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Il caso primarie scuote il Pd. L'appello di Saviano: rifatele

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Doveva essere la festa delle primarie, è diventata una devastante resa dei conti, 1 l'ultimo scontro dentro un Pd che si contende il dopo-Iervolino e il potere  nel comune di Napoli. Sulle macerie di una consultazione funestata forse da brogli, certamente da reciproche, velenosissime accuse, piomba ora la richiesta di Roberto Saviano: si rifacciano le primarie a Napoli.

E poco dopo l'annuncio destinato a suscitare nuove polemiche: il segretario Bersani chiede di rinviare l'assemblea nazionale del partito che proprio a Napoli doveva tenersi: "Adesso bisogna fare chiarezza.  Ho chiesto alla presidente Rosy Bindi di sospendere l'Assemblea nazionale e chiedo un immediato incontro alla coalizione di centrosinistra che ha organizzato le primarie a Napoli per dare risposte convincenti". Pochi minuti dopo il comunicato della Bindi: "Riconvocata a febbraio".

GUARDA L'INTERVENTO SU REPUBBLICA TV 2

Dice lo scrittore: "Mi pare che le consultazioni si siano svolte nel caso più completo. In alcuni casi, sono stati perfino allontanati i  gionalisti. mi chiedo perché. Hanno votato esponenti del centrodestra, si è parlato di voto a pagamento e di infiltrazioni della criminalità organizzata. Questa situazione va chiarita. Il partito democratico deve essere al di sopra di ogni sospetto". Saviano propone una nuova consultazione e si augura la candidatura di Raffaele Cantone, giudice anti-camorra. Il primo a fare il nome di Cantone fu Walter Veltroni all'Eliseo, il 26 novembre scorso. "A Napoli serve un candidato che parli a tutta la coalizione, a tutto il Pd a tutta la città, che dia una speranza" aggiunge l'esponente del Pd dopo l'appello di Saviano.

L'ennesima avventura pieddina in Campania è cominciata sabato scorso 3 e si è arenata nel giro di 48 ore  su ricorsi ai Garanti e assalti alla sede del partito. La corsa aveva avuto inizio di prima mattina, con il voto dalle 9 alle 21 nei seggi disseminati in tutta la città. Affluenza ottima  che induceva nuove speranze – alla fine i votanti saranno oltre 44mila -, code alle urne, entusiasmo ritrovato nelle file dei militanti.  Ma già a metà mattina è un festival di recriminazioni 4: prima l'allarme di Mancuso, candidato di Sinistra e Libertà. Poi le accuse di un secondo candidato, Nicola Oddati, e infine quelle dell'entourage di Umberto Ranieri, il più titolato dei contendenti, sostenuto dalla segreteria provinciale. 

I COZZOLINIANI INVADONO LA SEDE DEL PD 5

LA DENUNCIA DI TREMANTE: NAPOLI NON MERITAVA QUESTO 6

 Il bersaglio è il 48enne Andrea Cozzolino 7, europarlamentare, bassoliniano da sempre, titolare in Campania d'un consistente pacchetto di voti. In particolare in tre seggi della periferia Nord – accusano i suoi competitori – loschi personaggi e capibastone orientano il voto offrendo danaro in cambio di schede votate. L'accusa ha un sotto-capitolo: una parte del Pdl sarebbe mobilitata per la vittoria di Cozzolino. Un doppio marchio d'infamia, dunque: contiguità con il malaffare e intelligenza col nemico nella città devastata dalla camorra, e politicamente ultimo baluardo contro la destra.  A urne aperte, Cozzolino prova a arginare l'onda: se saranno verificati episodi di inquinamento – dice pubblicamente unendo la sua voce a quella degli altri candidati  – si intervenga duramente. "Attenzione però a non distruggere una bella prova di democrazia".

Nella notte dello scrutinio, invece, sarà un crescendo: contestazioni sempre più dettagliate, rumors assordanti. E sentimenti al calor bianco quando nelle urne Cozzolino batte Ranieri  (16358 preferenze contro 15137). Fra il sabato e la domenica circola una indiscrezione dal potenziale devastante: i garanti hanno già annullato il voto in quei famigerati tre seggi. Nel giro di 36 ore  arriva poi il ricorso di Ranieri appoggiato da Oddati, e l'altolà di Libero Mancuso. Primarie sotto ipoteca, dunque, e prima reazione infuocata di Cozzolino: "Sto contenendo la rabbia e la delusione di tanti elettori delle primarie, di centro e periferia, che si sentono umiliati, presi in giro. Ma io a differenza di altri – dice – non parlo da irresponsabile. Attendo che i garanti abbiano compiuto il loro lavoro".

 La risposta del segretario provinciale del Pd, Nicola Tremante, schierato con Ranieri, è a cannonate: "Hanno mandato a votare consiglieri di centrodestra, una cosa assurda, una soverchieria. Abbiamo foto che lo mostrano, e poi ci sono casi di extracomunitari che sono stati colti davanti a seggi e hanno dichiarato di avere avuto 5 euro per votare Cozzolino". Da Roma arriva invano l'invito ad abbassare i toni, dopo che Bersani aveva telefonato – là come a Bologna – per congratularsi della buona reattività dei fedelissimi pieddini. Ormai ognuno marcia per sè. I cozzoliniani "invadono" fisicamente la sede democratica chiedendo la ratifica del responso delle urne. Tremante si indigna. Gli altri aspettano, nessuno sa come uscirne. E Saviano lancia il suo appello: lo psicodramma si chiuda rifacendo le primarie.
 

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Wikileaks, nuovi file sull'Italia. "Politici non combattono mafia"

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Dall'Afghanistan alla mafia, nuove clamorose rivelazioni sull'Italia dai file di Wikileaks.

Scarso impegno contro la mafia. "Anche se le associazioni imprenditoriali, i gruppi di cittadini e la Chiesa, almeno in alcune aree, stanno dimostrando promettente impegno nella lotta alla criminalità organizzata, lo stesso non si può dire dei politici italiani, in particolare a livello nazionale" scrive J. Patrick Truhn, console generale Usa a Napoli, in un dispaccio del giugno 2008.  "Come ci ha ricordato Roberto Saviano, il tema (della lotta alla criminalità organizzata, ndr) è stato virtualmente assente dalla campagna elettorale di marzo-aprile" continua Truhn. Il diplomatico suggerisce a Washington di "lavorare per fare presente al nuovo governo che la lotta al crimine organizzato è una seria priorità del governo Usa, e che i drammatici costi economici della criminalità sono un argomento convincente per una azione immediata".

L'incontro con lo scrittore. ""Quelli che lottano contro la mafia – sottolinea il console-  hanno bisogno di essere considerati come dei modelli reali. E Saviano può ben essere su questa strada". Lo scrittore infatti "appare regolarmente sulla stampa e sui media radiotelevisivi non come un'autorità per la gente, ma – ed è più importante – come una bussola per coloro che sono disposti ad ascoltare". Infine il dispaccio riporta un incontro tra il diplomatico e lo scrittore. "Quando gli abbiamo chiesto come il governo degli Usa, al di là della cooperazione giudiziaria, potrebbe supportare al meglio la lotta al crimine organizzato, Saviano, in aprile, ha risposto: 'Solo parlando della questione, le date una credibilita' che il resto del mondo, italiani inclusi, non può ignorarè".


Il Ponte sullo Stretto piace alla Mafia. Il ponte sullo Stretto "servirà a poco senza massicci investimenti in strade e infrastrutture in Sicilia e Calabria. E la Mafia potrebbe essere la prima beneficiaria di questa opera, di cui si parla da decenni. Il Ponte potrebbe essere una miniera d'oro per la criminalità" sostiene Truhn, che analizza la situazione in Sicilia, dopo lo scontro politico tra Raffaele Lombardo e "il partito del premier Silvio Berlusconi". Il "grandstanding" (teatrino) politico ha "bloccato una operazione di trivellazione per gas lo scorso anno e minaccia di rinviare un importante sistema di comunicazione satellitare della Marina statunitense".

L'allarme 'ndrangheta. "Se la Calabria non fosse parte dell'Italia, sarebbe uno Stato fallito. La 'ndrangheta controlla infatti "vaste porzioni del suo territorio e della sua economia". "Loiero (ex presidente della Regione ndr)  non è stato in grado di offrire nessuna soluzione alle difficoltà della regione. Quando gli è stato chiesto come immaginava utilizzare i circa 14 milioni di euro che l'Ue aveva stanziato per la Calabria, ha dato una vaga risposta e ha cambiato argomento".

I preti "eroici".  "La Chiesa cattolica viene criticata per non assumere una forte posizione pubblica contro il crimine organizzato. Uno dei pochi preti che lo ha fatto, padre Luigi Merola, è ora sotto scorta, così come il vescovo di Piazza Armerina Michele Pennisi" scrive Truhn, che suggerisce a Washington di "cercare cooperazione nel Vaticano".

IL DATABASE DEI CABLE "SEGRETI" 1
 
Il Ponte sullo Stretto non serve. Il ponte sullo Stretto "servirà a poco senza massicci investimenti in strade e infrastrutture in Sicilia e Calabria" scrive J. Patick Truhn, console generale Usa a Napoli in un dispaccio del giugno 2009 in cui si analizza la situazione in Sicilia, dopo lo scontro politico tra Raffaele Lombardo e "il partito del premier Silvio Berlusconi". Il "grandstanding" (teatrino) politico ha "bloccato una operazione di trivellazione per gas lo scorso anno e minaccia di rinviare un importante sistema di comunicazione satellitare della Marina statunitense".

Afghanistan, 2007. I missili dell'Iran erano puntati contro obiettivi nelle province afghane sotto comando italiano, Herat e Farah. Tra i bersagli anche il Prt di Farah, gestito dagli americani. Nei nuovi file di Wikileaks si legge: "Gli iraniani hanno detto di aver puntato i missili contro questi bersagli perche si aspettano un attacco statunitense contro la Repubblica islamica". 

Dai dispacci emerge anche che alcuni gruppi talebani "operano sotto direttive emanate dal governo iraniano", e non solo: "Il governo iraniano ha dispiegato truppe lungo il confine con il distretto di Ghoryan nella provincia di Herat" si legge nel file, "e pianifica di offrire supporto agli insorti".

I file. Nel dispaccio militare Usa datato 24 giugno 2009 si può leggere che: "Il gruppo talebano di Gholam Yahya Akbary (GYA) è in possesso di alcuni razzi iraniani e mine a pressione per lanciare attacchi nel distretto di Ghozareh, a sud di Herat. Il gruppo ha ricevuto tutto l'equipaggiamento ed i finanziamenti dall'Iran, e dimostra le sue attività alla Repubblica islamica, talvolta sparando razzi e granate su Camp Arena e altri obiettivi". A luglio 2009, kamikaze arrivati da "Iran e Pakistan" e "coordinati da figure di primo piano dell'intelligence iraniana" pianificavano attacchi suicidi a Herat. 

In un altro file datato agosto 2009, si riferisce che il GYA "ha ricevuto sostegno finanziario da un alto ufficiale dell'intelligence iraniana, e progetta attacchi contro la città e l'aeroporto di Herat dopo le elezioni". Dispacci confermati dalla cronaca: in quelle settimane si contarono almeno due attacchi a colpi di razzi contro Camp Arena, senza fortunatamente causare vittime nè danni.

Talebani e armi. In altri file, si delineano le attività di addestramento dei talebani all'uso e all'assemblaggio dei micidiali Ied. In un dispaccio del settembre 2009 si fa riferimento a "sei mine anticarro molto potenti ricevute dall'Iran" che i talebani "utilizzeranno contro le forze della coalizione internazionale o esponenti di spicco della polizia afghana"
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Lettera ai ragazzi del movimento

di ROBERTO SAVIANO

Chi ha lanciato un sasso alla manifestazione di Roma lo ha lanciato contro i movimenti di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un bancomat lo ha fatto contro coloro che stavano manifestando per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova classe politica, nuove idee.

Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi. I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mostrare un'altra Italia.

I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere. Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.

Scrivo questa lettera ai ragazzi, molti sono miei coetanei, che stanno occupando le università, che stanno manifestando nelle strade d'Italia. Alle persone che hanno in questi giorni fatto cortei pieni di vita, pacifici, democratici, pieni di vita. Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent'anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti. Quei cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati indietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia, disperdono questa carica. La riducono a un calcio, al gioco per alcuni divertente di poter distruggere la città coperti da una sciarpa che li rende irriconoscibili e piagnucolando quando vengono fermati, implorando di chiamare a casa la madre e chiedendo subito scusa.

Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com'è possibile non riconoscerla? Com'è possibile non riconoscerne le premesse, sempre uguali? Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare. Il "blocco nero" o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos è il pompiere del movimento. Calzano il passamontagna, si sentono tanto il Subcomandante Marcos, terrorizzano gli altri studenti, che in piazza Venezia urlavano di smetterla, di fermarsi, e trasformano in uno scontro tra manganelli quello che invece è uno scontro tra idee, forze sociali, progetti le cui scintille non devono incendiare macchine ma coscienze, molto più pericolose di una torre di fumo che un estintore spegne in qualche secondo.

Questo governo in difficoltà cercherà con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, cercherà di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti. Ma agli imbecilli col casco e le mazze tutto questo non importa. Finito il videogame a casa, continuano a giocarci per strada. Ma non è affatto difficile bruciare una camionetta che poliziotti, carabinieri e finanzieri lasciano come esca su cui far sfogare chi si mostra duro e violento in strada, e delatore debole in caserma dove dopo dieci minuti svela i nomi di tutti i suoi compari. Gli infiltrati ci sono sempre, da quando il primo operaio ha deciso di sfilare. E da sempre possono avere gioco solo se hanno seguito. E' su questo che vorrei dare l'allarme. Non deve mai più accadere.

Adesso parte la caccia alle streghe; ci sarà la volontà di mostrare che chi sfila è violento. Ci sarà la precisa strategia di evitare che ci si possa riunire ed esprimere liberamente delle opinioni. E tutto sarà peggiore per un po', per poi tornare a com'era, a come è sempre stato. L'idea di un'Italia diversa, invece, ci appartiene e ci unisce. C'era allegria nei ragazzi che avevano avuto l'idea dei Book Block, i libri come difesa, che vogliono dire crescita, presa di coscienza. Vogliono dire che le parole sono lì a difenderci, che tutto parte dai libri, dalla scuola, dall'istruzione. I ragazzi delle università, le nuove generazioni di precari, nulla hanno a che vedere con i codardi incappucciati che credono che sfasciare un bancomat sia affrontare il capitalismo. Anche dalle istituzioni di polizia in piazza bisogna pretendere che non accadano mai più tragedie come a Genova. Ogni spezzone di corteo caricato senza motivazione genera simpatia verso chi con casco e mazze è lì per sfondare vetrine. Bisogna fare in modo che in piazza ci siamo uomini fidati che abbiano autorità sui gruppetti di poliziotti, che spesso in queste situazioni fanno le loro battaglie personali, sfogano frustrazioni e rabbia repressa. Cercare in tutti i modi di non innescare il gioco terribile e per troppi divertente della guerriglia urbana, delle due fazioni contrapposte, del ne resterà in piedi uno solo.

Noi, e mi ci metto anche io fosse solo per età e per  –  Dio solo sa la voglia di poter tornare a manifestare un giorno contro tutto quello che sta accadendo  –  abbiamo i nostri corpi, le nostre parole, i colori, le bandiere. Nuove: non i vecchi slogan, non i soliti camion con i vecchi militanti che urlano vecchi slogan, vecchie canzoni, vecchie direttive che ancora chiamano "parole d'ordine". Questa era la storia sconfitta degli autonomi, una storia passata per fortuna. Non bisogna più cadere in trappola. Bisognerà organizzarsi, allontanare i violenti. Bisognerebbe smettere di indossare caschi. La testa serve per pensare, non per fare l'ariete. I book block mi sembrano una risposta meravigliosa a chi in tuta nera si dice anarchico senza sapere cos'è l'anarchismo neanche lontanamente. Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l'esatto contrario. E se le camionette bloccano la strada prima del Parlamento? Ci si ferma lì, perché le parole stanno arrivando in tutto il mondo, perché si manifesta per mostrare al Paese, a chi magari è a casa, ai balconi, dietro le persiane che ci sono diritti da difendere, che c'è chi li difende anche per loro, che c'è chi garantisce che tutto si svolgerà in maniera civile, pacifica e democratica perché è questa l'Italia che si vuole costruire, perché è per questo che si sta manifestando. Non certo lanciare un uovo sulla porta del Parlamento muta le cose.
Tutto questo è molto più che bruciare una camionetta. Accende luci, luci su tutte le ombre di questo paese. Questa è l'unica battaglia che non possiamo perdere.

©2010 /Agenzia Santachiara

Mafie: quello che Maroni non dice

maroni-savianodi Lorenzo Frigerio   LiberaInformazione 

Dopo una settimana di alta tensione e di continui richiami alla necessità di garantire il giusto contradditorio al Governo, a seguito delle presunte accuse di collusione con la ‘ndrangheta al Nord rivolte da Roberto Saviano alla Lega, lunedì sera il ministro dell’Interno Roberto Maroni è approdato finalmente negli studi di “Vieni via con me”. Qui ha potuto ripetere, seguendo il format della fortunata trasmissione, cioè la lettura di un elenco, quello che è andato ripetendo per una settimana dai teleschermi di tutte le trasmissioni possibili immaginabili a marchio RAI e Mediaset. Ci saremmo aspettati uno spunto di novità, un qualche elemento peculiare che spiegasse a tutti gli italiani perché, dopo sette giorni passati nella trincea televisiva, il ministro leghista aveva chiesto a gran voce una sorta di riparazione al duo Fazio-Saviano. E invece niente, o meglio, tutto, stando all’impostazione data da Maroni al suo intervento: una lista di successi nella lotta alle mafie che – è sottinteso ovviamente – fanno di lui il miglior ministro degli Interni mai avuto prima e del Governo in carica il migliore in assoluto della storia repubblicana. 

Certo, difficile eccepire su quanto riportato da Maroni, ma noi di Libera Informazione ci proviamo lo stesso, a garanzia di quel contraddittorio mancato ieri sera.  È vero, signor ministro: le mafie si combattono arrestando i superlatitanti – 28 quelli presi finora e all’appello mancano solo Michele Zagaria e Matteo Messina Denaro – ed è legittimo il suo orgoglio, soprattutto quando arriva dopo il necessario e non scontato ringraziamento a magistratura e forze dell’ordine. È vero, signor ministro: le mafie si combattono sequestrando gli ingenti patrimoni dei boss e delle cosche – 35.000 beni per un valore di circa 18 miliardi di euro – che tolgono ricchezza e sviluppo a larga parte del territorio italiano.
È vero, signor ministro: le mafie si combattono contrastandone l’insediamento sul territorio ed è bene che si ricordi – come ha fatto lei stesso ieri sera – che la ‘ndrangheta è presente da tre decenni al nord e che il piano straordinario di lotta alle mafie deve andare nella direzione di perseguire uomini e affari delle famiglie mafiose.

È vero, signor ministro: le mafie si combattono rendendo le istituzioni locali impermeabili alle lusinghe mafiose. Lei giudica offensivo e ingiusto sostenere che la ‘ndrangheta interloquisca con la Lega e a supporto cita le tante operazioni antimafia – Cerberus, Parco Sud, Crimine, Infinito – portate a termine dalla DDA milanese senza che un esponente leghista finisse in manette. È vero, signor ministro: le mafie si combattono eliminando gli squilibri tra nord e sud del Paese e per ciò chiama in causa Salvemini, per ribadire che il federalismo è l’unica soluzione per la questione meridionale. È vero, signor ministro: battere le mafie passa da qui, da tutto quello che lei ha elencato ma anche e soprattutto da tutto quello che lei ha dimenticato, ci auguriamo almeno inconsapevolmente.

Le mafie si combattono, sicuramente catturando i latitanti, ma facendo in modo che la magistratura e le forze dell’ordine siano messe in condizione di lavorare meglio. Perché, se tutti questi successi arrivano oggi, pur in carenza di risorse, pensiamo a cosa succederebbe se le poste di bilancio per il funzionamento dei comparti della sicurezza e della giustizia fossero all’altezza di un paese civile. Non dovremmo vedere magistrati portarsi in tribunale la carta per le fotocopie o i poliziotti pagare di tasca propria la benzina per pedinare un mafioso. E forse si potrebbe davvero scrivere la parola “fine” al potere delle mafie.

Le mafie si combattono, sicuramente catturando i latitanti, ma facendo in modo anche che la carriera criminale non sia l’unica alternativa praticabile alla disoccupazione, al sud come al nord. Se invece l’aspettativa massima per un adolescente è finire in televisione, si comprende purtroppo come ogni mezzo diventi lecito, compresa l’illegalità e il reato. Le mafie si combattono, sicuramente sequestrando i patrimoni alle mafie, ma distinguendo tra quanto viene sequestrato e quanto viene realmente confiscato e non si perde nei meandri della burocrazia. Se non si vuole fare solo propaganda, occorre spiegare ai cittadini che l’iter che porta alla confisca è lungo e per nulla scontato. Le mafie si combattono, sicuramente sequestrando i patrimoni alle mafie, ma facendo in modo che tutte queste  ingenti ricchezze finiscano alla collettività, grazie all’uso istituzionale e/o sociale dei beni sottratti alle cosche. 
Le mafie si combattono, sicuramente sequestrando i patrimoni alle mafie, ma rendendo operativa l’Agenzia creata appositamente con una dotazione di risorse e di competenze all’altezza della sfida, che è culturale, politica ed economica.

Le mafie si combattono, sicuramente sequestrando i patrimoni alle mafie, ma anche impedendo che i proventi di corruzione e collusione e gli investimenti delle mafie droghino l’economia legale. Un provvedimento come quello approvato dal Governo per il cosiddetto “scudo fiscale” non aiuta nella lotta alle mafie, anzi produce l’effetto contrario. Le mafie si combattono, sicuramente contrastandone l’insediamento sul territorio, ma a tutti i livelli, quello politico compreso, senza che si sbandierino patenti di aprioristica diversità da parte di questo o di quel partito. Da questo punto di vista, il riconoscimento della presenza della ‘ndrangheta al nord è una precondizione a qualsiasi tipo di bonifica sociale, economica, politica. Le mafie, infatti, da sempre, cercano costantemente il rapporto con chi comanda, con la politica, senza badare ai colori e agli schieramenti; viceversa sarebbero una banda di rapinatori o spacciatori, un problema di ordine pubblico come tanti altri. 

E il ministro non si deve risentire, se nelle carte processuali da lui citate è finito anche Angelo Ciocca, un consigliere leghista eletto in Regione Lombardia che, pur non essendo allo stato indagato, è stato ripreso in compagnia di un avvocato in odore di mafia, tale Pino Neri. Le mafie si combattono, sicuramente rendendo le istituzioni locali impermeabili, ma lo si deve fare distinguendo il giudizio politico da quello giudiziario. Se veramente si vuole evitare che la magistratura faccia politica, la politica non aspetti la Cassazione per isolare i suoi rappresentanti che hanno relazioni che sono già discutibili per un normale padre di famiglia…
E il ministro Maroni ci spieghi la coerenza con quanto dichiarato ieri sera con la scelta tenuta in Parlamento dal suo partito, che ha votato contro l’utilizzo delle intercettazioni nel caso Cosentino. 

Le mafie si combattono, sicuramente eliminando gli squilibri tra nord e sud, ma la risposta federalista, in una condizione come quella attuale, sembra più la traduzione in legge dell’aspirazione leghista a lasciare il sud del Paese al proprio destino. Ricordiamoci, infatti, delle parole del professor Miglio, per anni ideologo della Lega che diceva: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.
Le mafie si combattono, infine, signor ministro, aiutando i cittadini a collaborare con la giustizia, sostenendo gli imprenditori nella denuncia del racket delle estorsioni, ribadendo a gran voce che non sono consentiti rapporti di alcun genere tra politica e mafia.

Come si concilia “l’antimafia del fare” da lei sostenuta con il fatto che quest’estate il ministro Bossi, leader del suo partito, ha dichiarato di non essere riuscito ad aprire una sede della Lega in Calabria per la presenza della ‘ndrangheta? Ha denunciato il ministro Bossi quanto accaduto ad un magistrato della Repubblica oltre che ai giornali? Come si concilia “l’antimafia del fare” da lei sostenuta con il fatto che il presidente del Consiglio dei Ministri, quando era un imprenditore in ascesa, ha pagato il pizzo per due decenni alle cosche palermitane, per il tramite di un suo collaboratore, oggi senatore della Repubblica?

Questo è solo parte di quel contraddittorio che ieri sera è mancato, di fronte alla lettura dei successi incontrovertibili di questo Governo. Siamo purtroppo quasi certi che nessuno scriverà al Presidente Napolitano o ai vertici della RAI per lamentare l’assenza di un simile contraddittorio.   

‘O Ninno, il boss bambino che studiava da manager

Ascesa e caduta di Anto­nio Iovine, il camor­rista che vol­eva con­quistare l’Italia. Tutto ciò che è cemento sus­ci­tava il suo inter­esse e quello delle sue imp­rese. È rius­cito anche a fare accettare la droga, un tabù per i Casalesi

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Anto­nio Iovine

di Roberto Savianorobertosaviano.it

Final­mente è stato arrestato. Era il viceré. Ma ormai i viceré dopo dieci anni diven­tano quasi re. E infatti lui e l’altro lati­tante Michele Zagaria sono i due capi che, dopo l’arresto di San­dokan Schi­avone, hanno diviso il clan in una sorta di diarchia.
‘O Ninno, il bam­bino, per­ché con il suo viso da fan­ci­ullo era arrivato gio­vanis­simo ai ver­tici del clan. Per­ché le orga­niz­zazioni crim­i­nali hanno un grande van­tag­gio rispetto all’economia legale ital­iana: sono mer­i­to­cratiche. Un mer­ito iden­ti­fi­cato nella sever­ità d’azione, nella spi­etatezza, nel saper gestire gli impren­di­tori, com­prare la polit­ica e saper ammaz­zare. Iovine, uomo della borgh­e­sia camor­ris­tica, è stato potente sulla piazza di Roma. È stato pro­pri­etario della dis­coteca più pres­ti­giosa della cap­i­tale e l’edilizia è sem­pre stato, come per ogni capo casalese, il suo ambito priv­i­le­giato. Inves­ti­menti nel set­tore immo­bil­iare in ogni angolo d’Italia e in molta parte dell’est Europa, ma cantieri, movi­mento terre, sub­ap­palti, for­ni­ture di cemento, noli a caldo e noli a freddo, alta veloc­ità, gal­lerie. Tutto ciò che è cemento aveva l’interesse di Anto­nio Iovine e delle sue imp­rese. La droga, un tabù per i boss casalesi, che pote­vano trat­tarla ma mai diret­ta­mente nei loro ter­ri­tori, ‘o Ninno riesce a farla accettare, riesce a creare sac­che di toller­anza. Il suo clan aveva escog­i­tato uno stru­mento infal­li­bile per trasportare coca: usa­vano le mac­chine dei vig­ili urbani e i vig­ili stessi come corrieri.
Anto­nio Iovine non ha affatto il pro­filo dei vec­chi boss che lo hanno pre­ce­duto, come Anto­nio Bardellino o Francesco Bidognetti. Non si pre­senta come un bufalaro, che la ric­chezza crim­i­nale ha reso potente sig­norotto. ‘O Ninno ha imparato da Schi­avone ad agire come un man­ager e ad uccidere come i casalesi sem­pre dicono, “per legit­tima difesa”, ossia solo per­sone che si met­tono con­tro i tuoi affari o “com­pari” di clan nemici o amici, ma comunque camor­risti e quindi pronti a dare e perdere la vita. Iovine ha gestito il clan con pru­denza e ha por­tato ovunque i suoi affari, spesso anche all’estero. I suoi par­enti si sono trovati in posti chi­ave. Carmine Iovine, suo cug­ino, è stato diret­tore dell’Asl di Caserta. Ric­cardo Iovine, fratello di Carmine, è stato arrestato per aver dato ospi­tal­ità al killer in lati­tanza Giuseppe Setola.
La for­tuna della sua famiglia è dipesa dalla sua inf­lessibil­ità, dal suo essere un capo­famiglia severo, tal­volta spi­etato. Come nei riguardi di sua cog­nata, Rosanna De Nov­el­lis, vedova di suo fratello Carmine ucciso per ritor­sione con­tro di lui. Rosanna, dopo la morte del mar­ito prende a fre­quentare altri uomini, ma non sono mai relazioni sta­bili. Questo la famiglia può toller­arlo (purché resti tutto in seg­reto), per­ché nes­suno deve pren­dere il posto del defunto mar­ito. Rosanna però si innamora e decide di sposarsi con un uomo lon­tano dal clan e dagli affari di famiglia, senza chiedere parere e approvazione. Ma soprat­tutto Rosanna pre­tende di man­tenere gli agi e i lussi con­cessi alle vedove rispet­tose nonos­tante avesse perso ogni priv­i­le­gio per­ché in casa faceva coman­dare un estra­neo. Era questo che la famiglia pen­sava e per questo si decise di allon­ta­narla defin­i­ti­va­mente. Anto­nio Iovine con lei fu inf­lessibile, rispose una sola volta alla preghiera di sua cog­nata con una let­tera lap­i­daria in cui le inti­mava di non cer­carlo mai più e che a giu­di­carla sareb­bero stati i suoi figli maschi. Rosanna De Nov­el­lis fu allon­tanata, per lei niente più stipen­dio men­sile, niente più paga­mento del mutuo e il divi­eto asso­luto di poter portare persino un fiore sulla tomba del defunto marito.
Così si comanda un clan. Così si incute tim­ore e si ottiene rispetto: essendo inf­lessibili prima di tutto con la pro­pria famiglia. Non facendo sconti a nes­suno. Così si ottiene la pos­si­bil­ità di poter trattare stu­pe­facenti, con­travve­nendo a una legge non scritta ma da sem­pre rispet­tata. Iovine, che rap­p­re­senta le nuove gen­er­azioni camor­riste, costru­ite nel ciclo dei rifiuti e rici­clando in quello del cemento, è cresci­uto nel peri­odo delle faide che causa­vano come quella tra bardellini­ani e casalesi centi­naia di morti all’anno.
L’arresto di Anto­nio Iovine è una vit­to­ria, ma lo sarà davvero se non si lascerà che altri lo sos­ti­tu­is­cano. È una vit­to­ria ogni qual volta ci si rende conto di aver fatto un passo in avanti, ogni volta che la legal­ità ha sot­tratto ter­reno alla crim­i­nal­ità orga­niz­zata. E dell’arresto di Anto­nio Iovine anche il Nord deve gioire per­ché non è immune da queste dinamiche che sem­pre più ne regolano affari e geografie. Anto­nio Iovine è divenuto poten­tis­simo pro­prio al Nord. Ha i suoi affari, che con­tin­u­ano ad essere floridi, in Emilia Romagna, in Lom­bar­dia, in Piemonte e in Lig­uria. Il risul­tato messo a segno dalla Squadra mobile di Napoli è fon­da­men­tale ed è stato pos­si­bile rag­giungerlo gra­zie alle inchi­este dei gio­vani pm da sem­pre in prima linea con­tro il clan. Antonello Ardi­turo e Alessan­dro Milita coor­di­nati dal pm Fed­erico Cafiero De Raho, sim­bolo della lotta al clan dei casalesi, l’uomo che ne è la memo­ria storica.
Ma se la battaglia finisce con le manette per i boss ci saranno i sor­risi, come quelli mostrati dal Ninno. Sor­risi come a dire, in carcere vado a coman­dare, tutto questo l’avevo già pre­visto. Vi ho fatto il regalo così vi sen­tite tutti più effi­ci­enti e buoni tanto fuori restano i miei cap­i­tali. È il Nord il cen­tro degli inves­ti­menti mafiosi, casalesi come cal­abresi e sicil­iani. Un Nord troppo aperto a pren­derne i cap­i­tali e a divenire cas­saforte sicure del rein­ves­ti­mento. Un Nord dove le mafie cer­cano di inter­loquire con chi comanda in polit­ica, un Nord che si crede immune e invaso quando invece sem­pre più spesso è com­plice e con­nivente. Quello lan­ci­ato dalla Dia sul con­dizion­a­mento della polit­ica dell’economia e dei servizi da parte delle orga­niz­zazioni crim­i­nali in Lom­bar­dia dovrebbe essere un allarme pri­or­i­tario per tutto il Paese. Ieri è stato un bel giorno, ma da non far tra­montare. A Sud si nascon­dono in tuguri e case di cam­pagna da cui cer­care di scap­pare dalla fines­tra, al Nord costru­is­cono palazzi come nel cen­tro di Milano in via Santa Lucia.

Il Senatur e la 'ndrangheta. Le mafie al Nord, tra rivelazioni e semplificazioni della Lega

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di Lorenzo Frigerio (www.liberainformazione.org/…)

Ferragosto di lotta e di governo per gli uomini della Lega Nord, sugli scudi e in prima pagina mentre gli italiani si crogiolano al sole. Il ministro dell’Interno Maroni, insieme al collega alla Giustizia Alfano, da Palermo snocciolava i dati della vittoria del Governo Berlusconi contro le mafie italiche. A dire il vero, si tratta di una vittoria presunta tale perché, nonostante l’ottimismo ministeriale, siamo molto lontani dall’aver debellato il cancro mafioso nel nostro Paese, purtroppo. Da quello che è ormai il suo buen retiro di Ponte di Legno in Val Camonica, invece, il leader della Lega Nord Umberto Bossi rilasciava dichiarazioni sulle infiltrazioni delle mafie al nord e sulle difficoltà incontrate dal suo movimento nel cercare di trovare proseliti anche nelle regioni meridionali. Tra una canzone eseguita al pianoforte con i villeggianti e una battuta al vetriolo contro Napolitano ad uso dei militanti e dei giornalisti che lo tallonano giorno e notte, il Senatur ha trovato il tempo per lanciare l’allarme sull’aggressione mafiosa alle regioni del Nord: “Arrivano da tutte le parti. La Brianza ha molte infiltrazioni, perché c’è la possibilità di costruire”.  Il riferimento alla Brianza non è casuale: la maggior parte degli arresti nell’ambito dell’operazione denominata “Il crimine”, portata a termine a metà luglio sull’asse Milano-Reggio Calabria, hanno riguardato questo territorio, fino ad un paio di anni fa parte della provincia milanese e oggi assurto a provincia autonoma di Monza e Brianza.

 “Li tengo fuori dalla porta”

Quasi a mettere le mani avanti e ad anticipare ogni possibile replica, Bossi ha quindi affermato che le infiltrazioni criminali sono impossibili nella Lega Nord, perché ad esercitare il più ferreo controllo è lui, in prima persona: “Li tengo fuori dalla porta. È difficile che faccia passare uno che non è da anni nella Lega”.  A chi gli ricordava il nome di Angelo Ciocca, consigliere leghista in Regione Lombardia, eletto nell’ultima tornata con ben 18.000 preferenze e il cui nome è finito nelle carte dell’inchiesta coordinata dal pm Ilda Boccassini, il leader leghista ha avuto buon gioco nel rispondere che “non fa l’assessore. È lì bloccato. La magistratura seguirà il suo corso. Se lo butto fuori è condannato anche se innocente”. L’espulsione dal partito di chi non è nemmeno indagato – ha continuato il ministro delle Riforme – equivarrebbe ad una “condanna a morte” e poi, “non è chiaro se abbia commesso un reato, c'è solo una fotografia”. La fotografia cui fa riferimento Bossi è un fermo immagine di una ripresa effettuata dalle forze dell’ordine nel corso dell’inchiesta che, a metà luglio, ha visto la DDA di Milano e quella di Reggio Calabria sferrare un duro colpo alle cosche della ‘ndrangheta che, muovendo dalla Calabria, hanno stabilito in Lombardia un presidio economico e militare di tutto rispetto. In piazza Petrarca a Pavia, con Ciocca – vero enfant prodige della nuova generazione di quadri dirigenti leghisti – vengono  ripresi l’avvocato tributarista Pino Neri, finito poi in galera per concorso in associazione mafiosa, il costruttore Antonio Dieni e il candidato nelle liste di “Rinnovare Pavia” Francesco Del Prete. Il contesto è quello delle elezioni amministrative del 2009 ma non solo, sul piatto ci sono anche gli interessi legati ad alcune compravendite di immobili e ad appalti pubblici.  Una matassa quindi che risulterà ben più difficile da districare nei prossimi mesi; altro che dare semplici spiegazioni per la fotografia di cui parla Bossi.  Le esternazioni del Senatur in tema di mafia non sono finite qui e si sono poi arricchite di una ulteriore rivelazione, giunta in piena nottata, come riportato da alcuni quotidiani. Infatti il leader maximo della Lega ha avuto modo di ricordare anche le difficoltà di esportare il verbo padano in terre lontane: “Al sud è difficile andare. Ho dato la concessione per aprire una sede della Lega in Calabria e due giorni dopo c'era uno della 'ndrangheta”.  Le cronache non ci dicono se qualcuno dei presenti, all’udire questa notizia, sia trasalito o abbia chiesto spiegazioni. Sta di fatto che uno scoop di questa portata è stato liquidato come se niente fosse, in poche ore, nei pastoni politici di tg e giornali dedicati alla situazione politica. Ci sarà almeno un magistrato che vorrà chiedere conto e ragione al ministro di questa uscita, dai contorni assolutamente inquietanti? Anche le reazioni politiche non sono sembrate all’altezza della gravità di quanto denunciato. Nel vuoto di queste ore, si registra solo la dura dichiarazione del capogruppo PD in commissione antimafia, Laura Garavini che ha biasimato l’atteggiamento del ministro: “Non si può chiedere ai semplici cittadini di denunciare chi chiede il racket e poi non dare il buon esempio, facendo nomi e cognomi degli 'ndranghetisti che si sarebbero presentati alla Lega. A meno che questa non sia una sparata per coprire il maldestro tentativo di minimizzare il ruolo del consigliere regionale lombardo Ciocca e il grave imbarazzo di Bossi per i suoi rapporti con personaggi che rappresentano la 'ndrangheta al nord".

Saviano vs Castelli

A luglio di quest’anno, dopo il blitz congiunto dei magistrati milanesi e calabresi, lo scrittore Roberto Saviano si era permesso di far notare il disagio dei dirigenti della Lega di fronte all’avanzata delle cosche al nord: “La Lega ci ha sempre detto – ha dichiarato l'autore di Gomorra a Vanity Fair – che certe cose al nord non esistono, ma l'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Lombardia racconta una realtà diversa. Dov'era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché adesso non risponde?”. Reazioni veementi e in qualche caso sopra le righe erano venute in quel frangente da diversi dirigenti della Lega Nord. Il più duro di tutti l’ex ministro alla Giustizia Castelli: “Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti. Se nulla sa della storia della Lombardia, vada a rileggersi la storia della battaglia che la Lega fece a Lecco a iniziare dal '93 contro i clan della 'ndrangheta. Atti amministrativi precisi, fatti concreti”. A parte il fatto che la legge sul confino produsse i suoi effetti nefasti soltanto qualche decennio prima che Bossi e i suoi fondassero la Lega Nord e quindi c’è perlomeno una incongruenza cronologica che sfugge all’ingegnere Castelli, sarebbe stato interessante capire a quali atti amministrativi precisi, a quali fatti concreti, l’attuale viceministro abbia inteso riferirsi nel ricordare la concretezza della battaglia antimafia condotta dalla Lega Nord.  Crediamo, molto verosimilmente, che Castelli, nella polemica con Saviano, abbia inteso soltanto rimarcare quanto già espresso anche nel corso di altre interviste televisive e giornalistiche rilasciate in questi anni. Il succo di queste esternazioni sarebbe la sottolineatura della concretezza leghista nel contrasto alle mafie: vale a dire la confisca dei beni alle cosche della ‘ndrangheta che in quel di Lecco erano comandate da Franco Coco Trovato.  “Atti amministrativi precisi, fatti concreti”: cioè i provvedimenti delle amministrazioni comunali di Lecco, dove la Lega aveva un ruolo rilevante e Castelli un posto di primo piano come segretario cittadino prima e capogruppo in Consiglio comunale poi, che avrebbero consentito l’utilizzo a fini istituzionali e sociali dei beni confiscati alle mafie.  Anche in questo caso sono necessarie due piccole precisazioni. Intanto i beni non vengono confiscati dai comuni ma il loro intervento è cruciale solo all’esito del procedimento che parte con il sequestro. La partita dei sequestri è merito che va attribuito a magistratura e forze dell’ordine che nel corso delle inchieste ricostruiscono il valore dei patrimoni criminali e consentono la loro individuazione. Concediamo però a Castelli il beneficio del dubbio e le possibili confusioni sul tema, visto che per lo stesso ministro dell’Interno Maroni, collega di partito, sequestrare un bene equivale a confiscarlo e ad arrestare i mafiosi sono i ministri… Secondariamente, Castelli è male informato oppure trascura colpevolmente il fatto che alcuni dei beni confiscati a Coco Trovato e recepiti con atto amministrativo da quella giunta che governava Lecco in quegli anni, in pieno 2010 sono ancora inutilizzabili e non destinati. Per informazioni il viceministro potrebbe chiedere all’attuale amministrazione comunale di Lecco che sconta gli errori del passato, ancora oggi invece rivendicati come meriti dalla Lega Nord.

Clandestini criminali e mafiosi impuniti

In attesa di capire meglio nei prossimi giorni i contorni della pubblica denuncia di Bossi o in attesa di una smentita successiva – non sarebbe una novità per il ministro delle Riforme, che in passato ha più volte utilizzato lo strumento della dichiarazione ad effetto, salvo puntualmente rettificare quanto aveva detto – giova, senza dubbio, ricordare che per la Lega Nord la questione mafia è sempre stato un tasto dolente, nonostante i proclami lanciati da Pontida. La Lega da decenni va soffiando sul vento dell’intolleranza, predicando rigore e pugno duro contro i clandestini e facendo diventare scorrettamente una vera emergenza criminale l’immigrazione, che resta comunque un problema sociale. Quest’azione politica ha assunto anche il ruolo di una vera e propria campagna culturale che ha finito per spostare l’enfasi della repressione giudiziaria e poliziesca sui reati commessi dagli stranieri. Il risultato è che parlare di mafie al nord è ancora oggi un tabù, soprattutto per quella larga fetta di cittadinanza che vota centrodestra e Lega in particolare. Per costoro le mafie sono un problema dei “terroni”, tanto da spingere nel 2009 il sindaco leghista di Ponteranica (BG) a revocare l’intitolazione della biblioteca locale a Peppino Impastato perché “non è uno dei nostri morti”. Per costoro le mafie sono un problema del sud, un fenomeno deviato tanto da arrivare a proporre la costituzione della Sicilia in repubblica autonoma gestita dalla mafia. Era stato il professor Miglio, l’allora ideologo della Lega, a proporre di realizzare un porto franco nel Mediterraneo; eravamo tra il 1992 e il 1994, quando le bombe di Cosa Nostra facevano saltare per aria magistrati e monumenti. Forse anche su questo aspetto sarebbe opportuno un approfondimento in sede giudiziaria. Sull’onda di queste pericolose sottovalutazioni, fenomeni quali la mafia e la ‘ndrangheta sono oggi pienamente inserite – altro che infiltrate! – nel tessuto economico e sociale di quella che i dirigenti e i militanti leghisti si ostinano a chiamare, contro ogni logica e contro la storia, Padania. Ha ragione Saviano quando chiede dove era la Lega mentre le mafie si insinuavano al nord. Suggeriamo ai dirigenti leghisti di studiare le carte e di ripresentarsi più preparati, perché oggi la partita antimafia si sta già giocando al nord da tempo e, facendo così, corrono il rischio di essere superati drammaticamente dai fatti.

Ecco come i boss vincono al Superenalotto.

I capi delle organizzazioni criminali individuano i vincitori. Li minacciano e poi li taglieggiano. Ecco perché al Sud indovinare la combinazione vincente può non essere una fortuna

di ROBERTO SAVIANO

4  –  15  –  21  –  35  –  59  –  73. Questi numeri non vi diranno nulla. Vi faranno pensare di certo al Lotto anzi al Superenalotto, ad una delle serie che quasi ognuno sogna di indovinare. Sei numeri e tutto può esser mandato a quel paese, mutuo, debiti, lavoro. E via da qui. Per sempre. Questi sei numeri furono estratti il 17 gennaio del 2008 facendo vincere più di 36 milioni di euro a circa trenta persone di un paesino dell'avellinese, Ospedaletto d'Alpinolo, che avevano giocato il sistema giusto. Ma la fortuna non riuscirono a godersela per molto. Ogni vincitore fu cercato casa per casa 1, avvicinato e costretto a versare una fetta della vincita. Immediatamente. 

A chiedere la percentuale sulle vincite il clan Cava-Genovese di Quindici, sodalizio criminale che da sempre comanda nell'avellinese su cantieri, rifiuti, negozio, politica e ora anche sul Superenalotto. Le organizzazioni criminali considerano a loro disposizione il territorio: case, imprese, risorse, e anche la vita delle persone. Se arrivano sul territorio ben 36milioni di euro devono essere rintracciati e i possessori devono versare la loro quota. È legge. Una percentuale deve andare al clan per essere distribuita tra tutti gli affiliati in carcere che nella logica camorrista stanno patendo per tutti. E quindi devono avere la fetta legittima. 

Il clan quando decide di cercare i vincitori non ha certezza dei nomi. I trenta si nascondono, non danno nell'occhio, non festeggiano. Lo fanno per difendersi dalle richieste, dalle invidie non pensano di rischiare di perdere addirittura una parte della vincita. Ma il paesino è minuscolo e lentamente emergono le prime rivelazioni. Ad aver giocato i sei numeri sono trenta sistemisti. Con "sistemista" si intende un giocatore che ha comprato una quota assieme ad altri per giocare diversi numeri, appunto un sistema. Chi ha un sistema di numeri da giocare spesso cerca altri giocatori perché non ha tutti i soldi per poter giocare. E quindi gira spesso per convincere altri a partecipare all'impresa. È lì che il clan si muove. Inizia a individuare i "sistemisti" che cercavano di coinvolgere loro amici e parenti. E da loro arriva all'intero gruppo.

L'indagine coordinata dai pm Rosario Cantelmo e Francesco Soviero della Direzione distrettuale Antimafia di Napoli ha riscontrato che c'è un vincitore che avrebbe versato 40mila euro, gli altri ancora non si sa quanto sono stati costretti a pagare e se lo hanno fatto. I magistrati sono riusciti ad ottenere questo risultato grazie alle intercettazioni telefoniche. Richieste insolite che venivano fatte dagli appartenenti alle organizzazioni mostravano agli inquirenti che stavano organizzando un business insolito. Che poi si è scoperto essere il Superenalotto. È interessante vedere che questa estorsione è stata considerata il passaggio alla maturità del figlio del boss Modestino Genovese: infatti Marco Antonio Genovese, legittimo erede del gruppo, essendo minorenne e senza esperienza era stato affidato da suo padre ad un tutor che avrebbe dovuto accompagnarlo nella maturità di boss, Mario Matarazzo, 32 anni, anche lui arrestato. Le organizzazioni usano moltissimo il flusso di danaro dei vari giochi, Superenalotto, Lotto, Gratta e Vinci. Per loro è un modo per poter giustificare guadagni illegali in caso di accertamenti fiscali o in caso di indagini. 


Anche la 'ndrangheta si occupò di Superenalotto. Anche la 'ndrangheta mise su un gruppo di uomini che dovevano cercare il biglietto vincente. Nel 2003 a Gioiosa Jonica il clan della zona convinse il titolare di una vincita da 5+1 dell'importo di otto milioni di euro a vendere la ricevuta della vincita. Il boss che aveva architettato la compravendita del tagliando vincente era Nicola Lucà, secondo gli inquirenti a capo di un clan specializzato nell'importazione di cocaina dalla Colombia. La scheda vincente avrebbe consentito di giustificare la provenienza di otto milioni di euro e la successiva utilizzazione di quel denaro. Questa vicenda è emersa dall'operazione "Decollo" della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro che ha portato tra l'altro alla confisca di beni per oltre venti milioni di euro e al sequestro di cinque tonnellate di cocaina in Spagna, Germania, Francia, Colombia, Stati Uniti, Australia e Venezuela, per un valore di un miliardo e mezzo di euro. 

Gli inquirenti stanno lavorando molto sulle piste del riciclaggio attraverso il gioco. Esisterebbero vere e proprie organizzazioni volute da alcuni clan della camorra e della 'ndrangheta che ricercano non solo nei paesi dove comandano militarmente ma sull'intero territorio nazionale. La camorra usava, per pagare i suoi pusher, ricevute vincenti di concorsi della Sisal e del Bingo. Uno dei motivi, questo, per cui molti boss investono acquistano punti Snai e comprano sale Bingo. Il clan si accaparrava le vincite legali avvicinando le persone che vincevano al Lotto al Bingo e ogni tipo di scommessa sportiva. Poi una volta comprata la scheda vincente la davano ai pusher che in questo modo andavano a ritirare il loro compenso direttamente in banca. Un sistema scoperto dai carabinieri di Casoria.

Le organizzazioni criminali campane hanno addirittura assicurato in diversi territori che chi vince al Lotto e al Gratta e Vinci, consegnando il tagliando alle organizzazioni, può avere un aumento del premio. Se vinci 25mila euro e vendi il biglietto alla camorra ne riceverai 30mila. Su qualsiasi vincita. Le organizzazioni cercano anche di sostituirsi spesso allo Stato nell'organizzare il gioco. Lo fanno da secoli, dal lotto clandestino sino allo zecchinetto e alle bische. Ma in questo caso la novità è che usano i percorso del gioco legale. Il mercato del Gratta e Vinci è il più ambito. Se ne vendono a migliaia in ogni tabaccheria e centro commerciale. Vinci, e se la cifra è abbastanza grossa, provi ad andare dai referenti del clan. Che pagano subito, anche prima dello Stato e di più. 

Ma i clan, vedendo il mercato così florido, hanno tentato di costruire un loro Gratta e Vinci. Hanno cercato di invadere di Gratta e Vinci di loro produzione propria l'intera Campania. Meccanismo scoperto per puro caso dalla Guardia di Finanza. Per eludere la normativa prevista per le lotterie istantanee, prerogativa esclusiva dello Stato, avevano allegato ai Gratta e Vinci anche delle cartoline, il cui acquisto serviva a mascherare la vendita fittizia dei tagliandi. I nomi di queste cartoline avevano scelto anche una grafica e nomi che riprendevano trasmissioni o pubblicità: "Vot'Antonio", "Vinci", "Scuola Guida", "Che tempo fa", "Circus", "Avanti Tutta", "Chissa se". E l'organizzazione aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Aveva anche fatto comunicazione al Ministero delle Attività Produttive, scorciatoia per dare una forma legale all'iniziativa. 

Un finanziere per puro caso si è trovato uno di questi biglietti. Gli è sembrato non conoscere questo tipo di tagliando e ha iniziato l'investigazione. L'organizzazione aveva fatto stampare e distribuire sul territorio nazionale, più di quattro milioni di tagliandi, simili ai Gratta e Vinci. La produzione era affidata a due società, una con sede a Casalnuovo, l'altra con sede a Roma. I tagliandi venivano distribuiti da due società operanti a Cardito e Cassino. Il meccanismo studiato dall'organizzazione faceva leva anche su accurate politiche di vendita. Per non avvelenare il mercato l'organizzazione decideva i tempi dell'immissione dei tagliandi. Tempi che dovevano essere rispettati dai procacciatori, almeno un'ottantina e tutti gestiti dall'organizzazione. Avevano il compito di vendere i Gratta e Vinci a titolari di bar, pasticcerie e tabacchini e per incentivare la distribuzione veniva promesso ai rivenditori un guadagno di 40 centesimi per ogni tagliando venduto, il cui costo variava da 1 a 1,5 euro. In realtà da questi Gratta e Vinci solo un paio di persone avrebbero vinto 500 euro. Per il resto le vincite erano limitate a importi di 5, 10, 20, 40 e 250 euro anche se sui tagliandi veniva indicata la possibilità di vincere una somma tra i sei e i diecimila euro. 

Oggi il rischio è che giocatori e vincitori si ritrovino a rientrare nel business della criminalità organizzata, che siano tutti parte di un gioco che va ben oltre i numeri e le vincite. Tornano alla mente i vecchi processi, quelli che ti raccontavano i vecchi fuori ai bar e il solito dialogo tra giudice e boss: "Signor giudice voi mi accusate per i soldi che ho guadagnato, ma chi gioca non vince e noi camorristi invece giochiamo sempre. E quindi vinciamo".

©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara

Non avrei mai scritto Gomorra.

081750899-968b3d08-3e5b-4ce4-bf5d-46bb6e93fecadi Roberto Saviano

Mi ha generato un senso di smarrimento e paura la dichiarazione di voler tutelare la privacy dei boss mafiosi. Molti boss è proprio quando parlano con i familiari che danno ordini di morte. Ed è proprio quando i familiari a loro volta parlano con amici e conoscenti che rendono palesi le volontà di chi è latitante e impartisce ordini. È proprio nei momenti di maggiore intimità che viene fuori la mappatura criminale di un territorio. Addirittura osservando le conversazioni dei figli dei boss sui social network si possono evincere informazioni che probabilmente seguendo altri canali potrebbero sfuggire. Famiglie potentissime che festeggiano compleanni nel chiuso di quattro mura con pochi intimi: significa che non è il momento adatto per esporsi, significa che ci sono problemi sul territorio.

Quando si ha a che fare con le organizzazioni criminali tutto può essere utile per comprenderne i meccanismi. Per questo limitare l'utilizzo delle intercettazioni, renderne più ardua la disposizione e impedire che certe informazioni vengano pubblicate è un grave danno per il contrasto alla criminalità organizzata. Tutelando chi è vicino alle organizzazioni si tutelano indirettamente anche le organizzazioni stesse.

Nella maggior parte dei casi i filoni di indagine maggiori hanno preso le mosse da indagini secondarie che nulla sembravano, a primo acchito, avere a che fare con i reati commessi dalle associazioni mafiose. Quello che c'è da sperare, ora, è che chi fa queste dichiarazioni semplicemente non sappia di cosa sta parlando e non sia in malafede. Non so cosa sia meglio per il Paese, se avere a che fare con incompetenti, i dilettanti dell'antimafia, o con persone che invece agiscono consapevolmente in malafede. Non saprei decidere.

Il rischio che la legge sulle intercettazioni pregiudichi in maniera profonda la libertà di informazione e prima ancora la possibilità di fare indagini adeguate è troppo alto per poter lasciare il dibattito a chi, da una parte e dall'altra, ha solo interesse che la vicenda venga strumentalizzata. Contro il Ddl intercettazioni proposto dal ministro Alfano e in discussione al Senato insorgono magistrati, giornalisti, editori e l'opinione pubblica è divisa, quando non è confusa. Il governo parla di vietare la diffusione delle intercettazioni e del loro contenuto fino all'udienza preliminare, ovvero fino a quando il magistrato competente non abbia formalizzato l'accusa. E nel frattempo cosa possono scrivere i giornalisti? E cosa può sapere l'opinione pubblica? Che si stanno svolgendo indagini? A carico di chi e per che cosa?

La materia è assai vasta per poterne dare una valutazione complessiva, ma se prendiamo il caso del sottosegretario Nicola Cosentino, nessuno avrebbe potuto scriverne perché l'accusa è stata formalizzata solo dopo molto tempo dall'avvio delle indagini. Indagini che peraltro riguardavano illeciti commessi molti anni prima e i cui effetti erano sotto gli occhi di tutti. Poteva esser scritto che era partita una inchiesta dell'Antimafia di Napoli senza però poter indicare le ragioni, a quel punto sarebbe equivalso a non scrivere niente. A oggi non è stata ancora formalizzata una richiesta di rinvio a giudizio, il che significa che se vigesse già la legge in discussione nessuno potrebbe spiegare sui giornali, in modo chiaro, perché Cosentino dovrebbe essere arrestato. Lo stesso vale per la vicenda Bertolaso; nessuno potrebbe spiegare con elementi concreti chi sono Anemone e Balducci.

L'esigenza legittima di dare una misura, di porre un argine alla pubblicazione delle intercettazioni ossia di difendere la regolarità dello svolgimento delle indagini non deve in alcun modo, però, impedire la libertà di raccontare, di informare la gente su quel che sta accadendo. Perché se da un lato è necessario tutelare chi è oggetto di indagini da atteggiamenti giustizialisti o da garantismi pretestuosi, quello che non deve in alcun modo essere limitato è la possibilità di utilizzare tutte le risorse a disposizione degli inquirenti per fare chiarezza.

Ma in realtà questa legge è figlia diretta della logica mediatica. È una verità evidente sino a ora trascurata. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che sa bene come funziona l'informazione e ancor più l'informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c'è il rinvio a giudizio, se da un lato è garanzia per gli indagati, dall'altro genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non possono essere rese di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo della legge: impedire alla stampa, nell'immediato, di usare quei dati che poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili.

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Quello che mi sento di dire è che governo, magistratura e stampa, in questa vicenda, dovrebbero trovare un terreno comune di discussione, perché di questo si tratta, di riappropriarsi di un codice deontologico che renda inutile il varo di leggi che limitino la libertà di stampa, di espressione e di ricerca delle informazioni. Non è limitando la libertà di stampa e minacciando l'arresto dei giornalisti che si arriva a creare una regola condivisa. E in questa discussione mi sento profondamente coinvolto perché sotto la legge che si vorrebbe far passare, il mio lavoro e quello di molti miei colleghi sarebbe stato notevolmente più arduo se non, in certe sue fasi, impossibile. Se ci fosse stata questa legge non avrei potuto scrivere intere parti di Gomorra, il cui dialogato talvolta è formato da intercettazioni che ho utilizzato molto prima del rinvio a giudizio e che avevano un valore di inchiesta ancor prima che un valore giudiziario. 

Mostravano come in certe aree d'Italia, in quel caso a Secondigliano, un omicidio venisse definito "pezzo" i politici fossero chiamati "cavallucci" su cui puntare. Ma ancor più importante, perché come ho detto prima non si tratta solo di descrivere un contesto, quello avrei potuto farlo con parole mie, quelle intercettazioni descrivevano come un sindaco avesse partecipato direttamente a un agguato, mostrando, in questo modo, lo stato di salute di un intero Paese.
Nel Ddl intercettazioni è anche inserito un emendamento, la "norma D'Addario" che regolamenta l'uso delle registrazioni. Seguendo quanto prescritto non avrei potuto registrare molte delle testimonianze che ho raccolto senza l'esplicito consenso del mio interlocutore e che ho riportato in Gomorra; testimonianze che di certo non sarebbero rientrate in quelle eccezionalmente fatte per la sicurezza dello Stato. 

Molte vicende non sarebbero mai venute alla luce e benché spesso io abbia omesso i nomi reali e mi sia limitato a raccontare i meccanismi, credo che neppure quello sarei stato in grado di fare, rischiando pene severissime. Quando, non molto tempo fa, ho incontrato un pentito e ho registrato quello che mi ha raccontato, l'ho fatto senza sua autorizzazione e senza sapere quale sarebbe stato l'esito di quell'incontro. Di fatto, se non c'è reato in quello che viene registrato, si rischia molto e questo può
pregiudicare anche la lotta alle estorsioni poiché chi ne è vittima e decide di presentarsi microfonato a un colloquio, se l'estorsione non avviene ed è scoperto a registrare, rischia fino a quattro anni di carcere. Tutto questo per dire che togliere la libertà a chi racconta, togliere gli strumenti per capire cosa sta accadendo non è un modo per difendere il diritto delle persone, non è un modo per salvaguardare la privacy.

L'uso delle intercettazioni deve essere regolamentato. Le regole devono essere condivise e affrontate insieme, non imposte. Questa legge rischia di essere, se non verrà profondamente modificata, solo l'affermazione che il potere non può essere raccontato, descritto, ascoltato. In una parola che tutto gli è concesso.

©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara
(http://www.robertosaviano.it/articoli/non-avrei-mai-scritto-gomorra/)

 

Non avrei mai scritto Gomorra.

Di Roberto Saviano

MI HA GENERATO un senso di smar ri mento e paura la dichiarazione di voler tute lare la pri vacy dei boss mafiosi. Molti boss è pro prio quando par lano con i famil iari che danno ordini di morte. Ed è pro prio quando i famil iari a loro volta par lano con amici e conoscenti che ren dono palesi le volontà di chi è lati tante e impar tisce ordini. È pro prio nei momenti di mag giore intim ità che viene fuori la map patura crim i nale di un ter ri to rio. Addirit tura osser vando le con ver sazioni dei figli dei boss sui social net work si pos sono evin cere infor mazioni che prob a bil­mente seguendo altri canali potreb bero sfug gire. Famiglie poten tis sime che fes­teggiano com pleanni nel chiuso di quat tro mura con pochi intimi: sig nifica che non è il momento adatto per esporsi, sig nifica che ci sono prob lemi sul territorio.

Roberto Saviano

Quando si ha a che fare con le orga niz zazioni crim i nali tutto può essere utile per com pren derne i mec ca n ismi. Per questo lim itare l’utilizzo delle inter cettazioni, ren derne più ardua la dis po sizione e impedire che certe infor­mazioni vengano pub bli­cate è un grave danno per il con trasto alla crim i nal­ità orga niz zata. Tute­lando chi è vicino alle orga niz zazioni si tute lano indi ret ta mente anche le orga niz zazioni stesse.

Nella mag gior parte dei casi i filoni di indagine mag giori hanno preso le mosse da indagini sec on darie che nulla sem bra vano, a primo acchito, avere a che fare con i reati commessi dalle asso ci azioni mafiose. Quello che c’è da sper are, ora, è che chi fa queste dichiarazioni sem plice mente non sap pia di cosa sta par lando e non sia in malafede. Non so cosa sia meglio per il Paese, se avere a che fare con incom pe tenti, i dilet tanti dell’antimafia, o con per sone che invece agis cono con­sapevol mente in malafede. Non saprei decidere.

Il ris chio che la legge sulle inter cettazioni pregiu dichi in maniera pro fonda la lib ertà di infor mazione e prima ancora la pos si bil ità di fare indagini adeguate è troppo alto per poter las ciare il dibat tito a chi, da una parte e dall’altra, ha solo inter esse che la vicenda venga stru men tal iz zata. Con tro il Ddl inter cettazioni pro posto dal min istro Alfano e in dis cus sione al Sen ato insor gono mag is trati, gior nal isti, edi tori e l’opinione pub blica è divisa, quando non è con fusa. Il gov­erno parla di vietare la dif fu sione delle inter cettazioni e del loro con tenuto fino all’udienza pre lim inare, ovvero fino a quando il mag is trato com pe tente non abbia for mal iz zato l’accusa. E nel frat tempo cosa pos sono scri vere i gior nal isti? E cosa può sapere l’opinione pub blica? Che si stanno svol gendo indagini? A carico di chi e per che cosa?

La mate ria è assai vasta per poterne dare una val u tazione com p lessiva, ma se pren di amo il caso del sot toseg re tario Nicola Cosentino, nes suno avrebbe potuto scriverne per ché l’accusa è stata for mal iz zata solo dopo molto tempo dall’avvio delle indagini. Indagini che per al tro riguar da vano illeciti commessi molti anni prima e i cui effetti erano sotto gli occhi di tutti. Poteva esser scritto che era par­tita una inchi esta dell’Antimafia di Napoli senza però poter indi care le ragioni, a quel punto sarebbe equiv also a non scri vere niente. A oggi non è stata ancora for mal iz zata una richi esta di rin vio a giudizio, il che sig nifica che se vigesse già la legge in dis cus sione nes suno potrebbe spie gare sui gior nali, in modo chiaro, per ché Cosentino dovrebbe essere arrestato. Lo stesso vale per la vicenda Berto­laso; nes suno potrebbe spie gare con ele menti con creti chi sono Anemone e Balducci.

L’esigenza legit tima di dare una misura, di porre un argine alla pub bli cazione delle inter cettazioni ossia di difend ere la rego lar ità dello svol gi mento delle indagini non deve in alcun modo, però, impedire la lib ertà di rac con tare, di infor mare la gente su quel che sta acca dendo. Per ché se da un lato è nec es sario tute lare chi è oggetto di indagini da atteggia menti gius tizial isti o da garan tismi pretes tu osi, quello che non deve in alcun modo essere lim i tato è la pos si bil ità di uti liz zare tutte le risorse a dis po sizione degli inquirenti per fare chiarezza.

Roberto Saviano

Ma in realtà questa legge è figlia diretta della log ica medi at ica. È una ver ità evi dente sino a ora trascu rata. Questa legge risponde al mec ca n ismo medi atico che sa bene come fun ziona l’informazione e ancor più l’informazione in Italia. Pub bli care le inter cettazioni soltanto quando c’è il rin vio a giudizio, se da un lato è garanzia per gli inda gati, dall’altro gen era un enorme vuoto che riguarda pro­prio quel seg mento di infor mazioni che non pos sono essere rese di dominio pub blico. Questo sem bra essere il vero obi et tivo della legge: impedire alla stampa, nell’immediato, di usare quei dati che poi, a dis tanza di tempo, non avrebbe più senso pub bli care. In questo modo le infor mazioni veico­late rimar ranno sem pre monche, smozzi cate, incomprensibili.

Quello che mi sento di dire è che gov erno, mag i s tratura e stampa, in questa vicenda, dovreb bero trovare un ter reno comune di dis cus sione, per ché di questo si tratta, di riap pro pri arsi di un codice deon to logico che renda inutile il varo di leggi che lim itino la lib ertà di stampa, di espres sione e di ricerca delle infor­mazioni. Non è lim i tando la lib ertà di stampa e minac ciando l’arresto dei gior­nal isti che si arriva a creare una regola con di visa. E in questa dis cus sione mi sento pro fon da mente coin volto per ché sotto la legge che si vor rebbe far pas sare, il mio lavoro e quello di molti miei col leghi sarebbe stato notevol mente più arduo se non, in certe sue fasi, impos si bile. Se ci fosse stata questa legge non avrei potuto scri vere intere parti di Gomorra, il cui dialogato tal volta è for mato da inter cettazioni che ho uti liz zato molto prima del rin vio a giudizio e che ave vano un val ore di inchi esta ancor prima che un val ore giudiziario.

Mostra vano come in certe aree d’Italia, in quel caso a Sec ondigliano, un omi­cidio venisse definito “pezzo” i politici fos sero chia mati “cav al lucci” su cui puntare. Ma ancor più impor tante, per ché come ho detto prima non si tratta solo di descri vere un con testo, quello avrei potuto farlo con parole mie, quelle inter­cettazioni descrive vano come un sin daco avesse parte ci pato diret ta mente a un agguato, mostrando, in questo modo, lo stato di salute di un intero Paese.
Nel Ddl inter cettazioni è anche inser ito un emen da mento, la “norma D’Addario” che rego la menta l’uso delle reg is trazioni. Seguendo quanto pre scritto non avrei potuto reg is trare molte delle tes ti mo ni anze che ho rac colto senza l’esplicito con­senso del mio inter locu tore e che ho ripor tato in Gomorra; tes ti mo ni anze che di certo non sareb bero rien trate in quelle eccezional mente fatte per la sicurezza dello Stato.

Molte vicende non sareb bero mai venute alla luce e benché spesso io abbia omesso i nomi reali e mi sia lim i tato a rac con tare i mec ca n ismi, credo che nep­pure quello sarei stato in grado di fare, rischi ando pene sev eris sime. Quando, non molto tempo fa, ho incon trato un pen tito e ho reg is trato quello che mi ha rac con tato, l’ho fatto senza sua autor iz zazione e senza sapere quale sarebbe stato l’esito di quell’incontro. Di fatto, se non c’è reato in quello che viene reg is­trato, si rischia molto e questo può pregiu di care anche la lotta alle estor sioni poiché chi ne è vit tima e decide di pre sen tarsi micro fonato a un col lo quio, se l’estorsione non avviene ed è scop erto a reg is trare, rischia fino a quat tro anni di carcere. Tutto questo per dire che togliere la lib ertà a chi rac conta, togliere gli stru menti per capire cosa sta acca dendo non è un modo per difend ere il diritto delle per sone, non è un modo per sal va guardare la privacy.

L’uso delle inter cettazioni deve essere rego la men tato. Le regole devono essere con di vise e affrontate insieme, non imposte. Questa legge rischia di essere, se non verrà pro fon da mente mod i fi cata, solo l’affermazione che il potere non può essere rac con tato, descritto, ascoltato. In una parola che tutto gli è concesso.

©2010 Roberto Saviano/ Agen zia Santachiara

Il serial killer della memoria e della libera informazione

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/04/fiction_il_capodeicapi.jpg
Fiction "Il capo dei capi"

di Roberto Morrione (www.liberainformazione.org/…)

Immersi nelle notizie del braccio di ferro di Gianfranco Fini contro l’asse Berlusconi-Bossi all’interno del Pdl e del governo, abbiamo sottovalutato in questi giorni l’attacco che il premier ha rivolto il 16 aprile contro le fiction e i libri sulla mafia, accanendosi nei confronti  di Roberto Saviano e di Gomorra. Sull’argomento Silvio Berlusconi è recidivo. Già nel novembre scorso, infatti, si era scagliato inaspettatamente contro le storiche serie della Piovra e in generale le fiction televisive sul tema, che a suo dire lederebbero l’immagine del Paese all’estero, arrivando a una sorta di sfogo dell’anima “…strozzerei gli autori della Piovra e chi scrive libri sulla mafia”. La reazione a questa uscita era stata allora vasta, sul piano culturale e della comunicazione oltrechè su quello politico. Michele Pacido, che nella Piovra era l’indimenticabile commissario Cattani, gli aveva ironicamente ricordato che le più note e seguite fiction televisive, dal Capo dei Capi alla vicenda di Provenzano, fino alle figure di Falcone e Borsellino, erano state ideate e prodotte da Mediaset…

 L’offensiva era poi proseguita il 28 gennaio al termine del Consiglio dei Ministri a Reggio Calabria, quando alle critiche alle fiction sulla mafia aveva aggiunto una valutazione sull’immigrazione clandestina, sostenendo che “una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali”. Ancora una volta la reazione di sdegno era stata ampia : c’era chi aveva sottolineato come la camorra e la ‘ndrangheta sono così attente a ingrossare le proprie file con gli extra-comunitari da farne strage a Castelvolturno e  da espellerli con la forza a Rosarno, dopo averli sfruttati e schiavizzati nei campi…  E infine ecco la nuova sortita di pochi giorni fa, nella quale Berlusconi ha affermato che la mafia italiana, pur essendo per potenza solo “la sesta al mondo”, è la più conosciuta, proprio per i film, le fiction e i libri che ne hanno parlato, a partire da Gomorra.

Nella stessa conferenza, coadiuvato dai ministri Maroni e Alfano, il presidente del consiglio ha per l’ennesima volta magnificato l’azione del suo governo contro la criminalità organizzata, con 500 operazioni di polizia giudiziaria, 5000 arresti di mafiosi, enormi quantità di beni sequestrati, ecc.  A questo punto emergono domande allarmanti, che abbiamo il dovere di estendere ai cittadini.  Questa brutale e reiterata offensiva è solo il frutto di una insensibilità e di un’incultura insita nella formazione del personaggio, nella sua vocazione a improvvisare e a stupire fino a contraddirsi e a rasentare la schizofrenia, di un’incapacità nel valutare i passaggi critici del problema e il rapporto causa-effetto fra la realtà e la sua comunicazione ai cittadini, in una visione mercantile avulsa da ogni responsabilità pubblica come da una scala di valori etici e civili ? O è anche un obiettivo freddamente meditato, parte di una strategia volta a distrarre l’opinione pubblica dalla gravità dell’espansione criminale, chiamando in causa le connivenze e le responsabilità del governo, estese ormai in gran parte del Meridione all’intero schieramento politico, attraverso quel sistema illegale che ha nella corruzione e nel voto di scambio i motori?

E hanno un peso in questo sconcertante approccio di Berlusconi le incognite che gravano nelle inchieste aperte sulle stragi mafiose degli anni ’90 e sulla  trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra che segnò la fine della prima Repubblica, coincidendo con l’ascesa politica di Forza Italia e, anche se non definitivamente provato, con l’avvio stesso delle fortune economiche del Cavaliere? Il ruolo di Marcello Dell’Utri nei rapporti con Cosa Nostra, il giudizio pendente in Appello dopo la sua condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, sono oggettivi e inquietanti indizi in questa direzione…  Una cosa è certa: le ripetute sortite contro una comunicazione antimafia che ha segnato un positivo salto di qualità nella conoscenza degli italiani di un fenomeno che mina le basi stesse  dei diritti e dello sviluppo dell’Italia, richiamano nell’immaginario, ma anche alla ragione, i comportamenti di una sorta di “serial killer”.  Killer della memoria , perché  il silenzio sui crimini del passato fa parte di una sotto-cultura mafiosa che ne fa la condizione stessa della propria forza nel presente.  Killer della realtà, perché chiama in causa chi denuncia un problema e non il problema in quanto tale, che passa così in secondo piano, come prendersela al solito con il dito che indica la luna.  Killer della buona informazione, perché si integra ogni volta con capziose e incomplete notizie che  nascondono dati  decisivi di conoscenza.

E’vero che vi sono stati importanti arresti e sequestri di beni mafiosi, ma questo vuol dire soprattutto che il problema è diventato enorme: visto che gli interessi criminali stanno dilagando in tutt’Italia e nel mondo,  e’ chiaro che la pur eccellente azione repressiva non tocca i gangli vitali e le fortissime complicità politiche, imprenditoriali e sociali di cui godono le mafie. Per non parlare dei Pm che rendono possibili le operazioni di polizia e che al contempo vengono attaccati, vilipesi, minacciati sul piano legislativo o della mancanza di risorse a cui sono sottoposte le forze investigative, costrette a supplire con l’abnegazione e un faticoso impegno personale.  Killer della libertà  e dell’autonomia creativa di tanti autori, scrittori, giornalisti, registi, attori, che dedicano la loro professionalità e l’ impegno civile ai fatti e ai protagonisti della realtà, stabilendo con spettatori e lettori un patto di trasparenza e di lealtà ampiamente ricambiato.

L’insieme di queste “uscite” berlusconiane rappresenta infine non solo un più o meno velato desiderio di una sorta di “minculpop” di impronta fascista , ma per alcuni, come Roberto Saviano o l’autore teatrale Giulio Cavalli, già costretti per la loro denuncia a una vita blindata, ulteriore isolamento e minacce da non sottovalutare.

Scommesse illegali, i dettagli dell’operazione “Kick off 2” delle fiamme gialle

Indagini condotte dalla tenenza di Molfetta. Sequestrati 13 centri di scommesse telematiche da Barletta a Minervino Murge e denunciate quindici persone.

http://www.molfettalive.it/imgnews/conferenza%20stampa%20kick%20off%202%20005(3).jpg

di Lorenzo Pisani (www.molfettalive.it/…)

Si scommetteva su eventi sportivi nazionali e internazionali nei centri di scommesse telematici sequestrati lo scorso 30 gennaio dalle fiamme gialle della tenenza di Molfetta. I particolari di “Kick off 2”, vasta operazione dei militari ai comandi del tenente Leonardo Rossi coordinata dal comando provinciale di Bari sono stati resi noti questa mattina in una conferenza stampa convocata nella procura della repubblica di Trani dal procuratore capo Carlo Maria Capristo.

La complessa e articolata indagine condotta dal pubblico ministero Giuseppe Maralfa ha posto i sigilli a tredici centri scommesse: quattro a Trani, due a Bisceglie, Minervino Murge e Ruvo di Puglia e uno a Barletta, Corato e Molfetta. Quindici le persone denunciate all’autorità giudiziaria per esercizio abusivo di attività di gioco o di scommessa, di cui due a Molfetta. Oltre ai centri di scommesse, sono stati anche sequestrati computer, l’intera strumentazione utilizzata, denaro e documentazione dell’attività di gioco.
L’assenza di concessioni per l’esercizio delle attività di raccolta delle scommesse, delle autorizzazioni ai sensi dell’art.88 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza e di quelle telematiche è emersa anche grazie all’impiego di ausiliari di polizia giudiziaria che hanno effettuato le giocate alla presenza dei militari della tenenza molfettese.

La procura contesta anche il mancato uso personale del mezzo telematico per eseguire le giocate, che sarebbero invece intestate a terzi se non al titolare del centro. Questo ai danni sia dei centri scommesse regolarmente autorizzati dai monopoli di stato, sia dell’erario, per l’assenza di tassazione. Imponente il giro di affari delle agenzie sottoposte a sequestro preventivo, pari in media a circa 10mila euro al mese (25mila in quella molfettese).
Otto di queste sono da ricondurre a un bookmaker del Regno Unito con sede a Malta e cinque a società di scommesse italiane.
Un’operazione al tempo stesso a carattere repressivo e preventivo, come evidenziato dal generale di brigata Vito Straziota, che non ha escluso prossimi sviluppi delle indagini. Il settore delle scommesse clandestine è infatti spesso associato a infiltrazioni della malavita organizzata.

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