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DALLA "CITTA' ILLEGALE" ALLA "CITTA' ETERNA", STORIA DELL'UOMO CHE VOLLE IL "MERCATO DELL'ABUSO DIFFUSO". PROSPETTIVE FUTURE.

 

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Oggi alle 18.30  – Sala B. Finocchiaro  
Fabbrica San Domenico – Molfetta

relazioneranno:

Michele Altomare 

Matteo d'Ingeo
 

Il Movimento “Liberatorio Politico” torna ad incontrare la città per fare il rendiconto dell’attività svolta negli ultimi mesi e per informare, senza bavaglio, sulle vicende cittadine di ordinaria illegalità.
A sei anni dalla sua nascita e dopo un’attività incessante di controinformazione svolta attraverso il proprio Blog (http://liberatorio.splinde
r.com/), nonostante le minacce, intimidazioni più o meno palesi, tentativi di censure ed isolamento vuole lanciare un messaggio a tutti i cittadini in prospettiva di possibili elezioni comunali anticipate.

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"È iniziato il Calvario" del SindacoSenatorePresidente Azzollini

Calvario AZZOLLINI INCAP001 copia

Messaggio del Signore Gesù, XI° staz. della Via Crucis 

…"È iniziato il Calvario, non aver paura,
tutti voi siete testimoni della Mia croce, delle Mie parole,
Io illuminerò tutti voi, figli benedetti,
che avete ascoltato dal primo giorno le Mie parole e siete qui,
con Me, aiutateMi a portare la croce, il Calvario è vicino…
Venite al Mio patibolo, pregate,
pregate alla Madre Mia, chiedete la luce a voi,
tante piccole fiammelle intorno a Lei, beati voi.
Beati voi che ascolterete! Venite,
e sarete voi i portatori della luce per tutti i vostri fratelli”…

"Infinito", alla sbarra i boss della Lombardia

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di Lorenzo Frigerio

Ha preso il via ieri mattina a Milano il primo filone processuale che scaturisce dall’operazione “Infinito”, il versante lombardo della maxi inchiesta “Il Crimine” condotta congiuntamente dalla Dda di Milano e di Reggio Calabria che, nel luglio del 2010, ha portato all’arresto di oltre trecento affiliati alla ‘ndrangheta operanti in Lombardia e in Calabria. E' iniziato il processo per i trentanove imputati che hanno scelto il rito ordinario – di loro circa una trentina era presente in aula – mentre per gli altri 119 presunti mafiosi il rito abbreviato per cui hanno optato prenderà il via il prossimo 9 giugno. 

 
Tra i volti diventati più noti, loro malgrado, e presenti in aula oggi perché chiamati a difendersi dalle contestazioni mosse dai pubblici ministeri, in primis dalla pesante accusa di associazione mafiosa, l’imprenditore Ivano della Asl di Pavia e Vincenzo Novella, figlio del boss “separatista” Carmelo, freddato a San Vittore Olona nel 2008 dai killer, mandati dalle locali calabresi per soffocare sul nascere ogni istanza secessionista delle cosche operanti al nord. 
L’imprenditore, il manager, il rampollo del boss. Potrebbe bastare questa istantanea di gruppo per raffigurare plasticamente l’intima essenza della “Lombardia”: così era chiamata la struttura di vertice della ‘ndrangheta in quella che è la regione da sempre motore economico del Paese, prosperata nel silenzio per importanza strategica e per volume di affari, cresciuta così tanto al punto da coltivare l’ipotesi – eversiva e inaccettabile per la secolare cabina di regia della ‘ndrangheta – di staccarsi dal controllo della casa madre, ben radicata in Calabria.
 
In aula a sostenere l’accusa il procuratore aggiunto Ilda Boccassini e il sostituto procuratore Alessandra Dolci. Tra le istituzioni che hanno chiesto di costituirsi come parti civili per il momento si registrano i soli comuni di Pavia e di Bollate (MI) e la Regione Calabria. Per Banca d’Italia pare ci sia stato un difetto di notifica e quindi ci sarà ancora tempo per la costituzione di parte civile di questa come di altri soggetti istituzionali e associativi, ma intanto è da registrare come significativa l’assenza della Regione Lombardia in avvio del procedimento. Proprio in queste ore – complice anche l’infuocata campagna elettorale per il Comune di Milano che ha subito una brusca impennata dei toni con lo scontro al calor bianco tra il sindaco uscente Moratti e il candidato del centrosinistra Pisapia – i partiti si stanno scontrando sulle ragioni di questo ritardo, ma ogni vicenda è buona ora per accendere gli animi già surriscaldati. Vedremo cosa succederà nelle prossime udienze a tale riguardo.
Grande folla assiepata nei pressi dell’aula, presenti anche i giovani del movimento “Ammazzateci tutti” in compagnia di alcuni studenti delle scuole milanesi.
 
 Molti i giornalisti di tv e di carta stampata ma le telecamere sono state invitate a rimanere all’esterno: per il proseguimento delle udienze, vista la rilevanza pubblica del procedimento, il presidente del collegio Maria Luisa Balzarotti si è riservata di dare una risposta successiva alle tante richieste delle tv che chiedono di riprendere le diverse sedute del dibattimento.
Con l’avvio del processo, iniziano anche le schermaglie difensive e le richieste degli imputati, mediate dai loro legali. Tra queste, da segnalare la giustificazione addotta dall’avvocato del presunto boss Pino Neri, il quale ha chiesto di poter conciliare la sua partecipazione al processo con le sedute di dialisi che deve sostenere: «Non posso sopportare lo stress del viaggio e dell'udienza, prima della seduta di dialisi a cui mi devo sottoporre». Ogni commento, anche ironico, sulla pretestuosità delle motivazioni addotte sembra superfluo. I diritti dei malati vanno rispettati, ci mancherebbe e non ci sarebbe nulla da ridere, se non fosse tutto dannatamente serio.
 
Stabilito il calendario delle prossime udienze (23 e 30 giugno, 7, 12 e 19 luglio) il processo è stato aggiornato al 14 giugno presso l’aula bunker di via Ucelli di Nemi. È stata quest’aula bunker la sede in cui si sono svolti i più importanti processi contro le cosche istruiti dalla Dda milanese che si svolsero nella seconda metà degli anni Novanta e che, si pensava allora forse troppo ingenuamente, con quasi tremila condanne avrebbero definitivamente decapitato la piovra mafiosa in Lombardia. 
 
La ‘ndrangheta, in particolare, ha dimostrato in quest’ultimo decennio di non aver allentato la presa sugli affari e sul territorio lombardo e, c’è sicuramente da scommettere, che gli affiliati e i loro sodali che sono rimasti immuni dagli ultimi provvedimenti cautelari stiano riorganizzando le file delle cosche, in accordo con le locali calabresi, una volta passata la sbornia secessionista di Novella.
 

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La confisca dei beni alle mafie: un'occasione di sviluppo

banner_micromegadi Lorenzo Frigerio – www.liberainformazione.org

Pasta e vino, e con essi altri frutti della terra prodotti di utilizzo quotidiano e anche una colata di calcestruzzo sono oggi i veri simboli della lotta alle mafie, i segni tangibili che la battaglia contro le cosche può essere vinta, creando occasione di sviluppo e lavoro nel pieno rispetto della legalità. La pasta e il vino sono quelli realizzati dalle cooperative di giovani che lavorano i terreni confiscati alle mafie e che oggi sono commercializzati in tutto il Paese con il marchio di qualità e legalità “Libera Terra”; il cosiddetto “calcestruzzo della legalità”, invece, è quello prodotto a Trapani dalla nuova cooperativa “Calcestruzzi Ericina Libera”, inaugurata agli inizi del febbraio 2009. 

Libera Terra, qualità nella legalità
“Libera Terra” è il marchio attribuito ad una ricca serie di prodotti (oltre una ventina oggi e tutti di alta qualità organolettica e ricavati con i metodi dell’agricoltura biologica) frutto delle fatica quotidiana dei giovani agricoltori delle cooperative sociali che aderiscono a “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, il cartello di associazioni antimafie che dal 1995, sotto la guida di Don Luigi Ciotti, già fondatore del Gruppo Abele, coniuga percorsi di impegno civile e sociale, con progetti di formazione nelle scuole per studenti e docenti, iniziative di informazione e sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza.

Nel corso degli anni i prodotti con il marchio “Libera Terra” sono cresciuti di importanza e hanno acquisito mercato e notorietà in Italia e nel mondo. I vini Centopassi, prodotti dalla Cooperativa Placido Rizzotto e dalla Cooperativa Pio La Torre, che hanno avuto in affidamento dal Consorzio Sviluppo e Legalità dell’Alto Belice Corleonese alcuni importanti vigneti, si stanno affermando sempre più e, nelle recenti edizioni delle più prestigiose guide enologiche italiane, hanno riportato voti altamente lusinghieri. Basti pensare che alla prossima edizione di Vinitaly, in programma a Verona in aprile, saranno presentati tre nuovi vini biologici di alta qualità, mandati in produzione in singoli vigneti. 

Singolare anche la modalità di costituzione delle cooperative, che viene attuata con la selezione dei cooperanti mediante bando pubblico: oltre alle mansioni lavorative, è richiesta una piena adesione al progetto di lavoro su terreni confiscati alle mafie. Si vuole che quanti saranno scelti siano assolutamente consapevoli della delicatezza del loro ruolo, anche in termini di funzione educativa e sociale. Nasce così la “Placido Rizzotto” in Sicilia nel 2001, a cui si aggiungono successivamente le cooperative “Valle del Marro” in Calabria, “Pio La Torre” in Sicilia e “Terre di Puglia” nel Salento. In occasione della Giornata della memoria e dell’impegno, promossa da Libera a Napoli nel 2009 a cui hanno partecipato oltre 150.000 persone provenienti da tutta Italia e anche da fuori – un numero imprevedibile, ripetutosi però anche nel 2010 a Milano – ha preso avvio formalmente il processo di costituzione di una nuova cooperativa chiamata a gestire una fattoria sociale con annesso caseificio, su terreni che sono stati confiscati al clan dei Casalesi; il traguardo ambizioso ma perseguibile è la prossima produzione di mozzarelle di bufala, altro prodotto biologico che si possa aggiungere ai tanti fin qui realizzati, in meno di un decennio. La nuova cooperativa si chiama “Le Terre di Don Peppe Diana”, in ricordo del coraggioso sacerdote ucciso a Casal di Principe il 19 marzo del 1994. 

Il calcestruzzo della legalità

Alle diverse cooperative che lavorano le terre restituite un tempo di proprietà mafiosa e ora confiscate dallo Stato, recentemente si è aggiunta una nuova realtà, parzialmente diversa in ragione dell’oggetto sociale: la cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera costituita da sei soci, un tempo dipendenti della stessa azienda confiscata a Vincenzo Virga, boss trapanese. 

L’azienda che produce calcestruzzo, dal giugno 2000, quando viene confiscata, è gestita in amministrazione giudiziaria e ci vogliono quasi dieci anni per trasferire i beni aziendali della Calcestruzzi Ericina alla cooperativa che, nel frattempo, viene costituita dai lavoratori: quasi dieci anni perché possa nascere finalmente la Calcestruzzi Ericina Libera, grazie all’impegno e alla collaborazione di diversi soggetti, dalla Prefettura di Trapani, alle forze dell'ordine e alla magistratura, dall’Agenzia del Demanio a realtà produttive come Unipol e Legacoop, con una regia complessiva esercitata da Libera.  

Questi anni servono anche per rinnovare le strutture per la produzione di calcestruzzo, ma anche per realizzare un impianto all’avanguardia per il riciclaggio di inerti: anziché finire al macero, o peggio essere abbandonati con gravi danni per l’ambiente circostanti, materiali da discarica possono essere trasformati per essere impiegati nuovamente in edilizia. Una nuova sfida imprenditoriale che però consente alla nuova cooperativa di misurarsi in modo competitivo all’interno del mercato delle costruzioni potendo contare anche su alcune risorse tecnologiche di non poco conto.

Un mercato, quello dell’edilizia, che ancora oggi risente in larga parte dell’influente presenza negativa delle cosche, non solo al sud, come testimoniato anche da una recente operazione dell’Arma dei carabinieri che ha portato alla luce in tentativi di infiltrazione, in parte andati purtroppo a buon fine, negli appalti dell’Alta Velocità alle porte di Milano e in quelli per i lavori di ammodernamento della A4 nella tratta tra Bergamo e Milano. 

In questi anni la rete di Libera ha consentito alle cooperative di operare in serenità e guardando al futuro, nonostante le intimidazioni, gli attentati e le preoccupazioni che quotidianamente i cooperanti devono affrontare, rischiando molto anche in termini economici. Non dimentichiamo, infatti, che i beni restano di proprietà dello Stato, secondo la formula del comodato, cioè del prestito d’uso gratuito. 

L’art. 416 bis e le misure patrimoniali

Se queste sono le eccellenze, se questi i segni di un cambiamento possibile, occorre fare un passo indietro per capire come si è arrivati a questi straordinari risultati, pur tra mille difficoltà. La strategia di attacco ai patrimoni mafiosi è frutto di una lunga elaborazione da parte di politici, magistrati, esponenti della società civile, che prende le mosse quasi quarant’anni fa. È sul finire degli anni Sessanta che due grandi processi alle cosche siciliane, celebrati a Bari e Catanzaro per motivi di ordine pubblico, terminano con una scandalosa serie di assoluzioni per insufficienza di prove. Ciò accade per la mancanza di una previsione legislativa del reato di associazione mafiosa: se è complicato ma possibile provare un omicidio o un traffico di sostanze stupefacenti, diventa praticamente impossibile provare l’esistenza di un’associazione mafiosa vera e propria. 

L’esito negativo di quei processi rinfocola così la polemica contro quelle che vengono tacciati di essere teoremi, ardite ricostruzioni della magistratura da parte di chi non vede l’ora di dire che la mafia non esiste, che il mafioso è solo un uomo che sa farsi giustizia da sé, che la cultura mafiosa è propria di alcune regioni e destinata a scomparire con l’arrivo del progresso e dello sviluppo nel Mezzogiorno d’Italia. Ingenuità, opportunismi, collusioni, cointeressenze: tutti atteggiamenti che confluiscono nel creare alibi sociologici e culturali, fino a metterne in dubbio la stessa esistenza, ad una vera realtà criminale, strutturata su base territoriale, con rigide regole d’affiliazione e di appartenenza e i cui obiettivi sono l’accumulazione di profitti illeciti e la ricerca costante e continua con il potere legale, per inquinarlo e trarne ogni tipo possibile di vantaggio. 

Ci vogliono quasi vent’anni prima che lo Stato si possa dotare di una serie di norme che colpiscano l’associazione mafiosa in quanto tale. E ci vogliono anche un gran numero di omicidi eccellenti prima che le intuizioni di Pio La Torre, deputato nazionale e segretario del Partito Comunista in Sicilia, prendano finalmente valore di legge. 

Grazie alla sintesi delle sue conoscenze del fenomeno mafioso – una conoscenza maturata nel corso di anni di lotta sindacale nei latifondi per dare dignità e lavoro ai contadini, sottomessi dalla violenza mafiosa – e degli approfondimenti investigativi di alcuni magistrati, come Cesare Terranova e Gaetano Costa, prende corpo una serie di norme, tra cui l’articolo 416 bis che introduce nel Codice Penale il reato di associazione di tipo mafioso e le misure di prevenzione patrimoniale. Accanto alla sorveglianza speciale e all’obbligo di soggiorno, si prevede il sequestro e l’eventuale confisca di tutti i beni disposti “a carico delle persone nei cui confronti possa essere proposta una misura di prevenzione perché indiziate appartenere ad associazioni di tipo mafioso”. Nel caso in cui non si riesca a provare la lecita provenienza di questi beni, è prevista la confisca in via definitiva degli stessi.

È questo il cuore del problema, secondo La Torre: per colpire le cosche mafiose occorre colpirne la fase di accumulazione e reinvestimento dei capitali. La Torre, Terranova, Costa, come molti altri in quei terribili anni, pagano con la vita il loro impegno nel contrasto alle mafie. Quella che passa alla storia come la Legge “Rognoni – La Torre” – la legge, infatti, prende il nome dal Ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni, e dal politico che più di tutti si era speso nel dare una nuova lettura del fenomeno mafioso, La Torre appunto – viene finalmente approvata soltanto all’indomani dell’ennesimo delitto eccellente annunciato, quello del Prefetto di Palermo, Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso insieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro e all’autista Domenico Russo il 3 settembre 1982.

Dal maxiprocesso alle stragi del 1992

Grazie alla previsione del terzo comma dell’articolo 416 bis C.P1., il pool dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, costituito da Rocco Chinnici e poi, dopo la sua morte violenta (un’autobomba piazzata sotto casa il 29 luglio 1983), guidato da Antonino Caponnetto, riesce a istruire il primo maxiprocesso alle cosche palermitane, portando alla sbarra centinaia e centinaia di uomini di Cosa Nostra. Lo Stato sembra riscuotersi da un torpore durato decenni e supporta in pieno e con ogni mezzo l’azione della magistratura che si avvale per la prima volta del contributo determinato dei collaboratori di giustizia, più conosciuti dall’opinione pubblica come “pentiti”: mafiosi cioè che decidono di fare un accordo con lo Stato per avere salva la vita e, in cambio, rilasciare importanti dichiarazioni sull’organizzazione mafiosa. 

Il maxiprocesso è uno spartiacque fondamentale nella lotta alle mafie: Cosa Nostra è visibile dopo decenni di polemiche e incertezze, i boss vengono processati, le collusioni e le infiltrazioni vengono messe allo scoperto. Dopo le condanne, che diventeranno definitive il 31 gennaio 1992, scatenando una nuova stagione di sangue, non è più possibile dire che la mafia non esiste.
La magistratura si misura anche con gli strumenti di prevenzione patrimoniale, ma nonostante i primi successi, gli sforzi sembrano immani, forse e soprattutto perché manca ancora qualcosa.

Quel qualcosa nasce grazie all’impegno di un network nazionale di associazioni che nasce dopo le terribili stragi del 1992, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino con otto agenti di scorta: quell’estate di fuoco, seguita da un biennio carico di rischi per la tenuta democratica del nostro Paese, tra stragi e trattative, segna un punto di non ritorno nella lotta alle mafie. Appare ormai chiaro con tutta evidenza che non basta l’attività repressiva, pur importante, di forze dell’ordine e magistratura per battere le mafie. Serve qualcosa di diverso, qualcosa che tolga consenso sociale alle cosche e crei le condizioni per prevenire il fenomeno. Nasce così “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, chiamando a raccolta associazioni, scuole, cittadini e le più varie tra loro espressioni e realtà della vita quotidiana, per creare forme di impegno stabile nella lotta alle mafie. 

Il primo impegno del costituito network antimafia è la raccolta di oltre un milione di firme di cittadini per la presentazione di un testo di legge che rilanci con forza le centralità del versante patrimoniale nel contrasto alle mafie. “Vogliamo che lo Stato sequestri e confischi tutti i beni di provenienza illecita, da quelli dei mafiosi a quelli dei corrotti. Vogliamo che i beni confiscati siano rapidamente conferiti, attraverso lo Stato e i Comuni, alla collettività per creare lavoro, scuole, servizi, sicurezza e lotta al disagio”: così si apre l’appello sotto il quale appongono la loro firma oltre un milione di italiani. Quella proposta di iniziativa popolare diventa la Legge 7 marzo 1996, n. 109 approvata a camere ormai sciolte, in vista della imminente scadenza elettorale: una legge che oggi consente il riutilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi, in alternativa all’utilizzo da parte dello Stato per finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile.   

Grazie all’utilizzo sociale, si dimostra che quanto le mafie hanno tolto alla collettività con violenza, inganno, illecito torna alla stessa società con l’impiego dei medesimi per uno scopo collettivo, di crescita civile. Le diverse forme di riutilizzo sociale sono anche un mezzo per sottrarre consenso agli uomini delle mafie nei territori di appartenenze, per far vedere come la giustizia prevale sempre e comunque sull’illegalità.

I numeri della “Mafia S.p.A.”

Dall’entrata in vigore della legge ad oggi, molti progetti di riutilizzo dei beni confiscati sono andati a buon esito: case, terreni e aziende hanno conosciuto una seconda vita, potendo diventare nel luogo di confisca un segno della vittoria dello Stato. Eppure non mancano coloro che restano scettici sulla capacità di sottrarre veramente i beni alle mafie. Infatti, secondo una stima fatta dalla Direzione Investigativa Antimafia e ripresa dal settimanale economico “Il Mondo”, tra il 1992 e il 2006 sarebbero stati sequestrati ai boss beni per un valore di oltre 4 miliardi di euro, mentre il valore delle confische ammonterebbe solo a 744 milioni. Alcuni dicono che bisogna moltiplicare per dieci queste cifre, per avvicinarsi alla realtà, tenuto conto della svalutazione e dell’entrata in vigore dell’euro. In realtà, si tratta pur sempre di stime sulle quali non fare troppo affidamento, in quanto diventa difficile determinare con esattezza l’esatto valore di terreni, abitazioni o aziende. 

Un valore quello di questi beni che viene comunque diminuito nel passaggio attraverso le varie fasi necessarie per arrivare al riutilizzo a fini sociali: dal momento del sequestro alla confisca definitiva; dalla confisca al provvedimento di destinazione del bene; infine, dalla consegna all’uso effettivo, sociale o istituzionale non importa. La perdita di valore può dipendere dagli atti di vandalismo effettuati dagli stessi proprietari di un tempo che non sopportano che altri possano godere di quelle che continuano a considerare proprie ricchezze; ma il nemico più pericoloso resta l’usura dovuta al mancato utilizzo. Non a caso le maggiori difficoltà si incontrano quando si tratta di operare un minimo di manutenzione per ripristinare l’utilizzo del bene o riavviare le coltivazioni.

Facendo una valutazione complessiva di quanto è stato confiscato, si consideri come, in data 1 novembre 2010, gli immobili e le aziende sottratte alle mafie erano 11.152, la maggior parte concentrata nelle isole (con la Sicilia a quota 4.971) e nel sud del paese (Campania 1.679 e Calabria ferma a 1.544). Da registrare il dato della Lombardia (957) che contende la quarta piazza alla Puglia (906), dimostrando quale via prendano i profitti mafiosi nella fase di riciclaggio dei capitali illeciti. Questa ultima considerazione è confermata dall’analisi della classifica delle regioni per numero di aziende confiscate. La Lombardia si trova al terzo posto con 195, dietro soltanto a Sicilia (516) e Campania (268).

Ora confrontiamo questi numeri con la realtà economica delle mafie nel loro insieme. Una presenza criminale che, nel corso dei decenni, si è fatta impresa, multinazionale del crimine. Stando all’ultimo rapporto SOS Impresa, pubblicato nel gennaio del 2010, il fatturato complessivo delle mafie nostrane sfiora i 135 miliardi di euro all’anno. Altrettanto impressionante è il dato dell’utile della holding mafiosa: si parla di quasi 80 miliardi di euro all’anno.
In questi mesi si parla, sempre più spesso a sproposito, di emergenza sicurezza, puntando i riflettori della pubblica opinione di volta in volta sugli sbarchi clandestini, le aggressioni brutali ai danni di clochard e, in ultimo, gli stupri nelle metropoli,. Fermo restando la drammaticità delle situazioni appena elencate, nessuno che abbia invece detto chiaramente che la vera emergenza, senza ombra di dubbio, è costituita dalla presenza delle mafie nel nostro paese e dalla loro criminale capacità di infiltrare il tessuto sociale ed economico della nostra vita quotidiana. 

 

 

Stasera alle 18.30: "DAL BENE CONFISCATO AL BENE COMUNE"

locandina 4 marzo Il Presidio di Libera – Molfetta, dopo gli incontri pubblici di gennaio, torna a dialogare con la cittadinanza venerdì 4 marzo alle ore 18,30 nella Sala Finocchiaro della Fabbrica di San Domenico

La manifestazione denominata "Dal bene confiscato al bene comune” intende attrarre l’attenzione dei molfettesi su un preciso interrogativo “Dal 2002 a Molfetta ci sono dei beni confiscati. Quale sarà il loro utilizzo?”. 

Infatti, come non tutti sapranno, nella nostra città sono presenti cinque beni confiscati, ovvero un locale ad uso generico in Vico S. Alfonso 8, un terreno agricolo in Contrada Piscina Messere Mauro, e tre appartamenti, rispettivamente, in via Arco Catecombe n.12 – 14, vico I° S. Stefano 2 e via S. Nicola 48. Riassegnati al Comune dal 2002, sono stati, parzialmente, riutilizzati. 

Il Presidio di Libera – Molfetta, dunque, con questa conferenza, intende sensibilizzare la cittadinanza sulla presenza di questi beni confiscati, ed inoltre portare all’attenzione dell’attuale Amministrazione la necessità di far chiarezza sulla loro assegnazione secondo la prescrizione della legge 109/96. 

A rafforzare la legittimità di questa richiesta durante la serata ci saranno i racconti degli intervenuti. Si partirà dall’esperienza a livello nazionale nell’ufficio presidenza di Libera di Davide Pati, che parlerà dei risultati raggiunti con la suddetta legge e delle problematiche legate all’assegnazione e al riutilizzo dei beni confiscati. Si passerà poi all'esperienza anche locale, oltre che nazionale, di Cosmo Damiano Stufano, vice presidente nazionale di Avviso Pubblico e responsabile per l’associazione dell’area Beni Confiscati. Stufano con Avviso Pubblico si è occupato sia dei beni confiscati, e già riutilizzati, nella città di Giovinazzo che dell'azione degli altri comuni e delle istituzioni nella lotta alle mafie. 

Per concludere, ci sarà l’intervento di Matteo d'Ingeo, rappresentante del coordinamento di Libera – Molfetta, attivo sin dai tempi dell'Osservatorio 7 Luglio nella lotta per il riconoscimento del sindaco Gianni Carnicella come vittima di mafia ed inoltre da sempre propositivo ed operativo sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata attraverso forme molteplici di associazionismo, cittadinanza attiva e movimenti politici. 

Per informazioni utili sull’evento del 4 marzo, è possibile contattare direttamente il Presidio scrivendo all’indirizzo di posta elettronica presidiolibera.molfetta@gmail.com.

Colpo alla Sacra Corona Unita, 28 arresti. "Così agisce e uccide la mafia di Puglia"

192606278-0878c465-50f2-41ca-adee-c2b5fc372f42di SONIA GIOIA –  bari.repubblica.it

"La più importante operazione di polizia messa a segno negli ultimi dieci anni", con queste parole il questore di Brindisi Vincenzo Carella ha commentato la maxi retata che ha portato al fermo di ventotto indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Nove dei provvedimenti, ad altrettanti capi storici della mafia brindisina che aveva riannodato le fila tenendo sotto scacco il territorio, sono stati notificati in carcere. Tredici sono gli affiliati a piede libero arrestati, mentre altre sei sono ancora latitanti. Sono state le dichiarazioni del pentito Ercole Penna, 36 anni, a permettere il giro di vite delle indagini su vecchi e nuovi fatti di sangue. Il nome di Penna, detto Linu lu biondo, è una delle costole del quadrumvirato costituito da Massimo Pasimeni, Antonio Vitale e Daniele Vicientino a cui si attribuisce la rifondazione della quarta mafia salentina, nata sotto le insegne di Sacra corona libera dalle ceneri della Sacra corona unita, dopo la decapitazione del clan fondato da Pino Rogoli. Il collaboratore di giustizia ha svelato l'esistenza di due gruppi di fuoco l'uno contro l'altro armati per il controllo del territorio, antefatto che potrebbe spiegare da qui a breve i retroscena degli ultimi fatti di sangue a Francavilla Fontana, tre omicidi in tre mesi. Delitti per i quali si è tenuto nella Città degli Imperiali un vertice antimafia cui hanno partecipato il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano, il procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia Cataldo Motta, il direttore della Direzione centrale anticrimine, Francesco Gratteri, e il vicecapo della polizia e direttore centrale della polizia criminale, Francesco Cirillo.

Il caso Ganzer al vertice antimafia 
All'incontro era atteso anche il comandante dei Ros, Gianpaolo Ganzer, condannato a 14 anni per traffico internazionale di droga e che, dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza, ha disertato l'appuntamento. "E' un ufficiale dei carabinieri di straordinario valore – ha detto in proposito Mantovano – a cui tutti gli italiani dovrebbero essere grati per il lavoro che fino a questo momento ha svolto con risultati che sono sotto gli occhi di tutti". "Io sono certo – ha aggiunto – che quello che è accaduto nel giudizio a cui è stato sottoposto non sarà l'ultima parola che riguarderà la sua figura. Vi è stata, nel giudizio in cui è stato imputato, una lettura in chiave criminale di attività sotto copertura che sono sempre 'border line'. Spiace constatare che siano state lette in questo modo". A Mantovano è stato anche chiesto se Ganzer potrà restare al suo posto. "Questa – ha risposto – non è una scelta che dipende dalla mia opinione. Io posso esprimere soltanto un auspicio sulla base del grande valore dell'ufficiale e dei risultati che ha raggiunto".

Il memoriale del pentito: "La mafia si autorigenera continuamente"

Il collaboratore di giustizia dalla cui rivelazione sono partite le indagini e scaturiti gli arresti, ha cominciato a parlare il 9 novembre scorso, alla vigilia della sentenza che sembrava avere chiuso il capitolo giudiziario inaugurato con la operazione Mediana, che nel 2001 portò all'arresto di 167 persone. Penna è stato condannato con sentenza definitiva a tredici anni di carcere per 416 bis quattro giorni dopo. Dal carcere di Monza dove era già recluso ha chiesto di incontrare il procuratore Motta, dando la stura a racconti che vanno dall'inizio del nuovo millennio fino ai giorni nostri. Il pentito, già sottoposto a programma di protezione, ha scritto di suo pugno, un memoriale di 42 pagine, ricordi affidati ad un taccuino che promettono di riscrivere la storia della mafia pugliese in generale e salentina in particolare. A cominciare da un omicidio, quello di Ezio Pasimeni avvenuto l'8 giugno 1998, di cui Lu biondu oggi si autoaccusa, delitto per il quale era stato assolto in primo e secondo grado. Le memorie di Penna, confermate da altri quattro pentiti, confermano la tesi di Motta, ribadita a caldo del blitz: "La criminalità è eternamente capace di autorigenerarsi, e non esiste operazione di polizia che possa debellare del tutto i fenomeni mafiosi".

La guerra tra clan 
Secondo le rivelazioni dell'ultimo collaboratore di giustizia, il territorio di Brindisi e provincia era controllato da due clan, il primo dei quali non ha mai reciso definitivamente i legami con Rogoli, detenuto in 41 bis, che fanno capo Salvatore Buccarella e Francesco Campana, operativo su Brindisi città e Tuturano. Il gruppo rivale faceva capo invece ai sodali di sempre di Ercole Penna, i mesagnesi Antonio Vitale e Massimo Pasimeni. Ciascuno dei due contava sul sostegno di capi zona attivi nelle città di tutta la provincia, Villa Castelli, Cellino San Marco, Latiano, Torre Santa Susanna, Mesagne e naturalmente Francavilla Fontana. Gli ultimi delitti, costellati da attentanti dinamitardi, estorsioni ai danni degli esercizi commerciali, usura e traffico di stupefacenti, rientrano nelle logiche di spartizione del territorio dei due clan, contesa tuttora aperta. Come aperto resta il memoriale del pentito, che promette nuovi capitoli e nuove, sconcertanti rivelazioni.

Vecchi affari e nuove dinamiche 
"Da un po' di tempo evitiamo i rituali di affiliazione di persone che hanno disponibilità economiche per evitare che questo aspetto formale possa danneggiarli", dice Penna in una delle 42 pagine di memoriale, "io personalmente ritengo infatti antiquato e fuori tempo il rituale di affiliazione così come i movimenti di passaggio di grado". Il riferimento è a Giancarlo Capobianco, sodale ma non affiliato, ritenuto capozona di Francavilla Fontana, titolare di una società proprietaria di una catena di negozi per la vendita al dettaglio di articoli per la casa, in tutta la provincia, probabilmente attività di copertura per il riciclaggio del denaro, di cui Pasimeni e Penna erano soci occulti. Anche a San Michele Salentino, paese in cui a ottobre scorso, in un negozio di casalinghi che sarebbe stato inaugurato da lì a breve, è stato ucciso l'imprenditore 44enne Vincenzo Della Corte. Primo di tre omicidi commessi negli ultimi novanta giorni.

I 28 fermati sospettati di appartenere alla Scu

I destinatari dei provvedimenti di fermo di polizia giudiziaria sono, dunque, complessivamente 28. Di essi, 10 sono detenuti in carcere.
Si tratta di Martino Barletta (37 anni di Ceglie Messapica, ma residente a Villa Castelli),
Salvatore Buccarella (51 anni di Brindisi),
Sandro Campana (35 anni di Mesagne),
Domenico D’Agnano (42 anni di Carovigno, ma residente a San Pietro Vernotico),
Pasquale D’Errico (66 anni di Latiano),
Franco Locorotondo (36 anni di Mesagne),
Andrea Pagliara (26 anni di Mesagne),
Massimo Pasimeni (42 anni di Mesagne),
Raffaele Renna (31 anni di Mesagne, ma residente a San Pietro Vernotico) e
Antonio Vitale (42 anni di Mesagne).

La notifica del fermo è, invece, andata a buon fine nei confronti di 11 soggetti:
Lucio Annis (40 anni di San Pietro Vernotico),
Angelo Buccarella (32 anni di Mesagne, ma residente a Tuturano),
Antonia Caliandro (54 anni di Latiano, ma residente a Tuturano, moglie di Salvatore Buccarella),
Giancarlo Capobianco (47 anni di Francavilla Fontana),
Salvatore Capuano (41 anni di Francavilla Fontana),
Antonello Raffaele Gravina (42 anni di Mesagne),
Francesco Gravina (51 anni di Mesagne),
Benito Leo (51 anni di Brindisi),
Cosimo Leto (57 anni di Brindisi),
Cosimo Nigro (39 anni di Tuturano) e Elia Pati (35 anni di Mesagne, ma residente a Tuturano).

Dei sette che sono sfuggiti al fermo, due (Francesco Campana e Daniele Vicientino) sono latitanti da tempo, mentre cinque – Oronzo De Nitto (35enne di Mesagne), Vito Antonio D’Errico (42enne di Latiano), Antonio Centonze (42enne di Brindisi), Gaetano Leo (45enne di Francavilla) e Alessandro Monteforte (36enne di san Pietro) – erano già spariti al momento del blitz.

Il boss pentito inguaia la Scu

Criminalità, ce n’è troppa o poca?

Molfetta città a criminalità zero oppure città dalla sicurezza pubblica precaria? Su questo dilemma si registra una inedita polemica tra il movimento Liberatorio Politico di Matteo d’Ingeo e l’associazione provinciale Antiracket guidata da Renato de Scisciolo.
Per l’associazione che affianca gli imprenditori pugliesi nella battaglia contro il pizzo, Molfetta è una città sostanzialmente tranquilla sotto il profilo della sicurezza nelle strade. Lo confermerebbero i dati ufficiali sui reati che avvengono a Molfetta rapportati a quelli di altre città: da queste parti sono fortunatamente rari gli omicidi, mentre gli altri reati risulterebbero entro parametri fisiologici.
Concetti ribaditi recentemente durante un convegno – intitolato “Mafia in Puglia” – che il presidente dell’associazione provinciale Antiracket Antimafia ha tenuto insieme con il console generale di Germania a Napoli, Christian Much. L’immagine di Molfetta che è emersa dall’incontro è quella di una città immune dalla presenza della grandi organizzazioni criminali. Anche i copiosi investimenti nella zona artigianale e nella zona industriale, con gruppi imprenditoriali provenienti da fuori regione, sarebbero una conferma di quanto il territorio molfettese sia allettante per il mondo delle imprese.
Tesi rigettata dal Liberatorio Politico che della battaglia per la legalità fa da sempre una propria bandiera. “Noi non sappiamo dove vive il sig. De Scisciolo e che conoscenza abbia della situazione delinquenziale e criminale molfettese, noi invece viviamo a Molfetta e ne siamo a conoscenza. Molti di noi – si legge ancora sul blog del Liberatorio – hanno vissuto in ‘prima linea’ negli anni ’90 e sanno cosa è accaduto in città grazie alla sottovalutazione dei fenomeni di micro e macrocriminalità, non solo da parte di certa parte politica, ma anche delle forze dell’ordine che ritenevano, allora, la situazione molfettese non allarmante rispetto a tanti altri comuni della provincia di Bari”.
Insomma, per D’Ingeo la realtà è che Molfetta sta attraversando “un momento di grande degrado morale e civile dove trovano terreno fertile micro e macro-criminalità”.
Intanto, resta un invito rivolto all’Associazione Antiracket Provinciale “ad occuparsi della realtà molfettese organizzando conferenze pubbliche in orari più consoni alla partecipazione dei cittadini in modo che ci si possa confrontare pubblicamente sui temi della criminalità locale”.
 
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Una piccola nota a margine di questo articolo senza firma apparso su Barisera del 27 ottobre 2010. Ci sembra imprecisa e fuorviante l'informazione data a proposito della situazione molfettese e in particolare di un fantomatico  "convegno – intitolato “Mafia in Puglia” – che il presidente dell’associazione provinciale Antiracket Antimafia ha tenuto insieme con il console generale di Germania a Napoli, Christian Much". Si tratta invece di un incontro svolto alle 14.30 del pomeriggio, a porte chiuse e riservato alla stampa. Le poche informazioni conosciute sono state portate fuori da qualche giornalista affamato, vista l'ora. Non c'è mai stato un manifesto cittadino o qualsivoglia invito che favoriva la partecipazione dei cittadini. Del resto l'associazione Antiracket molfettese e provinciale ci ha abituati a questo tipo di iniziative. Evidentemente l'attività principale della stessa è quella di costituirsi parte civile nei vari processi di usura sparsi un po' ovunque in provincia e in regione forse per dar lavoro agli avvocati che ne fanno parte. Per il resto l'attività dell'associazione è sconosciuta ai cittadini e nè si conoscono iniziative di denuncia e proposte per la crescita della cultura della legalità.

Nella casa dei misteri oggi simbolo della lotta alla mafia

Viaggio a Corleone nella palazzina che ha ospitato la latitanza del super boss. Adesso lo stabile è diventato la casa delle associazioni impegnate nella lotta alle cosche. Don Luigi Ciotti: 'Ora questi misteri vogliamo cominciare a svelarli'.

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/08/183804632-d717f31c-10c2-489e-b6b5-cc442e225617.jpg

di Salvo Palazzolo (www.repubblica.it/…)

E' ancora la casa di molti misteri. Cortile Colletti 2, Corleone. Dove Bernardo Provenzano si sarebbe rifugiato più volte durante la sua lunga latitanza. "Ma adesso quei misteri vogliamo cominciare a svelarli", dice don Luigi Ciotti mentre entra nella palazzina che fino al 1985 apparteneva alla famiglia Provenzano e oggi è diventata una casa delle associazioni antimafia e una bottega dei prodotti realizzati nelle terre confiscate ai boss.

"Questo non è un museo  –  dice il sindaco di Corleone, Nino Iannazzo  –  è un laboratorio concreto di antimafia. E da questo luogo simbolo, oggi, vogliamo dire che non c'è più spazio per chi vorrebbe tornare a seminare il terrore a Corleone, o da Corleone". Sono le stesse parole che il primo cittadino pronunciò l'anno scorso dopo la scarcerazione del figlio di Riina, Giuseppe: qualche mese dopo, il rampollo di don Totò tornò in carcere per scontare un residuo di pena della condanna per associazione mafiosa. Uscirà a marzo.

GUARDA LE IMMAGINI

Sul prospetto della palazzina un tempo dei Provenzano campeggia adesso un manifesto: "Non abbiamo paura". Dentro, alle pareti, ci sono i quadri di Gaetano Porcasi, che ricordano le vittime della violenza mafiosa. Da Bernardino Verro, assassinato a Corleone nel 1915 a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e padre Pino Puglisi, rappresentanti anche con delle sagome a grandezza naturale donate dallo scrittore Carlo Lucarelli.

La bottega della legalità è stata confiscata definitivamente nel 2005, ma ci sono voluti cinque anni prima che potesse essere riconsegnata alla comunità. La ristrutturazione è costata quasi 200 mila euro: arrivati dal "Pon sicurezza" del ministero dell'Interno,  dal Comune di Corleone e dalla Regione Sicilia. Ad animare il laboratorio sono adesso il consorzio sviluppo e legalità, che raccoglie otto Comuni della provincia di Palermo, e soprattutto le cooperative sociali impegnate nei terreni un tempo dei boss ("Lavoro e non solo", "Placido Rizzotto" e "Pio La Torre").

"Quei frutti realizzati dai volontari  –  dice don Ciotti, instancabile animatore di Libera  –  sono un grande segno di speranza, perché offrono lavoro. E solo la speranza può sconfiggere la paura, che sembra tornata prepotente in molte regioni del nostro paese". Il sindaco di Corleone vuole lanciare un appello: "Questa iniziativa del governo non deve restare isolata. Corleone ha bisogno di grande attenzione, i giovani vivono un momento di forte disagio e a loro dobbiamo dare una risposta per evitare che si ripeta la storia amara di quei ragazzi diventati prima sicari e poi capimafia".

Poco dopo le 14, arrivano in cortile Colletti i ministri dell'Interno e della Giustizia. C'è anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Sono accompagnati dai vertici delle forze dell'ordine e dal prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso. "Ci siamo sbilanciati  –  dice Maroni  –  nei prossimi tre anni vogliamo vincere la guerra contro la criminalità organizzata". 

C'è un rigido cordone di sicurezza attorno alla delegazione. I ragazzi delle cooperative e la gente di Corleone sono oltre una barriera di poliziotti e carabinieri. Maroni visita la palazzina, dentro c'è spazio anche per un piccolo buffet per le autorità. Quando arrivano le blindate del ministro dell'Interno, i ragazzi delle cooperative cominciano a intonare "Bella ciao". Sono momenti di tensione nel cordone di sicurezza, non si capisce perché. Qualcuno porta l'ordine di raddoppiare la barriera. Il coro si fa ancora più forte. Maroni, circondato dalla scorta, si muove veloce col suo seguito verso l'auto che lo porterà all'elicottero.

Quando anche l'ultima autorità è andata via, il sindaco di Corleone prende a braccetto i "suoi" ragazzi, come li chiama, e tutti entrano di corsa dentro la nuova casa dell'antimafia. Adesso, è festa in cortile Colletti. Le persiane delle case attorno si aprono. Una signora anziana appende un lenzuolo bianco. Dice: "D'ora in poi, non potranno più dirlo che Corleone è solo il paese di Riina e Provenzano".
  

Che fine hanno fatto i beni confiscati ai nostri mafiosi?

http://www.liberatorio.it/IMG/LIBERA%20PRESIDIO%20DI%20MOLFETTA%20(logo).jpg

Al Sindaco del Comune di Molfetta 

 
Oggetto: Richiesta informazioni sull’attuazione della Legge n. 109 del 7 marzo 1996, “Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati”.

 
Dai dati dell’Ufficio del Commissario straordinario di Governo aggiornati al 31 dicembre 2008 risultano nel numero di trenta i Comuni della Provincia di Bari in cui vi sono beni confiscati alla criminalità.
Riteniamo opportuno come Presidio di Libera di Molfetta  fare una verifica dello stato di attuazione della Legge n. 109 del 7 marzo 1996, “Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati” anche nella nostra città.
Infatti il riutilizzo di questi beni ha un ruolo fondamentale nel combattere le organizzazioni cirminali sia dal punto di vista economico che educativo nonché nel rafforzare un sistema di relazioni tra società civile organizzata, istituzioni e imprese.
Crediamo, dunque, che il deficit di conoscenza a volte è una delle principali cause di ritardi nella piena applicazione della Legge 109/96, per questo chiediamo al nostro Comune non solo di rendere pubbliche le informazioni sui beni confiscati ma anche di creare condizioni di partecipazione e promozione, tramite adozione di regolamenti e bandi pubblici per l’assegnazione eventuale di questi beni.

A tal fine chiediamo formalmente alla Pubblica Amministrazione se:

  • ad oggi vi siano beni confiscati presenti nella nostra città;
  • tra i beni destinati al Comune di Molfetta vi siano:

         – il locale generico in Vico S. Alfonso n. 8;
         – il terreno agricolo in Contrada Piscina Messere Mauro;
         – i tre appartamenti siti rispettivamente in via Arco Catacombe
           n. 12-14, vico I S. Stefano n. 2/B, via S. Nicola n.48;

  • vi siano altri beni destinati al Comune di Molfetta, oltre quelli succitati;
  • a quali finalità siano stai ad oggi destinati;
  • tali beni siano stati acquisiti al patrimonio comunale dei beni immobili indisponibili;
  • siano stati osservati gli obblighi di legge di inventariazione e trascrizione della proprietà;
  • tali beni siano stati ad oggi dati in gestione per attività previste dalla legislazione vigente sul riutilizzo dei beni confiscati e/o siano previsti bandi per l’assegnazione di questi beni secondo la logica del riutilizzo a fine sociale.

Dal momento che il valore simbolico, educativo e culturale dell’uso sociale dei beni costituisce uno strumento per far crescere le comunità locali auspichiamo su tale questione la più ampia e reciproca collaborazione con la Pubblica Amministrazione.
In attesa di un positivo riscontro, inviamo i più cordiali saluti.


Molfetta, 8.6.2010                         

                                                        Presidio Libera Molfetta”

E si scoprì che non tutti gli assegnatari avevano i requisiti richiesti.

 Fontana 10

Nel paese Italia un Ministro si dimette perché scopre che qualcuno gli ha pagato per metà l’appartamento che ha comprato nei pressi del Colosseo, e può accadere anche che nelle estreme periferie dello stesso paese alcuni assegnatari di alloggi di proprietà comunale o di edilizia residenziale pubblica abbiano perso o non hanno mai avuto i requisiti per occupare tali abitazioni.
Molto spesso ci chiediamo come sia possibile che alcuni nuclei familiari assegnatari di alloggi I.A.C.P. o di proprietà comunale abbiano un tenore di vita non proprio corrispondente alle dichiarazioni dei redditi che gli hanno permesso di occupare un alloggio “popolare”.
Negli anni ’90, a Molfetta, alcune case di quartieri popolari erano occupate da nuclei familiari che, evidentemente, avevano perso i requisiti per poter essere assegnatari degli stessi immobili dal momento che alcuni componenti del nucleo familiare, arrestati poi per associazione a delinquere per spaccio di droga, conducevano una vita da nababbi e ostentavano beni mobili non proprio consoni a chi abita case popolari.
A Molfetta accade anche altro. Il comune diventa assegnatario di beni immobili confiscati ad alcuni soggetti malavitosi locali e li assegna ad altri cittadini o associazioni senza far conoscere i criteri che hanno giustificato l’assegnazione.
Ma l’operazione più eclatante è quella portata a termine dal nostro sindacosenatorepresidente Antonio Azzollini.
In qualche modo lui, la sua giunta, un suo dirigente e circa 50 nuclei familiarihanno utilizzato 4,5 milioni di eurodi fondi statali destinati alla costruzione di opere pubbliche per demolire e ricostruire 50 alloggi privati già destinatari di altro finanziamento statale.
Ci chiediamo come mai nessun organo di polizia o giudiziario si sia mai occupato del caso Molfetta dove tutto è lecito e impunito?
In attesa che il miracolo avvenga chiediamo al Sindaco e all’Ufficio casa comunale, ai sensi della legge regionale n. 54del 1984 ("Norme per l’assegnazione e la determinazione dei canoni di locazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica", art. 10, 16, 18, 19, 20, 21), di esercitare il potere di controllo e monitoraggio dei requisiti soggettivi e oggettivi per gli assegnatari e inquilini di immobili di edilizia residenziale pubblica e o comunale.
Il controllo e la verifica aggiornata dei requisiti andrebbe fatta richiedendo i tabulati delle assegnazioni allo IACP, e incrociando gli stati di famiglia con i tabulati delle Agenzie delle entrate (controllo dei redditi e patrimoni) e il registro della Conservatoria.
L’articolo 16 della legge 54 prevede l’accertamento periodico della situazione reddituale degli assegnatari almeno ogni due anni; non dubitiamo sull’operato degli uffici comunali ma chiediamo agli stessi di non fermarsi al semplice atto notorio.

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