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Calabria, boss minaccia giornalista “Non rompere e pensa alla famiglia…”


Giornalista calabrese minacciato da un boss in carcere

                                                 Il capo clan Leone Soriano arrestato nel 2009

www.repubblica.it

Una lettera di minacce dal carcere. Mittente un boss della 'ndrangheta, con intimidazioni inquietanti. E' stata indirizzata a Nicola Lopreiato, capo servizio della Gazzetta del Sud a Vibo Valentia, da Leone Soriano, attualmente detenuto e ritenuto dagli investigatori il capo dell'omonima cosca di Filandari.
 
"Invece di rompere ogni giorno con la cosca Soriano, che non esiste e non è mai esistita – è scritto nella lettera spedita dal carcere di Cosenza – pensa di più alla tua famiglia che è meglio per tutti". "So che finirò in tribunale anche per questa lettera – ha scritto ancora Soriano – ma devi finirla di rompermi i …. Mi hai fatto passare per un morto di fame ma non lo sono. Ho vinto due milioni di euro al gratta e vinci ma non ti dico in che banca sono".

Nella lettera, composta da due pagine, Soriano se la prende anche con esponenti delle forze dell'ordine ed ex amministratori comunali di Filandari.
Nel novembre scorso Soriano era stato arrestato, insieme ad altre nove persone, nell'ambito dell'operazione "Ragno" coordinata dalla Dda di Catanzaro e condotta dai carabinieri contro la stessa cosca. Le accuse sono di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, incendio, detenzione e porto abusivo di armi e di esplosivi, aggravati dalle modalità mafiose. Nel provvedimento si contesta anche il reato di minacce contro alcuni carabinieri e giornalisti, tra cui lo stesso Lopreiato. Nelle carte dell'inchiesta, investigatori ed inquirenti hanno evidenziato come la cosca Soriano avesse assoggettato non solo Filandari, ma anche alcuni centri vicini.

Intorno a Lopreiato la solidarietà dei suoi colleghi. E anche del presidente della Regione Calabria, Scopelliti, che esprime "solidarietà a lui e alla famiglia".

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Think'd, Caparezza, Porta e d'Ingeo cantano la città che dorme. L'insolito quartetto per "Fitta", pezzo di denuncia quotidiana

di Vincenzo Drago
www.molfettalive.it

Cinque minuti per una denuncia grossa quanto un macigno. Tanto dura "Fitta", il nuovo pezzo di Think'd, gruppo hip hop molfettese che lancia così un altro disperato appello contro l'indifferenza ai problemi della città. Per farlo la band ha collaborato niente meno che con Caparezza e due volti noti della politica locale, Gianni Porta e Matteo d'Ingeo

La concretezza è la costante dell'insolito quartetto che non le manda certo a dire, fotografando a 360 gradi una Molfetta allo sfascio. "Costruiscono parchi e non li aprono, completano il lavoro lasciando pure che li distruggano", tuona ad esempio la voce di Think'd, nella prima strofa, prendendosela anche contro "l'informazione effimera". Insomma "si cerca di scuotere, ma niente, è sconcertante". 

Si fa poi largo la voce di Gianni Porta. "Gioelli comuni regalati ai privati nel paese sofferente di liberi spazi e un futuro per le giovani famiglie", questa l'immagine suggerita del consigliere comunale. "Esistere vuol dire scelgliersi sempre la propria parte", spiega l'esponente di Rifondazione, anche contro "egoismi e mode passeggere". 

Il secondo intermezzo è dei roventi giochi di parole di Matteo d'Ingeo. "Nella città del mercato diffuso l'abuso è diffuso – dice il coordinatore del Liberatorio politico – e il voto di scambio è sempre il più amato". E ancora, per l'attivista "le bombe illuminano la notte e uccidono il mare", in una città dove "la macchina del fango travolge il riscatto". 

Gran chiusura con Caparezza, che ha una fitta allo stomaco. "Io mi sento in guerra quando non trovo pace, perché amo Melphicta, perché odio Melphicta, perché ho Melphicta allo… stomaco", conclude amaro il celebre rapper.

AZZOLLINI E LEGA NORD IN AFFARI

http://www.dailymotion.com/embed/video/xkz50z

TG 08.01.11 Radio Padania"ci scippa le frequenze", l'appello di Pagliaro di antennasud

La radio della Lega nella città di SalveminiIl Comune autorizza il ripetitore "padano"
 

A. A. Centrone – corrieredelmezzogiorno.corriere.it  – agosto 2011

MOLFETTA – Le frequenze di Radio Padania nella città del meridionalista Gaetano Salvemini. L'ufficio tecnico del Comune di Molfetta, infatti, ha autorizzato l'emittente radiofonica diretta da Matteo Salvini a installare sulla strada provinciale per Terlizzi un ripetitore per ampliare il proprio raggio d’azione.

IL PRECEDENTE IN PUGLIA – Radio Padania già trasmette nel Salento. Dal 17 dicembre 2010  i salentini possono ascoltare le trasmissioni dell'emittente leghista grazie all'installazione di un ripetitore ad Alessano. In quel caso però le trasmissioni nordiste andavano a coprire abusivamente le frequenze di una radio locale. Quindi dopo un esposto presentato da Paolo Pagliaro, editore dell’emittente salentina Radio Nice del gruppo leccese Mixer Media, il ministero dello Sviluppo economico zittì il 24 gennaio scorso Radio Padania, che ha poi iniziato a trasmettere nel Salento grazie ad altre frequenze.

I COMPLIMENTI DI SALVINI – Adesso, Radio Padania punta al Nordbarese. «Pensiamo – afferma Salvini – che la radio sia uno strumento importante per far conoscere le nostre idee alla tanta brava gente del Mezzogiorno. Inoltre, ritengo che i pugliesi sono la popolazione più simile a quella lombarda e del Nord Italia. A Milano c’è poi una foltissima comunità di baresi che lavorano e vanno d’accordissimo con noi. La Puglia è davvero una delle zone più avanzate del Meridione».

A MEZZANOTTE STAPPATE I VOLUMI… THINK'D // FITTA [TENTATIVO II] con CAPAREZZA | MATTEO D'INGEO | GIANNI PORTA

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Allo scoccare della mezzanotte, niente auguri e né regali. Sarà ascoltabile on line un brano su Molfetta, contro Molfetta… ma soprattutto per Molfetta.


Un sindaco che “recitava” l’antimafia


di Rino Giacalone – www.liberainformazione.org

Tanto tuonò che piovve, si potrebbe dire. Ma la verità è che non tutti sono stati disponibili a dare ascolto ai tuoni, all'epoca. E men che meno oggi quando all’alba i carabinieri del reparto operativo di Trapani su ordine della Dda di Palermo hanno eseguito i clamorosi arresti per mafia del sindaco di Campobello di Mazara, Cirò Caravà e di alcuni tra i suoi più affezionati sostenitori, fra i quali una sorta di guardia spalle, tale Gaspare Lipari, che senza essere dipendente del Comune, stazionava nell’anticamera dell’ufficio del primo cittadino. Anche oggi in molti non si sono stupiti. Gli stessi che in questi anni non hanno creduto a quell'antimafia "recitata" in pubblico.

Quando i militari sono andati ad arrestarlo, il sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, oggi del Pd (ha iniziato la carriera politica nel Pci e poi nella seconda repubblica ha attraversato tutti gli schieramenti politici da destra a sinistra) accusato di essere un uomo d’onore della cosca mafiosa del suo paese, ha detto ai carabinieri che lui con la mafia non c’entra nulla, che stavano sbagliando ad arrestarlo, stavano facendo uno scambio di persona. Mesi fa, aveva anche gridato al complotto e protestato contro la malafede di quei cronisti (uno soltanto per la verità) che avevano dato notizia dell’ispezione prefettizia che si era conclusa con la richiesta al ministero dell’Interno di sciogliere il Comune per inquinamento mafioso. Caravà allora era al primo mandato, nonostante tutto questo, è riuscito a ricandidarsi col Pd e a farsi rieleggere sindaco, dicendo che erano fandonie quelle che giravano sul suo conto, anche quando pochi giorni addietro gli è arrivato un avviso di conclusione delle indagini per tentata estorsione.


Era facile sentire Caravà parlare di legalità: presente ad ogni consegna di beni confiscati, con tanto di fascia tricolore, quella che a un sindaco tocca portare, affianco delle autorità, meglio ancora se prefetti, magistrati, vertici delle forze dell’ordine, con un portamento serioso, imperioso, come dire sono qui con voi a fare la stessa battaglia contro il malaffare, contro la mafia, ma secondo gli investigatori dei carabinieri che per un paio di anni lo hanno tenuto sotto controllo e per gli inquirenti della Dda di Palermo quando parlava contro la mafia, quella era una recita perfetta. Intercettando poi i boss locali, i carabinieri hanno ritenuto di avere raccolto conferma ai loro sospetti. Uno degli intercettati, Franco Luppino, uomo vicinissimo al latitante Matteo Messina Denaro, nemmeno sorpreso si complimentava, diceva che se non lo si fosse davvero conosciuto, Caravà ,sembrava davvero un antimafioso. 

Le accuse. Le indagini hanno fatto emergere, anche da una serie di intercettazioni, la  disponibilità garantita da Caravà a Cosa nostra, pronto a sostenere economicamente le esigenze di alcuni familiari di boss detenuti, come il capo mafia di recente deceduto, Nunzio Spezia che un giorno in carcere rimproverò la figlia che si lamentava della troppa antimafiosità del sindaco (evidentemente la ragazza parlava senza sapere che nel frattempo i viaggi in aereo per raggiungere il padre detenuto in nord d’Italia li pagava proprio Caravà che alla moglie del boss diceva che ogni esigenza di don Nunzio sarebbe stata rispettata, e la stessa moglie di Spezia intercettata veniva sentita dire che da quando Caravà era sindaco le cose erano cambiate).

Sindaco in nome e per conto della mafia, secondo gli investigatori e nella sua anticamera stazionava un boss, ora arrestato, Gaspare Lipari. Una contraddizione rispetto a quello che si vedeva entrando nel suo ufficio le cui parete erano tappezzate dalle foto dei giudici uccisi dalla mafia e in ultimo anche quelle degli investigatori locali in prima linea.  Poi c’è il capitolo degli appalti, secondo anche le risultanze dell’ispezione prefettizia entrata a a fare parte degli atti di indagine, i lavori pubblici il sindaco Caravà, riusciva ad affidarli sempre agli stessi “amici degli amici”. La richiesta di scioglimento per mafia del Comune è rimasta ferma al Viminale anche dopo che l’operazione della Polizia denominata “Golem 2” aveva fatto scoprire intrecci vari che passavano per Campobello dove i Messina Denaro erano di casa e non solo per via del fatto che Salvatore il fratello del latitante Matteo abitava lì, in santa pace e circondato dal pieno rispetto per nulla infastidito della circostanza che Caravà nbel frattempo sarebbe andato in giro dicendo che Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, l’avrebbe fatto prendere lui.

Ma Caravà giammai aveva avuto simile incarico e non era in condizioni di garantire questa disponibilità, lui che voleva passare come bandiera dell’antimafia, sarebbe stato semmai punto di riferimento della mafia, lo dicevano i mafiosi stessi, a chi loro poneva dubbi sul sindaco rispondevano, “Ciro? E’ uno dei nostri”. Il sindaco avrebbe garantito il quiote vivere nel suo paese, mentre i mafiosi anche dopo i sequestri continuavano ad occuparsi del mercato delle olive, quello maggiormente redditizio per il paese belicino, tra Campobello e Castelvetrano ci sono immense distese di ulivi, che producono la famosa oliva nocellara del Belice, un mercato che Matteo Messina Denaro continua a controllare.

Le investigazioni antimafia che hanno portato agli odierni arresti vanno avanti dal 2006, coordinate dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Teresa Principato, e dai pm Marzia Sabella e Pierangelo Padova, condotte dai carabinieri del reparto operativo provinciale di Trapani comandato dal colonnello Mario Polito, mentre il pool di militari che segretamente sono riusicti a indagare sul sindaco era diretto dal capitano Pierluigi Giglio.

“Terra bruciata” . Si stringe il cerchio ancora di più attorno a Messina Denaro, il latitante Matteo ricercato dal 1993, una mafia quella belicina che oggi grazie anche ad appoggi insospettabili (mica tanto a proposito del sindaco Caravà viene da dire leggendo i documenti giudiziari) continua a vivere secondo i soliti schemi e con i capi di sempre, Messina Denaro, Leonardo Bonafede, Franco Luppino, l’ultimo degli arrivati arrestato però con una precedente operazione di Polizia. Tra i soggetti insospettabili individuati c’è anche l’imprenditore Filippo Greco, arrestato a Gallarate dove si era trasferito. Altri arrestati sono Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina, e poi Calogero Randazzo e Vito Signorello, quest’ultimo professore di educazione fisica e che era stato già arrestato nel 1998 nel corso dell’operazione “Progetto Belice”, quando allora era stato intercettato a dire che lui per “Matteo (Messina Denaro ndr) avrebbe fatto qualsiasi cosa”, che “desiderava poterlo portare in giro, con la sua moto, per fargli prendere un poco d’aria”. Signorello arrestato e condannato, scarcerato aveva provato anche ad allenare la squadra belicina della Folgore, ma la misura di prevenzione che gli vietava di potere muoversi come voleva, alla fine lo indusse a lasciare la panchina, ma non, secondo i carabinieri, l’organizzazione mafiosa.  L’ordinanza odierna ha portato al sequestro di un impianto olivicolo, cosa che ha portato ad essere indagati Antonino Moceri e Antonio Tancredi, titolari della srl Eurofarida, per intestazioni fittizia di beni.

Camorra e Gomorra. Cultura e informazione contro le mafie

di Santo Della Volpe – www.liberainformazione.org

Ora che Michele Zagaria è finalmente rinchiuso nel supercarcere dove una cella l’attendeva da anni con il regime del 41bis, ora che il clamore si è spento,è possibile riflettere meglio sul significato di questo colpo alla camorra. Partendo da una frase del magistrato Federico Cafiero de Raho (responsabile della DDA della Campania, già PM al processo Spartacus contro i casalesi) che ha diviso la lotta alla camorra tra un prima ed un dopo il libro “Gomorra” di  Roberto Saviano. 

Perché se Iovine e Zagaria sono stati  arrestati, se Setola ed altri boss della Camorra sono in carcere, se gli affari nel traffico di rifiuti e del cemento sono stati rivelati e colpiti, se Don Diana ha ottenuto un po’ di giustizia e se questa “terra dei mazzoni”  ha ora qualche speranza di un futuro migliore, lo si deve anche ai riflettori finalmente accesi sui casalesi e sulla loro pericolosità; e non solo. Gomorra ed il successo internazionale del libro e del film, hanno fatto capire quanto sia importante  lottare contro questa criminalità con la Cultura e con l’Informazione, con la Tv e con il Cinema; e soprattutto con le parole e la scrittura. La denuncia che si fa Cultura,il mito si sfalda,il mondo torna al suo posto; ed anche se il consenso resta notevole intorno a chi comunque  dava lavoro e non solo (perché in quei posti devastati dalla criminalità e dalla sottocultura televisiva conta avere più l’Iphone che un libro), Gomorra e Saviano, Rosaria Capacchione e la pubblicazione poi degli atti del processo Spartacus,hanno messo la camorra nel cono d’ombra negativo.

Grazie al Web,alla TV ed al Cinema i giovani hanno visto il volto vero della criminalità camorrista,violenta,omicida,spacciatrice di droga e di veleni,ladra di futuro e di economia ai danni di chi vuole creare molteplicità di occasioni di lavoro e di scelta. 

E’ anche questo il motivo per cui noi lavoriamo e Libera Informazione propone quotidianamente le notizie che dal territorio ci documentano la resistenza e la denuncia del mondo  onesto che vuole essere libero di scegliere e di investire nelle prossime generazioni.

Ed anche per questo bisogna tornare al dott. Federico Cafiero de Raho quando ,a caldo, ha dichiarato che «è quanto mai importante  cominciare ad ampliare il contrasto ai profili patrimoniali di questo gruppo: bisogna aggredire gli apparati economici, e non solo ” ha detto il magistrato;” dovremo anche concentrarci su quella zona grigia composta da insospettabili infiltrati che hanno consentito ai Casalesi di fare il grande salto di qualità, diventando camorra imprenditrice. Mi riferisco a quella 'borghesia mafiosà che oggi è il vero nemico, sia nostro che di tutta la società». «Una bonifica sociale – spiega ancora Cafiero De Raho – passa necessariamente per una qualificazione economica,imprenditoriale e politica, laddove per politica intendo l'organizzazione di sane amministrazioni locali. In questo modo si ottiene anche un altro risultato importante: la gente torna ad avere fiducia nello Stato».

Parole che valgono un impegno da parte delle Istituzioni che vorremmo raddoppiato rispetto a ieri. Se è vero, come è vero,che il ministro degli Interni Cancellieri ha visto la lotta alla Mafia come la priorità del suo impegno di Governo, chiediamo al premier Monti ed al ministro Passera che la lotta ai patrimoni mafiosi sia di tutto il Governo, anche attraverso la manovra economica in discussione al Parlamento. Perché la Cultura da sola non basta, anche se è determinante: poi ci vuole il sigillo dello Stato con la lotta alle evasioni fiscali e l’economia sommersa e criminale, con l’arresto dei boss e poi con il lavoro, l’impegno per i servizi sociali ed il futuro per i giovani, soprattutto al Sud.

Noi continueremo a fare la nostra parte, come Informazione e Cultura: ma dopo il prima ed il dopo Gomorra, vorremmo che ci fosse un terzo tempo, nel quale si possa parlare di mafie, camorre e ‘ndrangheta come “un fenomeno umano che ha avuto un inizio ed anche una fine”, per citare Giovanni Falcone. 
 

Monti mi ha telefonato


di Jacopo Fo – http://www.ilfattoquotidiano.it


Credevo fosse uno scherzo. E l’ho mandato al diavolo.
Invece era proprio lui.

“Buon giorno, sono Mario Monti.” Ho risposto con il classico: “E io sono Napoleone.” Poi ovviamente mi ha preso un colpo quando mi ha passato Gad Lerner che mi ha detto: “Guarda che è proprio lui…”

In due parole è successo che Monti ha capito che se non modificava la manovra scoppiava la guerra civile. Cioè, non puoi togliere la rivalutazione della pensione a uno che vive con meno di 1500 euro al mese e poi aumentargli l’Iva e la benzina… Succede che s’incazza. E anche i pensionati sono capaci di fare i black bloc se gli gira…

Così ho preso il treno a Foligno e sono andato a Roma.

C’era tutto un gruppo di tipi strani che era stato convocato per tirar fuori qualche idea che potesse salvare l’Italia dalla bancarotta (questo vuol dire “default”) senza creare masse di persone lacere e affamate.

C’erano i cattolici dei Bilanci di Giustizia veneti, con i loro parroci, una delegazione di una consociazione di onlus che in Africa hanno costruito mille pozzi autofinanziati, c’erano i volontari che vanno a fare i clown negli ospedali, Biggeri di Banca Eticadon Ciotti di Libera, Gesualdi del Manuale del Consumo Critico, Alex ZanotelliDon Gallo, Marco Boschini dei Comuni Virtuosi, Michele Dotti dei Verdi Civici, Fabio Roggiolani specialista di efficienza energetica e imprese ecosostenibili del Sel, Cristiano Bottone delle Città in Transizione, Carlo Petrini, MarcoTravaglioSantoro, Peter Gomez, Luigi Rambelli di Lega Ambiente e la mia mamma… C’era anche Beppe Grillo. Monti ci ha brevemente spiegato che dopo aver sentito le parti sociali aveva deciso di sentire anche le parti Asociali, che eravamo noi. “Asociali un cazzo!” ha sbottato Beppe. “Gli asociali siete voi che sparate miseria sui vecchi e sui bambini.”

E tutti abbiamo fatto di sì con la testa.

Comunque poi si è passato a parlare di fatti, e nel giro di due ore gli abbiamo manifestato la possibilità di raggranellare non 30 ma 60 miliardi di euro senza colpire i più deboli.

Se si approvassero le proposte anti corruzione del Fatto Quotidiano, le proposte di legge per tagliare i costi e i tempi della giustizia di D’Ambrosio, un po’ di efficienza amministrativa ed energetica, un paio di modifiche al codice per combattere meglio la mafia, un diverso sistema di controllo sul lavoro nero, incrociare i dati finanziari per beccare gli evasori, un taglio vero ai costi militari e a quelli della Casta, e sistemi di controllo dell’efficienza dei servizi pubblici, altro che 60 miliardi di euro ti saltano fuori.

E con un po’ meno burocrazia delirante e lentezze giudiziarie lavoro nero, incidenti sul lavoro e corruzione ci sarebbe anche un bel rilancio dell’economia. E anche liberalizzare la canapa e depenalizzare il consumo delle altre droghe potrebbe essere un grande risparmio per lo Stato e rivedendo il sistema detentivo per una serie di reati minori, come l’immigrazione clandestina, si svuoterebbero pure un po’ le carceri e i centri di accoglienza…

Poi si è passati ad alcune proposte per un progetto di solidarietà nazionale.
Costituire con l’appoggio del governo una borsa delle merci offerte ai gruppi di acquisto territoriali e aziendali, un piano di sostegno all’autocostruzione cooperativa della prima casa, con possibilità di recupero di strutture industriali in disuso, un sistema di certificazione dei servizi.

E poi sistemi per tagliare strutturalmente alcuni costi. Ad esempio, una rateizzazione che permetta di comprare computer agli studenti in modo da eliminare la spesa dei libri scolastici e di dimezzare così i costi per le famiglie. E anche un’integrazione di reddito alle famiglie disagiate e ai pensionati con la minima basato sulla costruzione di impianti fotovoltaici di Stato che permettano di azzerare la bolletta elettrica.

E orti pubblici sulle terre del demanio, migliaia di poderi abbandonati di proprietà pubblica dati in comodato ai giovani nullatenenti, idem per le centinaia di strutture pubbliche inutilizzate.

Corsi tenuti dagli artigiani pensionati ai giovani disoccupati così che imparino ad aggiustare elettrodomestici e computer, mobili, vestiti, in modo da sviluppare il riuso e il riciclo.

Incoraggiare sistemi di banca del tempo, mercati dell’usato e del baratto, monete complementari, car sharing, lavanderie collettive.

E campagne di educazione alimentare e posturale per aumentare il benessere nazionale e tagliare i costi della sanità, e piedibus in tutte le scuole per contrastare l’obesità infantile.

Monti aveva la faccia strana. Poi disse che in effetti era un po’ stupito e che ci doveva pensare su.
Uscendo gli ho detto: “Presidente, e cerchi anche di ridere un po’… Non dico che debba raccontare barzellette idiote… Ma qui si tratta di uscire da una crisi morale depressiva. Un po’ di comico ci sta bene.”
Mi ha guardato perplesso: “Ma i giornali hanno scritto che sono molto spiritoso!”
Ho inclinato la testa: “Presidente quelli sono leccaculo. Lei è allegro come una rana a un funerale.”
Poi ce ne siamo andati tutti in un ristorante dello Slow Food ad abboffarci di carciofi alla romana e spaghetti alla carbonara a chilometro zero.
Poi mi sono svegliato.

Salemi, la città dove la verità non è di casa

www.liberainformazione.org

Masseria Vecchia è una zona di campagna, territorio a vocazione agricola, vigneti, qualche uliveto, molto seminativo, grano. Si trova a “cavallo” tra l’agro di Trapani, Montagna Grande, e quello di Salemi, appena sotto le contrade Ulmi e San Ciro. Da Trapani la si raggiunge percorrendo la provinciale 29 che d’inverno spesso diventa un pantano. Il paesaggio è quello caratteristico, tipico della campagna siciliana. In contrada Masseria Vecchia sono diversi i bagli presenti, segnano il ricordo della vitalità lavorativa che qui c’era un tempo, ma che adesso è sparita, inghiottita dalla modernità dei tempi che hanno portato un futuro carico però di molta crisi. La modernità almeno qui, in questa parte di Sicilia non è stata foriera di molte belle cose. Da qui si continua ad emigrare. Da qui soprattutto è difficile estirpare quella mala pianta della mafia, la cui presenza non è certo convinzione di tutti. E il “tutti” è rivolto essenzialmente a chi ha pubbliche responsabilità, come possono essere, per esempio, i sindaci. Uno fra tutti il critico d’arte Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi, che per il fatto di essere uno “famoso”, magari capace di inventare sempre nuovi modi per la sua presenza mediatica, è fra quelli che meglio fa sentire la propria voce in proposito. Sgarbi a Salemi è giunto grazie alla “chiamata” di un ex deputato regionale, tale Pino Giammarinaro, assolto da accuse di mafia, ma che è finito presto sorvegliato speciale e adesso una nuova indagine ha rivelato che proprio nel periodo in cui era un sorvegliato speciale, ha avuto modo e maniera di accrescere il suo potere, e le sue proprietà, si tantissimo occupato di sanità, e di come controllare la macchina burocratica, e frattanto di scegliere i sindaci per il suo paese, Salemi, per l’appunto, e Sgarbi è l’ultimo tra quelli che ha ricevuto la “chiamata”. Una nuova richiesta di applicazione della sorveglianza speciale, stavolta con sequestro di un patrimonio valutato nell’ordine dei 35 milioni di euro. 

Cosa c’entra Masseria Vecchia di Salemi con Sgarbi e Giammarinaro? E con la mafia? In contrada Masseria Vecchia c’è un terreno, 70 ettari, appartenuti ad un narcotraficcante mafioso Salvatore Miceli, nipote di un vecchio capo mafia e per eredità diventato anche lui tale. Miceli era così importante da potersi permettere di parlare senza tanti vincoli del capo della cupola siciliana, Bernardo Provenzano, e fargli avere i suoi “consigli” attraverso il geometra palermitano Pino Lipari. Luogo d’incontro spesso San Vito Lo Capo, dove “Binnu” ogni tanto sarebbe andato a trascorrere le ferie al mare. Questo terreno, quello di Masseria Vecchia, è stato confiscato a Miceli, dopo un lungo iter cominciato negli anni ’80 e concluso con la confisca a metà degli anni 2000. Il terreno è in parte coltivato a vigneto, poi c’è seminativo di diverso genere, un laghetto, nemmeno tanto laghetto, per la raccolta delle acque ad uso irriguo, un antico baglio. Questo terreno dal gennaio 2007 è assegnato al Comune di Salemi perché doveva essere il Comune a provvedere al successivo affido in gestione, adesso è tornato nella piena disponibilità dello Stato: il Comune di Salemi non lo ha mai dato in gestione e l’agenzia nazionale per i beni confiscati ha decretato la revoca dell’assegnazione riprendendosi questo bene. Il sindaco Sgarbi bravo com’è è riuscito a rivoltare la frittata, plaudendo all’iniziativa dell’agenzia e dimenticando che lui da sindaco aveva fallito, o almeno facendo risultare una vittoria il fallimento, come se l’intervento dell’agenzia risulti positivo, in qualche modo, rispetto all’obiettivo finale, del riuso del bene. Sarà anche così, ma di quel terreno era il Comune a doversene occupare. E il sindaco Sgarbi lo sapeva molto bene, tanto che fresco di insediamento andò a fare un sopralluogo, tanto che in una telefonata finita intercettata (nel periodo in cui la Polizia era tornata  indagare sull’on. Gioammarinaro)  riuscito  a trovare Sgarbi è stato sentito parlare con piglio fermo della gestione di quel terreno, e in un giorno in cui ne parlava con un assessore a chi doveva andare, una cosa il sindaco Sgarbi la disse con certezza, “a quelli di don Ciotti no”, come dire, a quelli dell’associazione Libera non doveva andare, e questo perchè l’associazione Slow Food contattata dal Comune per assumere la gestione di quel terreno, aveva detto che sarebbe stata disposta a farlo se ci fosse stata anche Libera. In quella telefonata e chiacchierata intercettata si sente anche dire di quel’era l’indirizzio dell’on. Giammarinaro, che era quello di dare il terreno ad una associazione che si occupa di disabili, l’Aias, ma questo perché, si è scoperto,. Giammarinato e il presidente dell’Aias, un certo Lo Trovato, sono buoni, ottimi amici. 

Non si fece nulla nemmeno di questa assegnazione e il terreno è rimasto inutilizzato certamente con la piena soddisfazione di don Totò Miceli che nel frattempo si trova nelle patrie galere, ha concluso la sua latitanza “dorata”, catturato dai carabinieri all’uscita di uno dei più lussuosi alberghi di Caracas, capitale del Venezuela. Lui da oltre un decennio aveva fatto del Sudamerica la sua seconda residenza, si occupava di export di cocaina dalla Colombia verso la Sicilia. E in Venezuela a dargli gli ordini sarebbe giunto addirittura il mafioso più ricercato del momento, Matteo Messina Denaro, il boss del Belice. 

Perché questa lunga premessa? Per spiegare quello che succede di questi giorni, dove sembra che la verità venga spacciata per suggestione (così in un comunicato il sindaco Sgarbi definisce un nostro articolo) e la fiction, perché il prof. Sgarbi di fiction e reality bisogna dire che è un esperto, diventa realtà. Aveva lasciato stupito non solo il “plauso” da lui fatto all’agenzia nazionale dei beni confiscati nel momento in cui questa revocava l’assegnazione al Comune di Salemi di quel fondo agricolo, perché la revoca significava semmai un rimprovero al Comune rimasto incapace, ma anche la circostanza che lo stesso sindaco Sgarbi diceva a chi assegnare, o meglio, a chi non assegnare il terreno: chiedeva di non ripetere  «l’esperienza di affidamenti di comodo ad associazioni religiose che accumulano senza alcun esito attivo e produttivo». E questo a poche ore da un evento che per la verità è rimasto dagli organi di stampa quasi non considerato (tranne per la cronaca nazionale fatta su Avvenire dall’inviato Toni Mira) e cioè la raccolta di olive in un terreno di Castelvetrano tolto ai mafiosi e dove era presente il vescovo della Diocesi di Mazara (da cui dipendono i territori di Salemi e Castelvetrano), mons. Domenico Mogavero, che pur non rivolgendosi mai direttamente a Sgarbi aveva stigmatizzato quelle parole. 

Polemica e faccenda chiusa? Niente affatto. Sgarbi si è fatto sentire. E il vescovo Mogavero anche.

Sgarbi, sosteiene che la mafia come organizzazione non esiste e ci sono i mafiosi, e che l’unica organizzazione che esiste e che fa male è l’antimafia, “che – come nel caso di Masseria Vecchia – diffonde menzogne e incrimina persone la cui condotta, pur discutibile, è del tutto estranea all’azione della mafia (Giammarinaro? ndr)”. Su Masseria Vecchia Sgarbi allarga le braccia, il Comune “non è stato in grado, nonostante documentati tentativi, di affidare in gestione”. Tutto il resto fa parte “di luoghi comuni nei quali si accomodano giornalisti conformisti e diffamatori”. E tra questi ci siamo anche noi. Abbiamo l’impressione che a scrivere non sia tanto Sgarbi quanto qualche collaboratore suggeritore, ma Sgarbi non ha smentito. Nel comunicato ricorda l’appello rivolto a Slow Food, che però ha chiesto 50 mila euro (vicenda sulla quale il nostro sito ha già ospitato un replica proprio di Slow Food nei confronti del sindaco Sgarbi), ricorda anche che ad interessarsi a quel terreno era stata la fondazione San Vito presieduta da padre Fiorino (Curia di Mazara), “ma anche in quel caso essa era subordinata a un intervento economico da parte del Comune, come già aveva chiesto in passato.  Per questa ragione – dice Sgarbi – ho parlato di affidamenti di comodo”. Sgarbi se la prende con padre Fiorino dicendo che “nei luoghi affidati a Padre Fiorino l’attività produttiva e la riabilitazione dei siti non ha portato ad alcun esito, né ad alcun sensibile risultato, essendo ogni azione sostanzialmente subordinata ai contributi dello Stato. Questo spiega la mia determinata volontà di muovermi in altre direzioni, senza in alcun modo subire «il volere del burattinaio di Salemi» (creato da una delle tante, arbitrarie e fantasiose ricostruzioni dell’antimafia)”. Per la verità nell’intercettazione trascritta e depositata agli atti del procedimento penale relativo, si legge che Sgarbi rivolgendosi ad un assessore gli chiede di conoscere qual’era il pensiero di Giammarinaro sull’assegnazione di questo terreno! 

Per il sindaco Sgarbi la soluzione è solo una, “non parlare più di mafia”. Lui sostiene: “L’unico modo di combattere la mafia è dire la verità. Non inventare situazioni di conflitto inesistenti o millantare taumaturgici interventi, e impegni corali di tutti, con la concretezza delle azioni e dei fatti che non ci sono. Continuare a parlare di mafia serve a umiliare una terra di tutti a vantaggio di pochi”. E infine contro Mogavero, il vescovo di Mazara: “Se anche al vescovo di Mazara del Vallo piace giocare a guardia e ladri, lo lascerò nella sua convinzione e lo affiancherò a quelle autorità, dal prefetto al questore, ai magistrati, al maresciallo dei Carabinieri che hanno fatto, a solo vantaggio dei professionisti dell’antimafia e  giornalisti come Giacalone che chiamerò a rispondere delle sue insinuaizioni (lasciamo l’errore così da far contento l’addetto stampa di Sgarbi che spesso vede gli errori degli altri ndr) in tribunale, un’opera di falsificazione della verità. Che io non sono disposto ad accettare. Per questo, prendendo atto del conformismo  e del compiacimento nel costruire una realtà che scarica sulla mafia errori della politica, dell’impresa e delle istituzioni, cercando alibi alla propria impotenza e ostacolando il processo di rinnovamento che avevo iniziato a Salemi, sono costretto ad andarmene presto non per le minacce e il pericolo della mafia ma per non essere travolto dalla retorica, dalla finzione, dall’atteggiamento grave e finto di chi afferma di combatterla anche quando essa è stata schiacciata. Caro Monsignore, io non amo i sepolcri imbiancati. Non perché imbiancati, ma perché contengono morti. E io coltivo la vita». 

Fin qui l’intervento di Sgarbi che tanta chiosa non merita perché è sufficiente già quella stessa che il critico offre da se.  La replica del vescovo Mogavero non si è fatta attendere. «Mi meraviglia molto – scrive Mogavero a Sgarbi – che si sia buttato tutto in polemica, che non mi pare proprio il taglio del confronto su basi di verità, o per ristabilire una verità eventualmente messa in discussione. Nelle mie dichiarazioni fatte la settimana scorsa a Castelvetrano, durante la mia visita sul fondo confiscato a Gaetano Sansone, non c’era alcun atto di accusa nei suoi confronti, scrive ancora Mogavero a Sgarbi. Io così ho detto in quell’occasione: “I messaggi concreti arrivano proprio da azioni come queste. In questa terra che oggi torna alla società civile si raccolgono i frutti profumati di legalità, con un impegno sia del mondo civile che di quello ecclesiastico. E questa è la migliore risposta nei confronti di chi, nei giorni addietro, ha gettato discredito nei confronti di associazioni ecclesiastiche che avrebbero avuto affidamenti di comodo, che accumulano senza alcuni esito produttivo”. Non c’era, quindi, nessun atto di accusa nei suoi confronti ma c’è, invece, un’interpretazione scorretta e un uso improprio del testo di chi ha redatto la sua nota di ieri, estrapolando alcune parole e isolandole dal contesto». E Mogavero ha scritto altresì:  «Ciò che avviene nel fondo agricolo di contrada Fiumelungo sulla strada Salemi-Vita, oggi gestito dalla nostra “Fondazione San Vito” è sotto gli occhi di tutti: il vigneto è tornato produttivo da tre anni, c’è il turismo rurale “Al Ciliegio”, qualche mese addietro abbiamo inaugurato l’aula didattica e l’impianto fotovoltaico. Questa è la concretezza di azioni e di fatti, alla quale altre istituzioni hanno acconsentito a partecipare con proprie risorse (come nel caso della “Fondazione Vodafone”) probabilmente qualcosa vuol significare, pur nel persistente disinteresse della Sua amministrazione, a cui non si è mai chiesto nulla di diverso o di più rispetto a quanto previsto e consentito dalla legislazione sui beni confiscati». 

Mogavero ha risposto a Sgarbi all’eventuale associazione del Vescovo ad altre istituzioni che «hanno fatto un’opera di falsificazione della verità» (sono parole di Sgarbi): «Quanto alla minaccia di essere associato da lei “a quelle autorità, dal prefetto al questore, ai magistrati, al maresciallo dei Carabinieri”? Mi creda, non la ritengo una eventualità disdicevole. Tutt’altro». E Mogavero conclude: «La verità non è una bandiera e il mio modello di verità, in tema di mafia e di lotta alla mafia, rimane Giovanni Paolo II e il suo audace e indimenticabile grido profetico nella Valle dei Tempi di Agrigento. Il resto sono parole vuote».

Sito web scomodo. Minacce all'ideatore



di ALDO LOSITO – www.lagazzettadelmezzogiorno.it
 

«Chiudi Andria- Spia altrimenti ci vendicheremo su di te, sulla tua compagna e sulla bella bambina che hai». Sono inquietanti le parole della doppia lettera minatoria, inviata a Paolo Nugnes, consulente informatico di Trani ma con i suoi più cari affetti ad Andria. 

LE LETTERE – La prima missiva è arrivata venerdì all’ufficio tranese di Paolo Nugnes, e oltre al testo conteneva le foto della sua automobile, della sede lavorativa e dell’ingresso dell’appartamento. Ieri, invece, la seconda lettera è giunta alla casa: stesso testo ma con allegate le foto della compagna di Nugnes e della loro piccola bambina. Immediata la denuncia al commissariato di Polizia di Trani. 

COS’È ANDRIASPIA – Dallo scorso agosto Paolo Nugnes è amministratore del gruppo «AndriaSpia» che ha costituito sul social network Facebook. Il gruppo è una maniera simpatica e concreta per mettere insieme un po’ di persone che parlino dei problemi in città. «AndriaSpia» è un gruppo aperto, ovvero gli interventi possono essere letti da tutti, ma per commentare bisogna iscriversi. Gli argomenti maggiormente dibattuti sono stati uno striscione contestato al festival Castel dei Mondi, la guerrilla marketing e una variante al piano regolatore. «Lo scopo di AndriaSpia – dice Paolo Nugnes – è quello di far accrescere la coscienza civica per combattere il malcostume». 

LA MINACCIA – L’aspetto più preoccupante è che l’autore della minaccia non si sia limitato a scrivere. Le foto inviate con il testo, stanno ad indicare come si sia andato a scavare nella vita personale di Paolo Nugnes, che ha la sola colpa di coordinare gli interventi degli oltre trecento utenti iscritti. Il consulente informatico, infatti, non ha mai preso posizione su alcuna discussione ma ha solo dato la possibilità agli andriesi di esprimere le proprie idee. 

L’ULTIMATUM – Nella lettera è chiaramente scritto che «AndriaSpia » dovrà essere chiuso entro le ore 12 del 30 novembre, altrimenti si passerà dalle parole ai fatti. «Spavento e rabbia sono le sensazioni che si alternano dentro di me – spiega Paolo Nugnes -. Non voglio esporre la mia famiglia, per questo motivo un’ora prima dell’ultimatum mi dimetterò da amministratore. Ma il gruppo continuerà ad operare perché su Facebook non è possibile chiuderlo». Intanto il numeroso popolo di internet ha espresso solidarietà a Nugnes e ha avviato una vera e propria indagine sociale per scoprire l’autore di questo vile gesto

https://www.facebook.com/groups/andriaspia

Evasione fiscale e patrimoniale straordinaria

Evasione fiscale
L'evasione fiscale in Italia ammonta al "18% del Pil e colloca il nostro Paese al secondo posto nella graduatoria internazionale guidata dalla Grecia". La stima è di Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei Conti, che l’ha resa nota il 15 novembre durante un'audizione in commissione finanze del Senato. Dato che il PIL italiano nel 2010 è stato di 1.549 miliardi di euro, l’imponibile evaso sarebbe di 279 miliardi di euro. Tassato al 43%, cioè il valore della pressione fiscale media, fornirebbe alle casse dell’erario 120 miliardi di euro. Si tratta dell’8% del PIL. Basterebbe recuperane la metà per chiudere finalmente il bilancio dello Stato in pareggio.
 
In realtà, proprio il mancato incasso di questi soldi del sommerso comportano un eccesso di pressione fiscale per i cittadini onesti. Infatti, il presidente della Corte dei Conti ha segnalato che "implicazioni del fenomeno emergono ancora più nettamente quando si va a calcolare la pressione fiscale effettiva, rapportando il carico impositivo solo al Pil dichiarato al fisco: la pressione fiscale effettiva va corretta verso l'alto, di circa 10 punti rispetto a quella apparente, con l'effetto, così, anche di un ampliamento della distanza dai partners europei, a causa del nostro più alto tasso di evasione".
 
Inoltre, la pressione fiscale è destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni: se si considera "il già contabilizzato taglio delle agevolazioni fiscali recato dalla recente manovra estiva si arriva al 44,8% già nel 2013". Una soglia che potrebbe crescere ancora considerando "gli aumenti di prelievo che potranno derivare dall'impiego della leva fiscale da parte di regioni ed enti locali".  Tra le imposte più evase c’è sicuramente l'Iva con un tasso che arriva al 36%, inferiore soltanto a quello della Spagna. “La struttura dell'Iva – ha sottolineato Giampaolino – è rimasta quella di inizio decennio con un livello più basso nel confronto europeo e il rendimento dell'imposta italiana risulta intaccato dal livello e dall'estensione delle basi imponibili diverse da quella ordinaria, oltreché dai regimi speciali e di esenzione".
 
Di fronte a questa situazione restano profetiche le parole scritte da Luigi Einaudi nel 1946:
 
  “In Italia nessuno crede, neanche a scuoiarlo vivo, che le imposte possano in futuro diminuire.  Aumentare sì, diminuire mai. Gli italiani hanno sentito gran bei discorsi sulla necessità di sgravare i contribuenti, ma i fatti hanno insegnato ad essi che le imposte crescono sempre. È accaduto persino che gli italiani abbiano visto nei titoli dei giornali annunciati sgravi tributari; ma, leggendo il testo sottostante, si sono accorti che lo sgravio consisteva in un aumento minore di quello che si temeva od era stato annunciato.”
 
Dato che le tasse non potranno aumentare senza limiti, verrà un giorno in cui una seria lotta all’evasione fiscale diventerà davvero necessaria e ineludibile. Infatti negli ultimi mesi in Italia la proposta di rendere deducibili alcune spese familiari ha cominciato a circolare. Perché solo creando un effettivo contrasto di interessi tra compratore e venditore si arriverà a risultati significativi nella lotta all’evasione. Nel frattempo si sta facendo strada l’ipotesi di un’imposta patrimoniale straordinaria, seppur contestata da alcuni settori economici e politici. È il caso di ricordare quanto ha scritto in proposito un economista liberale come Luigi Einaudi: “L’imposta straordinaria sul patrimonio dice al contribuente: «Vivi sicuro e fidente. Io vengo fuori ad intervalli rarissimi (…) per mettere una pietra tombale sul passato (…). Per l’avvenire tu pagherai solo le imposte ordinarie che tu stesso, per mezzo dei tuoi mandatari in parlamento, avrai deliberato per far fronte alle spese correnti dello stato. Saranno alte o basse a seconda tu vorrai. Se tu amministrerai bene le cose tue non saranno mai gravose. Potranno essere alte; ma a te sembreranno leggere, perché pagate per ottenere servigi più importanti dell’onere delle imposte pagate».
 
Molti oggi si lamentano per le tasse troppo elevate e molti criticheranno un’eventuale imposta patrimoniale stabilita dal nuovo governo Monti. Tutti farebbero meglio ad ammettere di aver eletto per decenni rappresentanti politici che hanno tollerato e permesso l’evasione fiscale e che non hanno mai saputo “far fronte alle spese correnti dello Stato”, accumulando debiti su debiti. Per questo le tasse sono diventate sempre più ingiuste e gravose per gli onesti.   In fondo l’imposta patrimoniale è un’implicita ammissione di colpa: da un lato si è speso più delle risorse a disposizione e dall’altro ci sono patrimoni che hanno eluso la tassazione ordinaria. Per questo l’imposta patrimoniale straordinaria è diventata una necessità. Ma affinché resti “straordinaria” è necessario che in futuro i “mandatari in parlamento” rispettino la Costituzione, che prevede che ogni legge “che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte” (art. 81). 
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