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Cocaina, l'Ordine chiede i nomi ai pm "In arrivo sanzioni per i legali coinvolti"

 

bari.repubblica.it

I legali coinvolti nell'inchiesta della procura di Bari sullo spaccio di sostanze stupefacenti, in tutto una ventina, adesso rischiano grosso. L'ordine degli avvocati di Bari ha chiesto ufficialmente agli uffici giudiziari di via Nazariantz informazioni sui nomi dei colleghi finiti nel fascicolo della pm Francesca Romana Pirrelli. L'operazione antidroga condotta dalla squadra mobile ha portato martedì all'arresto dei tre pusher della Bari bene: Bartolomeo Rossini, Giovanni Petrosino e Marco Fiore.

Accusati di rifornire di cocaina avvocati, imprenditori e studenti. Per questo ora l'ordine degli avvocati vuole andare a fondo. "Se uno nella vita privata fa uso di cocaina, è una scelta personale  –  spiega il presidente dell'ordine barese Manuel Virgintino  –  ma se lo fa nella vita pubblica diventa un problema di tutti". Così l'ordine ha avviato un'indagine conoscitiva sugli avvocati coinvolti a vario titolo nell'inchiesta.  "Prima vogliamo conoscere tutti i nominativi  –  continua Virgintino  –  per chi è indagato sarà avviato un procedimento cautelare che può portare anche alla sospensione. Per gli altri  –  come l'avvocato che accettava dai suoi clienti dosi di cocaina come parcelle  valuteremo caso per caso in base alla gravità dei comportamenti se applicare sanzioni disciplinari. Tutti saranno comunque convocati e ascoltati dal consiglio dell'ordine".

 

 

I COCAINOMANI DEL WEEKEND: "MA NON SIAMO DROGATI"

Dall'ordinanza emessa dal gip Sergio Di Paola emerge un quadro ben preciso: gli avvocaticonsumatori facevano uso di cocaina più volte al giorno e quando non c'era andavano in crisi. In un caso un penalista chiama il pusher mentre è in carcere per un interrogatorio di un cliente. In un altro caso un legale telefona allo spacciatore in piena notte per convincerlo ad incontrarsi.

ARRESTATI TRE PUSHER, RIFORNIVANO AVVOCATI E IMPRENDITORI 

Avvocato: "Oh, ma dove stai?"
Rossini: "Alla pizzeria sotto casa".
A.: "Accidenti, mi hai messo nei guai…!"
R.: "Ouh!"
A.: "Ma non posso passare proprio?"
R.: "No".
A.: "E dai, ti prego! Posso passare più tardi?"
R.: "No, sto mangiando una pizza!"
A.: "No, dopo…"
R.: "Ci sentiamo domani!"
A.: "No domani! Non fare il pezzo di m… eh aiutami, che caz…".

Sul caso è intervenuto ieri anche il sindaco di Bari Michele Emiliano. "Sin dal 2008  ha scritto su Facebook  avevo avvertito che a Bari la cocaina sta prendendo il posto dell'amore, dell'amicizia, della passione, della forza di sopportare il lavoro quotidiano. Adesso le indagini della procura di Bari confermano ciò che avevo detto tre anni fa".

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Quattromila dosi di droga e sette arresti nel Sud-Est barese

  

  I finanzieri della compagnia di Monopoli hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bari, su richiesta della Procura del capoluogo pugliese, per l’operazione “Black and White”

www.barisera.net

“Smantellata una struttura criminale”, questa l’affermazione del generale Vito Straziota, comandante del comando provinciale della guardia di finanza di Bari. Associazione per delinquere finalizzata al traffico, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (cocaina, eroina, marijuana e hashish): con questa accusa, questa mattina, i finanzieri della compagnia di Monopoli hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bari, su richiesta della Procura  del capoluogo pugliese, per l’operazione “Black and White”.

L’indagine ha fatto emergere una cellula criminale con una divisione di ruoli, all’interno, molto articolata.
A capo dell’organizzazione un barese, residente a Loseto, Giulio Cassano di 31 anni.
Gli altri sei arrestati sono: Nicola del Re, Sebastiano Ratto, Vincenzo Boccuzzi, Saverio Fritelli, Michele Lamacchia e Giovanni Sblendorio.  Altre cinque persone, tra cui quattro donne, risultano indagate. Le zone interessate dall’attività illecita erano i quartieri Loseto, Carbonara e Ceglie del Campo di Bari,e i comuni di  Triggiano, Mola di Bari e Monopoli
“Il mangiare è buono”: era con un sms di questo genere che l’organizzazione contattava i propri tossicodipendenti-clienti quando arrivava la merce.
A fornire le sostanze stupefacenti il capo dell’associazione, Cassano, che aveva presso la sua abitazione di Loseto il  quartier generale. Ed è stato, proprio, seguendo uno dei suoi pusher, sottoposto a intercettazione telefonica, che due anni fa venne avviata l’indagine.
Cassano non solo si preoccupava di rifornire di droga  la sua rete di spacciatori in base alle richieste di mercato, ma  provvedeva a raccogliere e distribuire i proventi dello spaccio, si assicurava che le famiglie dei suoi pusher arrestati potessero godere di assistenza a vari livelli, compresa anche quella legale. La  peculiarità dell’organizzazione consisteva nel fornire agli spacciatori dei telefonini con i contatti dei tossici che venivano informati con un messaggio.
Insomma, a disposizione dell’associazione una vera e propria mappatura dei clienti che consentiva agli organizzatori del traffico illecito di non doversi sottoporre al rischio di contattare nuovi consumatori, ma di avere un “portafoglio clienti”. Ma la “forza” dell’organizzazione è stata anche la sua maggiore “debolezza”, perché proprio l’articolata attività di intercettazione e individuazione delle celle telefoniche, ha permesso di  individuarne non solo l’attività illecita, ma ogni singolo spostamento. Nelle intercettazioni le dosi diventavano a volte “magliette” (eroina) o “giubbotti bianchi” (cocaina), oppure Malboro (eroina) o Merit (cocaina).
Fedelissimi del capo i molesi Ratto e Del Re, che provvedevano non solo a fornire le dosi da spacciare ai pusher, ma anche i soldi per il sostentamento delle mogli i cui mariti, parti integranti dell’associazione, erano in carcere.Quattromila le dosi sequestrate per un valore medio di mercato di circa venti o trenta euro per bustina. Lo spaccio avveniva in qualsiasi momento della giornata e in luoghi diversi, anche nelle stazioni ferroviarie. L’organizzazione non aveva la minima paura, le sei persone arrestate in flagranza di reato durante le indagini, venivano prontamente sostituite dalla stessa. Un’operazione destinata ad ulteriori sviluppi, come sottolineato dal generale Straziota.
gi. co

DALLA "CITTA' ILLEGALE" ALLA "CITTA' ETERNA", STORIA DELL'UOMO CHE VOLLE IL "MERCATO DELL'ABUSO DIFFUSO". PROSPETTIVE FUTURE.

 

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Oggi alle 18.30  – Sala B. Finocchiaro  
Fabbrica San Domenico – Molfetta

relazioneranno:

Michele Altomare 

Matteo d'Ingeo
 

Il Movimento “Liberatorio Politico” torna ad incontrare la città per fare il rendiconto dell’attività svolta negli ultimi mesi e per informare, senza bavaglio, sulle vicende cittadine di ordinaria illegalità.
A sei anni dalla sua nascita e dopo un’attività incessante di controinformazione svolta attraverso il proprio Blog (http://liberatorio.splinde
r.com/), nonostante le minacce, intimidazioni più o meno palesi, tentativi di censure ed isolamento vuole lanciare un messaggio a tutti i cittadini in prospettiva di possibili elezioni comunali anticipate.

In un sottano in vico San Giuseppe i carabinieri hanno scoperto un bazar della droga

Droga sequestrata a MOlfetta_sitowww.molfettalive.it

Aveva allestito un vero e proprio bazar della droga all’interno di un sottano, nel centro storico di Molfetta, con 1.123 grammi di marijuana, 186 di hashish, 70 di cocaina e per questo è finito in carcere. 

È quanto hanno scoperto la notte scorsa in quel centro i Carabinieri della locale Compagnia, che hanno tratto in arresto Angelo Raffaele Passidomo, 28enne censurato di Molfetta, con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. 

I militari del Nucleo operativo e radiomobile, nel corso di uno specifico servizio, hanno intercettato il giovane, a bordo di un ciclomotore, in compagnia di un amico. Fermato e sottoposto ad un controllo, i carabinieri hanno rinvenuto, nella sua disponibilità, 270 euro e tre telefoni cellulare, su cui giungevano, durante le operazioni, diversi sms dal contenuto equivoco. 

Per tale motivo, gli uomini dell’Arma hanno proceduto alla perquisizione di un locale, ubicato in vico San Giuseppe, ove hanno scovato, all’interno di un bidone in plastica a chiusura ermetica, l’intero quantitativo di stupefacente, nonché un bilancino elettronico di precisione, un paio di forbici, un taglierino con la lama annerita e sporca di hashish e una quarantina di ritagli di buste in cellophane a forma circolare, analoghi a quelli utilizzati per confezionare le dosi rinvenute. 

Tratto in arresto, il giovane è stato poi associato presso la casa circondariale di Trani, mentre la droga, il denaro, ritenuto provento dell’illecita attività e i tre telefoni cellulari, le cui sim card erano tutte prive del numero seriale in quanto cancellato, sono stati posti sotto sequestro.

Colpo al narcotraffico internazionale sequestrata una tonnellata di droga: 19 arresti

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Una tonnellata di droga sequestrata (valore di oltre 6 milioni di euro), 19 arresti e una banda internazionale di trafficanti sgominata. Operazione The Butchers, i macellai, dall'attività del capo del sodalizio criminale che dietro a una macelleria e due salumerie di Toritto, nel barese, celava un business milionario.
In manette è finito anche lui,  il pluripregiudicato Cosimo Zonno, 68 anni, di Toritto, considerato uno dei maggiori fornitori di sostanze stupefacenti della Puglia. E non solo. E' da lui che si rifornivano – come all'ingrosso – spacciatori e clan attivi in tutta Italia.
Erano la macelleria e le due salumerie della famiglia Zonno a costituire le basi operative del gruppo criminale, che si spartiva i profitti con gli uomini dei boss albanesi Arben Paluka, attualmente latitante e ricercato, volto noto alla procura antimafia e alla guardia di finanza di Bari, e il narcotrafficante Eduart Premtaj, principale referente nel Salento.
Qui l'albanese, integratosi benissimo con il tessuto sociale del territorio, era considerato per le organizzazioni d'Oltre Adriatico un vero e proprio basista: era lui a ricevere dal Paese delle Aquile gli ingenti quantitativi di droga che venivano sbarcati sulle spiagge del Salento. Ma lo stupefacente arrivava anche da Spagna e Olanda.

LE FASI DELL'OPERAZIONE

Gli arresti – Destinatari del provvedimento cautelare emesso dal gip del Tribunale del capoluogo pugliese su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia sono 9 italiani, 9 albanesi e una cittadina polacca. Altri sei albanesi sono tuttora ricercati, mentre 20 persone (17 italiane e tre albanesi) risultano indagate. L'accusa è di associazione per delinquere dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Sono stati sequestrati a titolo preventivo beni mobili e immobili riconducibili a nove indagati: due salumerie a Toritto, una macelleria a Grumo Appula, quote di una società di Bari, tre fondi rustici a Toritto e uno a Terlizzi, un appartamento a Bari, quattro fondi rustici e un fabbricato nel Salento, una ditta nel Gargano, due auto e due motocicli per un valore complessivo pari a circa tre milioni e 700 mila euro.

IL VIDEO

I nomi – I nove italiani sono
Cosimo Zonno, detto 'Fuje fuje',
Vincenzo Zonno, 25 anni,
e Leonardo Mastroserio, 36, detto 'U' gnur', tutti di Toritto;
Roberto Dello Russo, detto 'Il malandrino', 30, di Terlizzi;
Teodoro Rotolo, 57, di Acquaviva delle Fonti;
Samuele Biondino, 34,
Dario Marco Manca, 44,
e Pietro Reale, 40, tutti di San Donato di Lecce;
Erpete Errico, 51, di Monteroni di Lecce.

I nove albanesi sono i due fratelli Arian Aga, 32 anni, detto 'Arjan', Dritan Aga, 33, detto 'Tani', ed il cugino di questi ultimi Luan Aga, 28, tutti residenti a Trani, Loni Paluka, 29 e Artan Karaj, 36, residenti ad Altamura;
Ylli Dalipay, 40, residente a Peschici (Foggia); Gentjan Hamzaraj, 33 anni, residente a Firenze; Petref Kondaj, 37, residente a Montevarchi (Arezzo); Eduart Premtaj, 39, detto 'Toli', residente a San Donato di Lecce.
La cittadina polacca è Ewa Janus, 48 anni, residente a Siena. 

L'organizzazione – Al vertice c'era Cosimo Zonno, il quale aveva instaurato un sistema criminale piramidale per cui anche il figlio Vincenzo e il genero Leonardo Mastroserio riconoscevano a lui il ruolo di capo clan. Era la sua famiglia a rifornire di droga le più grandi 'piazze' del barese. A loro si rivolgevano per acquistare piccole o grandi partite di cocaina e marijuana sia i clan della zona, sia gli spacciatori: una sorta di vendita combinata all'ingrosso e al dettaglio. A loro volta gli Zonno si procuravano la droga, soprattutto, dalle cellule albanesi presenti nel territorio, in modo particolare da quella di Trani e da quella di Altamura, ma anche da criminali locali. Fra questi sicuramente spicca il legame con Arben Paluka, attualmente latitante e ricercato.

I clan albanesi – Solo cinque mesi fa il latitante albanese è stato colpito da un'altra ordinanza di custodia cautelare emessa sempre su richiesta della Dda nell'ambito dell'operazione 'Shoku', che il 26 ottobre, smantellò una pericolosa organizzazione criminale albanese dedita al traffico internazionale di droga. Per gli inquirenti è indubbio che Paluka è uno dei più grandi trafficanti di droga dall'Albania. Nell'inchiesta dell'ottobre scorso la Dda accertò anche i legami fra questo e il clan camorristico degli scissionisti di Secondigliano. Nella stessa inchiesta figura anche Karaj, il boss albanese arrestato oggi, insieme a Premtaj, attivo nel Salento. 

Il ruolo della mafia – Secondo gli inquirenti in questi anni Premtaj ha instaurato rapporti stabili anche con noti esponenti della malavita organizzata locale, in modo particolare affiliati alla Sacra Corona Unita: Errico Erpete e Fabrizio Russo, detto 'Pizzichicchio'. Il narcotrafficante albanese, poi, poteva contare sull'appoggio logistico (in modo particolare alcuni depositi dove avveniva lo stoccaggio delle sostanze), su mezzi di trasporto e di vera e propria manovalanza che gli veniva offerta da pregiudicati leccesi Dario Marco Manca, Samuele Biondino e Pietro Reale. Erano questi ultimi tre che provvedevano a nascondere gli ingenti carichi di droga provenienti dall'Albania. I militari della guardia di finanza hanno trovato depositi nascosti sull'arenile compresi nel tratto costiero tra Frigole e San Cataldo. Da qui la droga veniva, poi, smistata in tutta la Puglia: venduta a grandi fornitori come la famiglia Zonno, ma venivano riforniti anche gli spacciatori albanesi presenti sul Gargano e nel Barese e su tutto il territorio nazionale.

Lo stupefacente – Nel corso delle indagini, gli investigatori del Gico, coordinati dalla Dda di Bari, sono riusciti a sequestrare 1.150 chili di droga fra cocaina e marijuana. Se fossero stati messi sul mercato avrebbero fruttato alle organizzazioni criminali oltre sei milioni e mezzo di euro.

Trento: tredici persone arrestate per traffico di droga

Fonte: trentinocorrierealpi.gelocal.it/…

TRENTO. I carabinieri di Trento hanno eseguito 12 ordinanze di arresto (5 in carcere, 7 ai domiciliari) nei confronti di dieci italiani e due stranieri. L’accusa è di concorso in detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio e traffico internazionale. Un ulteriore arresto è stato compiuto in un secondo momento.

Degli undici italiani arrestati nove sono trentini ed una donna è pugliese. Gli stranieri coinvolti nell’operazione ”Puzzle 2010” provengono da Brasile e Tunisia. Secondo le indagini coordinate dal Pm Davide Ognibene della Procura della Repubblica di Trento, lo smercio era relativo a cocaina, eroina, hascisc e marijuana.

LE FOTO DEGLI ARRESTATI

Nell’ottobre del 2009 uno degli arrestati era stato trovato in possesso di 21 ovuli di cocaina all’aeroporto di Francoforte, su segnalazione dei Carabinieri di Trento alla Polizia aeroportuale tedesca.

Messaggi in chat, che sembravano semplici indicazioni per la spesa quotidiana, ”pane, panino, tisana, vinello e caffe”, ma nascondevano ordinazioni di cocaina, eroina, hashish, marjiuana ed ecstasy: sono tra i modi di comunicare usati dalle dodici persone arrestate stamani dai carabinieri di Trento per detenzione di droga ai fini di spaccio e spaccio in concorso, alcuni accusati anche di traffico internazionale di stupefacenti.

L’operazione, denominata Puzzle 2010 ad indicare la varietà di tipologie di persone, cioè operai, impiegati, commercianti e studenti universitari, e i diversi ambiti di spaccio, dalle abitazioni alle buche delle lettere e anche una tabaccheria, è stata eseguita in seguito ad un’indagine dei militari di Trento. Ha portato all’emissione di 14 provvedimenti di custodia cautelare da parte del gip Marco La Ganga, su richiesta del sostituto procuratore Davide Ognibene.

Due dei provvedimenti restano da eseguire. I dodici portati a termine riguardano dieci italiani, quasi tutti trentini, e due stranieri. Dei dodici, cinque sono in carcere e sette ai domiciliari. Sono stati catturati in otto in Trentino e in quattro in Puglia.

L’episodio che è valso l’accusa di traffico risale al 2009. Si tratta di un viaggio in Costa Rica da parte di uno degli arrestati, un fisioterapista di Trento, bloccato sulla via del ritorno con una ventina di ovuli di cocaina nell’ottobre scorso a Francoforte dalla polizia tedesca, su indicazioni del Nucleo investigativo del Comando dei carabinieri di Trento, e condannato a tre anni di pena, allora sospesa in quanto incensurato.

Le cinque persone condotte in carcere dai carabinieri nell’operazione antidroga sono Giuliano Ramponi, 40 anni, fisioterapista di Trento, già bloccato in Germania nell’ottobre scorso, Alessandro Martini, 32 anni, tabaccaio di Rovereto, Alberto De Simone, 25 anni, studente di Trento, Roberto Coradello, 42 anni, impiegato di Borgo Valsugana, e Saber Gharsalli, 30 anni, di origine tunisina, con regolare permesso di soggiorno e già noto alle forze dell’ordine.

Ramponi è stato bloccato con una donna, 38 anni, di Bolzano, finita agli arresti domiciliari. La coppia si trovava in un campeggio di Peschici (Foggia). Ai domiciliari sono finiti anche due operai, un uomo di 46 anni di Rovereto e un altro di 36 anni, di origini brasiliane e residente a Trento, uno studente universitario di 25 anni di Bressanone, un rappresentante di 36 anni di Trento, un pasticcere sempre del capoluogo e una giovane di 25 anni di Molfetta (Bari) (Valeriana Stufano, ndr), bloccata a Bisceglie con una delle persone finite in carcere, Gharsalli.

Tutti gli altri sono stati catturati in Trentino. Alle operazioni hanno preso parte oltre 70 militari, con l’ausilio degli elicotteri del terzo elinucleo di Bolzano e unita’ cinofile di Bologna.

I carabinieri del Comando provinciale di Ferrara, in collaborazione con i militari del Nucleo investigativo del comando provinciale di Trento, hanno arrestato una delle due persone ancora ricercate, perché destinatarie di ordinanza di custodia cautelare, nell’ambito dell’operazione antidroga Puzzle 2010, per cui le ordinanze sono complessivamente 14. Si tratta di Maurizio Baldessari, 58 anni, originario di Caorle (Vennezia), ma residente a Trento.

Tra le accuse contestategli c’è la partecipazione finanziaria all’acquisto della cocaina proveniente dal Costa Rica, oltre ad alcuni episodi di cessione di eroina. Lo stesso, al termine della redazione degli atti di polizia giudiziaria, è stato sottoposto al regime degli arresti domiciliari, a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Spacciavano per godersi la movida di Barletta. Maxi blitz della polizia, 15 arresti. C'è un molfettese

In azione oltre 100 agenti con il supporto di elicotteri e unità cinofile

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…) – 4 giugno 2010

Dalle prime ore della mattinata è in corso una vasta operazione antidroga – denominata “Colosseum” – condotta dalla Polizia di Stato del Commissariato di Barletta assieme alla Squadra mobile della Questura di Bari.

All’operazione partecipano 100 agenti di polizia supportati da unita’ cinofile e da elicotteri del reparto volo di Bari.

Ben 29 le persone coinvolte e denunciate all'autorità giudiziaria. Tra questi 15 sono i destinatari di altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Trani. C'è anche un 31enne molfettese, Marco Sallustio.

Tra loro numerose donne che ricoprono ruoli di primo piano e giovanissimi pusher incensurati, uomini e donne, che spacciavano per procurarsi i soldi per vivere la movida del fine settimana nei locali piu’ in della citta’. Tra gli assuntori di sostanza stupefacente molti ragazzi.

A seguito di ripetuti servizi di osservazione e appostamento, gli uomini della Squadra Investigativa del Commissariato di Barletta ha acquisito prove concrete in merito ad uno spaccio di sostanze stupefacenti gestito da Giuseppe Porcella, di 31 anni di Barletta e la sua convivente Antonietta Daloiso, di 22 anni di Barletta.

Le successive indagini hanno evidenziato l'esistenza di una articolata organizzazione che accanto ai due ha visto recitare un ruolo attivo altri pregiudicati alcuni dei quali in veste di spacciatori, altri incaricati di custodire la droga presso le rispettive abitazioni, altri ancora di mettere a disposizione unità immobiliari nelle quali confezionare le dosi destinate allo spaccio.

In proposito, specifica il Dirigente del Commissariato di Barletta, Angelo Tedeschi, "è necessario evidenziare che le intercettazioni telefoniche hanno interessato diversi telefoni “cellulari” intestati o comunque in uso a Porcella; costui era solito prestare gli apparecchi (completi di schede pulite intestate a persone ignare e fornite dalla commessa di un negozio di telefonia che figura tra gli indagati) ai vari pusher che si alternavano nella attività illecita".

Le indagini tecniche sono state avviate dal novembre 2008 fino al gennaio 2009. Durante questo lasso di tempo, gli investigatori hanno ottenuto molteplici riscontri alla attività illecita portata avanti dal gruppo criminale.

Fornitore della droga spacciata è risultato essere Luigi Marchisella, collegato al pericoloso clan Cannito di Barletta.

"L'uomo – sempre secondo gli investigatori – ha dimostrato non solo abilità organizzative rimarchevoli, ma anche capacità di dotarsi di tutti gli accorgimenti tecnici (come, ad esempio, le telecamere con sistema di brandeggio e zoom poste sul portone di ingresso dell’abitazione e sulla rampa di accesso ai box condominiali) necessari ad intercettare chiunque si avvicinasse alla sua abitazione e ciò nell’intento di vanificare blitz mirati delle Forze di Polizia. In ogni caso, dai riscontri telefonici e dall’attività investigativa, è emerso che Luigi Marchisella, “LO ZIO” come era solito chiamarlo Porcella – vendeva la “merce” principalmente allo stesso Porcella e, in altre occasioni, a fiduciari espressamente delegati".

Inoltre, le indagini hanno evidenziato il ruolo attivo svolto dalle donne inserite nell’organizzazione: Antonietta Daloiso affiancava e all’occorrenza sostituiva il convivente Giuseppe Porcella in tutti gli aspetti dell’attività criminosa; Luciana Porcelluzzi era custode della sostanza stupefacente e del materiale confezionamento, mettendo a disposizione la propria abitazione e altro locale per il confezionamento delle dosi; Diana Rociola, oltre a spacciare, ha trasportato sostanza stupefacente occultandola sulla propria persona e all’interno della abitazione assieme al materiale atto al confezionamento delle dosi; Anna Lavecchia, alias Annetta, anche lei custode della droga e locatrice di una abitazione in cui venivano confezionate e custodite le dosi di droga destinate allo spaccio.

Le indagini tecniche sono state suffragate da riscontri oggettivi consistenti nel sequestro ripetuto di dosi trovate in possesso di acquirenti a loro volta arrestati e\o denunciati per i reati emersi a loro carico. Il volume d’affari giornaliero del gruppo delinquenziale si aggirava intorno alle 100 dosi di cocaina con un introito medio giornaliero di 2.000 euro, con punte di 4.000\5.000 euro in occasione di alcune giornate festive. L’età media degli assuntori di droga si aggira attorno ai 22 anni.

Gli indagati segnalati all’autorità giudiziaria sono stati ben 29 (tra cui il figlio di uno dei Boss storici della mala barlettana) e tra questi 15 sono destinatari di ordinanza di custodia cautelare in carcere in esecuzione di provvedimento emesso dal Gip Francesco Zecchillo. Le indagini sono state dirette dal Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani, Bruna Manganelli.

Il GIP ha autorizzato il sequestro preventivo di autovetture utilizzate dagli indagati per l’attività criminosa in esame.

Rapporto 2009 del Ministero dell’Interno sul contrasto al traffico di droga

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/05/antidroga-minint-2009_188.png

Fonte: www.avvisopubblico.it/…

Rendiamo disponibile il collegamento dal Rapporto della Direzione Centrale Servizi Antidroga relativo all’anno 2009. Il rapporto contiene dati sui sequestri di sostanze stupefacenti, denunce e arresti, informazioni sui gruppi criminali operanti in questo mercato criminale.

Il testo del rapporto, in lingua inglese, è consultabile cliccando qui (.PDF).

Link nel sito di Avviso Pubblico

La ‘Samarcanda’ del Gargano: 25 arresti per traffici di droga

Ancora un molfettese, Pasquale Sallustio (27enne), coinvolto in una vera e propria associazione a delinquere dedita al traffico e spaccio di droga. Non è la prima volta che cittadini molfettesi siano arrestati per attività illecite collegate a famiglie e gruppi criminali esterni al nostro territorio. C’è da chiedersi se sono le nostre famiglie malavitose ad esportare i traffici illeciti o è il nostro tessuto sociale che è diventato più permeabili alle infiltrazioni malavitose esterne? 

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 di Girolamo Romussi (www.statoquotidiano.it/…)

ALLE prime luci dell’alba del 19 febbraio 2010, la Compagnia dei Carabinieri di San Giovanni Rotondo, con l’ausilio di oltre 120 uomini del comando provinciale di Foggia, delle unità cinofile e di un elicottero dell’Arma, ha eseguito 25 ordinanze di custodia cautelare nei territori di San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo, Molfetta e Bologna. Operazione Samarcanda: questo il nome dell’indagine, inerente l’etimologia del territorio principale nel quale avveniva gli scambi di droga.

L’ATTIVITA’ INVESTIGATIVA – L’attività degli inquirenti inizia nell’agosto del 2008 (terminata nella primavera del 2009), con l’arresto in piazza Europa a San Giovanni Rotondo di alcuni pusher locali. In particolare, le dichiarazioni di una minore arrestata, dagli stessi militari, oltre alle intercettazioni telefoniche predisposte dagli stessi inquirenti, consentirono, al tempo, di disarticolare una vera e propria rete distributiva di droga, “capillarmente organizzata”, come detto anche in conferenza stampa stamane dal Capitano del Comando Provinciale dei Carabinieri di Foggia, Antonio Diomeda. In seguito, ulteriori attività investigative portarono all’accertamento, da parte dei carabinieri, dell’esistenza di due poli criminali, uniti da una stretta parentela, gruppi che gestivano l’intero traffico di droga: un gruppo la cui mente operativa veniva identificata in William La Fratta, operante a San Giovanni Rotondo, ma anche in Patrizio Villani, a capo del gruppo criminale, che gestiva i traffici di droga, nel territorio di San Marco in Lamis.

ULTERIORI indagini, da parte degli inquirenti, hanno portato a scoprire che Wiliam La Fratta, in stato di semilibertà (per reati di droga), dormiva la notte in carcere, mentre di giorno ritornava a San Giovanni Rotondo per organizzare e gestire in prima persona i propri lucrosi affari con la droga; la semilibertà di La Fratta era resa possibile anche dalla complicità di una impresa locale (nella quale lo stesso La Fratta era occupato), una impresa (il cui titolare è stato naturalmente denunciato), che aveva attestato all’Autorità Giudiziaria di aver ingaggiato lo stesso La Fratta, con falsa dichiarazione della sua presenza sul posto di lavoro. In verità, l’uomo era impegnato nei suoi traffici di droga. A coadiuvare il pusher di San Giovanni Rotondo Samantha Villani, alla quale i carabinieri del comando provinciale hanno riconosciuto un ruolo determinate alla regia di distribuzione illecita dell’eroina. A rifornirli la donna e La Fratta della droga era invece lo stesso fratello della convivente di La Fratta, Patrizio Villani, capo della rete distributiva, come detto, del centro di San Marco in Lamis.

IL MODUS OPERANDI DEI GRUPPI CRIMINALI – Quale allora il ‘Sistema’ La Fratta ? L’uomo aveva alle sue dipendenze un gruppo di pusher, ai quali forniva, oltre ovviamente alla sostanza stupefacente da distribuire, anche un cellulare di servizio, vale a dire una sorta di ‘utenza di riferimento’ alla quale i vari avventori chiamavano per poter comprare la droga. Come detto stamane in conferenza stampa è stato solo uno il cellulare (vale a dire la scheda) utilizzato dagli uomini per le diverse compravendite di droga, in base ad una diversa turnazione di ‘lavoro’. Vale a dire: dalle 8, example, alle 12 la scheda era gestita da un ics gruppo, dalle 15 alle 19, double example, da un altro gruppo. Lo spaccio di droga sarebbe avvenuto principalmente in “luoghi affollati’ del centro di San Giovanni Rotondo e di San Marco in Lamis, “luoghi di confusione”. La quantità delle dosi erano identificate dagli uomini tramite i minuti: “dammi due minuti, tre, ect”. Principalmente si sarebbe trafficato in eroina, ma anche cocaina. L’eroina arriva prevalentemente da centri della Provincia (in primis dal cerignolano), con la collaborazione di pusher locali, con un prezzo oscillante dai 30 ai 40 euro per dose. L’attività di spaccio avveniva per tutto il giorno. Gli stessi pusher, tra cui anche un minore, solitamente tossicodipendenti, venivano ricambiati per i loro servizi resi con qualhe dose, e di volta in volta venivano pilotati, istruiti e sostituiti man mano che i carabinieri li arrestavano. Le stesse indagini condotte dai militari hanno peraltro dimostrato che il controlo che La Fratta esercitava sui suoi pushers era quasi asfissiante; spesso La Fratta contattava lo spacciatore di turno per rimproverarlo indirizzandolo sulle attività da fare, per chiedere a che punto fossero le vendite, per sapere se i clienti morosi avessero saldato i conti, nonchè per avvisarli della presenza dei carabinieri. La stessa situazione avveniva per Villani il quale servendosi di una struttura organizzata simile, era dedito allo spaccio di eroina sul territorio di San Marco in Lamis ma anche Rignano Garganico.Dalla vicenda investigativa, infine, è emerso che La Fratta si sia servito dei suoi galoppini per commissionare una vendetta (auto danneggiata ed incendiata) nei confronti del suo ex cognato, reo di aver spalleggiato la sorella nel fare una domanda per l’affidamento dei suoi figli.

 

LE DICHIARAZIONI DEL CAPITANO DIOMEDA – “I traffici di droga continuamente in aumento – ha detto il Capitano Diomeda – e dunque gli arresti conseguenti, sono il chiaro sintomo di un binomio operativo domanda-offerta (naturalmente di droga ndR) valido tanto in termini di entrate finanziarie, dunque renumerativo, quanto in termini continuativi”, vale a dire di “persistenza nel suo vigere a livello territoriale” (dunque del Gargano, con ruolo prevalente nei traffici dei clan cerignonali).

LE ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE

Patrizio Villani
, classe 1977 San Marco in Lamis,
William La Fratta, classe 1975 S.G.Rotondo,
Samantha Villani, classe 1984 S.G.Rotondo,
Pasquale Sallustio, classe 1983 Molfetta,
Nicola Potenza, classe 1978 San Marco in Lamis,
Carlo Nardella e 
Massimo Soccio, classe 1986 S.G.Rotondo,
Michele Canistro, classe 1987 S.G.Rotondo,
Nicola Martino, classe 1980 S.G.R.,
Giovanni Padovani, classe 1971,
Damiano Pio Germano, classe 1982 di San Giovanni Rotondo.

ARRESTI DOMICILIARI

Alzbeta Simonicova, classe 1982 San Marco in Lamis,
Pasqualino Ripoli, classe 1989 S.M.Lamis,
Gianfranco Dibenedetto, classe 1984 S.M.Lamis,
Pasquale Santamaria, classe 1986 S.G.Rotondo,
Francesco Germano, classe 1981 S.G.Rotondo,
Giuseppe Mangiacotti, classe 1980 S.G.Rotondo,
Emiliano Pio Turi, classe 1985 S.G.Rotondo,
Michele Canistro, classe 1981 S.G.Rotondo.

OBBLIGO DI DIMORA E FIRMA:

Giovanni Ciavarella, classe 1976, S.M.Lamis,
Bruno Mangiacotti, classe 1979 S.G.Rotondo,
Antonio Potenza, classe 1985 S.M.Lamis,
Giovanni Mangiacotti, classe 1969, S.G.Rotondo,
Matteo Saracino, classe 1983 S.M.Lamis. classe 1978 S.M.Lamis,

L’Africa e le vie della droga

Ruta: narcotraffico ruolo strategico nell’economia del continente

di Carlo Ruta (http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=8970)

 

Sequestri di cocaina
Sequestri di cocaina
Narcotraffico e affari illeciti delle organizzazioni criminali nel panorama economico internazionale. Muove da questo filone d’inchiesta la terza parte di "Recessione e mafie", approfondimento giornalistico a firma di Carlo Ruta. In questa puntata lo storico – giornalista osserva attraverso una lente d’ingrandimento il continente africano, la condizione attuale della produzione e del commercio di droghe in Africa e i cambiamenti in atto in funzione della recessione economica globale.  


Più di qualsiasi altra parte del globo, l’Africa evoca calamità e regressioni militari, nondimeno costituisce, oggi più che in passato, un mondo eterogeneo, anzitutto sotto il profilo economico. Se l’immensa regione centrale, di cui è emblema Korogocho, la “favela” più popolosa del mondo, rimane infatti irriducibilmente povera, l’intera fascia settentrionale va progredendo, agganciandosi addirittura al trend di paesi come India e Cina, che in questo momento, come detto, fanno argine alla recessione. 

Tutte le regioni continentali sono comunque accomunate da un fenomeno in crescendo, la domanda di narcotici: dalla cannabis che, secondo l’Unodc, copre il 63 per cento dei consumi continentali di droghe, alla cocaina, che copre in Africa il 20 per cento della domanda globale. Tenuto conto delle enormi sacche di povertà del continente, tutto questo può apparire paradossale. Testimonia comunque quanto il narcotraffico possa discostarsi dalle logiche della normalità economica, in taluni casi fino a sovvertirle, traendo vantaggio da emergenze di ogni tipo.

Nel contesto di una economia globale che ha aperto a inedite e impetuose colonizzazioni, su questo continente il narcotraffico ha puntato in modo strategico. I cartelli sudamericani hanno avocato a sé territori importanti, fino a farne appunto un mercato in crescita. Ma hanno fatto di più, aprendo in Africa un corridoio relativamente sicuro per l’introduzione della coca in Europa. Dalle coste del Brasile, la polvere bianca, proveniente dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia, attraversa l’Atlantico per approdare lungo le coste dalla Guinea Bissau e della Sierra Leone. 

Dopodiché, fatte salve le partite riservate al consumo continentale, risale lungo varie piste, che possono interessare la Mauritania, la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Niger, il Ciad, per raggiungere le coste mediterranee del Nord Africa, dal Marocco alla Tunisia, dove viene imbarcata su navi di piccolo cabotaggio e pescherecci diretti in Spagna, in Italia, in Grecia, nelle coste balcaniche. I numeri che vengono proposti dall’Unodc, ricavati dalla curva dei sequestri nell’ultimo decennio, appaiono già considerevoli. Si ritiene infatti che circa la quarta parte dei carichi di narcotici introdotti in Europa dal Sud America segua la rotta africana. Tale stima, che si fonda appunto su certificazioni territoriali, potrebbe essere tuttavia poco indicativa, per difetto, almeno per due ragioni. La prima è politica. Allo stato delle cose è verosimile che determinati paesi vadano rendendosi permeabili al commercio di droghe. La seconda è di terreno. Le aree desertiche del nord, in cui transitano quantitativi importanti di narcotici, sono troppo estese per poter essere sottoposte, laddove pure si volesse, a controlli significativi.

I narcos non sono stati beninteso i soli a puntare sul continente. Seppure con circospezione, si sono mobilitati pure ambienti dell’oppio del sud-ovest asiatico, ravvisando un terreno idoneo nella regione orientale, ma soprattutto nel Corno d’Africa, con la garanzia di una guerra civile endemica che dal 1993 ha reso l’area fuori controllo. È andata delineandosi così un’attività composita, divisa fra interessi interni ed esterni, che vede in causa boss afgani, reti fondamentaliste, clan militari somali, perfino le piraterie del Golfo di Aden. E tale stato di cose, pure per le saldature che rischia di avere con altre situazioni continentali, lascia prevedere risvolti non da poco. 

Va considerato peraltro che quasi l’intera Africa brulica di traffici, di affari eterogenei, mentre in diversi paesi si rendono più sostenuti i disegni di far da sé, di realizzare cioè in via del tutto autonoma l’intero ciclo delle droghe, dalla produzione al rifornimento dei mercati, locali e non solo. Si tratta di focalizzare allora tale processo, che reca peraltro una tradizione importante nel Marocco: ancora oggi fra i primi produttori al mondo di cannabis.

Il Rif, regione montuosa del Marocco settentrionale, sin dagli anni settanta costituisce una immensa distesa di canapa indiana, sostenuta soprattutto dalla richiesta europea. Come il Sud America e il Triangolo d’Oro, ha coniugato e insiste a coniugare quindi povertà e ricchezza fino al paradosso. Al livello più basso stanno intere popolazioni contadine, che traggono dalle coltivazioni solo il minimo per sopravvivere. In alto risultano i boss, marocchini, turchi, tunisini, spagnoli, italiani, che muovono l’affare, proiettando l’hashish lungo i continenti che chiudono il Mediterraneo. Negli ultimi tre anni la situazione è mutata. 

Le leggi del governo di Mohammed VI, indotte dall’Onu, sono divenute più severe. Numerose piantagioni dell’area sono state distrutte. I rilievi ufficiali dell’Unodc stimano addirittura nel 50 per cento la riduzione delle superfici coltivate. Ma tutto questo significa poco. La cannabis viene riconosciuta ancora oggi come la droga più coltivata al mondo, ma soprattutto la più richiesta. In Africa, dove è preponderante l’offerta del Rif, è, come si diceva, allo zenit, coprendo il 63 per cento dei consumi continentali di narcotici. Il dato più rappresentativo continua a venire comunque dalla sponda nord del Mediterraneo. I sequestri effettuati negli ultimi anni in Spagna, Italia, Francia, Grecia, in altri paesi europei, testimoniano infatti che la marijuana prodotta in Marocco, a dispetto degli interventi delle autorità pubbliche, rimane in tali aree la più diffusa.

Il presente dell’Africa non è tuttavia la sola tradizione del Rif: che in termini di commercio clandestino risale almeno al secondo dopoguerra. È anche altro. È soprattutto la Nigeria, dove il narcotraffico è gestito da una mafia locale, fortemente connotata in senso etnico, divenuta di fatto la più coesa su scala continentale: in grado di tenere testa quindi a quella turca sulle rotte che si diramano dal Mediterraneo. 

Particolarmente attivi dagli anni ottanta, quando il paese fu scosso dalla crisi del petrolio, i nigeriani hanno potuto godere nell’ultimo decennio di una rendita strategica. Con l’aprirsi delle rotte africane, il territorio da cui muovono è divenuto infatti un crocevia del narcotraffico globale. Incombe sulla Guinea Bissau, chiudendo il golfo in cui sbarca la coca dei narcos. 

Occupa lo stesso parallelo del Corno d’Africa, dove transitano gli oppiacei da Oriente. Se nei primi periodi i boss centro-africani si sono limitati allora a chiedere l’obolo o reclamare forme minime di partnership, con il tempo si sono meglio organizzati, elaborando un metodo. Per conto dei sudamericani, controllano oggi il traffico di coca continentale e una parte non indifferente di quello europeo. Hanno dato avvio a coltivazioni di papavero, seppure in una misura discreta, mentre continuano a garantire, ai loro facoltosi contraenti, i percorsi dell’oppio afgano. Infine, là dove è possibile, fanno gioco a sé, incentivando soprattutto la coltivazione e la lavorazione della canapa, tanto da rendere il paese africano, un po’ sulle orme del Marocco, uno fra i maggiori esportatori di marijuana e hashish.


RECESSIONE E NARCOTRAFFICO. Come interagisce allora la recessione di oggi con tale stato di cose, nel continente? È il caso di esaminare alcuni aspetti generali. La crisi in Africa, come danno conto gli allarmi lanciati da numerose organizzazioni, sta avendo ripercussioni sociali pesantissime. Il 2009 si chiuderà, secondo Jean Ping, presidente dell’Unione Africana, con 27 milioni di nuovi disoccupati. In aggiunta, i prezzi dei beni primari stanno aumentando in modo esorbitante, con l’effetto di una carestia che le popolazioni, già provate da piaghe ataviche, non sono in grado di fronteggiare, tanto più nei paesi sub-sahariani. Vanno accendendosi quindi tensioni che rischiano di alimentare l’instabilità politica, già notevole, e gli scontri fra etnie. Si è entrati insomma nel tunnel di una emergenza che, come denuncia Amnesty International in un rapporto del maggio 2009, rende l’intero continente una polveriera pronta ad esplodere. In questo clima un peso crescente sta assumendo comunque la questione delle droghe. Nessun risultato statistico, beninteso, può attestare che negli ultimi mesi il traffico e il consumo di tali sostanze nel continente siano alimentati dalla crisi. Esistono nondimeno situazioni di cui va preso atto, a partire dalle aree cruciali del narcotraffico, dove proprio in questi frangenti si registrano evoluzioni drammatiche. 

In Guinea Bissau è  in atto una strategia di delitti che ha assunto il significato di un golpe. Il 2 marzo 2009 è stato ucciso, per mano militare, il presidente Joao Bernardo Vieira, che aveva guidato il paese per 23 anni. A giugno, poco prima delle elezioni, sono stati assassinati: Baciro Dabo, maggiore candidato alla successione; Helder Proença, già ministro della Difesa e stretto collaboratore di Vieira; Faustino Fudut Imbali, primo ministro dello stato africano dal marzo al dicembre 2001. Un altro candidato alla presidenza è stato indotto invece a ritirarsi, per salvare la vita. Le movenze sono quelle di una guerra intestina sul terreno dei narcotici, su cui, oltre le apparenze, hanno puntato con abbondanza tanto i dignitari di Vieira quanto i militari che adesso tengono il gioco. Tutto richiama quindi i cartelli sudamericani, determinati, con i loro contraenti del Golfo, a bruciare i tempi della conquista continentale. Tale situazione appare altresì coerente con quella della confinante Guinea Conakry, dove il 23 dicembre 2008, dopo l’annuncio della morte del presidente Lansana Conté, che aveva mantenuto il potere per 25 anni, si è insediata una giunta militare golpista, guidata dal capitano Moussa Dadis Camara. Il canovaccio è uguale. Il regime di Conté, come si evince da numerosi rapporti, a partire da quelli della Lega guineense per i diritti umani, era sceso a patti con il narcotraffico. La giunta di Camara fa altrettanto, ma con più metodo, malgrado ostenti di aver dichiarato guerra alle droghe.

Gli effetti della connessione afro-sudamericana si fanno in sostanza sempre più preoccupanti. Se ne trova riscontro quindi nelle prese di posizione che vanno sommandosi a tutti i livelli. Di ritorno dal Golfo, Mary Carlin Yates, direttrice della DEA, l’agenzia antidroga dell’FBI statunitense, ha dichiarato che il traffico di narcotici, già gigantesco, sta crescendo ancora, con il rischio di destabilizzare ulteriormente gli stati della regione. Jean Ping, che esprime per certi versi l’opinione generale del continente, ha aggiunto che il narcotraffico di stanza in Guinea e in Sierra Leone sta mettendo a rischio la pace non solo dell’area, ma dell’Africa intera. E del medesimo avviso, sulla scorta di dati tratti dagli uffici di polizia, è il ministro dell’Interno colombiano Fabio Valencia Cassio, trovando la colonizzazione africana dei narcos in netta progressione. Un dettaglio della situazione sul terreno, dall’epicentro della Guinea Conakry, viene offerto comunque dal capitano Moussa Tiégboro, ministro della giunta militare che dovrebbe combattere i narcos: in tutto il paese, a dispetto dei livelli di povertà, fra i più alti su scala continentale, anche le tossicodipendenze sono in aumento.

In modo ugualmente severo sta evolvendo la situazione del Corno d’Africa. Il consumo di Khat, la cui coltivazione costituisce per gran parte delle famiglie contadine l’unica risorsa per sopravvivere, come del resto in Kenia, in Etiopia e altrove, continua a diffondersi con ritmi ascendenti. Prova ne è che nella sola Somalia tale droga muove un giro d’affari di circa 70 milioni di dollari l’anno, più di quanto ne registrano in bilancio gli stati più poveri della regione. Insieme con l’eroina dell’Afganistan, che viene irradiata appunto in tutto il continente e oltre il Mediterraneo, continua ad alimentare quindi i conflitti territoriali. Le ripercussioni sul terreno sono sempre più devastanti, con saldature tattiche fra clan militari, narcotrafficanti dell’oppio, reti terroristiche islamiche, mentre lo stato di indigenza e i disagi della guerra sempre più vanno traducendosi in progressi dell’Aids e in violenza. Un effetto clamoroso di tale impasto fra guerra, povertà e droghe è la pirateria del Golfo di Aden che, dopo decenni di relativa sordina, si trova in piena recrudescenza. L’esercito dei nuovi bucanieri, impinguatosi di anno in anno, con picchi recenti del 200 per cento, conta oggi su circa 2 mila unità. Ha rinnovato strategie e metodi operativi, traendo quanto gli occorre dai sequestri, ma pure dall’eroina e dal Khat. È andato dotandosi altresì di armi sofisticate, tecnologie, mezzi logistici, mettendo a frutto gli accordi che è riuscito a cucire, lungo gli anni, con i mujahedin e i signori della guerra di Mogadiscio. Si tratta uno scorcio beninteso, sullo sfondo dei conflitti dimenticati e del narcotraffico. Quanto accade nel Golfo esemplifica tuttavia i caratteri di una emergenza che si è resa debordante, a dispetto della decisione dell’Africom, a guida statunitense, di intervenire nell’area.

La denuncia che viene da numerose sedi, ufficiali e non solo, è del resto unanime: la faglia del Corno d’Africa rischia oggi di far saltare gli equilibri residui dell’intero continente, al pari di quella delle Guinee ma forse più ancora, perché acutizzata appunto da guerre senza fine.

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