Archivio mensile:gennaio 2010

Ecco le "ronde" in salsa molfettese

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Finalmente Molfetta sarà liberata da rapinatori, spacciatori, abusivi del commercio, falsi invalidi; i marciapiedi saranno liberi da feci canine e nelle nostre campagne scompariranno le discariche abusive.
Qualcuno di voi starà pensando alle positive ricadute del nuovo Regolamento della Polizia Municipale, di recente istituzione, o alla presenza di agenti armati fino ai denti che faranno rispettare leggi e regolamenti comunali? Niente di tutto questo.
Il SindacoSenatorePresidente con la sua Giunta Comunale si è inventato una forma originale di “Ronde Padane” in salsa molfettese.
Come nella migliore tradizione spartitoria, nell’ultima seduta di Giunta Comunale di fine anno, quando si fanno i regali ad associazioni, amici e sudditi, il Sindaco ha pensato bene di farne uno anche all’associazione, quasi sconosciuta, ANPANA (Associazione Nazionale Protezione Animali, Natura,Ambiente) con sede in Roma, che  ha, tra gli altri scopi sociali, quello di collaborare con le Pubbliche Istituzioni, alla vigilanza e all’osservanza delle leggi e dei regolamenti locali relativi alla salvaguardia della natura, dell’ambiente, della protezione degli animali e alla difesa del patrimonio zootecnico.
Con la delibera n. 352 del 238.12.2009 ha affidato all’ANPANA – Sezione di Molfetta – alcune attività di collaborazione volontaria con il corpo di Polizia Municipale per finalità istituzionali.
In via sperimentale e per la durata di mesi dodici, decorrenti dalla data di stipula della convenzione, l’attività di collaborazione volontaria degli operatori dell’ANPANA con il Corpo di Polizia Municipale, sarà espletata nei limiti del solo territorio comunale, nell’ambito delle finalità di protezione degli animali, controllo delle discariche abusive, tutela degli animali e attività ittica e venatoria; collaboreranno fattivamente con il Corpo di Polizia Municipale in occasione di manifestazioni pubbliche di carattere civile e religioso e nel presidiare gli istituti scolastici elementari e medi inferiori nel corso dell’attività di ingresso ed uscita degli alunni dagli stessi; limitatamente alla mera constatazione delle infrazioni rilevate ai sensi delle Leggi Generali e Regionali, dei Regolamenti e delle Ordinanze locali che disciplinano i citati servizi, pattuglieranno con un attento e oculato servizio il territorio comunale. L’ANPANA con nota prot. n. 35697 del 26.6.09 offriva al Comune di Molfetta, la sua collaborazione “volontariamente e a titolo gratuito”, invece il Sindaco ha pensato bene che tale attività andava retribuita e ha stabilito con la suddetta delibera di riconosce all’ANPANA un contributo di euro 11.350,00 annui, da corrispondere a trimestralità anticipate di cui le prime tre dell’importo cadauna di euro 2.500,00 (duemilacinquecento) e la quarta di euro 3.800,00 (tremilaottocento/00). L’importo annuo sarà aggiornato annualmente in base all’indice ISTAT, a puro titolo di rimborso delle spese sostenute per consumo carburante, assicurazione dei mezzi e degli operatori, spese telefoniche della Centrale di Pronto Intervento, canoni di apparati di ricetrasmittenti, riparazione automezzi e attrezzature, acquisto di materiale e attrezzature occorrenti per l’espletamento del servizio, eventuali premi alle Guardie, oneri vari di gestione.
Da quanto previsto in delibera si presume che questa collaborazione sia prorogabile nei prossimi anni. Ma la straordinarietà di questo provvedimento amministrativo nasconde altre verità.
https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/01/anpana2028062009.jpgL’ANPANA si impegna ad assicurare il servizio di cui sopra attraverso l’utilizzo giornaliero di 6 unità in uniforme del Corpo ANPANA, muniti di automezzi contrassegnati, con il solo logo associativo e sprovvisti di apparati luminosi blu lampeggianti (almeno questo), tutti di proprietà dell’ANPANA stessa.
Abbiamo scoperto che in tempi non sospetti l’amministrazione comunale con Determinazione Dirigenziale n. 72 nel 2005 ha contribuito con 2.000,00 euro all’acquisto delle uniformi per i “volontari” dell’ANPANA e con delibera di Giunta n. 21 del 28.1.2005 ha erogato 3.000,00 euro alla stessa associazione di “volontariato” per la locazione e allestimento sede.
Appare chiaro che questa Associazione ANPANA ha poco di “volontario” se sin dalla nascita ha beneficiato di particolari attenzioni da parte di qualche amministratore presente nella giunta del 28.1.2005.
Oggi non conosciamo chi è il referente politico che sostiene l’ANPANA ma nel 2005 chi frequentava la sede, in Piazza Effrem 5, ( oggi in via D’Azeglio 144) si conosceva.
Speriamo che le forze politiche di opposizione facciano tutto quello che è nelle loro competenze e chiedano l’annullamento immediato della delibera di G.C. n.352 del 28.12.2009 perché in contrasto con il Regolamento di Polizia Municipale, perché nasconde un tentativo subdolo di far passare l’istituzione di un servizio che è prerogativa delle forze dell’ordine sotto forma di falso volontariato e soprattutto è una offesa alle tante associazioni di volontariato reale che silenziosamente svolgono un considerevole e importante ruolo nella nostra città senza ricevere alcuna attenzione economica dall’amministrazione comunale.
Infine proponiamo al Sindaco di collaborare gratuitamente con la Polizia Municipale nella segnalazione di abusivi di ogni genere, discariche a cielo aperto in città e in campagna così come abbiamo fatto da sempre e senza uniformi. Evidentemente in questo strano paese chi denuncia gratis non viene ascoltato e chi collabora “volontariamente in uniforme” è più ascoltato e pagato.

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Operazione “By Pass”

Slittamento causato dallo sciopero dell’Unione delle camere penali. Rinviata anche la seduta del processo di appello a carico di un imprenditore edile di Molfetta

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di La Readazione (www.molfettalive.it/…)

Tornerà in aula il 15 aprile il processo per voto di scambio, estorsione, ricettazione e furto a carico di sedici imputati tra cui l’assessore alle Attività produttive Michele Palmiotti e i pregiudicati Michele Laforgia e Giuseppe Cuocci.

L’udienza in programma giovedì è slittata a causa dello sciopero dell’Unione delle camere penali indetto per manifestare a favore di una riforma della giustizia.

Il procedimento è scaturito dall’operazione “By Pass” del 6 ottobre 2005. Ad essere tratti in arresto dai Carabinieri con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alle estorsioni, alla ricettazione e ai furti furono alcuni nomi noti alle forze dell’ordine e Palmiotti, all’epoca dei fatti presidente della Multiservizi.

Secondo la procura di Trani rappresentata dal pubblico ministero Giuseppe Maralfa, Palmiotti, a seguito di alcuni furti di automezzi della sua azienda con conseguente richiesta di riscatto, avrebbe aiutato il pregiudicato Saverio Piccininni, detto “Settpont” a raggirare le indagini sugli episodi di ricettazione ed estorsione di cui l’imputato si sarebbe reso responsabile insieme agli altri due volti noti alle forze dell’ordine. L’attuale assessore venne inoltre indagato per non aver denunciato le richieste di estorsione e per voto di scambio: in occasione delle elezioni provinciali del 2004 avrebbe promesso allo stesso Piccininni un posto di lavoro per la moglie in cambio di collaborazione nella campagna elettorale.

Lo sciopero ha causato il rinvio di un altro processo, stavolta di appello, la cui udienza si sarebbe dovuta svolgere mercoledì 27 gennaio.

Sul banco degli imputati un imprenditore edile molfettese accusato di concussione. I fatti risalgono al 1992 e riguardano degli appartamenti di edilizia convenzionata nella zona 167. In primo grado l’imputato era andato assolto.

Nel procedimento – rinviato al 12 maggio – si è costituito parte civile il Comune di Molfetta nella persona dell’avvocato Maurizio Masellis.

 

Dieci punti del governo per battere le mafie. Propaganda o buone intenzioni?

di Aaron Pettinari (www.antimafiaduemila.com/…)

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/01/nichi_vendola_col1.jpgIl Consiglio dei ministri, ospitato nella prefettura di Reggio Calabria, ha dato oggi via libera al piano straordinario in dieci punti per il contrasto delle mafie. Un progetto sponsorizzato a lungo dalla maggioranza, ed in particolare dal ministro degli Interni Roberto Maroni, i cui contenuti sono stati finalmente svelati.

Il primo punto è la nascita di un’agenzia dei beni sequestrati che dovrebbe insediarsi entro 15 giorni a Reggio, secondo quanto promesso dal ministro Maroni.
Questa avrà il compito di censire i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, nonché di amministrarli, custodirli e destinarli. 

Il secondo punto è quello di raccogliere in un testo unico i principali interventi legislativi antimafia emanati dal 1965 ad oggi. Quindi è prevista una serie di nuovi strumenti per l’aggressione dei beni mafiosi tramite l’estensione a tutto il territorio nazionale di desk interforze provinciali per integrare le informazioni ed individuare i patrimoni da colpire. Per questo sarà necessario un potenziamento dell’azione della Dia in questa direzione, che diventerebbe la "missione prioritaria". Negli intenti annunciati vi è anche il sostegno alle vittime di racket ed usura, proprio nel giorno seguente all’uscita del rapporto di Sos Impresa dove la Confesercenti presentava le esigenze di quest’ultimi.

L’Esecutivo, attraverso nuove misure si propone quindi di incentivare le ribellioni al giogo mafioso, istituendo uno scudo assicurativo statale, da elargire soltanto a chi denuncia i propri taglieggiatori.
Altro punto presentato è il contrasto ale Ecomafie, con l’attribuzione alla Direzione distrettuale antimafia della competenza sul reato di traffico illecito di rifiuti e l’estensione delle operazioni sotto copertura delle forze di polizia a questo reato. Estensioni che sono state proposte anche nelle inchieste su reati di estorsione, usura e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. 
Quindi i ministri hanno accennato alla realizzazione di una mappa della criminalità organizzata attraverso un sistema informatico chiamato ‘Macro’.

Un sistema che sarà continuamente implementato con le informazioni provenienti dai gruppi provinciali composti da investigatori di polizia, carabinieri e finanza e dai responsabili delle carceri. Inoltre sarebbe prvista anche l’intensificazione dell’uso della videoconferenza per l’esame di collaboratori e testimoni di giustizia. All’interno del ddl sarebbe inserito anche un paragrafo sulla vigilanza sugli appalti, a partire dalla ricostruzione in Abruzzo e per l’Expo 2015 di Milano, tramite l’estensione a tutto il territorio nazionale della tracciabilità dei flussi finanziari. A questo si aggiunge la promozione della stazione unica appaltante che dovrebbe assicurare trasparenza, regolarità e economicità nella gestione dei contratti pubblici. Altra proposta è la presentazione in sede Ue della ‘best practice’ italiana in materia di lotta alla criminalità organizzata con l’obiettivo di ottenere il riconoscimento dell’esecuzione dei sequestri dei beni in tutti i Paesi Ue e l’armonizzazione della normativa europea sul sequestro preventivo dei patrimoni dei mafiosi anche al di fuori dell’azione penale.

L’ultimo punto del piano straordinario è dedicato quindi al lavoro nero in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Dopo i gravi episodi di Rosarno, 550 ispettori dovranno controllare 20mila aziende. Nelle parole, i punti presentati sembrerebbero positivi ma è da verificare lo sviluppo e la reale funzionalità. Certo sembra un controsenso proporre un ddl contro le mafie e al tempo stesso promuovere leggi che favoriscono la criminalità organizzata. Esempi di ciò sono lo scudo fiscale, che permette il rientro in Italia dei capitali esteri senza accertarne la provenienza lecita, e la vendita dei beni confiscati, con quest’ultima che ha stravolto il principio della legge Rognoni-La Torre per cui il bene mafioso diventava un bene condiviso e non un bene esclusivo.
Ma sono anche altri gli interventi del governo che vanno in direzione opposta rispetto al contrasto al malaffare e alla criminalità organizzata. Vanno infatti aggiunti il provvedimento sul processo breve; il ddl che limita l’utilizzo delle intercettazioni; la depenalizzazione di molti reati finanziari; e la già espressa volontà del governo di limitare i poteri dei pm. 
Sulle proposte del consiglio dei ministri sono comunque diversi i punti interrogativi ed i nodi da scogliere.

A riguardo è intervenuto anche il presidente di Libera, Don Luigi Ciotti, che da anni si batte su queste tematiche: “L’istituzione dell’Agenzia nazionale sui beni confiscati per rendere più efficace, veloce ed incisiva la legge sulla confisca dei beni dalla fase del sequestro a quella della destinazione d’uso va nella direzione che Libera chiede da anni”. “ Un’agenzia – ha aggiunto – che deve accorciare i tempi e ridare ordine a tutta questa materia ma che deve essere accompagnata da ulteriori provvedimenti come un testo unico in materia della confisca dei beni; il rafforzamento degli strumenti per le indagini patrimoniali ed non ultimo, che venga data concreta attuazione a quella norma approvata nella Finanziaria del 2006 che prevede la confisca dei beni ai corrotti ed il loro riutilizzo ai fini sociali di cui non sappiamo più nulla”. 


Anche il senatore Giuseppe Lumia, membro della commissione Antimafia ha ravvisato il rischio che il Piano antimafia diventi solo uno spot propagandistico. 
In particolare Lumia propone alcuni interventi aggiuntivi: ”Sull’aggressione ai patrimoni bisognerebbe partire dalle norme antiriciclaggio – dice Lumia – L’Italia, infatti, è l’unico Paese a non averne e, inoltre, siamo agli ultimi posti sulla tracciabilità del denaro. Anche per quanto riguarda le ecomafie siamo molto indietro. Spesso si hanno enormi difficoltà a riconoscere i reati ambientali commessi dalle organizzazioni criminali, ma soprattutto le pene sono ridicole. Per combattere le infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti bisogna introdurre il conto dedicato per le aziende, in modo da facilitare il controllo dei flussi di denaro, la provenienza delle forniture, il sistema dei subappalti, dove spesso si annidano le imprese mafiose o collegate alle mafie.

Concordo sulla necessità di assistere in maniera più efficace le vittime del racket e dell’usura, ma se vogliamo realmente sconfiggere questi fenomeni è indispensabile introdurre la denuncia obbligatoria per tutti gli operatori economici”. Va in questa direzione, ma il governo non c’entra nulla, la decisione presa da Confindustria ed annunciata oggi dal presidente Emma Marcegaglia. L’associazione degli industriali ha adottato una delibera che obbliga gli imprenditori vessati a sporgere denuncia, pena la sospensione o espulsione dall’associazione. Stessa sorte per le imprese coinvolte in reati di associazione di stampo mafioso. 
Una presa di posizione importante e che, si spera, stimoli gli imprenditori a scegliere sempre più la via della legalità.

Dopo le primarie, il Liberatorio Politico chiede un confronto sulle emergenze ambientali

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Cinque anni fa, durante la campagna elettorale per le primarie, introducendo Vendola in un incontro pubblico a Molfetta, e prendendo in prestito "la grammatica della fantasia" di G. Rodari, paragonai la caduta di Nichi, nel nostro microcosmo politico, ad un " sasso nello stagno".

Uno straordinario evento che rompeva la monotonia, la pigrizia, il piattume e la routine del nostro sonnecchiante mondo politico. Quella novità, cascata con forza nella palude della politica, aveva costretto tutti a reagire ad una vera e propria provocazione. Quella caduta agì in profondità nelle coscienze. Man mano che cadeva suscitava altre sensazioni e, quando toccava il fondo della palude, sconvolgeva anche la fanghiglia e la sabbia ormai putrefatta restituendo oggetti dimenticati e sepolti. Innumerevoli eventi sono stati registrati in tempi brevissimi che anche a volerli contare, non si potrebbe elencarli tutti senza omissioni.

Ancora oggi subiamo gli effetti di quella caduta. In questi anni abbiamo subìto altre cadute di “sassi”, ma si è trattato più che altro di macigni nefasti, vedi la vittoria di Lillino Di Gioia alle primarie farsa, in cui furono assoldate truppe cammellate di ogni sorta. Qualcuno potrebbe obiettare che non si può paragonare Nichi Vendola a Lillino di Gioia, non v’è dubbio, non esiste alcuna possibilità di paragone personale, politico e culturale, entrambi però sono caduti nel nostro stagno, provocando reazioni contrarie, riflessioni, dibattiti, abbandoni, dimissioni, scissioni, commissariamenti di partito; ma soprattutto hanno portato una nuova consapevolezza d’identità culturali e politiche che sembravano fino ad oggi disperse negli ingranaggi della farraginosa macchina politica.

Dal 2005 ad oggi, quegli eventi continuano a sconvolgere lo stagno politico molfettese ormai privo di quiete. Con queste primarie lampo e con la candidatura di Nichi Vendola, solo con(tro)tutti, le coscienze sono state risvegliate bruscamente con la voglia di realizzare i loro sogni, rimasti nei cassetti, insieme a qualche utopia.

Nikita il rosso ha stravinto sfidando il padre padrone del Partito Democratico D’Alema e, salutando il popolo della “Fabbrica”, aveva scandito bene il suo obiettivo politico senza peli sulla lingua: " E’ la destra che voglio combattere… e non solo quella di Berlusconi, ma anche la destra che è nella sinistra".
I riferimenti erano espliciti e la destra della sinistra è quella dei “signori degli inciuci”, quella parte politica che dal “compromesso storico” PCI-DC, passando dalla fusione della MARGHERITA con i DS, oggi cerca il partito di Casini perché è convinto che il cambiamento di questo paese, e la sconfitta del Berlusconismo, possa passare dai tavoli di concertazione, dalle formule numeriche delle alleanze, dai compromessi sulle leggi “ad personam” che salvano anche la feccia politica di sinistra e i vari “furbetti del quartierino”.

Domenica 24 gennaio 2010 ha vinto la democrazia, la cittadinanza attiva, la partecipazione dal basso, la difesa del bene comune, la voglia di cambiamento e, perché no, un pizzico di follia. Nichi ha sconfitto l’idea ragionieristica della politica che da oltre 30 anni ha distrutto la “sinistra” storica.
E’ giunto il momento di mandare a casa i professionisti e i ragionieri della politica che troppo spesso hanno trasformato i partiti in agenzie di collocamento, affollate da creditori impazienti di riscattare piccole e grandi poltrone, convinti di detenere in modo permanente il monopolio legittimo della rappresentanza. I partiti non possono più pretendere il monopolio della rappresentanza politica, ma devono accettare la sfida della competizione e del confronto con la cittadinanza.

Se la difesa del bene comune è uno dei punti cardine del programma del candidato Governatore, il Liberatorio Politico chiede a Nichi Vendola di confrontarsi con i partiti, movimenti, associazioni e comitati che negli ultimi anni, a Molfetta, hanno lavorato su varie emergenze ambientali (la centrale elettrica Powerflor, il dissesto idrogeologico, la nave dei veleni Alessandro I, alga tossica e residuati bellici, il piano delle coste, l’inquinamento atmosferico, ecc) elaborando con loro un programma di governo che preveda la salvaguardia del territorio per evitare che venga ulteriormente saccheggiato e avvelenato.

Passaparola – Processo breve, processo morto

Testo:

Buongiorno a tutti, si tratta di capire che cosa è questo processo breve e se davvero l’intenzione di Berlusconi è quella di andare fino in fondo con questa legge che ammazza definitivamente la giustizia, o se non si tratta semplicemente dell’ennesima pistola carica poggiata sul tavolo, anzi puntata alla tempia delle opposizioni e del Quirinale per estorcere loro qualcos’altro, qualcosa di peggio. Intanto vediamo quale è la minaccia, ossia quale è il testo della legge che è stato approvato l’altro giorno da una delle due Camere, in attesa che venga approvato dall’altra: è stato approvato al Senato, dove il Presidente, tra l’altro, è prono a tutto e adesso si stabilirà quando ci sarà la votazione alla Camera e se ci sarà la votazione alla Camera, ma per capire quello che sta succedendo intanto vediamo quali saranno i danni, perché il processo breve non è più quello che era stato inizialmente firmato da Gasparri, Quagliariello e Pricolo, capogruppo della Lega Nord, di cui avevamo parlato qualche settimana fa, il testo è cambiato e, se è possibile, è addirittura peggiorato, ma l’hanno modificato perché temevano che fosse troppo incostituzionale persino per i gusti di un uomo di bocca buona come il Capo dello Stato.

La legge porcata passata al Senato (espandi | comprimi)
Il problema è che i profili di incostituzionalità restano, ma sono altri rispetto a quelli della prima versione, quindi vediamo: inizialmente sapete che il processo breve era un processo di sei anni, suddivisi in due anni per il primo grado, due anni per l’appello e due anni per la Cassazione, adesso ci sono delle variazioni.

Se per caso – cosa rarissima, viste le forze attualmente disponibili nei tribunali – si riesce a scavallare il primo ostacolo, bisogna poi fare il processo d’appello in due anni, se si riesce a scavallare anche la tagliola dei due anni per l’appello, bisogna poi portare tutte le carte a Roma e sperare che la Cassazione ce la faccia a celebrare il giudizio ultimo entro un anno e mezzo. Questa è la regola e quindi, quando sentite Gasparri parlare di dieci o quindici anni per i processi, non sa quello che sta dicendo, o forse lo sa e mente, chi lo sa? In ogni caso, se poi la Cassazione, invece di chiudere il processo con una conferma della sentenza di appello, oppure con un annullamento della sentenza di appello e con un rinvio al processo, se rinvia in primo grado e poi c’è un altro appello ci sarà un anno per ogni grado di giudizio aggiuntivo, se invece rinvia in appello ci sarà un anno per il nuovo processo d’appello e poi un anno per il processo in Cassazione e questo riguarda i reati più diffusi, ossia quelli puniti con pene inferiori ai dieci anni, per cui stiamo parlando di reati come il furto, la rapina, lo scippo, lo spaccio, l’associazione a delinquere, la truffa, lo stupro, la molestia, l’aborto clandestino, l’incendio, i reati ambientali, i reati finanziari, tributari, di bilancio, contabili, tutti i reati contro la Pubblica amministrazione, abuso d’ufficio, corruzione, corruzione giudiziaria, falsa testimonianza, calunnia, sequestro di persona non a scopo di estorsione, ricettazione, violenze in famiglia, lesioni, violenza privata, oltraggio a pubblico ufficiale etc. etc., la gran parte dei processi, il traffico di droga non gravissimo. Poi ci sono i processi per i reati che sono puniti con una pena che supera i dieci anni: per questi ci sarà, per il primo grado, un tempo di quattro anni, per l’appello lo stesso tempo degli altri, sempre due anni e per la Cassazione un anno; non si capisce per quale motivo la Cassazione, per i reati puniti più gravemente, dovrà fare più in fretta che non per i reati puniti meno gravemente, mistero!
Ultimo scaglione, i processi per i reati di mafia e di terrorismo: lì in primo grado si potrà fare fino a cinque anni, in appello fino a tre e in Cassazione due, per esempio il processo Dell’Utri sarebbe morto, perché il processo per mafia a Dell’Utri è durato tantissimo, dovendosi sentire tantissimi testimoni e essendo il Tribunale di Palermo ultracongestionato, come sono i tribunali che si occupano di mafia: pensate ai tribunali in Calabria, ai tribunali in Campania, sono tutti oberatissimi e quindi non ce la fanno. Il giudice però potrà prorogare la durata fino a un terzo in più, nel caso in cui i procedimenti siano molto complessi e abbiano molti imputati: il caso Dell’Utri ne aveva solo due e quindi sarebbe stato escluso e sarebbe morto e sepolto.

La norma transitoria contro i cittadini (espandi | comprimi)
Questo per i processi a regime, ossia per i processi che cominceranno da quando la legge entrerà o entrasse in vigore in giù e per i processi cominciati prima? Norma transitoria: la norma transitoria dice che tutti i processi per i reati in corso, ovviamente, per i reati commessi fino al 2006 e quindi che beneficiano di quello sconto di pena di tre anni, previsto dall’indulto del 2006, che siano puniti con pene inferiori ai dieci anni e quindi tutti i reati commessi prima del 2006 che rientrano nella prima categoria, quella del processo brevissimo, soggiacciono alle stesse regole del processo brevissimo, per cui bisognerà fare, anzi bisognerà avere già fatto il primo grado in tre anni, l’appello in due anni e la Cassazione in un anno e mezzo.

L’emendamento liberi tutti (espandi | comprimi)
La seconda furbata – vado veloce, perché le altre sono più facili da spiegare – è l’emendamento che estende questo colpo di spugna non solo alle persone fisiche, ossia all’imputato Marco Travaglio, ma anche alle persone giuridiche, cioè all’eventuale società di Marco Travaglio per la responsabilità amministrativa, in base alla legge 231 /2001. Perché è importante questo?

La norma transitoria contro i cittadini (espandi | comprimi)
Questo per i processi a regime, ossia per i processi che cominceranno da quando la legge entrerà o entrasse in vigore in giù e per i processi cominciati prima? Norma transitoria: la norma transitoria dice che tutti i processi per i reati in corso, ovviamente, per i reati commessi fino al 2006 e quindi che beneficiano di quello sconto di pena di tre anni, previsto dall’indulto del 2006, che siano puniti con pene inferiori ai dieci anni e quindi tutti i reati commessi prima del 2006 che rientrano nella prima categoria, quella del processo brevissimo, soggiacciono alle stesse regole del processo brevissimo, per cui bisognerà fare, anzi bisognerà avere già fatto il primo grado in tre anni, l’appello in due anni e la Cassazione in un anno e mezzo.

Il ricatto (espandi | comprimi)
Stanno ricattando, con questa legge, la Cassazione e le stanno dicendo “ o salta il processo Mills, oppure saltano tutti i processi, o quasi tutti”, questo è il ricatto, accompagnato insieme al bastone dalla carota, ossia da un emendamentino che sta vagando in Parlamento, pronto a entrare in qualsiasi provvedimento omnibus, che allunga la carriera dei magistrati da 75 a 78 anni, esattamente quello che serve al Presidente attuale della Cassazione, Carbone, che sta per andare in pensione e invece si vedrebbe prorogare in carica per altri tre anni.

Il centrosinistra, se esiste ancora un centrosinistra e se esiste ancora un’opposizione, ha tutto l’interesse a che Berlusconi approvi la legge sul processo breve, paghi le conseguenze di impunità generalizzata, in controtendenza con le promesse di sicurezza che aveva fatto in campagna elettorale, e dopodiché si veda bocciare questa legge dalla Corte Costituzionale. Sarebbe perfetto, un’opposizione degna di questo nome starebbe ferma e non gli darebbe assolutamente nessun contentino alternativo e lo lascerebbe, finalmente, andare a sbattere il muso contro le conseguenze generali dell’impunità che lui, per garantire a sé stesso, dovrebbe garantire a tutti. Temo che il Partito Democratico e l’Udc invece opteranno per l’altra soluzione: subire il ricatto, pagare il pizzo, salvare Berlusconi sia dai processi e sia dalle conseguenze di una legge come la blocca processi, probabilmente gli daranno qualcosa che salvi soltanto lui, a meno che gli elettori del PD e dell’Udc – diciamo del PD, perché quelli dell’Udc sono abituati a qualunque cosa, vedi Cuffaro – si facciano sentire in questo periodo di campagna elettorale, scuotano i loro leaders con lettere, incontri pubblici, mail etc. etc. per pregarli, almeno stavolta, di stare fermi e di non agitarsi per difendere il Cavaliere, così magari una volta tanto pagherà qualche pedaggio di impopolarità anche lui!

Passate parola e continuate a leggere Il Fatto Quotidiano. Grazie e buona settimana.

Talpe, pene più dure in appello: 7 anni a Cuffaro, Aiello (15 anni) subito arrestato

Sentenza d´appello del processo che coinvolge Michele Aiello e Totò Cuffaro. Stabilite pene più dure. Leggi il dossier di 90011.it

23/01/2010

https://i2.wp.com/www.90011.it/public/news/2312010144316.jpg
Vignetta di Zarpa sul famoso incontro tra Cuffaro e Aiello presso "Bertini" a Bagheria,
una settimana prima del blitz

da www.90011.it/…

Quindici anni di reclusione per l´imprenditore della sanità Michele Aiello, patron di Villa Santa Teresa. In primo grado la condanna era stata di 14 anni. Subito dopo la sentenza, Aiello è stato arrestato e condotto al carcere di Pagliarelli perchè ritenuto "socialmente pericoloso". I magistrati hanno anche sostenuto la sussistenza del pericolo di fuga e la Corte, presieduta da Giancarlo Trizzini, ha accolto la richiesta della Procura di emanare un´ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sette anni di reclusione sono stati inflitti invece all´ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, per il quale la corte d´appello riconosce questa volta il favoreggiamento con l´aggravante di aver favorito la mafia. Una batosta ancora più dura rispetto al primo grado, tanto da far annunciare all´attuale senatore Udc che lascierà tutti gli incarichi di partiti. "Mi dedicherò con la serenità che la Madonna mi aiuterà ad avere – dichiara – alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di giustizia". Per il resto, l´impianto accusatorio e la sentenza di primo grado sono state confermato. Più qualche modifica, oltre alle posizioni di Aiello e Cuffaro, la corte d´appello ha deciso di modificare in concorso esterno per associazione mafiosa l´accusa di favoreggiamento contestata all´ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, condannato a 8 anni di carcere: in primo grado aveva avuto 7 anni. La Corte, infine, ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell´imputata.

Le indagini che hanno poi condotto al processo Talpe hanno portato alla luce un contesto agghiacciante di intrecci perversi tra Cosa Nostra, politica e mondo imprenditoriale. Coinvolti il principale imprenditore della sanità in Sicilia, il bagherese Michele Aiello, il maggior contribuente dell´Isola, l´allora presidente della Regione, gli investigatori Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, l´ex investigatore e deputato regionale Antonio Borzacchelli, i dirigenti dell´Ausl di Bagheria Lorenzo Iannì e il direttore generale Giancarlo Manenti e poi numerose altre figure di contorno. In tutto questo si profilava minacciosa l´ombra della mafia, con i boss della Cosa Nostra bagherese che intrattenevano strani rapporti con il manager di Villa Santa Teresa e tonnellate di indizi e intercettazione perlomeno ambiegue. Bagheria era il centro dei rapporti, dei contatti e dei fiumi di denaro che ruotavano attorno a questo mondo. E il notiziario online 90011.it, durante tutto l´anno 2008, ha pubblicato un approfondito dossier sulla vicenda Talpe. Un quadro ampio e documentato, pieno zeppo di storie, conversazioni e nomi e cognomi. Un ritratto inquietante su quello che è stata la città delle ville. O meglio, per dirla con le parol del pentito Giuffrè, quella che era "la roccaforte di Bernardo Provenzano".

Il dossier Talpe di 90011.it

1 – Anno 2003: Bagheria intercettata
2 – L´ingegnere Aiello e le sue talpe
4 – Il fiato sul collo della Procura antimafia
5 – Onofrio Morreale e il secchio, quella strana coincidenza
6 – Quando il maresciallo catturò il boss Rinella e (stranamente) non disse nulla ad Aiello
7 – La confessione di Riolo: «Io, attratto da giochi di potere, denaro e malaffare»
8- Stradelle e cantieri, le origini della fortuna di Michele Aiello
9 – Stradelle e cantieri, le origini della fortuna di Michele Aiello (parte seconda)
10 – "Quelli di Bagheria" e "l´ingegnere", rapporti sospetti e strani intrecci
11 – Tanti "parenti eccellenti" nel libro paga del gruppo Aiello
12 – Business e politica, Aiello scopre la sanità
13 – Business e politica, Aiello scopre la sanità (2a parte)
14 – Dal sistema dei rimborsi alle convenzioni, ecco le "eccezioni" alla legge per le cliniche di Aiello
15 – Talpe, il tariffario "concordato" per Villa Santa Teresa e la campagna stampa per il "centro d´eccellenza"
16 – Sanità, l’atto finale: l’incontro tra Aiello e Cuffaro da “Bertini”

 

Sfilano i politici al processo "Amato + 5"

Chiamati a deporre l’ex sindaco Tommaso Minervini e l’assessore Giacomo Spadavecchia. Ancora assente il consigliere regionale Massimo Cassano

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

La politica mercoledì 20 gennaio nell’aula delle udienze penali del tribunale di Trani.

Nel processo per concussione, voto di scambio, abuso d’ufficio e falso ideologico a carico di Pino Amato, Pasquale Mezzina, Girolamo Antonio Scardigno, Gaetano Brattoli, Vito Pazienza e Giovanna Anna Guido sono stati chiamati a testimoniare, tra gli altri, esponenti di oggi e di ieri della classe politica locale.

Tra questi l’ex sindaco Tommaso Minervini e l’attuale assessore al marketing territoriale, ambiente e centro storico Giacomo Spadavecchia.

Tutti i testi ascoltati sono stati convocati dal difensore di Amato, l’avv. Domenico Di Terlizzi.

A rappresentare le parti civili, Matteo d’Ingeo e il comune di Molfetta rispettivamente gli avvocati Bartolo Morgese e Maurizio Masellis (foto).

Ancora assente, invece, il consigliere regionale Massimo Cassano, secondo il pubblico ministero Giuseppe Maralfa beneficiario nelle elezioni regionali del 2005 di un pacchetto di voti ottenuti grazie ad Amato, all’epoca dei fatti assessore alla Polizia Municipale. Cassano risultò eletto con 10.835 voti, 1.707 dei quali ottenuti solo a Molfetta.

Il collegio composto dai giudici Cesaria Carone (presidente) e dai giudici Lorenzo Gadaleta e Francesco Messina (a latere) ha ascoltato in apertura di udienza Fabia Garatti, responsabile dei corsi per la formazione del personale addetto alle vendite del Fashion District.

Il teste, su specifica richiesta della difesa, ha dichiarato di aver ricevuto indicazioni su alcuni nominativi. Segnalazioni ininfluenti perché le selezioni non avevano carattere discrezionale ma avvenivano anche per mezzo di quiz e poi – come già ribadito in aula il 3 dicembre – perchè le aziende non erano poi vincolate ad assumere il personale formato.

Nonostante questo l’amministrazione comunale decise comunque di porre il proprio patrocinio all’iniziativa, come confermato da Tommaso Minervini. La deposizione dell’ex sindaco ha anche riguardato il rilascio di alcune autorizzazioni permanenti o temporanee per l’occupazione di suolo pubblico a favore di esercizi commerciali. Un modo – secondo Minervini – di rilanciare il settore.

L’assessore Spadavecchia è stato ascoltato su una contravvenzione elevata (ma non iscritta a ruolo) a uno degli autocarri intestati alla ditta da lui amministrata e ritrovata in possesso dell’allora comandante di Polizia Municipale Vincenzo Zaza, già condannato a tre anni al termine dell’udienza preliminare in virtù del patteggiamento.

Così come altri due testi ascoltati sulla stessa materia, Spadavecchia ha dichiarato di non essere a conoscenza dei fatti.

La lettura delle intercettazioni torna in aula. Stavolta è il caso di Rosa De Ceglia e di una conversazione con Pino Amato. All’epoca dei fatti la donna non era ancora dipendente a tempo pieno del centro diurno per disabili gestito dalla cooperativa Gea, coordinata dallo stesso imputato.

L’udienza è stata aggiornata al 3 febbraio. Il calendario delle prossime sedute si preannuncia fitto e dovrebbe portare al pronunciamento della sentenza entro la prima decade di maggio. In caso contrario il processo rischia di andare prescritto in virtù della proposta legge sul cosiddetto “processo breve” licenziata mercoledì dal Senato ed ora passata all’esame della Camera.

Ecco l'atto d'accusa di Lady Asl: "Così Tedesco pilotava gli appalti"

Sono due i verbali che scuotono il mondo politico pugliese. Uno è quello di Lea Cosentino (nella foto) che punta l’indice contro l’ex assessore alla Sanità Tedesco, citando le sue «continue pressioni». L’altro è stato reso da Gianpaolo Tarantini che accusa l´ex vice presidente regionale, Frisullo: «Non solo donne, ma anche soldi».

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Lea Cosentino

di Gabriella De Matteis e Giuliano Foschini (www.bari.repubblica.it/…)

Due verbali scuotono il mondo politico pugliese. Uno è quello di Lea Cosentino che punta l´indice contro l´ex assessore alla Sanità, Tedesco, citando le sue «continue pressioni». L´altro, invece, è stato reso da Gianpaolo Tarantini che accusa l´ex vice presidente regionale, Frisullo: «Non solo donne, ma anche soldi». Un verbale inedito. Un interrogatorio che per la prima volta svela l´atto di accusa di Lea Cosentino contro l´ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco.

E´ il 19 ottobre dello scorso e l´ex manager dell´Asl risponde alle domande del pm Roberto Rossi. Lo fa per raccontare delle «continue pressioni» che avrebbe ricevuto dall´allora esponente della giunta Vendola. «Posso riferire – dice la Cosentino – di aver visto Rubino Elio, genero dell´assessore Tedesco, gestore della Dragher mentre affrontava presso la sede dell´Asl questioni relative all´appalto dei lotti delle sale operatorie del nuovo oncologico. In particolare ho conoscenza diretta che ha sollecitato l´aggiudicazione definitiva di quel lotto alla ditta citata. Posso riferire che l´assessore Tedesco mi aveva parlato della Dragher prima della gara». Le sollecitazioni dell´esponente Pd, stando almeno al racconto di Lady Asl, avrebbero riguardato anche gli appalti per la gestione dell´ausiliariato e delle pulizie e del servizio di smaltimento dei rifiuti ospedalieri (in questo caso avrebbe caldeggiato l´azienda Tradeco).

Ma la Cosentino parla anche di un contratto di leasing per un laser oculare venduto da una società riconducibile al genero. «Inizialmente il leasing fu accordato, ma poi – racconta la Cosentino – ci accorgemmo che l´acquisto del bene era economicamente più conveniente e revocammo la delibera relativa al leasing. Questa cosa fece arrabbiare l´assessore Tedesco». Che interviene, accusa, l´ex direttore generale dell´Asl, anche per alcuni concorsi per primario. Di un caso, in particolare, la Cosentino avrebbe informato anche il presidente della Regione Nichi Vendola «lamentandomi delle pressioni dell´assessore Tedesco e chiedendogli di aiutarmi nella gestione dei rapporti intrattenuti con il medesimo».

Del suo rapporto con l´attuale senatore del Pd la Cosentino aggiunge: «Da quando erroneamente Tedesco ha ritenuto che mi fossi proposta io al presidente Vendola per una sua sostituzione (circostanza non vera in quanto la proposta veniva in realtà dal presidente) iniziò una vera e propria guerra psicologica tesa a farmi dimettere o a farmi revocare. Guerra esternata attraverso continue pressioni su ogni vicenda». Lady Asl parla anche dei suoi rapporti con Gianpaolo Tarantini, di amicizia personale, ma racconta che non lo avrebbe mai favorito perché chiarisce: «Alcune informazioni relative al mondo imprenditoriale (come ad esempio alla formazione dei vari "cartelli" imprenditoriali) che chiedevo al Tarantini derivavano dalla necessità di trovare un contrappeso alla pressione da me subita continuamente da parte dell´assessore Tedesco e delle persone e aziende a lui vicine». Le dichiarazioni della Cosentino che ora è ai domiciliari ora sono al vaglio della procura.

Che sta verificando anche le dichiarazioni di Gianpaolo Tarantini che nel suo ultimo interrogatorio ha fatto il nome dell´ex vicepresidente della Regione Sandro Frisullo, sostenendo di avergli dato soldi e donne perché sbloccasse i mandati di pagamento per le forniture sanitarie. «Frisullo – spiega il suo legale Michele Laforgia – ha formalizzato da settembre la sua disponibilità a chiarire ogni aspetto dei suoi rapporti con Tarantini. A tutt´oggi, non ha ricevuto alcuna convocazione e non gli è stato contestato nessun reato».

5 morti alla Truck center. «Colpevoli pure all'Eni»

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di Lucrezia d’Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

«Gli imputati condannati nel presente processo, le cui responsabilità devono essere associate a quelle di Vincenzo Altomare, dell’Eni spa, della Nuova Solmine spa e della Meleam Puglia spa, ciascuno nel proprio ambito di intervento, sono i soggetti realmente responsabili di quanto si è verificato e si poteva evitare».
Di qui la necessità di avviare, come peraltro preannunciato nei mesi scorsi, un supplemento di indagine a carico di chi, nel processo di primo grado, appena concluso, non sedeva con gli altri imputati. Il giudice monocratrico del Tribunale di Trani, sezione distaccata di Molfetta, Lorenzo Gadaleta, ha depositato le motivazioni della sentenza del processo Truck Center. Trecentocinquantadue pagine nelle quali vengono ricostruiti i momenti tragici del 3 marzo 2008, quando cinque persone si calarono all’interno di una cisterna (che si trovava nella Truck center, azienda di Molfetta) per rimanere intossicate a morte; vengono ricostruiti i momenti immediatamente successivi e quelli precedenti alla tragedia; vengono individuati i responsabili.

Nel frattempo sono già stati inviati gli atti alla Procura perché si proceda con le indagini e, la cosa è ipotizzabile, con un nuovo processo. Il 3 marzo 2008 persero la vita Vincenzo Altomare, 64 anni, Guglielmo Mangano, 44, Luigi Farinola, 37, Biagio Sciancalepore, 22, e Michele Tasca, 20 anni (il giovane morì in ospedale all’alba del giorno dopo), titolare e dipendenti della Truck Center. Per quelle morti, lo scorso 26 ottobre, in tre, dirigenti di Fs Logistica e di La Cinque Biotrans, sono stati condannati a quattro anni di reclusione e cinque anni di interdizione dalle attività di dirigenza societaria ciascuno. Condannate al risarcimento danni, a favore delle parti, le società. Condannata alla sanzione amministrativa di 400mila euro la Truck Center.

A tale proposito, il legale che ha rappresentato in udienza l’azienda, avvocato Maurizio Altomare, dopo avere letto le motivazioni, ha preannunciato che ricorrerà in appello. Sta di fatto che «ognuno dei soggetti – puntualizza il giudice Gadaleta nelle motivazioni della sentenza – avrebbe potuto e dovuto evitare di innescare o almeno avrebbe potuto e dovuto neutralizzare la drammatica, prevedibile, sequenza causale, scatenata a monte da una inquietante trascuratezza e tracimata a valle in una scriteriata gestione di una situazione altamente pericolosa».

E ancora: «Se vi fosse stata l’ordinaria premura per l’incolumità fisica dei soggetti rimasti prevedibilmente incastrati nelle maglie del pericolo, se vi fosse stata la dovuta attenzione nel prevenire i riverberi esiziali di determinati comportamenti e se vi fosse stata l’occorrente cura nell’applicazione di regole scritte specifiche, oltre che di misure prudenziali comuni, il 3 marzo del 2008 non sarebbe accaduto nulla di grave presso l’impianto della Truck Center». «La lettura della sentenza – hanno affermato in una nota congiunta Giulia Caradonna, vedova di Luigi Farinola, rappresentata dall’av – vocato Marcello Magarelli, e Grazia Sciancalepore, madre di Michele Tasca, assistita dagli avvocati Giacomo Ragno, Maria Rosaria De Cosmo e Pietro Tournier – contribuisce ad alimentare una fiducia incondizionata nella giustizia. Siamo profondamente riconoscenti al giudice, Lorenzo Gadaleta, per il lavoro che ha svolto. In sette mesi è riuscito a fare luce su u n’intricata vicenda che ha segnato per sempre le nostre vite».

IL TESTO DELLA SENTENZA

Il dispositivo della sentenza, emessa il 26 ottobre scorso, recita testualmente nelle ultime due pagine: Il giudice Lorenzo Gadaleta «ordina alla cancelleria la trasmissione di copia degli atti all’ufficio del pm in sede per le ragioni di seguito specificate:

1) perché si proceda per gli illeciti penali ed amministrativi commessi da Eni spa, Nuova Solmine spa, Meleam Puglia spa, nonché dagli individuabili loro rappresentanti ed operatori, giacchè tutti corresponsabili nella produzione degli eventi tragici esaminati nel presente procedimento;

2) per le valutazioni del caso in ordine ai reati emersi nel dibattimento per gestione di rifiuti, nonché per emissioni di acido solfidrico, attività che, per quanto avvenuto senza le occorrenti autorizzazioni presso l’impianto della Truck Center sas, risultano attribuibili pure agli operatori della Fs Logistica spa e della La Cinque Biotrans di Campanile Giuseppe & C snc;
3) perché si valutino opportunamente ex articolo 207 del codice di procedura penale alcune deposizioni rese dagli operatori dell’Eni spa e della Nuova Solmine spa nel corso del dibattimento, ravvisandosi a tal proposito indizi di falsa testimonianza. Ordina, infine, alla cancelleria la trasmissione di copia degli atti alle Procure di Taranto e di Grosseto per le valutazioni del caso in ordine a quanto emerso chiaramente nel dibattimento in relazione al trasporto ed allo smaltimento di sostanze qualificabili come rifiuti, alle emissioni non controllate di acido solfidrico in atmosfera ed infine alle violazioni delle prescrizioni in materia di sicurezza del lavoro, fatti accaduti rispettivamente presso la raffineria dell’Eni spa a Taranto e presso l’impianto di produzione di acido solforico della Nuova Solmine spa a Scarlino (in provincia di Grosseto, ndr)».

Buccaneer, ecco le prove del riscatto. l'Italia pagò ai pirati un milione in più.

Una cifra record. Dopo la liberazione dei marinai Frattini aveva negato passaggi di soldi. In cinque mesi la procura di Roma ha ricostruito come andarono davvero le cose. L’armatore era pronto a darne tre, gli 007 ne consegnarono quattro.

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Il rimorchiatore Buccaneer

di Carlo Bonini (www.repubblica.it/…)

I giorni neri del "Buccaneer" non hanno più segreti. E la verità – ora documentata da cinque mesi di indagini della Procura di Roma – ha il colore e gli zeri di una montagna di soldi che smentisce l’enfasi e illumina le omissioni con cui il governo salutò pubblicamente la conclusione di quei 119 giorni di sequestro («Non è stato pagato un soldo. La forza della politica, l’impegno del primo ministro somalo e un eccezionale lavoro di intelligence hanno semplicemente convinto i sequestratori che non esisteva alternativa che liberare nave e ostaggi», disse il ministro degli Esteri Franco Frattini).

La mattina del 9 agosto 2009, per riacquistare la vita e la libertà dei sedici marinai del rimorchiatore di altura abbordato l’11 aprile nel Golfo di Aden, l’intelligence militare del nostro Paese pagò ai pirati somali quattro milioni di dollari in contanti, come per altro gli stessi pirati, «smentiti», avevano voluto far sapere a sequestro concluso. Un milione in più, si scopre ora, dei tre pattuiti nella trattativa "privata" condotta parallelamente dalla "Micoperi" di Ravenna, la società armatrice del "Buccaneer". Come ha potuto ricostruire l’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti e dai carabinieri del Ros e come documentano le conversazioni telefoniche intercettate dalla Procura sull’utenza satellitare utilizzata a bordo del "Buccaneer" da banditi, mediatori ed equipaggio durante i quattro mesi del sequestro, il riscatto viene consegnato la mattina del 9 agosto, poche ore prima del rilascio dell’equipaggio.

Nello specchio di mare che bagna le coste della provincia indipendente somala del Putland. Poche miglia al largo del punto in cui il "Buccaneer" è rimasto alla fonda prigioniero dei pirati. Al centro del cono di sorveglianza della "San Giorgio", la nave da sbarco della nostra marina militare, in quelle settimane sentinella della trattativa a una distanza dal rimorchiatore non superiore alle sei miglia. Ai pirati non deve sembrare vero. Nelle borse consegnate dall’ufficiale pagatore del nostro Paese, sono stipati contanti per quattro milioni di dollari. Il più alto riscatto mai pagato per un naviglio in quattro anni di abbordaggi nel golfo di Aden. Superiore persino ai 3 milioni di dollari con cui i Sauditi, nel gennaio del 2009, hanno chiuso la partita per la riconsegna della "Sirius star", la petroliera catturata con 25 uomini di equipaggio e un carico di due milioni di barili di greggio (pari a un valore di 100 milioni di dollari).

Delle "borse" e del loro tesoro, nelle carte dell’inchiesta si trovano riscontri inequivocabili. Interrogato dalla Procura dopo la liberazione, le ricorda a verbale Mario Albano, primo ufficiale del "Buccaneer". La mattina del 9 agosto – racconta – alcuni pirati lasciano il rimorchiatore su una piccola imbarcazione. E, al loro ritorno a bordo, nelle loro mani, con le armi, ci sono «borse che non avevano al momento di lasciare la nave». La prigionia, del resto, finisce in quell’istante. Gli incursori di marina della "San Giorgio" arrivano sul rimorchiatore dopo aver lasciato il tempo ai pirati di raggiungere la costa. E di regolare a raffiche di kalashnikov (otto pirati saranno trovati morti alcuni giorni dopo) la divisione di un bottino che alla conta finale è più ricco di quanto avessero immaginato. È la seconda "scoperta" dell’inchiesta.

Che si sia pagato "quattro" quello che si era concordato di chiudere a "tre", lo racconta ad uno dei dirigenti della "Micoperi" il mediatore somalo che la società armatrice di Ravenna ha deciso al momento del sequestro di spedire nel Golfo di Aden per aprire un canale di trattativa "privato" con i pirati. L’uomo – che come gli altri protagonisti di questa storia parla su un telefono che non sa essere intercettato dalla Procura – commenta a sequestro concluso il prezzo della liberazione. «Noi – dice – avevamo chiuso per tre. Ma a questo punto mi viene il dubbio che loro abbiano pagato quattro». Il rimorchiatore Buccaneer Nell’agosto del 2009, i quattro milioni di riscatto del "Buccaneer" sono l’esito coerente di una politica del portafogli per il rilascio degli ostaggi mai pubblicamente ammessa e tanto meno discussa in Parlamento, ma sistematicamente autorizzata da Palazzo Chigi da quando sono cominciati i sequestri di italiani all’estero. E di cui la Procura di Roma ha avuto nel tempo riscontri documentali (in Iraq come in Afghanistan), senza per questo ritenere, come pure in questo caso, che vi fossero «ostacoli di legge» che la impedissero.

Ma in quell’estate del 2009, i quattro milioni del "Buccaneer" mettono a nudo anche la doppiezza della diplomazia di un Paese, il nostro (e dell’intera Unione Europea), che mentre si impegna nell’operazione internazionale di pattugliamento del Corno d’Africa per disinfestarne le acque dalla pirateria, proprio ai pirati ora consegna il riscatto del "Buccaneer", ora restituisce la libertà. Accade il 17 giugno del 2009, mentre il sequestro del rimorchiatore è in corso. Nove somali, catturati il 22 maggio dalla fregata "Maestrale" nel golfo di Aden durante il tentativo di abbordaggio del "Maria K.", mercantile con bandiera delle isole Grenadine, dopo quasi un mese di detenzione e interrogatori del Ros a bordo della nave della nostra marina militare, vengono liberati e consegnati al Kenya, come ha stabilito la risoluzione europea di Pesc.
Lo strumento è un decreto legge approvato il 12 giugno che modifica la giurisdizione italiana sui reati di pirateria, rendendoli perseguibili «solo se commessi in danno dello Stato, di beni o cittadini italiani». Come il "Buccaneer", appunto. Per il quale innanzitutto pagheremo e poi indagheremo.

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