Archivio mensile:Mag 2010

La sentenza

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«Dopo un lungo silenzio sulla mia vicenda giudiziaria, volutamente prolungato, in attesa che la giustizia facesse il suo corso, adesso è arrivato il momento di parlare.
E’ giunto il tempo in cui io finalmente possa dire la mia verità, raccontare la mia versione per rendere giustizia alla città, che ha il diritto di sapere come realmente sono andate le cose, e per i miei elettori che non mi abbandonano mai e costantemente mi rinnovano la loro fiducia ad ogni tornata elettorale.
Questa è una mia scelta personale che intraprendo da uomo libero e con coscienza, consapevole di essere una persona pulita e soprattutto estranea ai fatti».

In attesa che Pino Amato riveli alla città la "sua verità" noi pubblichiamo il testo integrale della sentenza.

TRIBUNALE DI TRANI
REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

Il Tribunale, in composizione collegiale, ha pronunziato e letto il seguente dispositivo nel procedimento n. 199/08 RGT:
 
“Visti gli artt. 533 535 cpp, dichiara Amato Giuseppe colpevole dei reati a lui ascritti, esclusi i capi A3 per le posizioni di Spadavecchia, Consiglio, Tridente, Sasso, Captano, Roselli e Abbatiscianni, riqualificato il capo A4 per la posizione di Facchini e di De Ceglie ai sensi degli artt. 81 cp, 86 dpr 570/60 e 319 cp , riqualificato il capo A5 per la posizione di Acquaviva nella sola ipotesi dell’art. 87 del dpr 570/60, escluse dal capo A5 le imputazioni relative alla Altamura ed alla  vicenda dei Cuocci, esclusa l’imputazione di cui all’art. 87 dpr 570/60 per il capo A7 lettera a), escluse le imputazioni relative al capo A7 lettere b),c),d), esclusa l’imputazione relativa al capo A8 per l’episodio del condominio di via Bovio, riqualificato il restante episodio di cui al capo A8 in danno del Casucci ai sensi dell’art. 612
secondo comma e 61 n. 9 cp, nonché esclusa l’imputazione di cui al capo B;
per i reati oggetto di condanna, concesse le attenuanti generiche prevalenti e ritenuta la continuazione, lo condanna alla pena di anni tre di reclusione
.

Dichiara il predetto interdetto dai pubblici uffici per anni cinque ai sensi dell’art. 29 cp; dichiara altresì per l’Amato la sospensione del diritto elettorale e da tutti i pubblici uffici per anni tre a norma dell’art. 102 del dpr 570/60; dispone infine, sempre in base a tale ultima disposizione, la pubblicazione della sentenza, per una volta, per estratto, a spese del condannato, sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Visti gli artt. 533 e 535 cpp, dichiara Guido Giovanna Anna colpevole del reato ascrittolee, concesse le generiche prevalenti, la condanna alla pena di un anno e mesi quattro di reclusione.
Visti gli artt. 533, 535 cpp, dichiara Mezzina Pasquale colpevole del reato ascrittogli e, concesse le attenuanti generiche e l’attenuante di cui all’art. 323 bis cp, lo condanna alla pena di mesi due e giorni venti di reclusione.
Visti gli artt. 163 e 175 cp, concede la sospensione condizionale e la non menzione della condanna agli imputati Guido e Mezzina.

Vista la legge 241/06 dichiara condonata la pena inflitta all’Amato.

Condanna gli imputati in solido al pagamento delle spese processuali; condanna l’Amato anche al pagamento delle spese di mantenimento durante la custodia personale.

Visti gli artt. 538, 539 e 541 cpp, condanna gli imputati Amato, Guido e Mezzina al risarcimento dei danni patrimoniali e morali subiti dalla parte civile Comune di Molfetta, come legalmente rappresentato; rimette le parti dinanzi al giudice civile per la liquidazione; condanna altresì i medesimi imputati in solido al pagamento delle spese processuali sostenute dalla medesima parte civile, liquidando le medesime spese in complessivi euro 5.000,00 per competenze e spese, al netto degli oneri fiscali e previdenziali di legge.

Rigetta le richieste della parte civile d’Ingeo Matteo.

Visto l’art. 530 secondo comma cpp, assolve Amato Giuseppe, Brattoli Gaetano, De Michele Vincenzo, Pazienza Vito e Scardigno Girolamo Antonio dalle altre imputazioni loro rispettivamente ascritte perché i fatti non sussistono.

Ordina la trasmissione degli atti al PM per le ulteriori valutazioni del caso.

Fissa il termine di 90 gg per la motivazione.

Trani 24.5.2010

Il Presidente
C. Carone

Al servizio di chi?

Dall’Addaura alle stragi, ritornano i dubbi.

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di Lorenzo Frigerio (www.liberainformazione.org/…)

Prima ha consegnato la sua preoccupazione ai microfoni del Gr Rai e poi si è ripetuto anche nel corso dell’audizione davanti al COPASIR, il comitato parlamentare che si occupa dei servizi segreti. Il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, è stato costretto, probabilmente suo malgrado, a dichiarare che sono in corso di svolgimento accurate indagini sul ruolo svolto da uomini dei servizi in quegli anni cruciali nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica.

Una rilettura che parte dal fallito attentato all’Addaura del giugno 1989 per arrivare alle stragi del biennio di fuoco, quello che copre il 1992 e il 1993. Sotto i riflettori sarebbero le azioni, le omissioni, le relazioni di chi era chiamato, per il giuramento di fedeltà alla Repubblica, a servire il Paese e la Costituzione e che, invece, sembrerebbe aver fatto da sponda consapevole e complice alle azioni criminali della mafia, per proprio tornaconto personale o forse per avere salva la vita, mentre in quegli anni altri loro colleghi delle forze dell’ordine venivano spazzati via dalla furia omicida di Cosa Nostra o rimossi per vie burocratiche.

Contemporaneamente, Lari si è anche lamentato delle fughe di notizie che in questi ultime settimane si succedono a cadenza periodica, a partire proprio dalla rilettura delle vicende dell’Addaura, perché danneggerebbero oggettivamente i delicati accertamenti in corso che, meglio sarebbe stato ovviamente, si svolgessero nel riserbo più assoluto. Invece, in questo momento, le procure siciliane, in particolare quella nissena, sembrano tornate ad essere un colabrodo, con il risultato che tutto finisce nel circuito mediatico senza alcun tipo di controllo, in presa diretta. Il risultato è controproducente e spesso e volentieri indigesto, perché incomprensibile ai più, sprovvisti di quella conoscenza e memoria necessaria per interpretare fatti così complessi. E se anche l’informazione contribuisce ad ingarbugliare il quadro, rischia di essere sempre più irraggiungibile l’accertamento della verità in sede giudiziaria.

Il riferimento diretto di Lari è agli scoop giornalistici relativi alla riapertura delle indagini sulla mancata strage dell’Addaura, a partire dagli accertamenti che in queste settimane si stanno facendo, grazie anche alla collaborazione di alcuni uomini d’onore pronti a dire quello che sanno ai magistrati. Nuove prove del DNA sarebbero oggetto di prossimi incidenti probatori, per cercare di arrivare a dare un volto a chi mise sulla scogliera antistante la villa al mare di Giovanni Falcone l’esplosivo che avrebbe dovuto uccidere il giudice palermitano e i colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman.

Non si è  ancora spento l’eco delle parole di Lari, ed esce la notizia che, proprio in queste ultime ore, viene rilanciata dagli inviati de “La Repubblica”: l’avvenuta iscrizione nel registro degli indagati delle Procure della Repubblica di Caltanissetta e Firenze del famigerato “signor Franco”, il personaggio indicato da Massimo Ciancimino come l’interlocutore istituzionale del padre, quel don Vito che da sempre rappresentava il punto di contatto tra la politica e Cosa Nostra.

Il figlio di Ciancimino, sarebbe stato ascoltato dai magistrati nisseni e fiorentini in tutta fretta nei giorni scorsi e avrebbe proceduto anche al riconoscimento fotografico del “signor Franco”, l’esponente dei servizi segreti che, fin dagli inizi degli anni Settanta, sarebbe stato in strettissimo contatto con suo padre, giocando un ruolo assolutamente ambiguo.

Se costui fosse davvero quello che Massimo Ciancimino sostiene essere, ci troveremmo di fronte ad un esponente dello Stato, da un lato e di quella “zona grigia”, dall’altro, che ritorna periodicamente sul banco degli imputati: il terminale delle vicende più buie della nostra democrazia.

È un dato di fatto che tutte le volte che si chiamano in causa le responsabilità dei servizi segreti, dalle vicende del terrorismo alla strategia della tensione per arrivare alle stragi, passando per gli omicidi di mafia, si avverte netta l’impressione di dover arrendersi di fronte all’impossibilità di arrivare ad una verità, finendo per mettere in dubbio anche le poche certezze fino a quel momento raggiunte a fatica.

Ci auguriamo ovviamente che non si ripeta lo stesso anche questa volta, ma purtroppo i prodromi ci sono tutti, compreso un mal interpretato ruolo dell’informazione e una strumentalizzazione dei rapporti che naturalmente intercorrono tra magistrati e giornalisti. Strumentalizzazione che in queste settimane vive un cruciale banco di prova in materia di intercettazioni e limiti al diritto di informazione nel nostro paese.

Vogliamo dire che se giustamente Lari lamenta la fuga di notizie e paventa il rischio di inquinamento delle fonti di prove, che dovremmo allora dire delle affermazioni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che, intervenendo durante le commemorazioni ufficiali della strage di via dei Georgofili, in un primo momento dichiara che le stragi del 1993 avevano lo scopo di dare“la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli”, salvo poi precisare, soltanto a distanza di qualche ora, che le sue erano “ipotesi e ragionamenti”?

Non è  proprio questo genere di dichiarazioni e smentite che servono ad alzare polveroni che durano lo spazio di una giornata, senza arrivare poi ad un punto fermo? Lo stesso avvenne ad ottobre dello scorso anno, quando il procuratore nazionale antimafia dichiarò che la trattativa avrebbe salvato la vita ad alcuni ministri della Repubblica, salvo poi minimizzare le dichiarazioni rese.

È sicuramente ipotizzabile che a giovarsi di questo continuo tourbillon di detto e non detto, di smentito e di denunciato siano proprio i mandanti delle stragi palermitane. Sarebbe invece ora che si puntassero decisamente i riflettori su quei luoghi dove l’esercizio del potere in forma occulta e fuori da ogni controllo democratico è la regola. Per capire “al servizio di chi” erano e sono i servizi segreti dell’Italia repubblicana. 

News correlate:

Rapporto 2009 del Ministero dell’Interno sul contrasto al traffico di droga

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Fonte: www.avvisopubblico.it/…

Rendiamo disponibile il collegamento dal Rapporto della Direzione Centrale Servizi Antidroga relativo all’anno 2009. Il rapporto contiene dati sui sequestri di sostanze stupefacenti, denunce e arresti, informazioni sui gruppi criminali operanti in questo mercato criminale.

Il testo del rapporto, in lingua inglese, è consultabile cliccando qui (.PDF).

Link nel sito di Avviso Pubblico

Ecco come i boss vincono al Superenalotto.

I capi delle organizzazioni criminali individuano i vincitori. Li minacciano e poi li taglieggiano. Ecco perché al Sud indovinare la combinazione vincente può non essere una fortuna

di ROBERTO SAVIANO

4  –  15  –  21  –  35  –  59  –  73. Questi numeri non vi diranno nulla. Vi faranno pensare di certo al Lotto anzi al Superenalotto, ad una delle serie che quasi ognuno sogna di indovinare. Sei numeri e tutto può esser mandato a quel paese, mutuo, debiti, lavoro. E via da qui. Per sempre. Questi sei numeri furono estratti il 17 gennaio del 2008 facendo vincere più di 36 milioni di euro a circa trenta persone di un paesino dell'avellinese, Ospedaletto d'Alpinolo, che avevano giocato il sistema giusto. Ma la fortuna non riuscirono a godersela per molto. Ogni vincitore fu cercato casa per casa 1, avvicinato e costretto a versare una fetta della vincita. Immediatamente. 

A chiedere la percentuale sulle vincite il clan Cava-Genovese di Quindici, sodalizio criminale che da sempre comanda nell'avellinese su cantieri, rifiuti, negozio, politica e ora anche sul Superenalotto. Le organizzazioni criminali considerano a loro disposizione il territorio: case, imprese, risorse, e anche la vita delle persone. Se arrivano sul territorio ben 36milioni di euro devono essere rintracciati e i possessori devono versare la loro quota. È legge. Una percentuale deve andare al clan per essere distribuita tra tutti gli affiliati in carcere che nella logica camorrista stanno patendo per tutti. E quindi devono avere la fetta legittima. 

Il clan quando decide di cercare i vincitori non ha certezza dei nomi. I trenta si nascondono, non danno nell'occhio, non festeggiano. Lo fanno per difendersi dalle richieste, dalle invidie non pensano di rischiare di perdere addirittura una parte della vincita. Ma il paesino è minuscolo e lentamente emergono le prime rivelazioni. Ad aver giocato i sei numeri sono trenta sistemisti. Con "sistemista" si intende un giocatore che ha comprato una quota assieme ad altri per giocare diversi numeri, appunto un sistema. Chi ha un sistema di numeri da giocare spesso cerca altri giocatori perché non ha tutti i soldi per poter giocare. E quindi gira spesso per convincere altri a partecipare all'impresa. È lì che il clan si muove. Inizia a individuare i "sistemisti" che cercavano di coinvolgere loro amici e parenti. E da loro arriva all'intero gruppo.

L'indagine coordinata dai pm Rosario Cantelmo e Francesco Soviero della Direzione distrettuale Antimafia di Napoli ha riscontrato che c'è un vincitore che avrebbe versato 40mila euro, gli altri ancora non si sa quanto sono stati costretti a pagare e se lo hanno fatto. I magistrati sono riusciti ad ottenere questo risultato grazie alle intercettazioni telefoniche. Richieste insolite che venivano fatte dagli appartenenti alle organizzazioni mostravano agli inquirenti che stavano organizzando un business insolito. Che poi si è scoperto essere il Superenalotto. È interessante vedere che questa estorsione è stata considerata il passaggio alla maturità del figlio del boss Modestino Genovese: infatti Marco Antonio Genovese, legittimo erede del gruppo, essendo minorenne e senza esperienza era stato affidato da suo padre ad un tutor che avrebbe dovuto accompagnarlo nella maturità di boss, Mario Matarazzo, 32 anni, anche lui arrestato. Le organizzazioni usano moltissimo il flusso di danaro dei vari giochi, Superenalotto, Lotto, Gratta e Vinci. Per loro è un modo per poter giustificare guadagni illegali in caso di accertamenti fiscali o in caso di indagini. 


Anche la 'ndrangheta si occupò di Superenalotto. Anche la 'ndrangheta mise su un gruppo di uomini che dovevano cercare il biglietto vincente. Nel 2003 a Gioiosa Jonica il clan della zona convinse il titolare di una vincita da 5+1 dell'importo di otto milioni di euro a vendere la ricevuta della vincita. Il boss che aveva architettato la compravendita del tagliando vincente era Nicola Lucà, secondo gli inquirenti a capo di un clan specializzato nell'importazione di cocaina dalla Colombia. La scheda vincente avrebbe consentito di giustificare la provenienza di otto milioni di euro e la successiva utilizzazione di quel denaro. Questa vicenda è emersa dall'operazione "Decollo" della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro che ha portato tra l'altro alla confisca di beni per oltre venti milioni di euro e al sequestro di cinque tonnellate di cocaina in Spagna, Germania, Francia, Colombia, Stati Uniti, Australia e Venezuela, per un valore di un miliardo e mezzo di euro. 

Gli inquirenti stanno lavorando molto sulle piste del riciclaggio attraverso il gioco. Esisterebbero vere e proprie organizzazioni volute da alcuni clan della camorra e della 'ndrangheta che ricercano non solo nei paesi dove comandano militarmente ma sull'intero territorio nazionale. La camorra usava, per pagare i suoi pusher, ricevute vincenti di concorsi della Sisal e del Bingo. Uno dei motivi, questo, per cui molti boss investono acquistano punti Snai e comprano sale Bingo. Il clan si accaparrava le vincite legali avvicinando le persone che vincevano al Lotto al Bingo e ogni tipo di scommessa sportiva. Poi una volta comprata la scheda vincente la davano ai pusher che in questo modo andavano a ritirare il loro compenso direttamente in banca. Un sistema scoperto dai carabinieri di Casoria.

Le organizzazioni criminali campane hanno addirittura assicurato in diversi territori che chi vince al Lotto e al Gratta e Vinci, consegnando il tagliando alle organizzazioni, può avere un aumento del premio. Se vinci 25mila euro e vendi il biglietto alla camorra ne riceverai 30mila. Su qualsiasi vincita. Le organizzazioni cercano anche di sostituirsi spesso allo Stato nell'organizzare il gioco. Lo fanno da secoli, dal lotto clandestino sino allo zecchinetto e alle bische. Ma in questo caso la novità è che usano i percorso del gioco legale. Il mercato del Gratta e Vinci è il più ambito. Se ne vendono a migliaia in ogni tabaccheria e centro commerciale. Vinci, e se la cifra è abbastanza grossa, provi ad andare dai referenti del clan. Che pagano subito, anche prima dello Stato e di più. 

Ma i clan, vedendo il mercato così florido, hanno tentato di costruire un loro Gratta e Vinci. Hanno cercato di invadere di Gratta e Vinci di loro produzione propria l'intera Campania. Meccanismo scoperto per puro caso dalla Guardia di Finanza. Per eludere la normativa prevista per le lotterie istantanee, prerogativa esclusiva dello Stato, avevano allegato ai Gratta e Vinci anche delle cartoline, il cui acquisto serviva a mascherare la vendita fittizia dei tagliandi. I nomi di queste cartoline avevano scelto anche una grafica e nomi che riprendevano trasmissioni o pubblicità: "Vot'Antonio", "Vinci", "Scuola Guida", "Che tempo fa", "Circus", "Avanti Tutta", "Chissa se". E l'organizzazione aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Aveva anche fatto comunicazione al Ministero delle Attività Produttive, scorciatoia per dare una forma legale all'iniziativa. 

Un finanziere per puro caso si è trovato uno di questi biglietti. Gli è sembrato non conoscere questo tipo di tagliando e ha iniziato l'investigazione. L'organizzazione aveva fatto stampare e distribuire sul territorio nazionale, più di quattro milioni di tagliandi, simili ai Gratta e Vinci. La produzione era affidata a due società, una con sede a Casalnuovo, l'altra con sede a Roma. I tagliandi venivano distribuiti da due società operanti a Cardito e Cassino. Il meccanismo studiato dall'organizzazione faceva leva anche su accurate politiche di vendita. Per non avvelenare il mercato l'organizzazione decideva i tempi dell'immissione dei tagliandi. Tempi che dovevano essere rispettati dai procacciatori, almeno un'ottantina e tutti gestiti dall'organizzazione. Avevano il compito di vendere i Gratta e Vinci a titolari di bar, pasticcerie e tabacchini e per incentivare la distribuzione veniva promesso ai rivenditori un guadagno di 40 centesimi per ogni tagliando venduto, il cui costo variava da 1 a 1,5 euro. In realtà da questi Gratta e Vinci solo un paio di persone avrebbero vinto 500 euro. Per il resto le vincite erano limitate a importi di 5, 10, 20, 40 e 250 euro anche se sui tagliandi veniva indicata la possibilità di vincere una somma tra i sei e i diecimila euro. 

Oggi il rischio è che giocatori e vincitori si ritrovino a rientrare nel business della criminalità organizzata, che siano tutti parte di un gioco che va ben oltre i numeri e le vincite. Tornano alla mente i vecchi processi, quelli che ti raccontavano i vecchi fuori ai bar e il solito dialogo tra giudice e boss: "Signor giudice voi mi accusate per i soldi che ho guadagnato, ma chi gioca non vince e noi camorristi invece giochiamo sempre. E quindi vinciamo".

©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara

Quando l'informazione del "palazzo" è al servizio dei cittadini

Se avete deciso di prenotare o rinnovare il vostro PASS per parcheggiare nelle zone blu del centro cittadino recatevi presso l’Ufficio Pass al secondo piano del palazzo della Polizia Municipale.

Ingressso Uff. Pass.24052010

Potreste trovarlo chiuso ma in compenso troverete utili indicazioni per poter decidere quando tornare.

1 cart. uff.pass.24052010

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Ci sono ben due cartelli che indicano gli orari di apertura dell’ufficio. Buona fortuna.

No alla «legge bavaglio»

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Franco Siddi

di Gaetano Liardo (www.liberainformazione.org/…)

Erano presenti tutti i direttori delle principali testate giornalistiche italiane. Tutti o quasi: assenti Tg1, La 7 e direttori Mediaset. La riunione convocata ieri dalla FNSI per creare un fronte comune contro la legge bavaglio ha rappresentato un evento storico, quasi unico.  «Il nostro è un appello estremo al Parlamento»  –  dichiara Franco Siddi, segretario del sindacato dei giornalisti. «I testi del legislatore così come sono – aggiunge – non sono accettabili». Alla voce di Siddi fanno eco le dichiarazioni dei direttori, tutti concordi nel contrastare la legge. Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, in collegamento dal Circolo della Stampa apre gli interventi: «il ddl Alfano sulle intercettazioni è pericoloso per la democrazia, non solo per la nostra categoria». «Lo scopo del ddl – continua De Bortoli –  non è di scongiurare gli abusi nella pubblicazione dei testi delle intercettazioni», ma, «esprime fastidio e insofferenza per la libertà di stampa». Gli eccessi, che in alcune circostanze si sono verificati, possono essere contrastati con l’applicazione del Codice Deontologico, dall’azione dell’Ordine dei Giornalisti, dal Garante per la Privacy, «le norme ci sono – quindi – basta solo applicarle».

 Da Roma prende la parola Mario Secchi, direttore de Il Tempo, che va giù lapidario: «la nostra è una battaglia di libertà. Il ddl è frutto di imperizia, ignoranza e malignità». La stampa, sottolinea Secchi, sta vivendo una situazione di crisi epocale. Inserire «norme estremamente punitive significa contribuire a scassare i bilanci delle società editrici». «Il mio no al ddl – conclude – è chiarissimo». 

Da Roma a Milano, Peter Gomez, in rappresentanza de Il Fatto Quotidiano: «dietro il ddl vediamo la volontà comune di impedire ai cittadini di conoscere per deliberare». «Se la legge venisse approvata – aggiunge – faremo disobbedienza civile», un invito a violare tutti insieme e ripetutamente questa legge.  A Roma la parola passa a Ezio Mauro, direttore di Repubblica: «questa è una legge sulla libertà di fare indagini utilizzando le intercettazioni come strumento di prova. E’ una legge che incide sul dovere dei giornalisti di informare e sul diritto dei cittadini di essere informati».

E’ possibile coniugare l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di informazione con l’articolo 15 che tutela la privacy? «Quello della privacy è un falso problema», per Mauro si possono immaginare delle udienze "filtro" in cui vengono stralciate le intercettazioni relative a persone terze non coinvolte nei procedimenti giudiziari. Deciso questo, il giornale che pubblicherà le intercettazioni stracciate andrà incontro a pene certe e severe.  Da Milano palesa la sua posizione, Vittorio Feltri, direttore de Il Giornale che sbotta: «mi auguro che la Corte Costituzionale bocci questa legge che lede il diritto dei cittadini di sapere ciò che accade nel nostro paese».

Sul piede di guerra il direttore di Sky Tg24, Emilio Chiarelli: «pretendiamo di esercitare il nostro diritto di fare informazione», annunciando che il suo editore è pronto a fare tutti i ricorsi possibili, in Italia e a livello europeo.  In campo anche il Sole 24 Ore  rappresentato da Alberto Orioli: «ci associamo nella battaglia contro una legge nata male, che ha lo scopo di limitare la libertà dei cittadini di essere informati».  Carlo Bollino, direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno parla delle limitazioni previste anche per il web: «questo ddl minaccia la libertà di informazione anche dei cittadini che usano il web, con il rischio del carcere, clausole restrittive rivolte ai blog che sarebbero equiparati a testate giornalistiche».  Continuano gli interventi sulla legge bavaglio, tra Roma e Milano, La Stampa, il Manifesto, il Messaggero, l’Unità, Europa, Liberazione, l’Ansa, Asca, Dire, Rainews 24, il Tg2, il Tg3, La Nuova Sardegna, il Secolo d’Italia

Tutti, o quasi, i direttori italiani pronti a sfidare una legge bavaglio che con sanzioni e arresti vuole mettere a tacere l’informazione in Italia.  

 

 

 

Voto di scambio, Pino Amato condannato a tre anni

Condannati anche Giovanna A. Guido (1 anno e 4 mesi) e Pasquale Mezzina (2 mesi e 20 giorni). Assolti Girolamo Antonio Scardigno, Gaetano Brattoli, Vincenzo de Michele e Vito Pazienza.

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Il tribunale di Trani ha emesso questa mattina la sentenza del processo cosiddetto "Amato +5" a carico di Pino Amato, Pasquale Mezzina, Girolamo Antonio Scardigno, Gaetano Brattoli, Vincenzo de Michele, Vito Pazienza e Giovanna Anna Guido.

Gli imputati erano accusati dal pubblico ministero Giuseppe Maralfa a vario titolo di voto di scambio, abuso d’ufficio e falso ideologico. Per il pm, Amato e gli altri imputati avrebbero messo in atto una rete di contatti a fini elettorali.

Il principale imputato, il consigliere Udc, all’epoca dei fatti contestati assessore alla Polizia Municipale, è stato condannato a tre anni di reclusione, accogliendo la richiesta della procura di Trani. Giovanna Anna Guido (rappresentante legale dell’istituto di Vigilanza La Securpol s.r.l.). è stata condannta a un anno e quattro mesi, mentre l’ufficiale di Polizia Municipale Pasquale Mezzina a due mesi e venti giorni.

Le pena di Amato è sono stata condonata dall’indulto; a quelle di Guido e Mezzina concesse la sospensione condizionale e la non menzione della condanna.

Assolti gli altri imputati Girolamo Antonio Scardigno, Gaetano Brattoli, Vincenzo de Michele e Vito Pazienza.

Pino Amato è stato inoltre interdetto dai pubblici uffici per cinque anni e dall’elettorato attivo (la possiblità di votare) per tre anni.

Il risarcimento danni a favore del Comune di Molfetta, costituitosi parte civile al pari di Matteo d’Ingeo (candidato sindaco nel 2006) sarà valutato in separata sede. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni.

Soddisfazione è stata espressa dal legale del comune Maurizio Masellis: «È stato un lungo processo al termine del quale sono stati accertati i fatti contestati. Adesso si apre un periodo di riflessione; commenteremo alla notifica delle motivazioni».

«La sentenza ha evidenziato la violazione di alcune norme elettorali, relativamente al voto di scambio» è il primo commento dell’avv. Bartolomeo Morgese, legale di d’Ingeo.

La sentenza porterà, al momento della notifica, all’abbandono della carica di consigliere da parte di Amato. Al suo posto dovrebbe subentrare Francesco Mangiarano.

 

 

 Il fatto non costituisce reato. Giustizia è fatta!

 
Cara, che partito mi metto oggi?

Ricordate l’articolo apparso sul mensile l’Altra Molfetta nel mese di marzo 2007 dal titolo “Ma a Molfetta esiste la mafia?” (clicca e leggi l’articolo). 
Il suo contenuto è stato apprezzato da molti cittadini molfettesi, ma qualcuno non lo ha gradito e armatosi di penna e carta bollata ha querelato (clicca e leggi la querela) per diffamazione l’estensore dell’articolo  e il direttore de l’Altra Molfetta.
I passaggi particolarmente controversi dell’articolo che hanno suscitato le ire del consigliere comunale ex Verdi, ex CCD, ex Popolari per Molfetta, ex FI, ex AN ora UDC e domani chissà cos’altro, sono i seguenti:

[…] Naturalmente non merita commenti lo striscione appeso sul ponte ferroviario all’entrata di Molfetta su cui era scritto “Amato: la città è con te; ti vogliamo bene”. Direi invece che la città è molto indignata per lui e per quello che sta accadendo, e quella manifestazione di affetto dei suoi “999 elettori” non è molto diversa dalle manifestazioni di oltraggio nei confronti delle forze dell’ordine da parte di interi quartieri di Napoli o Bari quando arrestano un camorrista o un mafioso. […]

[…] Invece bisogna convincersi che in questa città ”la mafia” esiste e da molto tempo. Già nel 1995 fu revocata dalla Camera di Commercio di Bari, la licenza ad un noto commerciante molfettese, per associazione a delinquere di stampo mafioso. Quello stesso personaggio aveva a che fare con l’assassino di Gianni Carnicella e con la holding nostrana della droga. La mafia non è più solo quella dei morti ammazzati per stragi o agguati, ma è fatta anche dei capi d’accusa mossi a P. Amato. […]

Il Giudice, dott. Roberto Oliveri del Castillo, sciogliendo la riserva formulata all’udienza del 14.3.08 nei confronti di d’lngeo Matteo e Germinarlo Corrado indagati in ordine all’art. 595 c.p.,  ha RIGETTATO l’opposizione avanzata da Amato Giuseppe, ha ACCOLTO la richiesta del P.M. e ha DISPOSTO l’archiviazione nei confronti degli indagati d’Ingeo e Germinario perché il fatto non costituisce reato (clicca e leggi l‘ordinanza di archiviazione).

Giovanni Falcone e il suo pensiero.

05

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società.

Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.

Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell'esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere

La mia grande preoccupazione è che la mafia riesca sempre a mantenere un vantaggio su di noi.

Il coraggioso muore una volta, il codardo cento volte al giorno.

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe dei grandi uomini. 

Il ricordo di Falcone.
Le ipocrisie del governo.

Falcone e Borsellino

Falcone e Borsellino

di Roberto Morrione (Liberainformazione)

Da 18 anni, il 23 maggio,il grande albero davanti a casa Falcone a Palermo si riempie di messaggi rivolti all’uomo che, insieme con Paolo Borsellino, più rappresenta nell’immaginario degli italiani il sacrificio di chi è morto in nome dello Stato per difendere la democrazia dal potere criminale. La strage di Capaci, come due mesi dopo quella di Via D’Amelio, sono al centro di cerimonie, testimonianze, manifestazioni sincere e commosse di tanti giovani e giovanissimi, chiamati a conoscere e a non dimenticare da associazioni civili, magistrati, forze di polizia, amministratori pubblici, artisti, operatori dell’informazione. Come è giusto nei confronti di chi ha dedicato la propria vita, fino a perderla, per cercare di costruire un’Italia pulita, omaggio di chi cerca ogni giorno di tenere viva la memoria di quegli uomini, caduti insieme con le loro generose scorte per difendere la libertà e l’eguaglianza sancite dalla Costituzione.

Dopo le cerimonie molti ritorneranno nelle scuole, nei municipi, nelle assemblee elettive grandi e piccole, nelle strade delle città e nei territori ancora dominati dal sistema mafioso e dagli interessi di varia natura che lo sorreggono, per continuare a combattere la stessa guerra un po’ più ricchi dentro, più consapevoli. Quella data è dunque un’icona, che è però intrisa anche di ufficialità governativa pseudo-istituzionale, dell’effimera presenza di personalità oggi al potere che con quelle battaglie non hanno alcunché da spartire, che a quegli ideali non credono. Nella disattenzione o nella voluta indifferenza dei giornali e dei notiziari radiotelevisivi aggregati al circo mediatico di Palazzo Chigi, le frasi retoriche pronunciate dinanzi a una lapide saranno rapidamente rimpiazzate da corposi interessi , volti a proteggere in Parlamento e nel Paese un sistema di affari illeciti, di corruzione, di privilegi, un sottopotere privo di regole e di etica, demolendo proprio alcuni dei pilastri di quella Costituzione per la quale Giovanni Falcone e con lui tanti veri servitori dello Stato furono massacrati. 

 
Dobbiamo dirlo con forza, per onestà morale verso chi è caduto per mano mafiosa e per rispetto ai tanti concittadini che alla nostra Costituzione non intendono rinunciare. Quelle frasi di circostanza, frammiste artatamente a tante sincere e in buona fede, non si possono conciliare con il dilagare delle mafie, con l’espansione nel centro-nord e nel mondo di interessi finanziari di origine criminale che le positive operazioni di magistrati e investigatori non possono intaccare.

Nè con le leggi “ad personam” d’impronta incostituzionale a protezione dei guai giudiziari del premier, né tanto meno con il disegno di legge sulle intercettazioni portato avanti a ogni costo dal governo, fino a sedute notturne della commissione Giustizia in un Parlamento privo di lavoro legislativo, paralizzato dall’incuria di un Esecutivo volto solo all’obiettivo di limitare pesantemente l’autonomia giudiziaria dei PM contro il crimine, in prima linea quello mafioso e il diritto-dovere della libertà di stampa a tutela della sicurezza dei cittadini, del loro diritto a conoscere tutti gli aspetti della realtà in cui vivono. Possono essere credibili, nel ricordo di Giovanni Falcone, i rappresentanti di un governo che ha al suo interno un sottosegretario di cui è stato inutilmente chiesto l’arresto per documentate complicità con clan della camorra o che nonha sciolto il Comune di Fondi dominato dalle mafie, come richiesto dal Prefetto (peraltro poi rimosso) o che ha dato il via a uno scudo fiscale senza reali controlli della provenienza di capitali illegali portati all’estero? Né possono essere ignorate le ripetute invettive del premier contro le Procure che tengono accese le luci sulle stragi degli anni ‘90 e sull’oscura trattativa che avvolse allora i capi di Cosa Nostra e settori deviati dello Stato, né gli attacchi che di tanto in tanto, come una sorta di “moto dell’anima”, rivolge agli intellettuali che scrivono o realizzano prodotti televisivi sulla mafia, a partire da Roberto Saviano.

Di fronte, ironia del destino, proprio alle fiction su Falcone e Borsellino realizzate da Mediaset, come gli ricordò sarcasticamente Michele Placido, protagonista della vituperata “Piovra”…E cosa fa infine il governo di fronte all’intensificarsi di rivelazioni ed indizi che confermano la non casuale né accessoria presenza di mani e menti dei servizi segreti in oscure vicende, a partire dal fallito attentato dell’Addaura, che sfociarono nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio ? E’ certo un pensiero maligno, ma alcune ipocrite commemorazioni ricordano un po’ ciò che accadeva dopo delitti di mafia nella sanguinosa guerra che ha seminato di morti la Sicilia e altre regioni del Sud, quando – e ci sono su questo precise testimonianze – fra le prime telefonate di cordoglio c’era immancabilmente quella del mandante. 

 
A volte mi chiedo cosa avrebbe fatto Giovanni Falcone con il suo genio investigativo, la sua capacità organizzativa, la sua conoscenza di uomini e cose, se non fosse stato dilaniato a Capaci con la moglie e gli agenti di scorta. Come avrebbe portato avanti, nonostante le ostilità, i pregiudizi, le diffamazioni, le gelosie corporative di cui fu costantemente vittima, quella riforma che , in pochi mesi e dopo lo straordinario smantellamento dell’impero di Cosa Nostra al maxi-processo di Palermo, portò alla Procura Nazionale Antimafia, alle Procure Distrettuali, alla decisione dello scioglimento dei comuni infiltrati, a norme sul riciclaggio, ai primi accordi di cooperazione internazionale contro il crimine organizzato…E con quali strumenti giuridici avrebbe reagito alla crescente deriva etica, cioè al dilagare della corruzione che oggi avvelena l’Italia e in cui le mafie in doppio petto e colletto bianco nuotano a proprio agio…Domande evidentemente illusorie, un po’ come chiedersi cosa sarebbe avvenuto in Europa se Napoleone avesse vinto a Waterloo o Che Guevara avesse fatto la rivoluzione in Bolivia, ma forse non prive di senso, anche se la Storia è andata in un’altra direzione.
Resta infatti la realtà del tanto che ha saputo seminare e di cui tutti noi abbiamo oggi e avremo presto ancora di più un grande bisogno: la voglia di libertà, l’onestà intellettuale, la capacità di respingere ogni ipocrisia. Così scriveva Giovanni Falcone insieme con Marcelle Padovani in “Cose di Cosa Nostra”, sei mesi prima di morire: «Non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non si siano alleati a Cosa Nostra – per un’evidente convergenza di interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi».

 

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Non avrei mai scritto Gomorra.

081750899-968b3d08-3e5b-4ce4-bf5d-46bb6e93fecadi Roberto Saviano

Mi ha generato un senso di smarrimento e paura la dichiarazione di voler tutelare la privacy dei boss mafiosi. Molti boss è proprio quando parlano con i familiari che danno ordini di morte. Ed è proprio quando i familiari a loro volta parlano con amici e conoscenti che rendono palesi le volontà di chi è latitante e impartisce ordini. È proprio nei momenti di maggiore intimità che viene fuori la mappatura criminale di un territorio. Addirittura osservando le conversazioni dei figli dei boss sui social network si possono evincere informazioni che probabilmente seguendo altri canali potrebbero sfuggire. Famiglie potentissime che festeggiano compleanni nel chiuso di quattro mura con pochi intimi: significa che non è il momento adatto per esporsi, significa che ci sono problemi sul territorio.

Quando si ha a che fare con le organizzazioni criminali tutto può essere utile per comprenderne i meccanismi. Per questo limitare l'utilizzo delle intercettazioni, renderne più ardua la disposizione e impedire che certe informazioni vengano pubblicate è un grave danno per il contrasto alla criminalità organizzata. Tutelando chi è vicino alle organizzazioni si tutelano indirettamente anche le organizzazioni stesse.

Nella maggior parte dei casi i filoni di indagine maggiori hanno preso le mosse da indagini secondarie che nulla sembravano, a primo acchito, avere a che fare con i reati commessi dalle associazioni mafiose. Quello che c'è da sperare, ora, è che chi fa queste dichiarazioni semplicemente non sappia di cosa sta parlando e non sia in malafede. Non so cosa sia meglio per il Paese, se avere a che fare con incompetenti, i dilettanti dell'antimafia, o con persone che invece agiscono consapevolmente in malafede. Non saprei decidere.

Il rischio che la legge sulle intercettazioni pregiudichi in maniera profonda la libertà di informazione e prima ancora la possibilità di fare indagini adeguate è troppo alto per poter lasciare il dibattito a chi, da una parte e dall'altra, ha solo interesse che la vicenda venga strumentalizzata. Contro il Ddl intercettazioni proposto dal ministro Alfano e in discussione al Senato insorgono magistrati, giornalisti, editori e l'opinione pubblica è divisa, quando non è confusa. Il governo parla di vietare la diffusione delle intercettazioni e del loro contenuto fino all'udienza preliminare, ovvero fino a quando il magistrato competente non abbia formalizzato l'accusa. E nel frattempo cosa possono scrivere i giornalisti? E cosa può sapere l'opinione pubblica? Che si stanno svolgendo indagini? A carico di chi e per che cosa?

La materia è assai vasta per poterne dare una valutazione complessiva, ma se prendiamo il caso del sottosegretario Nicola Cosentino, nessuno avrebbe potuto scriverne perché l'accusa è stata formalizzata solo dopo molto tempo dall'avvio delle indagini. Indagini che peraltro riguardavano illeciti commessi molti anni prima e i cui effetti erano sotto gli occhi di tutti. Poteva esser scritto che era partita una inchiesta dell'Antimafia di Napoli senza però poter indicare le ragioni, a quel punto sarebbe equivalso a non scrivere niente. A oggi non è stata ancora formalizzata una richiesta di rinvio a giudizio, il che significa che se vigesse già la legge in discussione nessuno potrebbe spiegare sui giornali, in modo chiaro, perché Cosentino dovrebbe essere arrestato. Lo stesso vale per la vicenda Bertolaso; nessuno potrebbe spiegare con elementi concreti chi sono Anemone e Balducci.

L'esigenza legittima di dare una misura, di porre un argine alla pubblicazione delle intercettazioni ossia di difendere la regolarità dello svolgimento delle indagini non deve in alcun modo, però, impedire la libertà di raccontare, di informare la gente su quel che sta accadendo. Perché se da un lato è necessario tutelare chi è oggetto di indagini da atteggiamenti giustizialisti o da garantismi pretestuosi, quello che non deve in alcun modo essere limitato è la possibilità di utilizzare tutte le risorse a disposizione degli inquirenti per fare chiarezza.

Ma in realtà questa legge è figlia diretta della logica mediatica. È una verità evidente sino a ora trascurata. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che sa bene come funziona l'informazione e ancor più l'informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c'è il rinvio a giudizio, se da un lato è garanzia per gli indagati, dall'altro genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non possono essere rese di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo della legge: impedire alla stampa, nell'immediato, di usare quei dati che poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili.

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Quello che mi sento di dire è che governo, magistratura e stampa, in questa vicenda, dovrebbero trovare un terreno comune di discussione, perché di questo si tratta, di riappropriarsi di un codice deontologico che renda inutile il varo di leggi che limitino la libertà di stampa, di espressione e di ricerca delle informazioni. Non è limitando la libertà di stampa e minacciando l'arresto dei giornalisti che si arriva a creare una regola condivisa. E in questa discussione mi sento profondamente coinvolto perché sotto la legge che si vorrebbe far passare, il mio lavoro e quello di molti miei colleghi sarebbe stato notevolmente più arduo se non, in certe sue fasi, impossibile. Se ci fosse stata questa legge non avrei potuto scrivere intere parti di Gomorra, il cui dialogato talvolta è formato da intercettazioni che ho utilizzato molto prima del rinvio a giudizio e che avevano un valore di inchiesta ancor prima che un valore giudiziario. 

Mostravano come in certe aree d'Italia, in quel caso a Secondigliano, un omicidio venisse definito "pezzo" i politici fossero chiamati "cavallucci" su cui puntare. Ma ancor più importante, perché come ho detto prima non si tratta solo di descrivere un contesto, quello avrei potuto farlo con parole mie, quelle intercettazioni descrivevano come un sindaco avesse partecipato direttamente a un agguato, mostrando, in questo modo, lo stato di salute di un intero Paese.
Nel Ddl intercettazioni è anche inserito un emendamento, la "norma D'Addario" che regolamenta l'uso delle registrazioni. Seguendo quanto prescritto non avrei potuto registrare molte delle testimonianze che ho raccolto senza l'esplicito consenso del mio interlocutore e che ho riportato in Gomorra; testimonianze che di certo non sarebbero rientrate in quelle eccezionalmente fatte per la sicurezza dello Stato. 

Molte vicende non sarebbero mai venute alla luce e benché spesso io abbia omesso i nomi reali e mi sia limitato a raccontare i meccanismi, credo che neppure quello sarei stato in grado di fare, rischiando pene severissime. Quando, non molto tempo fa, ho incontrato un pentito e ho registrato quello che mi ha raccontato, l'ho fatto senza sua autorizzazione e senza sapere quale sarebbe stato l'esito di quell'incontro. Di fatto, se non c'è reato in quello che viene registrato, si rischia molto e questo può
pregiudicare anche la lotta alle estorsioni poiché chi ne è vittima e decide di presentarsi microfonato a un colloquio, se l'estorsione non avviene ed è scoperto a registrare, rischia fino a quattro anni di carcere. Tutto questo per dire che togliere la libertà a chi racconta, togliere gli strumenti per capire cosa sta accadendo non è un modo per difendere il diritto delle persone, non è un modo per salvaguardare la privacy.

L'uso delle intercettazioni deve essere regolamentato. Le regole devono essere condivise e affrontate insieme, non imposte. Questa legge rischia di essere, se non verrà profondamente modificata, solo l'affermazione che il potere non può essere raccontato, descritto, ascoltato. In una parola che tutto gli è concesso.

©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara
(http://www.robertosaviano.it/articoli/non-avrei-mai-scritto-gomorra/)

 

Non avrei mai scritto Gomorra.

Di Roberto Saviano

MI HA GENERATO un senso di smar ri mento e paura la dichiarazione di voler tute lare la pri vacy dei boss mafiosi. Molti boss è pro prio quando par lano con i famil iari che danno ordini di morte. Ed è pro prio quando i famil iari a loro volta par lano con amici e conoscenti che ren dono palesi le volontà di chi è lati tante e impar tisce ordini. È pro prio nei momenti di mag giore intim ità che viene fuori la map patura crim i nale di un ter ri to rio. Addirit tura osser vando le con ver sazioni dei figli dei boss sui social net work si pos sono evin cere infor mazioni che prob a bil­mente seguendo altri canali potreb bero sfug gire. Famiglie poten tis sime che fes­teggiano com pleanni nel chiuso di quat tro mura con pochi intimi: sig nifica che non è il momento adatto per esporsi, sig nifica che ci sono prob lemi sul territorio.

Roberto Saviano

Quando si ha a che fare con le orga niz zazioni crim i nali tutto può essere utile per com pren derne i mec ca n ismi. Per questo lim itare l’utilizzo delle inter cettazioni, ren derne più ardua la dis po sizione e impedire che certe infor­mazioni vengano pub bli­cate è un grave danno per il con trasto alla crim i nal­ità orga niz zata. Tute­lando chi è vicino alle orga niz zazioni si tute lano indi ret ta mente anche le orga niz zazioni stesse.

Nella mag gior parte dei casi i filoni di indagine mag giori hanno preso le mosse da indagini sec on darie che nulla sem bra vano, a primo acchito, avere a che fare con i reati commessi dalle asso ci azioni mafiose. Quello che c’è da sper are, ora, è che chi fa queste dichiarazioni sem plice mente non sap pia di cosa sta par lando e non sia in malafede. Non so cosa sia meglio per il Paese, se avere a che fare con incom pe tenti, i dilet tanti dell’antimafia, o con per sone che invece agis cono con­sapevol mente in malafede. Non saprei decidere.

Il ris chio che la legge sulle inter cettazioni pregiu dichi in maniera pro fonda la lib ertà di infor mazione e prima ancora la pos si bil ità di fare indagini adeguate è troppo alto per poter las ciare il dibat tito a chi, da una parte e dall’altra, ha solo inter esse che la vicenda venga stru men tal iz zata. Con tro il Ddl inter cettazioni pro posto dal min istro Alfano e in dis cus sione al Sen ato insor gono mag is trati, gior nal isti, edi tori e l’opinione pub blica è divisa, quando non è con fusa. Il gov­erno parla di vietare la dif fu sione delle inter cettazioni e del loro con tenuto fino all’udienza pre lim inare, ovvero fino a quando il mag is trato com pe tente non abbia for mal iz zato l’accusa. E nel frat tempo cosa pos sono scri vere i gior nal isti? E cosa può sapere l’opinione pub blica? Che si stanno svol gendo indagini? A carico di chi e per che cosa?

La mate ria è assai vasta per poterne dare una val u tazione com p lessiva, ma se pren di amo il caso del sot toseg re tario Nicola Cosentino, nes suno avrebbe potuto scriverne per ché l’accusa è stata for mal iz zata solo dopo molto tempo dall’avvio delle indagini. Indagini che per al tro riguar da vano illeciti commessi molti anni prima e i cui effetti erano sotto gli occhi di tutti. Poteva esser scritto che era par­tita una inchi esta dell’Antimafia di Napoli senza però poter indi care le ragioni, a quel punto sarebbe equiv also a non scri vere niente. A oggi non è stata ancora for mal iz zata una richi esta di rin vio a giudizio, il che sig nifica che se vigesse già la legge in dis cus sione nes suno potrebbe spie gare sui gior nali, in modo chiaro, per ché Cosentino dovrebbe essere arrestato. Lo stesso vale per la vicenda Berto­laso; nes suno potrebbe spie gare con ele menti con creti chi sono Anemone e Balducci.

L’esigenza legit tima di dare una misura, di porre un argine alla pub bli cazione delle inter cettazioni ossia di difend ere la rego lar ità dello svol gi mento delle indagini non deve in alcun modo, però, impedire la lib ertà di rac con tare, di infor mare la gente su quel che sta acca dendo. Per ché se da un lato è nec es sario tute lare chi è oggetto di indagini da atteggia menti gius tizial isti o da garan tismi pretes tu osi, quello che non deve in alcun modo essere lim i tato è la pos si bil ità di uti liz zare tutte le risorse a dis po sizione degli inquirenti per fare chiarezza.

Roberto Saviano

Ma in realtà questa legge è figlia diretta della log ica medi at ica. È una ver ità evi dente sino a ora trascu rata. Questa legge risponde al mec ca n ismo medi atico che sa bene come fun ziona l’informazione e ancor più l’informazione in Italia. Pub bli care le inter cettazioni soltanto quando c’è il rin vio a giudizio, se da un lato è garanzia per gli inda gati, dall’altro gen era un enorme vuoto che riguarda pro­prio quel seg mento di infor mazioni che non pos sono essere rese di dominio pub blico. Questo sem bra essere il vero obi et tivo della legge: impedire alla stampa, nell’immediato, di usare quei dati che poi, a dis tanza di tempo, non avrebbe più senso pub bli care. In questo modo le infor mazioni veico­late rimar ranno sem pre monche, smozzi cate, incomprensibili.

Quello che mi sento di dire è che gov erno, mag i s tratura e stampa, in questa vicenda, dovreb bero trovare un ter reno comune di dis cus sione, per ché di questo si tratta, di riap pro pri arsi di un codice deon to logico che renda inutile il varo di leggi che lim itino la lib ertà di stampa, di espres sione e di ricerca delle infor­mazioni. Non è lim i tando la lib ertà di stampa e minac ciando l’arresto dei gior­nal isti che si arriva a creare una regola con di visa. E in questa dis cus sione mi sento pro fon da mente coin volto per ché sotto la legge che si vor rebbe far pas sare, il mio lavoro e quello di molti miei col leghi sarebbe stato notevol mente più arduo se non, in certe sue fasi, impos si bile. Se ci fosse stata questa legge non avrei potuto scri vere intere parti di Gomorra, il cui dialogato tal volta è for mato da inter cettazioni che ho uti liz zato molto prima del rin vio a giudizio e che ave vano un val ore di inchi esta ancor prima che un val ore giudiziario.

Mostra vano come in certe aree d’Italia, in quel caso a Sec ondigliano, un omi­cidio venisse definito “pezzo” i politici fos sero chia mati “cav al lucci” su cui puntare. Ma ancor più impor tante, per ché come ho detto prima non si tratta solo di descri vere un con testo, quello avrei potuto farlo con parole mie, quelle inter­cettazioni descrive vano come un sin daco avesse parte ci pato diret ta mente a un agguato, mostrando, in questo modo, lo stato di salute di un intero Paese.
Nel Ddl inter cettazioni è anche inser ito un emen da mento, la “norma D’Addario” che rego la menta l’uso delle reg is trazioni. Seguendo quanto pre scritto non avrei potuto reg is trare molte delle tes ti mo ni anze che ho rac colto senza l’esplicito con­senso del mio inter locu tore e che ho ripor tato in Gomorra; tes ti mo ni anze che di certo non sareb bero rien trate in quelle eccezional mente fatte per la sicurezza dello Stato.

Molte vicende non sareb bero mai venute alla luce e benché spesso io abbia omesso i nomi reali e mi sia lim i tato a rac con tare i mec ca n ismi, credo che nep­pure quello sarei stato in grado di fare, rischi ando pene sev eris sime. Quando, non molto tempo fa, ho incon trato un pen tito e ho reg is trato quello che mi ha rac con tato, l’ho fatto senza sua autor iz zazione e senza sapere quale sarebbe stato l’esito di quell’incontro. Di fatto, se non c’è reato in quello che viene reg is­trato, si rischia molto e questo può pregiu di care anche la lotta alle estor sioni poiché chi ne è vit tima e decide di pre sen tarsi micro fonato a un col lo quio, se l’estorsione non avviene ed è scop erto a reg is trare, rischia fino a quat tro anni di carcere. Tutto questo per dire che togliere la lib ertà a chi rac conta, togliere gli stru menti per capire cosa sta acca dendo non è un modo per difend ere il diritto delle per sone, non è un modo per sal va guardare la privacy.

L’uso delle inter cettazioni deve essere rego la men tato. Le regole devono essere con di vise e affrontate insieme, non imposte. Questa legge rischia di essere, se non verrà pro fon da mente mod i fi cata, solo l’affermazione che il potere non può essere rac con tato, descritto, ascoltato. In una parola che tutto gli è concesso.

©2010 Roberto Saviano/ Agen zia Santachiara

Caro estinto, Spagnoletti condannato a quattro anni e sei mesi

Ieri la sentenza del tribunale di Trani. Condanne anche per Di Fronzo (3 anni e 6 mesi), Samarelli (3 anni e 4 mesi) e Bovenga (tre anni). Assolti i medici De Gennaro, Dragone, Massari e Pansini

 

http://www.molfettalive.it/imgnews/Tribunale%20Trani%20014(15).jpg

di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Quattro condanne e quattro assoluzioni.

La sentenza del processo sul presunto “sistema” tra agenzie funebri, infermieri dell’ospedale e medici curanti è stata emessa ieri nel tribunale di Trani dopo poco più di un’ora di camera di consiglio.

Giuseppe Spagnoletti, titolare dell’agenzia funebre “La Cattolica” è stato condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione. Tre anni e sei mesi per il suo dipendente Michele De Fronzo; tre anni e quattro mesi per l’operatore coordinatore professionale Vincenzo Samarelli e tre per il suo collega Domenico Bovenga.

I quattro beneficeranno di uno sconto di pena di tre anni per effetto dell’indulto.

La condanna è stata estesa al pagamento delle spese processuali e all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici.

Sono stati assolti «perché il fatto non sussiste» i medici convenzionati Vito De Gennaro, Isabella Dragone, Luigi Massari ed Enrico Pansini. Erano stati accusati di falso ideologico.

Si chiude così il primo grado del processo che ha preso il via da indagini condotte dai carabinieri del Comando Provinciale di Bari nel 2006 e visto coinvolti agenzie funebri, infermieri e medici locali, considerando l’esito dell’udienza preliminare in cui tra patteggiamenti e riti abbreviati erano stati condannati in undici.

Il collegio (Carone, Gadaleta, Messina) non ha riconosciuto l’associazione a delinquere per Spagnoletti, assolvendolo dal primo capo di imputazione.

E trasmesso gli atti al pm Ettore Cardinali per eventuali provvedimenti di competenza nei confronti di Maurodomenico Befo, imprenditore anch’egli nel settore delle onoranze funebri.

La motivazione della sentenza sarà depositata entro novanta giorni.