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Vite spezzate

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Quando si parla di “vite spezzate” si pensa subito a giovani vite stroncate da improvvise tragedie, ed anche la vita della signora Giulia Samarelli, pur novantenne, è stata spezzata da un destino e da una tragedia improvvisa.
Così come ci lascia impotenti la morte di giovani incolpevoli stroncati da incidenti stradali o da malattie incurabili, ci rattrista ancor più pensare alla morte di una donna, una delle nostre tante donne, vissuta in discreta solitudine, abbandonata dal proprio compagno e ancora speranzosa di ritrovarlo; una di quelle donne d’altri tempi che ha costruito il proprio futuro, giorno dopo giorno, nella consapevolezza di dover gestire la propria vita dignitosa senza certezze.

Dall’altra parte due “bulli”, si direbbe. Michele de Bari, figlio del più noto Gino, come altri suoi cugini e zii, arcinoto alla cittadinanza e alle forze dell’ordine.

Pietro Gadaleta, al momento dell’arresto, sembra che abbia dichiarato laconicamente “che era la prima volta” che partecipava ad uno scippo. Rivedendo la padronanza e la freddezza dei suoi gesti nel video, diffuso dai Carabinieri, non si direbbe.

Abbiamo elementi abbastanza concreti per pensare che Gadaleta fosse un “piccolo dottor Jekyll e mister Hyde”.

Dalle foto segnaletiche apparse sui giornali, nonostante il rinnovato look nel taglio di capelli è stato riconosciuto come un bravo ragazzo che operava come volontario in una nota associazione di volontariato cittadino, svolgendo assistenza agli anziani bisognosi di cure.

Anche in questo caso, come accadde per l’assassinio del sindaco Gianni Carnicella, le parole del compianto don Tonino Bello sembrano fotografare bene la realtà.

“È il discorso sul malessere della città. Un malessere che, in modo spesso maldestro, vogliamo rimuovere dalla nostra coscienza e del quale facciamo fatica a prendere atto, forse perché troppo fieri del prestigio del nostro passato. Un malessere che si costruisce su impercettibili detriti di illegalità diffusa, sugli scarti umani relegati nelle periferie, sui frammenti di una sottocultura della prepotenza non sempre disorganica all’apparato ufficiale.

È il discorso sulla rete sommersa della piccola criminalità che germina all’ombra di un perbenismo di facciata. Sulle connivenze col mondo della droga che ormai non risparmia nessun gonfalone. Sui rigagnoli sporchi che inquinano le falde sane di una economia costruita dalla proverbiale laboriosità dei nostri antenati, i quali hanno onorato Molfetta in tutti gli angoli del mondo…”.

Oh, come vorremmo che fossero dei mostri, per poter scaricare unicamente su di loro le responsabilità di questa tragedia! Ma chi ha agito, forse non è neppure un pazzo o un criminale nel senso classico del termine. Questi ragazzi non sono dei “mostri”, purtroppo sono dei “nostri”!

Di Michele e Pietro in città ne girano tanti, dal Borgo Antico a Piazza Paradiso, da via Immacolata ai quartieri periferici, in due senza casco su motorino senza targa e, all’occorrenza, contro senso.

Questa situazione a Molfetta non è straordinaria, non è avvenuta per caso in via Immacolata, ma è una storia di ordinaria illegalità quotidiana dove le regole vengono infrante senza che nessuno ne rivendichi il rispetto.

Per volere del suo primo cittadino la nostra città è diventata una “zona franca”.

Gli agenti di polizia municipale, in via Immacolata, li vedrete solo oggi durante la celebrazione dei funerali di Giulia, ma durante l’anno si guardano bene dal gironzolare per i quartieri caldi della città, perché gli ordini di servizio giornalieri devono coprire prioritariamente il salotto buono della città dove per fortuna, almeno in apparenza, si delinque meno. Forse gira, ogni tanto, la pattuglia in auto, ma non serve.

Poi ci sono i giovani “permeati da principi eticamente più leali”, fedeli servitori del SindacoSenatorePresidente, che hanno elogiato in un comunicato stampa, “il servizio di sicurezza-sorveglianza della nostra città, che ha portato alla rapida cattura dei due malviventi”.

Ci dispiace deluderli ma le riprese che hanno incastrato i due scippatori, provengono dalla telecamera privata di un tabaccaio e non da quella pagata fior di milioni situata sulla facciata della chiesa Immacolata.

Quella in piazza Immacolata è una delle tante telecamere che da anni sono montate in città, e non attive, che il sindaco Azzollini in ogni campagna elettorale e in ogni comizio pubblico rifinanzia e promette di far funzionare; ci rimane solo la speranza per le prossime elezioni regionali.

In questi giorni il primo cittadino oltre a ripetere lo slogan, ormai usurato e smentito da tutte le finanziarie governative, della solita richiesta dell’aumento dell’organico per la caserma dei Carabinieri, si è inventato una straordinaria novità.

In una conferenza pubblica ha dichiarato che i problemi di ordine pubblico a Molfetta si risolvono con l’armamento degli stessi agenti di polizia municipale.

Se il sindaco vuol dire che l’abusivismo e l’occupazione di suolo pubblico, le auto in doppia fila, le infrazioni al codice della strada, le auto incendiate, gli scippi, l’uso dei falsi pass per disabili, ecc, ecc, si combattono con l’armamento  della polizia municipale, allora consigliamo a lui e alla sua maggioranza (sperando che non ci sia anche qualche consigliere di minoranza) di farsi un serio esame di coscienza e poi di dichiararsi non all’altezza del compito.

Da oltre dieci anni esiste un buon regolamento di polizia municipale che non è stato mai interpretato ed attuato pienamente.

Basterebbe che quotidianamente gli agenti di Polizia Municipale attuassero alla lettera il regolamento senza sconti e favori a chicchessia; altro che armi.

Alla nostra comunità serve solo un po’ di normalità senza rigurgiti di autorità e autoritarismi; purtroppo non è da tutti, ma abbiamo un gran bisogno di autorevolezza, non solo nella politica ma anche nella Polizia Municipale.
 

Chiedete scusa a Beppino Englaro

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di Roberto SavianoRepubblica — 12 febbraio 2009

Da italiano sento solo la necessità di sperare che il mio paese chieda scusa a Beppino Englaro. Scusa perché si è dimostrato, agli occhi del mondo, un paese crudele, incapace di capire la sofferenza di un uomo e di una donna malata.
Scusa perché si è messo a urlare, e accusare, facendo il tifo per una parte e per l’altra, senza che vi fossero parti da difendere. Qui non si tratta di essere per la vita o per la morte. Non è così. Beppino Englaro non certo tifava per la morte di Eluana, persino il suo sguardo porta i tratti del dolore di un padre che ha perso ogni speranza di felicità – e persino di bellezza – attraverso la sofferenza di sua figlia. Beppino andava e va assolutamente rispettato come uomo e come cittadino anche e soprattutto se non si condividono le sue idee. Perché si è rivolto alle istituzioni e combattendo all’interno delle istituzioni e con le istituzioni, ha solo chiesto che la sentenza della Suprema Corte venisse rispettata.
Senza dubbio chi non condivide la posizione di Beppino (e quella che Eluana innegabilmente aveva espresso in vita) aveva il diritto e, imposto dalla propria coscienza, il dovere di manifestare la contrarietà a interrompere un’alimentazione e un’idratazione che per anni sono avvenute attraverso un sondino.
Ma la battaglia doveva essere fatta sulla coscienza e non cercando in ogni modo di interferire con una decisione sulla quale la magistratura si stava interrogando da tempo. Beppino ha chiesto alla legge e la legge, dopo anni di appelli e ricorsi, gli ha confermato che ciò che chiedeva era un suo diritto. È bastato questo per innescare rabbia e odio nei suoi confronti? Ma la carità cristiana è quella che lo fa chiamare assassino? Dalla storia cristiana ho imparato ha riconoscere il dolore altrui prima d’ogni cosa. E a capirlo e sentirlo nella propria carne. E invece qualcuno che nulla sa del dolore per una figlia immobile in un letto, paragona Beppino al "Conte Ugolino" che per fame divora i propri figli? E osano dire queste porcherie in nome di un credo religioso. Ma non è così.
Io conosco una chiesa che è l’unica a operare nei territori più difficili, vicina alle situazioni più disperate, unica che dà dignità di vita ai migranti, a chi è ignorato dalle istituzioni, a chi non riesce a galleggiare in questa crisi. Unica nel dare cibo e nell’essere presente verso chi da nessuno troverebbe ascolto. I padri comboniani e la comunità di sant’Egidio, il cardinale Crescenzio Sepe e il cardinale Carlo Maria Martini, sono ordini, associazioni, personalità cristiane fondamentali per la sopravvivenza della dignità del nostro Paese.
Conosco questa storia cristiana. Non quella dell’accusa a un padre inerme che dalla sua ha solo l’arma del diritto. Beppino per rispetto a sua figlia ha diffuso foto di Eluana sorridente e bellissima, proprio per ricordarla in vita, ma poteva mostrare il viso deformato – smunto? Gonfio? – le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli. Ma non voleva vincere con la forza del ricatto dell’immagine, gli bastava la forza di quel diritto che permette all’essere umano, in quanto tale, di poter decidere del proprio destino. A chi pretende di crearsi credito con la chiesa ostentando vicinanza a Eluana chiedo, dov’era quando la chiesa tuonava contro la guerra in Iraq? E dov’è quando la chiesa chiede umanità e rispetto per i migranti stipati tra Lampedusa e gli abissi del Mediterraneo. Dove, quando la chiesa in certi territori, unica voce di resistenza, pretende un intervento decisivo per il Sud e contro le mafie. Sarebbe bello poter chiedere ai cristiani di tutta Italia di non credere a chi soltanto si sente di speculare su dibattiti dove non si deve dimostrare nulla nei fatti, ma solo parteggiare. Quello che in questi giorni è mancato, come sempre, è stata la capacità di percepire il dolore. Il dolore di un padre. Il dolore di una famiglia.
Il "dolore" di una donna immobile da anni e in una condizione irreversibile, che aveva lasciato a suo padre una volontà. E persone che neanche la conoscevano e che non conoscono Beppino, ora, quella volontà mettono in dubbio. E poco o nullo rispetto del diritto. Anche quando questo diritto non lo si considera condiviso dalla propria morale, e proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. È questa la meraviglia della democrazia.
Capisco la volontà di spingere le persone o di cercare di convincerle a non usufruire di quel diritto, ma non a negare il diritto stesso. Lo spettacolo che di sé ha dato l’Italia nel mondo è quello di un paese che ha speculato sull’ennesima vicenda.
Molti politici hanno, ancora una volta, usato il caso Englaro per cercare di aggregare consenso e distrarre l’opinione pubblica, in un paese che è messo in ginocchio dalla crisi, e dove la crisi sta permettendo ai capitali criminali di divorare le banche, dove gli stipendi sono bloccati e non sembra esserci soluzione. Ma questa è un’altra storia.
E proprio in un momento di crisi, di frasi scontate, di poco rispetto, Beppino Englaro ha dato forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Sarebbe bello se l’epilogo di questa storia dolorosa potesse essere che in Italia, domani, grazie alla battaglia pacifica di Beppino Englaro, ciascuno potesse decidere se, in caso di stato neurovegetativo, farsi tenere in vita per decenni dalle macchine o scegliere la propria fine senza emigrare.
È questa l’Italia del diritto e dell’empatia – di cui si è già parlato – che permette di rispettare e comprendere anche scelte diverse dalle proprie, un’Italia in cui sarebbe bellissimo riconoscersi.
© 2009 by Roberto Saviano Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

Perché ho il diritto di scegliere la mia morte

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di Umberto EcoRepubblica — 12 febbraio 2009

Benché il problema mi turbasse molto, e forse proprio per questo, ho cercato negli ultimi mesi di non pronunciare alcun giudizio o opinione sul caso Englaro, per molte e sensate ragioni, ma anzitutto perché non volevo partecipare alla canea di chi stava sfruttando per ragioni ideologiche, da una parte e dall’altra, la vicenda di una sventurata ragazza e della sua famiglia.
Quando il presidente del Consiglio ha preso pretesto dal caso per tentare uno dei suoi ormai reiterati attacchi alla Costituzione, sono intervenuto con Libertà e Giustizia, in piazza, e mi sono unito agli appelli alla vigilanza. Ma nelle poche interviste che non ho potuto evitare ho sempre detto che le poche centinaia di persone che erano con me davanti a palazzo di Giustizia a Milano non erano lì a manifestare sul caso Englaro, perché ero pronto a scommettere che se si fosse fatta la conta si sarebbe visto che metà la pensavano in un modo e metà nell’altro, ma per protestare contro l’attacco al presidente della Repubblica, attentato bonapartista (ringrazio Ezio Mauro per aver rievocato questo precedente) su cui tutti erano d’accordo.
Adesso, sfogliando le gazzette, mi rendo conto come sia difficile dividere questi due problemi e quanta sottigliezza politologica, giuridica e (permettetemi) morale ci voglia a capire quanto i due problemi siano diversi. Ma cosa si può pretendere da chi, come accadeva secoli fa con Terenzio e gli orsi, ha preferito il Grande Fratello alla discussione su questi casi? Così mi sono trovato citato tra coloro che sul caso Englaro avevano idee chiare e decise. Intervengo per dire che non le avevo, altrimenti le avrei espresse. Solo che, ora che la ragazza è morta, forse si può parlare di questi problemi senza temere di far sciacallaggio su un corpo in sofferenza. In effetti non intendo parlare della morte di Eluana Englaro.
Voglio piuttosto parlare della mia morte, e ammetterete che in questo caso ho qualche diritto all’esternazione. Dovendo parlare della morte mia, e non di quella altrui, non posso non citare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il fatto che qualche anno fa ho scritto un romanzo intitolato La misteriosa fiamma della regina Loana, dove il protagonista, dopo un primo incidente cerebrale per cui perdeva la memoria, cadeva nuovamente in coma. Non so se scrivendo volessi affermare qualcosa di scientificamente valido o cercassi solo un pretesto narrativo, ma fatto sta che ho impiegato più di cento pagine a far monologare il mio personaggio ormai in coma (non avevo allora calcolato se ridotto a vegetale, imputato di morte cerebrale o in coma eventualmente reversibile – segno che non avevo precise preoccupazioni scientifiche).
In ogni caso il personaggio, in quello stato che chiamerò di "vita sospesa", pensava, ricordava, desiderava, si commuoveva. Sapeva benissimo che probabilmente i suoi cari lo credevano ridotto allo stato di una rapa, o al massimo di un cagnolino dormiente, ma si accorgeva che i medici sanno pochissimo di quanto succede nel nostro funzionamento mentale, e che forse dove essi vedono un encefalogramma piatto noi continuiamo a pensare, che so, coi rognoni, col cuore, coi reni, col pancreas… Questa era la mia finzione letteraria (per calmare coloro che dall’eccezionale si attendono tutto, dirò che alla fine il mio personaggio sprofondava nel buio) ma devo dire che se l’avevo pensata era perché un poco ci credevo.
Non sono sicuro che là dove gli strumenti scientifici di oggi vedono solo una terra piatta, e una assenza di anima, ci sia del tutto assenza di pensiero – e lo dico con sereno materialismo, non perché ritenga che un’anima sopravviva alla morte delle nostre cellule ma perché non mi sento di escludere che – morte e definitivamente alcune cellule – altre non sopravvivano e prendano il controllo della situazione, testimoniando di una straordinaria plasticità non del nostro cervello (questo ormai lo sanno tutti) ma del nostro corpo. Insomma, siccome sospetto che quando si è sani si pensi anche con l’alluce, allora perché no quando il cervello non dà segni di vita? Non farei una comunicazione in merito a un congresso scientifico, ma in qualche modo ci credo.
Visto che c’è gente che crede al cornetto rosso lasciatemi credere a questo. Ora che cosa vorrei, se se mi trovassi in una situazione del genere? A cercare proprio col lanternino tutte le possibilità credo proprio che esse si riducano a tre. Prima possibilità, sopravviverei come una rapa, senza coscienza, senza poter dire "io", reagendo al massimo a qualche modificazione dell’umidità atmosferica, come se fossi una colonnina di mercurio. In effetti a queste condizioni non sarei più "io", ma appunto una rapa e non vedo perché dovrei preoccuparmi di me. La seconda possibilità è che in quello stato si riviva tutto il proprio passato, si torni all’infanzia, si abbiano visioni e si realizzino quelli che in vita erano stati i nostri desideri, insomma si viva una sorta di sogno paradisiaco. È un poco quel che accade al personaggio del mio romanzo, ma poi purtroppo anche lui cala nelle tenebre. La terza ipotesi è la più angosciante, è che in quella vita sospesa ci si interroghi su cosa faranno e penseranno di noi i nostri cari, si riviva col cuore in gola gli ultimi momenti di coscienza, si tema per l’orrido futuro che ci attende, o addirittura ci si consumi come ha fatto mia madre negli ultimi dieci anni che è sopravvissuta a mio padre, raccontando a noi figli, ogni volta che poteva, come era stata orribile la notte in cui mio padre era stato colto da infarto, e se non fosse stata colpa sua che aveva preparato una cena forse troppo pesante. Questo sarebbe l’inferno – e ho accolto quasi con sollievo la morte di mia madre perché sapevo che stava uscendo da quell’inferno. Adesso facciamo una botta di conti alla Pascal. Di tre possibilità solo una è gradevole, le altre due sono negative. In termini di roulette (e sui grandi numeri, tipo diciassette anni di vita sospesa) si è già perso in partenza. Ma il problema non è questo. Io sono pronto a dichiarare che, nel caso incorra nell’incidente della vita sospesa, desidero che non si protraggano le cure (anche se potrei perdere alcuni istanti o millenni di paradiso) per evitare tensioni, disperazione, false speranze, traumi e (permettetemi) spese insostenibili ai miei cari. Ma chi sono io per distruggere la vita a una, due, tre o più persone per la remota possibilità di avere qualche istante o qualche anno di paradiso virtuale? Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri. Guarda caso, è quello che mi ha sempre insegnato la morale, e non solo quella laica, ma anche quella delle religioni, è quello che mi hanno insegnato da piccolo, che Pietro Micca ha fatto bene a dare fuoco alle polveri per salvare tutti i torinesi, che Salvo D’Acquisto ha fatto bene ad accusarsi di un crimine non commesso, andando incontro alla fucilazione, per salvare un intero paese, che è eroe chi si strappa la lingua e accetta la morte sicura per non tradire e mandare a morte i compagni, che è santo chi accetta l’inevitabile lebbra per baciare le piaghe al lebbroso. E dopo che mi avete insegnato tutto questo non volete che io sottoscriva alla sospensione di una vita sospesa per amore delle persone che amo? Ma dove è finita la morale – e quella eroica, e quella che mi avete insegnato, che caratterizza la santità? Ecco perché, turbato a manifestare la sia pur minima idea sulla morte di Eluana (non sono, maledizione, fatti miei, ma dei genitori che l’hanno amata più di quanto l’abbia amata Berlusconi, che ha sinistramente fantasmato sulle sue mestruazioni) non ho esitazioni a pronunciare la mia opinione circa la mia morte.
E all’amore che una morte può incarnare.
"Laudato s’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale, – da la quale nullu homo vivente pò skappare: – guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; – beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, – ka la morte secunda no ‘ l farrà male". –

Dopo l’esplosione dell’ordigno in via Annunziata, tutto tace

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Potrebbe essere una calma apparente e riservarci sorprese sotto l’albero. Dopo l’ultima esplosione del 23 novembre, di un ordigno non poco rumoroso e disastroso, in via Annunziata, sembra che il dicembre 2008, fino ad oggi, sia meno fragoroso degli anni precedenti.
Sarà per la crisi generale o per la bonifica del “bancomat dell’esplosivo”, aperto notte e giorno nel nostro mare, che quest’anno c’è uno strano silenzio nelle nostre strade.
I nostri fabbricanti di fuochi d’artificio e bombe carta vivono anche loro la crisi economica e consumano lo stretto necessario giusto per qualche atto intimidatorio?
Come dobbiamo interpretare la deflagrazione che ha quasi distrutto l’autovettura Fiat (nella foto in alto a sinistra) parcheggiata a pochi metri dallo studio dell’Avv. Doriana Carabellese (foto in alto a destra)?
E’ un gesto di qualche disabile stufo di non poter usare lo scivolo a lui riservato o di qualche cliente dell’ex Assessora?
In attesa degli sviluppi delle indagini in corso ci piacerebbe sperare che quest’anno fosse diverso dagli altri e che i residenti di Piazza Paradiso e zone limitrofe possano trascorrere delle festività meno rischiose di quelle degli anni precedenti.

È accaduto veramente?

Da qualche giorno circola in rete questo video del 3 ottobre 2008 in cui si parla di un’auto del Comune di Molfetta parcheggiata nel piazzale di un centro commerciale barese.
Non abbiamo capito bene, se fosse vero l’accaduto, se si vuole denunciare l’occupazione abusiva di due posti auto riservati ai disabili, oppure il fatto che un’auto del Comune di Molfetta sia parcheggiata in un centro commerciale.
Attendiamo risposte.

Pass per disabili: la denuncia di un nostro lettore

Riceviamo e con piacere pubblichiamo una lettera pervenuta a firma di A.G. come contributo al post sui pass per disabili.

“Ci sarebbe molto da scrivere sulle condizioni del disabile e sulla disabilità in genere: l’invalido, o come veniva etichettato una volta "handicappato", è purtroppo strumentalizzato dalle persone che vivono intorno a lui per ottenere benefici non dovuti.

Ci sono tante leggi che tutelano i disabili ma le discriminazioni sociali rimangono sempre tante, troppe!

Lo Stato riconosce un’indennità minima mensile pari a 200 euro circa che non solo non rende ricchi ma non permette neanche di sopravvivere: nonostante tutto, molti invalidi preferiscono percepire quest’indennizzo mensile e rinunciano a lavorare per non perderlo.
Conosco nel contempo molti disabili autosufficienti che si sono lasciati alle spalle quell’etichetta di "parassiti della società" rinunciando all’indennizzo di invalidità, convinti di potersela cavare da soli, con le proprie forze e con un lavoro onesto.
La legge prevede l’inserimento nell’organico lavorativo di 1 dipendente invalido per ogni 20 lavoratori regolarmente assunti. Ma quanti disabili vengono realmente assunti dalle numerose aziende del nostro territorio? Pochi, ed i pochi fortunati sono spesso discriminati e trattati a "pesci in faccia" dopo che l’azienda ha terminato di sfruttare le rispettive agevolazioni fiscali (per la serie: “quando te ne vai?”).

Tra gli ulteriori “riconoscimenti” che lo Stato italiano promette, rientra il contrassegno per invalidi, noto come "Pass per disabili".
In origine era rilasciato dai Comuni ai disabili con carenza di capacità motoria negli arti inferiori o, in caso di disabile non autosufficiente, veniva assegnato al parente di primo grado o al tutore legale.
Successivamente venne concesso a tutti gli invalidi parziali o totali, temporanei o permanenti, affetti da patologie più o meno gravi, previa presentazione di idonea certificazione che ne attesti lo stato di invalidità del soggetto.
Ricordiamo che siamo Italiani ed è innata nella nostra indole l’arte dell’arrangiarsi, di raggirare sempre e comunque qualsiasi ostacolo.
A cosa mi riferisco: muore il disabile ma il tagliando, seppur scaduto, continua a essere utilizzato dai parenti; oppure i tesserini si moltiplicano magicamente, contraffatti, falsificati, fotocopiati, riprodotti.
E che dire del fatto balzato alla cronaca qualche tempo fa dove persino il Comandante dei vigili urbani del Comune di Roma è stato fotografato mentre parcheggiava in pieno centro su un’area dedicata ai disabili senza averne diritto e soprattutto utilizzando un pass di una persona che lo aveva perso!
I vigili urbani,
il cui compito primario è quello di regolamentare il traffico e di sanzionare l’irregolare, in questo quadro di illegalità diffusa, che tipo di controllo svolgono realmente sulle nostre strade cittadine?
E soprattutto: non possono multare i veri trasgressori?
Non voglio insegnare il mestiere a nessuno, ma vi dico questo perché mi è capitato di vedere notificare multe ad autovetture parcheggiate in sosta riservata con tanto di pass disabili esposto; ed il paradosso è che questa volta il pass era valido e legalmente autorizzato. Che io sappia ad oggi, su scala territoriale, sono due i ricorsi per questo motivo.

Ah dimenticavo: perchè vi scrivo queste cose? Perché sono un invalido e combatto da 30 anni per vedere riconosciuti i miei diritti, diritti che spesso mi sono stati negati!

Concludo con un augurio: che questo Natale riscaldi i cuori di tutti noi ed i cuori duri delle nostre istituzioni, dato che non si può assolutamente andare avanti così!”

Buone Feste!

A.G.

«Vuoi il mio posto? Prendi il mio handicap!»

di Maria Laura Scala

A quanti di noi è capitato, almeno una volta, di vedere durante la giornata persone perfettamente abili che parcheggiano nei posteggi riservati ai disabili o sulle strisce blù a pagamento in determinate fasce orarie, senza aver acquistato il fatidico “grattino” mostrando fieri il loro finto “pass per disabili”?
Oppure, di vedere giovanotti neo patentati, per loro fortuna belli, sani e griffati, parcheggiare la propria auto con un pass per disabili esposto sul vetro posteriore o anteriore della propria auto, semmai sportiva, in prossimità di un cinema, di un pub, di una discoteca?

Storie di quotidiana routine, verrebbe da dire, storie di quotidiana indifferenza e furbizia, di quotidiana mancanza di sensibilità e di rispetto per i diversamente abili e per le rispettive famiglie!
Quando, a servirsi della furbizia, è un pubblico ufficiale direi che la misura è colma.

Lo scorso 25 novembre il Sindaco di Roma Walter Veltroni ha deciso di revocare l’incarico al Comandante dei vigili urbani della Capitale Giovanni Catanzaro. La decisione del Sindaco è legata alla notizia secondo la quale il comandante generale della polizia municipale di Roma aveva parcheggiato la propria auto in zona rimozione in una delle strade del centro della città per andare a mangiare al ristorante. Catanzaro avrebbe anche esposto sul cruscotto un permesso per disabili “scaduto” per evitare che un carro attrezzi rimuovesse la sua vettura.

E a Molfetta cosa accade? Tutto sotto controllo? In via Salepico, A. Volta, Baccarini, Via F. Cavallotti, Corso Umberto, Via Rattazzi, Piazza Garibaldi, Marconi, Michiello, Sergio Panini, ecc,  sono solo alcune strade del centro di Molfetta dove è possibile vedere la lunga parata di autovetture, con il consueto pass per disabili; ormai sono poche le auto che ne sono sprovviste.

Anche gli assidui clienti che frequentano la Città Della Moda, non si distinguono poi tanto dagli indigeni, per civiltà ed educazione in tema di parcheggio.
Nei giorni di maggiore affluenza, il sabato e la domenica, quando è impresa titanica trovare un posteggio libero e gli unici posti disponibili sono quelli ben lontani, in aperta campagna, è frequente vedere signori e signore, con le loro belle pellicce, parcheggiare le loro lussuose auto nei pressi dell’ingresso centrale della Città della Moda, posteggi notoriamente riservati a portatori di handicap ed alle loro vetture.

Ammirevole è stato il tentativo di alcuni giovani volontari di arginare questo vergognoso e frequentissimo malcostume lasciando sul cruscotto di queste vetture “abusive” un foglio su cui era scritto: «SE VUOI IL MIO PARCHEGGIO, PRENDI IL MIO HANDICAP».

Viene spontanea la fatidica domanda, perché accadono queste cose?
Perché siamo un popolo di furbi?
Perché non ci sono controlli sistematici e seri?
Perché serve una revisione del criterio di assegnazione dei pass e verifiche periodiche?

Dovremmo distinguere i pass per invalidità permanente, della durata annuale e rinnovabile, dai pass per invalidità temporanea, previsto per patologie più o meno gravi fino alla semplice gamba rotta?
Ogni permesso deve avere un termine; alcune persone guariscono, altre purtroppo decedono, ma i loro pass continuano ad essere utilizzati. Quanti tagliandi tornano effettivamente indietro? Conoscendo i molfettesi non ci stupiremmo se si scoprisse che c’è una tendenza alla “falsificazione” dei pass per disabili: tessere taroccate in maniera perfetta, rifinite nei minimi particolari.

E il Comune che fa? Quali controlli vengono effettivamente svolti per arginare questo comportamento scorretto e piuttosto spiacevole?

Nell’attesa che qualcuno agisca, cantiamo  che ci “pass”!