Archivio mensile:aprile 2011

Controlli dei Nas al Policlinico, medico accusato di truffa e peculato


Foto: © n.c.

www.molfettalive.it

carabinieri del Nas (Nucleo Antisofisticazioni e Sanità) di Bari hanno svolto accertamenti diretti alla verifica del puntuale e corretto svolgimento dell’attività “intramuraria” da parte di medici dipendenti di strutture pubbliche. 

Sotto la direzione della procura barese, sono state effettuate, tra le altre, indagini sul conto di dirigenti e sanitari della Clinica di Chirurgia plastica e ricostruttiva universitaria del Policlinico di Bari dirette ad accertare eventuali irregolarità connesse al percepimento dei compensi conseguiti dai professionisti in occasione delle visite svolte in regime di attività libero-professionale.  Dalle indagini effettuate sono emerse responsabilità penali a carico di un dirigente medico in servizio nella clinica universitaria, accusato di aver di aver omesso di comunicare all’azienda ospedaliera universitaria di appartenenza, nel corso dell’anno 2010, l’esercizio dell’attività libero-professionale svolta presso il proprio ambulatorio privato di Molfetta, inducendo così in errore la medesima azienda la quale, ritenendo che il medico mantenesse il rapporto esclusivo di lavoro, corrispondeva mensilmente la specifica indennità di esclusività, elargendo allo stesso indebiti compensi pari a circa 23.000 euro. 

Le indagini, inoltre, hanno permesso di accertare che lo stesso medico, nel periodo compreso tra il 2007 e il 2009, nel corso di diverse visite svolte nel medesimo studio privato di Molfetta in regime di attività libero-professionale intramuraria, per la quale era stato regolarmente autorizzato, aveva omesso di versare all’ente ospedaliero di appartenenza gli importi frutto di parte dei corrispettivi ricevuti dai pazienti visitati e dovuti all’ente stesso a titolo di spettanze. 

A conclusione delle attività investigative il gip del tribunale di Bari, concordando con la tesi investigativa fornita dai Nas, su richiesta della procura, ha emesso a carico del medico un provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca di un immobile di proprietà dell’uomo ubicato nel comune di Bitonto, del valore di 300mila euro, contestando allo stesso i reati di truffa aggravata ai danni del servizio sanitario e peculato. 

Le indagini nello specifico settore proseguono a cura dei militari del Nas di Bari, che stanno verificando la posizione di altri medici in servizio presso il nosocomio del capoluogo.

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Interrogazione parlamentare sulla presenza di ordigni a caricamento chimico nel mare pugliese

 

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                                                    Al Sindaco della città di Molfetta
                                    e p.c.       Agli organi di stampa
 
 
 
Oggetto: Interrogazione parlamentare sulla presenza di ordigni a caricamento chimico nel mare pugliese
 
 
Gent.mo Sindaco Senatore Azzollini, Le scriviamo ancora una volta, non solo per ricordarLe che siamo in attesa, da anni, di risposte alle numerose interrogazioni ed esposti sulla bonifica in atto a Molfetta, ma anche per chiederLe di sensibilizzare e sollecitare i Ministri competenti a rispondere all’ultima interrogazione a risposta scritta n. 4/09713 (di seguito allegata) presentata nella seduta della Camera n. 402 del 25/11/2010 dall’On. ZAMPARUTTI ELISABETTA e i co-firmatari BELTRANDI MARCO, BERNARDINI RITA, FARINA COSCIONI MARIA ANTONIETTA, MECACCI MATTEO, TURCO MAURIZIO.
Dal momento che la risposta alla suddetta interrogazione si attende dal novembre 2010 ed è stata sollecitata il 12/01/2011, 3/02/2011, 3/03/2011, 6/04/2011, chiediamo a Lei Sindaco Azzollini, anche in veste di rappresentante del Senato della Repubblica, di intervenire presso il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, affinché ci siano delle risposte chiare e definitive sulla situazione dell’inquinamento del nostro mare causato presumibilmente dalla presenza di ordigni bellici a caricamento chimico.
Confidando nella Sua sensibilità per la tutela del bene comune, della salute e sicurezza dei cittadini della Sua città natale, ringraziandoLa anticipatamente per il suo impegno e restando in attesa di un positivo riscontro, inviamo cordiali saluti.

Liberatorio Politico


 
Atto Camera
 
Interrogazione a risposta scritta n.4-09713 presentata giovedì 25 novembre 2010, seduta n.402 da ELISABETTA ZAMPARUTTI e BELTRANDI MARCO, BERNARDINI RITA, FARINA COSCIONI MARIA ANTONIETTA, MECACCI MATTEO, TURCO MAURIZIO
 
Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute, al Ministro della difesa, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali.
 
Per sapere – premesso che:
 
– secondo quanto risulta da archivi militari britannici (National Archives: dossier WO 188/685) e fonti bibliografiche attendibili (Infield, Glenn B., Disaster at Bari, The Macmillan, New York, 1971; Atkinson Rick, The Day of the Battle: The War in Sicily and Italy, 1943-1944, Henry Holt and Company, New York) sarebbero state inabissate davanti alla costa pugliese a partire dal dicembre 1943 fino a tutto il 1946  centinaia di migliaia di tonnellate, di ordigni bellici a caricamento convenzionale ed a caricamento speciale, i quali ultimi contenenti yprite, adamsite, lewisite, fosforo bianco, arsenico, acido solforico, cianuro, cloruro di pricrina, cloruro di cianogeno, e altro, in tutto 26 tipi di veleni diversi;
– secondo documenti tratti dai predetti archivi militari e dell'Archivio di Stato di Bari, come anche dall'articolo di Gianni Lannes «Un mare pieno di bombe» pubblicato sul n. 49 di Diario 7 dicembre 2001pagine 22-23, tali inabissamenti hanno interessato anche la costa di Manfredonia, Vieste, Ortona, Pescara, Teramo, Pesaro, Rimini, Ischia, Aviano, il lago di Garda, ed altri siti ancora;
 
– già a partire dal 1970 i primi ordigni e fusti contenti tali sostanze, hanno rilasciato lentamente il loro contenuto mortale, nei fondali e nelle acque antistati la costa del medio e basso Adriatico, come in altri siti secondo campioni sottoposti ad analisi tossicologiche (Nave Calypso); nel 1999 lo studio Achab dell'Icram aveva evidenziato tali anomalie;
 
– in particolare, a partire da 1998, progressivamente è scomparso il pesce stanziale dei litorali pugliesi ed è rimasto imbrigliato nelle reti dei pescatori solo pesce migratore, anch'esso in quantità molto ridotte;
 
– sui fondali le alghe e la posidonia oceanica, dell'area antistante la costa molfettese che fa parte integrante del «Parco nazionale della Posidonia Oceanica San Vito di Barletta», sono assenti del tutto;
 
 – secondo una documentata inchiesta giornalistica di Gianni Lannes, pubblicata dal settimanale Left(Avvenimenti) il 16 marzo 2007 (numero 11, pagine 14-26) dal 1946 a tutt'oggi numerosi pescatori sono risultati vittime di incidenti in mare a causa di predetti ordigni; altri più recentemente hanno cominciato ad avvertire forti bruciori agli occhi durante le battute di pesca, con occhi gonfi che lacrimano, offuscamento della vista, mani e zone esposte all'acqua che si spaccano e si riempiono di bolle piene di siero, che diventano, nei giorni successivi, dolorosissime. Inoltre avvertono problemi respiratori. Dopo una giornata di pesca i marinai di Molfetta sono costretti a rimanere a letto molti giorni, circa venti, perché non hanno forze e perché non si reggono in piedi. A bordo, quando le reti sono sul ponte ad asciugare con la barca attraccata, essi non possono fermarsi nemmeno dieci minuti, perché gli occhi cominciano a lacrimare e bruciano. Inoltre, compaiono difficoltà respiratoria con dispnea e cianosi. I pescatori devono fare dieci minuti a bordo e venti a terra, per riprendersi dalle esalazioni che le reti da pesca emanano;
 
– alcune volte, le reti, una volta salpate a bordo, prendono fuoco spontaneamente e incomprensibilmente. Inoltre, molti pescatori quando salpano le reti a bordo, perdono conoscenza inaspettatamente e misteriosamente;
 
– è stata segnalata inoltre la presenza inaspettata della Ostreopsis ovata, la cosiddetta alga killer, in tutti i siti in cui furono inabissati questi veleni; è la caratteristica costante dei mari e delle acque, tipica espressione del grave dissesto e della grave perdita di diversità biologica e della vita di tali siti;
 
– in concomitanza alla bonifica del porto iniziata nel 2008, si è verificato un aggravamento dei problemi agli occhi ed alle mani dei pescatori, nonché dei problemi respiratori ed è stato segnalato un calo dell'80 per cento del pescato;
 
– a Molfetta la bonifica è effettuata da parte dei sommozzatori del gruppo SDAI (servizio difesa antimezzi insidiosi) della marina militare comandati dal comandante di fregata Giambattista Acquatico, e dalla ditta Lucatelli incaricata dei lavori di bonifica;
 
– la superficie oggetto della bonifica, che viene chiamata zona rossa, si trova all'imboccatura del porto e nell'area antistante il porto, dove sarà costruito il nuovo porto commerciale e dove vi sarebbe un'enorme quantità di ordigni;
 
– a giudizio degli interroganti, questa bonifica, dove sono state concentrate tutte le risorse, è irrisoria ed insufficiente, trattandosi di una area limitatissima rispetto a quella che fu interessata all'inabissamento (ad esempio Torre Gavetone);
 
– notizie attestate dal giornalista Gianni Lannes «Un mare pieno di bombe». Diario, numero 49, 7 dicembre 2001, pagine 22 23 riferiscono di una «bonifica» che avviene recuperando gli ordigni facendoli esplodere tutti, convenzionali e non convenzionali, al largo delle coste;
 
– va rilevato che, dopo più di 67 anni dall'affondamento dei primi ordigni a caricamento speciale e la semina di tali bombe davanti all'ingresso del porto molfettese, nella cosiddetta zona rossa, per opera dei pescatori che facevano parte degli equipaggi di quei pescherecci che trovavano tali ordigni impigliati nelle reti e li ributtavano a mare proprio davanti all'ingresso del porto prima di attraccare ai moli, il riconoscimento di quelli a caricamento speciale non è più possibile per naturali fenomeni di corrosione da parte dell'acqua marina;
 
l'Arpa Puglia e l'università Federico II di Napoli, hanno condotto le indagini e le analisi sulle acque su segnalazione della capitaneria di porto nel 1998;
 
– mentre l'Arpa Puglia dice che c'è solo la presenza di alga killer, l'università di Napoli riferisce che c'è arsenico, la lewisite, ed altro ancora, oltre alla presenza della citata alga -:
 
se quanto riferito in premessa sia vero;
 
–  se e quali iniziative si intendano assumere per finanziare la bonifica di tutti i siti del nostro mare interessati dalla presenza di tali ordigni, estendendo, per quanto riguarda Molfetta, l'area della bonifica ben oltre l'attuale sito del porto di Molfetta interessato dalla costruzione del nuova porto commerciale;
 
– se e con quali risorse si intenda sostenere il ripristino dell'habitat naturale, ossia del «Parco nazionale della posidonia oceanica San Vito di Barletta» e della flora a fauna marina, con campagne di semina delle così dette «olive» della posidonia oceanica e delle alghe, e quindi ottenere il ripopolamento, al fine di permettere la ricomparsa e la successiva conservazione delle specie marine e ripristinare la pescosità dei nostri mari, per consentire la sopravvivenza alimentare delle generazioni future. (4-09713)

 

Interrogazioni senza risposte

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Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta n. 409374

presentata da DONATELLA FERRANTI 

mercoledì 10 novembre 2010, seduta n.393

FERRANTI. – 

Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.

 – Per sapere – premesso che: 

le acque del lago di Vico versano in una grave situazione, sulla quale da tempo è stato sollecitato un intervento del Ministro interrogato, d'intesa con le altre competenti istituzioni, al fine di adottare urgenti e adeguati provvedimenti per il risanamento del lago, per la salubrità delle acque e la tutela della salute dei cittadini di Caprarola e Ronciglione

ad oggi non risulta che il Ministero della salute abbia fin qui esercitato una adeguata, tempestiva, efficace azione, e la situazione continua ad essere molto preoccupante; 

un quadro della situazione si evince dal recente esposto inviato dall'«Associazione italiana medici per l'ambiente – Isde (International Society of Doctors for the Environment – Italia)» al Commissario europeo all'ambiente il 24 maggio 2010, avente ad oggetto «Un contributo di analisi ed una ennesima richiesta di intervento in relazione agli sviluppi della vicenda del lago di Vico dell'Associazione italiana medici per l'ambiente – Isde (International Society of Doctors for the Environment – Italia) di Viterbo» sul gravissimo rischio sanitario ed ambientale derivante dal degrado e dall'inquinamento dell'ecosistema del lago di Vico; 

l'esposto, oltre a fornire un quadro dettagliato, documentato e circostanziato delle problematiche ambientali e del rischio sanitario determinato dal rapido deterioramento della qualità delle acque del lago, ha indicato anche le proposte, più volte formulate, dell'Isde di Viterbo per l'avvio di una rapida ed efficace bonifica e tutela dell'intero ecosistema lacustre e per garantire acque salubri e potabili alle popolazioni di Caprarola e Ronciglione; 

sono evidenti e ormai ben documentate le gravi problematiche ambientali del lago di Vico (presenza di periodiche fioriture dell'alga rossa Plankthotrix rubescens, produttrice di una microcistina tossica e cancerogena, marcata riduzione del quantitativo di ossigeno nelle sue acque e della loro trasparenza, presenza di metalli pesanti in elevata concentrazione nelle acque e nei suoi sedimenti, e altro); 

nel corso di una riunione, promossa dall'assessorato all'ambiente della provincia di Viterbo, svoltasi il 2 marzo 2010, sul tema «Attività di contrasto al degrado della qualità delle acque del lago di Vico», sono stati presentati dati che hanno evidenziato la presenza nelle acque del lago di valori elevati di Arsenico (As) e di altre sostanze tossiche e cancerogene di norma estranee alle acque del lago quali: mercurio, idrocarburi, policiclici aromatici (IPA), e nei suoi sedimenti alte concentrazioni di arsenico – 647 mg/kg SS (valore soglia 20 mg/kg SS) -, cadmio – 12 mg/kg SS (valore soglia 2 mg/kg SS) -, e nichel – 566 mg/kg SS (valore soglia 120 mg/kg SS); 

un recente documento del centro tecnico logistico interforze Nbc di Civitavecchia riferisce i risultati di una indagine geofisica commissionata dal Ministero della difesa per la ricerca di masse anomale interrate presso il magazzino materiali di difesa Nbc di Ronciglione (indagine che ha evidenziato la presenza di masse metalliche e non metalliche interrate in diversi punti del sito); 

da questo documento emerge che da carotaggi ed analisi chimiche su campioni di terreno prelevati sono stati rilevati valori di arsenico superiori a quanto previsto dalla normativa in vigore e pertanto il sito militare in prossimità del lago risulta contaminato; 

i comuni di Caprarola e Ronciglione utilizzano per la maggior parte acque captate dal lago di Vico; 

le acque, in relazione alla loro classificazione, devono subire un efficace processo di filtrazione e potabilizzazione prima di essere distribuite alle popolazioni per uso umano; 

l'inadeguatezza della filtrazione e quindi della potabilizzazione delle acque distribuite alla popolazioni di Caprarola e Ronciglione risulta evidente da una nota del 4 gennaio 2008, con la quale il dipartimento di prevenzione – servizio igiene e sanità pubblica, sezione 4 Vetralla della Asl di Viterbo, in considerazione dei risultati degli esami effettuati dall'Arpa Lazio – sezione di Viterbo che evidenziavano la presenza di Cianobatteri – Plankthotrix spp -, proponeva ordinanza di non potabilità dell'acqua ai sindaci di Caprarola e Ronciglione; 

le pregresse e le attuali condizioni di funzionamento dei potabilizzatori comunali sembrano non garantire in modo completo ed efficace la potabilità delle acque captate dal lago e tale situazione accresce la preoccupazione per il rischio sanitario al quale sono state esposte e sono esposte le popolazioni, anche in considerazione della presenza dei nuovi ed eterogenei elementi inquinanti rilevati di recente nelle acque del lago e nei suoi sedimenti; 

l'Isde, per le ragioni esposte, ribadisce la necessità e il dovere che gli enti preposti programmino e diano inizio a studi di monitoraggio e sorveglianza di lungo periodo dello stato di salute delle popolazioni di Caprarola e Ronciglione; 

l'arsenico, in considerazione della sua cancerogenicità e tossicità e della possibile interazione con le altre sostanze tossiche derivanti dal degrado e dall'inquinamento del lago di Vico, dovrebbe essere monitorato con una frequenza di sicuro maggiore rispetto a quanto fatto finora e secondo quanto prescritto e disposto dal decreto legislativo n. 31 del 2001 all'articolo 8, comma 1, che, in situazioni di criticità delle acque, impone di aumentare i controlli rispetto a quelli effettuati di routine in modo tale da «garantire la significativa rappresentatività della qualità delle acque distribuite durante l'anno, nel rispetto di quanto stabilito dall'allegato II»; 

è del tutto evidente inoltre che devono essere indagate ed individuate provenienza e responsabilità per le sostanze tossiche e cancerogene rilevate nel lago di Vico che di norma sono estranee agli ecosistemi lacustri; 

l'Isde ritiene necessario ed urgente, anche in considerazione degli elementi tossici rilevati nei sedimenti del lago, un monitoraggio più frequente di tutte le sostanze tossiche che possano essere presenti nelle acque destinate a consumo umano, in quanto esiste la possibilità che gli elementi inquinanti presenti nei sedimenti possano essere mobilizzati e captati dalle prese degli acquedotti comunali anche in concentrazioni dannose per la salute soprattutto se il livello delle acque del lago dovesse essere ridotto; 

è inoltre un dato scientificamente acquisito che più elementi tossici e/o cancerogeni possono determinare rischio e danno alla salute con meccanismi di interazione ed amplificazione diversi da quello della sola e semplice sommazione delle diverse concentrazioni dei singoli elementi nocivi; 

relativamente all'arsenico, presente nelle acque e nei sedimenti del lago di Vico, è noto che 1'Agenzia internazionale di ricerca sul cancro (I.A.R.C.) classifica questo elemento come cancerogeno certo di classe 1 e lo pone in diretta correlazione con diverse patologie oncologiche e in particolare con il tumore del polmone, della vescica, del rene e della cute; 

il lago di Vico è una risorsa idrica fondamentale per l'intero territorio viterbese oltre ad essere un'area di inestimabile valore paesaggistico, naturalistico ed economico per le tante attività legate al turismo: deve essere subito protetto, tutelato e risanato e questo è possibile attraverso l'uso di specifiche tecnologie di bonifica, interventi mirati di studio, monitoraggio e l'eliminazione di ogni fonte di inquinamento; 

nell'ultima seduta del tavolo tecnico istituito dalla provincia di Viterbo sull'emergenza delle acque del lago di Vico del 7 ottobre 2010 la rappresentante dell'«Associazione italiana medici per l'ambiente» ha esposto la situazione attuale esprimendo apprezzamento per tutte le iniziative delle istituzioni messe in programma per il risanamento e la tutela dell'ecosistema del lago di Vico ma al tempo stesso ribadendo la forte preoccupazione per i possibili rischi sanitari connessi al ben documentato degrado della qualità delle acque del lago; 

il Servizio igiene, alimenti e nutrizione e il dipartimento di prevenzione – Servizio igiene e sanità pubblica – sezione 4 Vetralla – della Asl di Viterbo hanno inviato già in data 8 luglio 2010 le comunicazioni n. protocollo 34971 e n. protocollo 34972 rispettivamente al sindaco di Caprarola e a quello di Ronciglione, nelle quali chiedevano di adottare le seguenti misure: «a) divieto di uso potabile, cioè quale bevanda abituale; b) divieto d'incorporazione in alimenti prodotti da industrie alimentari; c) divieto di utilizzo per la cottura di alimenti di consumo familiare e nelle attività di ristorazione collettiva…» e invitavano i due sindaci a disporre: «l'espletamento di un approvvigionamento idrico alternativo mediante l'utilizzo di acqua idonea al consumo umano erogata da autobotte al fine di poter garantire un livello essenziale di assistenza alla popolazione, in alternativa alle limitazioni d'uso imposte per l'acqua»; 

1'«Associazione italiana medici per l'ambiente» ha chiesto che, per quanto esposto, nel rispetto del principio di precauzione e delle già citate comunicazioni dei servizi della Asl di Viterbo, tutte le istituzioni e gli enti preposti attuino al più presto interventi e programmi tali da garantire con assoluta certezza acque salubri e pulite ai cittadini di Caprarola e Ronciglione e che, in attesa di questi interventi, sia erogata acqua da fonti alternative a quella lacustre -: 

quali misure urgenti, sia di natura normativa che finanziaria, i Ministri interrogati intendano assumere affinché si possa avviare un programma di risanamento della zona in questione e sia salvaguardata la salute delle popolazioni locali attraverso il necessario ripristino di acque salubri e pulite. (409374)

IL SINDACO DI PESARO SI MUOVE, IL NOSTRO NO

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Nell’ultimo mese da Pesaro sono partite nuove richieste di informazioni e intervento per i residuati bellici abbandonati davanti alla costa: una lettera di sollecito del sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli e una interrogazione parlamentare del deputato del PD Oriano Giovanelli, già sindaco della città.
 
 
Interrogazione parlamentare dell’On. Oriano Giovanelli
 
Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della difesa.
 
– Per sapere – premesso che: si apprende da un libro-inchiesta di Gianluca Di Feo«Veleni di Stato» (Edizioni Rizzoli 2009) che nel luglio 1944, 1316 tonnellate di iprite sono finiti nei fondali davanti alle coste marchigiane, in particolare davanti alle baie di Fano, Pesaro e Gabicce all’interno di 4300 bombe d’aereo C500T catturate dalla Luftwaffe in una base di Urbino; sono materiali altamente tossici che pare siano ancora imprigionati nei fondali dell’Adriatico e che rilasciano lentamente il loro veleno in mare; il libro qui sopra citato è ampiamente documentato grazie agli studi e approfondimenti sugli archivi della Luftwaffe di Carlo Gentile, consulente delle principali inchieste giudiziarie sulle stragi naziste in Italia e docente dell’università di Colonia;
 
– L’unità comandata dal maggiore Meyer nascose nel deposito di Urbino notevoli quantità di ordigni, ma il 19 dicembre 1943 si indica dalla relazione di Hitler che dovevano essere spostati in Germania. Muovere le sostanze letali, per di più in periodo di guerra, era molto difficile; nel luglio 1944, quando il comando tedesco dispose» l’immediata evacuazione del deposito di Urbino senza riguardi per le possibili conseguenze», vennero trasportati con dei camion a Fano e a Pesaro alla vigilia dell’offensiva sulla Linea Gotica e fatti svuotare di notte in mare da squadre speciali 84 tonnellate di armi chimiche mortali, conservate da involucri difettosi hanno poi rilasciato lentamente nelle acque dell’Adriatico le sostanze tossiche;
 
– nella seduta pomeridiana della Camera dei deputati del 20 novembre 1951, in risposta a una interrogazione dell’onorevole Capalozza, il Sottosegretario alla Marina mercantile, onorevole Tambroni, confermava la presenza di tale arsenale nei fondali e individuava anche le coordinate dei siti ove si sarebbero trovate almeno una parte delle bombe, ma da allora nulla si è fatto per la bonifica dell’area, né tantomeno è stato oggetto di discussione in ambito parlamentare;
 
– il sindaco di Pesaro, Luca Ceriscioli, in data 10 marzo e 30 aprile 2010 ha inviato al Ministro della difesa due lettere per sollecitare spiegazioni e provvedimenti sopra in oggetto;
in data 21 giugno 2010 il sottosegretario alla difesa, onorevole, Giuseppe Cossiga, rispose al sindaco sostenendo che il dicastero «ha promosso i pertinenti approfondimenti» e che le ricerche e le bonifiche dell’area sono state portate a termine tra il 1945 e il 1950 -:
 
– se il Ministero della difesa, come da lettera del sottosegretario Cossiga citata in premessa, possa assicurare che i tratti di costa bonificati negli anni cinquanta sono aree bonificate corrispondenti ai siti di Fano, Pesaro e Cattolica;
 
– se non consideri opportuno a distanza di anni, usare nuove tecnologie di bonifica sperimentate in altri siti; se non si intenda provvedere con urgenza a un monitoraggio della situazione attuale e se non si intenda ricorrere ai fondi di cui al decreto ministeriale n. 308 del 2006 finalizzati al risanamento di aree inquinate. (4-11571
 
 
 
Lettera del Sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli
Oggetto: bombe all’Iprite nei fondali del mare davanti a Pesaro
 
 
Gentile On. Sottosegretario,
con lettera del 21 giugno 2010 Lei ebbe la cortesia di rispondere a due mie precedenti lettere inviate al Ministro La Russa in merito a quanto indicato in oggetto.
Lei mi rassicurava circa una bonifica effettuata dalla Marina Militare tra il 1945 ed il 1950 e sottolineava la dubbia utilità di ulteriori attività per la verifica sui fondali in questione.
Tuttavia dalle nostre ricerche non si trova traccia in documenti storici della bonifica fatta e del quantitativo di “fusti e bombe ad aggressivi chimici” recuperati e neutralizzati; per di più a livello locale non c’è memoria di tale bonifica.
In allegato trasmetto una mappa che il National Archives di Londra ha recuperato dai documenti dell’esercito tedesco che nell’estate 1944 scaricò gli ordigni bellici nei siti le cui coordinate sono segnate sulla mappa stessa.
Sarebbe dunque interessante verificare se le bonifiche fatte hanno riguardato i siti che interessano la nostra comunità.
In ogni caso, approfittando della Sua cortese disponibilità, faccio presente un altro fatto: ci risulta che in alcune località interessate da analoghi problemi (esempio più importante Molfetta) si siano fatti negli ultimi tempi controlli con apparecchiature più moderne ( certamente non disponibili nell’immediato dopoguerra) in grado di rilevare puntualmente tali ordigni; grazie a queste nuove indagini sono state attivate bonifiche che hanno portato al recupero di migliaia di bombe.
Nell’ottica di fugare ogni preoccupazione circa la presenza di tali ordigni fonte permanente di pericoli per la salute pubblica, sono a chiedere di prendere in seria considerazione la possibilità di un controllo sui nostri fondali mediante queste apparecchiature.
Sono certo che vorrà dedicare tutta l’attenzione che merita a questo problema e farci avere una positiva risposta.
RingraziandoLa per la gentile disponibilità, Le porgo i miei più distinti saluti.
 
Luca Ceriscioli
Pesaro, 29 marzo 2011

Mazzette al «sistema» anti-tasse, il fisco ci ha rimesso 300 milioni

pagina1_copy20di Vincenzo Damiani – corrieredelmezzogiorno.corriere.it

La nuova rete di corruzione che avrebbe scoperto la guardia di finanza avrebbe provocato un buco erariale di dimensioni definite dagli inquirenti «importanti». Se il primo capitolo dell’inchiesta «Gibbanza», l’indagine sulle presunte sentenze tributarie pilotate, aveva scoperto un danno alle casse dello Stato di circa 100 milioni di euro, nel secondo filone investigativo la cifra sarebbe pressoché raddoppiata. Se l’indiscrezione dovesse trovare conferme, sarebbe la testimonianza di un malaffare diffuso. Il meccanismo che sarebbe stato svelato dall’inchiesta coordinata dal pm Isabella Ginefra ricalcherebbe quello già svelato lo scorso novembre: in sostanza, imprenditori, aziende ma anche privati cittadini sanzionati dal Fisco si sarebbero rivolti a giudici e componenti delle commissioni tributarie, per il tramite di avvocati e commercialisti, per evitare o ridurre la sanzione. In cambio sarebbero state versate mazzette o semplici regali, a seconda dei casi. Più lobby, diversi «comitati d’affari» avrebbero condizionato e indirizzato le sentenze tributarie in favore dei contribuenti evasori. E, probabilmente, hanno continuato a farlo, ad agire nel buio nonostante il blitz di sei mesi fa. E’ quanto emergeva già nelle 619 pagine della richiesta per l’applicazione di misure cautelari nel primo filone dell’inchiesta, che portò all’arresto di 17 professionisti (4 in carcere e 13 ai domiciliari) tra commercialisti, avvocati e giudici, accusati di aver messo in piedi un presunto sistema corruttivo in grado di pilotare le sentenze tributarie.


Adesso, un nuovo terremoto giudiziario si sta per abbattere. Il secondo capitolo dell’indagine è praticamente chiuso e, secondo fonti investigative, vede coinvolti almeno una decina di professionisti baresi. Due mesi fa la pm inquirente, Isabella Ginefra, aveva chiesto una proroga delle indagini di sei mesi per svolgere ulteriori «accertamenti bancari». Adesso sembra che i tempi siano maturi, grazie anche alla «collaborazione» del principale indagato, il giudice tributario Oronzo Quintavalle, noto anche come Sandro, commercialista 53enne di Bari. L’uomo fu arrestato lo scorso 4 novembre e fu interrogato cinque volte dagli inquirenti. Proprio le sue dichiarazioni rese alla magistratura avrebbero permesso di fare luce su ulteriori aspetti.

Nel secondo filone dell’inchiesta, sarebbero coinvolti almeno un’altra decina di professionisti, tra questi figurerebbero un giudice tributario, tre cancellieri delle stesse commissioni provinciali, alcuni commercialisti di Bari e provincia e un funzionario dell’Agenzia delle Entrate. Nelle settimane scorse, il pm aveva chiesto al gip Sergio Di Paola di poter eseguire un incidente probatorio per cristallizzare quanto dichiarato da Oronzo Quintavalle, ma il giudice ha rigettato la richiesta. Il rifiuto, però, non ha bloccato l’attività investigativa che, anzi, è sostanzialmente delineata. Già nella richiesta delle 17 misure cautelari del novembre scorso, il pm inquirente scriveva: «Esistono e operano in modo sistematico ed intenso comitati d’affari al quale aderiscono giudici tributari, dipendenti pubblici e professionisti e che hanno ad oggetto proprio l’asservimento della funzione giudiziaria agli interessi privati dei soggetti coinvolti».

Quindi, non esisterebbe solo un unico «comitato d’affari» che avrebbe avuto come perno centrale il giudice-commercialista Oronzo Quintavalle, bensì più lobby. Questo punto è sottolineato in un secondo passaggio. «Sebbene – scrive ancora Isabella Ginefra – le indagini relative al presente procedimento sono limitate al comitato d’affari ed alla molteplicità di fatti emersi e che hanno come fulcro, come appena detto, il giudice Quintavalle, tuttavia deve sottolinearsi che sullo sfondo si delinea l’esistenza di più comitati d’affari – ciascuno facente capo ad un diverso soggetto – finalizzati al mercimonio della funzione giudiziaria tributaria e che merita approfondimenti ulteriori». Uno di questi presunti comitati d’affari sarebbe stato interno persino alla stessa agenzia delle Entrate. Secondo quanto sarebbe stato accertato dalle fiamme gialle, alti funzionari dell’ente suggerivano e indicavano a commercialisti, avvocati e contribuenti «amici» un «sistema alternativo – sottolinea il pm – che consentiva di operare in favore dei contribuenti sovvertendo o mitigando gli esiti delle verifiche fiscali innanzi alle commissioni tributarie». Non solo: «In alcuni casi – scriveva ancora la pm – veniva emesso da funzionari compiacenti dell’agenzia delle Entrate un atto volutamente viziato in modo che vi fosse spazio per l’annullamento, sia in sede di autotutela, sia innanzi alle commissioni tributarie».

www.telesveva.it – 

Operazione Gibbanza: secondo capitolo. Altre dieci persone coinvolte

Gli uomini in “odore di mafia” sotto il patrocinio del sindaco Azzollini

In un sottano in vico San Giuseppe i carabinieri hanno scoperto un bazar della droga

Droga sequestrata a MOlfetta_sitowww.molfettalive.it

Aveva allestito un vero e proprio bazar della droga all’interno di un sottano, nel centro storico di Molfetta, con 1.123 grammi di marijuana, 186 di hashish, 70 di cocaina e per questo è finito in carcere. 

È quanto hanno scoperto la notte scorsa in quel centro i Carabinieri della locale Compagnia, che hanno tratto in arresto Angelo Raffaele Passidomo, 28enne censurato di Molfetta, con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. 

I militari del Nucleo operativo e radiomobile, nel corso di uno specifico servizio, hanno intercettato il giovane, a bordo di un ciclomotore, in compagnia di un amico. Fermato e sottoposto ad un controllo, i carabinieri hanno rinvenuto, nella sua disponibilità, 270 euro e tre telefoni cellulare, su cui giungevano, durante le operazioni, diversi sms dal contenuto equivoco. 

Per tale motivo, gli uomini dell’Arma hanno proceduto alla perquisizione di un locale, ubicato in vico San Giuseppe, ove hanno scovato, all’interno di un bidone in plastica a chiusura ermetica, l’intero quantitativo di stupefacente, nonché un bilancino elettronico di precisione, un paio di forbici, un taglierino con la lama annerita e sporca di hashish e una quarantina di ritagli di buste in cellophane a forma circolare, analoghi a quelli utilizzati per confezionare le dosi rinvenute. 

Tratto in arresto, il giovane è stato poi associato presso la casa circondariale di Trani, mentre la droga, il denaro, ritenuto provento dell’illecita attività e i tre telefoni cellulari, le cui sim card erano tutte prive del numero seriale in quanto cancellato, sono stati posti sotto sequestro.

Vogliono boicottare il referendum: rompiamo il silenzio

100424AcquaBeneComune1di Giuseppe Giulietti – www.articolo21.org

Ed ora ci riproveranno con i referendum sull'acqua, come per altro ha già annunciato il ministro Romani. Così, dopo aver imbrogliato le carte sul nucleare, cercheranno di fare lo stesso con gli altri quesiti, in modo da svuotare la consultazione e da impedire che il referendum sul legittimo impedimento, quello che turba  i sonni del capo, sia affossato per mancanza di quorum.
Siamo in presenza di una colossale truffa che dovrebbe trovare la risposta unitaria anche di chi non ha firmato  i referendum, persino di chi non li condivide in parte o in tutto.
Lo strappo democratico che si è già consumato non può essere archiviato, magari per non scontentare gli interessi di chi già si lecca i baffi ed il conto in banca al pensiero dei soldi che potrà ricavare dalle privatizzazioni degli acquedotti.
Quello che sta accadendo è un dichiarato imbroglio per far passare il tempo, per allentare la tensione, per impedire che ai cittadini sia fornita una adeguata informazione sui referendum.
Non bisogna cadere nella trappola, bisogna comportarsi come se le votazioni fossero domattina.
Per queste ragioni l'associazione Articolo 21, insieme a tanti altri comitati e movimenti che hanno dato vita alla grande manifestazione per la costituzione del 12 marzo scorso, ha deciso di promuovere sulle piazze virtuali e sulle piazze reali Il “referendum week”, una settimana di campagna  informativa per spiegare ai cittadini che i referendum ci saranno, che quello in atto  è solo un imbroglio, che le supreme  magistrature non potranno che respingere un simile trucco, anzi proprio  a loro chiediamo di tutelare la legalità costituzionale e di impedire che l'interesse privato possa continuare a soffocare l'interesse generale.
A tutto il mondo della comunicazione, dell'informazione, della cultura chiediamo di aderire a questa campagna, di trovare il modo di rompere la consegna del silenzio, di usare loro stessi e i propri spettacoli o le proprie  trasmissioni per invitare gli italiani a rifiutare il broglio perchè potrebbe essere la premessa di brogli ancora più gravi ed ancora più insidiosi per la vita pubblica.
Il 25 aprile ed il primo maggio sono due date simboliche per l'Italia civile, usiamole anche per respingere l'assalto di chi, dopo aver regalato la prescrizione al capo, vorrebbe " proscrivere" il diritto degli italiani a pronunciarsi liberamente sui quesiti referendri.

Referendum: lettera-appello alle Amministrazioni locali – di Comitato Provinciale Trapani “acqua bene comune”
Care Autorità di Garanzia fateci votare ai referendum – FIRMA L'APPELLO

Gibbanza, terremoto in arrivo coinvolti altri commercialisti

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Si allarga l'inchiesta sulle presunte sentenze tributarie pilotate che il 3 novembre scorso ha portato all'arresto a Bari di 17 persone tra giudici tributari, commercialisti, avvocati e imprenditori. Le novità investigative riguarderebbero il coinvolgimento di altri professionisti.

Dai cinque interrogatori del giudice tributario Oronzo Quintavalle, ritenuto uno dei vertici del presunto sistema di sentenze pilotate, sarebbero emersi infatti – si è appreso – nomi nuovi, tra cui quelli di un altro magistrato e di tre cancellieri della commissione tributaria provinciale, di un funzionario dell'Agenzia delle Entrate e di alcuni commercialisti. Nomi che potrebbero completare l'elenco dei 47 indagati nell'inchiesta, numerosi dei quali coperti da "omissis". I reati ipotizzati nel fascicolo sono, a vario titolo, corruzione continuata in atti giudiziari, falsità materiale e ideologica, frode processuale continuata in concorso, riciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, responsabilità amministrativa degli enti.

GUARDA E ASCOLTA Le prove che inchiodano giudici e commercialisti

Secondo quanto emerso dalle indagini compiute dalla Guardia di Finanza e culminate il 3 novembre scorso con gli arresti, le sentenze della commissione tributaria pugliese sarebbero state pilotate dal pagamento di tangenti e per questa ragione – secondo l'accusa – il 98% delle decisioni era a favore delle imprese che impugnavano le contestazioni milionarie sollevate dalla Agenzia delle Entrate. Al centro dell'indagine, il giudice Oronzo (detto 'Sandro') Quintavalle, commercialista di professione, accusato di numerosi episodi di corruzione.

L'INCHIESTA Pilotavano le sentenze tributarie, 7 arresti: c'è anche un giudice 

Ciancimino out: e la Trattativa?

ciancimino_jr_in_questura_Parmadi Lorenzo Frigerio – www.liberainformazione.org

Dopo tanti anni non avrebbe certo pensato di trovarsi a dormire sotto lo stesso tetto con l’ingegner Lo Verde, ospiti entrambi non dei lussuosi alberghi cui erano abituati, ma delle ben più scomode patrie galere. Infatti Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, primula rossa di Cosa Nostra per decenni, si trova anche lui nel carcere di Parma, lo stesso dove, da ieri pomeriggio, è recluso Massimo Ciancimino, arrestato in mattinata dagli uomini della Dia e della Questura di Parma, in un’area di servizio dell’Autosole, tra i caselli di Parma e di Fidenza. Il misterioso interlocutore del padre, il potente Don Vito Ciancimino, era uno dei pochi ad essere ricevuto nelle abitazioni palermitane e romane dell’ex sindaco di Palermo senza alcun preavviso. Ora, per ironia della sorte, i due si trovano nella stessa prigione, a pochi metri di distanza, senza ovviamente poter parlarsi. Eppure gli argomenti di discussione non mancherebbero: tra questi certamente la famigerata trattativa tra istituzioni e criminalità organizzata, di cui i due furono sicuri protagonisti, seppure in ruoli diversi.

Le accuse 

Ieri la Procura di Palermo ha disposto il fermo per Ciancimino jr con le accuse di truffa e calunnia pluriaggravate: stando a quanto hanno accertato i pm Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e Paolo Guido, uno dei documenti del padre prodotti ai magistrati da Ciancimino sarebbe stato ritoccato ad arte, con l’inserimento postumo del nome dell’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, attuale direttore del Dis (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza). Un’accusa pesante destinata a creare polemiche e distinguo fin da subito, cioè dal momento della consegna in procura a Palermo del documento da parte del figlio di Ciancimino; nel dicembre scorso, infatti, vi era stata l’iscrizione di quest’ultimo nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Caltanissetta, con l’ipotesi di calunnia nei riguardi di De Gennaro. 

La prova portata a sostegno era finita subito sotto i riflettori con la disposizione di una serie di verifiche, atte a sancirne la veridicità e la provenienza, proprio in ragione dell’importanza degli eventuali riscontri positivi. In queste ultime ore, dopo il responso negativo da parte dei tecnici della polizia scientifica, è scattata la misura di prevenzione per Ciancimino. Nel provvedimento di fermo urgente, si legge di Ciancimino che «con dichiarazioni rese al Pubblico Ministero presso il Tribunale di Palermo incolpava, sapendolo innocente, Giovanni De Gennaro, di avere, nella sua qualità di funzionario della polizia di Stato, intrattenuto costanti e numerosi rapporti illeciti con esponenti dell'associazione mafiosa Cosa nostra». Oltre all’accusa infamante per un funzionario di lungo corso come De Gennaro, protagonista della lotta alla mafia per decenni, di aver collaborato con il nemico, secondo il figlio di Don Vito, l’odierno direttore del Dis avrebbe offerte sponde istituzionali all’altro interlocutore misterioso di suo padre, quel “signor Franco”, uomo dei servizi segreti deviati, prodigo di consigli e aiuti anche nei suoi confronti. E a supporto delle sue affermazioni, consegnava anche il manoscritto contenente il nome del funzionario. 

Il documento, che oggi apprendiamo essere stato falsificato, è una fotocopia dell’elenco delle personalità che sarebbero state informate e, addirittura, in qualche caso, parte attiva della trattativa tra Stato e mafia, per far cessare la stagione delle stragi. Le ultime perizie dimostrerebbero che il nome di De Gennaro sarebbe stato sì scritto dallo stesso don Vito, ma che sarebbe stato aggiunto in seguito al foglio consegnato, grazie ad un fotomontaggio. Il cognome De Gennaro sarebbe stato prelevato da un altro documento scritto da Ciancimino senior, ma in questo il De Gennaro di cui si parlava era in realtà Giuseppe Di Gennaro, magistrato, già consulente del ministero della Giustizia e per anni anche alle Nazioni Unite, con compiti di guida delle politiche di contrasto internazionale al narcotraffico. Il giallo nel giallo viene dal fatto che quest’ultimo documento, determinante nello stabilire la falsità del primo, è stato consegnato ai magistrati palermitani dallo stesso Ciancimino: un autogol di dubbia fattura o una trappola architettata da qualcuno che ha voluto strumentalizzare il figlio dell’ex sindaco di Palermo? Difficile da stabilire al momento.  


E ora la trattativa?

Si legge nel provvedimento che l’elenco incriminato e oggetto di perizie, stando a quanto dichiarato da Ciancimino e «secondo quanto riferitogli dal padre, altro non era se non il cosiddetto “quarto livello”, e cioè quei funzionari dello Stato con cui con l'associazione mafiosa intratteneva stabili rapporti di complicità e connivenza». Nella lista, i ministri Restivo e Ruffini e poi tanti uomini dei vertici della polizia e dei servizi, da Parisi a Contrada, da Malpica a De Francesco. Un “quarto livello” di cui non si doveva parlare e temuto a tal punto da far tappare la bocca ai collaboratori di giustizia, poco propensi ad addentrarsi in questi discorsi per paura di essere smentiti o di finire peggio. Lo stesso Massimo Ciancimino ebbe a dichiarare a verbale che «il coinvolgimento di soggetti come il De Gennaro di cui mio padre aveva, diciamo, chiare idee e notizie certe, comporta per me una grande paura e una grande riserva».

È chiaro che l’inserimento di De Gennaro in tale elenco, su cui la verità è però ancora tutta da accertare e raggiungere in sede processuale, avrebbe comunque inquinato pesantemente l’immagine di uno dei funzionari di polizia più noti nel Paese e nel mondo per essere uno degli acerrimi nemici della mafia, fin dai tempi della collaborazione con Giovanni Falcone. Sapere quindi che si tratta di un falso, se da un lato può consolare, dall’altro apre molti interrogativi, non meno inquietanti.

Perché accusare una delle figure più apprezzate nel contrasto alle cosche e poi consegnare nelle mani dei magistrati le prove dell’avvenuta falsificazione proprio dei documenti che dovrebbero supportare le proprie dichiarazioni? Come conciliare questo passo falso con tutti gli altri elementi portati da Ciancimino jr ai giudici per dimostrare la centralità del ruolo del padre nella prima fase della trattativa, quella che accompagna le stragi del 1992, fino all’arresto dell’ex sindaco e di Riina?

L’intero esito dell’inchiesta fin qui condotta sulle dichiarazioni rese rischia di venire vanificato da questo scivolone imprevedibile. I magistrati hanno fin qui dimostrato di non voler basare il loro eventuale impianto accusatorio sulle semplici dichiarazioni di Ciancimino, ma è pur vero che ora diventa difficile separare le millanterie dalla realtà, la verità dalle falsificazioni.  Il provvedimento cautelare di ieri si è reso necessario prima che Ciancimino e la famiglia, accompagnati dalla scorta assegnata al figlio dell’ex potente ras della DC palermitana, lasciassero il paese in occasione delle feste di Pasqua per recarsi in Costa Azzurra. La notizia, com’era prevedibile in questi casi, è giunta come un fulmine a ciel sereno, dopo tanti mesi di silenzio, durante i quali la collaborazione con le procure di Palermo e Caltanissetta sembrava procedere senza intoppi. 
 
In queste ore i giudici di Palermo sono arrivati a Parma, dove si sta tenendo il primo interrogatorio dopo il fermo. Al gip di Parma, per competenza territoriale, spetterà invece la convalida della misura richiesta, in attesa di trasferire tutto ai colleghi siciliani. Prima che si chiudessero tutti i canali di comunicazione con l’esterno, Ciancimino ha dichiarato di sentirsi sereno ma allo stesso tempo di temere per il proprio futuro, dando ragione al padre circa la reale possibilità di battersi contro quello che ha definito «un sistema troppo grande». Un sistema che forse oggi segna un punto a suo favore se si presta ascolto a quanto un magistrato esperto di affari siciliani riferisce a Libera Informazione proprio in queste ore: «Il provvedimento di fermo è assolutamente ineccepibile ma forse giunge tardi perché le pozze d’acqua sono state ormai tutte inquinate».

L’idea cioè che si apra una nuova stagione dei veleni, in concomitanza della presente crisi istituzionale, non è certo una ipotesi peregrina. Si consiglia la navigazione a vista, per non perdersi nella palude prossima ventura..

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Sdegno in Cassazione : «Da rifare il processo su Annamaria Bufi»

 

Dopo due pronunce favorevoli all’imputato, la prima sezione penale della Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bari che assolse Domenico Marino Bindi dall’accusa dell’omicidio di Annamaria Bufi la 23enne molfettese con cui il professore d’educazione fisica aveva una relazione extraconiugale. Dopo oltre 4 ore di camera di consiglio i giudici romani, accogliendo le richieste del procuratore generale Francesco Mauro Iacoviello e del legale di parte civile, avv. Bepi Maralfa, ha annullato con rinvio la sentenza della Corte barese che il 25 settembre 2009 aveva ribadito l’assoluzione pronunciata, in primo grado, dalla Corte di Assise di Trani il 24 luglio 2007. 

Dunque, Bindi sarà nuovamente processato davanti ad una nuova sezione della Corte di Appello di Bari alla luce delle indicazioni che la Cassazione traccerà con le motivazioni della sentenza che saranno depositate nelle prossime settimane. Il nuovo processo di secondo grado non riguarderà Onofrio Scardigno, presunto favoreggiatore di Bindi, che fu accusato d’aver ostacolato le indagini a carico dell’amico. Per Scardigno, che nei primi 2 gradi di giudizio era stato assolto, è prevalsa la prescrizione. 

La sentenza dei giudici romani, al di là di quelle che saranno le motivazioni, rappresenta la prima pronuncia favorevole per la famiglia Bufi dopo un’annosa ed intricata vicenda giudiziaria che non ha risparmiato niente e nessuno e che è ancora aperta su più fronti. Il cadavere di Annamaria fu rinvenuto la notte fra il 3 ed il 4 febbraio ‘92 sul ciglio della S.S. 16 Bis nei pressi dello svincolo Molfetta Zona Industriale. 
Indagini ed archiviazioni si susseguirono finchè il sostituto procuratore della Repubblica di Trani, Francesco Bretone, formulò richiesta di rinvio a giudizio per Bindi, Scardigno e per sua moglie Emilia Toni, accusata di favoreggiamento. Furono, però, tutti assolti dalla Corte di Assise di Trani. Quella sentenza fu impugnata dalla parte civile, dal pm tranese Ettore Cardinali (subentrato al collega Bretone) e dall’allora procuratore presso la Corte di Appello di Bari Carlo Maria Capristo, oggi a capo proprio della Procura di Trani. Ma anche la Corte di Appello di Bari dichiarò l’innocenza di Bindi e Scardigno: l’impugnazione non aveva coinvolto la Toni. 
La nuova sentenza di assoluzione fu a sua volta impugnata in Cassazione sia dalla parte civile che dal procuratore generale presso la Corte di Appello di Bari, Angela Tomasicchio. Non è da escludere che l’omicidio Bufi possa esser riesaminato alla luce delle nuove tecniche investigative scientifiche. 

«Un processo come questo non può assolutamente morire qui» – ha sostenuto in Cassazione il pg Iacoviello, che non ha risparmiato strali: «Mi auguro e vi auguro di non trovarvi mai più in carriera di fronte ad un processo brutto come questo; mi sento indignato per come il tutto si è svolto. Annamaria Bufi non ha mai, sino ad ora, avuto giustizia». 
Diametralmente opposti gli umori delle parti. «E’ una sentenza che non ci attendevamo – ha commentato l’avv. Domenico Di Terlizzi, difensore di Bindi. «Le motivazioni ci diranno se l’annullamento si basa su un vizio procedurale; questa per noi è l’ipotesi auspicabile, fermo restando che riteniamo il quadro accusatorio assolutamente incapace per sentenziare la presunta colpevolezza di Bindi. L’assoluzione di Scardigno per prescrizione non muta nulla contro Bindi; la Corte non poteva che sentenziare così alla luce di quanto precedentemente emerso». 
L’avv. Maralfa pone, invece, l’accento su un inquietante profilo richiamato dal pg Iacoviello: «Si poteva celebrare un processo di secondo grado senza leggere le carte? Mai, infatti, il ponderoso incarto del fascicolo processuale è pervenuto alla Corte di Appello di Bari. Come fecero a decidere?».

Omicidio Bufi, la Cassazione: «processo da rifare» – www.molfettalive.it

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