Archivio mensile:ottobre 2008

Arsenico e lewisite nel nostro mare a pochi metri dalla riva

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2008/10/512702829_06ecd7d570.jpg

La notizia non ci sorprende perché gli studi dell’ICRAM del 1999 avevano già svelato questa inquietante realtà.

Nei nostri fondali marini c'è una vera santabarbara: bombe a mano, da aereo, da mortaio, mine, quasi tutte a "caricamento chimico"; l’allarme era stato lanciato già, alla fine degli ’90 dal biologo Ezio Amato. In alcuni casi gli aggressivi chimici sono conservati in bidoni, anch'essi adagiati sui fondali, e che, a causa della corrosione, continuano a rilasciare sostanze letali,  vescicanti (iprite e lewisite); asfissianti (fosgene e difosgene); irritanti (adamsite); tossici della funzione cellulare (ossido di carbonio e acido cianidrico).

Questa volta a confermare la presenza nell'acqua di tracce di arsenico e lewisite, entrambe sostanze tossiche e pericolose per la salute dell'uomo, sono stati i risultati delle analisi svolte dal laboratorio del Dipartimento di Biologia delle Produzioni Marine dell'Università di Napoli "Federico II" che hanno dimostrato quello che già era stato anticipato dalla Gazzetta del Mezzogiorno e dalla redazione de "il Fatto", e prontamente smentito dall’ARPA Puglia.


Nello specifico i biologi dell'università partenopea hanno rilevato nei campioni di acqua prelevati da Molfetta il 3,3% di arsenico ed il 5,1 di lewisite.

L’arsenico

  • Che cos'è
  • Dove si trova e come si utilizza
  • In che modo può avvenire l'esposizione
  • Come agisce
  • Sintomi
  • Come proteggersi e cosa fare se si è stati esposti
  • Note
  • La lewisite

  • Che cos'è
  • Dove si trova e come si utilizza
  • In che modo può avvenire l'esposizione
  • Come agisce
  • Sintomi
  • Come proteggersi e cosa fare se si è stati esposti
  • Come trattare l'intossicazione
  • Annunci

    Roma – Scontri in Piazza Navona [29 ottobre 2008]

    https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2008/10/scontri_di_20piazza_navona_29ott2008.jpg

    Roma, Piazza Navona, è stata teatro di pesanti scontri tra studenti di destra e di sinistra. Il bilancio è di quattro feriti, tre manifestanti e un poliziotto, tutti medicati all’ospedale Santo Spirito. Due gli arrestati: un militante di sinistra, di 34 anni, e un militante di destra di 19 anni. Per i due l’accusa è di danneggiamento, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Ventuno appartenenti a Blocco Studentesco (movimento di destra) sono stati portati alla Digos per essere identificati. Quattro le persone denunciate a piede libero per porto abusivo di oggetti atti a offendere. I fermati sono 17, di cui 14 di destra e 3 vicini ai collettivi di sinistra della Sapienza. I due gruppi dell’Uds e del Blocco Studentesco si sono fronteggiati con lancio di fumogeni e di tavolini e sedie dei ristoranti e locali circostanti.

    A Molfetta sono cinque i beni confiscati alla nostra criminalitàorganizzata

    https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2008/10/progetto_gelmini.jpg

    Nei giorni scorsi si è svolto a Bari un vertice in Prefettura con i  Sindaci interessati, per discutere e velocizzare le procedure di assegnazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali e mafiose pugliesi.
    La Puglia con 612 beni confiscati (dato aggiornato al 30.05.2008) dopo la Sicilia (3.783), Campania (1.213), Calabria (1.169) è la quarta regione italiana con il maggior numero di beni confiscati. Seguono la Lombardia (587) e il  Piemonte (100), regioni che sono diventate ormai terre d’investimenti delle organizzazioni criminali meridionali.
    Solo nella Provincia di Bari si contano 241 beni confiscati, di cui 80 in gestione al Demanio, 31 destinati e non consegnati e 130 già destinati e consegnati.
    Molti di questi beni, consegnati dal 2001-’02, sono ancora, come si suol dire, “dormienti”, cioè, case sequestrate alla malavita organizzata, messe dallo Stato nelle mani dei Comuni da anni ma non ancora destinate dalle varie amministrazioni comunali ad attività sociali finalizzate.
    La maggior parte degli immobili confiscati si trovano a Bari dove sono ancora in corso le procedure per lo sgombero di sette appartamenti. Il gran numero delle case occupate abusivamente sono però libere: è il caso dei 16 immobili che appartenevano alla famiglia Capriati, o i due riconducibili al clan Parisi.
    L’amministrazione comunale di Bari ha già approntato i bandi per l’ assegnazione alle associazioni di volontariato.
    Anche Molfetta ha i suoi beni confiscati e sono ormai due anni che il Liberatorio sollecita il Sindaco ad assegnare alcuni beni confiscati alle associazioni operanti nel territorio comunale oltre che a famiglie indigenti.
    Non abbiamo mai avuto risposte dirette dal Sindaco ma siamo riusciti in ogni modo ad ottenere le informazioni omesse dal primo cittadino.

    Nella nostra città sono cinque, per ora, i beni confiscati alla nostra criminalità organizzata e sono:

    Terreno agricolo in C.da Piscina Messere Mauro
    Confiscato a:
    ANDRIANI ANTONIO (09-06-1962)
    il 
    05-feb-98
    Trasferito al Comune in  data:
    21-giu-01
    * Bene destinato a finalità sociali

    Locale generico in Vico S. Alfonso n. 8
    Confiscato a:
    ANDRIANI ANTONIO (09-06-1962)
    il
    05-feb-98.
    Trasferito al Comune il :
    21-giu-01
    * Destinazione- Sede associazioni

    Appartamento in Via S. Nicola 48
    confiscato a:
    FIORE ALFREDO NANDO (06-08-1963)
    il
    27-nov-98.
    Trasferito al Comune il:
    06-nov-01
    * Destinazione: Alloggio per indigenti, senza tetto

    Appartamento in  Vico  S.Stefano n.2/b
    confiscato a:
    FIORE ALFREDO NANDO (06-08-1963)
    il:
    27-nov-98
    Trasferito al Comune il: 06-nov-01
    *Destinazione – Alloggio per indigenti, senza tetto

    Appartamento – Arco Catacombe n.12-14
    confiscato a: PARISI MICHELE 10-05-1973
    il: 01-lug-99
    Trasferito al Comune il: 21-giu-01
    *Destinazione – Centro per famiglie

    Il silenzio del Sindaco rispetto alla destinazione di questi beni ci preoccupa ed è naturale che nasca il dubbio sull’uso che qualcuno sta facendo degli stessi o almeno di parte di essi dal 2002.

    Appello al Presidente Napolitano: chiarezza sulle recenti dichiarazioni di Cossiga

    https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2008/10/berlusconi-03.jpg

    Qualche giorno fa, in un’intervista al giornalista Andrea Cangini riportata da tutti i media italiani e stranieri, il Presidente Emerito Francesco Cossiga sembrerebbe aver dichiarato (segue un estratto dell’intervista):

    “Maroni […] dovrebbe ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. […] Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri […] nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano […], soprattutto i docenti […] non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. […] Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”

    Crediamo che queste dichiarazioni siano incostituzionali, provocatorie e colpevoli di alzare i toni di una protesta che (finora) si è sempre dimostrata civile. Dette affermazioni, inoltre, ci sembrano inammissibili soprattutto se rilasciate da un Senatore a vita ed ex Capo di Stato.

    Per questo Le chiediamo

    di ottenere dal Senatore Cossiga ampia, pubblica e definitiva smentita delle dichiarazioni suddette oppure di invitare lo stesso a rassegnare le sue dimissioni da Senatore della Repubblica italiana.

    Con osservanza

    Firma la petizione: http://www.firmiamo.it/appelloalpresidentenapolitanodichiarazionicossiga

    http://www.firmiamo.it/flash/46860black.swf

    Scuola pubblica: la profezia di Piero Calamandrei

    https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2008/10/berlusconi-03.jpg

    Dopo le minacce del Gran Maestro unico, il tam tam della protesta viaggia su internet, nelle assemblee d’istituto e nelle piazze dove scoppia la rabbia e l´indignazione.
    È nato un movimento trasversale che sta crescendo e, anche se le possibilità di incidere sul decreto sono ormai poche, la protesta contro la riforma Gelmini non si può più fermare.
    In molti, in questi giorni, rileggono il pensiero di Piero Calamandrei che è di un’attualità inquietante. L’11 febbraio 1950, in occasione del III Congresso dell’ Associazione in difesa della Scuola nazionale (Adsn), dichiarava

    «Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura.

    Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.

    Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece cha alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.

    L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato.
    Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
    Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.

    Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico»

    Allarme sanitario per l’alga tossica; a rischio i frutti di mare

    https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2008/10/foto_7910.jpg

    di Giuliano Foschini (la Repubblica)

    Alcuni pescatori sono finiti in ospedale con problemi di respirazione e le mani piene di bolle. E ci potrebbe essere rischio anche per chi mangia polpi e frutti di mare, ricci in particolare: gli esperti stanno compiendo analisi su una serie di campioni prelevati nei giorni scorsi.
    Sulle coste baresi è tornato l'allarme alga tossica. L'Agenzia regionale per l'ambiente (l'Arpa) ha comunicato i dati del campionamento effettuato il 15 ottobre scorso in località "Prima Cala" a Molfetta: i risultati parlano di una delle più alte concentrazioni mai registrate in Puglia, 112 milioni di cellule per litro.
    Significa che c'è l'allarme sanitario. Ecco perché l'Arpa ha comunicato i risultati alla Asl, alla Capitaneria e al comune di Molfetta che dovranno prendere ora i primi provvedimenti.
    Il fatto che la stagione balneare sia conclusa non risolve il problema: gli effetti dell'alga si fanno sentire tramite l'areosol marino, e quindi possono colpire chiunque si trovi sulla costa.
    Ma soprattutto i principali effetti li stanno patendo i pescatori: l'alga, che è visibile soltanto al microscopio, rimane attaccata alle reti. Sono tante le persone che hanno avuto problemi o piccoli malori.
    Ecco perché la Capitaneria di Molfetta ha convocato gli armatori che operano in porto per spiegare loro le precauzioni da prendere e concordare un piano per possibili emergenze.
    «Intendiamoci – spiega il direttore generale dell' Arpa, Giorgio Assennatol'ostreopsis non è un' alga killer, ma fortunatamente debolmente tossica. Fatto salvo che le implicazioni sanitarie legate al contatto e all'inalazione della microalga restano assolutamente sgradevoli». L'ostreopsis è infatti una microalga che si adagia sui fondali, a 30-40 centimetri.
    Per crescere ha bisogno di mare calmo, possibilmente senza vento. «Quando l'onda picchia sui fondali – spiega Giampiero Bottinelli, direttore del dipartimento provinciale dell' Arpa di Bari – si libera la tossina. Il mare nebulizza e la particella tossica finisce nell' aria. La tossina agisce sulle mucose respiratorie e congiuntivali: ecco perché provoca irritazioni agli occhi, bolle, raffreddore, tosse, respiro sibilante come fosse asma, in alcuni casi anche febbre e dermatiti».
    Quest'estate l'ostreopsis aveva causato psicosi e malori tra i bagnanti sulle coste baresi, e in provincia di Bari in particolare. L'altissima concentrazione di questi giorni sta provocando però altri tipi di problemi. Per la prima volta sembrerebbe toccata la fauna marina.

    Nei giorni scorsi sono stati trovati ricci e polpi morti nella zona di Fasano, tanto che a Forcatella e a Savelletri era stata bloccata anche la vendita di ricci. Una serie di campioni di mitili sono stati mandati all' istituto zooprofilattico di Cesenatico per essere analizzati.
    «Se fino a oggi conosciamo i sintomi di chi viene a contatto con l'ostreopsis – spiega Bottinelli – non sappiamo se la sostanza tossica contenuta nell'alga possa dare problemi, e in che misura, al livello di digestione. Il problema è così recente che siamo in una fase di studio, non conosciamo esattamente quali sono gli effetti che può provocare. Ecco perché d'ora in avanti, d'accordo con la Asl, metteremo su un osservatorio epidemiologico».

    La fioritura dell'ostreopsis verrà monitorata per tutto l'anno, anche in inverno. A coordinare il lavoro c'è invece un tavolo tecnico regionale (che si è già insediato) che avrà il compito di pianificare le analisi e decidere gli eventuali interventi.
    All'Arpa toccheranno i controlli, mentre alle Asl lo studio epidemiologico dei casi e più in generale tutta la parte sanitaria. Il lavoro è propedeutico a quello che potrebbe accadere la prossima estate.
    «Oggi abbiamo la certezza che non solo l'ostreopsis c'è sui fondali pugliesi, ma che ha colonizzato – spiegano sempre dall' Arpa – I dati che abbiamo a disposizione ci dicono che ogni anno che passa la concentrazione è sempre più elevata. E' importante tenere alta l'attenzione: ecco perché la prossima estate abbiamo individuato un maggior numero di punti per effettuare i campionamenti e le verifiche periodiche».

    Cossiga: «Le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale»

    http://video.google.com/googleplayer.swf?docid=1676444799883454471&hl=it&fs=true

    Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero Ministro dell’Interno.
     
    In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito… Lasciarli fare (gli universitari, ndr).

    Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università infiltrare il movimento con agenti provocatori; che devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri.
     
    Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale.
    Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano.
    Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine, sì… questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio".
    La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c’è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente ”.

    Questo è uno stralcio dell’intervista di Andrea Cangini all’ex-Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che fu Ministro degli Interni alla fine degli anni ’70, oggi senatore a vita.

    Ma già il 25 gennaio del 2007 in una intervista di Aldo Cazzullo per “Il Corriere della Sera” aveva dichiarato:

    Cosa risponde a chi le rimprovera di aver soffiato sul fuoco del ’77?
    «La migliore risposta la potrebbe dare Fausto Bertinotti. Quell’anno lo incontrai a Torino. Parlammo a lungo. Tornato a casa, disse alla moglie: questo è il ministro dell’Interno più democratico che potessimo avere».

    Non ha nulla da rimproverarsi?
    «Ho uno scrupolo. Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Francesco Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici, accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì. Ma la chiusura di quello sfogatoio spostò molti verso le Brigate rosse e Prima Linea».

    Sta dicendo che se potesse tornare indietro non manderebbe più i blindati all’università di Roma o a Bologna?
    «Mi farei più furbo. Incanalando la violenza verso la piazza, l’avremmo controllata meglio, e alla lunga domata. Riconquistando la piazza, si spinsero le teste calde verso la violenza armata».

    Quindi Cossiga ha confessato. Ne va preso atto. Ha solo detto quello che la maggior parte degli italiani sapeva: l’Italia non è una vera democrazia. Forse non lo è mai stata. Quante fandonie ci hanno raccontato da Piazza Fontana in avanti? Sul G8 di Genova? Chi ha attivato il timer delle stragi di Stato?

    Cossiga ci ha fornito una lezione magistrale della strategia della tensione. Però, ora, dopo quelle frasi, va dimesso dal Senato e ritirata la sua nomina a presidente emerito della Repubblica Italiana. Vogliamo sperare che qualche deputato o senatore avanzi la proposta in Parlamento.
    Se rimane al suo posto è una vergogna per il Paese e un insulto ai professori e agli studenti. Non va picchiato, è anche lui un docente anziano. Va solo accompagnato in una villa privata e avere molta cura di lui.

    Un consiglio ai ragazzi: portate alle manifestazioni una telecamera, riprendete sempre chi compie atti di violenza. Vedremo chi sono, da dove vengono, se sono dei ‘facinorosi’, come dice o “agenti provocatori pronti a tutto”, come suggerisce Cossiga.

    «Ringrazio chi in questi giorni ha sentito che il mio dolore era anche il suo dolore»

    https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2008/10/call_center_330.jpg

    di Roberto Saviano

    GRAZIE per tutto quanto state facendo. È difficile dimostrare quanto sia importante per me quello che è successo in questi giorni. Quanto mi abbia colpito e rincuorato, commosso e sbalordito sino a lasciarmi quasi senza parole. Non avrei mai immaginato che potesse accadere niente di simile, mai mi sarei sognato una tale reazione a catena di affetto e solidarietà.
    Grazie al Presidente della Repubblica, che, come già in passato, mi ha espresso una vicinanza in cui non ho sentito solo l’appoggio della più alta carica di questo paese, ma la sincera partecipazione di un uomo che viene dalla mia terra.

    Grazie al presidente del Consiglio e a quei ministri che hanno voluto dimostrarmi la loro solidarietà sottolineando che la mia lotta non dev’essere vista disgiunta dall’operato delle forze che rappresentano lo Stato e anche dall’impegno di tutti coloro che hanno il coraggio di non piegarsi al predominio della criminalità organizzata. Grazie allo sforzo intensificato nel territorio del clan dei Casalesi, con la speranza che si vada avanti sino a quando i due latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine – i boss-manager che investono a Roma come a Parma e Milano – possano essere finalmente arrestati.

    Grazie all’opposizione e ai ministri ombra che hanno appoggiato il mio impegno e quanto il governo ha fatto per la mia sicurezza. Scorgendo nella mia lotta una lotta al di là di ogni parte.

    Le letture delle mie parole che sono state fatte in questi giorni nelle piazze mi hanno fatto un piacere immenso. Come avrei voluto essere lì, in ogni piazza, ad ascoltare. A vedere ogni viso. A ringraziare ogni persona, a dirgli quanto era importante per me il suo gesto.

    Perché ora quelle parole non sono più le mie parole. Hanno smesso di avere un autore, sono divenute la voce di tutti. Un grande, infinito coro che risuona da ogni parte d’Italia. Un libro che ha smesso di essere fatto di carta e di simboli stampati nero su bianco ed è divenuto voce e carne. Grazie a chi ha sentito che il mio dolore era il suo dolore e ha provato a immaginare i morsi della solitudine.

    Grazie a tutti coloro che hanno ricordato le persone che vivono nella mia stessa condizione rendendole così un po’ meno sole, un po’ meno invisibili e dimenticate.
    Grazie a tutti coloro che mi hanno difeso dalle accuse di aver offeso e diffamato la mia terra e a tutti coloro che mi hanno offerto una casa non facendomi sentire come uno che si è messo nei guai da solo e ora è giusto che si arrangi.

    Grazie a chi mi ha difeso dall’accusa di essere un fenomeno mediatico, mostrando che i media possono essere utilizzati come strumento per mutare la consapevolezza delle persone e non solo per intrattenere telespettatori.

    Grazie alle trasmissioni televisive che hanno dato spazio alla mia vicenda, che hanno fatto luce su quel che accade, grazie ai telegiornali che hanno seguito momento per momento mutando spesso la scaletta solita dando attenzione a storie prima ignorate.

    Grazie alle radio che hanno aperto i loro microfoni a dibattiti e commenti, grazie specialmente a Fahrenheit (Radio 3) che ha organizzato una maratona di letture di Gomorra in cui si sono alternati personaggi della cultura, dell’informazione, dello spettacolo e della società civile. Voci che si suturano ad altre voci.

    Grazie a chi, in questi giorni, dai quotidiani, alle agenzie stampa, alle testate online, ai blog, ha diffuso notizie e dato spazio a riflessioni e approfondimenti.
    Da questo Sud spesso dimenticato si può vedere meglio che altrove quanto i media possano avere talora un ruolo davvero determinante. Grazie per aver permesso, nonostante il solito cinismo degli scettici, che si formasse una nuova sensibilità verso tematiche per troppo tempo relegate ai margini. Perché raccontare significa resistere e resistere significa preparare le condizioni per un cambiamento.

    Grazie ai social network Facebook e Myspace, da cui ho ricevuto migliaia di messaggi e gesti di vicinanza, che hanno creato una comunity dove la virtualità era il preludio più immediato per le iniziative poi organizzate in piazza da persone in carne e ossa.

    Grazie ai professori delle scuole che hanno parlato con i ragazzi, grazie a tutti coloro che hanno fatto leggere e commentare brani del mio libro in classe. Grazie alle scuole che hanno sentito queste storie le loro storie.
    Grazie a tutte le città che mi hanno offerto la cittadinanza onoraria, a queste chiedo di avere altrettanta attenzione a chi concedono gli appalti e a non considerare estranei i loro imprenditori e i loro affari dagli intrecci della criminalità organizzata.

    E grazie al mio quotidiano e ai premi Nobel e ai colleghi scrittori di tante nazionalità che hanno scritto e firmato un appello in mio appoggio, scorgendo nella vicenda che mi ha riguardato qualcosa che travalica le problematiche di questo paese e facendomi sentire a pieno titolo un cittadino del mondo.

    Eppure Cesare Pavese scrive che "un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

    Io spesso in questi anni ho pensato che la cosa più dura era che nessuno fosse lì ad aspettarmi. Ora so, grazie alle firme di migliaia di cittadini, che non è più così, che qualcosa di mio è diventato qualcosa di nostro.
    E che paese non è più – dopo questa esperienza – un’entità geografica, ma che il mio paese è quell’insieme di donne e uomini che hanno deciso di resistere, di mutare e di partecipare, ciascuno facendo bene le cose che sa fare. Grazie.

    Io (giornalista) cavia nel call center: cronaca di una vita precaria

    di Sandro De Riccardis per Repubblica (17/10/2008)

    Sono l’operatore 172. Ho risposto a un annuncio su Internet spedendo via e-mail il mio curriculum, e dopo il colloquio sono qui, con le cuffie in testa e il microfono che mi sfiora le labbra, a proporre a decine di titolari di partite Iva di lasciare Telecom e passare a Infostrada. Ho lavorato una settimana alla Mastercom, azienda di telemarketing e teleselling nella zona industriale di Assago, hinterland di Milano, un cubo di vetri a specchio e cemento a pochi passi dalla tangenziale Ovest, costola di un gruppo in espansione con nuove sedi a Roma e Benevento.

    Dopo la selezione, ho trascorso giorni in azienda senza aver firmato nessun contratto. Ho visto i 1200 euro lordi assicurati dai selezionatori, al colloquio e nei primi due giorni di formazione, diventare 800 al mese lordi (appena 640 netti), mentre le provvigioni promesse si sono ridotte in ventiquattr’ore della metà. Ho conosciuto universitari che non ce la fanno a pagarsi gli studi, ragazzine appena diplomate reduci da altri call center, segretarie trentenni licenziate e sostituite da giovani con contratto da apprendista, laureati con titoli improvvisamente inutili. Tutti senza altra chance che essere qui.

    Mi pagano 4 euro netti l’ora. Contratto di collaborazione occasionale per trenta giorni, poi a progetto. Otto ore al giorno – 4 e mezzo il part time – di fronte a un monitor che passa in automatico i dati degli abbonati Telecom da contattare. Promettono un mensile di 1200 euro e provvigioni di 20 (contratto Voce) e 25 euro (contratto con Adsl) per ogni nuovo cliente rubato alla concorrenza.

    "Qualcuno qui guadagna più di me – spiega Massimo, il selezionatore, al colloquio -. La media dei contratti di ogni operatore è di 3,9 al giorno". Nessuno però spiega il trucco contabile: il calcolo dell’azienda è su 30 giorni lavorativi perché alla Mastercom si lavora dal lunedì al venerdì. Così trenta giorni, il loro "mensile", corrispondono a sei settimane. Un mese e mezzo. E i 1200 euro promessi diventano nella realtà 800 euro al mese. Lordi. Appena 640 netti. Pagati a 60 giorni. Una cifra che nessuno pronuncia mai, un equivoco che gli altri 16 ragazzi che entrano con me in azienda capiranno molto tardi.

    Alla Mastercom il turnover di operatori è continuo: ogni lunedì entrano tra i dieci e i venti nuovi lavoratori, altrettanti abbandonano. Con me ci sono quattro ragazzi e 12 ragazze. Dai 19 anni di Antonella e Giovanna, appena uscite dalle superiori, ai 38 di Carla e agli "oltre 40" di Alessandra, che s’imbarazza a rivelare l’età e a dire che sta provando a riprendere a lavorare dopo nove anni, dopo un divorzio. Ci sono anche 4 stranieri: Frida che viene dal Ghana e Salomon dal Camerun, Betsy dall’Ecuador e Lidia dal Venezuela. Tutti ventenni, seconda generazione di famiglie arrivate in Italia quando loro erano bambini. Sono i nuovi italiani: scuole a Milano, ottimo italiano, ambizioni di un futuro diverso da quello dei genitori.

    Molti arrivano dai call center di Monza, Cesano Boscone, Milano città, "dove si lavora 24 ore su 24, dal lunedì alla domenica, come robot". O da centri commerciali, ristoranti, locali nel cuore della movida milanese dove "una notte di lavoro, dalle 19 all’alba viene pagata 50 euro in nero a fine serata".

    I primi due giorni di formazione – non retribuiti, anche se è a tutti gli effetti attività lavorativa che dev’essere pagata dal datore di lavoro – sono una full immersion di marketing e psicologia della vendita. Con qualche trucchetto per produrre di più. Uno riguarda il modem per Internet. "Si può noleggiare o acquistare – spiega chi ci istruisce – . Al telefono col cliente, abbassate la voce come se state rivelando un segreto poi sussurrate: "Guardi, glielo dico senza farmi sentire sennò mi licenziano. Lo compri, costa solo 17 euro, le conviene piuttosto che pagare 3 euro ogni mese. In realtà lo state fregando. Presto si romperà, e l’azienda non ha nessuna voglia di fare manutenzione".

    Le ore passano tra simulazioni di telefonate, studio delle obiezioni che riceveremo, illustrazione dei contratti da proporre. "Dovete essere lo specchio dell’altro. Capire i desideri dell’acquirente, agire sulla parte emotiva – ci dicono – . Fare come scrive Pirandello. Cambiare ogni volta maschera. Se ci pensate, noi vendiamo sempre qualcosa: le idee, la nostra immagine, le nostre scelte".

    Fino al mercoledì, terzo giorno di lavoro, nessuno vede un contratto. Così nel cortile nascono complicati dibattiti sullo stipendio, con i telefonini che si trasformano in calcolatrici. L’atrio all’ingresso è l’unico spazio all’aperto. È qui che si fa pausa per caffè e sigarette. Qualcuno dell’azienda ci vede e ci rassicura, almeno sulle provvigioni: "20 euro per contratto voce, 25 Adsl". Poi si passa in sala training e da mezzogiorno iniziamo a fare le prime telefonate. "Ricordate Full metal jacket? – dice Alex, il nostro team leader – Il soldato diceva "Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Senza il mio fucile io sono niente". Il nostro fucile sono le cuffie. Con loro dobbiamo saper colpire il bersaglio".

    Con il nostro fucile, siamo operativi davanti ai pc senza aver firmato nulla. Come se paga, provvigioni e condizioni contrattuali fossero una variabile indipendente dal nostro lavoro. Ma ecco, due minuti prima della pausa pranzo, quando non vogliamo far altro che scappare a mangiare, arrivano i moduli per la firma. "È il contratto standard dei collaboratori occasionali" spiegano a chi si dilunga a leggere. Molti capiscono solo ora che i 1200 euro di stipendio coprono sei settimane di lavoro e non un mese. E che non è detto che le nostre provvigioni saranno di 20 e 25 euro: la terza pagina da firmare è un elenco indistinto di gettoni da 5 a 25 euro.

    Per tutto il pomeriggio di mercoledì, le nostre telefonate raggiungono il segmento di clienti Telecom ULL (Unbundling local loop), quelli che sono rimasti sempre fedeli all’ex monopolista e a cui si propone il distacco totale dalla vecchia Sip. Poi, all’improvviso, giovedì, il nostro team leader blocca tutto. "Siete un gruppo molto affiatato, l’azienda vuole scommettere su di voi. Da ora chiamerete un’altra categoria di clienti".

    Soddisfatto dei complimenti, tutto il gruppo – tranne tre che restano sui vecchi contratti – inizia a chiamare i "silenti", i clienti che ai tempi delle prime liberalizzazioni sono passati a Infostrada pur dovendo pagare doppio canone, e che per questo sono rimasti a Telecom. "Si tratta di convincerli a tornare", ci dicono. Partiamo con le telefonate ai Wrl (clienti fuori copertura). Per scoprire, soltanto il giorno dopo, che per questi contratti le provvigioni non sono di 18 e 25 euro ma 8 e 12 euro. Meno della metà. Nessuno ce lo dice. "Per ora è cosi" rispondono quando chiediamo spiegazioni. Ma nessuno ribatte.

    E nessuno reagisce alle proteste delle persone a casa, alle offese e alle minacce di denuncia. Ci hanno insegnato che dobbiamo essere più forti delle difficoltà. Mi metto in contatto con un clic con ogni partita Iva che appare sul monitor. Da Bolzano a Siracusa, chiamo tappezzieri e pizzerie, parrucchieri e macellai, studi di architetti e avvocati, profumerie e scuole guida, imprese edili e meccanici.

    "Oggi è la 14esima volta che ci chiama qualcuno" rispondono all’Oasi del capello di Broni, provincia di Pavia. "Siete ossessivi" dicono da un negozio di giocattoli di Potenza. "Bombardate dalla mattina alla sera" si sfoga un medico calabrese. Perché quando qualcuno non accetta la proposta, l’ordine non è di escluderlo dal database, ma di rimetterlo in circolo per essere richiamato tra poche ore o tra una settimana, a secondo della violenza della sua protesta. Il contrario di quanto stabilisce il Garante della privacy che dal dicembre 2006 obbliga i call center a "rispettare la volontà degli utenti di non essere più disturbati".

    I miei colleghi che misurano ogni euro del loro lavoro, si accorgono così che non è tanto facile acquisire clienti. Anche se per giorni ci hanno ripetuto il numeretto magico di 3,9 contratti stipulati ogni giorno da ogni operatore. Tra mercoledì e venerdì facciamo tre contratti. Lunedì, ultimo giorno di lavoro, un paio. In fondo alla sala, sulla lavagna c’è il nome di ognuno di noi: in rosso c’è l’obiettivo che si è dato prima di partire, accanto uno smile per ogni contratto realizzato.

    In queste sale non c’è il rito motivazionale che si vede in Tutta la vita davanti, il film di Paolo Virzì sul mondo dei call center, ma a ogni contratto concluso dai nuovi, c’è in sala training l’applauso dei colleghi. E così avviene nella sala grande se qualcuno raggiunge il numero di contratti per ottenere il bonus in busta paga. Un concetto ce l’hanno spiegato subito: serviamo solo se vendiamo. Perché la somma dei nostri contratti fa il risultato del team leader, i loro risultati sono il target della Mastercom col committente, Wind-Infostrada.

    "Ma se l’azienda fissa gli obiettivi, mette a disposizione le sue strumentazioni e gestisce turni e assenze, si configura una posizione da lavoratore dipendente", spiega Davide Ferrario, del Nidil, il sindacato dei precari della Cgil. Dopo una settimana, il mio gruppo non esiste più. Eravamo in 17 il primo giorno, siamo rimasti in 5. L’ultimo contratto che vedo è di Luca, rimasto in sala training una settimana in più, mentre quelli arrivati con lui sono già nella sala grande. È stato 15 giorni in attesa di questo momento: contratto Adsl a una romena di 18 anni. A fine giornata, tira fuori il telefonino e immortala l’evento. Fa una foto alla lavagna col suo nome accanto al disegno di un visino sorridente.

    Lodo Alfano. Una firma per dire NO

    https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2008/10/alfano01g.jpg

    Il Liberatorio appoggia con determinazione e convinzione la campagna di raccolta firme a favore del referendum per abrogare il cosiddetto "lodo Alfano" promossa dall’Italia dei Valori. Perchè firmare?
    Tale lodo prevede che quattro cariche isitituzionali non siano più penalmente punibili in contrasto, ad esempio, con la Costituzione Italiana che recita testualmente:

    Art. 3

    Tutti i cittadini […] sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    […]

    Inoltre se tale legge continuasse a rimanere in vigore creerebbe un precedente storico pericoloso perchè con una semplice legge si è modificata una legge costituzionale, senza rispettare l’iter legislativo adeguato.

    E’ evidente come tale provvedimento, caso unico nelle democrazie occidentali, sia stato adottato al solo scopo di interrompere il processo Berlusconi/Mills che era quasi giunto a termine e vede il presidente del Consiglio imputato. Ma il governo, evidentemente, non si rende conto che con queste, ormai tante e famose, leggi ad personam non solo fa passare l’idea che la giustizia può essere aggirata, ma diffonde un senso di disuguaglianza tra i comuni cittadini e chi li deve amministrare.

    Il Liberatorio è aperto per la raccolta firme ogni martedì dalle 19.30 alle 21,00 circa.

    Annunci