina, un buono spesa in qualche salumeria, un buono per biancheria intima, ecc, ecc, ma a tutto c’è un limite.
Ben venga la sua campagna per il rispetto dell’ambiente con l’invito a lavarci di più, e spesso, consumando meno.
Il suo assessore “Doccia Light” ha fatto installare 130 erogatori per doccia a basso flusso su altrettanti punti doccia presenti negli impianti di proprietà comunale assicurando che si risparmierà fino al 50% dell’acqua e dell’energia utilizzata per riscaldarla.
Peccato però che molto spesso ci viene sottratta l’acqua per deviarla ai giochi acquatici di Miragica.
Ma la campagna ecologica del governo “del fare” continua sul fronte della raccolta differenziata dei rifiuti con le “isole interrate a scomparsa”, che saranno rigorosamente inaugurate, sabato 30 maggio, in piena campagna elettorale alla presenza del Sindaco Azzollini che si esibirà in una dimostrazione pratica di conferimento a scomparsa di rifiuti con il Presidente Nappi.
Ci chiediamo da anni, a chi giova tutta questa innovazione tecnologica se la bolletta della tassa rifiuti non diminuisce mai?
Ma il pezzo forte della politica del risparmio energetico, il sindaco e il suo assessore al ramo, lo hanno realizzato nel momento in cui hanno installato in quasi tutto il centro cittadino, le lampade a basso consumo energetico. Immaginate che è talmente basso il consumo che le accendono dalle 16.30, quasi cinque ore prima che faccia notte.
Caro Sindaco non le sembra che la sua propaganda sia un po’ esagerata?
Siamo un po’ scettici su alcune scelte anche perché questa città, ma soprattutto i cittadini, avrebbero bisogno, più che annunci propagandistici, di una vera e propria rivoluzione culturale e educazione civica.
Per l’occasione  consigliamo a lei e al presidente Nappi, di fare propria la campagna pubblicitaria lanciata in questi giorni dall’associazione culturale "Opera" invece che spendere, inutilmente, danaro pubblico per suppellettili che saranno puntualmente distrutte.
Il presidente di “Opera”, Gaetano Armenio, presenta la loro campagna partendo dalla consapevolezza che molti nostri concittadini assumono comportamenti tali da rendere difficile la vita in città per mancanza assoluta di senso civico e rispetto del bene comune, e quindi, ben venga il loro primo manifesto "Per strada non fare il pezzo di merda".
Noi ci uniamo al loro messaggio di pubblicità progresso estendendo il concetto a tutti gli ambiti sociali della nostra città e … signor Sindaco, non dimentichi di far spegnere le lampade a basso consumo, altrimenti che risparmio sarebbe.

Alloggi ai militari, nove indagati

MOLFETTA-UN’INCHIESTA DEL PM ETTORE CARDINALI CON IL GRUPPO TUTELA MERCATO E CAPITALI DELLA GUARDIA DI FINANZA
Un progetto rimasto solo sulla carta. Le accuse sono di bancarotta e truffa aggravata

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di Antonello Norscia (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Bancarotta fraudolenta e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Sono i reati contestati a vario titolo a conclusione di un’indagine del pubblico ministero tranese Ettore Cardinali sulla realizzazione, a Molfetta, di alcuni alloggi destinati ad esponenti delle forze dell’ordine ed ai loro familiari.
Una vicenda che vede sullo sfondo il fallimento della srl molfettese Economy Programm, dichiarata insolvente dal Tribunale di Trani il 21 giugno 2006.
Al vaglio degli inquirenti anche l’attività della Srl Vi. Al. Co. e del Consorzio Meral. Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, condotta dal Gruppo tutela mercato e capitali della Guardia di Finanza di Bari, nel Consorzio Meral sarebbe stata fittizziamente ammessa la Conscoop, a sua volta un consorzio tra cooperative di produzione e lavoro con sede a Forlì, che ora nel procedimento risulta parte lesa.
Un ruolo che sarebbe stato decisivo per ottenere dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti i fondi per l’edilizia agevolata. Ed infatti per la realizzazione di palazzine adibite a residenze dei nuclei familiari delle forze dell’ordine, il ministero il primo febbraio 2005 emise un decreto che prevedeva uno stanziamento di quasi 3 milioni di euro per edilizia sovvenzionata, oltre a circa 450mila euro per oneri accessori.
Il 23 gennaio 2006, il dicastero liquidò un acconto di 89mila euro, corrispondente al 20% della somma imputata agli oneri accessori. Il progetto, però, sarebbe rimasto solo sulla carta perché i fondi e gli acconti versati dai potenziali acquirenti degli immobili avrebbero preso altre strade.
Contestata la distrazione dei beni sociali, la dissipazione del patrimonio e la falsificazione dei libri e di altre scritture contabili della Srl Economy Programm. Inoltre, sarebbe stata omessa la contabilizzazione di «tutti i flussi finanziari derivanti dai protocolli d’intesa coi promissari acquirenti degli immobili da realizzare nell’ambito del progetto Meral».
A seconda delle rispettive responsabilità l’avviso di conclusione indagini, che di solito è l’anticamera della richiesta di rinvio a giudizio, è stato destinato a Cosimo Pansini, Donato Sancilio, Vincenzo Gagliardi, Pietro Spadavecchia, tutti di Molfetta, Michele Barardi, di Terlizzi, Giovanni Alba, di Bisceglie, Vito ed Anna Alba, di Giovinazzo, ed alla persona giuridica Consorzio Meral, con sede a Molfetta, presieduto da Angela Alba. Un decimo indagato è morto nelle more dell’inchiesta.

I cittadini molfettesi chiedono notizie sulla Buccaneer e sull’attività governativa d’esproprio di Hugo Chavez in Venezuela

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In questi giorni, mentre l’Italia è distratta da storie di “veline” e “velinari”, e la nostra Molfetta è narcotizzata dalla kermesse elettorale, per rinnovare un ente inutile come la Provincia, molti cittadini aspettano dal loro Sindaco Senatore notizie rassicuranti su due vicende che sono anche storie di interesse internazionale.
Parliamo dei marinai (due molfettesi) sequestrati sulla nave Buccaneer e delle confische di beni che il presidente del Venezuela Hugo Chavez sta compiendo a spese degli emigrati italiani (molti molfettesi).
I cittadini molfettesi e i loro parenti, a volte,  si considerano fortunati, quando sono consapevoli di aver un loro concittadino Sindaco ed anche Senatore della Repubblica e quindi capace di avere notizie di prima mano, rispetto ad altri, su vicende internazionali; e invece no, sono settimane che il nostro Sindaco tace sulla vicenda della nave sequestrata dai pirati somali, o presunti tali, o sul fatto che la stessa trasportava presunti rifiuti tossici.

I parenti dei marinai sperano solo che il silenzio sia dovuto alle difficoltà delle trattative e non ad un tentativo di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica da una vicenda dai contorni molto grigi.
Dall’altra parte del mondo, invece,  si sta consumando una vicenda che vede protagonisti numerosi emigrati molfettesi vittime del presidente venezuelano Chavez.

Sono già numerose le segnalazioni e le lettere giunte dai nostri parenti e conoscenti dalle regioni di MaracaiboEstado Falcon e Zulia che chiedono l’intervento del governo italiano per fermare l’attività d’esproprio governativa.
In quel territorio ricco di giacimenti petroliferi sono nate molte aziende e imprese di logistica create anche da emigranti molfettesi più di cinquanta anni fa. Si tratta di ditte di trasporto su acqua, cantieri navali, piccoli e medi, e magazzini di ferramenta.
Potrebbero essere interessate le aziende HERPA dei Pappagallo, CRAF degli Altomare, TRICOMAR degli Annese e TRIMARCA dei Tridente, e proprio Vito Tridente Sgherza che ha scritto una lettera in cui racconta cosa sta accadendo agli italiani-molfettesi in Venezuela…

  "…La mia azienda è stata fondata nel 1964 ed è costata sudore, lacrime e sangue. Adesso è stata espropriata. Ogni giorno che passa il governo diventa più comunista. Il presidente nei suoi discorsi dice che il capitalista è un animale che deve scomparire dalla terra. … In  10 anni di governo si è appropriato della Camera dei Deputati, dei tribunali… di tutto… Siamo in presenza di una dittatura con una facciata di democrazia. Ritornando alle nostre aziende, dopo un discorso del presidente, si è promulgata una legge per l’espropriazione delle ditte legate al settore petrolifero. Per adesso sono 39 aziende: di queste ce ne sono 4 di molfettesi e una di un barese. Ma ci sono anche altri italiani…L’8 Maggio sono entrati nelle nostre aziende e, possiamo dirlo, col fucile in mano ci hanno fatto abbandonare le nostre proprietà, dove non possiamo più entrare.
La nostra preoccupazione è che non pagheranno il giusto prezzo per le nostre ditte, vista la situazione difficile, e aggiungo che ci hanno fatto lavorare 6 mesi senza darci un soldo, e si dice che vogliono un ribasso del 40%. Abbiamo lavorato perchè chi si ferma è considerato terrorista, contro-rivoluzionario, etc. Mai vista una situazione cosi. Tutti noi siamo lavoratori, immigranti e figli di gente che ha lavorato onestamente. Il console italiano in Maracaibo sta informando l’ambasciata di Caracas…".

Il Governo e tutta la politica dovrebbero attivarsi, con la Magistratura e il Ministro degli Esteri, per bloccare la confisca di beni e le vessazioni contro i nostri connazionali.
Noi invece chiediamo al nostro Sindaco Senatore Azzollini di attivarsi presso il Ministero degli Esteri affinché siano avviate delle iniziative atte anche a salvaguardare l’incolumità dei nostri concittadini e a riferire subito, pubblicamente, su entrambe le vicende che riguardano la Buccaneer e gli emigrati in Venezuela.

L’illegalità condivisa dei commercianti ortofrutticoli

Mentre continuano gli incendi notturni di auto in ordine sparso in città, alla vigilia del vertice degli stati generali sulla sicurezza dei cittadini che si terrà martedì 26 maggio a Trani, “prende fuoco” un gazebo che ospitava un punto vendita di una famiglia di commercianti dell’ortofrutta. Sono anni che il Liberatorio denuncia la situazione del commercio ambulante e a posto fisso.

La nostra città è unica, nel suo genere, per lo spettacolo indecoroso che offrono i soliti  noti commercianti ortofrutticoli che quotidianamente invadono illegalmente strade e marciapiedi, in spregio alle più elementari norme del codice della strada. La loro impunità ci preoccupa perché dimostra che le istituzioni a Molfetta sono deboli, se non compiacenti.

Il Sindaco Azzollini  e i suoi assessori al commercio che si sono succeduti, nonostante gli annunci di mera propaganda, non sono stati in grado di risolvere questo problema che ha radici profonde.
Crediamo sia giunto il momento che le forze dell’ordine presenti sul territorio, ognuna per le proprie competenze faccia piena luce su questo vero “bubbone” della nostra comunità.
Non è più accettabile l’arroganza di questi “signori” che spadroneggiano in città solo perché hanno qualche cognome e soprannome legato a “famiglie” degne di rispetto.
La presunta origine dolosa dell’incendio potrebbe essere, per assurdo, l’unico modo per smantellare questi monumenti cittadini di “illegalità condivisa”.

In attesa di concrete iniziative che verranno dal vertice tra i rappresentanti delle forze dell’ordine e i sindaci dei 17 comuni del nord barese, rilanciamo la proposta già avanzata nel dicembre 2006 e chiediamo ancora di :
–  rivedere il Piano Comunale per la Disciplina del Commercio su aree pubbliche, nella parte riguardante le autorizzazioni ambulanti e l’occupazione del suolo pubblico;
– eliminare totalmente la presenza di ambulanti nel Centro Urbano in un quadrilatero delimitato dalle vie Grittani, Calabrese, Amato, Cozzoli,  Mezzina, Pomodoro, Baccarini, P.zza A.Moro, L.da Vinci, Fornari, Balice, Cagliero, G.De Candia, Viale Giovanni XXIII, S.Francesco d’Assisi, Vico 14° M.dei Martiri;
– promuovere nella restante parte della città e nelle zone d’espansione nuovi spazi urbani destinati al commercio fisso e itinerante;
– far rispettare nella zona delimitata in precedenza, solo la possibilità di un espositore di tre metri quadri lineari, laddove il codice della strada può consentirlo.

Avevamo chiesto anche di inserire la proposta all’ordine del giorno della  prima seduta utile del  Consiglio Comunale, ma mai tale proposta è approdata in aula.

Offriamo al nostro sindaco e alle forze dell’ordine alcuni esempi eclatanti di mancato rispetto del codice stradale.

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Via Bari

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Via Berlinguer

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Via Molfettesi d’Argentina, angolo via Achille Salvucci – La foto e il video del gazebo incendiato stamattina alle 5 circa

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Via de Candia (zona di ponente)

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Via Cap. de Candia

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Via Gen. Amato, angolo Via Don Minzoni

In ricordo di Giovanni Falcone

di Emilio Fabio Torsello (www.dirittodicritica.com/…)

Il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta furono uccisi da una cricca di vigliacchi mafiosi. A distanza. Con 500 chili di tritolo posti sotto un tunnel dell’autostrada A9, all’altezza dello svincolo per Capaci, a pochi chilometri da Palermo. Erano le 17:58 del 23 maggio 1992. Poco tempo dopo, il 19 luglio dello stesso anno, furono trucidati in via D’Amelio anche il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Sempre la solita cricca di vigliacchi, sempre mafiosi, sempre una bomba. Tra i primi ad accorrere sul luogo dell’attentato c’è anche un giovane poliziotto, Gioacchino Genchi. E’ l’epoca delle stragi, della somma codardia. Una codardia interna non solo alla mafia ma anche alla magistratura che, all’epoca, spinse Giovanni Falcone – come racconta Francesco La Licata nel libro “Storia di Giovanni Falcone” – a dire: «E’ penoso quello che ho dovuto ascoltare nei corridoi di questo palazzo, constatare che tutti sono contenti per il fatto che me ne sto andando». E Falcone, in quei mesi stava per lasciare Palermo alla volta di Roma, nella speranza di poter migliorare la lotta alla mafia attraverso un’azione diretta sulle istituzioni. Mentre tutti, alle spalle, lo accusavano di tradimento. «Qui lavorare è impossibile – aveva detto qualche giorno prima a La Licata – : un passo avanti e tre indietro, questa è l’andatura della lotta alla mafia». Ed era lo stesso Falcone che sosteneva ironicamente di sembrare «come uno di quei mafiosi che dicono ai ‘loro’: se mi ammazzano, per capire da dove viene la mano, cerca di capire da che parte arriva la prima corona di fiori».

E i segnali di morte non erano mancati. Del fallito attentato all’Addaura, ad esempio, la sorella Maria racconta: «è stato uno dei periodi più tristi della vita di mio fratello, il momento peggiore. Quella volta capì che non si trattava più delle solite maldicenze. Ebbe chiaro che la decisione di farlo fuori era stata presa e ad altissimo livello. Lo vidi come non l’avevo mai visto: era teso come una corda, aveva i nervi a pezzi. Eppure non poteva rivolgersi a nessuno, non si fidava ed era costretto a riflettere da solo» «Capii anche – continua la sorella – perché non aveva voluto figli. Lo aveva detto a noi e anche a Francesca: “Non voglio mettere al mondo degli orfani“». E sui possibili mandanti di quel fallito attentato, «solo una volta fece un vago riferimento ai ‘Servizi’, ma come a un’ipotesi che non era nata nella sua mente, come se la cosa gli fosse stata suggerita o raccontata. E in ogni caso assolutamente priva di conferme», conclude Maria.

E le infamie erano quasi quotidiane. Famoso l’attacco da parte di Totò Cuffaro durante una trasmissione di Maurizio Costanzo, alla presenza dello stesso Giovanni Falcone (minuto 3.11). Lo stesso Cuffaro che sarà condannato a cinque anni per favoreggiamento semplice e che diventerà poi senatore della Repubblica e membro della Vigilanza Rai. E a quanti accusavano ogni giorno Falcone, anche nella magistratura, il magistrato Ilda Boccassini dirà: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».

Ad oggi, purtroppo, la mafia non è ancora sparita dalla circolazione, anzi, si è evoluta: non spara più, ha imparato a fare politica. Si tratta di una piovra vigliacca da 900 miliardi di fatturato annuo a livello nazionale, come riporta la relazione dell’ultima Commissione bicamerale antimafia. Ma resta, comunque, un fenomeno umano e come tale – aveva ragione Falcone – un giorno si esaurirà. Sempre che una mentalità basata su un’impunità diffusa, non diventi parte integrante del nostro vivere civile.

Il boss Gambino è arrivato in Italia

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 (www.guidasicilia.it/…)

Dopo il mancato arrivo di ieri legato a problemi di salute, l’esponente della mafia Rosario Gambino, espulso dagli Stati Uniti, è giunto questa mattina in Italia. Accompagnato da quattro funzionari del Servizio Centrale Operativo (Sco), appositamente recatisi negli Usa, Gambino, indagato dal giudice Giovanni Falcone e coinvolto in Italia nello storico processo "Pizza Connection", è arrivato con un volo di linea dell’Alitalia proveniente da Miami, atterrato all’aeroporto di Fiumicino alle 8.47. 
L’arrivo è avvenuto proprio nel giorno del diciassettesimo anniversario dell’attentato in cui morì il giudice Falcone.



Come detto, l’arrivo di Gambino era atteso per ieri, venerdì 22 maggio, ma come già accaduto in passato, il suo trasferimento è stato rinviato all’ultimo momento. In un primo momento si era pensato che, dietro questo ennesimo rinvio, ci fosse la battaglia che i legali di Gambino stanno conducendo adesso in Italia, cercando di annullare l’ordine di cattura firmato ventinove anni fa dall’allora giudice istruttore Giovanni Falcone. Negli ultimi mesi, la difesa del boss ha fatto ricorso anche alla Cassazione, che ha disposto una nuova pronuncia del tribunale del riesame di Palermo: l’udienza si è già tenuta lunedì, adesso è atteso il responso.

Su Rosario Gambino, cugino del padrino Carlo Gambino e coinvolto nel presunto sequestro di Michele Sindona, che negli Usa è stato detenuto in un centro di raccolta per immigrati, pende comunque una condanna della corte d’appello di Palermo, a 14 anni, per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Il processo, concluso negli anni Ottanta, è proprio quello basato sulle indagini di Giovanni Falcone. All’epoca, il magistrato aveva scoperto che dalla Sicilia partivano carichi di droga diretti a New York: gli esponenti del clan Gambino-Inzerillo nascondevano i pacchetti di polvere bianca in contenitori metallici, "apparentemente contenenti dischi di musica – spiegava Falcone nel suo provvedimento – i pacchi venivano spediti all’indirizzo di un fantomatico Centro italiano Nastri Eighteenth Ave Brooklyn New York 11204 USA".

Gambino conserva anche il segreto del fiume di soldi che dagli Stati Uniti tornavano in Italia e venivano poi riciclati. Quel tesoro Giovanni Falcone non aveva mai smesso di cercare.
Ecco perché i segreti di Gambino sono ancora attualissimi: negli ultimi anni gli investigatori del Servizio centrale operativo della polizia e della squadra mobile di Palermo hanno notato strani viaggi a Palermo di mafiosi italo americani e dei loro parenti. Fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile, perché sui Gambino-Inzerillo, gli "scappati", i perdenti della guerra di mafia del 1981, pendeva una condanna all’esilio imposta da Riina e Provenzano. Ma da quando la parabola dei corleonesi volge verso il basso, tante cose sono cambiate nell’universo mafioso. E i perdenti di un tempo tornano in Sicilia da imprenditori che hanno fatto fortuna oltreoceano.  
Nel febbraio 2008, polizia italiana ed Fbi hanno arrestato 90 boss che fra Palermo e New York organizzavano affari (LEGGI). Ma questa volta non si è trovato un solo grammo di droga. Cosa stanno organizzando dunque i nuovi padrini italo-americani?

Il figlio di Rosario Gambino, Tommaso, non ha mai smesso di viaggiare fra Los Angeles, dove risiede, e Palermo. Ufficialmente, solo per fare visita ad alcuni parenti. Ogni volta che è sbarcato in Italia è stato seguito con cura dagli investigatori. Così sono emerse delle telefonate con Claudio Lo Piccolo, il rampollo del potente gruppo di mafia che ha ereditato il potere dopo l’arresto di Provenzano. Ma anche Claudio, come Tommaso, è stato solo sfiorato dalle indagini. Seguendo Gambino junior, gli investigatori sono però arrivati a un insospettabile imprenditore palermitano, che gestiva un bar all’interno della sala Bingo Las Vegas, una delle più grandi d’Europa. Quella struttura è stata sequestrata nei mesi scorsi dal Tribunale Misure di prevenzione di Palermo, perché ritenuta un investimento per Cosa nostra. Forse, il primo affare dei nuovi imprenditori italo-americani: una grande macchina ricicla soldi.

Già condannato in Italia, Gambino ha ottenuto, su istanza dei difensori, il processo di revisione. Nei suoi riguardi è stato emesso nel 1980 un mandato di cattura da parte del giudice Giovanni Falcone. Il provvedimento è oggetto in questi giorni di nuovo esame da parte del Tribunale del riesame di Palermo, dopo l’annullamento con rinvio da parte della Cassazione dell’ordinanza che ne dichiarava il persistere dell’efficacia.  


[La Siciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it]

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 Gli Usa hanno espulso il boss Rosario Gambino (Guidasicilia.it, 03/04/08)

- L’espulsione del boss Gambino si tinge di giallo (Guidasicilia.it, 04/04/08)


Nel 17esimo anniversario della strage di Capaci, da Trapani la verità sull’omicidio del giornalista Mauro Rostagno

Delitto Rostagno, 21 anni dopo i nomi di chi lo ha ucciso

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(www.liberainformazione.org/…)

Era in mezzo ai lupi dice il capo della Mobile Giuseppe Linares ed i lupi lo hanno sbranato. A fare la parte dei lupi i mafiosi, ad essere ucciso da loro il sociologo e giornalista Mauro Rostagno. Il territorio quelloo di Trapani. A 21 anni dal delitto che risale al 26 settembre del 1988 del sociologo e giornalista che si occupava di lotta alla droga e raccontava ai cittadini dagli schermi di una tv locale, Rtc, le malefatte di politici e criminali di ogni genere, la procura antimafia di Palermo ha chiesto e ottenuto dal gip Maria Pino l’emissione di due ordini di cattura per il delitto Rostagno. Destinatari sono il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e il valdericino Vito Mazzara. Il primo mandante l’altro esecutore dell’omicidio. I sicari erano tre, due restano ignoti, c’è solo il verbale di un pentito che ne fa i nomi, insufficiente però potere procedere anche contro di loro. Virga e Mazzara sono già in carcere, a scontare condanne definitive all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidi. 

Ci sono una serie di coincidenze che oggi si rincorrono, ci sono dei fili che tornano ad unirsi. Intanto è il 23 maggio, 17 anni dopo la strage di Capaci e l’uccisione del giudice Giovanni Falcone. Rostagno torna oggi ad incontrarlo, ci piace immaginare che questo possa accadere là adesso dove loro si trovano, come fece un giorno andando ad incontrarlo alla procura di Palermo. Pare voleva parlargli di alcune strane cose che aveva scoperto, traffici di armi, gladio. C’è poi quella sorta di pacificazione tra gli organi dello Stato e chi nella metà degli anni ’60 quello Stato combatteva. Lotta Continua era il movimento dove Rostagno aveva scelto di stare con altri, in quegli anni l’omicidio del commissario Luigi Calabresi a Milano fu una conseguenza di quella tensione, così come la vicenda, successiva della morte dell’anarchico Pinelli. Come al Quirinale l’incontro tra le vedove di questi due uomini ha rappresentato la volontà di ristabilire una serie di verità, il lavoro condotto dalla Polizia e dagli specialisti del laboratorio della Scientifica di Palermo, eredi del commissario Calabresi, rivolto a far luce sul delitto Rostagno, riannoda le fila, tra la Polizia e quel Rostagno di Lotta Continua. Dicevamo il Quirinale: un anno e mezzo addietro cittadini, non solo di Trapani, 10 mila in tutto, firmarono una petizione che inviarono al Capo dello Stato, preoccupati che le indagini non andavano avanti per scoprire i chi e i perché dell’omicidio Rostagno. Oggi a Trapani arriva il presidente Napolitano, la coincidenza incredibile del deposito proprio ieri, 22 maggio, dell’ordinanza da parte del gip Maria Pino, ha fatto si che il Capo dello Stato, rappresentasse supremo della magistratura, venisse qui come a consegnare la risposta dello Stato a chi ha chiesto giustizia. 

L’artefice di questo è un sovrintendente di Polizia, un brigadiere, esperto mastino contro la criminalità organizzata, trovatosi a fare la scorta al dott. Giuseppe Linares, uno degli uomini più esposti nella lotta alla mafia in provincia di Trapani. Fu durante una discussione tra i due, una delle tante, tra un percorso e l’altro fatto insieme, che nacque l’intuizione di andare a controllare se nel fascicolo di indagine vi fosse la perizia balistica, ripetuta dopo la creazione della banca dati e l’impiego da parte del gabinetto di polizia scientifica di nuove sofisticate attrezzature. In effetti la perizia ultima era quella all’epoca del delitto. La più felice delle intuizioni. 

Indagando tra alcuni dei delitti commessi dopo l’omicidio Rostagno, come l’omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, altri commessi durante la faida di Partanna, Valle del Belice, e l’eliminazione di delinquenti locali ammazzati per sgarri piccoli e grandi, la squadra mobile di Trapani e la polizia scientifica di Palermo hanno individuato una serie di coincidenze. Le modalità di esecuzione intanto. Poi le armi. A sparare sempre in tre persone, l’uso di una Fiat Uno per agire, la vettura usata puntualmente ritrovata bruciata. I poliziotti  non hanno trovato il fucile o le armi usate per uccidere, ma i proiettili si. I bossoli avevano le stesse caratteristiche, dalle striature lasciate durante l’esplosione e il sovraccaricamento. Unamafia troppo seriale che è stata così incastrata. Una firma che ha ricondotto a Vito Mazzara già riconosciuto killer della mafia trapanese, un ex campione di tiro a volo esperto di armi. Condannato per i delitti risultati in tutto sovrapponibili a quello di Mauro Rostagno. Poi nelle indagini le dichiarazioni dei pentiti, Milazzo, Patti, Sinacori, Brusca, Siino. Finalmente pieni di riscontri. 

Gli investigatori della Mobile hanno ricostruito il periodo storico del delitto. Il 1988 era l’anno in cui la mafia a Trapani stava vivendo una forte escalation, da potenza militare si trasformava in impero imprenditoriale. Nasceva il tavolino degli appalti dove sedevano mafiosi, politici e imprenditori, si formava quel sistema di complicità e connessioni ancora oggi attivo, sono cambiati alcuni protagonisti, ma la regia è quella di sempre dei Messina Denaro. Matteo, il super latitante ne è oggi il capo, erede di Francesco, il campiere del Belice che diede a Vincenzo Virga l’ordine di fare ammazzare Mauro Rostagno, come racconta il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori. Le parole ogni giorno pronunziate da Rostagno da quella tv era una sfida che Cosa Nostra non voleva più tollerare. Rostagno aveva toccato il boss dei boss trapanesi, il mazarese Mariano Agate, lo irrideva e ne indicava il malaffare che questi si lasciava dietro, e Lipari un giorno gli mandò un segnale preciso dalla gabbia del Tribunale dove si trovava per il processo sulla uccisione del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari: quel giorno c’era l’operatore di Rtc con la telecamera in aula, Agate gli fece segno e gli disse di dire a quello là con la barba, vestito di bianco, di non dire ancora minchiate.  

Gli scenari di allora, oggi sono quelli sotto processo con tutti i loro protagonisti, per alcuni di loro ci sono condanne definitive, per altri i dibattimenti sono in corso. Imputati mafiosi come Mariano Agate boss indiscusso di Mazara o anche politici, contro di tutti questi Rostagno dalla tv si scagliava, e quella stampa libera a Cosa Nostra e non solo a Cosa Nostra dava fastidio. e per questo la mafia liberò i lupi per quel pasto infame. Gli altri possibili scenari, come la scoperta di un traffico di armi nel trapanese da parte di Rostagno, che avrebbe ripreso con una tele camerina l’arrivo di un aereo sulla pista di quell’aeroporto ufficialmente chiuso di Kinisia, alle porte di Trapani, non emergono nell’ordinanza, ma non sono esclusi da chi ancora oggi indaga. Non si esclude che il delitto voluto da Cosa Nostra non fosse stato desiderato anche da soggetti esterni a Cosa Nostra.  

Le indagini sul delitto Rostagno non sono finite. Come hanno chiesto che sia quelle 10 mila persone che hanno inviato una petizione al presidente Napolitano circa un anno e mezzo addietro, perchè l’omicidio non restasse dimenticato. Non era così e così non è stato. 

Il comunicato stampa diffuso dalla Polizia di Stato.

Gli arrestati: Vito Mazzara, Custonaci, 61 anni, detenuto a Biella. Vincenzo Virga, 73 anni, detenuto a Parma. 

Lo sviluppo investigativo. La Squadra Mobile di Trapani, con nota n. 600/2007 del 16-10-2007, evidenziava al PM titolare delle indagini sull’omicidio di Mauro Rostagno (Torino 06.03.1943) avvenuto in contrada Lenzi di Valderice in data 26-09-1988,  che dall’analisi degli atti effettuati, nel corso degli anni, dai vari Organi di Polizia giudiziaria su mandato della Procura di Trapani, e, successivamente, di Palermo, sull’omicidio in argomento non si evinceva se il materiale balistico rinvenuto sulla scena del crimine fosse mai stato oggetto di accertamenti comparativi da parte della Polizia Scientifica di Palermo. 

Partendo la Squadra Mobile di Trapani richiedeva di voler autorizzare il prelievo presso l’ufficio corpi di reato del Tribunale di Trapani del reperto nr. 9146, contenente 3 bossoli cal. 12 e n. 3 cartucce inesplose cal. 12 provenienti dal delitto ROSTAGNO allo scopo di effettuare, con la collaborazione tecnica del Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica di Palermo le comparazioni balistiche con fatti di sangue già oggetto di analisi comparative con analoghi eventi criminosi commessi, con il medesimo modus operandi, nella provincia di Trapani (impiego di fucile cal. 12 e/o revolver cal. 38 ) e contenuti nella banca dati balistici della Polizia Scientifica.

La necessità di tali comparazioni balistiche era finalizzata a fornire elementi di riscontro e verifica alla possibilità che l’omicidio del sociologo Mauro ROSTAGNO sia stato materialmente attuato da soggetti organici o contigui  a propaggini di ‘cosa nostra’ trapanese, i quali, in seguito, sono stati arrestati e condannati con sentenza passata in giudicato per il loro coinvolgimento operativo in altri fatti di sangue commessi a partire dal 1989.


In effetti, in ordine temporale, successivamente alla soppressione di Mauro Rostagno in provincia di Trapani sono stati commessi numerosi omicidi, tutti di accertata matrice mafiosa, attuati con le medesime modalità operative impiegate per l’esecuzione del sociologo, ossia con l’utilizzo di fucile semiautomatico cal. 12 e pistola revolver cal. 38.  

Ciò a partire dal duplice omicidio di PIAZZA Giuseppe e SCIACCA Rosario avvenuto l’11 giugno 1990 in Partanna. Infatti, proprio il duplice omicidio partannese, già oggetto di giudicato penale, richiamava all’attenzione la figura del famigerato killer ed esponente di spicco del mandamento mafioso di Trapani, MAZZARA Vito, in atto detenuto in quanto raggiunto da varie Ordinanze custodiali e, successivamente, condannato alla pena dell’ergastolo poiché facente parte della locale consorteria mafiosa oltre che esecutore materiale di un spaventoso numero di omicidi.

La Corte dì Assise di Trapani aveva condannato alla pena dell’ergastolo il MAZZARA Vito unitamente altri, poiché ritenuto responsabile di associazione a delinquere di stampo mafioso e del duplice omicidio di PIAZZA Giuseppe e SCIACCA Rosario oltre che dei reati in materia di armi; condanna confermata dalla Corte di Assise di Palermo con sentenza n.20/200 I R.G. del 11-10-2002.


Va rilevato che proprio sulla ingerenza di “cosa nostra” e, in particolare, della famiglia mafiosa di Trapani, sia in ordine al ruolo avuto dal VIRGA Vincenzo quale mandante, sia dal MAZZARA
Vito quale autore materiale dell’omicidio del ROSTAGNO Mauro,  si sono univocamente espressi i collaboratori di giustizia SINACORI Vincenzo e MILAZZO Francesco, entrambi già blasonati capi mafia del trapanese, sulla cui attendibilità si è positivamente espresso il vaglio delle sentenze dibattimentali che hanno comportato la condanna del VIRGA e del MAZZARA per vicende omicidiarie tra cui il duplice omicidio PIAZZA – SCIACCA o la soppressione dell’Agente di custodia Giuseppe MONTALTO. 

Siffatte evenienze investigativecome sopra rappresentato sono state correlate all’esame delle risultanze della perizia balistica richiesta dalla Squadra Mobile al Gabinetto regionale di Polizia Scientifica di Palermo proprio sulle cartucce cal. 12 pertinenti al delitto ROSTAGNO.


Infatti, la disamina dell’evento omicidiario relativo al ROSTAGNO e le modalità operative impiegate per l’esecuzione del sociologo, ovvero l’utilizzo di fucile semiautomatico cal. 12. e pistola revolver cal. 38, nonché l’utilizzazione di una Fìat Uno da parte degli autori prospettano ìctu oculi l’evidente analogia con vari eventi omicidiari commessi a partire dal 1989 ovvero il duplice omicidio di PIAZZA Giuseppe e SCIACCA Rosario avvenuto l’l giugno 1990, l’omicidio dell’Agente di Custodia MONTALTO Giuseppe soppresso il 23 dicembre del 1995, l’omicidio di MONTELEONE Antonino soppresso in c.da Marausa il  
07-12-1990 per i quali veniva condannato alla pena dell’ergastolo il MAZZARA Vito, risultato nella disponibilità esclusiva e utilizzatore del medesimo fucile semiautomatico cal.  12, impiegato per l’esecuzione materiale degli stessi.


Dall’esame al microscopio comparatore di nuova concezione sono state trovate dalla Polizia Scientifica su uno dei tre bossoli dell’omicidio ROSTAGNO (contrassegnato in relazione tecnica con la sigla 111 2RB2), su uno dei quattro bossoli rinvenuti nel corso del duplice omicidio PIAZZA-SCIACCA, avvenuto a Partanna l’11-6-1990 (contrassegnati in relazione tecnica con sigle 996RB2 e 996RB4), e su uno dei quattro bossoli relativi all’omicidio PIZZARDI Gaetano, avvenuto a Trapani l’8-11-1995 (contrassegnato in relazione tecnica con sigla 2577RB4), alcune impronte identiche per dimensioni e forma, riferibili solamente al “cameramento” delle cartucce, dalle quali residuano i bossoli in esame, in un unico fucile semiautomatico.


Al riguardo si precisa che una cartuccia calibro 12, inserita nel serbatoio di un fucile semiautomatico, nel passaggio dal serbatoio alla canna subisce una serie di urti contro i congegni dell’arma che intervengono per far si che questa, che si trova alloggiata sotto la canna, venga prelevata e sollevata sino all’inserimento nella camera di cartuccia, ed è per tale ragione che sui bossoli è possibile rilevare “tracce d’improntamento” che si riferiscono al semplice “cameramento” in bianco ossia al caricamento della cartuccia e alla sua successiva espulsione senza esplosione.

La conclusione cui giunge la nuova relazione tecnica della Polizia Scientifica è pertanto che la presenza di tali impronte prospetta la elevata probabilità che le cartucce esamine ed appartenenti ai tre eventi omicidiari (ROSTAGNO, PIAZZA-SCIACCA, PIZZARDI), siano state camerate in uno stesso fucile.  

Sulla base di tale ricostruzione compendiata dalla Squadra Mobile di Trapani con Informativa di reato del 22 gennaio 2008 al PM dr. Ingroia, è stato possibile evidenziare in particolare :  

  1. Le riscontrate analogie fra il modus operandi del commando dell’omicidio ROSTAGNO, che usa per l’agguato una Fiat Uno rubata che poi tenta di bruciare, e quello adottato negli altri omicidi che si è accertato essere stati commessi dal MAZZARA, anch’essi eseguiti servendosi di una Fiat Uno rubata poi data alle fiamme;
  2. Le riscontrate analogie delle armi utilizzate dal commando del delitto ROSTAGNO, e cioè un fucile cal. 12 con l’ausilio di un revolver, verosimilmente utilizzato come arma di riserva quando il fucile, dopo l’esplosione di alcune sue parti dopo i primi colpi, divenne inservibile, con l’abitudine di MAZZARA Vito (accertata con sentenza definitiva) di usare un fucile cal. 12 e portare con sé un revolver come arma di riserva ;
  3. Le riscontrate analogie balistiche fra una cartuccia dell’omicidio ROSTAGNO con cartucce certamente utilizzate da MAZZARA Vito per uccidere PIAZZA-SCIACCA a Partanna e PIZZARDI Gaetano a Trapani, che consentono di affermare con certezza che tutte tali cartucce, comprese quelle utilizzate per uccidere ROSTAGNO, sono state “maneggiate” da una persona esperta con le armi per mettere in atto un’operazione inusuale (“cameramento in bianco”), posta in essere con un fucile diverso da quelli usati per gli omicidi, evidentemente allo scopo di confondere le tracce balistiche che avrebbero lasciato le armi al momento dell’esplosione di quelle cartucce, e così rendere più difficoltosa l’opera di comparazione dei periti balistici, secondo le possibilità e le conoscenze tecniche dell’epoca dei fatti;
  4. La circostanza accertata delle capacità tecniche e dell’intenzione di MAZZARA Vito di porre in essere specifici accorgimenti per rendere più difficoltosa l’opera dei periti balistici;
  5. L’assenza, nelle famiglie mafiose del trapanese, di altri esperti balistici, che all’epoca dei fatti svolgessero funzioni di “armieri”, e che possano pertanto avere provveduto – all’infuori di MAZZARA Vito – a siffatta procedura di mimetizzazione delle tracce balistiche. 

 

Le illustrate emergenze hanno consentito di riscontrare in modo decisivo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che da tempo avevano individuato con certezza la matrice mafiosa del delitto ed identificavano nella famiglia mafiosa di Trapani l’“epicentro” organizzativo ed esecutivo dell’omicidio. 

Ulteriori elementi accusatori derivano dalle dichiarazioni di Giovanni BRUSCA, PATTI Antonino e di Angelo SIINO che hanno pienamente confermato la ascrivibilità dell’omicidio a Cosa Nostra trapanese, sulla base di una notizia appresa da fonte più che qualificate, e cioè da AGATE Giovan Battista e RIINA Salvatore, indiscusso capo di Cosa Nostra all’epoca dei fatti, nonché legato da saldi vincoli a tutti gli esponenti di spicco delle famiglie trapanesi, far tutti i boss Mariano AGATE e MESSINA DENARO Francesco . 

La natura indiscutibilmente mafiosa delle modalità esecutive del delitto, accertata in base alle indagini tecnico-balistiche, e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che, in virtù dei rispettivi e talora diversi livelli di conoscenza, ne ascrivono la deliberazione e la realizzazione all’organizzazione mafiosa Cosa Nostra trapanese impongono una ulteriore puntualizzazione sugli elementi gravemente indiziari acquisiti in ordine al ruolo di mandante svolto da Vincenzo VIRGA.

Una manifestazione particolarmente eclatante di tale legame è emblematicamente costituita dalla ferocia stragista che il 2 aprile 1985 determinò l’eccidio di Pizzolungo, in cui morirono una giovane madre e due  suoi figli nel momento in cui il destinatario della micidiale carica esplosiva, il giudice Carlo PALERMO, stava transitando sul luogo. Per tale orrendo crimine Vincenzo VIRGA, da poco al vertice del mandamento trapanese, unitamente all’allora capo dello schieramento corleonese di Cosa Nostra, Salvatore RIINA, ed a Balduccio DI MAGGIO, sono stati condannati all’ergastolo con sentenza del Gup di Caltanissetta del 20 novembre 2002, ormai divenuta definitiva.

In tale sentenza – cosi come in quella del 4 maggio 1999 della Corte di Assise relativa anche all’omicidio dell’agente MONTALTO, già più volte menzionata a proposito delle risultanze balistiche –  sono state evidenziate le caratteristiche impresse dal VIRGA all’attività criminosa della famiglia trapanese, connotata, in primo luogo, da una elevatissima potenzialità “militare” sviluppatasi anche grazie alla collaborazione coi gruppi di fuoco di altri mandamenti trapanesi e della provincia di Palermo.

Il riconoscimento della responsabilità penale del VIRGA per tale omicidio e la sua condanna all’ergastolo – unitamente al noto MESSINA DENARO Matteo ed agli esecutori materiali MAZZARA Vito e MILAZZO Francesco, con la collaborazione organizzativa di BRUSCA Giovanni – se da lato comprova il pieno inserimento del medesimo e della famiglia trapanese nelle scelte strategiche dei massimi vertici di Cosa Nostra volte alla perpetrazione di " un vero e proprio attacco diretto nei confronti delle Istituzioni dello Stato e di quanti le rappresentano", dall’altro consente di evidenziare il particolare legame fiduciario instaurato dal VIRGA con il MAZZARA.

Il complesso accusatorio è stato ulteriormente definito con l’esito delle intercettazioni ambientali svolta dalla Squadra Mobile nei confronti del MAZZARA Vito, durante la detenzione, che hanno permesso di rafforzare sia gli elementi relativi al coinvolgimento del killer trapanese  nel fatto di sangue in argomento, sia di individuare un caveau occultato all’interno dell’abitazione del MAZZARA  per il quale, il detenuto, temendo l’attivazione di nuove indagini da parte dell’A.G. sulla propria persona, ha richiamato l’attenzione dei propri familiari svelandone l’esatta ubicazione per prelevare ed eliminare qualunque cosa vi fosse stata celata, non ricordandone l’esatto contenuto . 

Il contributo di conoscenza reso da Sinacori e Milazzo in ordine alla responsabilità di Virga Vincenzo nella commissione dell’omicidio del Rostagno ha pertanto trovato una importantissima conferma negli esiti delle indagini balistiche.  

Coniugando cronaca e denuncia, movendo forti ed esplicite accuse nei confronti di esponenti di Cosa Nostra e richiamando in termini di speciale vigore l’attenzione dell’opinione pubblica,  Rostagno aveva “toccato” diversi uomini d’onore e generato nell’ambito del contesto criminale in argomento un risentimento diffuso.

L’omicidio del Rostagno è stato deliberato in Cosa Nostra: l’ordine di provvedere, così come riferito da Sinacori e, altresì, fondatamente ritenuto da Milazzo, è stato dato dall’allora rappresentante provinciale Messina Denaro Francesco

Il mandato per la organizzazione e la materiale esecuzione è stato dal Messina Denaro conferito – per quanto dallo stesso affermato dinanzi al Sinacori e da quest’ultimo dichiarato – a Virga Vincenzo, odierno indagato.

L’indicazione accusatoria del Sinacori è precisa (“MESSINA DENARO Francesco davanti a me dice a Mastro Ciccio che ha dato l’incarico a Vincenzo VIRGA”). 

Dalla confluenza dei racconti del Sinacori e del Milazzo emerge con valore probatorio pieno che l’omicidio di Rostagno Mauro fu deliberato in Cosa Nostra, venne organizzato dal “capo mandamento” di Trapani Virga Vincenzo, personalmente investito dell’incarico dal rappresentante provinciale Messina Denaro Francesco, e fu realizzato dal “gruppo di fuoco” che all’epoca operava in quel territorio e che certamente comprendeva, per concordi indicazioni dei citati Sinacori e  Milazzo e, altresì, di Patti Antonio, l’odierno indagato Mazzara Vito.  o di Trapani. A 21 anni dal delitto che risale al 26 settembre del 1988 del sociologo e giornalista che si occupava di lotta alla droga e raccontava ai cittadini dagli schermi di una tv locale, Rrtc, le malefatte di politici e criminali di ogni genere, la procura antimafia di Palermo ha chiesto e ottenuto dal gip Maria Pino l’emissione di due ordini di cattura per il delitto Rostagno. Destinatari sono il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e il valdericino Vito Mazzara. Il primo mandante l’altro esecutore dell’omicidio. I sicari erano tre, due restano ignoti, c’è solo il verbale di un pentito che ne fa i nomi, insufficiente però potere procedere anche contro di loro. Virga e Mazzara sono già in carcere, a scontare condanne definitive all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidi. 

Il mandato per la organizzazione e la materiale esecuzione è stato dal Messina Denaro conferito – per quanto dallo stesso affermato dinanzi al Sinacori e da quest’ultimo dichiarato – a Virga Vincenzo, odierno indagato.

L’indicazione accusatoria del Sinacori è precisa (“MESSINA DENARO Francesco davanti a me dice a Mastro Ciccio che ha dato l’incarico a Vincenzo VIRGA”). 

Dalla confluenza dei racconti del Sinacori e del Milazzo emerge con valore probatorio pieno che l’omicidio di Rostagno Mauro fu deliberato in Cosa Nostra, venne organizzato dal “capo mandamento” di Trapani Virga Vincenzo, personalmente investito dell’incarico dal rappresentante provinciale Messina Denaro Francesco, e fu realizzato dal “gruppo di fuoco” che all’epoca operava in quel territorio e che certamente comprendeva, per concordi indicazioni dei citati Sinacori e  Milazzo e, altresì, di Patti Antonio, l’odierno indagato Mazzara Vito. 

 

Porti e riporti storici

“… Non siamo in ritardo. Finiremo comunque in un tempo record rispetto a quanto accade in Italia con le opere pubbliche… Ma i porti, in Italia, non li fanno né le Procure né la Corte dei conti, li fanno gli ingegneri e gli operai. Vengano a vedere il cantiere dove stiamo realizzando la più importante opera portuale dell’Adriatico”.
Queste le dichiarazioni spot di chi, per mera propaganda politica, aveva benedetto la prima pietra nel cantiere del nuovo porto commerciale di Molfetta in compagnia del Vescovo Mons. Martella che interagisce spesso in queste operazioni di marketing.
Sì proprio lui il Sindaco Senatore Presidente Antonio Azzollini che, per l’occasione, così come l’altro Presidente, si è vestito di una nuova duplice veste, il Sindaco operaio e ingegnere, e decide di cominciare i lavori per la costruzione del nuovo Porto in assenza della completa disponibilità delle aree, interessate dalla bonifica dei fondali dagli ordigni bellici, senza un progetto esecutivo definito e, evidentemente, senza le necessarie autorizzazioni per l’apertura dei cantieri.
Sembra che il delirio di onnipotenza, tipico nel paese “Berluscopoli”, si sia impossessato anche del cervello del nostro primo cittadino che procede a piè sospinto non curante di TAR, Procure, Corte dei Conti, Consigli di Stato e Authority sui contratti pubblici.
Al nostro Sindaco non interessa se la gara d’appalto per la costruzione del porto risulta essere viziata; a lui interessa solo raggiungere lo scopo politico di far credere ai suoi elettori che i lavori del Porto siano a buon punto e che finiranno in tempo per farlo inaugurare dal suo Presidente Berlusconi.
Chissà che non siano pronte anche le “carceri galleggianti” che il Sindaco vuole ospitare nel costruendo porto in modo che Silvio dopo l’inaugurazione permanga a Molfetta ospite della locale “Alcatraz”, se nel frattempo decida di farsi processare.
Ma le dichiarazioni più preoccupanti di Azzollini riguardano la bonifica, quando dice di aver “… completato la più grande bonifica di ordigni bellici del dopoguerra…”, lasciando senza parole anche gli addetti ai lavori.
Il Sindaco Senatore non sa quello che dice, non ha idea di che cosa sia una bonifica “completa” dei nostri fondali dagli ordigni bellici della seconda guerra mondiale e successive. Ma c’è di più, mentre tutto il mondo, da oltre 65 anni, era a conoscenza che nelle nostre acque c’erano migliaia di bombe convenzionali e chimiche, lui, il Sindaco ingegnere operaio invece no; pur di accontentare i suoi uomini della società “Molfetta Porto” e farsi più di una campagna elettorale con il nuovo porto commerciale, cantierizza i lavori ignorando un piccolo particolare, quella zona è piena di bombe.
Eppure i suoi dirigenti comunali lo avranno avvertito nell’ottobre 2007, quando hanno liquidato l’Impresa “Lucatelli” s.r.l. di Trieste, che fa richiesta di sospensione del servizio di bonifica appaltato essendo impossibilitata a proseguire, avendo individuato una nuova zona particolarmente intasata, detta “zona rossa”; una superficie di 118.000 mq. circa, in cui si è scoperto una concentrazione subacquea di ordigni esplosivi residuati bellici di vario genere, scaricati in mare nel dopoguerra, di notevole entità, dell’ordine delle centinaia di unità. Evidentemente il Sindaco era, ed è, troppo occupato a Roma nella gestione dei suoi bilanci per occuparsi  delle nostre “bombe” quotidiane. A lui piace solo pigiare i detonatori per far brillare bombe nel giorno della festa patronale.
Ma le bombe nel nostro mare purtroppo ci sono e non sarà certo il Sindaco a ”completare la bonifica”.
Anzi, a differenza di numerosi parlamentari, trasversali alle varie forze politiche, il nostro Sindaco non ha lasciato traccia di alcuna interrogazione a proposito della presenza di ordigni bellici nel nostro mare; ne ricordiamo, invece, una molto interessante del suo collega di coalizione Francesco Amoruso di Bisceglie.

Le operazioni di bonifica nell’area portuale, cominciate nell’estate scorsa, provengono dalla Legge finanziaria 448 del 2001 (art. 52, comma 59) che ha stanziato la somma di euro 5.000.000,00, per la realizzazione di un Piano di risanamento ambientale delle aree portuali del Basso Adriatico.
Come "Basso Adriatico" è stata individuata l'area marittima compresa fra il faro di Vieste e Capo d'Otranto. Priorità assoluta per Molfetta, con lo stanziamento più consistente del piano che ha previsto 950mila euro per le operazioni di bonifica nel porto e altri 400mila euro per la bonifica dell’area costiera tra Molfetta e Giovinazzo antistante l’area a terra dell’ex impianto di sconfezionamento ordigni “Stacchini” (Torre Gavetone) di superficie pari a 58.000 mq.
Purtroppo in questo mare di bombe il Sindaco continua a tacere anche nel giorno in cui avviene il primo trasporto in cava di una delle 50 bombe, anche chimiche, trovate nell’area portuale di Molfetta.
E’ trascorso quasi un anno da quando il Liberatorio Politico ha chiesto per la prima volta al nostro Sindaco Senatore Azzollini di informare la cittadinanza sullo stato di salute del nostro mare rispetto alla presenza dell’alga tossica e delle numerose bombe convenzionali e chimiche. Ad oggi non abbiamo mai ricevuto risposte nonostante la situazione, su entrambi i fronti, sia diventata preoccupante. Oltre il Sindaco, hanno taciuto anche altri enti interpellati, primo tra tutti, l’ARPA Puglia che ha fornito alla stampa persino dati e report rassicuranti sullo stato di salute del nostro mare non sempre concordanti con i dati forniti da altri enti indipendenti.
Avevamo chiesto alla Direzione Generale e Scientifica dell’ARPA se, nell’ambito delle competenze assegnatele e nell’esercizio della tutela e salvaguardia ambientale, e soprattutto della tutela della salute dei cittadini, intendevano monitorare le acque marine comprese nello specchio d’acqua antistante Torre Gavetone per verificare eventuali presenze di sostanze tossiche riconducibili agli ordigni bellici a caricamento chimico presenti.
Naturalmente l’area da sottoporre ad indagine, a nostro modesto parere, non dovrebbe essere solo quella più vicina alla riva; in accordo con gli enti che stanno già operando nella zona per lo sminamento, bisognerebbe monitorare anche le aree marine in cui sono state già individuate le bombe a caricamento chimico e/o i fusti metallici che contengono altre sostanze chimiche tossiche.
Molfetta, nonostante le parecchie centinaia di cittadini che hanno subito gli effetti negativi dell’alga tossica, non rientrava tra i comuni monitorati dall’ARPA.
Alla luce di quanto premesso intendiamo ancora denunciare le gravi omissioni del Sindaco Azzollini in materia di prevenzione e informazione sulla salute dei cittadini, e chiediamo sin d’ora di:

  • conoscere quanto prima i divieti di balneazione su tutto il nostro litorale con le relative motivazioni;
  •  conoscere lo stato di salute del nostro mare con i risultati delle analisi dell’acqua eseguiti dalla locale ASL e Arpa Puglia, in riferimento anche alla presunta presenza di sostanze tossiche provenienti dal materiale bellico a caricamento chimico presente nei nostri fondali;
  • conoscere gli esiti degli esami tossicologici eseguiti dalle autorità preposte sul pesce pescato e venduto nel nostro territorio;
  • conoscere il numero, la tipologia, il sito di ritrovamento e il tipo di caricamento degli ordigni ritrovati sui fondali del nostro mare durante l’operazione di bonifica in atto;
  • conoscere i tempi e le modalità delle successive azioni di bonifica, in particolare quelle riguardanti lo specchio d’acqua antistante Torre Gavetone.

Chiediamo inoltre che si istituisca un numero verde sanitario per il monitoraggio degli eventuali casi di malessere provocati dall’alga tossica o da altre sostanze tossiche presenti in mare.

Liberatorio Politico
Matteo d'Ingeo